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Ideologia Co2

CO2Era da tempo che volevo scrivere non tanto sul cambiamento climatico, quanto sulla narrazione che si fa di esso, da una parte catastrofista, dall’altro distrattiva sulle conseguenze dell’iper produzione sull’ambiente. Chi legge questo blog sa bene che considero i temi ambientali un punto chiave del discorso politico, come dimostrazione dell’insostenibilità del neo liberismo e delle sue ricette. Ma ho la netta sensazione che grazie alle pressioni mediatiche e alle facili simbologie agitate, il discorso si vada riducendo a uno schiocco allarmismo sulla Co2 che è davvero l’ultimo dei problemi perché si tratta di un gas – assieme al vapore acqueo che è di gran lunga il maggiore fatore serra -che entra pienamente nel ciclo vitale della biomassa planetaria e può essere facilmente smaltito: in effetti nel giro di 5 – 7 anni essa viene totalmente cambiata, vale a dire assorbita da piante e animali e riemessa. Insomma ce la prendiamo con l’unico gas naturale, mentre altri e molto più potenti gas serra  vengono immessi in atmosfera dall’attività antropica (basti pensare solo al metano, al protossido di azoto e agli alocarburi) assieme ai molti veleni che poi si depositano al suolo o vengono smaltiti negli oceani , comprese le scorie radioattive .

Cerchiamo di fare un discorso pacato e serio: il cambiamento climatico è sotto gli occhi tutti, ma il clima terrestre è assolutamente variabile e oscillante sia sui lunghi periodi che su quelli brevi: la geologia ci parla di ere molto calde e molto fredde, ma anche la storia, già quella scritta, quando l’effetto antropico non esisteva, ci mostra una estrema variabilità con periodi più freddi e più caldi dovuti a una nutria serie di fattori: la variazione della radiazione solare che fa la parte del leone costituendo al minimo il 50% degli effetti climatici, l’attività dei vulcani, probabilmente anche la densità di polvere cosmica incontrata dal sistema solare nella sua ampia orbita ellittica attorno al centro della galassia e infiniti altri fattori compreso il moto dell’asse terrestre che provoca la precessione degli equinozi e che sembra essere la causa dell’alternanza di climi umidi e secchi sulla più grande area desertica del pianeta, ovvero il Sahara, la percentuale di forestazione, il grado di albedo o la sostituzione di terreno coperto da vegetazione con il cemento e l’asfalto delle aree urbane e via dicendo. Ora nessuno è in grado di dire quale sia la percentuale di effetto antropico sul riscaldamento attuale, tanto meno di stabilire con adeguata precisione  quale sia l’impatto della Co2 all’interno di  questo processo e quale sia la percentuale dovuta all’anidride carbonica prodotta dalle attività umane . Le ipotesi che abbiamo vanno da un minimo del 2% , certamente sottostimato, a un massimo del 20%. Insomma facendo un po’ di calcoli tra Co2 che fa parte del ciclo naturale e quella di origine antropica  ne viene fuori, prendendo per buone le cifre più allarmistiche, che il contributo dell’anidride carbonica di origine umana al cambiamento climatico è inferiore al 2,5 per cento. Se insomma prendiamo l’aumento di temperatura media registrata dal 1880 al 2018, ovvero 0,8 gradi, il contributo della Co2 di origine umana corrisponde a un aumento intorno agli 0,020 gradi.

Ovviamente il clima è una macchina delicata e non conosciamo bene le interazioni che vi possono essere fra le moltissime incognite cosa che porta al proliferare delle ipotesi oltre che ai “ritocchini” ai dati, anche se di fatto il 60 per cento delle ricerche climatologiche sono neutrali rispetto agli effetti antropici:  tuttavia puntare tutto sulla Co2 come si è fatto a partire dalla conferenza sul clima di Parigi, peraltro già sconfessata nella pratica con un notevole aumento dell’uso di carbone nei Paesi del nord Europa, è quanto meno un azzardo che mette sotto il tappeto tutte le altre nefandezze dell’iper produzione capitalistica, tra i quali figurano lo spreco folle di risorse idriche per cose del tutto inutili oltre che la loro privatizzazione, la deforestazione, l’avvelenamento degli oceani con la plastica e le scorie industriali di ogni tipo, la predazione insostenibile delle risorse, la riduzione della capacità agricola dei suoli,  che sono in sostanza le principali linee portanti della devastazione planetaria dovuto al fatto che il mondo attuale è retto da due divinità maligne, il profitto senza limiti e il consumo folle come sostituto delle speranze e della dignità.

Si tratta di un errore o invece di un progetto ideologico? Mi lascia perplesso e sospettoso il fatto che vi sia stato un passaggio quasi repentino da un sostanziale negazionismo climatico al catastrofismo più spinto. Ma ancora di più il fatto che questa nuova narrazione tutta incentrata sulla Co2 è perfetta per indurre non una minore produzione, ma anzi un suo aumento attraverso – ma è solo un esempio – il rinnovo dell’intero parco automobilistico e mettendo le basi per una nuova accumulazione capitalistica. Inoltre tutto questo rende possibile impadronirsi di una delle principali tesi dell’antagonismo al sistema portando a conseguenze che vanno ben oltre la questione in sé e per capirlo basterebbe citare le parole di Christiana Figueres, segretario esecutivo della struttura dell’Onu sul  cambiamento climatico, secondo la quale la democrazia è un sistema di governo scadente per combattere il cambiamento climatico e parla di trasformazione centralizzata

Tombola. Dal momento che il sistema è divenuto insostenibile e non lo si può nascondere a lungo, allora bisogna fare dell’insostenibilità del sistema la migliore arma per la sua perpetuazione.

 

 

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La carità del profitto

decreto-salvini-casAnna Lombroso per il Simplicissimus

Verrebbe da ricordare alla ministra Lamorgese che ha dichiarato a conclusione del vertice di Malta “Adesso l’Italia non è più sola”, il vecchio adagio “meglio soli che male accompagnati” o anche “dagli amici mi guardi iddio…” con quel che segue.  Perchè non c’è nulla di più sospetto degli accordi su base volontaria (come quelli che hanno ispirato le intese fallimentari sul clima, tanto per fare un esempio) quando è evidente che le buone intenzioni che lastricano il cammino dei patti sono dettate dalla legge dei soldi.

Italia, Malta, Francia e Germania avrebbero infatti messo a punto e condiviso con la Finlandia, presidente di turno dell’Unione, uno schema che, si dice, potrebbe essere condiviso da 10 paesi intenzionati a scardinare il principio di base del trattato di Dublino che obbliga il Paese di primo ingresso a farsi carico degli stranieri – all’atto di accoglierli e fino all’eventuale rimpatrio – fino alla decisione sulla richiesta di asilo. Portogallo, Irlanda, Lussemburgo, Grecia e Spagna nel contesto dei Paesi sfigati, avrebbero manifestato il loro appoggio,  altri li seguirebbero per non incorrere in eventuali e paventate sanzioni economiche. Attualmente i migranti che arrivano in Italia a bordo delle navi delle Ong e delle motovedette di Guardia di Finanza e della Guardia Costiera vengono registrati negli hotspot e in caso di richiesta di asilo attendono l’esito nei centri di accoglienza.  Se passasse  l’accordo saranno stabilite quote fisse a seconda del numero di Paesi partecipanti (tra il 10 e il 25 per cento) e la distribuzione scatterà in maniera automatica,  entro quattro settimane dalla identificazione sul nostro suolo.

Nell’intesa di La Valletta è quindi previsto che sia lo Stato di destinazione a gestire la sistemazione dei richiedenti asilo e — in caso venga negata l’istanza per il riconoscimento dello status di profugo — anche le pratiche per il rimpatrio, che prevedono un negoziato bilaterale con gli stati (o i regimi? o entità statali farlocche?) di Tunisia, Egitto, Gambia, Nigeria e sulla collaborazione del Marocco, grazie a accordi avviati dal ministro Minniti lo stesso che designò le milizie libiche per l’incarico di Guardie Costiere.

Ancora una volta gli intenti sottoscritti su base volontaria grazie al deterrente delle penalità opera una distinzione tra profughi e emigranti economici, un criterio grazie al quale la gran parte degli italiani che sono andati a cercar fortuna per sfuggire alla miseria nera ( 4.711.000 verso le Americhe solo tra il 1901 e il 1923, di questi, 3.374.000 dal Sud) non sarebbero stati accolti. Perché, come recita il sito della Camera, l’articolo 10, terzo comma della Costituzione prevede che lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge, e non coincide dunque con quello del riconoscimento dello status di rifugiato, per il quale non è sufficiente che nel Paese di origine siano generalmente conculcate le libertà fondamentali, ma che il singolo richiedente abbia subito, o abbia il fondato timore di poter subire, specifici atti di persecuzione.

Tanto per restare in una comoda arbitrarietà e discrezionalità a seconda del vento umanitario che tira (e del bisogno di braccia) non è mai stata dunque adottata una legge organica che stabilisca criteri, requisiti e corretta interpretazione e attuazione  del  dettato costituzionale, anche se sulla base della Convenzione di Ginevra, è stato introdotto il principio di protezione umanitaria che viene concessa quando si valuta su base individuale, che esistono gravi motivi di carattere umanitario per i quali il rimpatrio forzato potrebbe comportare serie conseguenze per la persona, come nel caso di conflitti e di calamità naturali e climatiche.    In barba alle distinzioni tra “irregolari” e “richiedenti asilo” operate dalla Bossi-Fini e perpetuate dalla Tturco-Napolitano e delle infamie giuridiche a seguire, tutti i cittadini stranieri avrebbero dunque il diritto di chiedere asilo in Italia  presentando una domanda di protezione internazionale alla questura o alla polizia di frontiera, che viene esaminata dal  Dipartimento delle libertà civili e immigrazione, del ministero dell’interno. Quelle di protezione internazionale vengono analizzate dalle Commissioni Territoriali  composte da un funzionario della prefettura, uno della questura, un rappresentante dell’ente locale e un membro dell’Agenzia dell’Onu per i rifugiati (Unhcr).

Malgrado il numero delle commissioni sia stato incrementato perfino in vigenza di Salvini, i tempi di attesa sono di almeno un anno, rispetto ad una procedura che, anche secondo l’ipotesi di accordo, non dovrebbero superare  i 35/40 giorni.  E intanto chi è arrivato qui, aggirando i blocchi dei porti, su imbarcazioni delle Ong, su barconi e gommoni, resta in quel mondo in transizione dopo Minniti e Salvini dove è preferibile essere invisibili, che comprende gli hotspot, i centri di prima identificazione e “prima accoglienza”,  il Siproimi  (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati)  e i CAS, Centri di Accoglienza Straordinaria, concepiti come strutture temporanee da aprire nel caso in cui si verifichino “arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti”, così temporanee da diventare perenni, gestite da enti profit e no profit che “mettendo a frutto” i 26 euro pro capite concessi, collocano in lager non solo amministrativi, residence e strutture fatiscenti che ospitano fino a 300 unità e  dalle quale in molti preferiscono scappare per via delle condizioni lesive della dignità, passando dalla condizione di irregolarità a quella di illegalità.

Così adesso possiamo stare tranquilli, dove non arriva la legge,m dove non arriva la carità, dove non arriva la solidarietà arriva il mercato (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/09/16/tratta-legale/ ).

Quelli che scappano dalle guerre, dalla fame, dalle catastrofi climatiche, dalla espropriazione di risorse prodotte dal profitto e dell’avidità del sistema di sfruttamento diventano altre risorse da commercializzare e sfruttare: la distribuzione e la ricollocazione degli “eccedenti” risponderà alle esigenze del mercato del lavoro, i Paesi sottoscrittori li accoglieranno nel numero e nella qualità necessaria a coprire posti non qualificati a compensi inferiori a quelli che le conquiste e le lotte hanno imposto al padronato locale. Così l’immigrazione contemporanea, effetto frutto dello stesso modello di sviluppo capitalistico, della globalizzazione e della finanziarizzazione, delle espulsioni di manodopera dalla produzione tradizionale, dei conflitti bellici, serve ad alimentare un esercito di riserva di salariati che crea condizioni negoziali di compressione verso il basso del valore della forza-lavoro. Se aggiungiamo che si va facendo strada la consapevolezza che solo consistenti flussi migratori possono correggere lo squilibrio  tra le persone in età lavorativa e quelle che hanno superato i 65 anni ed evitare le sue pesanti ricadute sulla spesa pubblica degli stati membri, ecco spiegata la svolta umanitaria dei partner.

Allora non basta dire che bisogna guardarsi dagli abituali xenofobi di destra e pure da quelli riformisti, che si giustificano  con la minaccia secondo cui gli immigrati contribuirebbero ad abbassare i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi, come se si trattasse di un fulmine che cade imprevisto e ineluttabile in geografie non devastate dal Jobs Act, dalle privatizzazioni che hanno abbassato il livello di qualità del lavoro e delle prestazioni ai cittadini, dalle liberalizzazioni dei flussi finanziari che hanno indirizzato investimenti verso il casinò azionario piuttosto che verso la ricerca e l’innovazione. 

E’ adesso, qui e ora che si deve invece combattere per la cittadinanza, di tutti, la nostra, di noi che saremo costretti a chiedere asilo in patria per i nostri diritti, e quella di chi arriva e che non è un nemico ma l’unico alleato, non per restare umani, ma per diventarlo.


L’ecologia che piace alla gente che piace

fg Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Da grande sogno di diventare scienziata e di continuare ad occuparmi di tematiche ambientali …. Vorrei farlo all’estero e non perché ritengo che l’Italia nono sia adatta ma perché penso che un ‘esperienza fuori faccia parte di quel bagaglio culturale che ogni scienziato dovrebbe avere”.

So già che parlando della Greta de noantri, Federica Gasbarro l’italiana invitata a  partecipare allo Youth Summit ddell’Onu, riceverò gli strali dei benpensanti ecologici, che fanno il paio con gli umanitaristi che basta mettere Lucano sul profilo per dimostrare civismo,  raccogliendo bottiglie di plastica una tantum all’Ultima Spiaggia di Capalbio prima di andare al brunch servito dall’unico straniero integrabile, il cameriere in guanti bianchi.

Ma mi ha colpito quella sua dichiarazione resa alla stampa prima della partenza, in un posto riservato su un volo completamente carbon neutral.  come ci informa un settimanale femminile che l’alterna come eroina a Carola e Meghan Markle, sposa già divorziata e ovviamente ribelle di un cadetto della casa reale inglese, quando spiega quello che vorrà fare “da grande”.

Perchè 24 anni, non i 16 della Greta della quale è una pallida imitazione anche pensando ai vettori scelti, aereo contro la barca a vela da regata IMOCA   battente i colori dello Yacht Club de Monaco,  è una dimostrazione che qualcosa nel nostro Occidente in declino se vengono spostati i nostri orologi per consentire che i giovani restino il più possibile bambini, tanto che una ventiquattrenne quindi un po’ in ritardo nel percorso verso la laurea, guarda a sè e viene accreditata come un enfant prodige cui riporre speranze con il solluchero che proviamo quando il nipotino recita la poesia di Natale sullo sgabello,   bebè  cui riservare indulgenza incondizionata come ai diciassettenni che menano  l’autista del bus, o pargoli sapienti a 40 anni suonati come Renzi o Macron,  eterne promesse  che è meglio non vengano mantenute.

I propositi della ragazza che si è già meritata il titolo di influencer, che spetta parimenti alla Ferragni e alla Madonna, parola del papa, e pure l’esercitazione pratica che si è portata a New York – un acquario popolato di microalghe –  proprio come quelle ricerche delle medie, che venogno confezionate la sera prima della consegna da tutta la famiglia,  confermano i sospetti che ho sempre nutrito sulla qualità dei messaggi e quindi dell’ideologia che ispira e agita questo movimento che, lo dice lei,    ha scelto di scioperare (in forma situazionista?)  invece di dialogare, salvo andare a farsi omaggiare nei paesi più inquinanti del modo e  vezzeggiate dai più inveterati e solenni zozzoni.

Beati i tempi infatti, nei quali i ragazzini stavano davanti al piccolo chimico sognando da grandi di mettere a punto la pozione che cura tutti i mali, di andare nella giungla come  Schweitzer o sul microscopio come Pasteur, macché l’attivista italiana vuole, una volta laureata in biologia, “occuparsi di tecnologie volte alla creazione di nuovi biocarburanti, bioplastiche”   alla scoperta quindi “di nuove soluzioni”.   Ci sta tutta con l’ideologia dei ventriloqui che parlano per bocca di Greta facendoci immaginare che tutte le sfide siano possibile per l’uomo: governare gli oceani e i fulmini o vivere su Marte,    grazie a nuovi prometei,  mentre che invece  cambiamento climatico si possa contrastare solo  “non assistendo immobili al tracollo provocato dall’incuria dell’uomo”, è lei che parla,  e anche che “potrà avvenire solo e soltanto attraverso l’educazione ambientale e civica“,  cambiando le nostre abitudini di vita, comprando a caro prezzo come atto simbolico ed esemplare mele organiche e bacate, riciclando la carta e il vetro, in modo da contribuire individualmente esonerando così imprese inquinanti e energivore e governi insipienti.  Nella convinzione apotropaica che sia decisivo  contribuire alla declinazione “morale” del capitalismo  capace anche in questo caso di trasformare perfino la responsabilità sociale ed ecologica in fonte di profitto,  in valore aggiunto propagandistico e in strumento di mercato dispiegato per risolvere i problemi che il mercato ha creato.

Infatti dietro alle cheerleader ecologiste ci sono i burattinai che vogliono persuaderci che i danni prodotti dal mercato si sanino con strumenti di mercato, trattati commerciali tra privati e Stati e privati, licenze e concessioni illegittime, così che i grandi inquinatori possano continuare ad emettere Co2 comprando le opportunità di far rotolare il mondo nel precipizio, e non a caso le chiamano diritti, dai paesi meno industrializzati o sempre meno produttivi attraverso la quotazione monetaria  stabilita da un protocollo disatteso e mai sottoscritto dai più forti contaminatori e dando forma a un meccanismo speculativo.

Ecco, se avessimo avuto la possibilità (la intraprendente studentessa si è auto candidata riempiendo un modulo capitatelo sotto gli occhi per caso)  di indicare alle Nazioni Unite i profili di ragazzi  che lottano per l’ambiente, maglio sarebbe stato se avessimo dato la scelto quelli di Sardegna dove insiste il 61 % di servitù militare, i tre poligoni più grandi d’Europa e dove le indagini ambientali condotte nel PISQ dell’Aeronautica Militare hanno dichiarato contaminati almeno 800 ettari di territorio. O i giovani No- Muos, i  No-Tav, i No- Tap, che dovrebbero essere, proprio loro, i veri influencer che possono combattere i veleni.


Gretini e rubbiani

batracomiomachiaQualche giorno mi sono trovato nella posta di Fb un link riguardante  un vecchio discorso di Carlo Rubbia tenuto al Senato nel 2014 e con il titolo La bufala dei cambiamenti climatici spiegata dal nobel Carlo Rubbia: lì per li sono rimasto piuttosto perplesso perché non aveva molto senso riesumare un intervento penoso  e sconclusionato che per carità di patria era stato subito messo nel dimenticatoio anche perché una esternazione così erratica, colma di dati falsi e priva invece di quelli essenziali, come ad esempio il ruolo degli oceani, il più preoccupante, non faceva comodo a nessuno nemmeno ai negazionisti climatici che forse avevano sollecitato in qualche modo un intervento di un “grosso nome” ancorché estraneo alla climatologia e molto avanti negli anni: è uno dei trucchi della mediatica moderna e contemporanea servirsi di personaggi civetta per renderli testimonial di qualche spot.

Ma pazienza, siccome a volte sono un po’ tonto o sono perso in altri pensieri non ho capito il senso di quella riproposizione, anche perché scorrendo il video di cinque anni fa ci si accorge che nella confusione di dati Rubbia in realtà non smentisce affatto il cambiamento climatico né il ruolo dell’attività antropica in esso, ma sembra voler dire che non ci sarà una catastrofe, cosa che a pensarci bene ha poco senso perché prima bisogna intendersi sul significato di catastrofe, ovvero per chi e per cosa lo è. Ma in generale tutta la forza di questa comunicazione recuperata dal passato sta nell’unire un titolo bugiardo a un personaggio nobelato, ancorché noto per essere stato sostenitore accanito delle centrali solari a concentrazione: del resto non è una novità  la “malattia del Nobel”, ovvero la sindrome che induce chi ha ricevuto questo premio, una volta prestigioso, a sostenere teorie stravaganti o pseudo-scientifiche, solitamente riguardanti materie in cui non ha nessuna competenza. La convinzione che il premio li abbia affrancati da ogni necessità di prova e da ogni ritegno o prudenza o obiezione, spinge molti a pisciare fuori dal vaso come ad esempio il nobel per la chimica Kary Mullis il quale non credeva nel cambiamento climatico, ma era un fervido teorico dei rapimenti degli alieni. In termini più scientifici – perdonatemi questa digressione che nasce dalle fesserie che ho letto in questi giorni- si chiama effetto Dunning-Kruger e riguarda in un certo modo tutti noi  una distorsione cognitiva in base alla quale una persona poco istruita tende a sottostimare la complessità di fenomeni che non conosce, credendo di trovare spiegazioni sensate senza bisogno di approfondirle; viceversa più si è acculturati maggiore è la probabilità di trovarsi a disagio di fronte a problemi in campi nei quali non si è abbastanza  preparati così da sovrastimare la complessità dei fenomeni. Nei Nobel questa tendenza rischia di venire a mancare, portando queste persone a credere di poter dare sempre e comunque delle risposte, diventano  Nobel per la tuttologia.

Ad ogni modo mi ci sono volute alcune ore per accorgermi che il video mi era stato mandato non per una bizzarra iniziativa personale, ma perché girava in rete ed era in sostanza la risposta dei fascisti climatici ai “gretini” dell’ambiente e alle loro manifestazioni. Il potere che sta devastando il pianeta con conseguenze che ci saranno in particolare per i più poveri tra i Paesi e all’interno dei Paesi, non può permettersi di essere assente, anche quando la difesa dell’ambiente acquisisce caratteristiche misticheggianti e non va quindi a toccare le cause ovvero il sistema di consumo – sfruttamento che ci domina. Va simulata comunque un’opposizione che tenga vivo il disorientamento, anzi in questo momento la confusione è quanto mai opportuna per impedire la possibile saldatura fra temi sociali, politici e ambientali.

Insomma gretini e rubbiani si trovano sullo stesso piano di discorso ancorché su posizioni contrapposte e francamente mi domando quale delle due fazioni sia più pericolosa se quella che ottusamente  nega ogni causa antropica del cambiamento climatico per favorire la continua della predazione planetaria o quella che invece affronta il problema come a se stante senza avere il minimo sentore che è la struttura dell’economia di mercato e di profitto che porta alla iper produzione e quindi all’iper inquinamento. E’ un modo di affrontare le cose tutte all’interno di uno schema americano dove ogni protesta non deve mai mettere in questione il sistema se non nelle sue espressioni marginali. Quanta gente protesta contro le guerre senza individuare la logica sottostante, come se si trattasse esclusivamente di un problema morale del ceto dirigente? In qualche modo siamo tutti un po’ gretini, è lo spirito del tempo.


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