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La grande gelata del 1957

9d40178d3465b5fdf3bfc7af18fc9a73_870x400Lo so che oggi fa freddo per la stagione e tira vento, ci sono mareggiate, temporali, grandine, nevicate e se scavo nei ricordi vado al al 6 maggio del 1963 quando andando a scuola cominciò a venire già una neve del tutto inaspettata che continuò per alcune ore tra lampi e tuoni come del resto era successo tre settimane prima. La sera stessa però era tutto finito, dopotutto la temperatura  non era andata sotto zero proprio grazie alla neve (il passaggio dell’acqua dallo stato liquido a quello solido libera energia termica) e il giorno dopo sarebbe stato impossibile capire che era nevicato, ma tutti continuarono a parlare per giorni di questo straordinario evento perché non ci si era ancora abituati agli episodi climatici bizzarri ed estremi. Non parlo di questo perché preso da qualche nostalgia di ritornare scolaretto a scuola, ma perché questa sciabolata di freddo che certo sta procurando qualche danno, mi offre la possibilità di esemplificare nel concreto cosa voglia dire il cambiamento climatico in atto per le popolazioni meno attrezzate ad affrontarlo. e quando dico attrezzate mi riferisco non tanto alla ricchezza o alla tecnologia, quanto alla composizione sociale e alle conseguenze politiche.

Per farlo occorre andare ancora qualche anno indietro, ovvero al 6 maggio del 1957 quando sull’Italia arrivò un vortice polare che provocò inizialmente forti nevicate su tutto l’Appennino e nei due giorni successivi una gelata anche in pianura ( ai curiosi consiglio di consultare gli archivi di Wetterzentrale ).  Fino ad allora la primavera era stata normale, anzi un po’ più calda del solito e anche piovosa facendo crescere le speranze in un ottimo raccolto con grande sollievo per gli agricoltori: moltissimi tra loro, grazie alla riforma agraria, erano ex mezzadri da poco liberatisi dagli antichi rapporti di servitù, ma anche carichi di debiti verso le banche perché avevano dovuto pagare la loro liberazione con somme ingenti. Dunque erano contenti che tutto andasse per il meglio, non sapevano che il freddo era in agguato e scendeva dalle terre artiche attraverso i canali tra l’alta e la bassa pressione. Alle 10 del 6 maggio l’aria fredda irruppe nella penisola e alle 18 aggredì l’Appennino centrale e le sue vallate, la temperatura scese di 10 gradi, alle 20 nevicava da Bologna fino a Potenza e sulle Murge, la bora spazzava Trieste e buona parte del Nord est, Napoli veniva investita  da venti a 90 chilometri l’ora. Poi nella notte il cielo si rasserena, la perturbazione si allontana, ma l’aria fredda rimane padrona del campo e provoca tra il 7 e l’8 maggio gelate tardive con -2 e – 5 gradi  che distruggono grano, foraggio,vite e compromettono gravemente il raccolto di olive in gran parte delle regioni centrali e anche in vaste aree delle regioni meridionali. In pratica metà dei poderi si trova senza raccolto e per giunta anche la necessitò di comprare altrove il foraggio per gli animali .

Ci rendiamo conto dei danni in termini monetari, ma a 60 anni di distanza, per noi riesce difficile e cosa significasse all’epoca un evento del genere che colpiva ceti che avevano appena cominciato il loro riscatto e in un periodo di grandi trasformazioni sociali. Vediamo qualche dato:  nel 1957 facendo una media delle regioni peninsulari il 52% della popolazione lavorava ancora in agricoltura, mentre il 10% della popolazione attiva nell’ industria si occupava della trasformazione di prodotti agricoli: quella gelata fu dunque all’origine di una massiccia fuga dalle campagne perché milioni di persone si trovarono in gravi difficoltà e gravate dai debiti.  Il trasferimento verso le città e le fabbriche era certamente già iniziato anni prima con la rinascita del dopoguerra, ma procedeva con un ritmo in qualche modo sostenibile, da quella maledetta primavera però si cominciò a trasformare in esodo vero e proprio, basti pensare che appena 4 anni dopo, nel 1961 la popolazione occupata in agricoltura era calata mediamente del 34,3 per cento nell’area peninsulare. E’ verosimile, anzi probabile che il modello di inurbazione e cementificazione rinvigorito da questi trasferimenti massicci e praticamente improvvisi sia in qualche modo all’origine di quel “modello italiano” ancorato alla corruzione palazzinara e al potere delle organizzazioni criminali rese forti dallo strozzinaggio. O quanto meno abbia reso endemico un sistema. Per non parlare delle politiche industriali private e pubbliche fortemente influenzate sia dalla necessità di dare lavoro, sia dal fatto di reperirlo facilmente.

Naturalmente non sono così pazzo da credere che tutto sia dovuto a una gelata, sia pure intervenuta in un momento cruciale, ma voglio soltanto lasciar immaginare quale possa essere l’impatto delle variazioni climatiche che stiamo inducendo e come esse si rivelino un dramma per molti e un vantaggio per pochi.

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Son gretino e son contento

gggAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è inquinamento reale e inquinamento virtuale anche se le sostanze tossiche sono poi le stesse e avvelenano bronchi, polmoni e cervelli: così la politica e il mutuo riconoscimento democratico tra forze politico-parlamentari è ridotto al berciare tra club di opposte curve e tifoserie, alla radicalizzazione forzata e conseguente arruolamento coatto in una delle fazioni in campo.

Ne approfittano  gli “opinionisti” che guardano il mondo come dalla tribuna vip o peggio come  davanti alla tv col fotofinish e la moviola;  e che non aspirano ad altro che a diventare coscritti di una delle squadre, con evidente preferenza per quella del progressismo neoliberista che li promuove a sottili e arguti detector e analisti dei fenomeni sociali.

Oggi me n’è capitato sotto gli occhi uno, Giulio Cavalli, che per non sottrarsi alla tendenza in atto  ha fatto il “preferito della maestra” scrivendo  col gessetto sulla lavagna della storia, da una parte la lista dei buoni, il movimento che ha in Greta l’efficace testimonial della presa di coscienza che il mondo rotola verso la catastrofe e dall’altra i brutti, sporchi e cattivi, quelli che, cito, sono in guerra per difendere la benzina, per eliminare le accise sul gasolio, per difendere il loro diritto ai combustibili fossili e resistere alla decarbonizzazione, o almeno non pagarne il prezzo, gli efferati gilet gialli.

Finalmente tutto si tiene, basta con quelle bubbole della lotta di classe, che tanto una ha già vinto con beneplacito del fine osservatore dei moti di piazza, basta con Occidente contro Terzi Mondi esterni e  interni,  basta con radici cristiane contro barbarie fanatica, e pure scapoli contro ammogliati, la “vera divisione” secondo il Cavalli, sta  tutta qui,  tra quelli con Greta quelli con i gilet gialli e il loro modo di intendere il futuro, il pianeta, i bisogni, il mondo. Altro che popolo ed élite perché ci sarà solo da scegliere “se si vuole stare tra l’internazionalismo ambientalista di chi vede la questione climatica come prima passo verso un’etica e una responsabilità di comando completamente diversa rispetto a quello che abbiamo subito fin d’ora, o con chi invece punta a rovesciare il potere consolidato per difendere le proprie piccole rendite di posizione”.

E pensare che una volta c’era una comoda chiave di lettura, basata sulla saggezza popolare: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.

Servirebbe ancora, per capire che magari ci sarebbe da sospettare, non sulla buona fede, per carità, ma sull’abuso  del simbolo e degli slogan di una protesta, vezzeggiata dai media, osannata da un’opinione pubblica sempre in cerca di padroni o leader,  quando le blandizie e l’ammirato consenso arriva dal  direttore del Fondo Monetario, da premier e leader politici di indubitabile appartenenza alle file dell’esercito del totalitarismo economico e finanziario.  E che forse non sarebbe tutto da buttar via un movimento che non ha pretese rivoluzionarie ma che comunque tenta il regicidio  sia pure virtuale del piccolo monarca addetto alle contro riforme chiedendone le immediate dimissioni, che non andrebbe sprecato un sussulto di gente comune, esecrato dalle élite europeiste, che – proprio come le piazze coagulate da Greta – non possiede certo un  carattere anti-sistema, anti-capitalistico, ma almeno, cosa che non si è verificata da noi, tanto per fare un esempio, chiede con forza delle riforme tese a migliorare le condizioni di chi vive del proprio lavoro, quelle di chi non ha un lavoro, o vive con misere pensioni o sussistenze, esige una meno iniqua imposizione fiscale.

Che poi se si irmpovera ai gilet gialli  di chiedere le dimissioni senza immaginare un dopo, sena nemmeno accreditarsi per formarne uno, ma semmai di precostituirsi come “lobby” per esercitare pressioni in favore dei ceti impoveriti,  le stesse obiezioni si potrebbero muovere a un movimento che non propone soluzioni se non l’addomesticamento dlela belva dello sviluppo insostenibile con misure ben introdotte nel sistema della Green economy (ne ho scritto proprio ieri qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/03/18/ecologia-di-mercato/ )

Macché il nostro non ha dubbi su chi scegliere: chi se non “quelli in marcia con Greta  che invadono le piazze con l’allegria, i colori e l’ottimismo? Contro  i gilet gialli che stanno diventando sempre più neri.

Non c’è niente di peggio di gente che si è collocata con dinamiche giravolte in tutte le formazioni del reducismo di sinistra, ingoiando tutti i rospi in cambio  almeno dei benefici per l’immagine dell’affiliazione ai “recinti” vendoliani, nei quali ci si batte contro l’inquinamento globale ma si fa melina per quello tarantino, quelli in cui si applaude la disubbidienza sui profili dei social a condizione che riguardi altri, che la si possa delegare come le responsabilità, che si metta all’occhiello come un distintivo “umanitario” purchè non intralci le magnifiche sorti e progressive dello sviluppo.  E non c’è niente di peggio del movimentismo di ritorno, di quelli che invidiano e vorrebbero essere accolti nelle cerchie della giovinezza visionaria e cazzara, colorata e festosa, proprio come i cinquantenni che si comprano ancora la moto, indossano il chiodo e gli stivaletti alla Bonaga nel ’77 di Bologna.

Ma a farci capire tutto anche dove approderà l’entusiasta  , estasiato perché i militanti della lotta la climate change  incarnano la lotta al riprovevole nazionalismo dei tricolori inalberati dei fracassoni neri, “manifestando senza alcun simbolo e nessuna bandiera nazionale,  e -voila la grande diffèrence – “coi cartelli quasi sempre in inglese”.

Non occorreva Cavalli per ricordarci che è quello l’idioma dell’impero, il gergo di Wall Street, la parlata degli yankee scritta sui loro carri armati, sui loro droni, sulle loro bombe, sui loro F35 taroccati che ci impongono come l’affettuosa partecipazione alle loro guerre. Che è quella la lingua della globalizzazione, dell’imperialismo, della colonizzazione anche dei desideri e dell’immaginario dell’Occidente, della teocrazia del mercato che dovrebbe combattere l’inquinamento con il mercato, come appare evidente dal fatto che si recita in inglese il mantra della salvezza: green economy, emission trading, low carbon economy, Joint Implementation, Clean Development Mechanism. Locuzioni dello slang padronale pensate per persuadere gli straccioni che possono ricavare qualcosa dai loro mali nel grande suk globale, come i risarcimenti per il cancro, la conservazione del posto in cambio della salute. E un bel funerale come è probabile avverrà al mondo nell’annunciato Day After .


Greta Sgarbo

oil-worldPrendi una ragazzina di famiglia molto abbiente, molto in vista in Svezia e molto neoconformista, magari con qualche piccola difficoltà psicologica che al di sopra di un certo reddito porta comprensione e ammirazione, mentre al di sotto ti fa sembrare solo un coglione e un escluso, sfrutta la sua adolescenza inquieta, la sua ingenuità, le sue soluzioni preconfezionate da scongelare al microonde per farne un gadget dell’ambientalismo politicamente corretto, affinché esso si infranga sugli scogli di manifestazioni inconcludenti, si appaghi dell’assoluzione urbi et orbi dei Venerdì per il futuro.

Ecco, già detto nella nostra lingua, cominciamo a capire meglio che forse la cosa è un po’ artefatta, probabilmente anche un po’ stupida, troppo rituale, troppo perfetta per essere vera e la faccenda della ragazzina oltre a servire per l’audience, sfruttando meccanismi ben collaudati, serve anche perché ci si accontenti dei cartelli e dell’esibizione di buona coscienza di un ambientalismo tanto integrale quanto vuoto funzionale a servire perfettamente la causa di chi devasta il pianeta, trasformando un problema drammatico in un fatto di tendenza, di moda e di marketing, come accade a molti temi della nostro vivere. L’ambientalismo separato da un profondo cambiamento sociale è qualcosa di luccicante, ma di inerte perché  non intacca la struttura di potere e produttiva basata sul profitto infinito che è la causa prima della mutazione climatica così brusca e inarrestabile: possiamo fare qualunque manifestazione e pensare che basta diminuire i peti delle mucche o essere affezionati tutori del chilometro zero, che poi sono trenta o quaranta fatti col suv rigorosamente diesel, perché tutto ritorni come prima. Mi pare di ascoltare quella pasionaria milanese di tanti anni fa che voleva obbligare tutti alla bicicletta: peccato che abitasse in un lussuoso appartamento vicino via Manzoni e non facesse una minchia tutto il giorno. Quando le domandai come se la sarebbe cavata chi abitava a 15 chilometri dal posto di lavoro, entrò in crisi e quasi quasi avrebbe risposto che mangino brioche. Cioè che si fottano questi pezzenti.

Non esiste ambientalismo senza una visione sociale radicalmente diversa da quella neo liberista, tutto il resto è trucco e parrucco destinato a far credere nella buona volontà degli inquinatori selvaggi della crescita infinita assolutamente necessaria al capitalismo per rimanere in vita . Ma chissà, forse mi sbaglio, forse il potere e i poteri del che si sono spellati le mani ad applaudire il venerdì per il futuro della ricca ragazzina svedese, hanno un obiettivo diverso, che quel grido “dobbiamo fare in fretta” non sia del tutto ipocrita: che si stia davvero cominciando a creare l’atmosfera per rendere più sopportabile e accettabile la vita sempre più grama dei ceti popolari e delle stesse classi medie? Una cosa è stringere la cinghia per aumentare i profitti della razza padrona, un’altra è fare sacrifici per salvare il pianeta: quello che appare come impercorribile e fonte di grandi resistenze potrebbe diventare più facile se la si condisce con questa speranza, ancorché mal riposta. Il passaggio dalla dura necessità imposta da sovrastanti quanto presunte leggi economiche a un atto se non proprio del tutto volontario per lo meno meno carico di altri significati potrebbe essere una chiave vincente per sopire il vulcano che fa già avvertire l’eruzioni venture.

La trasformazione dell’ambientalismo in moda con i suoi sponsor e i suoi testimonial che suscita la rabbia delle destre tradizionali ancora legate a un negazionismo climatico estemporaneo e ignorante potrebbe indurre a pensare che ci sia un cambio di strategia e l’ambientalismo stia diventando un prodotto a prezzo scontato.


Bruciando California

(Photo by Justin Sullivan/Getty Images)I giganteschi incendi della California, i mille morti che presumibilmente entreranno nel calcolo finale, i 100 miliardi di danni che probabilmente raddoppieranno e che dovranno essere coperti dai soldi pubblici per non far fallire le assicurazioni, sono per così dire un’anticipazione del futuro perché riflettono le conseguenze dei cambiamenti climatici non nel poverissimo Sahel, di cui a nessuno frega un cavolo in realtà, ma in una delle zone più ricche del pianeta e per giunta lungamente simbolo di fortuna e ricchezza. Mi limiterò ad accumulare alcuni dati perché ognuno possa farsi un’idea della realtà.

Dall’inizio del secolo la California è andata incontro a un declino della piovosità e inaridimento del clima che nell’ultimo decennio ha assunto livelli allarmanti anche a prescindere dall’aumento degli emungimenti dovuti sia all’agricoltura che ai consumi privati, particolarmente alti in un’area ricca dove se non hai almeno una piscina non sei proprio nessuno. Nelle cronache del mainstream questa situazione viene chiamata siccità come a suggerire l’idea che si tratti comunque di una condizione assolutamente temporanea ed episodica  destinata ad esaurirsi nel volgere di qualche stagione: un breve sguardo al Web ci fa vedere che il desiderio di esorcizzare la possibilità di una condizione permanente o ancor peggio in costante peggioramento, è tale che ad ogni mese particolarmente piovoso dovuto proprio alla estremizzazione del clima creato da riscaldamento globale, viene annunciata la fine definitiva della siccità. L’ atteggiamento emotivo ed intellettuale è il medesimo che viene adottato quando si parla del superamento della crisi. E’ inutile sottolineare che questa situazione era stata non  soltanto prevista dalla climatologia, ma anche analizzata  e anzi analizzata sulla base della realtà: è del 2006 uno studio dell’università dell’Arizona che mostrava l’aumento esponenziale degli incendi forestali e  l’allungamento del periodo in cui essi si verificano ( 22% in più in California e per la cronaca secondo studi successivi, circa il 18% in Italia

In realtà l’innaturale espansione degli incendi di queste settimane così come di quelli precedenti è dovuto essenzialmente al fatto che in un decennio di precipitazioni insufficienti, centinaia di milioni di alberi sono morti e si incendiano come un cerino accelerando l’avanzata delle fiamme in maniera tale che è difficile contenerle. Forse sarebbe stato meglio tagliarli o espiantarli, anche se questa operazione è costosa, ma qui ci si scontra con un’altra realtà: il settanta per cento del patrimonio boschivo della California se si escludono i parchi nazionali o statali, è in mano a privati che ovviamente cercano di evitare in ogni modo le spese derivanti dalla proprietà o che, se commerciano in legno, spendono piuttosto per tagliare alberi vivi: il cosiddetto legno morto ha pochissimo valore di mercato, non è affatto conveniente impiegare taglialegna e camion per farne poi al massimo legna da ardere: si preferisce che la cosa accada in loco. Non  ci deve stupire effetti una delle conseguenze della visione neoliberista è quello di attribuire alla natura un valore esclusivamente monetario in vista del suo sfruttamento vuoi alimentare, vuoi turistico, vuoi industriale per cui le condizioni che alimentano da molti giorni il gigantesco incendio vanno trovate, come si diceva una volte, a monte. Che nel caso specifico non è soltanto una metafora.

Ci troviamo insomma di fronte a una sinergia nella quale convergono sia il riscaldamento inarrestabile del clima dovuto essenzialmente a fattori macroeconomici impossibili da arrestare e nemmeno da mitigare, che a fattori collegati alla microeconomia. In questo non ci sarebbe alcun fatto realmente nuovo, se non l’evidenza che questi disastri non solo soltanto appannaggio di aree povere e desolate, ma colpisce anche dove sembra di essere al sicuro. Qualcuno forse potrebbe scoprire che non esistono arche nelle quali rifugiarsi, che non si può impunemente trasferire in altri continenti l’inquinamento, che non è sicura nemmeno Malibù con le sue decine di agenzie di sicurezza.


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