Archivi tag: speculazione

Gli Ultras del cemento

ultrasAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sembra ieri che qualcuno, dopo un primo voto “inutile”, si piegò al secondo turno a dare la preferenza alla candidata 5Stelle che aveva fatto del “no” alle Olimpiadi e del “no” allo stadio della Roma le sue battaglie contro Giachetti, il prescelto per non vincere,  che, in assenza di un programma, aveva contato sull’appoggio delle curve,  offrendo circensens in qualità di brioche.

Si doveva prevedere che, come è successo in innumerevoli occasioni, la via che porta al potere fosse lastricata anche in quel caso di  cemento, e che non può essere virtuosa e responsabile perché chi la percorre dopo tante promesse diventa inevitabilmente l’ingranaggio di una macchina, che marcia sempre uguale e nella  quale la corruzione morale anche senza mazzette e l’obbligo di assicurarsi il consenso anche senza popolare le aziende di servizio di zii e cugini,  sono il carburante.

Peggio ancora, ben presto si insinua la convinzione che il compromesso sia una virtù del politico, legittimata e autorizzata in cambio di qualche compensazione che, doverosamente, amministratori e rappresentanti dicono di essere costretti a accettare in nome del bene comune, per realizzare in combutta con i privati quelle opere che  non hanno i mezzi ma soprattutto la determinazione di concretizzare. Così le falle di bilancio e i vincoli di appartenenza diventano l’alibi per i cedimenti ai privati, siano essi sponsor di progetti o “mecenati” che devono apporre la sagoma del Colosseo sui loro mocassini.

Così non stupisce che – anche grazie alle pressioni dell’ultimo re di Roma in maglietta numero dieci: sto colosseo nostro s’ha da fa’, quelle delle banche che sperano nella messa a frutto dei crediti che hanno elargito a notori banditi né più né meno delle casse di risparmio del nordest o degli istituti della pingue Etruria, e quelle degli immobiliaristi interessati a quell’anfiteatro de noantri o a uno speculare quindi altrettanto inutile della squadra antagonista nel derby, purchè equipaggiati di torri e falansteri per  uffici  centri commerciali –  la giunta della Raggi abbia dato “l’ok definitivo” per la realizzazione dello Stadio di Tor di Valle.

Ora si  aspetta solo l’ultimo adempimento, il si dell’assemblea capitolina, più che probabile per via dell’appoggio  del Pd, di Italia Viva e della Lega (il sacrificio dei loro esponenti,  Bonifazi e Centemero, accusati di finanziamento illecito insieme a Parnasi lo testimonia), ecumenico  e interconfessionale almeno quanto le moine bipartisan della sindaca rivolte al giocatore della Lazio insignito della “Scarpa d’oro”.

In più di nove anni tante cose sono cambiate (una delle ultime volte ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/03/23/uno-stadio-che-viene-da-lontano/).

Si sono avvicendati tre sindaci, il patron dell’intervento, Pallotta, se n’è andato, la bulimia costruttiva delle cordate del cemento è stata penalizzata -mai abbastanza- “tagliuzzando spazi tra un piano e l’altro, abbassando di qualche metro l’altezza fissata a 200 metri, cucendo e scucendo metri tra corridoi e pianerottoli, rinunciando alle torri sghembe di Daniel Libeskind”,   come ebbe a dire l’urbanista Antonello Sotgia, parlando di un piatto di risulta “confezionato coi resti”, ma ugualmente indigesto: 800 mila e rotti mq di volume di quello che viene chiamato business park, destinati a uso commerciale, e a guardare la mole di opere in capo al Comune dal potenziamento della ferrovia Roma-Lido, agli interventi sulla via del Mare, dalle opere di messa in sicurezza idrogeologica del fosso di Vallerano nell’area di Decima, al ponte aggiuntivo sul Tevere e la bretella sulla Roma-Fiumicino, che potrebbero essere rinviate a tempi successivi.

Ma che continui a trattarsi di una vivanda avvelenata è chiaro, limitazione delle velleità costruttive, compensazioni a uso e beneficio dei cittadini, spazi per attività del terziario, come dichiarò fin dall’inizio Imposimato, servono solo “a mascherare un’operazione di mega speculazione edilizia”, a fare un po’ di maquillage e un   progetto contrario all’utilità sociale, che, lo ricordò a suo tempo il combattivo magistrato “viola gli articoli 9, 32, 41 e 42 della Costituzione”.

Zitta zitta la sindaca in campagna elettorale ha fatto quindi approvare l’Accordo di collaborazione tra Roma Capitale e Città Metropolitana di Roma relativo all’adeguamento del progetto definitivo dell’unificazione della via del Mare e della via Ostiense, nel tratto tra il GRA e il cosiddetto Nodo Marconi e quello finalizzato al potenziamento delle infrastrutture di trasporto pubblico locale, in particolare della linea ferroviaria Roma-Lido, in modo da  suffragare così la “dichiarazione” di “pubblico interesse” dell’intervento.

Come a dire che se metti in piedi un mausoleo inutile esercitando una pressione potente e micidiale in un sito vulnerabile, mettendo a rischio suolo e risorse, ma  poi ci spendi per fare delle strade che facilitino l’accesso al monumento dell’affarismo, ecco che il tempio a beneficio dei mercanti diventa strategico, fruttuoso e vantaggioso per la collettività.

Già prima era insensato dare priorità a uno stadio (ma in itinere sul territorio nazionale oltre a quello della Roma e di Firenze – indispensabile quanto il nuovo aeroporto, e i progetti per quelli di milan e Inter,  c’è l’ampliamento e ammodernamento di quelli di Bologna, Brescia, Cagliari, Genova, Verona, Napoli, Parma), assimilato a intervento di interesse generale tanto da autorizzare procedure d’urgenza, giustificate dall’opportunità di approfittare della smanie megalomani di costruttori e immobiliaristi per procurarsi interventi viari e infrastrutturali come è successo con alcuni prodotti di archeologia “ludica” (Città dello Sport di Tor Vergata, l’Air Terminal Ostiense, la Stazione di Farneto a Roma, per non dire delle Olimpiadi invernali di Torino, o dei Giochi del Mediterraneo a Pescara).

E già prima il calcio e le sue sedi ufficiali (stadi, società, club e pure i bassifondi dove i fascisti reclutano la manovalanza della violenza nelle curve) attraversava un meritatissima crisi che aveva premiato prima del Covid lo sport a distanza, agile e virtuale, imponendo imposto chiusure al pubblico per ragioni di ordine pubblico, con l’unico merito di aver effettuato una selezione del personale degli steward da destinare alla politica, figuriamoci se adesso non suona oltraggiosa questa scelta,  quando ospedali, scuole, fabbriche, esercizi commerciali,  musei, biblioteche sono chiusi, quando vincoli infami sottoscritti da governi codardi che sopravvivono in cambio della abiura e del tradimento della sovranità impongono nuove forme ancora più estreme e ricattatorie di indebitamento, dettando regole, tempi e priorità dietro minaccia di intervenire ancora più pesantemente nella formazione dei governi.

Questa  accondiscendenza alla rinuncia e al sacrificio di talenti, vocazioni, speranze, aspettative legittime di benessere e sicurezza e diritti, in cambio del salario della fatica, quando l’unica “occupazione” offerta è quella dei cantieri effimeri, dove non sono tutelate né sicurezza né garanzie,  è diventata la cifra di un paese in svendita, che non ha più una strategia di sviluppo, dove sono stati rimangiati perfino i mantra della sostenibilità e dell’ecologia, ridotti a macchietta stantia di un ambientalismo regredito a giardinaggio e a periodica raccolta di lattine, e che ha permesso venisse colonizzato e appiattito sul modello americano anche lo studio, con licei e università destinate alla formazione specialistica di personale esecutivo, nei quali le prestazioni sportive potranno facilitare il percorso accademico, diventato ormai un optional ingombrante a vedere alcuni curricula di influenti e decisori.

Con un patrimonio artistico ridotto a location di eventi commerciali, un paesaggio condannato a piegarsi a quinta teatrale e itinerario di parchi tematici, un territorio manomesso da abusivismo e edificazioni che incrementano i rischi della trasandatezza e dell’abbandono causati da consumo di suolo e mancanza di manutenzione, c’era poco da illudersi su un cambio di rotta.

Da vent’anni nel nostro Paese mentre si tiravano su monumento dell’ Irrazionalismo, piramidi erette per lasciare un’impronta, stabili e edifici obsoleti e in rovina senza mai essere stati abitati, ospedali vuoti dei quali resta l’osceno scheletro,  al tempo stesso si demoliva l’edificio di regole e principi dell’urbanistica pubblica.

Prive di un quadro programmatore, esautorati gli organismi di controllo, svuotate le leggi, senza mezzi finanziari, le amministrazioni comunali hanno ceduto alle  pretese pressanti della proprietà finanziaria, delle cordate consortili e cooperative delle imprese costruttrici, della finanza immobiliare intenta a gonfiare bolle a ripetizione per movimentare la liquidità degli hedge funds, dei fondi di private equity, delle obbligazioni, in tutto analoghe al  riciclaggio dei soldi sporchi  della criminalità, sicchè gli strumento di governo delle città sono diventati le misure di valorizzazione patrimoniale, i cambi di destinazione d’uso, l’aumento delle volumetrie, i piani casa, insomma quell’urbanistica contrattata che  legittima la costruzione di stadi ma non consente di investire nel risanamento del patrimonio immobiliare pubblico per dare un tetto a chi non ce l’ha.

Negli ultimi dieci anni le costruzioni realizzate (solo l’1 per cento è di edilizia pubblica) pari a oltre13 milioni di stanze, hanno risposto non ai bisogni della gente ma alle esigenze del sistema finanziario che doveva reperire forme e luoghi nei quali convogliare i suoi fiumi di denaro virtuale, a cominciare da quelli che superano i 3 mila miliardi di dollari dei fondi sovrani, quelli in tasca e nei programmi di investimento, tanto per fare qualche esempio, del Qatar, impegnato all’acquisto di porzioni di Milano e della Sardegna  e di squadre di calcio, a significare che si tratta di due brand che hanno un grande appeal.

E difatti dicono che non ci sono soldi per dare una casa ai senzatetto, ma le opere per il non svolgimento del G8 alla Maddalena sono stati buttati al vento 350 milioni, per la Città dello Sport di Calatrava il bilancio provvisorio è di un miliardo, per l’Alta Velocità tra Napoli e Torino si sono spesi 51 miliardi in venti anni, ma intanto la Regione per le opere che devono facilitare l’accesso allo stadio stanzia 180 milioni mentre non si trovano i 60 o poco più che servirebbero per Tivoli- Guidonia ancora a binario unico che servirebbe il pendolarismo giornaliero di almeno 200 mila lavoratori e studenti.

Intanto l’unico filone scelto per avviare la ricostruzione dopo la pandemia è quello di oltre 130 grandi opere, con i loro cantieri per impiegare un esercito di lavoratori che hanno perso la gara con gli immigrati grazie all’appiattimento sulle loro retribuzioni umilianti, in virtù di una politica di ricatti e intimidazioni che ha colpevolizzato e censurato la legittima rivendicazione di diritti e garanzie.

Che tanto, come ci hanno raccontato per anni libri, film, serie Tv, a unire tutti basta la partita, il calcio, il tifo, in milioni, tutti ammansiti e addomesticati a guardare, in arene che abbiamo strapagato, gladiatori di lusso che meriterebbero i leoni.

 


Colao di cemento

plis Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sono incontrati per caso in un localino dove si favoleggia che Allen vada a suonare il clarinetto, hanno bighellonato un po’, ma piove a dirotto così si sono baciati sotto il tendone dell’Hotel Algonquin davanti al portiere gallonato e hanno capito che non possono lasciarsi più. È quello il momento in cui lui pronuncia la fatidica frase di ogni copione d’amore: da te o da me?

E a questo punto del film ve li immaginate mentre corrono per mano diretti nell’attico di Manhattan degli avvocati di Suits, oppure in uno quei loft dei creativi di Bushwick, o nel duplex di qualche emula delle eroine di Sex and the city, pieno di libri, souvenir etnici e scarpe di Manolo Blahink in mostra come quelle di Tristan Tzara.

Macchè. La crisi abitativa nella Grande Mela dominata dalla finanza che ha assunto le proporzioni di una emergenza umanitaria per milioni di sfrattati convertiti in senzatetto (a due anni dalla crisi del 2008 erano oltre 9 milioni), ma ha colpito anche il ceto medio, i professionisti, i Gekko’s boys.

Chiamano studio le stanze diventate case in palazzoni frazionati e fatiscenti, con i magazzini convertiti in dimore grazie allo stile gritty, si lavano i panni in lavanderie e gettone non per fare incontri, ma perché non c’è lo spazio per gli elettrodomestici, e tutti sono costretti a una vita di relazioni coatta dentro casa e all’esterno, dividendo l’appartamento con altri, frequentando bar, locali, spazi pubblici fuori dalle abitazioni anguste e consegnandosi allo sfruttamento delle piattaforma, quello di Airbnb con il suo turismo di transito che ha contribuito largamente alla trasformazione della città in merce.

L’animale metropolitano che aveva scelto di andare  nei quartieri residenziali immersi nel verde dei suburbs, sono tornati per il costo della benzina, gli orari di lavoro schiavistici per raccogliere al sfida della competitività, l’impossibilità di far fronte ai mutui delle villette acquistate durante le bolle immobiliari. E la speculazione sceglie il modello caduto in disuso nel Terzo Mondo esterno, proponendo grattacieli – proprio come a Milano:  nel solo 2019 sei mega-torri si sono aggiunte alle quattro che avevano cambiato lo skyline della città. E si deve al premio Nobel per la pace l’uso del piccone demolitore che ha abbattuto enormi edifici popolari degradati sostituiti da costruzioni nuove nelle quali ha trovato alloggio meno del 10% dei precedenti inquilini.

Il sogno americano si è infranto nelle città, e dire che la proprietà della casa era uno dei pilastri della “cittadinanza”  e lo sapeva bene Roosevelt che quattro anni dopo quella che continuiamo a chiamare ostinatamente la Grande crisi, anche quella cominciata con l’esplosione della bolla immobiliare, ebbe la determinazione di avviare  un programma  grazie a tre leggi,   per lo stanziamento di fondi per l’edilizia e aiuti per l’acquisto della casa pari a quasi 1000 miliardi di oggi, più meno quello che nell’altra Grande Crisi del 2008  è servito per il salvataggio della maggiori banche.

Il fatto è che come ha detto qualcuno lo stile di vita americano è una peste che contagia e colonizza anche l’immaginario, che le  sue bolle immobiliari sono arrivate prima del virus, che il sogno ha rivelato il carattere di un incubo: negli Usa sono oltre 40 milioni gli indigenti, con il tasso di povertà più alto tra i Paesi Ocse, adesso staremo a vedere come il modello di “sviluppo” del nostro irrinunciabile alleato in ogni guerra, combinato con il Covid 19 inciderà su quel diritto inalienabile che è il “tetto”, l’abitare in sicurezza e con dignità.

Intanto sappiamo già che l’atteso Piano Colao, una sorta di cronoprogramma da qui al 2022 che lo stesso Colao ha avuto modo di costruire lavorando alacremente anche con i tecnici del Mef, di palazzo Chigi e dello Sviluppo Economico, così recitano i quotidiani, ha l’ambizione  di “trasformare i costi della crisi in opportunità e quindi in investimenti per modernizzare il Paese e renderlo più efficiente”.

Sarà per quello che lo sforzo creativo ha da subito eliminato le voci scuola, fisco, sanità, servizi dalla mission della task force,  concentrandosi sugli investimenti in infrastrutture materiali e digitali, ovvero banda larga, con un occhio di riguardo per le donne “penalizzate  dal lockdown” che potranno beneficiare di un prolungamento vantaggioso del precariato da casa, ma anche ponte sullo Stretto, riforma della Pa per renderla più agile, digitalizzazione diffusa che potrà contribuire al consolidamento dello stormworking, motore di licenziamenti, contratti anomali, part time, isolamento e di conseguenza cancellazione preventiva di ogni forma di resistenza collettiva allo sfruttamento.

Se qualcuno ha avuto paura che Pappalardo e Salvini e la Meloni minacciassero la democrazia, vuol proprio dire che sta sottovalutando la potenza golpista di Confindustria, dell’Ance, dell’impotenza e incapacità dei comuni che da anni usano gli oneri di urbanizzazione per coprire i deficit di bilancio invece di dare un tetto, del “costruttivismo” governativo che affida al Piano Choc la rinascita tramite cemento e grandi opere, se qualcuno si è illuso che dopo la catastrofe sociale cominciata prima e poi rivelata dal Virus, si cambiasse il format per la spesa pubblica, adesso dovrà svegliarsi con le trombe dell’apocalisse dei salvati.

Quelli che non hanno lavorato in qualità di eroi al servizio dei resistenti sul sofà, molti di quelli che hanno sopportato il domicilio coatto stipati in case piccole, senza internet e dunque rei di togliere ai figli il diritto all’istruzione, quelli che ancora in attesa della cassa integrazione e che tra poco dovranno far fronte ai fitti rinviati, ai mutui generosamente sospesi, alle bollette di Acea che presto si faranno  minacciose, non avranno il loro new deal.

Ci hanno già fatto capire che se ricostruzione deve essere ricostruzione sarà, in modo da investire in nuove edificazioni, invece di utilizzare i milioni di vani disabitati e fatiscenti prima di essere completati, quelli che ci sono, inutili, dietro le tetre teatrali sulla Cristoforo Colombo, al Giambellino, a Porta Nuova, in modo da appagare la bulimia di mattoni di un mondo di impresa che  sa fare affari solo con l’aiuto dello stato, a spese e contro gli interessi dei suoi cittadini, tirando su palazzoni, ponti, barriere mobili, corsie e viadotti dove nessuno andrà o passera chiuso nella sua personale galera di debiti, umiliazioni, ricatti.

I nuovi apostoli della decrescita dopo il Covid19, in preda a un lirismo arcadico posseduti dal quale ci narrano della bellezza dei piccoli borghi, del ritorno alle radici contadine raccomandiamo un gira di “istruzione” nel cratere del sisma, a chi vuole dimostrarci che è il sistema finanziario e bancario il soggetto ideale per la gestione della spesa pubblica, compresa quella “sociale” ricordiamo che già oggi i comuni sono governati della banche, che esigono, come nella Capitale, di rientrare della loro incauta esposizione: Unicredit deve rifarsi del finanziamento verso il gruppo proponente dello Stadio della Roma (180 milioni) e dell’ex Fiera di Roma (altri 180 milioni), a Milano bisogna rimettere in moto le trasformazioni e le “valorizzazione” a beneficio dei fondi degli emirati.

E finisce che è così che si decidono le priorità da imporre ai cittadini e le politiche urbanistiche “liberalizzate” per appagare gli appetiti viraci della finanzia immobiliare, dei players del commercio e del turismo diventato la principale industria pesante delle città d’arte.

Pare che non riusciremo nemmeno a realizzare la distopia del Terzo Reich che nel processo di germanizzazione del mondo assegnava all’Italia la funzione di relais diffuso, di parco per i divertimenti culturali dei tedeschi ricchi, tale è la rovina dei luogi e quella morale nella quale ci hanno confinati.

 

 


Non pane, ma Ponte

pon

Ci voleva una guerra, una resistenza sui sofà, una liberazione con gita ai Castelli, infine la Ricostruzione per realizzare quell’unità nazionale tanto propagandata con inni in poggiolo, editoriali in punta di penna, doverosa sospensione di ogni critica, in segno di devozione e lutto.

Oggi possiamo celebrarne l’allegoria con l’immagine simbolica di una formidabile opera ingegneristica che potrebbe fare concorrenza all’ Akashi Bridge di Kobe e al Tsing Ma Bridge di Hong Kong, quel Ponte sullo Stretto dei record: 3.300 metri lunghezza della campata centrale, 3.666 metri lunghezza complessiva con campate laterali, 60,4 metri larghezza dell’impalcato, 399 metri  di altezza delle torri, 2 coppie di cavi per il sistema di sospensione, 5.320 metri di lunghezza complessiva dei cavi, 1,26 metri di diametro dei cavi di sospensione, 44.323 fili d’acciaio per ogni cavo di sospensione, 70/65 metri di altezza di canale navigabile centrale per il transito di grandi navi, 533.000 metricubi di volume dei blocchi d’ancoraggio (17% visibile fuori terra), con 6 corsie stradali, 3 per ciascun senso di marcia (veloce, normale, emergenza),  2 corsie stradali di servizio e due binari, per 6mila veicoli/ora,  e 200 treni/giorno.

Sono d’accordo tutti sulla esemplare obbligatorietà di mettere mano al progetto: la stampa fiancheggiatrice della Santelli giura sulla data della posa in opera della prima pietra: il 31 giugno, Renzi si compiace, da premier si era battuto per la concretizzazione dell’utopia costruttivista del Cavaliere, Franceschini – che ci fa ogni giorno rimpiangere il breve passato senza di lui, Bonisoli e perfino Toninelli – ne parla come inevitabile completamento dell’alta velocità estesa al Sud,  pena l’isolamento della Sicilia destinata a diventare il polo del golf mondiale, i cantieristi del Pd, quelli che ancora con la mascherina davanti allo schermo, la De Micheli e i presidenti di regione, hanno messo in cima alle priorità le grandi opere come motore di sviluppo e volano occupazionale, Conte, ultimo posseduto dal demone del cemento, che valuterà “senza pregiudizi”, l’ipotesi “irresistibile” nata in pieno craxismo e poi formulata compiutamente nel ventennio di Berlusconi che è già costata alle nostre casse oltre 350 milioni.

E non è difficile immaginare come cadranno le deboli resistenze dei 5 stelle, soliti cedere alle minacce di sanzioni e di multe, e alle intimidazioni dei profeti dei “costi del Non Fare” che sarebbero superiori alle spese per oliare e mantenere attiva la macchina dello spreco, dell’impatto ambientale e della corruzione.

Ci sono alcuni laboratori sperimentali dell’oltraggio che si è già consumato nelle Regioni del Nord, sempre a causa degli appetiti insaziabili della proprietà, della rendita,  della speculazione, dello sfruttamenti del suolo e delle persone, perfino di quelle malate che diventano profittevoli per la sanità privata da vivi e per l’Inps se si tolgono di torno.

Si tratta delle città sottoposte al ricambio coatto, via i residenti e dentro il terziario, le multinazionali del turismo  e immobiliari, le banche, le catene dello shopping, ma anche le isole oggetto di programmi di cessione ai nuovi latifondisti, degli emiri che le vogliono convertire in resort diffusi per non dire sei signori della guerra che ne vogliono fare ampi poligoni di tiro e aree attrezzate per i loro test: in Sardegna è partita l’offensiva  per demolire l’impianti delle leggi per la tutela delle coste grazie a un ddl  che “snatura” il Piano paesaggistico regionale (Ppr) del 2004, ultimo baluardo contro la cementificazione e la svendita del bene comune.

Ogni volta che qualche prestigiatore da fiera di paese tira fuori la magia taroccata del ponte che finalmente unirebbe un Paese troppo lungo e inquieto, che darebbe tanto lavoro a laureati sulle impalcature e immigrati senza protezione, che restituirebbe reputazione e onore a un paese pasticcione, indolente, in cima alle graduatorie perfino per i contagi e i morti di influenze e infezioni ospedaliere, tocca sorbirsi tutte le balle indecenti dei benefici dell’intervento futuristico, gli stessi poi della Tav, lavoro per tutti, incremento dell’attrattività commerciale dell’Italia e dell’orgoglio patrio davanti alla nuova Meraviglia del Mondo, ottava, nona? dopo o più del Mose? Meno o oltre il Colosso di Rodi?

Mentre si dovrebbero porre gli stessi interrogativi posti per la Tav: un simile intervento vale la spesa? quando i bilanci pubblici sono al fallimento, quando non si spende per la manutenzione del territorio, non ci sono i treni per i pendolari, se si investe per i servizi con i soldi prestati dall’Ue, per ripagarli si dovranno tagliare i servizi e soprattutto quando ci sarebbe da riflettere su fatto che una ferrovia, un’autostrada, un ponte servono se ci si passa, se ci si fanno correre tanti passeggeri e tante merci.

Al contrario il parere degli esperti consultati pubblicamente solo quando sono  a libro paga dei regimi indica come i dati sul traffico di mezzi e persone e quelli sui trasporti di prodotti dimostrino che per quanto riguarda gli spostamenti delle persone l’aereo low cost è vincente come alternativa tanto in termini di tempi quanto in termini di costi, rispetto a auto o treni, mentre per quanto riguarda la rete di trasporti e distribuzione commerciale, il ponte avrebbe una collocazione a nord che costringerebbe a un tortuoso saliscendi, così soprattutto  per la lunga distanza si dimostrerebbero più convenienti le navi.

Meno che mai avremo proiezioni attendibili sui volumi di traffico in presenza di una crisi che si ripercuote sui prodotti e sull’import-export e che ha dimostrato da anni la sopravvalutazione dell’estensione di una rete pensata nel momento di massima espansione del Made in Italy nel contesto drogato della globalizzazione, e quando mancano tutte le opere strutturali e infrastrutturali di accompagnamento, sostegno e collegamento alla “cattedrale nel mare”.

Ora, in pieno dopoguerra, quando l’alternativa per troppi è stata o la borsa o la vita, non si va troppo per il sottile, quindi i media imboniti dalla Grande Illusione evitano di parlare  dell’impatto ambientale, argomento tabù  a Chiatamone, in Laguna, a Taranto, a Casale Monferrato, per non ostacolare i fasti della libera iniziativa: eppure si tratterebbe del ponte sospeso più lungo del mondo, con pilastri alti 300 metri, come la Tour Eiffel che hanno delle dimensioni enormi, mai sperimentate, con effetti endotermici imprevedibili, in una zona altamente sismica.

Il fatto è che un ceto dirigente assoggettato all’imperio padronale, quello delle costruzioni, delle cordate del cemento, della speculazione che ha scoperto da anni il brand più profittevole, quello della corruzione e del malaffare, della bulimia edificatoria, che prosperano non solo col “fare” ma soprattutto con il “non fare” a suon di cambiamenti progettuali, di multe e sanzioni, di ritardi e penali remunerati a peso d’oro, è anche affetto da megalomania, patologia presente da Nord a Sud, dalla ossessione di lasciare una impronta come faraoni di provincia, più incisiva della ricostruzione nei crateri del sisma, della messa in sicurezza del Lambro, Seveso, Olona, della restituzione alla vita di città martiri dell’industrializzazione criminale.

Pensate che slogan pubblicitario può essere la dichiarazione di De Luca, Sindaco di Messina:  «Il ponte sullo Stretto è la soluzione logica, ecologica, sociale, produttiva e occupazionale per la Sicilia, della quale Messina, la gloriosa Messina, tornerà a essere porta e capitale. Il no-pontismo è il simbolo dell’idiozia suicida che ha determinato il crollo demografico della città…»che non a caso enumera i promoter che si sono succeduti: Commissione Europea, attraverso i Piani Operativi e Programmazione 2007-2013 e 2014-2020; Legge Monti-Genovese; Delibere CIPE di programmazione dei fondi FSC ed ex FAS; ENAC; AssoAeroporti;   Caronte&Tourist; Def 2014 e 2017; Rapporto Svimez.

A leggere le fonti immaginando che la gestione e sorveglianza possa essere affidata a un soggetto tecnico competente: Atlantia, si capisce subito che questo ponte non s’ha da fare, a cominciare dai costi “previsti”, un budget di 3.9 miliardi comprensivo dei raccordi stradali e ferroviari in Sicilia e in Calabria, una parte (la variante di Cannitello) è già stata realizzata, pensando alla mostruosa capacità dei soggetti realizzatori, dei proponenti, di quelli di vigilanza, dei progettisti, e riferendoci a esperienze collaudate: Mose, Tav, BreBeMi.,  raddoppio Firenze –Bologna, le metropolitane di Roma, Milano e Catania, solo per fare de esempi, proprio quando il Paese vive un crisi strutturale, dovrà affrontare gli effetti di un indebitamento gonfiato per imporre il definitivo tramonto della democrazia, nelle relazioni industriali, nelle scelte economiche, nelle politiche sociali.

Quella democrazia compromessa dalla strategia della menzogna, che sempre di più viene adottata come sistema di governo e che promette come fondamento del New Deal post-virus le grandi opere: durante la realizzazione del ponte, si racconta,  l’occupazione sarà pari a 47.500 anni/uomo, pari a 7.000 addetti diretti ogni anno, senza dire che si tratta dell’esaltazione della precarietà, a chiusura dei cantieri si prevede che serviranno 200 addetti alla sorveglianza a manutenzione, selezionati con quella oculata attenzione al rapporto qualità/costi che ha consolidato la reputazione dei Benetton, mentre gli operai più o meno qualificati e mobili impegnati alla realizzazione saranno a spasso, nemmeno sotto il ponte, come sono già le partite Iva, i part time, i contratti anomali decimati dal lockdown.

Bugie su bugie si accumulano come una nebbia opaca anche in merito alle fonti cui attingere le risorse:  fondi nazionali FSC (Fondo di Sviluppo e Coesione, ex FAS), i  SIE (Fondi Strutturali Europei) e PON- FSR, sui quali è vincolante il parere dei cravattari europei, quelli della Cassa Depositi e Prestiti (94 miliardi, 30 dei quali già spesi per la Tav), cui si aggiungerebbero i quattrini degli investitori in regime di project financing, un minestrone avvelenato di promesse, di debiti da rimborsare con interessi e con l’aggiunta di altri tagli alla spesa pubblica, di promesse mai mantenute, per via della legge scritta della cultura di impresa: capitalizzare i profitti e socializzare le perdite.

E su tutto pesano già le richieste esose presentate dagli esattori dei “danneggiati”, prima tra tutti la società statunitense Parsons, Project Management Consultant del Ponte, che esige come indennizzo, “a definitiva e completa tacitazione di ogni diritto e pretesa”, oltre al valore delle prestazioni progettuali contrattualmente previste e direttamente eseguite, una percentuale del 10% dei 3.879.599.733 euro (costo dell’intervento), oltre a una pletora di altri questuanti, la stessa compagnia di giro che entra e esce dalle porte girevoli dei tribunali addetti a trattare le vertenze del malaffare, e che fanno temere – come per la Tav, che prevalga l’accettazione dei diktat del racket sul buonsenso e la ragione che imporrebbero semplicemente di dire No, di non sborsare un quattrino come si dovrebbe fare davanti alle pistole puntate dai malfattori.

Che anche in questo caso hanno santi in paradiso che li proteggono con il loro benevolo sguardo dal Ponte.

 

 

 

 

 


I “conticini” che non tornano

zekAnna Lombroso per il Simplicissimus

Di una cosa possiamo essere certi, nessun dirigente scolastico ha pensato di introdurre nel programma di scuola a distanza, l’home schooling come la chiamano quelli dello smart working e del lockdown, una qualche lezione di educazione civica.

E’ probabile sia rimandata ad una auspicata Giornata della Memoria della Democrazia, da anni progressivamente svuotata, grazie a leggi elettorali che hanno retrocesso il voto a conferma notarile, alla cessione di sovranità votata sottobanco dal Parlamento, a norme ad personam e alla personalizzazione della politica, alla progressiva demolizione di quei corpi intermedi che dovevano tutelare la partecipazione e anche la rappresentanza di bisogni e diritti, a un’accelerazione nel rafforzamento degli esecutivi che poteva essere ancora più incontrastabile se avesse vinto l’inesauribile bonapartino,  affetto da personalità distruttiva, da misure di ordine pubblico che confermano disuguaglianze fatali a norma di legge, a una informazione assoggettata ai poteri padronali per via di editori impuri o meglio di azionariati purissimi.

Non poteva essere altrimenti anche se di educazione civica ce ne sarebbe più bisogno, quando si è materializzato un nobile concorso di decisori e pensatori volto a persuadere questo popolino di bambinacci riottosi e scriteriati che sussistono motivi superiori, per ratificare una temporanea sospensione al dettato costituzionale, per ricorrere diffusamente ad atti di indirizzo e normative d‘urgenza, per incaricare soggetti e autorità svincolate dal controllo parlamentare, per rafforzare il potere sanzionatorio e repressivo delle forze dell’ordine.

Tutto questo alimentato da un humus retorico all’insegna dell’amore, quello patrio, quello per la salute diventata bene supremo, ma anche tra simili, che suggerisce denuncia e delazione ai danni di chi non ne dimostra altrettanto, riscoperto insieme alla virtù dell’obbedienza, in modo da istillare la convinzione che la coesione sociale e la solidarietà ai tempi del coronavirus si manifesti con un consenso cieco e deferente e con la totale accettazione dei comandi e delle decisioni delle autorità tecniche e politiche.

Così qualsiasi voce fuori dal coro rappresenta l’insana e inopportuna rottura di un tacito patto per la salvezza, qualsiasi obiezione e dubbio alla luce di omissioni, falle, errori, deve essere giudiziosamente rinviato al “dopo”, perché così si combini la progressiva criminalizzazione dei trasgressori (runner, anziani spericolati e sfrontati, disertori di guanti, mascherine  e autocertificazioni), con la demonizzazione di personalità invise per non essersi allineate  alla “verità” ufficiale vigente, in modo da scaricare sulla collettività  il peso della risposta all’emergenza.

Grazie alla generalizzata indulgenza riservata alla cerchia che ha assunto il controllo, adesso che è cominciata la Fase 2, è iniziata, nel solco della tradizione di scurdammuce o passato,  la rimozione. Un processo che riguarda l’opacità dell’Oms, i ritardi e i silenzi iniziali, seguiti dalla drammatizzazione apocalittica successiva, la tolleranza nei confronti dei crimini regionali, le direttive  contraddittorie dei consulenti scientifici affetti da esibizionismo compulsivo, gli ostacoli frapposti alla diagnostica e all’applicazione di terapie sottovalutate e osteggiate,  oltre che la sopravvalutazione dei dispositivi di sicurezza, guanti e mascherine, diventati territorio di scorrerie malaffaristiche, le diatribe sui tamponi e sugli accertamenti sierologici, materie sulle  quali è opportuno anzi doveroso stendere una coltre di pudico silenzio, pena essere immediatamente arruolati a forza tra i salviniani o i meloniani.

Ma non basta, grazie all’analisi ponderata e assennata degli intellettuali chiamati a raccolta con lo slogan “Basta con gli agguati” su una pagina del Manifesto, che aspira a scalzare il fatto Quotidiano dalla funzione di house organ del governo tramite il Pd, chi critica Conte e l’esecutivo viene immediatamente affiliato a una cerchia oscura   “espressione degli interessi e delle aspirazioni di coloro che vogliono sostituire questo governo e la maggioranza che faticosamente lo sostiene, per monopolizzare le cospicue risorse che saranno destinate alla ripresa”.

Intendendo dunque quelle categorie  dedite alla speculazione e al profitto, con in testa Confindustria, cui, si vede, non è bastato stabilire e imporre al governo quali cittadini dovevano rischiare il contagio in qualità di “attività essenziali”, decidere come e quando adottare misure di sicurezza a tutela dei lavoratori, purchè temporanee comunque,  in modo da poter tornare alla normalità dei morti sulle impalcature o gli altoforni, chiedere e obbligare alla repressione degli scioperi di inizio marzo, esigendo il silenziatore sulle manifestazioni che pretendevano il rispetto delle elementari norme di profilassi.

O indicare come prioritario il riavvio dei cantieri delle grandi opere, nel quadro della Ricostruzione post bellica, in modo da aggiungere quel contributo  ineguagliabile di speculazione e corruzione ai brand e ai comparti della “salute”, compreso quello del controllo sociale tramite app.

L’azione per squalificare chi osa criticare il governo, perfino quando è mossa da soggetti che rivendicano una superiorità culturale e morale, dimostra quanto bisogno ci fosse e ci sia di un bel ripasso dei fondamenti e delle basi della democrazia, perché l’accusa rivolta è sempre la stessa,  ritorta contro, cito,  “non si prende davvero la responsabilità di dire cosa farebbe al suo posto, come andrebbe ponderata una libertà con l’altra, una sicurezza con l’altra, e quale strategia debba essere messa in campo per correggere le lamentate debolezze dell’esecutivo”.

E difatti, siccome non c’è uomo di governo che almeno una volta non abbia la tentazione di difendersi dal dissenso, proprio come i tranvieri di una volta, trincerandosi dietro al cartello: non disturbate il manovratore, ecco che Conte rispondendo piccato a un giornalista che criticava l’operato del commissario Arcuri in merito alle mascherine: “se lei pensa di poter fare meglio, ne terremo conto alla prossima emergenza“.   E poche settimane addietro, nella sua prima visita a Bergamo, sempre lui a una cronista che gli chiedeva conto delle eventuali responsabilità del governo sui ritardi nella istituzione della zona rossa nella Bergamasca: “Se avrà ruoli di governo, ha risposto,  scriverà lei i decreti“.

Aiutato dalla vasta schiera di fan, a forza di sentir dire che questo è il miglior governo che potesse capitarci in un simile accadimento, ci crede anche lui,  a forza di sentir dire che nessuno vorrebbe stare sulla sua scomoda poltrona durante questo drammatico incidente della storia, ci crede anche lui.

Così non bastano le leggi marziali, la militarizzazione di vaste aree del territorio nazionale, l’induzione di una psicosi che dovrebbe far dimenticare, con l’imposizione di una disciplina emergenziale, la vera origine della “catastrofe”, demolizione del sistema sanitario, cancellazione del welfare: occorre anche ricondurre ogni forma di opposizione o all’insurrezionalismo (c’è stato anche questo), o al disfattismo, o alla copertura di miserabili interessi lobbistici, o all’adesione al complottismo rovinologico.

D’altra parte tocca perfino a me, a chi scrive per un blog, a chi commenta sui siti online rispondere oltre che del delitto di lesa maestà di quello ancora più infame di non proporre una composizione di governo alternativo, di non offrire “soluzioni altre”, di non mettersi nei panni scomodi di chi sta in alto, come se,  perfino i ragazzini di prima media sono tenuti a saperlo, il nostro assetto istituzionale, non affidasse al Parlamento eletto il potere legislativo e al governo quello esecutivo.

Come se negli anni, dalla promulgazione della Costituzione in poi non fosse stato avviato in forma bipartisan un processo volto a circoscrivere la possibilità per i cittadini di esercitare controllo sul processo decisione.

Come se la stampa ormai accorpata nell’Unico Grande Giornale degli italiani non fosse impegnata a offrire una verità suggerita dal suo padronato.

Come se salvo rare auree eccezioni, non sia stato sempre scoraggiato il ricorso a referendum, ultimo fronte rimasto al popolo per impugnare leggi anguste o ingiuste, se i pronunciamenti non siano stati traditi, compreso il No a quello costituzionale, aggirato, ancora di più proprio in questo nostro tempo, dal ricorso a fiducia e Dpcm, se il loro impiego è oggetto di dissuasione preventiva, come nel caso di alcune normative vergognose, Legge Bossi-Fini, decreti di ordine pubblico.

Eppure i modi per contare ci sarebbero, a cominciare dalla disobbedienza, lecita e giusta anche vedere il successo dei santini con il sindaco Luciano incollati su ogni profilo social, a cominciare dalla possibilità di revocare la delega concessa a rappresentanti indegni, come sarebbe lecito e legittimo fare con le regioni che si sono macchiate dei delitti di strage, a cominciare dalla obbligatorietà, per chi oggi difende da militante sottomesso e rispettoso l’azione del movimenti o dei partiti di maggioranza, di riprendersi la cambiale in bianco concessa sfiduciando le scelte compiute.

Altrimenti è troppo tardi: lo ricordano quelli che sono già senza lavoro, quelli delle partite Iva condannati a passare dal domicilio coatto alla domiciliazione sotto i ponti, quelli che hanno come unica forma di sostegno un ulteriore indebitamento del quale è impossibile il rimborso, quelli che ritengono di essere al sicuro, dipendenti pubblici, lavoratori garantiti, che presto non avranno il salario contrattuale, le donne che hanno creduto di conciliare con il part time bisogno di un reddito con il lavoro di cura sostitutivo dello stato sociale e che ora soffrono la concorrenza dei nuovi forzati dello smart working, quelli delle varie economie sommerse dell’accoglienza turistica, dei B&B allestiti nella casetta dei nonni, delle gelaterie in franchising, dei lavoretti alla spina che parevano provvisori e adesso sono diventati la frontiera più appetibile per generazioni di disoccupati e sottoccupati.

È talmente tardi che si capisce perché il Rilancio, la Fase 2, salvo qualcuno criminalizzato per aver voluto provare l’ebbrezza della libertà ritrovata in fila all’Ikea o dell’apericena ai Navigli, avrebbero accertato la ragionevolezza del popolo, passato dalla paura del contagio da virus a quello del contagio da miseria.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: