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Mafia virale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che anche il nepotismo è disuguale. Proprio dopo aver citato casati influenti parlando della  dinastia dei Letta, mi sono imbattuta in un’altra famiglia, quella di tal Natale Errigo, imparentato con esponenti della cosca De Stefano di Archi, a Reggio Calabria, il cui  zio acquisito, Totò Saraceno, è stato condannato per ‘ndrangheta nel maxi-processo “Olimpia” in qualità di affiliato alla famiglia mafiosa dei De Stefano-Tegano.

Pare che gli elementi a carico del giovane  e promettente  analista, che presta servizio in Invitalia,  siano pesanti: di lui si parla nel corso delle indagini dell’Operazione Basso Profilo per aver stipulato un “patto di scambio” nel 2018 con l’allora candidato al collegio uninominale di Reggio Calabria della Camera dei Deputati Francesco Talarico, consistente nella promessa di “entrature” per l’ottenimento di appalti per la fornitura di prodotti antinfortunistici erogati dalla sua impresa e banditi da enti pubblici economici e società in house, attraverso la mediazione – secondo le accuse – dell’europarlamentare Lorenzo Cesa in cambio della promessa di un “pacchetto” di voti. Talarico, oggi agli arresti, non fu eletto ma venne poi “premiato” con la nomina a assessore esterno al bilancio e politiche del Personale della Regione Calabria nella giunta Santelli.

Le colpe degli zii non devono ricadere sui nipoti, per carità, ma sapendo che il rampante giovanotto è stato accuratamente estratto dall’allevamento dall’Ad Arcuri, per essere anche inserito nella sua task force, è legittimo porsi qualche interrogativo sulla selezione del personale e sulla non casuale rimozione del famoso teorema Craxi di Di Pietro, che considerava responsabile, in quanto informato, un leader e un dirigente politico delle mascalzonate dei suoi cari.

L’unico Natale “tutto l’anno” come nella canzone di Dalla, infatti, una volta entrato a far parte della struttura del Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica Covid-19,  è uno degli incaricati della gestione strategica dell’approvvigionamento e della distribuzione della merceologia del brand pandemico (mascherine, dispositivi per la sicurezza individuale, ventilatori, container refrigerati per “immunoprofilassi”, il vaccino) nonché  del contatto con i fornitori e con le strutture destinatarie.

Sono le occasioni nelle quali è lecito domandarsi a cosa servono i Servizi, oltre a costituire un terreno di scontro tra potentati, una merce di scambio tra leader che li trattano  come i regali di fidanzamento che non si vogliono restituire finito l’amore con gli elettori, e una banca dati di rapporti cui attingere per passare qualche indiscrezione al cronista amico.

I nostri spioni sono forse  troppo occupati con il terrorismo jihadista infiltrato nei barconi,  o con le infiltrazioni degli anarco insurrezionalisti nelle file dei No Tav  per svolgere qualche indagine preventiva sui soggetti chiamati a occuparsi della tutela dei cittadini?

La vigilanza sulle transazioni finanziarie, sulla rintracciabilità di certe operazioni che mobilitano le risorse del bilancio statale, sulle relazioni che intercorrono tra operatori, investitori e imprese non merita una vigilanza superiore a quella a porte chiuse effettuata da quegli organi di controllo che hanno dimostrato in passato opaca tolleranza e sospetta indulgenza?

E non sarebbe ora di interrogarsi su quali meriti abbiano maturato rendano inviolabili e intoccabili le autorità cui si sta consegnando l’economia del paese nel momento della sua più grave sofferenza?

Conte come certe balie infedeli che avvicinavano i neonati urlanti alla macchina del gas, ogni tanto si propone di tranquillizzare il riottoso mercato, che non si accontenta dei suoi cedimenti e delle nostre rinunce, a proposito dell’intervento dello Stato, richiamando all’opportunità di scelte della mano pubblica in grado di distinguere   gli “asset nevralgici”, ridimensionando e chiudendo le aziende che non reggono la concorrenza,  affinché altre più innovative possano aprire.

E difatti verte su questo l’incarico affidato a  Patrimonio destinato, lo strumento gestito da Cassa depositi e prestiti con una disponibilità di 44 miliardi e una potenziale platea di quasi 3000 imprese. Ed è previsto faccia lo stesso il Fondo del Ministero dello Sviluppo per la salvaguardia dei livelli occupazionali e l’attività d’impresa, che prevede che lo Stato, attraverso la sua controllata Invitalia, possa entrare nel capitale delle aziende in difficoltà per un massimo di 10 milioni, restando in minoranza e per un tempo non superiore ai 5 anni, con una dotazione  300 milioni con ulteriori 250 milioni per il 2021, 100 milioni per il 2022 e 100 per il 2023 destinati alle sole imprese titolari di marchi storici. Come fa già, si racconta, Invitalia, appunto, società controllata al 100% dal ministero dell’Economia, che, si potrebbe dire  un po’ sbrigativamente, offre assistenza a aziende, con preferenza per le multinazionali, che vogliono attestarsi in Italia con l’intento prioritario di sgombrare il mercato dalla molesta concorrenza di competitor e contenenti, acquisendo quote per poi strangolarli, come nel caso di Arcelol Mittal.

Ecco, avete ragione, non servono i servizi segreti per cogliere una singolare coincidenza, quella della presenza fissa dietro a tutto questo formicolare di attività -che potrebbero non essere trasparenti, potrebbero configurare conflitti di interesse – sempre dello stesso personaggio, ormai irrinunciabile e insostituibile in tutti i ruoli, multitasking come un  sistema operativo della nuova era digitale e poliedrico homo faber rinascimentale, quel Domenico Arcuri, assurto a  meme dell’emergenza, un golem che incarna perfettamente il processo di trasformazione da scialbo boiardo a feroce boia.

E non servono gli investigatori nemmeno per arrivare alle conclusioni cui era arrivata la Direzione Antimafia ai primi di ottobre quando mise in guardia dal rischio che  l’emergenza sanitaria rappresentasse  una formidabile opportunità per il business della criminalità organizzata pronta a insinuarsi nel settore profilattico,  dalle mascherine, agli appalti per la fornitura dei dispositivi medici, all’ingresso e alla presenza in strutture assistenziali private. E che le misure governative si sarebbero rivelate provvidenziale  per quelle “imprese”, dalla camorra a Amazon, talmente strutturate e attestate sul mercato da superarne gli effetti senza danno e addirittura  trarre giovamento dalla cancellazione di interi comparti e attività minori, che le nuove povertà indotte dalla pandeconomia avrebbero creato nuovi target per i racket illegali come per  gli strozzini a norma di legge, banche e finanziarie.

Magari invece servirebbe, che ne so, un’altra autorità istituita in veste di spaventapasseri ma rivelatasi più inutile dei fantocci in mezzo ai campi di grano, a ripensare alla dichiarazione di impotenza nel caso delle infiltrazioni nell’Expo. Così potremmo scoprire qualcosa che è davanti agli occhi di tutti quelli che passando per le strade di Roma avevano modo di osservare con quanta sfrontatezza prendessero il caffè notabili locali con Buzzi e Carminati, o apprendere che i veneziani e ospiti si erano accorti della sfilata di illustri rappresentanti del mondo di impresa impegnati a interagire con amministratori pubblici, controllori, tecnici, per stabilire fertili alleanze. E che dire delle recenti prestazioni della Regione Lombardia in tema di cognatismo e familismo allargato, dei calcoli sbagliati che inducono cromatismi sorprendenti, delle sue strutture per anziani trasformate da lager in camere a gas, senza che l’esecutivo intervenga per commissariare il motore d’Italia?

Il fatto è che alla faccia di Augias non c’è una questione calabrese, a confermare che sarebbe fisiologico che proprio là si debba misurare la colpa antropologica per via della quale ogni azione si macchia di intrigo, delitto, sopruso così da far disperare sul futuro di intere popolazioni, contagiate  e affette da certe malattie  ereditarie che si concentrano come una condanna divina in alcune zone e tra alcune popolazioni. Sicché per ogni inchiesta che scoperchia un pentolone altri ce ne sono ben chiusi da Nord a Sud a ribollire veleni, oggi in particolare, quando un virus permette il rinvio della democrazia a tempi migliori e della legalità a mai, perché che tempi potrebbero essere più favorevoli di questi.


Lasciate stare i santi subito

Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’ipocrisia, oggi ridefinita in ossequio allo slang imperiale “politically correctness”, si declina in svariati modi.

Uno tra i più diffusi da che mondo è mondo consiste nell’indulgenza plenaria concessa a i defunti a partire da quando esalano l’ultimo respiro diventando “il Povero…” e qualche volta avviata già da prima. Il motivo è risaputo, la pietas serve a seppellire, con il caro estinto,  che troppo presto anche a 100 anni ha lasciato questo mondo che aveva contribuito a rendere migliore,  la colpa personale e  collettiva di “averlo lasciato fare”, qualche indubbia complicità data anche sotto forma di preferenza elettorale o  ovazione in piazza, la codardia disincantata che condanna a sopportare il Male nel timore che arrivi il Peggio. E guai a chi, ne abbiamo un esempio in questi giorni, si sottrae all’unanime compianto per esprimere un giudizio politico a posteriori su una personalità discussa e discutibile: viene soggetto a ostracismo e censura manco fosse un maramaldo che uccide un uomo – o una donna – morti.   

E c’è anche un’altra variante dell’ipocrisia, quella in quota rosa che ispira comprensione e solidarietà per le donne, grazie a un pregiudizio di  genere che non è soltanto emotivo e irrazionale, ma diventa ben presto disastrosamente deleterio, quando le lacrime della killer degli aspiranti pensionati incutono una comprensiva tenerezza,  quando si attribuisce a domestici sentimenti di amor filiale il salvataggio di banche e manager criminali, quando una sacerdotessa della negazione die diritti  e del neoliberismo economico, testimonial attiva degli interessi del totalitarismo finanziario e digitale, diventa  la paladina di quella scrematura di femmine di potere che spezza il soffitto di cristallo a colpi di ingiustizie apprese alla scuola di Wall Street.

Per restare sul caso in oggetto si corre un altro pericolo, a leggere le pensose riflessioni che girano in rete.

Jole Santelli, malata di cancro che in campagna elettorale rilascia interviste dichiarando la sua malattia – e diamole atto che la confessione non avesse il connotato propagandistico di riscuotere compassione da convertire in consenso – si candida e viene eletta malgrado le sue condizioni di salute siano precarie, con l’appoggio dei partiti dichiaratamente di destra.

Dopo meno di otto mesi al governo della sua sventurata Regione muore precocemente, sicché prefiche ma anche persone abitualmente ragionevoli accollano la prematura dipartita allo stress del suo incarico che sarebbe stata spinta ad accettare per abnegazione ma anche sollecitata dalla sua parte politica che l’avrebbe mandata allo sbaraglio per preparare ben altra successione, e si vede,  per usarla come madonna addolorata da esibire per coprire magagne, e si vede, secondo uno di questi giochi di potere dei maschi.

Il risultato è quello solito,  la condanna genetica e morale delle femmine al ruolo di vittime o almeno di gregarie, così introiettato da piegare ambizioni, talenti,  intelligenze al servizio dell’egemonia culturale patriarcale, fino a accantonare quel patrimonio di qualità e virtù muliebri: sensibilità, gentilezza, dedizione, capacità di ascolto e spirito di sacrificio.

Se una colpa ha il senatore Morra è quella di essersi scusato. E dire che era stato fin troppo blando se andiamo a vedere i tratti della dinamica e volitiva Santelli, decantata per essere una “tosta”, apprezzata per la sua aggressività bellicosa e il piglio irruente, se esaminiamo la sua militanza rivelatasi nella fucina dei giovani craxiani e poi diventata brillante e inarrestabile  carriera in Forza Italia,  se come è giusto, prendiamo atto di una certa disinvolta indole al “pluralismo” che la porta a diventare sottosegretaria di stato al Ministero del Lavoro nel Governo Letta. Ma soprattutto se diamo anche una superficiale scorsa alla sua azione politica in materia di intercettazioni, da oscurare in coincidenza di pruriginose rivelazioni sulle abitudini del suo leader, di atti di riforma del codice penale, anticipatori della feroce direttrice segnata da Minniti/Salvini, di regolamentazione della presenza e influenza di sacerdoti di religioni “altre”, e di matrimoni “misti”, “semplificazione” delle procedure di riconoscimento dei clandestini giunti sul nostro sacro suolo, solo per citarne alcune.

E anche se andiamo a rileggerci il florilegio di dichiarazioni e convinzioni espresse in tanti anni di esposizione al pubblico da “donna di legge” quando parla delle sentenze sul G8 di Genova, da “studiosa di diritto” quando guida la protesta contro gli immigrati “untori”, da responsabile del suo partito in tema di sicurezza quando ripetutamente chiede il pugno di ferro per contrastare l’invasione e perché no? da donna, quando si compiace della battuta del Cavaliere “sceso” in Calabria per sostenerla che dichiara “la conosco da vent’anni e non me l’ha mai data”,  e “ride di gusto” prendendo in giro il “femminismo d’antan” che non sa godere di questo garbato humor.  

Ascoltando le prime dichiarazioni di Biden abbiamo appreso che anche negli stati Uniti non è più in uso l’abitudine di chiedere ai candidati a importanti incarichi l’esibizione di una documentazione che certifichi il perfetto stato di salute, garantendo così di essere in gradi di adempiere ai propri obblighi elettivi e istituzionali con efficacia e efficienza.

In realtà dovrebbe essere un obbligo rispettato da chi si accinge a diventare un servitore dello Stato o un rappresentante della volontà popolare, autonomamente  per la consapevolezza che l’impegno che si accetta deve essere assolto come un servizio speso nell’interesse generale. Ma da qualche mese ancora più di prima, abbiamo invece appreso che i doveri vanno regolamentati e imposti di volta in volta, essendo stata dimostrata la incapacità e inadeguatezza antropologica degli italiani a assumersi responsabilità individuali e collettive, che chi transige deve essere deplorato moralmente, amministrativamente e penalmente.

E quindi, anche se non è gradita l’ipotesi che tra poco col certificato di buona condotta dovremo esibire anche l’app Immuni sul telefonino e il patentino di vaccinazione per accedere a pubblici concorsi, non sarebbe del tutto vana la pretesa che chi si propone per svolgere un servizio per la comunità e l’interesse generale sia cosciente e tenga conto di eventuali limitazioni e ostacoli che potrebbero ridurre l’esercizio delle sue funzioni. E non si parla solo di problemi sanitari, ma di legami opachi, come quelli che univano in una rapporto di antica intrinsechezza la Santelli e l’iper-votato Tallini già arruolato nella lista degli “impresentabili” dalla Commissione Antimafia, che confermano che è ancora forte il rischio sanitario di contagio rappresentato da Berlusconi e i suoi cari.  

Fatto sta che regna una gran confusione. E così chi denuncia la malattia viene perseguito dai “negazionisti” bipartisan che si sentono disonorati dalla verità.


La smania della Regione genera mostri

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tornei, giostre, duelli, tenzoni cavalleresche, non sono mica guerre. In quelle ci mandano a morire i soldati semplici, mentre la recita bellica dei signori e padroni di solito non è cruenta, non sgorga sangue dalle ferite dei paladini del teatro dei pupi e le spadone di latta fanno un gran rumore di ferraglie, ma non feriscono.

Teniamolo a mente in questi giorni nei quali va in onda con gran “tenetemi che l’uccido” e “vile, te la faccio pagare” o “guai ai vinti” la battaglia del governo contro le regioni e delle regioni contro il governo. E la verità è che in questa commedia delle parti tutti abbaiano e menano colpi, attenti però a non farsi male, funzionali come sono gli uni agli altri.  

Non fosse così, un Presidente del Consiglio potrebbe esercitare le facoltà e i poteri per commissariare una regione e un assessore reo di incompetenza, infedeltà alla sua missione, conflitti di interesse.

E’ successo – e inutilmente si è chiesto dopo le prestazioni di Fontana e Gallera – in casi di evidente emergenza, sanitaria, ambientale. Con una certa attenzione riservata alle regioni del Sud – forse antropologicamente  infiltrate o condizionate da poteri opachi a differenza della laboriose omologhe del Nord che, tanto per fare un esempio calzante, i rifiuti tossici e l’inquinamento lo esportano in zone meridionali un tempo fertili e felici? –  come racconta la storia recente. 

Ma a conferma che il teatro della politica copia i talkshow, con i figuranti che inveiscono a beneficio del pubblico non pagante, tutti si prestano a recitare il solito copione che prevede uno scaricabarile reciproco che non faccia danni a nessuno degli attori delle compagnie di giro.

C’è chi suppone che per evitare scomode rivelazioni di antica inettitudine, la Regione Lombardia avrebbe esagerato l’emergenza sanitaria con la complicità delle lobby farmaceutiche, imponendo all’esecutivo di seguire la sua pista. Fatto sta il governo da parte sua ha steso una cortina di nebbia in Val Padana, lasciando correre su colpe passate e contemporanee, approfittando dell’opportunità di imporre uno stato di eccezione che fa rimpiangere la normalità malata di prima.

Che poi se invece si colloca una testa di legno a fare l’amministratore, il parafulmine, il commissario, quando non se ne sceglie uno di prestigio e moralità inattaccabile candidato a rapide dimissioni dopo aver saggiato l’amaro dell’impotenza (c’è da immaginare che sia capitato ultimamente a uno degli avvocati dello Stato chiamato a gestire opere e conti del Mose), allora è meglio che la selezione del personale, se non ha pronto un fedelissimo, ben disposto a eseguire ordini e fare affarucci,  individui un improbabile, un incandidabile per evidente carenza di meriti, uno disposto a essere esibito nelle fiere per il gioco di tre palle un soldo. Come è capitato al povero generale Cotticelli, costretto alla gogna per aver ingenuamente dichiarato di essere l’uomo sbagliato al posto sbagliato, ignaro che fosse in carico a lui, commissario alla Sanità in Calabria, la predisposizione del Piano per l’emergenza Covid, ora affidata a nuova autorità nota solo per aver dettato le regole in materia di durata profilattica e cautelativa dei baci . 

E figuriamoci se non capitava nelle periferie meridionali. Doveva essere proprio inadeguato il prescelto se non ha pensato di fare copia incolla con il piano d’azione, che ne so, della solerte Lombardia, della scrupolosa Val d’Aosta, del coscienzioso Piemonte o di altre risparmiate dalla lettera scarlatta (dal Veneto, all’Emilia Romagna, alla Campania) che si sono rivelate alla prova dei fatti pasticcione, inidonee, come minimo “arruffone”, dopo anni  nei quali erano state invece “arraffone”, incamerando fondi che non bastavano mai anche perché si spargevano in fiumi sotterranei di malagestione, clientelismi, incapacità, speculazioni, ruberie e generose mance ai privati.

Alcune di queste, per ora tre, incuranti delle loro vergognose performance hanno ripreso a muso duro la loro pretesa di indipendenza in modo da avere più mezzi per demolire con ancora maggiore determinazione la scuola, la sanità, l’università.

Si tratta di una secessione ancora più disonorevole di questi tempi, che  accomuna la Lega e il Pd sotto forma di Bonaccini e pure della sua coraggiosa vice presidente dall’audacia limitata se non ha dichiarato la sua estraneità al progetto, alla quale si stanno accodando  altri federalisti dell’ultima ora.  , grazie a un progetto che ha l’intento preciso di incrementare  le tremende diseguaglianze già in atto nella sanità, istruzione, cultura, disoccupazione, giovani, condizione femminile, trasporti, reddito, ricchezza, grazie al fertile distacco dei ricchi in modo da condannare alla miseria la  zavorra del Sud che di fatto ostacolerebbe il  Nord nell’espressione delle sue potenzialità.

Più che favorire il passaggio ad un  sistema “cooperativo”, utile al Sud e al Nord, sono aumentati i conflitti territoriali  assecondati dallo Stato e dai potentati economici, a volte in condivisione con quelli criminali, alimentando un regionalismo disordinato che ha impedito la crescita sincrona delle due realtà.

Infatti la delega delle responsabilità di spesa dallo Stato centrale alle amministrazioni regionali ha prodotto un’espansione del debito pubblico, peggiorando la “qualità” delle politiche sociali, anche grazie a quella Riforma del Titolo V della Costituzione che  rovescia completamente il rapporto di forza tra Stato centrale e Regioni a favore di queste ultime, che non contente  cominciano a pretendere la proprietà indiscussa e il potere di spesa dei residui fiscali, riponendo in soffitta l’attuazione di quei principi inapplicati dal tema della cosiddetta solidarietà territoriale, alla determinazione delle prestazioni di competenza esclusiva dello Stato.

E su quella  ci sarebbe oggi più che mai da ragionare pensando a come è stato svelata dall’emergenza sanitaria, l’emergenza sociale in cui versa il nostro sistema sanitario smantellato dalla  sistematica opera di demolizione dei punti cardine della Riforma Sanitaria, Legge 833, del 1978, al fine di favorire potenti interassi privatistici. Basta riflettere  sul danno prodotto dal referendum del 1993 che ha determinato la scissione tra competenze sanitarie e ambientali,  come sanno bene i cittadini di Taranto chiamati a scegliere tra salario e salute o sugli effetti prodotti dalla conversione delle Unità Sanitarie Locali (USL) in Aziende (basterebbe la denominazione di Azienda per capire meglio il fine della “riforma”) Sanitarie (ASL), ispirata non a criteri di servizio sociale, ma a vincoli economici, di bilancio.

Ormai è chiaro a tutti che a fronte di un limitato potere decisionale, le Regioni in Italia sono  centri di potere burocratico e clientelare, che esigono di “trattare” non solo le materie di competenza e i capitoli di spese come Stati autonomi, esprimendo il paradosso di una onnipotenza virtuale in contrasto con una impotenza concreta, proprio di soggetti a un tempo troppo forti nominalmente e troppo deboli giuridicamente, diventando fattori di squilibrio in un contesto dove la pluralità è divergente e centrifuga.

Ma altrettanto paradossalmente questo potenziale destabilizzante fa comodo a  esecutivi inetti, impotenti e gregari, che possono usarlo come alibi per il “non fare”, per la delega dell’incapacità passata ad altri altrettanto condizionati da poteri superiori extranazionali, i cui comandi sono raccolti e eseguiti come atti di fede incontestabili.

Però basterebbe sottrarsi al destino dei vasi di coccio.  


Non pane, ma Ponte

pon

Ci voleva una guerra, una resistenza sui sofà, una liberazione con gita ai Castelli, infine la Ricostruzione per realizzare quell’unità nazionale tanto propagandata con inni in poggiolo, editoriali in punta di penna, doverosa sospensione di ogni critica, in segno di devozione e lutto.

Oggi possiamo celebrarne l’allegoria con l’immagine simbolica di una formidabile opera ingegneristica che potrebbe fare concorrenza all’ Akashi Bridge di Kobe e al Tsing Ma Bridge di Hong Kong, quel Ponte sullo Stretto dei record: 3.300 metri lunghezza della campata centrale, 3.666 metri lunghezza complessiva con campate laterali, 60,4 metri larghezza dell’impalcato, 399 metri  di altezza delle torri, 2 coppie di cavi per il sistema di sospensione, 5.320 metri di lunghezza complessiva dei cavi, 1,26 metri di diametro dei cavi di sospensione, 44.323 fili d’acciaio per ogni cavo di sospensione, 70/65 metri di altezza di canale navigabile centrale per il transito di grandi navi, 533.000 metricubi di volume dei blocchi d’ancoraggio (17% visibile fuori terra), con 6 corsie stradali, 3 per ciascun senso di marcia (veloce, normale, emergenza),  2 corsie stradali di servizio e due binari, per 6mila veicoli/ora,  e 200 treni/giorno.

Sono d’accordo tutti sulla esemplare obbligatorietà di mettere mano al progetto: la stampa fiancheggiatrice della Santelli giura sulla data della posa in opera della prima pietra: il 31 giugno, Renzi si compiace, da premier si era battuto per la concretizzazione dell’utopia costruttivista del Cavaliere, Franceschini – che ci fa ogni giorno rimpiangere il breve passato senza di lui, Bonisoli e perfino Toninelli – ne parla come inevitabile completamento dell’alta velocità estesa al Sud,  pena l’isolamento della Sicilia destinata a diventare il polo del golf mondiale, i cantieristi del Pd, quelli che ancora con la mascherina davanti allo schermo, la De Micheli e i presidenti di regione, hanno messo in cima alle priorità le grandi opere come motore di sviluppo e volano occupazionale, Conte, ultimo posseduto dal demone del cemento, che valuterà “senza pregiudizi”, l’ipotesi “irresistibile” nata in pieno craxismo e poi formulata compiutamente nel ventennio di Berlusconi che è già costata alle nostre casse oltre 350 milioni.

E non è difficile immaginare come cadranno le deboli resistenze dei 5 stelle, soliti cedere alle minacce di sanzioni e di multe, e alle intimidazioni dei profeti dei “costi del Non Fare” che sarebbero superiori alle spese per oliare e mantenere attiva la macchina dello spreco, dell’impatto ambientale e della corruzione.

Ci sono alcuni laboratori sperimentali dell’oltraggio che si è già consumato nelle Regioni del Nord, sempre a causa degli appetiti insaziabili della proprietà, della rendita,  della speculazione, dello sfruttamenti del suolo e delle persone, perfino di quelle malate che diventano profittevoli per la sanità privata da vivi e per l’Inps se si tolgono di torno.

Si tratta delle città sottoposte al ricambio coatto, via i residenti e dentro il terziario, le multinazionali del turismo  e immobiliari, le banche, le catene dello shopping, ma anche le isole oggetto di programmi di cessione ai nuovi latifondisti, degli emiri che le vogliono convertire in resort diffusi per non dire sei signori della guerra che ne vogliono fare ampi poligoni di tiro e aree attrezzate per i loro test: in Sardegna è partita l’offensiva  per demolire l’impianti delle leggi per la tutela delle coste grazie a un ddl  che “snatura” il Piano paesaggistico regionale (Ppr) del 2004, ultimo baluardo contro la cementificazione e la svendita del bene comune.

Ogni volta che qualche prestigiatore da fiera di paese tira fuori la magia taroccata del ponte che finalmente unirebbe un Paese troppo lungo e inquieto, che darebbe tanto lavoro a laureati sulle impalcature e immigrati senza protezione, che restituirebbe reputazione e onore a un paese pasticcione, indolente, in cima alle graduatorie perfino per i contagi e i morti di influenze e infezioni ospedaliere, tocca sorbirsi tutte le balle indecenti dei benefici dell’intervento futuristico, gli stessi poi della Tav, lavoro per tutti, incremento dell’attrattività commerciale dell’Italia e dell’orgoglio patrio davanti alla nuova Meraviglia del Mondo, ottava, nona? dopo o più del Mose? Meno o oltre il Colosso di Rodi?

Mentre si dovrebbero porre gli stessi interrogativi posti per la Tav: un simile intervento vale la spesa? quando i bilanci pubblici sono al fallimento, quando non si spende per la manutenzione del territorio, non ci sono i treni per i pendolari, se si investe per i servizi con i soldi prestati dall’Ue, per ripagarli si dovranno tagliare i servizi e soprattutto quando ci sarebbe da riflettere su fatto che una ferrovia, un’autostrada, un ponte servono se ci si passa, se ci si fanno correre tanti passeggeri e tante merci.

Al contrario il parere degli esperti consultati pubblicamente solo quando sono  a libro paga dei regimi indica come i dati sul traffico di mezzi e persone e quelli sui trasporti di prodotti dimostrino che per quanto riguarda gli spostamenti delle persone l’aereo low cost è vincente come alternativa tanto in termini di tempi quanto in termini di costi, rispetto a auto o treni, mentre per quanto riguarda la rete di trasporti e distribuzione commerciale, il ponte avrebbe una collocazione a nord che costringerebbe a un tortuoso saliscendi, così soprattutto  per la lunga distanza si dimostrerebbero più convenienti le navi.

Meno che mai avremo proiezioni attendibili sui volumi di traffico in presenza di una crisi che si ripercuote sui prodotti e sull’import-export e che ha dimostrato da anni la sopravvalutazione dell’estensione di una rete pensata nel momento di massima espansione del Made in Italy nel contesto drogato della globalizzazione, e quando mancano tutte le opere strutturali e infrastrutturali di accompagnamento, sostegno e collegamento alla “cattedrale nel mare”.

Ora, in pieno dopoguerra, quando l’alternativa per troppi è stata o la borsa o la vita, non si va troppo per il sottile, quindi i media imboniti dalla Grande Illusione evitano di parlare  dell’impatto ambientale, argomento tabù  a Chiatamone, in Laguna, a Taranto, a Casale Monferrato, per non ostacolare i fasti della libera iniziativa: eppure si tratterebbe del ponte sospeso più lungo del mondo, con pilastri alti 300 metri, come la Tour Eiffel che hanno delle dimensioni enormi, mai sperimentate, con effetti endotermici imprevedibili, in una zona altamente sismica.

Il fatto è che un ceto dirigente assoggettato all’imperio padronale, quello delle costruzioni, delle cordate del cemento, della speculazione che ha scoperto da anni il brand più profittevole, quello della corruzione e del malaffare, della bulimia edificatoria, che prosperano non solo col “fare” ma soprattutto con il “non fare” a suon di cambiamenti progettuali, di multe e sanzioni, di ritardi e penali remunerati a peso d’oro, è anche affetto da megalomania, patologia presente da Nord a Sud, dalla ossessione di lasciare una impronta come faraoni di provincia, più incisiva della ricostruzione nei crateri del sisma, della messa in sicurezza del Lambro, Seveso, Olona, della restituzione alla vita di città martiri dell’industrializzazione criminale.

Pensate che slogan pubblicitario può essere la dichiarazione di De Luca, Sindaco di Messina:  «Il ponte sullo Stretto è la soluzione logica, ecologica, sociale, produttiva e occupazionale per la Sicilia, della quale Messina, la gloriosa Messina, tornerà a essere porta e capitale. Il no-pontismo è il simbolo dell’idiozia suicida che ha determinato il crollo demografico della città…»che non a caso enumera i promoter che si sono succeduti: Commissione Europea, attraverso i Piani Operativi e Programmazione 2007-2013 e 2014-2020; Legge Monti-Genovese; Delibere CIPE di programmazione dei fondi FSC ed ex FAS; ENAC; AssoAeroporti;   Caronte&Tourist; Def 2014 e 2017; Rapporto Svimez.

A leggere le fonti immaginando che la gestione e sorveglianza possa essere affidata a un soggetto tecnico competente: Atlantia, si capisce subito che questo ponte non s’ha da fare, a cominciare dai costi “previsti”, un budget di 3.9 miliardi comprensivo dei raccordi stradali e ferroviari in Sicilia e in Calabria, una parte (la variante di Cannitello) è già stata realizzata, pensando alla mostruosa capacità dei soggetti realizzatori, dei proponenti, di quelli di vigilanza, dei progettisti, e riferendoci a esperienze collaudate: Mose, Tav, BreBeMi.,  raddoppio Firenze –Bologna, le metropolitane di Roma, Milano e Catania, solo per fare de esempi, proprio quando il Paese vive un crisi strutturale, dovrà affrontare gli effetti di un indebitamento gonfiato per imporre il definitivo tramonto della democrazia, nelle relazioni industriali, nelle scelte economiche, nelle politiche sociali.

Quella democrazia compromessa dalla strategia della menzogna, che sempre di più viene adottata come sistema di governo e che promette come fondamento del New Deal post-virus le grandi opere: durante la realizzazione del ponte, si racconta,  l’occupazione sarà pari a 47.500 anni/uomo, pari a 7.000 addetti diretti ogni anno, senza dire che si tratta dell’esaltazione della precarietà, a chiusura dei cantieri si prevede che serviranno 200 addetti alla sorveglianza a manutenzione, selezionati con quella oculata attenzione al rapporto qualità/costi che ha consolidato la reputazione dei Benetton, mentre gli operai più o meno qualificati e mobili impegnati alla realizzazione saranno a spasso, nemmeno sotto il ponte, come sono già le partite Iva, i part time, i contratti anomali decimati dal lockdown.

Bugie su bugie si accumulano come una nebbia opaca anche in merito alle fonti cui attingere le risorse:  fondi nazionali FSC (Fondo di Sviluppo e Coesione, ex FAS), i  SIE (Fondi Strutturali Europei) e PON- FSR, sui quali è vincolante il parere dei cravattari europei, quelli della Cassa Depositi e Prestiti (94 miliardi, 30 dei quali già spesi per la Tav), cui si aggiungerebbero i quattrini degli investitori in regime di project financing, un minestrone avvelenato di promesse, di debiti da rimborsare con interessi e con l’aggiunta di altri tagli alla spesa pubblica, di promesse mai mantenute, per via della legge scritta della cultura di impresa: capitalizzare i profitti e socializzare le perdite.

E su tutto pesano già le richieste esose presentate dagli esattori dei “danneggiati”, prima tra tutti la società statunitense Parsons, Project Management Consultant del Ponte, che esige come indennizzo, “a definitiva e completa tacitazione di ogni diritto e pretesa”, oltre al valore delle prestazioni progettuali contrattualmente previste e direttamente eseguite, una percentuale del 10% dei 3.879.599.733 euro (costo dell’intervento), oltre a una pletora di altri questuanti, la stessa compagnia di giro che entra e esce dalle porte girevoli dei tribunali addetti a trattare le vertenze del malaffare, e che fanno temere – come per la Tav, che prevalga l’accettazione dei diktat del racket sul buonsenso e la ragione che imporrebbero semplicemente di dire No, di non sborsare un quattrino come si dovrebbe fare davanti alle pistole puntate dai malfattori.

Che anche in questo caso hanno santi in paradiso che li proteggono con il loro benevolo sguardo dal Ponte.

 

 

 

 

 


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