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Emergenza, comincia il Magna-Magna olimpico

oliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ci crederete, ma le Olimpiadi del 2026 sono già diventate un’emergenza che ha bisogno di procedure accelerate, di figure commissariali che accentrino provvidenzialmente le competenze, di leggi speciali e misure eccezionali, di uno status giuridico ( il sindaco di Milano lo identifica in una fondazione, nome che dovrebbe rispecchiare la qualità “morale e sociale dell’iniziativa) che garantisca fulminee scelte senza i maledetti lacci e laccioli della burocrazia e dei molesti organismi di vigilanza e controllo. Ma hanno soprattutto gran necessità di quattrini e di un super manager che combini dinamismo, buone relazioni con istituzioni e decisori, esperienze di comunicazione, marketing e commerciali anche maturate in paesi stranieri, cui aggiungere spregiudicatezza e  lussureggiante pelo sullo stomaco.

Per queste esigenze prioritarie possiamo stare tranquilli: apprendiamo dalle agenzie che il governo proprio ieri  ha assicurato per sostenere e “finanziare” i giochi, per emanare rapidamente la doverosa Legge e per decidere sui nomi  per mister Olimpiade.

A garantire un solenne fallimento del grande evento in linea con il fiaschi delle Olimpiadi tenutasi in questi anni, o con quello dell’Expo che viene continuamente portato come caso di successo e esperienza ripetibile, ci si sarebbe aspettati che venisse tolto dalla naftalina Montezemolo. Per assicurare invece l’appoggio di governo e opposizione toscana si poteva suggerire Lotti, nel caso non fosse già impegnato per i giochi a Firenze come vorrebbe Nardella che rivendica  l’ampliamento dell’aeroporto come un atto improrogabile per una valorizzazione dell’oscuro borgo del Giglio anche in vista di prestigiose candidature, magari in tandem con Bologna in modo da non inimicarsi la ministra De Micheli.

Ma possiamo stare sereni, il fiasco è assicurato e non solo per la natura dei giochi che ormai sono schifati da Paesi civili (ricordiamo i no di Oslo, Amburgo Denver) e in condizioni economiche migliori delle nostre, convinti dalle esperienze del passato che si tratta di investimenti a perdere, che comportano danni pesantissimi per i bilanci statali e per le amministrazione delle località interessate, per l’ambiente e per l’assetto sociale se si pensa al trasferimento coatto di residenti soprattutto nel caso come a Rio ma perfino a Londra che si tratti di cittadini di serie B e C la cui permanenza costituisce un danno per il decoro e la reputazione.

E non sono bastate le trastole, i trucchi e i giochi delle tre carte  dei governi bari a nascondere le falle: quelle londinesi sono costate cinque volte la spesa preventivata e interi quartieri sono stati stravolti, malgrado alcuni atleti siano stati ospitati in baracche, il Brasile è stato destabilizzato da quei giochi maledetti che hanno cercato di nascondere sotto un indegno camouflage le tremende disuguaglianze delle favelas, coperte da grandi tabelloni come i sipari sulla tragedia, tanto che per  onorare i suoi impegni con gli organizzatori, lo stato di Rio de Janeiro taglia le spese per servizi e salari e ha dichiarato lo stato di “pubblica calamità”, come avviene in caso di terremoto o inondazioni. Anche quelle di Montreal  sono state un disastro economico per la città, che ci ha messo più di 30 anni per pagare i debiti e ancora soffre per gli impianti costruiti e mai più utilizzati, compreso lo Stadio Olimpico finito di pagare nel 2006 e tuttora senza padrone.Torino grazie a quelle invernali  è diventata la città più indebitata d’Italia, con una eredità di strutture costruite per l’occasione e costate decine di milioni di euro, molte in stato di abbandono. A Barcellona le Olimpiadi hanno segnato la data di inizio del processo di gentrificazione, che comincia con l’impennata degli affitti e si conclude con la sostituzione di classi medio-basse e basse con classi medio-alte e alte: il quartiere di Icaria venne raso al suolo per far spazio alla Vila Olimpica (Città Olimpica), un quartiere residenziale per ceti abbienti. E appartiene ormai alla letteratura   il caso di  Toronto, del 1976 quando i costi – inizialmente stimati in 250 milioni di dollari – lievitarono fino a ben oltre i due miliardi, quando nel maggio del 1976 il governo locale introdusse una tassa speciale sui tabacchi per ripagare i debiti, che vennero saldati solo alla fine del 2006.

La lezione della storia fa intendere che gli interessi in gioco siano così appetitosi da far affrontare e sopportare il flop certo  a tre celebrati ex, selezionati da stimate società di cacciatori di teste e che vantano tutti e tre dei curricula di altisonanti insuccessi, per il posto prestigioso di manager: l’ex amministratore delegato di Sky Italia; l’ex di Rinascente e Grandi Stazioni  che ora si occupa dello sviluppo “commerciale” di Fs, inteso come Tav immagino, anche se una nevicata a gennaio ferma i treni e lascia i viaggiatori all’addiaccio come sul Don; e l’ex ad del colosso telefonico “3”. Tanto a metterci i soldi, come assicura il governo, ci pensiamo noi, perché si può star certi  che i grandi Magna-Magna, i Grandi Eventi e i Bal Excelsior portano Grandi Debiti: l’impegno dei privati, il project financing, le cordate di generosi investitori per i quali varrebbe l’insegnamento di De Coubertain “l’importante è partecipare” anche senza profitti, fanno parte del mantra dei sacerdoti del cemento sempre sulla giostra della Tav, del Mose, dei valichi e dei ponti; così come le progressive fortune dell’occupazione indotta rientrano tra le fake news della triplice che festeggia il Primo Maggio con Confindustria, i fanatici dei lavori precari, del volontariato formativo, del part time, delle mansioni manuali e a termine che finiscono quando si chiudono i cantieri in bolletta, adesso molto propagandati per assimilare i serbatoi di merce-lavoro straniera; o come l’ecologia dei “giardinieri”, per fornire infrastrutture alle città, abbandonate prima di essere realizzate, convertite in pochi mesi in archeologia industriale,  o per piantare alberelli smunti e esili in forma di compensazione  a far compagnia all’albero della vita dell’Expo, secondo la narrazione di Legambiente che d’altra parte ha condiviso e garantito con marchio della green economy. gli oltraggi perpetrati per legge dal regime renziano Sviluppo Italia, semplificazione, Salvaitalia.

E cosa volete aspettarvi da due città e da due sindaci che avranno anche sullo scrittoio l’immaginetta di Greta ma che razzolano male, vantando, tanto per fare un esempio il primato cittadino e regionale di consumo dissipato di suolo: Milano che sta cantierizzando  progetti che coinvolgono oltre 3 milioni di metri quadrati, dall’ Area Expo (1,1 milioni di metri quadrati), agli Scali ferroviari (1,2 milioni di metri quadrati),da  Bovisa Gasometro (850 mila metri quadrati), alle Aree Falk e Città della Salute (1,4 milioni di metri quadrati), da Città Studi  a Citylife, da Fiera Milano City, alla Piazza d’Armi e a  Milano Santa Giulia a Rogoredo,  mentre i residenti vengono espulsi verso l’hinterland per appagare gli appetiti dei protagonisti della bolla immobiliare; Cortina dove varianti creative ai piani e alle leggi regionali   hanno fatto della Perla delle Dolomiti uno dei posti più variamente e oltraggiosamente cementificati e oggetto di speculazione intensiva. Dove i cittadini si erano pronunciati per l’anschluss al Trentino Alto Adige, ma adesso ci ripensano in vista della beata autonomia dei ricchi, viziati ed evasori secessionisti del Veneto.

E che dire di un altro indotto, quello della  corruzione che in questi casi diventa autorizzata perché riesce nella doppia operazione di servirsi di leggi speciali, di corromperle e di essere concessa per legge: da questo punto di vista sarebbe giusto delegare tutte le competenze a uno dei maggiori esperti del settore, il sindaco di Milano ed ex commissario dell’Expo, che ha riempito tutte le caselle come dimostra la sentenza con cui il Tribunale lo ha condannato a sei mesi convertiti in multa per il reato di falso materiale e ideologico, convertendolo in vittima del dovere per aver  sottoscritto  due verbali “consapevole delle illecite retrodatazioni” ma con “l’obiettivo (…) di evitare che la questione della paventata incompatibilità dei due” componenti della commissione di gara per la Piastra potesse comportare il “rischio di ulteriori ritardi nell’espletamento della procedura” e quindi dell’apertura di Expo.  Chissà da adesso in poi quante firme pazze verranno abbonate  agli unici pupazzi di neve capaci di far sciogliere  i nostri soldi.


l’Aquila, dieci anni di solitudine

l'aq Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi rasentasse la città dell’Aquila a 10 anni dal sisma potrebbe a prima vista trarre una confortante impressione di alacre operosità: cantieri, gru, impalcature ancora appoggiate agli stabili che sono sorti a ridosso dei raccordi autostradali e più sotto altre costruzioni nuove e attrezzature e bulldozer che spianano rovine di quella che era una antica città. La stessa impressione chi si può ricavare dalla consultazione del documento di sintesi in premessa al nuovo piano regolatore della città, un testo incoraggiante, dinamico e propulsivo redatto secondo i sacri crismi dell’Ocse e scritto in quell’esperanto universale    imposto dall’impero che disegna l’Aquila del domani, con il centro storico che torna a essere il cuore sociale della smart city, grazie all’incoraggiamento dato all’accountability e allo sviluppo di un brand urbano e dell’intero Abruzzo che liberi il potenziale di risorse umane e naturali e incrementi la sua attrattività. Come Pompei, come Santorini, come le mete del turismo post catastrofico e magari post-atomico?

Intanto però l’Aquila di oggi in attesa del nuovo Piano regolatore risorge seguendo le linee direttrici del Prg   adottato nel 1975 e approvato nel 1979 (30 anni prima del sisma) in quella bolla che sospende regole e programmazione grazie alla prosecuzione seppure non dichiarata dell’emergenza, che permette il ricorso a strumenti e norme eccezionali e straordinari, secondo leggi e soprattutto licenze speciali stabilite da sponsor e benefattori nazionali e esteri, speculatori e appaltatori, istituti finanziari e imprese, sempre gli stessi raggruppati in cordate, imprese, controllate, partecipate, banche d’affari e d’investimento lungo  quel filo che unisce l’alta velocità e le casette del Cavaliere, le opere irrinunciabili ereditate dal governo vigente che non sa dire di no e i piani casa, i condoni travestiti da misure di necessità, leggi obiettivo e Salva Italia che hanno trasformato il paese in un immenso campo di scorribanda per predatori mossi dal puro scopo di accaparrarsi risorse pubbliche.

Sarà quello il brand auspicato? Me la ricordo bene l’Aquila indifesa e stremata di pochi giorni dopo quel maledetto 6 aprile, con il centro chiuso ai superstiti condannati nelle tende approntate dallo zar delle crisi, coi lettucci allineati come in uno spettrale ospedale da campo, la bacheche con le raccomandazioni del bon ton per terremotati riguardanti abbigliamento e civile comportamento, i cavalli di frisia guardati a vista dall’esercito perché nelle strade  a rovistare tra le macerie in cerca di memorie, foto dei nonni, catenine della cresima, orologi del diploma e pure farmaci salvavita (quelli mandati dalle industrie venivano misteriosamente intercettati) non si poteva entrare se non accompagnati da personale della protezione civile e tecnici autorizzati, che però non c’erano, perché era interdetto il contributo di volontari e professionisti che si erano proposti di svolgere perizie e vacazioni gratuitamente.

A governare l’Aquila commissariata e occupata militarmente era Bertolaso con le sue milizie e anni dopo sapremo il perché, un perché che è sempre rimasto impunito se ogni tanto lui risorge per candidarsi a risolvere problemi non ultimo quello della Capitale. Sapremo, ma lo avevamo sospettato, che dietro c’era la cosca del cavaliere che dispensava sorrisi anche tramite dentiere regalmente elargite insieme alla promessa di case subito “com’erano”, ma non dove erano, che dalla prima visita pastorale si seppe che avrebbe trasferito il modello Milano 2 e Milano  3, tirando su intorno alla città ferita estemporanei chalet, le sue news Town in numero di 19 riuscendo a spezzare in quella oscena periferia artificiale i vincoli sociali dei cittadini  e  minando la speranza di una rinascita della città.

Ce la ricordiamo bene l’Aquila quando anni dopo il solo documento che ce l’ha mostrata, nel silenzio di media: la parola d’ordine anche dei sacerdoti della controinformazione di Report era “lasciamoli lavorare”,  è stato un film, con una inviata criticata per essere magari un po’ prolissa o troppo condizionata dalle leggi dello show, l’unica ad avere il coraggio civile di penetrare nella fortezza in rovina, chiusa e isolata nella sua pena, per impedire l’accesso a chiunque non andasse in visita apostolica con le autorità, ma soprattutto a quelli che ci volevano tornare, a quelli che volevano riprendersele avendone tutti i diritti.

Ce la ricordiamo quando nel 2013 la Corte dei Conti Europea fece le pulci al governo Berlusconi accusato di sprechi e di aver favorito infiltrazioni malavitose, segnalando a conclusione dell’indagine su dove erano finiti gli stanziamenti comunitari, che ogni appartamento era costato il 158 per cento in più del valore di mercato, che  il 42 per cento degli edifici era stato realizzato con i soldi dei contribuenti europei (e non con quelli del governo italiano, come aveva sostenuto l’ex premier), che solo il calcestruzzo era stato pagato 4 milioni di euro in più del previsto, e 21 milioni in più i pilastri dei palazzi. E denunciando che un numero elevato di sub appaltatori non disponeva del certificato antimafia obbligatorio, che il  Dipartimento della Protezione civile aveva aumentato l’uso del sub appalto consentito dal 30 al 50 per cento, che una parte considerevole dei fondi per i progetti CASE e MAP sono stati pagati a società con legami diretti o indiretti con la criminalità organizzata.

Negli anni successivi,  invece,  in presenza di governi più graditi all’Europa che fa carità pelosa coi nostri contributi, la Corte dei Conti comunitaria deve aver smesso l’attività di doverosa sorveglianza. E non sa quello che invece notifica la Corte dei Conti italiana secondo la quale (i dati si riferiscono al 2018) il  danno erariale per lo Stato provocato dalle condotte illecite solo per quell’anno in Abruzzo si aggira fra i 3 e i 4 milioni di euro e riguardano illegittime concessioni di contributi per la ricostruzione a seguito del sisma dell’Aquila del 6 aprile 2009, finanziamenti non dovuti da parte del Ministero delle Attività Produttive e dalla Unione europea, affidamenti illegittimi di incarichi da parte delle amministrazioni pubbliche.

Qualcosa avevamo saputo intorno al 2015 quando i Complessi Anti-sismici Sostenibili Eco-compatibili, le famose CASE delle News Town hanno preso ad andare in pezzi, un crac e giù un balcone, un altro crac e cascava un cornicione, scricchiolii e si sgretolava un muro. Uno stanziamento da 800 milioni, 490 alloggi finirono sotto inchiesta, gli abitanti provvisori vissero un secondo esodo. Due anni dopo crolla un’altra palazzina costruita da un’altra azienda, ma di quella indagine e dei doverosi provvedimenti non si sa nulla, nemmeno una breve in cronaca, mentre intanto gli operosi imprenditori si guardano intorno nel cratere dell’altro sisma, dove si ride meno perché se vigono gli stessi sistemi, i quattrini sono invece ancora meno.

Oggi, a 10 anni giusti giusti dal terremoto, la stampa locale annuncia che un  palazzo nel centro storico dell’Aquila sarebbe a rischio crollo e  una parte di corso Vittorio Emanuele potrebbe essere chiusa “con gravi ripercussioni sull’attività degli esercizi commerciali che hanno faticosamente riaperto”. Sono sempre i giornali locali che segnalano che solo 80 delle più di mille attività economiche presenti prima del 2009 “ sono tornate”, che la ricostruzione “privata” progredisce sia pure a stento, ma quella pubblica va a rilento. E che si compiace del pellegrinaggio del neosegretario   del Pd che richiama alla necessità dieci e tre anni dopo i due terremoti di avviare un piano  straordinario con tanto di commissario speciale, a sancire la prosecuzione dello stato di emergenza perenne in qualità di brand,   per l’Abruzzo, per il Centro Italia, per i comuni della regione che presiede: Accumoli (RI); Amatrice (RI); Antrodoco (RI); Borbona (RI); Borgo Velino (RI); Cantalice (RI); Castel Sant’Angelo (RI); Cittaducale (RI); Cittareale (RI); Leonessa (RI); Micigliano (RI); Poggio Bustone (RI) Posta (RI); Rieti;  Rivodutri (RI)). E per l’Aquila il  cui centro, il cui cuore pulsante è ancora una voragine che i cittadini chiamano il buco della ciambella. Una ciambella con intorno troppi sorci famelici.


Cottarelli di magro

contabileAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’era voluto il ’68, c’era voluto Giulio A. Maccacaro per fare del sospetto che la scienza non sia neutrale, un’opinione diffusa, anche se per quanto riguarda la statistica ci aveva già pensato Trilussa, per quanto riguarda la medicina bastava la contabilità dei morti e degli esentati da pestilenze e pure da esposizione a veleni nei luoghi di lavoro sulla base del censo e dell’appartenenza a ceti padronali. E per quanto poi riguarda la matematica ci pensano da sempre gli economisti a dimostrare che perfino la matematica non è una scienza esatta.

Ma siccome ormai siamo in fase regressiva, si assiste a un recupero della figura professorale e dei soggetti incaricati di funzioni pedagogiche fino a pochi mesi fa osteggiati e ridicolizzati, fossero i molesti costituzionalisti, cui preferire fascinose sciacquette, o i sussiegosi storici dell’arte, cui preferire  i rivelatori a orologeria di affreschi leonardeschi in fase preelettorale, o fossero gli urbanisti o gli esperti di pianificazione territoriale, cui preferire archistar e ingegneria visionaria da arruolare nella fabbrica delle Grandi Opere. O fossero predicatori, in loden e forbici, dell’austerità, messi provvisoriamente e necessariamente ai margini,   oggi  tornati sugli scudi, vezzeggiati, blanditi, osannati quali testimonial del sapere e officianti della competenza,  sacerdoti del progresso scesi in campo con le loro virtù contro pressapochismo, ignoranza,  oscurantismo, vizi ormai conclamati della scrematura distopica di una marmaglia che ha vissuto sopra le sue possibilità, dissipatrice e ingrata.

Proprio due giorni fa Cottarelli, il globe trotter della severità, ubiquo in talkshow, convegni, seminari e prime pagine della carta stampata, è stato per l’ennesima volta insignito di un premio prestigioso, il Guidarello ad honorem assegnatogli per aver “onorato l’Italia in tutti gli incarichi che ha ricoperto”:  direttore esecutivo al Fondo Monetario Internazionale, Commissario straordinario della revisione della spesa pubblica e mancato premier.  Per carità non è il Nobel, è un premio di provincia (d’altra parte anche quello di Stoccolma per l’economia è un bel po’ sui generis), ma la dice lunga sul fatto che hanno ragione di considerare il nostra Paese tutto una “provincia”, che hanno lavorato bene per ridurci ancora una volta una mera espressione geografica, che l’Italia fucina di ingegni cerativi e fior di studiosi deve essere stata delocalizzata come le sue fabbriche e i suoi brevetti, se gode di tale reputazione un guru di quella austerità che ha dimostrato di aver fallito sempre dalla Grande Crisi a quelle attuali che si ripetono e che lui, a proposito di scienza opinabile, ha subito e ci descrive come eventi imprevedibili, incontrastabili, governabili, dopo, solo con stenti, privazioni, abiure, rinunce del popolo bue che si è esposto al rischio per insipienza e che adesso deve pagare.

Non ditemi che sono posseduta dal celebre avo, ma ci sono facce, che sembrano scavate nella materia  dura come le statue lignee di quei santi intransigenti pronti a prendere a  mazzate demoni e reprobi, e che trasmettono messaggi ispirati a rigore,  inflessibilità, inclemenza, valori preclari e distintivi di chi è chiamato da quella provvidenza che ha dichiarato forfait e non intende più spargere qualche briciola del benessere di chi ha su chi non ha più niente – e di ciò è colpevole – a impartirci lezioni di vita e sottomissione.

Quella di Cottarelli è una di quelle facce, da tecnico, da contabile peggio di Monti e dei suoi algoritmi in forza a dicasteri che solo di nome dovevano muoversi nei terreni arcaici e dismessi del lavoro, della salute,  della cultura, sottoposti a necessaria rottamazione come i frequentatori superstiti, operai, insegnanti, medici, artigiani che si vorrebbero ridotti all’invisibilità o adibiti a mansioni precarie di magazzinieri, locandieri, autisti per Uber. Promosso ad Angela della divulgazione delle perversioni del capitalismo è grazie a Fazio, il nuovo uomo dei pacchi  che infatti ce li tira con il remoto  distacco di chi sente il dovere di contenere, reprimere e controllare con mano ferma le masse, educarle con scrupolo, col bastone e con qualche rara carota, quella concessa dalla sua spending review  che avrebbe dovuto dare ossigeno alla competitività delle imprese e  ridurre magicamente la pressione fiscale, magari grazie all’aumento del biglietto dei tram.

Perfino Renzi si preoccupò per la immeritata popolarità dell’uomo dei tagli, dopo aver fatto credere potesse essere un salvavita di coalizioni agonizzanti grazie a prudenti forbiciate a auto blu e scorte, insomma agli sprechi, vedi mai che potesse fare una concorrenza sleale alle sue variazioni sul tema della semplificazione, dello snellimento, dell’efficientamento, disinvolte paraculaggini semantiche per definire altrimenti l’aggiramento delle regole, la discrezionalità e l’arbitrio e per sancire il primato del privato e del profitto contro Stato, istituzioni, cittadini, leggi, visti come sgraditi ostacoli ai fasti del progresso e al dominio del mercato. Chissà come c’ha “sformato” quando Mattarella gli ha conferito un incarico perlustrativo, per giunta dopo che era stato elogiato a un tempo da Berlusconi e Di Maio, a dimostrazione del suo oggettivo potenziale di uomo per tutte le stagioni e per tutte le ragioni.

Ma adesso eccolo tornato in auge, il predicatore della ragionevole abiura ai desideri e ai diritti, l’economista riformista,  che parla l’idioma dell’impero e ne ha interpretato i comandi nell’organismo che ha il compito di indirizzare i cannoni contro le democrazie straccione, che mostra la sua superiorità accademica  con la secrezione quotidiana della necessaria priorità da dare ai parametri di bilancio, alla computisteria, alla ragioneria, all’equilibrio dei conti, alla strumentazione mai anodina grazie alla quale si conferma quella condizione di emergenza a bassa intensità e di sovrana necessità che rende impossibile sottrarsi al sistema e immaginare un’alternativa ai diktat e alle estorsioni.

Da tempo dovremmo aver capito che quando si parla di misure impopolari non ci si riferisce ad azioni coraggiose e quindi scomode, ma semplicemente a qualcosa che viene mosso contro il popolo. Vale anche quando si parla di misure antieconomiche, se a preoccupare non è il loro costo o le loro ricadute sociali, ma l’eventualità che contraddicano la contabilità dei ragionieri. Ma si sa, ormai a non essere popolari sono il popolo e pure la ragione.

 


Ussita, terremotati e gabbati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

«È stato un terremoto fortissimo, apocalittico, la gente urla per strada e ora siamo senza luce, vi prego lasciateci lavorare…. è venuta giù anche la facciata della chiesa,  si è  spaccato il terreno…».  Parlava così il sindaco di Ussita Marco Rinaldi dopo la nuova forte scossa delle 21 e 18 del 26 ottobre quando decise di dichiarare il comune di 400 anime e le frazioni “zona rossa” implorando gli abitanti di andarsene per non rischiare la pelle:  « sono crollate tante, troppe case. Il nostro paese è finito». E ieri ha comunicato con una lettera di dimissioni che sono finite anche le speranze di ricostruirlo quel paese. La sua è una scelta irrevocabile che trae origine da un decreto esecutivo del Gip di  Macerata  che ha ordinato il sequestro del camping «Il Quercione», dove dopo le scosse  erano state posizionate 5 mobil house e un prefabbricato in legno, che conservano mobili e pochi beni di abitanti ospitati da mesi  da amici e parenti o in strutture alberghiere, che anche là casette di legni promesse non sono mai arrivate. Il motivo della decisione dle Gip? Le strutture del campeggio, peraltro già sottoposto a sanatoria,  sono state realizzate in un’area protetta all’interno del Parco dei Sibillini e quindi in area non edificabile. «Ma tutta Ussita è in area protetta – ha detto Rinaldi – questo significa che la ricostruzione non si farà mai».

Si susseguono nel silenzio generale gli schiaffi appioppati senza vergogna né ritegno ai paesi colpiti dal terremoto: riffa per l’attribuzione delle casette fantasma, assegnate tramite estrazione dal bussolotto resa necessaria dall’impotenza dichiarata a “”contrastare fenomeni di corruzione e malaffare”, ordinanze di demolizione e sanzioni comminate a chi ha cercato di arrangiarsi dotandosi di camper comprati coi risparmi e considerati abusivi perché non congrui alle linee guida ricostruttive indicate dalla gestione commissariale, ritardi inspiegabili perfino nella rimozione delle macerie a mesi e mesi di distanza come hanno denunciati i sindaci accorsi a esprimere solidarietà al primo cittadino di Ussita, il rinvio al mittente di camper abitativi e scuole prefabbricate frutto della mobilitazione di comuni, enti, cittadini e organizzazioni umanitarie.  Per non parlare di scelte strategiche che avrebbero dato la priorità al restauro di chiese e edifici monumentali, gli stessi che dopo le prime scosse non erano stati messi in sicurezza, decisioni che fanno sospettare che il Centro Italia investito dal sisma sia condannato allo stesso destino di città d’arte, la conversione in musei a cielo aperto, in parchi tematici svuotati di attività e abitanti, offerto alla rete delle multinazionali del turismo, a cominciare da quello religioso. Un dubbio questo che ha già avuto troppe conferme: i quattrini stanziati sono irrisori e offensivi rispetto a altre destinazioni scandalose ad esempio in esposizioni principesche, armamenti fasulli, crociate, air force one, contributi per l’appartenenza alla Nato, salvataggi di banche criminali e così via, la nomina di un commissario “dalla faccia pulita” grazie a una selezione del personale basata su criteri mediatici più che su una esperienza di successo delle cui gesta abbiamo avuto informazione quando ha dichiarato  impotenza e inadeguatezza, il ripetersi non casuale di quanto era avvenuto in Emilia Romagna dopo il sisma del 2012, con l’abbandono alla solitudine, alla neve, alla rovina di piccole imprese, aziende agricoli e allevamenti, quel tessuto produttivo di straordinaria qualità che ha nutrito a ragione il mito della cultura alimentare e gastronomica italiana.

Tutto congiura nel far temere che non si voglia arrestare un processo che rischia di diventare  il più grave e irreversibile problema demografico-territoriale  del nostro Paese  dove ormai quasi il 70% della popolazione si addensa lungo le aree costiere e la Valle padana, mentre il centro si svuota, colpito e minacciato dall’eventualità che si possano verificare  altri eventi catastrofici con danni incalcolabili non solo in vite umane, non solo per la perdita di cultura, memoria  e paesaggio, ma per le ripercussioni sull’economia nazionale. Allora bisogna diffidare dei richiami alla “massa in sicurezza” come se ricostruzione e prevenzione si esaurissero in strategie e opere ingegneristiche e come se lo Stato potesse limitarsi alla funzione di ente erogatore e come se la politica potesse ridursi a organismo di controllo burocratico degli interventi.

Nelle geografie da ricostruire invece, non solo non si sono portati i cantieri provvisori, non solo non si sono attratti investimenti, non solo non si sono instaurati regimi eccezionali di sostegno e facilitazioni per mettere in grado la popolazione di riprendersi e ricrearsi   il tessuto produttivo, nuove relazioni sociali, servizi, oltre a nuovi modelli abitativi da affiancare alle ristrutturazioni, ma si sta favorendo l’esodo, l’espulsione, la frattura con le memorie di ieri e le speranze di domani, da ficcare in una borsa prima dell’esilio.

Viene buono per il ceto dirigente più imbelle e malavitoso che abbiamo espresso in questa nostra amara e iniqua contemporaneità, usare le denunce degli amministratori locali e attribuire la colpa alla burocrazia, perorando la causa di una auspicabile e generalizzata semplificazione. Peccato che quella che si augurano quelli che vivono davvero uno stato di emergenza sia diversa da quella di chi intende le crisi e le urgenze come occasioni favorevoli per eludere controlli, smantellare organismi e poteri si sorveglianza e vigilanza, introdurre regimi e misure eccezionali, generare diffidenza nei confronti del controllo e della gestione pubblica per promuovere il passaggio all’egemonia del settore privato, delle rendite speculative, dello strapotere finanziario.

Basterebbe in fondo non chiamarla più semplificazione, ma buonsenso, basterebbe attribuire ai sindaci invece del Daspo che serve a lusingare istinti da sceriffi, le competenze per sottrarsi alle cravatte del pareggio di bilancio e per investire nella riappropriazione del territorio e dei diritti di cittadinanza, assistenza, istruzione, assetto urbano, incoraggiamento di attività sostenibili.

Qualcuno nei giorni, lunghi e interminabili, del sisma nel Centro Italia, ha ricordato che dopo il terremoto che colpì Calabria e Sicilia nel febbraio del 1783   lasciando dietro di sé uno sciame sismico che durò anni, il re di Napoli, Ferdinando IV, prese una iniziativa che oggi parrebbe sovvertitrice, trovando il tacito consenso del papa di allora, Pio VI: grazie a alcune ordinanze speciali sotto forma di  dispacci reali abolì gran parte dei conventi e monasteri esistenti in regione, confiscò i beni immobili di proprietà degli enti ecclesiastici incamerando  il patrimonio ecclesiastico nella “Cassa sacra” da impiegare   grazie alla messa in vendita dei beni, per finanziare l’opera  di ricostruzione, “profittando, come scrissero gli storici dell’epoca per  formare un nuovo sistema di cose… e un piano generale del suo ristoramento” .

E chi l’avrebbe detto che avremmo finito per invidiare i sudditi dei Borboni?

 

 

 

 

 


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