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Manganelli e segnalibri

1354202455-Farenheit451Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Il Paradosso. Sottotitolo L’inquieta storia di un giovane del XX secolo”, editore Pagine, 2011. Il volume (218 pagine) si colloca nel panorama editoriale come un’analisi coraggiosa, una ribellione morale ed intellettuale, un gesto di responsabilità nei confronti degli italiani …. per rivendicare l’esigenza di una politica sana, mirata a salvaguardare gli interessi dei cittadini, contro una politica, invece, totalmente aliena e lontana da quest’ultimi. È Silvio Berlusconi a scriverlo in veste di prefatore dell’autobiografia di Antonio Razzi, cui seguirà qualche anno dopo un nuovo bestseller “Le mie mani pulite” e poi “Un senatore possibile”.

Da un male si deve far nascere un bene ancora più grande. Questa filosofia, con la sua semplicità e con il suo ottimismo di fondo, mi ha sempre accompagnato in tutte le vicende della vita” Qui è lo stesso Berlusconi che presenta una raccolta dei messaggi ricevuti in occasione dell’empio attentato di Piazza del Duomo per i tipi della Mondadori. Almeno lui per pubblicare i suoi sacri testi, si è comprato una casa editrice, che però mette a disposizione di suoi fidi quando si producono in opere e operette ad alto contenuto morale.

E infatti la fascetta sul libro della Mondadori, 2016, recita: “Resteremo vigili e lo faremo per i nostri figli, per consegnare loro un’Italia ancor più libera e sicura nella quale vivere. Il nemico è forte; i nostri valori democratici e i nostri principi liberali lo sono di più. Molto di più. Per questo vinceremo” e riassume il messaggio di “Chi ha paura non è libero”, autore Angelino Alfano.

Mi sono sempre chiesta il perché alla destra e ai suoi dirigenti venga l’uzzolo prima o poi di dedicarsi alla letteratura, con l’ambizione, dopo aver menato le mani, come Francesco Polacchi, manager della Casa editrice Altaforte che dice di sé: “Io sono un editore, ma prima di essere un editore sono un militante di CasaPound, e non mi vergogno di questo”, di menare la penna, come Salvini che già nel 2016 dava alle stampe “Secondo Matteo” per la Rizzoli dove si raccontava per la prima volta in un libro in cui ripercorreva la sua lunga militanza e presentava il suo progetto politico. Anche l’altra destra non si è sottratta all’obbligo di erudire il popolo sulla buona politica e il suo impegno epurato di certi eccessi grazie al bon ton neoliberista: La differenza tra la sinistra e il nazionalpopulismo consiste proprio in questo: la sinistra ascolta, mentre i populisti fanno finta di ascoltare, quando invece il loro unico obiettivo è di tenere incatenata la gente alle proprie paure, scrive Minniti ministro in “Sicurezza e libertà”, Rizzoli, 2018, ammonendo che  la connessione del mondo è ormai irrefrenabile, per illustrare ai lettori il suo progetto ordoliberista.

Me lo chiedo ancora di più in occasione della polemica che scuote il Salone del Libro disertato da una inorridita schiera di autori per via appunto della presenza di Altaforte, che ha editato e presenta “Io sono Matteo Salvini, intervista allo specchio”, a cura di Chiara Giannini, nel pieno della campagna elettorale per le europee, e cui la pilatesca  direzione della kermesse, che pure in passato ha boicottato presenze disonorevoli, purché però d’oltremare, ha risposto che “Casapound non è fuorilegge” e dunque legittimata a partecipare con tutti gli onori a un “progetto culturale”.

E dire che un tempo avevamo pensato ingenuamente che per certi tipi il riscatto dalle frustrazioni e dalla marginalità trovasse sfogo in bombette incendiarie, botte, olio di ricino, pogrom contro i rom, irruzioni in sezioni di partito, sodalizi con delinquenza e malavita sanciti da vigorose e maschie strette di mano e saluti romani sugli spalti delle curve.

Invece da qualche anno, troppi per la verità, è in corso un affrancamento da questi stereotipi arcaici e la promozione a attori e operatori culturali per soggetti noti alle forze dell’ordine per altre performance ma mai sufficientemente puniti e estromessi dal consorzio civile, grazie alla benevola accettazione di chi indovinava in loro affinità dimostrate da qualche dichiarazione espressa proprio in questi giorni da dirigenti del Pd di Torino: contro No Tav: “Finalmente la polizia fa assaggiare i manganelli”, all’indulgenza bonaria di chi li definiva innocui fenomeni folcloristici,  alla tolleranza non disinteressata di chi voleva persuaderci che fosse arrivato il tempo della pace sociale per cancellare anche la memoria dello scontro di classe e l’età dell’uguaglianza: buoni eguali ai cattivi, ragazzi di Salò uguali ai Cervi, Riva uguali agli operai dell’Ilva, banchieri uguali a chi riba la mela al supermercato.

E figuriamoci se anche per via del nome stesso, non veniva favorita la redenzione del circolo ospitato in una sede prestigiosa concessa da un sindaco progressista  anche lui autori di testi immortali, e dei suoi vertici che tanto hanno fatto per cancellare l’indegna abiura e l’anatema lanciato dalla mafia culturale della sinistra contro autori in odor di fascio-nazismo,  con particolare preferenza per quelli che con sdegnosa fermezza non hanno mai fatto autocritica. Si deve a questi non temporanei accordi di impresa la presenza di certi figuri non solo nelle liste elettorali invece che in quelle di proscrizione, non solo nelle piazze della Lega che inneggiano ai killer di Cucchi proprio come i confindustriali applaudono agli assassini della Thyssen Krupp, ma anche nelle feste della morta Unità, nei seminari delle leopolde periferiche, nei faccia a faccia sorridenti con Mentana e altri intrattenitori, nei garbati confronti con intellettuali di ambo le parti diventate ormai la stessa.

Se tutti i protagonisti di questa vicenda altro non sono che gli esponenti di un ceto vecchio e marcito nelle varie declinazioni del consociativismo politico e pure sindacale, nell’omologazione feroce che rende tutti innocenti per via delle stesse colpe, che poi sono quelle di chi promuove interessi opachi e privati contro quello generale, di chi impiega il permissivismo e le licenze arbitrarie come schermo della repressione di diritti e garanzie e conquiste, quelli che consentono la morte di lavoro magnificando un futuro in cui la fatica la faranno i robot, allora un evento come quello di Torino diventa un congruo contenitore.

La grande editoria così come i media tradizionale annaspano cercando delle scialuppe di salvataggio nel mare  della rete, delle tecnologie, dell’innovazione, senza averne mai saputo e voluto coglierne le opportunità che per loro sono ormai e largamente ostacoli, perchè ne minacciano l’egemonia, perché prevedono l’estensione dell’accesso alle informazioni e al sapere  che è il loro territorio di dominio più ancora che di mercato  se diamo retta alle statistiche sulle vendite in calo, alla percezione sulla “qualità” dei lettori, ai cataloghi di titoli, nei quali i fenomeni editoriali d successo di  critica e di pubblico destano raccapriccio in chi non è tifoso della Roma, nemmeno dell’Europa salvata da Rumiz, o delle narrazioni in giallo-rosa, o delle considerazioni dall’amaca degli irriducibili del Pd, o degli escursionisti del revisionismo storico.

In fondo siamo in presenza di una moderna rivisitazione di Fahrenheit 415, non occorre bruciare i libri, basta scrivere, pubblicare e far circolare quelli brutti e vigerà l’ignoranza e l’ubbidienza.

Ps

Mentre pubblico questo post, scopro che la scrittrice Michela Murgia motiva con dovizia di particolari la sua partecipazione al Salone del Libro: io ci andrò, dichiara orgogliosamente,  e ci andranno come me molti altri e altre. Lo faremo non “nonostante” la presenza di case editrici di matrice dichiaratamente neofascista, ma proprio “a motivo” della loro presenza. Siamo convinti che i presidii non vadano abbandonati, né si debbano cedere gli spazi di incontro e di confronto che ancora ci restano. Ci sono casi – casi come questo – in cui l’assenza non ci sembra la risposta culturalmente più efficace. Per questo motivo non lasceremo ai fascisti lo spazio fisico e simbolico del più importante appuntamento editoriale d’Italia.

La tentazione è sempre quella di punire la femminista che fa campagna elettorale con Adinolfi, la visionaria che in barba alla Clinton e alla Pinotti, pensa che basterebbe cambiare Patria in Matria per fermare le guerre, quella che ha prodotto l’etilometro per le sbornie di salvinismo, con la pena più tremenda per una come lei: collocarla in un meritato cono d’ombra, senza degnarla di attenzione e visibilità.

Ma vale invece  la pena  di segnalare il corso che sta prendendo l’antifascismo grazie agli attuali usignoli dell’imperatore, non certo inedito né sorprendente, quello dell’entrismo, della resistenza integrata al sistema neo liberista. E poi dicono dei 5stelle al governo con il babau…quando guarda che si fa per qualche salto in alto nella classifica dei più venduti

 

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Libertà in estradizione

julian-assange-arrest-london-ecuador-embassyL’ipocrisia è senza fine, così come la menzogna e la capacità di auto assoluzione di un sistema marcio e dei suoi narratori ufficiali. Julian Assange uno dei veri eroi del nostro tempo e non uno dei tanti pupazzi con cui ci tengono artificialmente allo stato infantile, è stato alla fine arrestato con il cavillo di furto di informazioni in un computer che oltre ad essere legalmente efficace permette di eludere il problema della libertà di stampa. La polizia britannica ha invaso il territorio diplomatico dell’Ecuador , pienamente consenziente dopo aver gettato a mare lo status di asilo e ha sbattuto  in carcere il fondatore di Wikileaks: due stati vassalli hanno collaborato per obbedire agli ordini di Washington. E’ l’atto con cui culminano sette anni di bugie e di nascondimenti, ma anche quello con cui va in pezzi la pretesa di libertà di informazione che l’occidente custodisce esattamente come una reliquia: qualcosa che ha un valore solo come immaginario. 

E del resto il comportamento della stampa fra noi evoluti consumatori di caramelle per poi essere violentati di verità, è stato a suo modo esemplare facendo da megafono alle ridicole accuse sulla presunta violenza in Svezia di due indefinibili ragazzotte a ore, ignorando o minimizzando il fatto che Assange era già stato precedentemente scagionato dall’accusa dagli stessi investigatori che seguivano il caso o che lo stesso si era detto pronto ad essere interrogato dai procuratori svedesi a Londra, come era successo in dozzine di altri casi riguardanti procedimenti di estradizione in Svezia. Ma non era il caso di dirlo al pubblico ed era invece quello di far immaginare una reticenza di Assange visto che quei procuratori non avevano alcuna prova da portare e nel 2015 chiusero il caso, nonostante le disperate pressioni britanniche per tenerlo in piedi. C’è una mail di un alto ufficiale di sua maestà agli investigatori svedesi che dice: “Non osate far sgonfiare il caso” : ma la maggior parte degli altri documenti relativi a queste conversazioni non sono disponibili, Sono stati distrutti dal Procuratore Generale del Regno Unito in violazione del protocollo. Tuttavia nessuno nei grandi media se ne è preoccupato.

Ed è solo una goccia in un mare: hanno minimizzato il verdetto del 2016 di un gruppo di esperti legali delle Nazioni Unite secondo cui il Regno Unito avrebbe arbitrariamente detenuto Assange, anzi lo hanno deliberatamente nascosto mentre sembravano molto interessati alle sorti del suo gatto. Hanno anche ignorato la circostanza  che dopo il cambio di presidente dell’Ecuador – e il subentrare di un personaggio desideroso di ottenere i favori di Washington – Assange è stato sottoposto a misure sempre più severe di isolamento. Gli è stato negato l’accesso ai visitatori e ai mezzi di comunicazione, violando sia la sua condizione di asilo che i suoi diritti umani che lo stesso stato mentale e fisico.  

La cosa ancora più grave e che i media si sono rifiutati di riconoscere Assange come giornalista ed editore, anche se non facendolo  si sono esposti all’uso futuro delle stesse sanzioni draconiane se loro pubblicazioni dovessero fare rivelazioni scomode. Ma probabilmente sanno già che non accadrà perché di fatto hanno sottoscritto con il loro silenzio il diritto delle autorità americane di sequestrare qualsiasi giornalista straniero, ovunque si trovi nel mondo. Insomma per sette anni abbiamo dovuto ascoltare un coro di giornalisti, politici e “esperti” che ci dicevano che Assange non era nient’altro che un fuggiasco e che i sistemi legali britannico e svedese potevano essere fatti valere per gestire il suo caso in pieno rispetto della legge. Nemmeno una parola o un pensiero sul fatto che per la prima volta la gente comune ha potuto dare uno sguardo alle segrete cose, agli arcana imperii, cosa che dovrebbe in qualche modo essere  lo scopo stesso dell’informazione. Dov’è l’indignazione per le gigantesche menzogne ​​che ci hanno raccontato? Dov’è l’ira contro la distruzione della libertà di stampa e di diffusione attutata per colpire Assange? Non c’è: non sono lì per rappresentare la verità o per difendere la gente comune o per proteggere una stampa libera o addirittura per far rispettare lo stato di diritto. Sono lì per proteggere le loro carriere e il sistema che li premia con denaro e influenza.

E in questo caso non sarebbe stata tollerata alcuna deviazione rispetto agli ordini di servizio perché Wikileaks aveva rivelato cose che mai si sarebbero dovute conoscere: il video nel quale si vedono i soldati Usa che celebrano l’uccisione di civili iracheni o la pubblicazione di cablo diplomatici statunitensi, come quelli venuti alla luce nel 2010, che hanno rivelato le macchinazioni segrete dell’impero americano per dominare il pianeta qualunque sia il costo in termini di violazioni dei diritti umani. E ora ci riempiranno con nuovi inganni e depistaggi per nascondere il cuore del problema e le loro stesse tracce, per impedire di farci capire che i diritti di Assange sono i nostri diritti. 


Infernet europeo

main_eu-data-copyright-us-CONTENT-2018Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dimmi come voti e ti dirò chi sei, basterebbe adattare il vecchio adagio alle prestazioni degli europarlamentari italiani per capire a chi fa comodo la direttiva sul Copyright (adottata con 348 voti a favore, tra cui quelli di Pd e Forza Italia, 274 contrari incluso il Movimento 5 Stelle, e 39 astensioni)  e che, secondo il Sole 24Ore,  “include salvaguardie alla libertà di espressione, e consentirà a creatori ed editori di notizie di negoziare con i giganti del web”, tranquillizzando così i propalatori di micetti, di citazioni amare del povero Gramsci, di motti grondanti gin di Bukowski, di versi marzolini della Merini, che potranno continuare nel loro impegno personale a garanzia che  Internet “rimanga uno spazio aperto di libertà di espressione”.

Tutto bene: non sarebbero  più previste quelle imposizioni (le cosiddette tasse sui link) che avrebbero colpito i siti più piccoli; gli snippet brevi saranno esenti dalla tutela dei diritti d’autore, meme e GIF saranno ancora disponibili e condivisibili sulle piattaforme online, “garantendo, recita il comunicato ufficiale, la libertà di circolazione e diffusione di citazioni, critiche, recensioni, caricature, parodie da opere protette”.

Tutto bene insomma:  la riforma penalizzerà gli avidi giganti monopolisti della rete, Facebook, Google, Twitter, costretti a negoziare un equo pagamento con i produttori dei contenuti  e a  provvedere a istituire sistemi di controllo automatici per evitare che sulle loro piattaforme sia caricato materiale protetto dal diritto d’autore. Tutto bene se, sia pure in tempi lunghi e con procedure complesse, si incrementa l’opportunità dei titolari dei diritti, in particolare musicisti, artisti, creativi ed editori, di contrattare accordi migliori sulla remunerazione derivata dall’utilizzo delle loro opere diffuse sulle piattaforme web.

Tutto bene soprattutto per   i veri suggeritori della riforma, media e grandi società editrici, a leggere il compiacimento del presidente degli editori di giornali europei dell’Enpa, Carlo Perrone che parla di “grande vittoria per la stampa in Italia”, di  “un voto storico per l’anima e la cultura dell’Europa” (sic), di una data epocale “per il futuro degli editori di stampa e per il giornalismo professionista”.

E ci mancherebbe, poco ci vuole a leggere tra le righe del provvedimento per capire che le piattaforme dei boss globali si equipaggeranno con un algoritmo per individuare  i siti dotati di licenza (Repubblica, l’Espresso, Corriere, etc. ad esempio) e pubblicarne i contenuti con tanto di link, foto, vignette, audio e video, lo stesso procedimento abilitato  invece per bloccare tutti quelli che la licenza non la possiedono, i blog volontari come questo che state frequentando, o le piccole testate giornalistiche, perchè un algoritmo così sofisticato e così cretino da ricercare ogni  immagine, ogni jingle, ogni citazione, impone un procedimento troppo complesso e costoso perfino per  Facebook e Google, “autorizzati” così per motivi di convenienza e efficienza a  censurare tutta la “grande” comunicazione non “irreggimentata”.

Siamo alle solite. Con un’Europa che legifera per confermare che l’unico diritto all’informazione sia prerogativa inalienabile di quelli che propinano al pubblico le veline ufficiale, le convinzioni e le persuasioni mainstream, i dati manipolati sui risultati elettorali, i video bellici trattati dal settore effetti speciali di Hollywood. E con quello stesso “pubblico” che si accontenta della licenza concessa a abbeverarsi su supporto informatico delle stesse brodaglie velenose che un tempo leggeva durante la preghiera laica del mattino, a imparare la ricetta della pastiera tramite tutorial su Youtube, a contare le smagliature delle influencer, a diramare gli aggiornamenti sulle proprie vicende di malmaritate o di maschi a caccia di prede virtuali.

La  belva selvaggia che, anche se era nata come un  grande suk che catalizzava e metteva in circolazione materiali, prodotti e idee in cerca di sviluppare profitto,  aveva offerto la possibilità formidabile di frugare, prendere, mettere la mani e ricreare informazioni, sapere e conoscenze, in una comunità che potenzialmente e potentemente era svincolata dalle imposizioni “padronali” e commerciali  e che in qualche caso vi si opponeva, è ormai addomesticata. Da anni la proprietà privata ha lavorato e lavora per  domarla, per ricondurre tutto quel flusso di possibile “bene” sociale e comune, spesso creativo, talvolta antagonista, dentro le sue gabbie, per controllarne la potenzialità alternativa, cercando di limitare l’accesso o di fare prigionieri gli utenti, condannandoli a navigare a vista, controllati dal radar globale pena il castigo supremo dell’offline.

Anche così ci riescono, mettendo sullo scaffale del supermercato globale licenze a pagamento per ridurre la belva a un gattino, concedendo il diritto di cazzeggiare su WhatsApp, di pubblicare le immaginette della cresima su Instagram, le foto di quando avevamo 18 anni su Pinterest, così critica, collera, elaborazione, pensiero non indottrinato vengono conferiti nella discarica delle emozioni, delle scorie del vissuto personale, dei brontolii delle pance vuote. Talento, aspettative, bisogni e vocazioni trovano su Internet le loro risposte moderne e libertarie per chi deve essere convinto che l’indipendenza e l’autonomia consistano nell’avere un padrone fantasmatico, irriconoscibile e invisibile, grazie ai lavoretti offerti dalla nuova rivoluzione postindustriale, consegnando i pasti a domicilio, guidando le vetture di Huber,  smistando i  prodotti dei grandi magazzini globali e portandoceli a casa grazie alla felice sintesi tra opportunità offerte dal Pc e occupazione freelance, dove la libertà consiste nel portarsi a casa i pochi, maledetti e subito, senza garanzie, senza sicurezze, senza prospettive, senza protezioni, chiusi e isolati nella bolla della precarietà, della solitudine consumata davanti allo schermo o su uno scooter.

Intanto la sorveglianza “sulla” e “della” rete serve a modellare il nostro futuro. E non più controllando e monitorando le nostre inclinazioni e  predilezioni di consumatori, ma prevedendo e forgiando quelle future per modificare comportamenti, scelte personali e pubbliche, gusti e desideri, come era inevitabile accadesse da quando il domani è stato privatizzato, dominato dal mercato che interviene su aspettative, sogni, ambizioni e sentimenti, archiviandoli nella banca dati che serve a ridurre ogni spazio statale, pubblico, comune in un luogo angusto, chiuso all’autodeterminazione e al libero arbitrio, dove siamo autorizzati a giocare alla Play Station della vita.

 

 


Strana morte di un teste scomodo

imane-300x225 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Un mese fa una giovane donna viene ricoverata all’Humanitas di Rozzano, lamenta lancinanti dolori all’addome e vomita. Il suo quadro clinico è complicato,  tanto che viene trasferita in terapia intensiva,  poi in rianimazione. Si effettuano vari accertamenti: la ragazza ha un passato “turbolento” e a quelli consueti si aggiungono quelli tossicologici per diagnosticare la presenza di stupefacenti tagliati male, che però danno esito negativo. Durante un breve miglioramento Imane Fadil, così si chiama,  confessa il timore di essere stata avvelenata per il suo coinvolgimento in uno scandalo che ha visto protagonista una personalità molto in vista. La situazione poi precipita e ancora prima  che arrivino i risultati dei test, la donna muore.

La procura di Milano apre un’indagine per omicidio volontario, gli investigatori riscontrano anomalie nelle cartelle cliniche, ma l’autopsia richiede tempo in quanto va effettuata con particolari requisiti di sicurezza, perché se i primi accertamenti condotti in un centro specializzato di Pavia hanno escluso la presenza di metalli velenosi, resta in piedi l’ipotesi dell’azione tossica di  sostanze radioattive.

Non è un thriller anche se sono presenti tutti i topoi del genere: c’è una spregiudicata modella straniera che entra nelle grazie di un potente – noto  e ricattabile per le sue disinvolte e disinibite abitudini sessuali,  e alle cui cene eleganti la bella marocchina convoca e induce a partecipare altre giovani bellezze, interessate a scorciatoie artistiche o ad assicurarsi piccole rendite facili, e poi una cerchia di facilitatori di incontri erotici, oltre a  uno stuolo di professionisti profumatamente pagati e appagati nelle loro ambizioni anche grazie a importanti incarichi politici, e ad amici meno visibili ma non meno impegnati a coprirgli malefatte e a pulire le scene dei delitti in qualità di Wolf-risolvo problemi come in un film di Tarantino.

E c’è da sospettare anche che ci siano funzionari pubblici, controllori controllati dall’influente personalità che si bevono parentele improbabili, inquattano incartamenti, accreditano alibi inverosimili, riservano intimidazioni e minacce ai pochi che si sottraggono al cono di luce del tycoon,  anche per via dell’ammirazione dovuta a un’autorità   pronta a dimostrare familiarità e benevolenza con chi gli dedica devozione e rispetto.

Eh si ci sono tutti gli ingredienti:  la sensuale modella araba,  testimone in un processo che vede imputato un vip per corruzione di atti giudiziari   in qualità di buona conoscente e conterranea di una sconcertante “nipotina” e più ancora di ospite di eccellenza a 6 forse 8 convivi presso di lui,  allora presidente del Consiglio,  ancora lui, il capitano di industria che ha preso in prestito la politica e non la vuol restituire malgrado l’età avanzata e una meritata eclissi per motivi elettorali e  giudiziari, di mezzane ruffiani,  di ex invitate grate, o ingrate che lamentano la latitanza dell’ex grande protettore, la esiguità delle donazioni rispetto alla fatica di sopportare molesti commerci carnali con un culo flaccido che invece di particine in cinepanettoni o di ragguardevoli prebende mensili comprensive di affitti in appositi condomini, si limitava a fantasiosa bigiotteria da mercatino.

E poi c’è la zona grigia di suoi manutengoli,  capaci di chiudere la bocca per tacitare a ogni costo scomode rivelazioni, proprio come in un romanzo di Graham Green o nelle cronache dal mondo del racket,  ma anche con l’impiego di veleni cari al filone spionistico del giro  Mitrokhin, come non ha mancato di far rilevare l’esperto in complotti del Kgb Guzzanti, padre, purtroppo che almeno con figlio ci saremmo fatti qualche risata in più.

È probabile che anche questo caso rientrerà nei misteri italiani mai chiariti – che non basteranno le memorie scritte della vittima e destinate a pubblicazione postuma, con la morte del testimone chiave che si aggiunge a altri due decessi oscuri:   quello di  Egidio Verzini, ex avvocato di Ruby Rubacuori che aveva rilasciato inquietanti dichiarazioni il giorno prima di andare in Svizzera in una clinica per il suicidio assistito , nelle quali  aveva parlato pubblicamente di un versamento totale di 5 milioni effettuato, “da Silvio Berlusconi” nel 2011 tramite una banca di Antigua, per liquidare con  3 milioni la nipotina di Mubarak  e con 2 milioni Luca Risso, suo ex fidanzato. A smentire  Verzini che aveva spiegava che l’operazione sarebbe stata gestita direttamente dall’avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini, con la collaborazione dello stesso Risso, era subito arrivata la replica dei due  che avevano definito “destituite di ogni fondamento” quelle affermazioni. E quello di un cronista collaboratore della Stampa, ucciso da un inspiegabile malore, forse un infarto (ma i risultati dell’autopsia non sono mai stati resi noti)  Emilio Randacio, noto per le sue inchieste servizi segreti italiani, su cui aveva scritto nel 2008 anche un libro, ‘Una vita da spia’“, e che aveva seguito il processo Ruby in tutte le sue fasi.

Ma c’è da scommettere che resterà insoluto malgrado la morte di Imane Fadil  faccia parte di quel susseguirsi di enigmatiche disgrazie occorse a persone che si sono trovate più o meno casualmente sul cammino di Silvio Berlusconi e hanno costituito un inciampo. E se da subito, come succede preferibilmente quando la vittima è una donna e per di più bella e dal passato movimentato e controverso, il suo probabile assassinio viene catalogato come il prevedibile e addirittura meritato epilogo di una vita trascorsa in squallidi ambienti equivoci e forse “malavitosi”, come se non fosse obbligatorio emettere la stessa sentenza su un signore ricco e  anziano che si trastulla con minorenni, e a motivo di ciò condizionato e ricattato, in situazioni sempre borderline dove circolano droga, soldi troppo facili, raccomandazioni e intercettazioni, minacce e estorsioni nel contesto dei palazzi della politica.

Si è probabile che non sapremo mai la verità del “caso di cronaca”, mentre anche così sappiamo quella storica su un imprenditore che ha comprato e gestito l’informazione di un Paese, che è diventato leader di un suo movimento partitico, che è stato presidente del consiglio per  20 anni e che da pluricondannato ancora è in grado di influenzare, subordinare e subornare coalizioni e maggioranze, che ha corrotto uomini e le leggi piegate ai suoi interessi, e che in virtù dei voti che lo hanno eletto ritenga per questo di essere legittimato all’illegalità.

E sappiamo anche quella su una “opposizione” alle sue politiche che per anni lo ha contestato per i suoi affari di letto più che per quelli permessigli dalla indifferenza per gli espliciti conflitti in interesse e per i provvedimenti ad personam, per il fatto di comprarsi i favori femminili più che per quelli di parlamentari,  per il fatto di aver annesso alla sua scuderia televisiva presentatori e attricette della Tv pubblica, più che per aver messo a curare i suoi cavalli un mafioso, criticando il cattivo gusto in fatto di mobilia nelle sue ville sibaritiche più di quello che gli faceva scegliere famigli e amici nella crema del malaffare e dei clan. Come di aver corrotto le giovani menti con Drive In più che le leggi, le relazioni industriali, il sistema della comunicazione, quello dell’istruzione dimostrando che ambizione spregiudicatezza valgono più di sapere e conoscenza. Parliamo di un’opposizione che è scesa in piazza contro il puttaniere omettendo la critica al golpista, in modo da preparare la strada a giovani e, allora rampanti, successori incaricati  di coronare il suo disegno. E che oggi in qualità di bonario e inoffensivo pensionato che guarda il mondo da una panchina gli attribuiscono  ancora l’auspicabile funzione salvifica di addomesticare, come un nonno ragionevole,  le burbanzose intemperanze del partner abituale. Ma che nessuno pensi di avvelenarlo quel gran maleducato, per carità, che può  sempre venire buono per un non lontano futuro in un nuovo “Tutti insieme appassionatamente”.

 


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