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Le madonne del cemento

tavfiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ovunque abitiate, se venite a  sapere che sta per arrivare in visita pastorale  la ministra De Micheli, datevela a gambe, perché come una  funesta dama dell’apocalisse, a dispetto del suo fare giulivo e brioso, è portatrice di sicura rovina.

Abbiamo avuto un saggio di quello che ci può succedere guardando alla sua apparizione in veste di madonnina del cemento a Firenze, intenzionata a seppellire la città del Giglio sotto una colata  e voi dentro a un pilone, come da tradizione.

Accolta trionfalmente dal sindaco Nardella, ha dato nuovo vigore all’asse Firenze-Bologna, che l’immaginifico successore del sindaco d’Italia vuole realizzare compiutamente con una candidatura olimpica nel 2032: eh si perché il sogno visionario del garrulo primo cittadino e della sua partner nell’inarrestabile tandem è proprio quello:   “l’idea delle Olimpiadi a Firenze e Bologna non è nuova  e non è una boutade velleitaria“, dice l’eterno n.2,  Nardella parlando di un progetto “che può essere realizzabile concretamente e sostenibile, in due città che rappresentano in pieno il meglio del made in Italy”, a dimostrazione che “non dobbiamo avere paura e che dobbiamo pensare in grande …Quando Firenze ha puntato oltre i suoi confini, ha pensato in grande, da Brunelleschi a La Pira, ha sempre avuto successo”. Non è certo la prima volta che si spaccia un grande evento costoso, inquinante, oggetto di azioni speculative e di corruzione, come la ricetta infallibile per reperire risorse pubbliche stanziate grazie all’eccezionalità dell’occasione e alla immediata trasformazione di una ipotesi insensata in emergenza da fronteggiare con fondi e misure eccezionali. E chissà magari Nardella, come altrove Sala o Ghedina, metterà in calendario la regimazione dell’Arno e il consolidamento dei suoi fragili argini.

Ma intanto la Ministra – della quale abbiamo appreso che si avvale dei servizi, secondo lei a titolo gratuito di un manager in veste di gran suggeritore di priorità, quel Moretti della strage di Viareggio, quello che ha consolidato la gestione iniqua delle ferrovie italiane, promuovendo gli interessi dei ricchi, che viaggiano in limousine e aereo personale ma sono dentro alle grandi cordate dei tunnel, dei buchi, delle vertiginose velocità, penalizzando i poveracci, pendolari e viaggiatori del Sud, dove la capitale europea della cultura è estromessa dalle direttrici di traffico – si è impegnata in previsione della chimera olimpica.

E vuol dimostrare di fare meglio perfino del Giglio renziano o dell’imbelle successore nel quale si erano riposte speranze per via del marasma che albergava nella sua testolina ricciuta e dell’inclinazione all’entusiastico assoggettamento del suo movimento. Promettendo di tornare entro fine anno  per discutere con le “parti sociali” delle questioni infrastrutturali presenti nel Patto per lo sviluppo, sottoscritto dal presidente Enrico Rossi con i sindacati e le categorie economiche della regione, ha garantito investimenti miliardari per l’Alta velocità, da quelli necessari per imprimere un’accelerazione alla Tav Torino-Lione fino alla ripartenza dell’Alta velocità tra Brescia e Padova e alla festosa conclusione del sottoattraversamento ferroviario in città,  insieme al completamento del corridoio tirrenico, della Grosseto-Siena, alla realizzazione delle estensioni della tramvia fiorentina e allo sviluppo del sistema delle ciclabili.

E infatti si legge che la ministra si è detta impressionata nel vedere con i propri occhi quanto già sia stato fatto, affacciata sull’intero primo piano della stazione sotterranea dell’alta velocità già costruito, dichiarando che “questa non è solo un’opera in stato avanzato, ma molto avanzato“. E “le opere in stato avanzato vanno avanti…. A questo fine, stiamo lavorando insieme ai 5Stelle per definire le nuove opere perché la cura del ferro per la salvaguardia dell’ambiente e la mobilità delle persone è una delle priorità del governo“. Ecco, già i 5stelle avevano dimostrato di non saper dire no a un alleato che ai creduloni pareva proprio il peggiore, per via di modi inurbani, di sbruffonate incresciose, di istinti animali lasciati liberi di esprimersi. Invece nel nuovo sodalizio così ben visto da chi preferisce il politically correct al buon governo  ha la meglio un’indole molto umana, quella dell’avidità, della dissipazione, dell’accumulazione distruttiva che nella giungla non hanno dimora.

E dato che le opere sono avanzate, come con il Mose, la metro romana, la Torino-Lione, non si può né si deve tornare indietro anche se quello dei cantieri fiorentini della Tav è un “problema tutto italiano, tipico del nostro Paese e del nostro sistema di appalti pubblici. Un caso emblematico che non ci fa onore” a detta perfino di Cantone quando era in forza all’Anac, quando volle ripercorrere  i guai del grande appalto   vinto dalle cooperative rosse, con una programmazione “come al solito carente“, un aumento contrattuale molto elevato che ha comportato “enormi ritardi”, un contenzioso “rilevante, con 300 milioni di riserve, ancora non riconosciuto ma comunque pesantissimo” e, non ultima, la “difficoltà ad interfacciarsi con i cittadini” con le istituzioni locali, in primis Comune e Regione che sulla trasparenza continuano a fare orecchi da mercante. O anche un concentrato di illegalità, come diagnosticò  la Procura di Firenze, sequestrando i cantieri e procedendo all’arresto  dell’ex presidente di Italferr Maria Rita Lorenzetti, già presidente della Regione Umbria in quota Partito Democratico insieme ad altri con accuse che vanno dall’associazione a delinquere alla corruzione, dalla frode, al falso e truffa in accordo con i clan casalesi interessati dallo smaltimento dei rifiuti.

Ma c’è anche un altro aspetto “morale” che riguarda la vocazione dell’opera costosa per i bilanci pubblici, dannosa per l’ambiente e la qualità di Firenze città d’arte (il tracciato sfiora e passa sotto la fortezza Basso) ma soprattutto inutile, se si pensa che addirittura l’Università di Firenze ha prodotto un approfondito studio che dimostra come un passante di superficie, e non sotterraneo, consenta all’Alta velocità di attraversare la città spendendo un quarto e rafforzando il trasporto pendolare.

Perché allora si è compiuta questa scelta se non per confermare il destino di una città dalla quale vengono espulsi i cittadini ( dagli anni ’90, i residenti di cittadinanza italiana sono stati progressivamente sostituiti da cittadini stranieri, e non quelli a basso reddito, molesti e dunque irricevibili per il che alle rimostranze dell’Unesco in merito rispose proibendo il kebab e i le merci dei vu cumpra’, no, si tratta di ospiti esteri e city users – “fruitori” o “utenti” – poco interessati a investire nell’abitare di lungo periodo in città che hanno cambiato il volto della città insieme alle multinazionali del turismo, alle grandi firme, alle imprese immobiliari alle prese con la conversione del tessuto abitativo in albergo diffuso o in terziari, tutti senza “voto” ma con potente facoltà lobbistica, la popolazione ideale dunque per governare senza problemi.

Gli stessi cui è dedicata idealmente l’altra grande opera iniziata e che si deve concludere per forza, quell’ampliamento dell’aeroporto, che in occasione del pellegrinaggio ministeriale è stato pudicamente definito  “la questione della messa in sicurezza dell’infrastruttura”, per nasconderne la superfluità criminale sotto la parvenza della necessità di dotare la città di un’aerostazione sovradimensionata rispetto alle previsioni del traffico aereo, inquinante e che esercita una tremenda pressione sul territorio e incompatibile con altri insediamenti e attività, pensata per appagare gli appetiti di corrotti e corruttori o di chi vuole a tutti costi diventarlo.

Gli stessi in corsa per un’altra iniziativa altrettanto infame, lo stadio voluto da Della Valle e pagato da noi che la stampa alla presentazione del progetto descrisse come un monumento del Rinascimento,  un tempio sopraelevato “che ci permetterà di superare i limiti”,  davanti al quale “Tokyo in confronto sembrerà Sorgane, per via dell’aria molto sexy” di quell’arena, che richiederà la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti, l’acquisto dell’area di Unipol (a vedere il nome sappiamo che non sarà a prezzi stracciati), la costruzione del nuovo mercato all’ingrosso spostato dall’area prescelta. Quindi i turisti  che visiteranno la periferia nord ovest fiorentina e che secondo la stessa stampa avranno “lo stesso sguardo sognante che indossano (sic) quando passano su Ponte Vecchio”, si troveranno davanti quella che si chiamerà  la Cittadella Viola, con stadio, mega-outlet, uffici e attività varie, il nuovo Mercafir, il nuovo aeroporto, il Polo universitario, il costruendo inceneritore di Case Passerini, più le attività e i supermercati esistenti o di progetto, “ognuno di questi grande attrattore di traffico”, tutte funzioni gravanti sul principale ingresso dall’area metropolitana verso Firenze, quel nodo di Peretola già attualmente e sistematicamente congestionato.

A speriamo che non piova sul bagnato o peggio, che nevichi, con l’esperienza del grande consigliori della ministra bisognerebbe muovere la protezione civile per portare il tè caldo e le coperte ai forzati delle partite prigionieri della modernità.

 

 

 

 

 

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Emiri-Ultrà, 1 a 0

whatsapp_image_2018-10-31_at_14.08.33 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se adesso i tifosi della Magica verranno accusati della più infamante delle macchie sull’onore, non non di essere laziali, macché, ma di essere sovranisti! Cominciano a campeggiare sui muri della città invettive che non lasciano dubbi: Pallotta ‘nfame, giù le mani dalla Roma, perché da giorni serpeggia il malcontento per via dell’interesse dimostrato dalla  Qatar Sports Investments per il club giallorosso, smentito ma senza grande convinzione dal dirigente sportivo che ha trovato l’America qui, con un patrimonio (il suo fatturato sarebbe mediamente di 7.5 miliardi di dollari all’anno cifra secondo quelle graduatorie stilate da Forbes ) grande quanto i debiti accumulati  dai suoi brand e dalla Roma (218,8 milioni nel 2018).

Da anni il Qatar esprime, anche comprandosi importanti marchi sportivi,  la “volontà di sensibilizzazione che il paese vuole portare avanti”, per far dimenticare, grazie a  un’industria sportiva da 20 miliardi di dollari entro il 2022, certe amicizie pericolose, confessate anche da notabili locali come l’ex ministro degli Esteri che ha ammesso che le armi e gli aiuti che  Doha, Riyad e Washington “uniti in una sola trincea” hanno inviato in Siria potrebbero essere finite nelle mani di Al Qaida. E il Center on Sanctions & Illicit Finance, ma non solo,  individua in Doha la regione con la maggior concentrazione di donazioni private (con l’avallo della famiglia reale e del governo) a gruppi terroristici.

Ha iniziato nel 2011 sponsorizzando per primi la maglia del Barcellona, poi ha messo le mani sul Paris Saint Germain grazie alla intermediazione dell’allora presidente Sarkozy e è diventato così influenti da ospitare la  Coppa del mondo del 2022 (in previsione della quale è a buon punto la realizzazione di 8 stadi  uno di quali a meno di 2 chilometri dall’aeroporto internazionale di Hamad  sarà “mobile” e verrà smontato a fine evento)  e da far disputare per la prima volta in assoluto il torneo d’inverno per evitare che si giochi con le temperature estreme, che non vengono rispremiate alle maestranze, provenienti  perlopiù  da India e Nepal, ridotte in condizioni di schiavitù e che lavorano nei cantieri con temperature che raggiungono anche 50 gradi all’ombra (sarebbero 1500 quelli morti di caldo e in incidenti occorsi durante turni giornalieri di 16 ore).

Per carità, non è che le tifoserie, le curve sud e nord, gli ultrà siano un esempio di correttezza e integrità, ma sembrano essere più conseguenti e coerenti dell’avvicendarsi di prestigiosi esponenti governativi, delle istituzioni e della amministrazioni comunali, compresa quella della Capitale morale, che da anni vanno a chiedere investimenti a Doha col cappello in mano o che ne ricevono gli inviati riservando loro accoglienze principesche che riecheggiano la pompa riservata a Gheddafi o a altri tiranni e despoti sanguinari in visita pastorale o omaggiati in patria. compreso il ministro Salvini che, malgrado sia noto che Doha avrebbe finanziato inquietanti “centri islamici” per un ammontare di almeno 22 milioni di euro solo in Italia e complessivi 72 in Europa, ha rivisto le sue preoccupazioni su meticciato, arrivo di foreign fighters sui barconi, invasione di stranieri i cui usi e la cui fede è incompatibile con la nostra civiltà, per  stringere un fattivo sodalizio con una terra dove, recita il loro ufficio turistico, il viaggiatore non è mai uno straniero, ma un amico non ancora incontrato. Un amico generoso con il quale rinsaldare rapporti  profittevoli in barba alle cospirazioni fondamentaliste grazie ai contratti miliardari siglati  con Fincantieri (4 miliardi di dollari) per sette navi da guerra, per 28 elicotteri NH 90  dell’ex AgustaWestland,  valore 3 miliardi di euro, o per gli oltre 6 miliardi di euro per 24 caccia Typhoon del consorzio Eurofighter, di cui Leonardo-Finmeccanica ha una quota del 36 per cento, perché “il Made in Italy in Qatar è amato e rispettato”, parola di Ministro. Talmente amato da comprarselo in un boccone con dentro marchi della moda (Valentino), immobili, grandi alberghi e la compagnia aerea AirItaly, ex Meridiana, dall’Agha Khan, il finanziamento  dell’operazione Porta Nuova Garibaldi e Varesine, l’area del capoluogo lombardo dove sono sorti numerosi nuovi grattacieli e dove il fondo di Doha ha investito svariati miliardi di euro (secondo alcune indiscrezioni circa 2 miliardi) per diventarne proprietario, qualche fettina di Costa Smeralda comprata da Colony Capital, Air Italy (da 12 a 50 aeromobili), un nosocomio per sceicchi a Olbia, magari anche Unicredit e, c’è da sospettare, interessi nel colosseo di Pallotta a Tor di Valle, la cui realizzazione con questo fior di sponsor potrebbe subire una accelerazione.

È che adesso chiunque insorga perché si svendono beni comuni, perché si alienano patrimoni collettivi, passa per un pericoloso sovvertitore dell’ordine globale, per un sorpassato custode di concezioni vetuste e conservatrici, per un deplorevole assertore di interessi localistici e campanilistici che ostacolano relazioni internazionali e crescita. Poco ci manca che anche i fautori della Roma dei romani diventino dei deleteri sovranisti, come la costituzione che richiama il principio di sovranità nel primo articolo, come il Pci che prima di Bassanini ha sempre avversato il trasferimento del potere fuori dallo Stato, come chi pensa che il galateo e la realpolitik debbano condannare l’aspirazione di nazioni democratiche a mantenere il controllo e la gestione delle scelte economiche del Paese per rispondere a priorità e bisogni attinenti all’interesse generale, laddove la sovranità  è la capacità di assumere decisioni in forma di norme vincolanti come deve essere nello stato di diritto.

È davvero sconfortante che qualche sussulto di riscatto si manifesto con le scritte sui muri dei tifosi ultimo baluardo rispetto a organismi sovranazionali che  hanno assorbito e introiettato sempre maggiori fette di egemonia statale, in campo economico, ma con ricadute d’ogni genere, se pensiamo al Wto, alle varie istituzioni giudiziarie internazionali, alle camere di commercio sovranazionali  che hanno permesso agli Stati Uniti prima di tutto,  che non hanno mai dimostrato di volersi  sciogliere in un ancora imprecisato ordinamento internazionale, Nato inclusa, di esercitare il controllo di processi di suddivisione, trasferimento di poteri e governo e occupazione anche militare, espropriando di potere decisionale soggetti di diritto internazionale per ridurli in condizione di soggezione con l’intento non di ridurre incauti nazionalismi, ma di diluirne libertà e autodeterminazione nella minestra avvelenata della globalizzazione.

 


Come cambia l’ambiente Marino…

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ho accolto con soddisfazione la notizia dell’assoluzione un Cassazione dell’ex sindaco Marino dall’accusa di peculato e falso per la vicenda degli scontrini relativi a cene di rappresentanza quando era alla guida della città. Come non gioirne: adesso  si è finalmente autorizzati a dire tutto il male possibile della sua attività di amministratore. Perché la conseguenza  più buia e disonorevole di certe campagne di  denigrazione fino al linciaggio e alla pubblica gogna, consiste nel fatto che la conversione di un personaggio pubblico che è lecito criticare per le sue prestazioni, anche se si tratta di un eletto a larga o addirittura plebiscitaria maggioranza, induce a remore e censure per non contribuire a un tempo alla denigrazione o alla santificazione in qualità di perseguitato.

E infatti il caso di un uomo che diventa martire, capro espiatorio nel corso di una campagna spietata orchestrata da una classe politica che ricorre a delazioni, spiate e atti notarili per non assumersi responsabilità politiche, ha sortito l’effetto  di cancellare tutte le colpe della maggioranza che lo sostiene e l’ha espresso, e, più in generale, dei partiti coinvolti nelle indagini, spostando l’attenzione dell’opinione pubblica dai guasti, dalle mafie e dalla corruzione alle ricevute, dalla trasparenza nell’azione di governo della città che non riguarda solo i conti ma le scelte in contrasto con l’interesse generale, al tema dell’integrità “privata”, condizione necessaria ma non sufficiente.

Tardivamente il killer designato dallo stesso partito di appartenenza del sindaco defenestrato in via giudiziaria come non è stato fatto né si fa per altri augusti esponenti del partito trasversale dei primi cittadini, mette una pezza a colori per dare dignità politica alla scelta scellerata: l’abbiamo interdetto perché era un cattivo sindaco. Ma è un vero autogol perché accredita l’immagine di una disperata destituzione del ribelle da parte die poteri forti che si sarebbero sentiti minacciati o traditi.

Niente di più sbagliato, perché curriculum e smania di conservare buone relazioni con chi ha sempre comandato la città dimostrano che Marino, a parte le sue esuberanze ciclistiche con tanto di vigili ansimanti appresso,  a parte le scorribande con la vecchia macchinetta da città come un turista per caso, a parte la sovraesposizione mediatica in veste di marziano catapultato giù e perciò estraneo a certi  entourage della Capitale infetta, non intendeva certo rompere la continuità.

Lo dicono per lui gli inseguimenti fino allo stalking di alte personalità vaticane, i rapporti privilegiati con i capitani delle cordate del cemento consolidati da promesse di stadi e grandi eventi olimpici, dalla riconferma silenziosa quanto operosa delle misure- lascito di Alemanno che permettevano a alcuni proprietari di aree dell’hinterland autorizzando la modifica da zone agricole a zone edificabili, o la cancellazione di decine di linee urbane di collegamento delle fastidiose e insidiose periferie con il centro, o  i non dimenticati legami con ceti criminali cui doveva riconoscenza postuma per aiuti elettorali, quelli in divenire con i signori dell’export di monnezza beneficato dalla leggendaria chiusura di Malagrotta alla quale, in perfetta sintonia con la Regione di Zingaretti, è seguita una impotenza favorevole a traffici illeciti, crisi sanitarie, condizioni di emergenza da fronteggiare con il solito ricorso a spese dissennate e commissariamenti. Possiamo anche aggiungere la subalternità al management della aziende di servizio condannate a parole ma lasciate agire indisturbate, l’adeguamento a un modello di sviluppo della città contagiato dalla turistificazione come dimostra la dichiarata soggezione a “investitori” e sponsor perlopiù stranieri, assediati dal sindaco con tanto di book illustrativo dei beni comuni in offerta.

Paghiamo tuttora le sue scelte dissipate, perfino quella più illustre e glorificata dalla narrazione sulle vicende tristi del capo espiatorio: quella pedonalizzazione che si è ridotta a una restrizione dell’arteria dei Fori, cancellando da subito l’aspettativa che si potesse realizzare la più grande area archeologica all’interno di una metropoli, convertendola in una straduccia poco frequentata se non dai bus inquinanti, e limitata dai lavori di una metro della quale nessuno sa spiegare l’utilità, indirizzando la pressione del traffico sull’area Palatina e del Circo Massimo sempre più assediata, senza aver previsto gli effetti di una scelta propagandistica e “estetizzante”, come la definì lo storico Canfora.

E infatti Marino è stato il sindaco di Roma più amato dai non romani, quelli che hanno preso per buone le sue soluzioni demagogiche: commissioni istituite per non fare nulla, quelle per studiare il regime delle case del Comune affittate a prezzi irrisori agli immeritevoli, mentre lo stesso Comune era locatario di uffici con affitti stratosferici, quelle per il problema dei senzatetto, dai quali il primo cittadino esigeva comportamenti improntati alla legalità, proprio come la richiedeva agli sfollati delle zone a ridosso dell’Aniene dopo una esondazione, rimproverati per essersi installati in una zona a rischio.

In effetti a distanza di tempo, una volta risolta l’ignobile faccenda c’è da chiedersi come mai il Pd volesse rimandare su Marte un sindaco perfetta e emblematica espressione della sua ideologia, affaccendato nell’assicurarsi visibilità più che reputazione, vanitoso fino al ridicolo, ammanigliato con tutte le cupole di potere, affabulatore del niente come si conviene a una generazione politica che ha sostituito la comunicazione istituzionale con i social.  Invidia di sindaci? Patologia temperamentale? Narcisismo morboso?

Comunque la si veda è stato detronizzato l’uomo Marino e così si è dimostrato anche con le successive candidature che il Pd Roma non la voleva proprio governare. Meglio stare all’opposizione, meglio rimestare il fango dietro le quinte, meglio godersi i frutti delle rapine del passato che hanno la loro continuità in aziende malate guidate e popolate del ceto amovibile messo là per decenni, meglio ridere delle buche frutto di lustri di appalti opachi, meglio soffiare sul fuoco di evidenti sabotaggi che una maggioranza altrettanto esile e inadeguata anche se, ancora, meno corrotta non sa e non vuole contrastare.

 


Stadi, questione De Vito o de morte

stadiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Lo sapevamo già che la storia non insegna niente, figuriamoci la cronaca, compresa quella nera. E infatti pare che malgrado tutti i segnali negativi e le catastrofi penali annunciate, che indicavano come lo stadio della Roma fosse un barattolo di marmellata  avvelenato, come bambini golosi tutti a intingerci  le dita.

E’ che nella nella gerarchia di reati e di annessi malfattori, quelli di mafia capitale con ammazzatine e incendi, minacce e intimidazioni nel contesto delle operazioni di profitto e occupazione militare della città sono n.1  nella classifica, mentre a quelli che manomettono le leggi, speculano sui beni comuni, inquinano l’ambiente, dissipano risorse pubbliche, corrompono e si fanno corrompere si riserva l’indulgenza dovuta a chi è nella norma, che così fan tutti, contribuendo a crescita e occupazione indotta.   Si può quindi immaginare che De Vito dopo la disavventura per la quale è adesso a Regina Coeli (accusato nel corso dell’inchiesta che ha fatto luce su una serie di operazioni corruttive realizzate dagli imprenditori attraverso l’intermediazione di un avvocato e un uomo d’affari, che avrebbero interagito con De Vito al fine di ottenere provvedimenti favorevoli alla realizzazione di importanti progetti immobiliari ), troverà comode sistemazioni, come dovuto a persona esperta e collaudata, adusa a entrare e uscire dalla porta girevole dei tribunali, movimento che costituisce ormai elemento favorevole nel curriculum molto propizio alla progressione di  carriera.

E pare anche che il suo arresta sia un intoppo sgradevole ma che non comprometterà la realizzazione dell’opera del cui  “interesse generale” si è convinta la sindaca un tempo ostile,  tanto che sia Raggi: “io e la mia maggioranza andiamo avanti determinati e compatti. C’è un programma da portare a termine”, che  il DG giallorosso, Mauro Baldissoni, che ha dichiarato che “sullo stadio non ci possono e non ci devono essere dubbi. Non è una aspettativa, ma è un diritto acquisito a vederlo realizzato nel più breve tempo possibile”, tranquillizzano cittadini e tifosi.

Sentir dire “diritto acquisito” la realizzazione di una macchina del malaffare, fa tremare le vene dei polsi. E dovrebbe preoccuparci ancora di più che a tutti i livelli, governativo, amministrativo, territoriale, di vigilanza e controllo uno stadio rivesta il carattere di intervento di interesse primario e di pubblica utilità prioritaria, che può sottostare alle regole di urgenza e indilazionabilità, prerogativa di ben altre opere. Ma che nel tempo è stata autorizzata largamente in modo che grandi eventi inutili e dannosi venissero sdoganati per consentire, grazie all’impiego di fondi pubblici e all’aggiramento di disposizioni urbanistiche, la creazione di  infrastrutture di servizio e interventi viari,  alcuni dei quali  diventati, ancor prima di essere completati,  templi della contemporaneità in rovina e monumenti archeologici.

Roma come Firenze avrebbe insomma bisogno più del pane dei circenses, per dar lustro a due città che necessitano di colossei contemporanei, nuvole, centri commerciali, grattacieli di uffici, neanche fossero Dubai o Las Vegas. A Roma il primo zelante promoter fu il sindaco Marino (Il M5S allora si era tenacemente battuto contro, presentando addirittura una denuncia penale per fermare lo scempio) con un progetto megalomane di improrogabile “anfiteatro”,   con  annessi business park, centinaia di negozi e attività commerciali, reti di collegamento fattibili grazie alla più accreditata fake degli ultimi trent’anni, il sodalizio pubblico-privato chiamato Project Financing, del quale la BreBeMi è la efficace allegoria, un progetto megalomane  mai abbastanza ridimensionato dalla Giunta Raggi (ne ho scritto anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/19/stadio-tor-ta-di-valle/ ). A Firenze la proposta dello stadio voluto da un Della Valle è stata salutata dalla stampa con giubilo:  “le morbide volute gareggeranno con le guglie aguzze del Palazzo di Giustizia in una gara ideale di architetture contemporanee” , davanti alle quali  i turisti che “visiteranno la periferia nord fiorentina” avranno “lo stesso sguardo sognante che indossano quando passano su Ponte Vecchio”, grazie al carattere “molto sexy”  di un’arena “che non avrà nulla da invidiare a quelli di Monaco, Bilbao, Bordeaux, Nizza”.

In realtà anche in questo caso lo stadio è un accessorio della  “Cittadella Viola”, un compound con outlet, alberghi e varie attività commerciali, che dovrebbe sorgere su un’area di circa 30-40 ettari attualmente occupata da Mercafir, i mercati all’ingrosso della città comportando la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti e  l’acquisto dell’area di Unipol a Castelli per costruirvi il nuovo mercato all’ingrosso, gravando sul nodo di Peretola, giò congestionato e nel quale  insisteranno anche  il nuovo aeroporto, il Polo universitario, il costruendo inceneritore di Case Passerini, più le attività e i supermercati esistenti o di progetto, ognuno dei quali grande attrattore di traffico. Chi ci metta i quattrini, anche in questo caso non si sa bene ( meglio si sa benissimo), dando per improbabile che se ne faccia carico Della Valle, sia pure adorno della corona d’alloro di mecenate dell’Anfiteatro Flavio per regalare al Giglio  e alla cerchia magica uno  “stadio da Rinascimento”.

Deve essere successo qualcosa di tremendo se i diritti sono stati stravolti, se abbiamo creduto che quelli fondamentali (lavoro, salute, casa, istruzione) sono stati conquistati e sono inalienabili e adesso possiamo farci offrire quelli accessori e “personali”, come se non fossero tutti preminenti, basilari e imprescindibili. E qualcosa di inquietante se vale anche per i bisogni, se hanno voluto convincerci che conseguiti quelli che Agnes Heller definiva “alienanti” e che hanno una natura quantitativa: il possesso di beni, soldi e potere, che non lascia mai appagati; adesso siamo pronti per quelli  “radicali”, che attengono alla più intima radice dell’uomo: l’introspezione, l’amicizia, l’amore, la convivialità. Ed il gioco.

È così che smantellato l’edificio dei diritti e minata l’aspettativa del benessere e della crescita a quelli con sempre meno pane, con sempre meno dignità per un lavoro e un salario svalutati, con cure e assistenze trattate come lussi, con la rivendicazione dell’ignoranza come atout per il successo, in cambio della fine dell’istruzione pubblica, quando anche i desideri devono essere censurati per far spazio alla necessità, ci elargiscono il gioco, che anche quello ce lo dobbiamo meritare e pagare. Una volta si diceva profumatamente, ma in questo caso “pecunia olet”, eccome, e di marcio.

 

 


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