Archivi tag: emergenza

A mezzanotte va la ronda sanitaria

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A mezzanotte va /La ronda del piacere /E nell’oscurità /Ognuno vuol godere. Son baci di passion,/L’amor non sa tacere/è questa la canzon di mille capinere.

Faceva così una canzone de 1928 che si racconta facesse parte del repertorio del decano del giornalismo, Eugenio Scalfari, quando improvvisava coretti, accompagnandosi al piano, insieme a una scrematura di mirabili penne nostalgiche delle “quindicine “ delle “case” di Via degli Zingari dove babbi solerti li accompagnavano nei riti di iniziazione sessuale,

Presto accontentati quelli che rimpiangono lucciole, capinere, bandoleri e ronde. Perché dovrà pur esserci qualcuno che controlla che genitori  sconsiderati non organizzino feste di compleanno dei figli giovinetti come una volta, arrotolando i tappeti per far posto alle danze dopo il “tanti auguri a te”.

Si dovrà pur individuare un’autorità che contrasti l’iniziativa scriteriata di figli e nipoti che  vogliono celebrare il genetliaco dell’ottuagenario con pranzo e torta, allo scopo di applicare le raccomandazioni di occhiuti virologi che consigliano per gli anziani a rischio un romitaggio a tempo indeterminato. Qualora non siano veneziani, però, che sappiamo che là gli affetti da Covid sono scrupolosamente ricoverati nel padiglione Jona dell’Ospedale civile cittadino, quello cioè che ospita geriatria.

E non potremo certo accusare di scarsa lungimiranza l’Esecutivo che ha mantenuto la stretta sui comportamenti violenti meritevoli di Daspo, poiché con tutta evidenza deve essere ormai assimilata a quella tipologia di reati la promozione di assembramenti sia pure domestici, che oltre a essere temerari e imprudenti hanno anche la valenza simbolica della ribellione, della disubbidienza, forse dell’insurrezionalismo, quanto manifestare contro le Grandi opere che rappresentano la nuova frontiera della ricostruzione dopo la guerra al Covid non ancora vinta. 

C’è da ipotizzare un aggravio di lavoro per polizie municipali, Ps e carabinieri e pure per l’esercito, così spesso invocato da sindaci e vertici regionali  affinché incrementi la sua vigilanza nel contrasto alla mafia con l’operazione Strade sicure  in qualità di “ronde” volte a garantire Stabili Sicuri e Scala A sanificata.

E per restare nella memorialistica, dopo gli informatori impegnati a “smascherare”, il paradosso è d’obbligo, chi non indossa il bavaglio e la museruola anche a Villa Borghese, dovrà pur venir ufficializzata la figura dello spione di condominio, trasformando da noto rompiballe in virtuoso custode della salute e del principio di precauzione, l’ex colonnello del terzo piano, che telefonava ai vigili per via del volume troppo alto della nostra Tv.

Non va più bene invece la strofetta del “Tango delle Capinere” che menziona i baci di passion.

Mi segnala un’amica, infatti, che una diligente sessuologa prescrive il “sesso sicuro ai tempi del colera” dettando tempi di durata del congiungimento, in verità superiori a quelli tante volte denunciati da connazionali insoddisfatte delle prestazioni del maschio italiano,  estendendo il principio di “profilassi” all’uso della mascherina, in forma di deterrente per  gli azzardati baci, siano alla francese, a farfalla, a stampo, mentre permette carezze e le famose coccole che da Erica Yong a Cosmopolitan hanno popolato l’immaginario di ogni donna moderna. Comunque possiamo stare sereni: il divieto di assembramento, anche in forma orizzontale, ci risparmia dall’appalto alla Fca di simpatiche barriere in plexiglas per orge e ammucchiate.

Dovrebbe apparire chiaro ormai che il proposito esplicito di chi ci governa, quale che sia la natura e la gravità del virus che tiene sotto scacco il buonsenso,  è quello di attribuire ogni responsabilità e addossare ogni colpa al “pubblico”.

Così se le cose migliorano è merito del governo, se invece vanno male la colpa è dei cittadini, si tratti di dirigenti scolastici, insegnanti, genitori, bidelli, si tratti di esercenti di bar, ristoranti, palestre, si tratti di commercianti, albergatori, tutti ugualmente bersagliati da notizia e comandi contraddittori, imprecisi e criptici,  tutti destinatari in prima battuta di elogi per la composta “resilienza” e  per l’adeguamento scrupoloso alle direttive, poi sottoposti a anatema oltre che multe e stigma morale, per  vacanze arrischiate, insensate gite fuori porta, insidiose escursioni sulle Dolomiti, azzardate scampagnate in Sabina, grazie a una quotidiana gogna alla quale non sono stati sottoposti ministri al ristorante, leader in campagna elettorale, parlamentari in gommone con gli amici, prestigiose baciatrici immortalate da Dagospia.

Ma forse il successo di questa comunicazione, istituzionale e dei media, non è più assicurato. Si cominciano a vedere i primi tentennamenti anche nei precursori di un necessario nuovo lockdown, probabilmente folgorati dalla notizia passata sottotraccia che potrebbe esserci una decurtazione nella busta paga dei dipendenti della Pa che si erano convertiti volontariamente o coattamente al “lavoro agile”. 

E si cominciano a vedere i primi bagliori di intelligenza tra i prescelti per essere i salvati, quelli che, dopo la lunga pena alternativa sul sofà e le meritate ferie, per una qualche ragione sono stati costretti a assieparsi in un bus o nella Metro di Roma o Milano, come avevano dovuto fare i candidati al contagio, i sommersi, la serie B della cittadinanza,  e che hanno avuto la rivelazione che tutto era rimasto come prima della “pandemia”.

E hanno scoperto così i pendolari stipati come bestiame, per recarsi al lavoro in supermercati, uffici, fabbriche dove i criteri e i requisiti temporanei  di sicurezza sono stati limitati a un minimo sindacale – è il caso di dirlo, visto che  sindacati e governi si sono prestati a sottoscrivere un patto infame con gli industriali – per  esonerare i datori di lavoro dalle responsabilità e gli oneri relativi unicamente all’esposizione al contagio da Covid.  

Di quei milioni di lavoratori addetti alle attività essenziali, che hanno lavorato, viaggiato, fatto la spesa, e poi a casa hanno fatto lezione ai ragazzini, badato i nonni, quelli che non erano stati conferiti in apposite strutture, non sappiamo nulla, non vengono menzionati sotto forma di campioni o dati nelle statistiche ufficiali dei malati e dei morti.

Di quelli che hanno l’onore della cronaca sappiamo invece che sono guariti tutti miracolosamente anche se hanno sopportato la visione e perfino l’audio del dolore altrui, il che potrebbe alimentare i sospetti degli eretici e dei malfidati o  più semplicemente di chi sta perdendo il lavoro, di chi ha tirato giù le serrande degli esercizi e dei negozi, di chi ha già avuto il preavviso del licenziamento ma non ha avuto ancora tutta la cassa integrazione.

Il Presidente francese ha parlato al popolo: «È vero, stiamo comprimendo la vostra libertà in aspetti molto importanti della vostra vita, ma siamo costretti a farlo per tutelare la vostra salute». Qui nessuno l’ha ammesso così esplicitamente, limitandosi a dire che tutte le misure in atto sono a garanzia di quello che è diventato il diritto primario e esclusivo, la salute, costringendoci alla responsabile e doverosa rinuncia o restrizione degli altri per un tempo imprecisato: lavoro, istruzione, relazioni sociali.

Comincia a mostrare la corda l’accusa a chi ha sollevato dubbi sulla gestione dell’emergenza, pur senza mettere in dubbio che una patologia più o meno grave circolasse, accusato artatamente di fare della mascherina una “questione di libertà”  costringendolo all’arruolamento forzato nelle file di Pappalardo, Montesano o Salvini/Meloni, peraltro compagni di referendum, di approvazione dei decreti sicurezza in qualità di potenti alleati.

E forse si comincia a far strada anche nei più renitenti toccati, nel potere di acquisto, in qualità di confusi genitori, di partite Iva cui lo smartworking ha rivelato i suoi inganni il sospetto che questa non è una “crisi sanitaria temporanea” da governare con necessarie misure speciali, commissariamenti, autoritarismo, che comunque non sarebbe una novità tantomeno provvisoria, se pensiamo a quante donne è ostacolato il diritto sancito dalla legge di interrompere una gravidanza, se pensiamo che la privatizzazione della “salute” seleziona in base al reddito chi può curarsi, se pensiamo che è proibito scegliere di lasciare volontariamente un’esistenza che ha perso dignità.  

Qualcuno si sta svegliando, qualcuno si accorge che questa non è una “emergenza sanitaria”, ma la conseguenza forse irreparabile di una crisi che si è rivelata in tutti i suoi risvolti: sanità malata, aria inquinata, poveri più poveri quindi più esposti a malattie, lavoratori mobili e ricattati quindi più permeabili ai ricatti, famiglie sempre più depauperate quindi più esposte alla precarietà.

E che questa non è una tirannide e annessa repressione “sanitaria”, nata in provetta e sceneggiata a tavolino, per sottoporre a controllo oltre ai cervelli anestetizzati prima dai consumi, poi dalla perdita di beni, anche i corpi, come se non bastassero le nuove schiavitù in aggiunta alle antiche,  ma il consolidamento di un disegno che ha convertito un virus nella mina che ha fatto deflagrare disuguaglianze, relazioni perverse tra poteri e collettività, devastazione di territori, veleni ormai incontrastabili, dominio del profitto.   


Biospie

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una convinzione stupida e pericolosa che viene sfoderata, come un’arma rivolta contro se stessi, la  ragione e le libertà, ogni volta che vogliono metterci un bavaglio, e che si esprime con un suo mantra che si ripete sempre uguale: tanto siamo tutti controllati, tracciati, analizzati, quindi che differenza fa?  mi scarico Immuni, mi compiaccio che al mio 65esimo compleanno la ditta di articoli sanitari con gli auguri mi invii l’offerta di pannoloni per adulti, e che, finita la  relazione decennale, Meetic mi mandi via mail l’offerta per un’iscrizione gratuita.  

Non avremmo dovuto e non dovremmo permetterlo:   è così che i detentori della sorveglianza sanno tutto di noi, mentre noi non sappiamo nulla di loro, che possiedono la proprietà dei nostri consumi, dei nostri desideri e delle nostre inclinazioni.

E ci guadagnano perché all’ordine economico e finanziario mondiale è stato consentito di sfruttare ogni nostro comportamento e ogni nostra azione sotto forma di “dati”, per sostenere così le nuove forme di controllo e ordine sociale che vanno sotto il nome di ordoliberismo, quando cioè il mercato, le multinazionali, le banche e i  loro interessi sono ai posti di comando e lo Stato, che ha perso gran parte della sua sovranità, si incarica di  creare le condizioni   per le quali il loro dominio si possa esprimere senza ostacoli.

Così è vero che siamo tutti sotto osservazione da quando questo è diventato il brand di Google – e poi di Microsoft, Apple, Facebook e le grandi imprese del digitale –  che grazie all’occupazione delle esistenze dei naviganti e perfino del loro immaginario si è arricchito vendendo queste informazioni in modo da declinare la sua “proposta su misura” per ogni singolo utente, riuscendo a controllare le sue azioni e prevedendo i suoi comportamenti e le sue scelte sulla base di quelle già fatte, e facendoci diventare strumenti e merci del business di altri. Semmai la novità consiste della legittimazione che diamo e nella legalizzazione di questi fenomeni che facevano già parte della nostra vita che abbiamo accettato, introiettato come incontrastabili.

 Di questi tempi poi, si sono avverate le profezie di chi prevedeva che un accadimento eccezionale avrebbe convinto di buon grado stati e governi della necessità di adottare norme e pratiche  per regolare la vita biologica degli individui nelle sue diverse fasi e nei suoi molteplici ambiti (sessualità, salute, cure, riproduzione, morte, relazioni affettive e sociali).

In forma volontaria o assecondata, sotto la minaccia di sanzioni o per una moral suasion che richiamava a alte responsabilità nei confronti della tutela nostra e degli altri,  abbiamo approvato, o acconsentito,  e applicato misure di distanza fisica, di limitazione sociale, delle quali si è dichiarata la obbligatorietà per il rispetto di un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione, che per l’eccezionalità del momento, diventava unico e primario, imponendo la rinuncia a altri a cominciare da quello all’istruzione, o alla privacy, alla cui abdicazione siamo stati “invitati” con ogni mezzo.

Per mesi ci è stato spiegato in ogni sede che si rendeva necessario che le forze dell’ordine civili o militari agissero per controllare, vigilare e reprimere le trasgressioni, per via di considerazioni di carattere antropologico: saremmo un popolo infantile che ha bisogno della carota ma soprattutto del bastone altrimenti ci diamo a comportamenti incivili e a manifestazioni sociopatiche. 

Per mesi la normalità dello stato di eccezione è consistita dallo spostamento ideologico e psicologico del concetto di “ordine pubblico” in “ordine sanitario”, attraverso una serie di regole confuse quanto rigide, contraddittorie quanto inflessibili, imposte da autorità di governo e tecniche che avevano scavalcato e aggirato tutti i paletti del processo decisionale parlamentare, con la promulgazione di provvedimenti d’urgenza e con una comunicazione che via via perdeva reputazione e credibilità scientifica e organizzativa, per l’accumularsi di informazioni incoerenti, dati,  comandi  e ricette contrastanti frutto dell’occupazione militare della scena politica da parte di sacerdoti delle discipline mediche, convertiti in opinionisti senza diritto di replica e verifica dell’efficacia, imponendo un quotidiano atto di fede rivolto ai bramini della virologia e ai satrapi della disciplina proverbialmente inesatta: la Statistica.

Il fatto è che l’opinione pubblica, quella che affiora e si afferma nel marasma di opinioni e credenze, è monopolio indiscusso di un ceto che è passato attraverso l’anomalia di questo periodo senza patire danni particolarmente pesanti, lo stesso che rivendica una superiorità culturale e sociale, quindi morale, e che ha prodotto i delatori dei comportamenti trasgressivi e che ora fanno da altoparlante della necessità di nuove restrizioni punitive di immigrati come di vacanzieri, perché comunque all’immunità e impunità confindustriale, alla sospensione di ogni critica e opposizione al governo, devono fare riscontro la colpevolizzazione e il castigo del popolo bue. Il che conferma il sospetto che nuove limitazioni, nuovi isolamenti di massa siano quasi desiderati da chi vuole estendere il controllo che accetta per sé in modo da delegare scelte difficili, da rimettere ad altri decisioni e responsabilità ad altri, esercitando una superiore vigilanza morale finalmente ancora una volta sul sofà, dopo  le brevi e dovute vacanze nella seconda casa, nella magione degli avi, nel relais scelto per l’osservanza della profilassi e dei principi di precauzione, negli anni passati mai richiesti come il lavaggio delle mani dopo la pipì.

Non hanno voce né ascolto i milioni di lavoratori delle attività essenziali che nel pieno della narrazione apocalittica sono stati “esposti” al rischio, quelli che costretti alle serrate oggi verificano che non c’è possibilità di ripristinare la quotidianità  già ardua del passato, quelli che nei mesi di domicilio coatto hanno speso i risparmi, quelli, e ce ne sono, che tentano di riaprire negozi, esercizi, e rimettere in funzione attività ancora in attesa degli aiuti, quelli che tengono giù la serranda contando sull’equivoco pudico che si tratti di chiusura per ferie.

E  intanto i predatori sono già pronti a acquisizioni a prezzo di saldo, di attività e garanzie, i manager del disastro si cimentano con nuovi asset,  dalle mascherine alla commercializzazione di mappe genetiche, dall’automazione nei luoghi di lavoro alla promozione del lavoro agile e della Dad, preliminari a una contrazione dei diritti e delle garanzie del lavoro, dai nuovi dispositivi di sorveglianza al comparto  della proprietà dei dati, e il governo invece fa ostensione di quelli di sempre: cantieri e turismo propedeutici alla trasformazione delle città in insediamenti del terziario, in centri direzionali per imprese globali e il territorio tutto in mega parco tematico, con i cittadini convertiti in inservienti, affittacamere e osti.

C’è da dire che l’accondiscendenza a tutte le forme concrete e virtuali di sorveglianza e controllo sociale durante l’emergenza e il suo prolungamento, è favorita, così come il consenso, l’obbedienza e l’autocensura nei confronti di processi decisionali dai quali i cittadini sono stati estromessi e con loro anche i loro rappresentanti, dal fatto che grazie alla propaganda di Dad, smartworking combinata con l’isolamento è stato favorito il solipsismo davanti al Pc,  l’offerta di dati e conoscenze erogate in forma apodittica e incontestabile, che si sono promossi l’emarginazione dalla democrazia  e il disorientamento. Quindi l’accettazione delle scelte e l’arrendevolezza a essere guardati, osservati, ispezionati.

Non consola che anche chi esercita il controllo, governo, apparato statale, sia a sua volta tenuto d’occhio dal potere economico che deve imporre i suoi modelli, i suoi padroni, i suoi strumenti: non a caso uno dei primi esiti della pandeconomia è l’incremento della “aziendalizzazione” del settore pubblico in attesa della totale privatizzazione: scuola, università, assistenza (e d’altra parte da anni abbiamo accettato perfino la definizione “azienda sanitaria”, con gli effetti che conosciamo).

E basta pensare ai condizionamenti obbligati per chi dovrebbe essere grato dell’elargizione di aiuti comunitari grazie a una paradossale partita di giro, subordinati al rispetto di comandi la cui esecuzione viene sottoposta a rigida vigilanza, a misure intimidatrici e repressive, a ricatti a norma di trattato, pena commissariamenti definitivi e retrocessione a “espressione geografica”.  


Finché la barca va

fotoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Avete visto che poi è andato tutto bene? Lo conferma la foto repentinamente evaporata della marchesina Maria Elena Boschi y Iosoio y Voinonsieteuncazzo, nella sua nuova versione sbarazzina – pare grazie a un amore fanciullesco con giovane attore sconosciuto che grazie a lei gode di inattesa notorietà alla pari con analoghe e criticatissime compagne di trastulli di  attempati notabili – immortalata, ridente e spensierata, in barca al largo di Ischia con altri gitanti tutti festosamente assiepati sulla tolda e privi della molesta mascherina.

In attesa che il presidente del consiglio sospenda l’obsoleto stato di emergenza, anche in vista della regolarizzazione e normalizzazione di quello debitorio, ci attendiamo venga ritirato l’anatema lanciato contro runner a Villa Ada, organizzatori di rave party, promotori di crapule e grigliate e scambisti.

E immaginiamo che sarà subito restituita la reputazione a compulsivi complottisti e irriducibili dietrologi che avevano messo in dubbio la pressione mortale del virus, o, peggio, che avevano sospettato che l’allarme fosse un espediente non certo nuovo nella storia per costringere la popolazione infantile e ignorante a affidarsi ai competenti e ai decisori, a sottoporsi a restrizioni delle libertà, solo apparentemente provvisorie, in cambio della sopravvivenza,  qualora fosse garantita l’appartenenza alla schiera dei meritevoli non addetti alle attività essenziali.

Come si è sempre verificato nel tempo, l’incauta forosetta non ha resistito, proprio come i trasgressori del distanziamento negli stabilimenti di Ostia, o gli aperitivisti sui Navigli, o i ragazzi della movida, a godersi la ritrovata libertà.

E d’altra parte se il venir meno a certi requisiti di sicurezza è concesso a conviventi e coppie stabili e regolari, potrà bene essere permesso a quelli che in anni lontani si chiamavano tra loro compagni di partito, uniti della stesse aspettative e dalla testimonianza di operare uniti in nome degli umili, degli sfruttati e che adesso come nella vecchia Dc di Fanfani, Gaspari e Rumor  (ormai rimpianti in qualità di statisti) si dichiarano “amici” –  e infatti l’immagine domenicale dell’allegra brigata recava la didascalia “Che bella cosa l’amicizia!” – se e a tenerli insieme sono proprio interessi comuni, comuni ambizioni ed esperienze condivise, compresa quella di stravolgere la costituzione per rafforzare il potere della loro cricca una volta insediatasi e di rappresentare volontà e bisogni di prestigiosi referenti, magari proprietari di yatch sui quali si augurano di essere invitati al posto di certe avvilenti tinozze. Più amici di così!

E ci credo che  se la ride beata e rilassata, la squinzia spudorata.  Pensa che soddisfazione averci presi ancora una volta per i fondelli, anche grazie a quella simpatica consuetudine cara agli insider di tutte le razze a di tutti i contesti, di assecondare chi sta ai comandi, con dei distinguo che assolvano a un ruolo ricattatorio e intimidatorio, plasticamente ritratti nell’icona conservata da un sito birichino:  appoggio le tue misure repressive che corrispondono alla mia indole di zarina, ma come una zarina so che, essendo destinate a mugic e straccioni, come le brioche senza pane, senza lavoro e senzatetto del Recovery Found o le briciole della Bellanova agli osti, sono legittimata a fare come mi pare, mi compete e merito.

Che poi mica volevate che stesse a lavorare alla Camera, la cui alacre attività si svolge sfocata sullo sfondo del dinamismo delle task force che l’hanno esautorata, mica avrete pensato che in qualità di esponente di un partito presente nella compagine governativa si stesse spendendo per dare forma a un programma di spesa delle risorse generosamente offerte dall’Ue.

Quando pare che sia tutto fatto come racconta esultante la stampa ufficiale, grazie all’operoso impegno degli Stati Generali che ha prodotto una strategia in nove punti e 137 progetti, già esibita come “canovaccio” a frugali e benigni interlocutori comunitari, tra piano choc per infrastrutture e cantieri per un’Italia interconnessa e connessa grazie alla digitalizzazione, sburocratizzazione e semplificazione,  a beneficio della libera iniziativa premiata anche con provvidenze speciali per le imprese, insomma un libriccino dei sogni che alla Programmazione e al Club di Roma dei favolosi anni ‘70  “je spiccia casa”, tanto che pare scritto nelle anticamere della Leopolda.

E ci credo che se la ride, la briosa sfrontata ultima interprete della fortunata formula “siamo tutti sulla stessa barca” insieme a Sacconi, Ichino, Thyssen Krupp, Riva.

E infatti,  o il pericolo è passato, o se c’è stato davvero e in quelle dimensioni, dimostra che anche il Covid, per chi lo sa usare,  lavora al servizio  della lotta di classe alla rovescia dei ricchi e privilegiati contro i poveri e sfruttati, mietendo vittime solo tra i dannati della terra, vecchi, malati, vulnerabili e vulnerati dalla miseria, dalla solitudine, dalla trascuratezza di sé che comporta vivere ai margini del benessere sempre più esclusivo che obbliga alla rinuncia prima del superfluo e poi, via via, del necessario.

 

 


A cuccia…

70651_18891_cuccia-per-dueAnna Lombroso per il Simplicissimus

È perfino banale osservare che c’è una guerra fuori moda, sgradita ai più che proprio non vogliono esserci messi in mezzo, nemmeno quando sono vittime civili e le loro tragedie sono identificabili come effetti collaterali.

E’ quella che dovremmo muovere a un sistema economico-finanziario che sarebbe giusto chiamare col suo nome “totalitarismo”, anche se non è stato preso in considerazione dell’europarlamento, troppo occupato a mettere all’indice il comunismo e perfino  con la damnatio memoriae, il ricordo  dei martiri dell’antifascismo, rei di quella “appartenenza” ideale.

Così la critica al capitalismo è stata confinata nelle anguste geografie degli “specialisti” a ranghi sempre più ridotti o è caduta nelle mani di avventizi che la riducono a critica del marxismo in modo da non fare mai i conti col presente e meno che mai col futuro, scenari per esercitazioni sociologiche e letterarie, se pensiamo al successo del Moccia della filosofia, Fusaro.

Peggio ancora se a pensarci e parlarne sono gli “economisti”, che infatti hanno contribuito a darne una lettura circoscritta alla dimensione dei rapporti di produzione e di mercato, sottovalutando non casualmente quegli aspetti non strettamente legati al profitto e all’accumulazione   che invece hanno investito e condizionato tutti i rapporti di potere, lo stato e le istituzioni, l’espropriazione colonialista e imperialista dell’ambiente e delle risorse, la “riproduzione sociale” che non remunera il lavoro,  tutti aspetti di un ordine sociale  che via via ha perso la forma di un ordine naturale, incontrovertibile e inestirpabile.

Tanto che  ormai pare ineluttabile consegnarsi fatalmente al sistema e alla sua ideologia, non riuscendo a immaginare un’alternativa praticabile da quando è tramontata l’ipotesi di una rivoluzione contro il capitale, come Gramsci chiamava quella russa, che richiederebbe nuove forme di emancipazione.

Ormai pensiero, creatività politica, sono stati egemonizzati dalla sua ultima corrente, il neo liberismo, che ha dato alle élite “intellettuali” che occupano con la loro pretesa di superiorità culturale e morale lo spazio pubblico dell’informazione  della costruzione dell’opinione, una tana relativamente protetta e ancora sicura, con discreti privilegi e forme di tutela, che conducono alla rinuncia e addirittura alla derisione o alla condanna di qualsiasi critica e opposizione al governo della cosa pubblica, ma anche della vita delle persone, delle loro scelte e inclinazioni individuali, retrocessi a esercizi visionari irrealistici e impraticabili.

Ci si è messa anche l’emergenza sanitaria – che non sarà nata come complotto ma che assume i contorni cospirativi di uno stato di eccezione destinato a prolungarsi – a stigmatizzare ogni forma di ricusazione di scelte imposte, contraddittorie e immotivate se non dall’esigenza di creare una condizione favorevole alla sospensione della democrazia, grazie ai poteri speciali attribuiti al governo tra cui quello di adottare Dpcm che non hanno bisogno dell’approvazione delle Camere.

Basta guardare all’anatema lanciato contro chi si interroga su qualità e portata della proroga delle misure di sicurezza. Ormai ostracismo e condanna non riguardano più soltanto i comportamenti  “irresponsabili”, che hanno fatto arruolare chi osava contestare l’efficacia di misure e proibizioni -anche se si era sempre lavato le mani e osservato criteri elementari di profilassi anche in latitanza di influenze e non mangiava le cozze crude né tanto meno topi vivi – nelle file degli scambisti trasgressivi, degli organizzatori di rave party e di crapule.

Diventato impossibile contestare le scelte anche le più irragionevoli e suicide, è quindi doveroso accettare tutto il pacchetto: mascherina, guanti forse si forse no, distanziamento, rilancio dello smart working (l’industria chimica e quella farmaceutica fanno da apripista per regolare il lavoro da casa, sottoscrivendo  il 9 luglio un accordo programmatico in materia con i sindacati) e della didattica a distanza, vista l’impossibilità di applicare il principio costituzionale del diritto all’istruzione, ricorso a forme di rapporto di lavoro atipico indispensabili a riavviare lo sviluppo,  regolarizzazioni fasulle a spese degli immigrati cui si potrebbero aggiungere i percettori di redditi e aiuti.

E poi,   il part time per le donne che permette la dolce espulsione dal posto occupato,  in modo da combinare  cura, assistenza, aiuto pedagogico e cottimo, senza contare i debiti per il risarcimento del Mes e dei generosi aiuti europei in cambio di riforme,  a pesare sulle spalle dei cittadini che – lo dice la Banca d’Italia –    arrivavano già a marzo  alla fine del mese con difficoltà per una contrazione del reddito generalizzata e che per il 36% ammonta alla metà. E poi, ancora, indebitamenti per proseguire nel disegno insensato per la realizzazione di Grandi Opere e infrastrutture, mentre non si prevedono gli investimenti decantati per la sanità, l’istruzione, nemmeno per le tecnologie che dovrebbero sostenere la rivoluzione digitale.

Pare proprio necessario scontare la salvezza con il crollo della domanda determinata dal lockdown, cui si reagisce con politiche finanziarie che comporteranno a loro volta impoverimenti, anche per quelle fasce di popolazione che non sono state pesantemente colpite, dipendenti pubblici e pensionati che si vedranno ristrutturare la pensione e le remunerazioni o sui cui conti correnti inciderà una tassazione straordinaria.

A esigere a gran voce obbedienza, senza contestazione o dubbi, diventata una virtù civica, sono quelli che, a leggere le loro esternazioni sui social e esibiti come testimonial della cittadinanza responsabile dalla stampa, rivendicano il loro sacrificio, lo “ io resto a casa” per tre mesi e più, i resilienti, ma qualcuno si sente resistente,  dalla trincea del divano, del pc aperto su Fb,  della poltrona davanti a Netflix, dello smartphone con l’app  Immuni, distribuita non dal Governo che l’ha finanziata, ma dagli gli store di Apple e Google, generosamente e giudiziosamente pronti a perpetuare la Fase 2, come è diventato inderogabile da quando si sarebbe resa necessaria  una compressione delle libertà, che non sarà un colpo di Stato, ma che ha prodotto una obiettiva limitazione delle prerogative  e garanzie, senza violare apertamente la Costituzione ma attribuendo una scala di valori e una gerarchia ai diritti per mettere al primo posto la sopravvivenza.

Invece non hanno avuto né hanno voce  gli altri milioni che dall’inizio del Lockdown sono stati destinati ad altro sacrificio, esposti doverosamente al contagio, senza dispositivi di sicurezza, graziosamente previsti nei limiti di accordi volontari e dunque arbitrari e discrezionali dalle rappresentanze padronali, negli uffici, nelle fabbriche, nei supermercati, raggiunti con mezzi di trasporto affollati, che non hanno suscitato le reprimende rivolte agli aerei che in questi giorni permettono a quelli di serie A di raggiungere mete gratificanti nelle quali riposarsi con mascherina e distanziamento dopo l’estenuante isolamento.

C’è da temere che non sia lontano il momento nel quale di fronte alla loro ribellione, in vista della indispensabile punizione di chi contesta le verità dell’establishment, governo, comunità scientifica, stampa ufficiale, si materializzeranno più concretamente forme di censura e repressione, già ipotizzate: chiusura di sociale, task force di sorveglianza severa sulla “controinformazione”, la mobilitazione contro le bufale e il complottismo a cura di chi si è insignito di una superiorità, sociale, culturale e morale, che di solito finisce per sfociare nella desiderabile eventualità di circoscrivere il suffragio universale, in modo da selezionare i meritevoli con diploma, patentino di progressismo antipopulista e antisovranista, muniti di piccola rendita, o posto fisso, o startup finanziata dagli amici di famiglia, esito del tampone e dichiarazione di intenti in favore di ogni tipo di vaccinazione contro le influenze.

Influenze, si, intese come patologie, che i condizionamenti che vengono dall’alto sono invece raccomandati, come l’isolamento che favorisce la fine della coesione e della solidarietà.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: