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Misteriosa gara per “lager d’emergenza”

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono notizie che affiorano dal lugubre brusio pandemico, si insinuano sotto pelle come una spina che se la sfiori ti punge. Da giorni circola quella  che riguarda l’apertura di una procedura d’appalto avviata dalla Centrale acquisti Consip su incarico della Presidenza del Consiglio- Dipartimento della Protezione civile  per  l’allestimento  di  campi  container  destinati all’assistenza della popolazione in caso di eventi emergenziali,con uno stanziamento di 266.716.544 euro.

Per orientare meglio  i soggetti interessati a concorrere la Consip ha fornito un format con i  requisiti che dovranno possedere le installazioni, grazie alla pianta  di progetto di “un campo standard ad uso abitativo atto ad ospitare un massimo di 42 persone”, di “un campo standard ad uso ufficio atto ad ospitare 25 persone”, e di “strutture particolari destinate agli ambiti rurali”, dove potrebbe essere necessario  mettere in condizione gli allevatori di proseguire nelle loro attività produttive,  anche qualora la loro abitazione originaria fosse.

Le Regioni nelle quali saranno localizzati gli insediamenti provvisori per 8000 persone in ognuna – il capitolato specifica la natura della fornitura  con tutte le tipologie merceologiche e  i servizi da predisporre – sono quelle del Nord, Valle d’Aosta, Lombardia, Liguria, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Veneto, Emilia Romagna;  del Centro, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Molise; del Mezzogiorno, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, oltre a Sicilia, Sardegna e isole minori. 

A fronte della lodevole precisione con la quale l’amministrazione committente e aggiudicatrice specifica l’entità dell’appalto,  la sua natura intesa  a concludere un  Accordo Quadro per ciascun lotto  geografico  con  piu’  operatori  economici, senza riapertura del confronto competitivo, l’elenco particolareggiato dei prodotti e dei servizi, resta invece vago e perciò ancora più allarmante la finalità dell’operazione, a cominciare dal nome, l’allestimento di quei  “campi” che dovrebbero accogliere la popolazione in fuga dalle proprie case in seguito al configurarsi di una non meglio identificata emergenza.

E allora non resta che esercitarsi con qualche dietrologia più o meno inquietante.

A cominciare da una benevola, l’unica che possa venire in mente: dopo la disastrosa gestione commissariale della ricostruzione nelle aree interessate dai terremoti dell’Italia Centrale e dell’Emilia Romagna, dopo il fallimento delle disposizioni che avrebbero dovuto promuovere un’azione continuativa per la prevenzione di conseguenze catastrofiche grazie all’adozione di criteri e l’applicazione di tecnologie costruttive antisismiche e durante il demenziale governo della crisi sanitaria, che ha avuto il suo incipit simbolico con la scoperta che il piano di emergenza nazionale in materia risaliva al 2006, come era stato denunciato perfino da Formigoni in occasione di precedenti fenomeni epidemici, si potrebbe ipotizzare che in attesa dell’ormai improbabile erogazione dei fondi europei della partita di giro del Recovery, l’Esecutivo voglia esibire delle referenze di concretezza organizzativa in modo che lo scrupoloso curatore fallimentare possa aggiungere alle sue referenze quella di guardiano del lager diffuso che ci meritiamo per aver troppo sperperato e goduto.

Meglio ancora poi se l’iniziativa prevede di appagare quale appetito, di accontentare un po’ di aziende che non hanno potuto accedere ad altre opportunità pandemiche, padiglioni, mascherine, tamponi, e sulle quali far piovere  come una benefica pioggerellina d’oro quei 266.716.544  euro.

Ma possiamo immaginare altre spiegazioni. Una delle quali consiste di sicuro nella necessità di arricchire di nuovi contenuti la narrazione catastrofista che ha sostituito il confronto politico, il dialogo democratico, la comunicazione istituzionale e l’informazione dei media.

E cosa c’è di meglio che dare nuovo nutrimento alla paura sdoganata come virtù civica con il terrore di una probabile apocalisse, di un  prevedibile  sconquasso, di un possibile finimondo che un ceto politico avveduto dimostra di voler e saper fronteggiare?  e impiegando gli strumenti fisici e normativi già testati in anni di dominio del sistema dell’emergenza  propiziato proprio per imporre autorità straordinarie, leggi speciali, sospensione di regole e garanzie in favore di stati di eccezione, militarizzazione del territorio, imposizione di autorità commissariali.

Succede da anni, grazie all’epica terrifica sui rischi che incombono sul nostro capo per via di empie incursioni di barbari islamici, di pandemie pronte a rinnovarsi in un crescendo di pericolosità attribuibile ai nostri costumi licenziosi, mentre poco interesse viene riservato agli effetti mortali della demolizione del sistema dell’assistenza, della cura, dell’istruzione, della ricerca ad opera di un ceto criminale di terroristi impegnati nella cancellazione della democrazia, della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali, così come nel rafforzamento e nella concentrazione di grandi potentati e lobby.

A forza di non voler credere ai complotti orchestrati da grandi vecchi e potenze imperiali, abbiamo finito per non accorgerci di quelli già passati e di quelli in atto. Mentre non è stravagante o artificioso ipotizzare che il potere oligarchico immagini di prepararsi a quelle probabili guerre a basso potenziale ma a lunga durata che potrebbero avere come teatro le città immiserite, come attori poveri, più poveri e meno poveri scatenati gli uni contro gli altri, disoccupati allo sbando dopo lo sblocco dei licenziamenti sguinzagliati contro precari non abbastanza affamati, frotte di senzatetto incrementati dall’altro sblocco alle porte, quello degli sfratti, e chi più di loro costretti a abbandonare le abitazioni, da conferire tutti in accampamenti  marginali da gestire con leggi marziali, eserciti privati, tecnologie sofisticate in modo da proteggere i Palazzi e i loro impauriti residenti.    


Covidprop

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa ho commesso con infantile ingenuità la colpa di dire la verità, attribuendo al Governo, nel titolo di un post, la colpa della triste fine di un caffè, il Florian di Venezia, che in altri paesi godrebbe del trattamento riservato a siti, case di artisti e poeti conservate gelosamente come ambientazione di un’epoca, raccolte d’arte, archivi.

Apriti cielo, se i ritrovi storici, come d’altra parte musei, biblioteche, teatri sono chiusi e minacciati di fallire o scomparire, la colpa è del Covid, diventato in questa epoca, che si diceva soffrisse dell’eclissi del sacro, una divinità maligna, incontrastabile come un demone che si infiltra, detta politiche, impone restrizioni, punisce o forse addirittura fa giustizia colpendo qualche potente, però presto guarito.

Dopo anni in cui il culto era riservato al dio Mercato impegnato a fare danni e trovare soluzione, al dio Progresso che a differenza di Giano mostrava una sola faccia, quella delle magnifiche sorti della scienza produttrice di cure e medicamenti, della tecnica che dovrebbe risparmiare dalla fatica, del benessere che sparge le sue polverine d’oro prodotte dai padroni anche tra i poveracci, adesso tocca prodursi con sacrifici, rinunce e riti cruenti per appagare la crudele ferocia della malattia in modo da conservarsi la salute.

Inutile contestare che non è il Covid che ha obbligato a creare delle gerarchie e della graduatorie di “essenzialità” secondo le quali è doveroso negare accesso e godimenti del nostro patrimonio di storia e bellezza, tenendo invece aperti i nuovi templi della socialità: centri commerciali, catene di distribuzione di brodaglie, però da agevole asporto.

Che non è il Covid a determinare come si configurerà, se mai ci sarà, il dopo, scegliendo di investire in Grandi Opere, grandi aeroporti e stazioni oggi retrocesse a archeologie prefuturiste, Grandi Ponti e Grandi Eventi, utilizzando un modello che impone il ricorso a procedure d’eccezione e figure commissariali  irrinunciabili.

Che non è il Covid a raccomandare che il contrasto alla sua demoniaca potenza si offici non con protocolli di cure, bensì affidandosi a una soluzione finale di incerta efficacia,  e che non è il Covid che impone di dividere i cittadini in chi è tenuto a esporsi alla sua forza del male e in quelli che possono essere esenti non si sa bene per quali meriti antropologici, economici, sociali o morali.

Niente da fare, non c’è verso di indurre alla ragione i tanti, quelli che vivono restrizioni, limitazioni di libertà e domicilio coatto come un “sabbatico” ormai vicino all’anno, che esime da responsabilità, scelte, consapevolezza, posticipando i conti che si dovranno fare, quelli della spesa e delle rinunce a diritti: lavoro, istruzione, cultura, divertimenti,  viaggi.

O quelli che hanno abbracciato la fede nella scienza officiata da sacerdoti capricciosi e egocentrici, contraddittori e ingenerosi detentori del potere della conoscenza e alieni da dubbi e interrogativi, capaci dunque di infondere inossidabili certezze criminalizzando i perplessi e gli eretici o semplicemente togliendo loro la parola, compreso qualcuno subito colpito da operoso e frettoloso ravvedimento nel timore dell’estromissione dalla comunità accademica e televisiva, come accade a medici soggetti a espulsioni e sanzioni.

E poi ci sono quelli che hanno sostituito altre forme di militanza e critica, già negli anni sempre più cauta e prudente, con l’arruolamento nel pandidelogia, festosamente convertiti all’obbedienza che fino a qualche anno fa non  doveva più essere una virtù,  manifestata e professata con mascherine e distanziamento purché solo sociale in modo da schifare esemplarmente plebaglie disordinate e dissipate che vanno sui bus stracolmi si recano al lavoro fanno acquisti al supermercato anche in tarda età  invece di rifornirsi grazie alle grandi catene online promosse a salvifiche attività di servizio civile.

E anche quelli, (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/10/25/meglio-i-cattivisti/ ) che hanno aderito come espressione di una superiorità sociale e culturale, dunque morale, in contrasto con la ignoranza esternata dai miserabili che vengono doverosamente catalogati come novax e complottisti, i posseduti dai fantasmi di credenze popolari arcaiche che bisogna marginalizzare perché non nuocciano a se stessi e agli altri, magari con una bella stella gialla che li contraddistingua e che impedisca l’accesso ai pubblici concorsi, al lavoro nella Pa o a contatto con il pubblico.

Vien proprio da dire che c’è un complotto ordito ai danni di chi nutre  dubbi e riserva  critiche alla gestione del Covid condotta in modo da ridurre una tremenda emergenza sociale venuta da lontano in crisi sanitaria per far dimenticare il concorso e la correità passate e presenti in politiche di demolizione del sistema pubblico di cura e assistenza, la cancellazione delle garanzie del lavoro che ha sottoposto una moltitudine di lavoratori non solo precari a esporsi a quello che veniva presentato come un rischio mortale, l’irrazionale governo della mobilità urbana, il progetto riuscito di smantellamento definitivo della scuola pubblica.

Con lo slogan posto come incipit ad ogni dialogo monodirezionale e monocratico:“ma è possibile che tutto il mondo sia caduto nella trappola, che tutto il mondo abbia creduto a una favola dietro alla quale si nasconde una macchinazione?”, si è lavorato in questi mesi, se non per portare al successo una cospirazione, sicuramente per approfittare – e in Italia è un sistema id governo collaudato per promuovere austerità, rinuncia, colpevolizzazione, e poi, per realizzare in regime di eccezione opere e interventi attuati contro l’interesse generale –  di una emergenza e degli effetti che ne conseguono tanto che la massa è persuasa non solo a piegarsi ma addirittura a farsene interprete e testimonial entusiasta.

A partecipare in prima linea sono stati i media, già da anni convinti della bontà della prescrizione  trucida che solo le cattive notizie sono buone e dunque che più c’è dolore, più c’è sangue lacrime e raccapriccio e più si vende e si acquisisce prestigio e credibilità, che hanno abbandonato qualsiasi estro investigativo e tolto dalle app di sistema la calcolatrice per abbandonarsi trionfalmente  alla voluttuosa orgia delle cifre scombinate, della statistiche farlocche, del protagonismo dei guru apocalittici e dell’ostensione dei casi umani di direttori  e cronisti inviati nel tunnel della malattia, con tanto di suggestiva colonna sonora di lamenti e grida.

E non deve sorprendere che abbiano aderito e si siano allineati alla linea di dare addosso alla plebe quando le cose vanno male e di santificare qualche decisore nel raro caso si presenti l’eccezione positiva  che conferma la regola, anche quelli che compiono il rito della “critica” all’Esecutivo, che comunque rispondono indirettamente al governo in veste di portavoce di chi ha comandato e dettato le regole mentre Conte scriveva i Dpcm, cioè le proprietà editrici impure, Confindustria, quello che è ancora lecito chiamare padronato, le multinazionali che hanno moltiplicato profitti, le cordate di imprese che aspettano il rilancio su misura per loro.

Tant’è vero che le provvidenze per l’editoria, ritoccate in “meglio” grazie alle risorse destinate alla digitalizzazione incongrue per testate che vi fanno pagare anche l’accesso alle edizioni online, e che come minacciato, dovevano interrompersi, sono state prorogate facendo affluire il solito ricco budget di 125 milioni nel Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, destinato al sostegno dell’editoria e dell’emittenza radiofonica e televisiva locale, notoriamente collocato presso la Presidenza del Consiglio a assicurare appunto trasparenza, pari opportunità e libera espressione, che distribuisce le risorse con l’altro soggetto garante di indipendenza, il Ministero per lo Sviluppo Economico. E contravvenendo alla decisione di mettere fine all’erogazione  dei contributi diretti a favore delle imprese editrici di quotidiani e periodici,  e delle imprese radiofoniche private,  fino all’annualità 2024, i contributi saranno concessi sia pure con qualche “aggiustamento”.

Così adesso siamo nelle mani degli ubriachi che non sanno come liberarsi dai fumi delle bevande tossiche che ci hanno somministrato in una intermittenza di paura prevalente e speranza fideistica, i loro ripetitori variamente comprati e venduti ondeggiano tra il doveroso sostegno al miracolo della scienza e l’indole a gridare le cattive novelle, incerti se celebrare le cerimonie festose dei vaccini o i positivi a una settimana dalla liturgia, se glorificare le processioni di questuanti della salvezza nei rosei padiglioni o fare due conti sulla durata dell’operazione, valutata con questi ritmi in più di un decennio.

E noi stiamo come sull’albero le foglie mentre gli indecisori e i loro propagandisti esitanti se dismettere l’epica biblica dell’apocalisse o intraprendere il cammino incoraggiante e redentivo della salvezza, sia pure con vaccino, proprio solo quello, mascherine, isolamenti e restrizioni, domicili coatti, lavoro agile e didattica da remoto, mettono in pratica il loro “nulla sarà come prima”. E infatti sarà peggiore.


Venduti & Comprati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una nuova divinità al cui culto sono chiamati a dedicarsi i ceti subalterni della società.

E’ quello della responsabilità e come per certe madonnine di campagna che piangono lacrime di sangue e certi  beati sconosciuti effigiati nei santini della Prima Comunione è l’oracolo dei disperati, disposti a qualsiasi sacrificio e rinuncia per guadagnarsi la salvezza in paradiso più ancora che in terra, che quella, si sa, se la compra  chi se la può comprare, come si compra cure miracolose, privilegi, spostamenti autorizzati, quelli insomma che possono una settimana prima di Natale ricoverarsi con altri affini in una bella villa riparata e romita, per sfuggire al grande male e festeggiare in buona compagnia. E in fondo è già stato fatto con profitto per la letteratura mondiale.

Non avendola in carico personale, sono questi che la responsabilità la pretendono invece da chi sta sotto, in modo da suffragare il principio alla base del loro potere immeritato: rivendicare quello che va bene come un successo e un merito, attribuire le colpe di quello che va male agli “inferiori”, per colpevolizzarli e far dimenticare il proprio passato e presente, connivenze, incapacità, impotenza usata come virtù del politico e come alibi per crimini e misfatti.

In questi giorni sono riusciti in una nuova impresa. La demenziale gestione del mini lockdown, con il creativo trascolorare del cromatismo regioni, le limitazione a chilometro zero come i pistacchi di Bronte e il lardo di Colonnata, che impedisce il transito da due Rio Bo con differenti amministrazioni distanti 500 m.  ma lo consente all’interno delle aree metropolitane di Roma o Milano o Palermo, le empie concessioni alle pretese confindustriali, il dubbio se a quasi un anno dal manifestarsi della pestilenza sarà permesso il godimento del diritto all’istruzione, gli ospedali, dove non si cura che il Covid, intasati dai “positivi” perché non si è fatto nulla per rafforzare la medicina di base  e territoriali, i mezzi di trasporto pieni più ancora dei centri commerciali il venerdì pomeriggio, ecco tutto questo viene omesso, rimosso, coperto dal coro sconnesso di deplorazione alimentato dalla stampa ma pure dai social per i nuovi reati da penalizzare con gogna mediatica e sanzioni, quelli, si dice, commessi dagli sciatori frustrati, dai forzati del cenone, del veglione e del trenino parappappappa.

Ancora una volta si allestiscono tribunali speciali per la condanna immediata e senza sconti di pena di giovani scriteriati che vorrebbero andare a ballare, di vecchi dissipati che si recano al supermercato a comprarsi il latte invece di farsi una bella spesa online con Glovo, di nonni  sventati che vorrebbero stare coi nipoti prima della doverosa dipartita precoce meritata per via della loro improduttività, insieme a frequentatori di rave party,  scambisti irriducibili, habitué di orge e ammucchiate.

L’intento è quello, e serve un’incursione nella sindrome di Tourette, di salvarsi il culo con l’aiuto di culialcaldo o di quelli cui arrivano degli spifferi, ma che fanno finta di non accorgersene per continuare a sentirsi parte di ceti che rivendicano e professano una superiorità sociale, economica, culturale e dunque morale.

Non è certo la prima volta che si invocano misure eccezionali per proteggerci da noi stessi, in passato si sono chiamate Monti, governi di salute pubblica, leggi speciali di Reale, Cossiga, Pisanu, vincolo esterno, sono servite di oscurare il dissenso in nome del contrasto al terrorismo, per imporre l’austerità come contrappasso per abitudini dissipate, per ripristinare l’ordine pubblico e il decoro danneggiati da NoTav e NoTriv, oltre che da molesti poveracci che rovinano la reputazione.

A quasi tutti i non residenti dei Parioli, Capalbio, Montenapoleone è capitato di sentirsi incolpare di abitudini e comportamenti  antisociali e irresponsabili, grazie ai quali diventa possibile praticare misure che fino a poco tempo prima erano inammissibili, anche grazie all’abilità di far incancrenire fattori di crisi in modo che diventino emergenze da risolvere con stati di eccezione, commissari straordinari, provvedimenti speciali secondo il principio della dura lex che è dura solo per noi.

Mai come adesso è palpabile la dimensione del grande recinto nel quale siamo rinchiusi, da  quando cinque o sei dinastie controllano l’informazione, cosiddetta indipendente  per tutelare i rapporti di proprietà e di produzione, da quando i “principi” e i valori dell’ideologia neoliberista vengono veicolati nella cultura di massa, nei social, dall’altra stampa “libera” ormai giocondamente allineata col governo, dal Fatto Quotidiano al Manifesto,  e diventano buonsenso, ragionevolezza e senso di responsabilità, gli unici autorizzati dentro i confini disegnati nel dibattito pubblico dai quali non si può uscire pena   la derisione, la marginalizzazione, l’ostracismo.

In questi giorni abbiamo subito proprio per questo l’ennesima vergogna, l’invettiva nemmeno tanto beneducata, lanciata contro la masse disordinate, la marmaglia che ha affollato i centri commerciali, additata con il disprezzo di chi si è conquistato l’appartenenza a élite “superiori” grazie al successo del divide et impera che sancisce la vittoria di chi sta sopra rispetto al formicolare di bisognosi e reietti, messi gli uni contro gli altri,  “Nord” e “Sud”, tecnologie e produttività arcaiche,  lavori manuali e professioni intellettuali e creative, materiali ed immateriali, forme contrattuali e informali,  produttivi e ‘improduttivi’, autonomi e diversamente garantiti, fino alle attività essenziali, delle quali abbiamo appena appreso non fanno parte i dettaglianti che vendono festoni, palloncini e alberi di Natale, comodamente reperibili su Amazon.

Così quelli che non stanno affogando si sono tolti il gusto di criminalizzare la socialità di gregge dei post-edonisti. che sono andati a comprare le lucette di Natale al centro commerciale, o a farci un giro senza acquistare niente, dimenticando che le piazze, i luoghi di incontro, chiese comprese, grazie alla teocrazia di mercato della quale sono adoratori, sono stati sostituiti dalle cattedrali dello shopping, rimuovendo la complicità di pensatori, informatori, intellettuali alla mangiatoia di Mondadori o di Mediaset, nel processo aberrante di trasformazione da cittadini e elettori, in utenti, telespettatori, clienti e consumatori, quando l’unico diritto concesso, e oggi sempre più ridotto, era quello di acquistare merci, status symbol rassicuranti, leader.

Nauseati dalla materializzazione dello spregevole populismo  in pellegrinaggio alla Romanina o a Milanofiori, li abbiamo visti discettare contro l’evidente anarcoide e auto dissolutrice irresponsabilità, che costringerà il Governo, per il nostro bene,  a facilitare con Tso la prossima sottomissione al vaccino salvifico e a tutte le opportunità del Welfare padronale sul quale investire tredicesime a salari.

Ma che plebaglia, pensano gli idolatri progressisti del Mercato, purchè venda a faccia comprare i loro instant book, le loro raccolte di pensierini, le loro sceneggiature, gli stessi che affidano la soluzione dei problemi a chi li ha creati, lotta al cambiamento climatico con il commercio di licenze di inquinare, medicine e medicina  nelle mani di chi ha creato patologie per metterle e reddito.

Ma che straccioni ignoranti e pusillanimi, che, invece di stare a casa a sfogliare qualche libro profetico, che ne so L’uomo senza qualità o, più consoni al momento La Peste o I Promessi Sposi, mentre il Decamerone è monopolio di chi sta già pensando di ritirarsi in anticipo sulle restrizioni, nella terza casa insieme a una selezione di amici, si sono riversati (cito dal Fatto Quotidiano) “negli spazi urbani   non dello svago culturale, ma del consumo”. Sicchè, abbiamo letto, “il momento della libera uscita è stato riservato in modo così massivo dalla corsa agli acquisti, tanto da indurre questure e prefetture a disporre l’invio di “pattuglie interforze” per limitare gli assembramenti”.

Già avevamo dovuto subire le prediche dal pulpito di Palazzo Chigi del prevosto infervorato nel ricordare che il Natale deve essere di riflessione solitaria e di raccoglimento spirituale. Ci si sono messi anche i culialcaldo, che giustamente non devono aspettare la tredicesima per le scarpe dei ragazzini, i fedeli sostenitori di Amazon, dove cercano i prodotti equi e sostenibili un tempo scovati negli incantevoli mercatini, tra una sciata e l’altra, a guardare con la lente dell’entomologo gli insetti, gli schiavi, i posseduti del “Se non compriamo non siamo” .

Manca solo il corollario di rito, alla stregua del Cavaliere quando ghignava a proposito di aerei e ristoranti pieni: ma non erano tutti senza soldi? L’odio di classe sarà una brutta cosa, ma visto che si muove contro di noi, almeno facciamo che sia reciproco.


Costituzione, un malanno passeggero

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Povero Agamben retrocesso da venerabile maestro a vecchio pazzoide, per aver osato equiparare il dubbio filosofico alle certezze di Burioni e, peggio ancora, per aver sostenuto che la tutela di un solo diritto reso prioritario dall’emergenza non può che sottrarre salvaguardia e rispetto agli altri, a cominciare dalla libertà di pensiero, di espressione e di culto limitato agli atti di fede da rinnovare nei confronti del governo e delle autorità speciali manageriali e scientifiche.

A dare una mano al dileggio sprezzante per l’accademico un tempo incensato che irresponsabilmente non vuole arrendersi al lockdown volontario e meno che mai a quello obbligatorio malgrado il suo status di soggetto non profittevole e non redditizio, per età e non solo (ormai i filosofi utili sono quelli assunti dalle imprese un tanto al chilo pe favorire una razionale e efficace selezione del personale), ci ha pensato il Presidente della Corte Costituzionale prestato in via non eccezionale al cerchiobottismo.

Intervistato dal Corriere,  Mario Rosario Morelli nel ribadire che non esistono “diritti tiranni”, ha subito aggiunto però che “quando bisogna trovare un equilibrio tra il diritto alla salute, il diritto al lavoro e il diritto d’impresa (riferendosi al caso dell’Ilva. ndrnon ce n’è uno da tutelare in maniera integrale a discapito di altri, ma, in una situazione di conflitto, ciascuno può essere sacrificato, sia pure nella misura minima possibile, per consentire la tutela degli altri”. E quindi e senza dubbio bisogna compiere  “un piccolo sacrificio di tutti i valori in campo” perché “in una situazione di conflitto, ciascun diritto può essere ridotto, per consentire la tutela degli altri”.

Ora, potendo esibire le necessarie referenze: esco poco e solo per attività essenziali, indosso la mascherina pur ritenendola largamente inutile e nel mio caso addirittura dannosa per via di effetti collaterali, applico il distanziamento sanitario e anche quello sociale, e di buon grado onde evitare contatti molesti, mi sento autorizzata a chiedere al Presidente la congruità dell’operato del Presidente del Consiglio  con il dettato costituzionale che prevede  solamente la “deliberazione dello stato di guerra”  da parte delle Camere con il quale il Parlamento conferisce al Governo i poteri necessari ad affrontare possibili conflitti bellici (art.78).

E se non si sia configurato una scavalcamento degli organismi rappresentativi dichiarando lo stato di emergenza (anche grazie al ricorso a una narrazione epica e a un linguaggio militaresco)  in forza della Legge n. 225/1992 sulla Protezione Civile senza il coinvolgimento nella decisione del Parlamento, mentre l’articolo 77della Costituzione  ipotizza la possibilità in capo al Governo di adottare in “casi straordinari di necessità e urgenza”, provvedimenti purché provvisori   e in forma di decreti legge e non di Dpcm, al fine di  garantire  il dibattito parlamentare.  

Sospetto che per quanto riguarda l’abuso dell’istituto del Dpcm, la quinta carica dello Stato mi potrebbe rispondere come un qualsiasi militante di una qualsiasi formazione presente immeritatamente nell’arco costituzionale commentandomi su Fb, per ribadire che tutto risale a un passato remoto o prossimo che ne ha permesso il reiterato ricorso, che le colpe risalgono a altri governi, altri referendum tentato o vinti che ha imposto il primato di un atto amministrativo, fragilissimo e impugnabili davanti ad un Tar qualunque, con l’intento evidente di svincolare le decisioni dal controllo delle Camere, dei Presidenti della Repubblica e della Corte Costituzionale. E che ormai il danno è fatto e torna buono quando si tratta di gestire situazioni più rischiose e emergenziali della mafia, delle stragi nelle stazioni e nelle piazze, della criminalità a norma di legge che autorizza la corruzione come cultura d’impresa.

A conferma che alla legittimazione di questi strumenti sul piano normativo se ne accompagna una di carattere “morale” e guai a metterla in discussione se non si vuole passare per incoscienti trasgressivi fino all’accusa più infamante: negazionisti.

E infatti afferma Morelli, l’obbligo etico di obbedire a questi “comandi”, anche se dati in forma contraddittoria, criptica, confusa, anche se è arduo rilevarne l’efficacia, anche se hanno creato una sostanziale disuguaglianza (anche quello incostituzionale) tra i cittadini, alcuni obbligati con la paura e dietro minaccia a salvarsi in isolamento, alcuni invece obbligati per garantirsi la sopravvivenza a rischiare quel pericolo estremo che imponeva decisioni estreme, deve essere dettata dal senso di solidarietà dal quale “discende il dovere di evitare comportamenti egoistici e di perseguire sempre l’interesse comune, e ciò vale sia per le istituzioni che per ciascun cittadino”. 

A  proposito del necessario senso di responsabilità che dovrebbe accomunare autorità e gente comune forse anche voi ricorderete l’anatema lanciato contro le menti criminali che nei primi giorni di marzo avevano spifferato le intenzioni di governo di chiudere la Lombardia, invitando direttamente e indirettamente i terroni residenti al Nord e antropologicamente inadatti a esercitare qualsiasi forma di coesione sociale a prendere d’assalto i treni per far ritorno nei loro Rio Bo, sfuggendo a obblighi di mutua assistenza.

E che si sarebbero materializzati anche pagando l’affitto di stanze ammobiliate, nutrendosi e saldando bollette, in coincidenza con l’interruzione di un contratto di lavoro precario o anomalo, proprio mentre apprensivi genitori che ricevevano compassionevole partecipazione, mobilitavano buone conoscenze per ottenere blasonate certificazioni che permettessero il ritorno legittimo dei delfini dagli Erasmus oltre frontiera.

Ora, si sa che le crisi promuovono differenze e discriminazioni, ma allora siamo autorizzati a pensare che non sia casuale che il Presidente Conte abbia fatto le sue soffiate in forma di conferenze stampa e presentazione del nuovo Dpcm,  anticipandone i contenuti e facendo slittare la data dell’applicazione, in modo da mettere in scena il solito gioco delle parti, l’ormai irrinunciabile rimpallo con Regioni e Comuni.

Litigano ma poi si sa che trovano una non temporanea intesa grazie alla concorde criminalizzazione della marmaglia riottosa. Compresa quella che, dopo che per mesi la comunità scientifica ufficialmente riconosciuta ha indicato nel sole il “salvavita” alla pari con le mascherine del Fca e Immuni (oggi in disgrazia prevedibile tramite trasmissione Rai, ovviamente in odor di negazionismo), è andata al parco o sul lungomare in attesa del temuto trascolorare da arancione a rosso, somministrato in caute dosi omeopatiche secondo criteri a dir poco arbitrari e discrezionali che confermano la vera natura delle baruffe tra gli attori in campo, con le regioni che danno i numeri dello stato della sanità, dei trasporti, della scuola e il governo che fa finta di crederci, salvo poi rimangiarsi la fiducia a seconda degli umori dei partner della difficile governabilità.

E a noi resta il dubbio di come mai la Campania da  modello di assistenza pubblica grazie all’opera instancabile del fumantino ras sia stata retrocessa a inumano lazzaretto, come anche le perplessità sui poteri e le competenze degli enti regionali, come mai il presidente Emiliano invece ci decidere, sollecita i  genitori a tenersi a casa la prole, sulla lunghezza d’onda della giurisprudenza come la interpreta Conte che indora la pillola “raccomandando”, se incarni quel senso di responsabilità invocata dall’alto verso il  basso l’invocazione a sanificare periodicamente le case, indicate come i focolai dove si annida il virus bastardo (cito Zingaretti) e che fa malignamente immaginare un nuovo brand dopo le mascherine il Welfare privato nel Lazio.

Ci resta invece la certezza di essere davanti a delle sfrontate facce di tolla guardando la pubblicità “progresso” della Lombardia che già da titolo istilla l’amletico dubbio,  “The covid dilemma” esibendo un giovanottone in felpa cui viene esposta la scelta “Evitare i luoghi affollati” o “affollare le terapie intensive?”, e sotto:  “La scelta è tua”.  Con versione al femminile di ragazza perplessa tra “senso di responsabilità o senso di colpa?” , prima dell’icastico monito: “la scelta è tua“.

A significare che la responsabilità della propria salvezza dopo anni di demolizione della sanità, della ricerca e della formazione del personale sanitario, dopo mesi di scelte terapeutiche sbagliate, di informazioni contraddittorie, di dati manipolati, di anziani conferiti in probabili focolai, di lavoratori esposti in mezzi pubblici e luoghi di lavoro insalubri, è sempre e solo nelle mani della gente.

Quella stessa gente che oggi è colpevolizzata perché dopo nove mesi di minacce millenaristiche, di allarmi apocalittici, di culto della paura, di dominio della profilassi su ogni altro bisogno, aspirazione, necessità, affetto, adesso al primo sternuto corre al pronto soccorso, “intasando le strutture” come denunciano ormai virologi e infettivologi affetti da un evidente marasma e che, per risparmiare chi non è intervenuto per rafforzare la medicina di base, primo avamposto per la prevenzione e la diagnosi, puntano il dito contro questo popolino già riottoso, scapestrato, disobbediente  e per giunta cacasotto e ipocondriaco.


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