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Siria, tornano i profughi: “più sicuri sotto Assad”

SYRIA-CONFLICT-RELIGION-RAMADAN-ISLAMViviamo in un mondo straordinario dove non c’è più bisogno di dare un senso alle cose, ogni accadere diviene evento ed è giustificato per se stesso senza bisogno di collegarlo ad altro, di darne una spiegazione. Così accade che sia possibile vivere angosciosamente la migrazione di massa, senza alcun bisogno di riferirsi alle sue cause e dunque di agire per rimediare a questo stato di cose. Di fatto la schizofrenia cognitiva contemporanea, vero capolavoro del pensiero unico, rende tutti impotenti così da lasciare le elites oligarchiche libere di agire secondo i loro interessi e le loro prospettive.

E’ straordinario ad esempio che il New York Times  e la Bbc mentre continuano imperterrite a giustificare la lutulenta campagna contro Assad, mentre si adoperano a diffondere inquietanti notizie nemmeno più sull’uso (ormai sono abbastanza scottati su questo) ma sull’intenzione di Damasco di usare i gas, un totale assurdo visto che sta vincendo, diano notizia del fatto che circa mezzo milione di siriani rifugiatisi in Turchia o nei Paesi vicini abbiano fatto ritorno alle loro case sentendosi assai più sicuri sotto Assad che sotto i tagliagole salafiti ingaggiati dall’Occidente. Ora visto che tutta l’infame guerra siriana è nata grazie alla messa in opera di una pretestuosa guerra civile contro il sanguinario Assad, sarebbe lecito aspettarsi che la notizia del ritorno in massa getti qualche dubbio sulle tesi ufficiali tanto più che il rientro dei cittadini siriani è particolarmente accentuato in quelle aree del Paese come Aleppo, Homs e Hama dove il regime siriano sarebbe stato praticolarmente pesante secondo la narrazione ufficiale. Per di più lo stesso Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati che ha diffuso queste infomazioni, interpreta questo flusso di ritorno come la dimostrazione che la “percezione di sicurezza sia aumentata nelle zone in cui i profughi fanno ritorno”. Strana cosa davvero che centinaia di migliaia di persone si sentano più sicure sotto il regime contro cui ufficialmente combattevano e da cui erano fuggite.

Eppure nemmeno un’ incertezza, tutto come prima, sembra che questa palese contraddizione non sfiori né gli informatori, né l’opinione pubblica. Addirittura il NYT pubblica un editoriale ne quale un giornalista di nome ed ex direttore dell’ufficio del giornale a Beirut, Robert Worth, sostiene apertamente che la gente si sente più tutelata sotto il dittatore dal quale sarebbe fuggita: “Molta gente oggi vede Assad come la sua unica barriera contro un genere di caos molto più letale” E racconta di un imprenditore che aveva chiesto in camera caritatis ai colleghi chi avrebbero scelto come prossimo presidente della Siria e tutti hanno risposto Assad: ” è l’unico che puà proteggerci di suoi stessi demoni”.

Anche ammesso che l’episodio raccontato sia vero, si tratta di un capolavoro di ipocrisia tutta americana ( fatta propria dall’intero occidente e da tutta la sua informazione), con la quale si cerca di non smentire le favole precedenti e nello stesso di tenere conto della realtà, ovvero che i siriani, grazie all’appoggio della Russia hanno vinto e gli Usa devono ormai venire a patti così come i suoi luogotenenti europei lividi di rabbia. Ma è impressionante come tutto questo non induca i lettori a mettere in crisi tutta la narrazione sul medio oriente e il Nord Africa a partire quanto meno dal 2011. Certo siamo di fronte a un cambiamento di prospettive: come scrive il Daily Beast, erede di Newsweek , il cui  direttore esecutivo è l’ex editore del Wall Street Journal, dunque lontanissimo da ogni idea di contro informazione, sostiene che Trump sarebbe ormai disposto ad accettare la permanenza di Assad al potere. Dunque le notizie che arrivano dall’Onu e i sintomi di un’inversione di marcia nella narrazione ufficiale potrebbero rappresentare un tentativo di preparare questo nuovo contesto, pur tra i sabotaggi della vecchia ammnistrazione e dei suoi fiduciari sul campo.

Rimane tuttavia paradossale, inspiegabile in termini razionali come  il ritorno dei profughi non mandi all’aria tutta la costruzione narrativa della vicenda siriana e non instilli alcun sospetto sulla sua “confezione” truffaldina, quasi si trattasse di due eventi senza relazione tra loro se non quella di moto a luogo.  Come se fosse televisione.

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Brasile e Venezuela due pesi e due misure

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Manifestante pro Maduro dato alle fiamme dagli arancioni venezuelani 

In questi giorni assistiamo a due situazioni parallele ossia quella del Venezuela e del Brasile che tuttavia vengono trattate dai media occidentali in maniera diametralmente opposta: entrambi hanno governi e presidenti democraticamente eletti, entrambi si trovano ad affrontare violente manifestazioni di piazza eppure in Venezuela si parla di repressione dittatoriale, senza alcuna vergogna di forzare la mano anche attraverso l’utilizzo di fonti sospette non dichiarate tal e addirittuta fotomontaggi, mentre in Brasile sono i manifestanti ad essere accusati di una violenza che va assolutamente repressa e che infatti è stata repressa con una strage di 10 manifestanti che tuttavia non scuotono affatto i cuoricini redazionali. Ora, prima ancora di inoltrarsi nel territorio del merito mi chiedo se nelle menti dei lettori di giornali o ascoltatori di Tv si affacci una qualche timida domanda su questa assurda differenza o affiori nonostante la prolungata lotofagia  una qualche pallida consapevolezza di essere presi in giro da un’ informazione ridottasi a propaganda della peggiore specie.

Entrando parzialmente nel merito la differenza strumentale di narrazione diventa ancora più netta, per non dire clamorosa, visto che in Venezuela è la minoranza benestante della popolazione, appoggiata dai media e dai fondi dell’internazionale arancionista a suscitare una protesta amplificata e a praticare una violenza spesso e volentieri attribuita all’altra parte. Certo il presidente Maduro ha commesso degli errori, ovvio che quando si scatena il conflitto tutti hanno vittime da recriminare, nondimeno si tratta di un Paese nel quale il presidente è stato liberamente e regolarmente eletto così come il parlamento che tra l’altro ha una maggioranza all’opposizione. In Brasile al contrario si è eliminato il presidente Rousseff per via giudiziaria, ma il nuovo capo dello stato, Temer incoronato grazie alle pressioni che giungono da Washington, al lavoro sul campo dei suoi uomini e delle sue ong, alle organizzazioni della finanza globale e ai centri di informazione ad esse legata, è finito in pieno nel medesimo scandalo,  in maniera assai più grave e diretta assieme a una cinquantina di deputati e sette ministri. Dunque è naturale che oggi la destituzione di Dilma Rousseff appaia come un vero e proprio colpo di stato e che la popolazione sia sul piede di guerra soprattutto quando allo scandalo si salda la protesta contro i provvedimenti liberal reazionari di Temer che hanno visto 30 milioni di brasiliani scendere in piazza.

Ora il punto è questo: le manifestazioni violente se non la vera e propria rivolta sono o non sono armi lecite per rovesciare regimi e governi legittimamente eletti? E’ ovvio che la risposta, nell’abito del formalismo rappresentativo, deve essere univoca – si oppure no – e non può cambiare a seconda degli ordini di scuderia dell’impero, delle sue convenienze o della sua risaputa geopolitica. Certo ci avviamo verso tempi nei quali il venir meno della rappresentanza vera e propria da parte di un sistema politico subalterno e ridotto a puro ruolo di facciata, priva i cittadini della loro voce e li trasforma in mere comparse elettorali, quasi sempre gestibili con la paura, la menzogna, il disorientamento o la repressione sul campo e quella di ambito giudiziario: gli interrogativi si fanno dunque più complessi e le prospettive più buie, ma in ogni caso le risposte non possono evitare di rifarsi a criteri universali e non scelti di volta in volta a seconda di come gira. Non si può considerare una lesione della libertà e un segno di dittatura il fermo di qualche ora di un cialtrone a pagamento sceso in piazza a Mosca senza autorizzazione e invece assolutamente legittime e democratiche le manganallete, gli arresti e i processi per fattispecie assurde come il terrorismo contro i no Tav in Italia.

Ho fatto questo esempio perché, come dire, è alla portata di tutte le tasche, evidente persino ai più distratti, quasi accecante nella sua semplicità. Eppure sembra che nessuno se ne accorga e non per un deficit di intelligenza, ma per un deficit sociale: l’isolamento come individui ci rende facile preda di umori e pregiudizi, incapaci di ricollegare gli eventi in una realtà  coerente e dunque ci fa inermi di fronte alle più evidenti manipolazioni e deformazioni, ci lascia senza bussola e senza difese, cosi da poter assentire a tutto e al contrario di tutto. E alla fine dover sopportare proprio tutto.


Venezuela: manuale di autodifesa dallo stupro di verità

IMG_20170516_191431Mettiamoci nei panni di un abitante del pianeta terra che per informarsi sul Venezuela non ha che i media mainstream occidentali, che sente e legge ogni giorno di “manifestanti” e “repressione”: inevitabilmente finirà per credere che la popolazione sia in rivolta nelle piazze mentre il governo non fa che reprimere la protesta. Non potrebbe mai immaginare che in Venezuela non esiste in realtà alcuna rivolta popolare, che le manifestazioni partono esclusivamente dai quartieri residenziali dei ricchi, che violenza, uso delle armi  e terrorismo vengono proprio dagli organizzatori di queste falangi, che i media possono trasformare il 2% della popolazione in popolazione tout court e le piccole isole urbane di privilegio nel “Venezuela”.

Non possono immaginarlo perché vedono immagini del tutto fuori contesto e leggono parole fuori dignità, non possono pensarlo ancorché tutto questo faccia parte di un copione adottato ormai un’infinità di volte: sono abituati, anzi piegati alla pseudo verità hollywoodiana, espressione che in questo caso è più di una metafora visto che dai meandri del dipartimento di stato di  Washington è saltato fuori l’elenco delle personalità dello spettacolo, dell’arte e della politica lautamente ricompensati per rendere più credibile la storia. Ecco il documento fortunosamente trapelato:  “Come parte integrante delle nostre azioni per restaurare la democrazia in Venezuela, abbiamo stabilito contatti con politici e artisti per una loro collaborazione nella diffusione di messaggi che stimolino lo scenario di protesta in questo paese. Questi cittadini venezuelani sono stati contattati attraverso le nostre sedi diplomatiche per poter ricevere le istruzioni sui messaggi, azioni e pubblicazioni da tenere nelle reti sociali, per orientare l’agenda nazionale e internazionale, generando alti livelli di conflitto in questo paese (leggi anche diffusione di armi ndr) e aumentando il ripudio al Governo di Nicolás Maduro. I nostri agenti hanno garantito il finanziamento necessario per garantire  le spese logistiche necessarie e campagne di marketing per adempiere ai compiti assegnati. Di seguito facciamo riferimento ad una lista di personalità che dovranno essere presi in considerazione per la loro protezione in caso di un intervento nel paese sudamericano.
Julio Andrés Borges Junyent, 
Freddy Guevara Cortez,  David Smolansky Urosa, Enrique Márquez. Tomás Ignacio Guanipa Villalobos, María Corina Machado, Juan Guillermo Requesens, Gabriela Arellano, Luis Florido, Lilian Tintori, Norkys Yelitza Baptista, Miguel Ignacio Mendoza Donatti, Henry Lisandro Ramos Allup. Spero che qualcosa vada anche ai giornalisti italiani che hanno fatto propria la sceneggiatura in questione, anche se in realtà lo stesso stipendio costituisce spesso una ricompensa forfettaria.

Quindi sapete cosa significhi e da chi sia sollecitata la santificazione dei dimostranti31898_4_tachiraparas_0-3b852 mercenari o reazionari in proprio che uccidono, distruggono, torturano e sabotano in nome della democrazia, un termine che l’uso amerikano sta rendendo ignobile. Ma siccome il trascinamento della pseudo verità è forte vi propongo un manuale di autodifesa contro le menzogne alla venezuelana che non vuole assolvere Maduro dalle responsabilità di una gestione non all’altezza di Chavez e degli ideali bolivariani in genere che ha provocato un certo disorientamento nel suo stesso campo. Vuole soltanto ristabilire un minimo di onestà nei termini del dibattito.

“Il Venezuela è un regime dittatoriale” Assolutamente falso. A partire dal 1999 il Venezuela bolivariano ha organizzato ben 25 appuntamenti elettorali, riconosciuti come trasparenti dalle organizzazioni internazionali. Per l’ex presidente Jimmy Carter che è stato osservatore in 98 consultazioni elettorali in tutto il mondo il , il sistema elettorale venezuelano è il migliore del mondo, mentre Lula da Silva ritiene che rappresenti addirittura un eccesso di democrazia. Nel maggio 2011 la relazione della Fondazione Canadese per l’avanzamento della democrazia (FDA) ha collocato il sistema elettorale venezuelano al primo posto nel mondo per il rispetto delle norme fondamentali della democrazia. Il cileno Latinobarometro ha stabilito nel suo rapporto 2013 che il Venezuela ha il record di fiducia dei cittadini nella democrazia in America Latina (87%) seguito da Ecuador (62%) e Messico (21%). Il presidente Nicolás Maduro ha avviato un processo costituzionale partecipativo che permette a tutti i settori sociali di presentare proposte e ha ribadito che le elezioni presidenziali si terranno nel 2018, come previsto dalla legge.

” Non c’è libertà di espressione in Venezuela” . Vergognosamente falso. Delle oltre mille fra stazioni radio e canali televisivi cui lo Stato ha concesso l’autorizzazione a trasmettere, il 67% è privato e contrario al bolivarismo, il 28% è nelle mani delle comunità, ma trasmette solo a livello locale e appena il 5%  è di proprietà dello stato. Dei 108 giornali che esistono, 97 sono privati e 11 pubblici, mentre il 67% della popolazione venezuelana ha accesso a Internet. Questa piattaforma dominata da mezzi di comunicazione privati e rafforzata dalla rete reazionaria transnazionale gioca un ruolo cruciale nella disinformazione al servizio di destabilizzazione. Potete leggere qui un esempio molto significatico di censura della verità e dell’intelligenza.

“Ci sono prigionieri politici in Venezuela” . Falso. A meno che non siano considerati “prigionieri politici” gli assassini delle formazioni di estrema destra.  In uno stato di diritto, essere di destra non significa essere al di sopra delle leggi e poter compiere impunemente omicidi, attentati o dedicarsi alla corruzione. Sedicenti prigionieri prolitici  sono in galera per questo e non per le loro idee ammesso che le abbiano. E’ davvero una vergogna senza fine per l’occidente e per i suoi media che si accrediti di prigionia politica persino di un  tale Leopoldo Lopez, capo di Alba Dorata venezuelana, indottrinato al Kenyon College dell’ Ohio che ha sulla coscienza l’assassinio di 43 persone tra cui alcuni bambini e 6 poliziotti. Ma per questo serial killer esiste persino una campagna per la liberazione che parte – indovinate! – proprio dal Kenyon College. Anzi la società venezuelana nel suo complesso ritiene che vi sia un certo lassismo. Secondo la società privata di sondaggi Hintyerlaces, il 61% dei venezuelani ritiene che i promotori della violenza e del terrorismo devono rispondere delle loro azioni in tribunale.

“L’opposizione è democratica”. Falsissimo: gli attuali leader della destra che organizzano le violenze non hanno affatto rispettato le istituzioni democratiche, sono gli stessi che nell’aprile 2002 avevano condotto un sanguinoso colpo di stato contro il presidente Chavez, con l’aiuto della confindustria locale e militari addestrati la Scuola delle Americhe . Del resto uno dei loro mentori non è che l’ex presidente Alvaro Uribe, formatosi negli Usa, tanto per cambiare, che nel suo lungo cursus onorum da sindaco di Medellin a padrone del Paese ha prodotto 60.630 desparecidos per non parlare degli accordi sottobanco con i cartelli della droga.

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Uno dei pochi infortuni venuti alla luce nella campagna contro la democrazia in Venezuela: la foto di un soldato che soccorre un cameramen ferito, diffusa dalla Reuter come prova di repressione della libertò di esprresione. La Reuter ha dovuto chiedere scusa, ma per il fatto di esistere.

Lo scrittore Luis Bitto Garcia sintetizza così la situazione riguardo alla libertà di espressione: Esiste la censura in Venezuela? Sì, in effetti. Quella di gran parte dei media nazionali e internazionali che oscurano ciò che accade realmente nel paese e mantengono un silenzio sul progresso sociale e lo sviluppo della democrazia partecipativa, privando così del loro diritto all’informazione una stragrande maggioranza di persone in tutto il mondo. C’è una dittatura in Venezuela? Sì, in effetti. Una dittatura dei media che pretende di imporre i tiranni stile Carmona Estanga, capo dei capi del colpo di stato che con il sostegno diretto dei depose Chavez nel 2002 ”  Tuto questo insegna come con la sola forza dei media e della stupidità indotta nelle persone, si è riusciti a trasformare una democrazia tra le più avanzate in una dittatura, a creare una pura realtà virtuale per ingannare le opinioni pubbliche e dare modo a un ceto di super ricchi del Paese, ancora dotati di servi mulatti come al tempo degli spagnoli, di opporsi ad ogni politica sociale. Dunque difendere le libere istituzioni del Venezuela da questi assalti all’arma bianca non significa difendere Maduro, significa difendere noi stessi dalla menzogna.

 


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