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Cazzuola selvaggia

edAnna Lombroso per il Simplicissimus

Basta, deve essersi detto il lungimirante legislatore, con la cattiva fama che accompagna il nostro popolo proverbialmente poco incline a ordine disciplina e rispetto delle regole.

È nato così l’atteso  glossario  delle opere di edilizia libera. Un agile prontuario pubblicato in Gazzetta Ufficiale nei giorni scorsi che non liberalizza abusi e licenze, ma elenca quelle opere e operine che si possono effettuare in ottemperanza alle leggi vigenti e in particolare  al Decreto Legislativo 25/11/2016 n. 222 in materia di regimi amministrativi applicabili e delle autorizzazioni di inizio lavori per una serie di interventi realizzabili senza Cila, Scia o permesso di costruire. Si tratta dell’ampia gamma di quelli di manutenzione ordinaria, ma anche dell’installazione di pergole, pergolati, tendoni, tensostrutture, manufatti leggeri in strutture ricettive all’aperto, ascensori compresi quelli esterni,  montacarichi e servoscala e pure le opere contingenti temporanee:    stand fieristici, servizi igienici camper anche di grosse dimensioni, quelle cioè “dirette a soddisfare esigenze contingenti e temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità…” proprio come è accaduto in Irpinia, all’Aquila, in Emilia, nelle aree del sisma dell’Italia Centrale.

L’intento dunque sarebbe quello di aiutare i cittadini – insieme agli operatori del settore edilizio – a rispettare leggi e regole favorendo la tanto auspicata semplificazione, uno dei capisaldi dell’ideologia che ha ispirato il succedersi degli ultimi governi che ne hanno fatto una divinità cui è doveroso sacrificare compatibilità ambientale, estetica e decoro, controlli e vigilanza, legalità. Un obiettivo che si sposerebbe con il rilancio del comparto delle costruzioni, in attuazione non proprio postumadel disegno del cavaliere che aveva fatto del diritto alla casa il motore dell’occupazione tramite un milione di posti di lavoro precario e svalutato, una cornucopia di profitti per immobiliaristi, proprietari e speculatori, un assist per le bolle nostrane e estere, tanto da voler imporre la sua distopia pure agli aquilani obbligati a gradire le sue Milano 2 e 3 fuori dal centro disabitato del quale si doveva cancellare anche la memoria.

E infatti il glossario è il Bignami della generalizzazione e liberalizzazione delle leggi ad personam al servizio della proprietà privata, quella altisonante e pure quella poveretta, che non si può permettere falansteri e palazzoni in riva al mare, cui viene magnanimamente concesso di allargare di una camera l’immobile per farci stare figli che non se ne vanno, di fare un bagno in più per accogliere i turisti.

Quando penso a come siamo diventati e come ci vogliono mi viene alla mente la gabbietta delle cavie che si arrampicammo su e giù per le scalette, proprio come noi alle prese con fondi pensione, cure mediche, tasse, prestiti per la casa, bollette. Cui  viene permesso di sognare di costruirsi un pezzetto di casa in cui tenere anziani che contribuiscono alle spese e ragazzi che ne approfittano, di  tirare su un tendone per arrangiare un’attività “produttiva” o commerciale, perfino, ed è paradossale, di starci in uno di quei manufatti temporanei a lungo termine, in qualità di terremotati,  nuovi poveri, baraccati, stranieri.

E non è nemmeno il manuale dell’abusivismo, perché è da un bel po’ che la semantica di regime ha ridotto la portata criminale del termine, aggiungendovi il corollario della necessità, alla pari per le verandine sul cortile e la case dei pescatori convertite in relais turistici, esclusi comunque gli ex abitanti di Amatrice o Norcia colpiti da penali e  sanzioni per essersi dotati di una alloggio di sfortuna fuori dai canoni della ricostruzione. O intervenendo sulle fastidiose procedure di Via colpevoli di mettere lacci e laccioli alla libera iniziativa, o riducendo la programmazione urbanistica a avvilente trattativa tra proprietà, rendite immobiliari e settore pubblico, destinato a cedere in nome della crescita ai diktat padronali.

A vedere che cosa accade in quei laboratori della svendita del bene comune e dell’oltraggio a storia, bellezza e diritti di cittadinanza che sono le città d’arte in un paese nel quale qualsiasi borgo piò fregiarsi di questo titolo, c’è da sospettare sull’uso che gli ignoranti  al potere faranno del glossario, mettendolo al servizio  dell’offesa, del profitto e della sostituzione dei nativi con uffici, residence e hotel, centri commerciali dove a ogni latitudine si smerciano gli stessi oggetti del desiderio. Per ricchi però, perché a noi stanno proibendo anche quelli.

 

 

 

 

 

 

 

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Venezia “cancellata”

troneAnna Lombroso per il Simplicissimus

I pregevoli manufatti di una qualche corrente artistica neobrutalista o più probabili  avanzi di magazzino di una metropolitana bulgara, sono già in funzione e fanno da pittoresco  sfondo a selfie e foto ricordo in sostituzione di vere da pozzo e stormi di colombi,

Gli sbarramenti,  ben vigilati da corpi armati come in un centro commerciale o all’ingresso di di un luna park, sono stati collocati in tre snodi strategici per “regolare” le fiumane del ponte di maggio che arrivano in puzzolenti pullman o treni sferraglianti, mentre non si conoscono analoghe iniziative per canalizzare il flusso dei forzati delle crociere vomitati dalla navi condominio, o quelli dei poderosi lancioni che solcano spericolatamente la laguna dall’aeroporto.

Come sempre succede con reticolati, steccati e “diversamente muri”, i tornelli che il sindaco Brugnaro detto Gigio ha installato a Venezia e che si possono oltrepassare solo se muniti di certificato di residenza o esibendo la Carta Venezia Unica che viene generosamente erogata   a chi sta in albergo o in un qualsiasi anche pulcioso B&B, casa vacanza e assimilati, hanno un duplice scopo. Quello di escludere per quanto possibile il turismo sgradito, quello faidate e per caso, quello delle gite di un giorno, delle carovane e delle comitive con tanti di parroco con o senza vendita di pentole sul pullman, insomma quello che non porta quattrini. Perché è vero che anche i crocieristi a prezzo scontato e offerta speciale non spendono un euro durante in fugace pellegrinaggio, ma hanno già ampiamente foraggiato in forma anticipata   i padrini e i padroni della Serenissima, le multinazionali del travel e i taglieggiatori portuali che con quelle risorse nutrono le imprese dello scavo e della fabbrica  delle paratie,  della fortuna, insomma, tirata su sull’acqua e sul fango. Ma anche quello di rinchiudere nella riserva gli ultimi veneziani,    in modo che si arrendano all’ergastolo, alla condanna senza riscatto a servire il forestiero, autorizzato  a compere qualsiasi oltraggio e nefandezza, o a andarsene definitivamente lasciando a più alti fruitori il poco che hanno conservato e che nelle mani della speculazione si trasforma in oro avvelenato.

C’è da giurare che gli stessi che hanno promosso la benettown dentro al Fontego dei Tedeschi, gli stessi che perseverano nella narrazione della necessità irrinunciabile di dighe mobili taroccate quanto gli F35, innalzate   per alimentare l’industria della corruzione, gli stessi innamorati della torre di Cardin, quelli entusiasti per la modernità dinamica e marinettiana delle grandi navi e delle tramvie lungo il ponte della Libertà, i promotori di un altro ponte, impronta imperitura lasciata da una sindaco schifiltoso quanto megalomane, che sta prosciugando quattrini pubblici a anni dalla edificazione alla pari con altre distopie che dovrebbero unire due sponde, ecco c’è da giurare che proprio loro  giustificheranno la sconcertante iniziativa e accuseranno i veneziani e chi ama davvero la città di essere incontentabili e disfattisti,  di sputare nel piatto in cui mangiano, di essere affetti da una patologica superbia che rivendica a un tempo  il primato della città più speciale del mondo e patrimonio dell’umanità ma ne vorrebbero impedire l’accesso e il godimento alle generazioni di oggi e di domani di tutte le latitudini.

Il fatto è invece che le barriere sono proprio come gli steccati tirati su per fermare i buoi quando sono scappati, che l’allarme per un turismo (più di 28 milioni di visitatori l’anno) la cui pressione porta solo danni irreversibili doveva essere ascoltato, provenendo da fonti influenti e autorevoli,  ma non certo sulla base di una selezione, di censo e a posteriori, di chi arriva: poveracci   dirottati verso le “fodre” della città o forse invitati e aiutati a fare i turisti a casa loro,  quelli invece organizzati con tanto di cicerone in testa, o meglio ancora quelli che solcano velocemente i canali diretti verso magioni esclusive, liberi di occupare l’ambiente costruito più straordinario della terra,    il tabù “antidemocratico” del numero chiuso cosicché si possa esercitare il diritto, unico ormai concesso?  di stare tutti nello stesso momento e nello stesso posto: giovinastri che i tuffano dal ponte di Rialto,  passanti circuiti da floride ragazzone slave in vesti di Colombina che invitano aa  una foto indimenticabile o a un improbabile Vivaldi per tastiiera e  percussioni,  banchi e asciugamani stesi a terra con ostensione di prodotti locali contraffatti o made in China, famigliole disinibite con tanto di nonne e mocciosi che fanno la pipì in canale o in suggestivi incroci di calli.

E mica vorreste che si ostacoli il brand dell’accoglienza come da tradizione locale di città melting pot, quella in grande e quella meno appariscente fino alla clandestinità, al nero, quella delle catene alberghiere che hanno prodotto l’esproprio e la svendita del patrimonio immobiliare pubblico e privato  per trasformare antichi palazzi e manieri in residence e hotel tutti uguali, a Venezia come a Dubai o Las Vegas, ma anche quello  della microeconomia di risulta, delle stanze in affitto, dei B&B dove non si cambiano le lenzuola coi letti a castello e i materassi a terra, un business di piccoli clan che hanno trovato questo espediente per dare una parvenza di mestiere a parenti sfaccendati e figli senza futuro che si improvvisano manager dell’ospitalità.

Con il risultato che nessuno ha più nemmeno l’ardire di immaginare un domani e nemmeno un oggi per la città che non sia quello di un hub di infrastrutture e attività al servizio di chi passa, e ne approfitta e coi residenti condannati a mansioni servili preferibilmente abbigliati come figuranti del Fornaretto, con vetrine scintillanti di paccottiglia di importazione che imita  la tradizione artigianale a prezzo maggiorato: vetri della Slovenia, maschere di Taiwan, merletti tailandesi, bacari che espongono menù fusion col baccalà in versione sushi,

E così in forma accelerata si va avanti col processo di esproprio e espulsione dei veneziani dalla case e dalle strade e dai campi, fantasmi e comparse condannate alla fuga o alla servitù da un padronato avido e speculatore e dai suoi sacerdoti,  fondazioni dubbie, S.p.A. criminali,  consorzi affetti da turnover di imprese e Cd’a, finanziarie di progetto, accanite nel prendere il posto dello Stato esautorato e ridotto all’impotenza dal sopravvento del mercato, quei privati, che non siamo noi cui resta di essere privati, si, ma del nostro bene comune e della nostra dignità.

 

 


Milano, speculazione raglia e deraglia

miAnna Lombroso per il Simplicissimus

È come se li conoscessimo i morti e i feriti passeggeri di quel treno deragliato alle porte di Milano, tra Pioltello e Segrate. Pendolari: impiegati, studenti,  viaggiatori delle 6 di mattina assonnati e infreddoliti in attesa di arrivare a Porta Garibaldi, nemmeno il tempo di un caffè al bar, per correre verso la metro e il tram nella caligine umida e indisponente di una città. che si vanta ancora di essere una capitale morale. Tanto da essersi impegnata in un’ennesima grande opera, quella di  “rigenerazione” urbana dei sette scali ferroviari, avviata tramite un “Accordo di programma” che il Comune di Milano ha sottoscritto con la Regione Lombardia e il Gruppo F.S.

Non si sa a cosa si devono i due morti e la decina di feriti gravi, forse a uno scambio malfunzionante. Ma è la volta buona che potremo dire che si tratta davvero di un incidente causato dall’errore umano, ammesso che ci sia umanità, civiltà e non premeditazione criminale nelle scelte dissipate di investire in quello che si vede e non in quello che serve, come se l’immagine e la reputazione di una città dipendessero dalla fuffa, dal  camouflage delle magagne usato anche in occasione di grandi esposizioni per mascherare le falle, come quando si fa pulizia dove passa il prete o il fuhrer o il comitato olimpico anche a prezzo di vite e lutti, come quando gli agenti immobiliari fanno dare una mano di vernice per coprire le antiche macchie di umidità.

Non  a caso vien bene citare gli agenti immobiliari. Come altrimenti si potrebbe definire un sindaco blandito e vezzeggiato dalla stampa nazionale che ha fatto di Spelacchio un’antonomasia della cattiva amministrazione mentre omette di informare sulla richiesta di rinvio a giudizio per l’affidamento senza gara all’immancabile Mantovani della fornitura di 6000 spelacchi per l’Expo. Piccolezze certo, rispetto ai peana e alla hola che accompagna la generosa campagna di svendita del  patrimonio comunale offerto a prezzi di outlet a privati, immobiliaristi e costruttori nostrani e esteri, proprio come quel gruppo Savills infilato a tradimento – nostro – in quell’Accordo di Programma per la valorizzazione al posto della sicurezza, della mobilità e dell’abitare, a sancire che i padroni veri dei beni comuni sono appunto i privat, O anche i “diversamente” tali, nel dominio e nel comportamento, come Fs che tratta e specula e detta regole e sceglie progetti e dà incarichi come fosse a pieno titolo proprietario  delle aree dismesse del servizio ferroviario, e che solo a tale scopo, con tale specifica destinazione, l’allora Azienda dello Stato, ma oggi divenuta SpA, aveva in uso/concessione.

La città del sindaco Sala che definisce Renzi una irrinunciabile risorsa, che  si lamenta perché il Paese e la sua classe politica fanno da oneroso contrappeso allo sviluppo dinamico di Milano – e lo possiamo leggere in un suo agile volumetto autoreferenziale, che vuole a tutti i costi la Consob in casa, è diventata un competitivo laboratorio sperimentale del modello MoSE e Consorzio Venezia Nuova, nello stabilire l’egemonia non solo semantica di due parole “abdicazione” e “monopolio” e ipotizzando che possa diventare il simbolo del nuovo sacco delle città, dando a speculazione e espropriazione requisiti legali e autorizzati e applicando il format di un’urbanistica retrocessa a pratica negoziale e premiale degli interessi del capitalismo finanziario e immobiliare. E infatti qualcuno ha detto che il nuovo skyline desiderato e auspicato, irto di grattacieli megalomani e futili, che cos’è se non l’istogramma della rendita immobiliare? Ad onta dei grandi fallimenti che hanno già condannato questa insana progettualità: Santa Giulia, l’area ex Falck di Sesto San Giovanni, la “Nuova Defense” dello Stephenson Business District, il mancato recupero dell’ex Ortomercato, per non parlare delle aree dismesse del grande Bal Excelsior dell’alimentazione o meglio degli appetiti.

Ma mica è solo colpa di Sala, ci aveva pensato prima la giunta Pisapia ( ne abbiamo scritto più volte, anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/12/08/opera-di-massima-sicurezza/) approvando in gran fretta nel 2012 un Piano di Governo del Territorio denso di soliloqui acchiappacitrulli, frutto postumo dell’impegn congiunto  di Masseroli/Moratti e del  loro PGT adottato ma non approvato, e attuato attraverso regole flessibili  e elastiche in forma di strenna perenne alla speculazione immobiliare.

L’instant book del sindaco pronto a sempre più luminosi destini, risponderà alle critiche con i dati sul  boom edilizio nel centro metropolitano:  una crescita degli addetti pari a oltre il 16%: circa il doppio del tasso di crescita registrato nell’hinterland e cinque volte superiore al tasso di crescita medio nazionale. Che confliggono   con le tendenze rilevate sul fronte demografico che segnalano una ulteriore perdita di popolazione a Milano (-4,26%) e una crescita robusta dell’hinterland (+8,99%). E che confermano che a Milano si costruisce non per gli abitanti, non per i cittadini, espulsi e non sempre seguendo il galateo delle buone maniere a cominciare dal differenziale di prezzo del centro rispetto alle cinture esterne.

Si è costruito nel cuore metropolitano si, ma per una domanda soprattutto internazionale a carattere prevalentemente finanziario, più ancora che terziaria e che comunque non è sufficiente per colmare un’offerta, oggi largamente sovradimensionata, che si risolve in volumi megalomani di appartamenti costosissimi in vendita o sfitti, mentre il disagio abitativo si fa sempre più drammatico.

Negi anni ’80, Milano, ci invitavano a berla mentre loro si preparavano a offrirla da mangiare, da spolpare fino all’osso. Sarà ora che i milanesi quelli vecchi e quelli nuovi diventino dei veri ossi duri  se volgiono tronare a essere cittadini.


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