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Non pane, ma Ponte

pon

Ci voleva una guerra, una resistenza sui sofà, una liberazione con gita ai Castelli, infine la Ricostruzione per realizzare quell’unità nazionale tanto propagandata con inni in poggiolo, editoriali in punta di penna, doverosa sospensione di ogni critica, in segno di devozione e lutto.

Oggi possiamo celebrarne l’allegoria con l’immagine simbolica di una formidabile opera ingegneristica che potrebbe fare concorrenza all’ Akashi Bridge di Kobe e al Tsing Ma Bridge di Hong Kong, quel Ponte sullo Stretto dei record: 3.300 metri lunghezza della campata centrale, 3.666 metri lunghezza complessiva con campate laterali, 60,4 metri larghezza dell’impalcato, 399 metri  di altezza delle torri, 2 coppie di cavi per il sistema di sospensione, 5.320 metri di lunghezza complessiva dei cavi, 1,26 metri di diametro dei cavi di sospensione, 44.323 fili d’acciaio per ogni cavo di sospensione, 70/65 metri di altezza di canale navigabile centrale per il transito di grandi navi, 533.000 metricubi di volume dei blocchi d’ancoraggio (17% visibile fuori terra), con 6 corsie stradali, 3 per ciascun senso di marcia (veloce, normale, emergenza),  2 corsie stradali di servizio e due binari, per 6mila veicoli/ora,  e 200 treni/giorno.

Sono d’accordo tutti sulla esemplare obbligatorietà di mettere mano al progetto: la stampa fiancheggiatrice della Santelli giura sulla data della posa in opera della prima pietra: il 31 giugno, Renzi si compiace, da premier si era battuto per la concretizzazione dell’utopia costruttivista del Cavaliere, Franceschini – che ci fa ogni giorno rimpiangere il breve passato senza di lui, Bonisoli e perfino Toninelli – ne parla come inevitabile completamento dell’alta velocità estesa al Sud,  pena l’isolamento della Sicilia destinata a diventare il polo del golf mondiale, i cantieristi del Pd, quelli che ancora con la mascherina davanti allo schermo, la De Micheli e i presidenti di regione, hanno messo in cima alle priorità le grandi opere come motore di sviluppo e volano occupazionale, Conte, ultimo posseduto dal demone del cemento, che valuterà “senza pregiudizi”, l’ipotesi “irresistibile” nata in pieno craxismo e poi formulata compiutamente nel ventennio di Berlusconi che è già costata alle nostre casse oltre 350 milioni.

E non è difficile immaginare come cadranno le deboli resistenze dei 5 stelle, soliti cedere alle minacce di sanzioni e di multe, e alle intimidazioni dei profeti dei “costi del Non Fare” che sarebbero superiori alle spese per oliare e mantenere attiva la macchina dello spreco, dell’impatto ambientale e della corruzione.

Ci sono alcuni laboratori sperimentali dell’oltraggio che si è già consumato nelle Regioni del Nord, sempre a causa degli appetiti insaziabili della proprietà, della rendita,  della speculazione, dello sfruttamenti del suolo e delle persone, perfino di quelle malate che diventano profittevoli per la sanità privata da vivi e per l’Inps se si tolgono di torno.

Si tratta delle città sottoposte al ricambio coatto, via i residenti e dentro il terziario, le multinazionali del turismo  e immobiliari, le banche, le catene dello shopping, ma anche le isole oggetto di programmi di cessione ai nuovi latifondisti, degli emiri che le vogliono convertire in resort diffusi per non dire sei signori della guerra che ne vogliono fare ampi poligoni di tiro e aree attrezzate per i loro test: in Sardegna è partita l’offensiva  per demolire l’impianti delle leggi per la tutela delle coste grazie a un ddl  che “snatura” il Piano paesaggistico regionale (Ppr) del 2004, ultimo baluardo contro la cementificazione e la svendita del bene comune.

Ogni volta che qualche prestigiatore da fiera di paese tira fuori la magia taroccata del ponte che finalmente unirebbe un Paese troppo lungo e inquieto, che darebbe tanto lavoro a laureati sulle impalcature e immigrati senza protezione, che restituirebbe reputazione e onore a un paese pasticcione, indolente, in cima alle graduatorie perfino per i contagi e i morti di influenze e infezioni ospedaliere, tocca sorbirsi tutte le balle indecenti dei benefici dell’intervento futuristico, gli stessi poi della Tav, lavoro per tutti, incremento dell’attrattività commerciale dell’Italia e dell’orgoglio patrio davanti alla nuova Meraviglia del Mondo, ottava, nona? dopo o più del Mose? Meno o oltre il Colosso di Rodi?

Mentre si dovrebbero porre gli stessi interrogativi posti per la Tav: un simile intervento vale la spesa? quando i bilanci pubblici sono al fallimento, quando non si spende per la manutenzione del territorio, non ci sono i treni per i pendolari, se si investe per i servizi con i soldi prestati dall’Ue, per ripagarli si dovranno tagliare i servizi e soprattutto quando ci sarebbe da riflettere su fatto che una ferrovia, un’autostrada, un ponte servono se ci si passa, se ci si fanno correre tanti passeggeri e tante merci.

Al contrario il parere degli esperti consultati pubblicamente solo quando sono  a libro paga dei regimi indica come i dati sul traffico di mezzi e persone e quelli sui trasporti di prodotti dimostrino che per quanto riguarda gli spostamenti delle persone l’aereo low cost è vincente come alternativa tanto in termini di tempi quanto in termini di costi, rispetto a auto o treni, mentre per quanto riguarda la rete di trasporti e distribuzione commerciale, il ponte avrebbe una collocazione a nord che costringerebbe a un tortuoso saliscendi, così soprattutto  per la lunga distanza si dimostrerebbero più convenienti le navi.

Meno che mai avremo proiezioni attendibili sui volumi di traffico in presenza di una crisi che si ripercuote sui prodotti e sull’import-export e che ha dimostrato da anni la sopravvalutazione dell’estensione di una rete pensata nel momento di massima espansione del Made in Italy nel contesto drogato della globalizzazione, e quando mancano tutte le opere strutturali e infrastrutturali di accompagnamento, sostegno e collegamento alla “cattedrale nel mare”.

Ora, in pieno dopoguerra, quando l’alternativa per troppi è stata o la borsa o la vita, non si va troppo per il sottile, quindi i media imboniti dalla Grande Illusione evitano di parlare  dell’impatto ambientale, argomento tabù  a Chiatamone, in Laguna, a Taranto, a Casale Monferrato, per non ostacolare i fasti della libera iniziativa: eppure si tratterebbe del ponte sospeso più lungo del mondo, con pilastri alti 300 metri, come la Tour Eiffel che hanno delle dimensioni enormi, mai sperimentate, con effetti endotermici imprevedibili, in una zona altamente sismica.

Il fatto è che un ceto dirigente assoggettato all’imperio padronale, quello delle costruzioni, delle cordate del cemento, della speculazione che ha scoperto da anni il brand più profittevole, quello della corruzione e del malaffare, della bulimia edificatoria, che prosperano non solo col “fare” ma soprattutto con il “non fare” a suon di cambiamenti progettuali, di multe e sanzioni, di ritardi e penali remunerati a peso d’oro, è anche affetto da megalomania, patologia presente da Nord a Sud, dalla ossessione di lasciare una impronta come faraoni di provincia, più incisiva della ricostruzione nei crateri del sisma, della messa in sicurezza del Lambro, Seveso, Olona, della restituzione alla vita di città martiri dell’industrializzazione criminale.

Pensate che slogan pubblicitario può essere la dichiarazione di De Luca, Sindaco di Messina:  «Il ponte sullo Stretto è la soluzione logica, ecologica, sociale, produttiva e occupazionale per la Sicilia, della quale Messina, la gloriosa Messina, tornerà a essere porta e capitale. Il no-pontismo è il simbolo dell’idiozia suicida che ha determinato il crollo demografico della città…»che non a caso enumera i promoter che si sono succeduti: Commissione Europea, attraverso i Piani Operativi e Programmazione 2007-2013 e 2014-2020; Legge Monti-Genovese; Delibere CIPE di programmazione dei fondi FSC ed ex FAS; ENAC; AssoAeroporti;   Caronte&Tourist; Def 2014 e 2017; Rapporto Svimez.

A leggere le fonti immaginando che la gestione e sorveglianza possa essere affidata a un soggetto tecnico competente: Atlantia, si capisce subito che questo ponte non s’ha da fare, a cominciare dai costi “previsti”, un budget di 3.9 miliardi comprensivo dei raccordi stradali e ferroviari in Sicilia e in Calabria, una parte (la variante di Cannitello) è già stata realizzata, pensando alla mostruosa capacità dei soggetti realizzatori, dei proponenti, di quelli di vigilanza, dei progettisti, e riferendoci a esperienze collaudate: Mose, Tav, BreBeMi.,  raddoppio Firenze –Bologna, le metropolitane di Roma, Milano e Catania, solo per fare de esempi, proprio quando il Paese vive un crisi strutturale, dovrà affrontare gli effetti di un indebitamento gonfiato per imporre il definitivo tramonto della democrazia, nelle relazioni industriali, nelle scelte economiche, nelle politiche sociali.

Quella democrazia compromessa dalla strategia della menzogna, che sempre di più viene adottata come sistema di governo e che promette come fondamento del New Deal post-virus le grandi opere: durante la realizzazione del ponte, si racconta,  l’occupazione sarà pari a 47.500 anni/uomo, pari a 7.000 addetti diretti ogni anno, senza dire che si tratta dell’esaltazione della precarietà, a chiusura dei cantieri si prevede che serviranno 200 addetti alla sorveglianza a manutenzione, selezionati con quella oculata attenzione al rapporto qualità/costi che ha consolidato la reputazione dei Benetton, mentre gli operai più o meno qualificati e mobili impegnati alla realizzazione saranno a spasso, nemmeno sotto il ponte, come sono già le partite Iva, i part time, i contratti anomali decimati dal lockdown.

Bugie su bugie si accumulano come una nebbia opaca anche in merito alle fonti cui attingere le risorse:  fondi nazionali FSC (Fondo di Sviluppo e Coesione, ex FAS), i  SIE (Fondi Strutturali Europei) e PON- FSR, sui quali è vincolante il parere dei cravattari europei, quelli della Cassa Depositi e Prestiti (94 miliardi, 30 dei quali già spesi per la Tav), cui si aggiungerebbero i quattrini degli investitori in regime di project financing, un minestrone avvelenato di promesse, di debiti da rimborsare con interessi e con l’aggiunta di altri tagli alla spesa pubblica, di promesse mai mantenute, per via della legge scritta della cultura di impresa: capitalizzare i profitti e socializzare le perdite.

E su tutto pesano già le richieste esose presentate dagli esattori dei “danneggiati”, prima tra tutti la società statunitense Parsons, Project Management Consultant del Ponte, che esige come indennizzo, “a definitiva e completa tacitazione di ogni diritto e pretesa”, oltre al valore delle prestazioni progettuali contrattualmente previste e direttamente eseguite, una percentuale del 10% dei 3.879.599.733 euro (costo dell’intervento), oltre a una pletora di altri questuanti, la stessa compagnia di giro che entra e esce dalle porte girevoli dei tribunali addetti a trattare le vertenze del malaffare, e che fanno temere – come per la Tav, che prevalga l’accettazione dei diktat del racket sul buonsenso e la ragione che imporrebbero semplicemente di dire No, di non sborsare un quattrino come si dovrebbe fare davanti alle pistole puntate dai malfattori.

Che anche in questo caso hanno santi in paradiso che li proteggono con il loro benevolo sguardo dal Ponte.

 

 

 

 

 


Triste tropico italiano

pall Anna Lombroso per il Simplicissimus

A guardare le sue foto verrebbe da recuperare l’obsoleta fisiognomica del mio avo. Parlo di Domenico Pallaria ( in gergo pubblicitario, potrebbe essere il nome di un palloncino da gonfiare) che era fino a un paio di giorni fa il responsabile, di fresca nomina, della Protezione civile calabra, messo a capo della task force per la gestione dell’emergenza Coronavirus, e costretto a dimettersi dopo una candida ammissione di ignoranza e incompetenza.

Infatti nel corso di una puntata di Report andata in onda lunedì si era lasciato ingenuamente andare a dichiarare: “Io non mi sono mai interessato di attrezzature sanitarie. Mi occupo di altre cose. Se lei mi dice che cos’è un ventilatore, io non glielo saprei nemmeno dire”. Aggiungendo tra ammicchi e risatine complici, alla moda dei famigerati imprenditori aquilani: “«Mi sono sempre occupato d’altro, di infrastrutture, di lavori pubblici…”.

A ben guardare uno che confessa apertamente inesperienza e imperizia, e poi addirittura si dimette, in Italia,  meriterebbe una onorificenza. Invece lui aveva, molto meno sorprendentemente, “meritato” un incarico delicato, di quelli favoriti dal sistema di governo dell’emergenza, quando una crisi viene fatta degenerare in modo da promuovere misure eccezionali, da istituire figure commissariali autoritarie, da generare repressione e limitazioni delle libertà e aggiramento di leggi. In proposito aveva  dichiarato con altrettanta genuina schiettezza la Santelli: e chi dovevo nominare?.

E difatti chi poteva essere meglio di lui?  l’uomo giusto al posto e al momento giusto, lui,  sul cui capo pende  una richiesta di rinvio a giudizio per abuso d’ufficio, per la scandalosa vicenda dell’edilizia sociale e dell’acquisto della nuova sede dell’Aterp a Vibo, tuttora dirigente generale del settore Lavori Pubblici, Infrastrutture e Trasporti della Regione e presidente della Commissione per la  realizzazione della metro leggera di Cosenza.

Ma ecco che, invece, a farlo rotolare giù dal piedistallo di addetto speciale per la salvezza e la salute dei calabresi, è stata l’inedita e pubblica dichiarazione di incompetenza e inesperienza, sia pure, si capisce, compensate da altre qualità e caratteristiche valoriali del manager e del politico: indole faccendiera, furbizia, spregiudicatezza, pure molto celebrate secondo la lezione della Leopolda e della Fininvest.

Giornali e rete  hanno avuto così l’opportunità  di concedersi qualche bozzetto  a tinte pastellate sulla “solita” Calabria, sui mali della regione più malata del sud, più infiltrata e contagiosa delle sue patologie (tempo fa nel corso di un’inchiesta sulla ‘ndrangheta, un alto grado del corpo dei Carabinieri ebbe a dire:  quello che non è Calabria, Calabria sarà), se i suoi amministratori, i suoi rappresentanti  così come le sue  imprese “legali” hanno mutuato e applicano procedure e sistemi mafiosi, se la sua fiera popolazione si umilia da sé continuando a sostenere la presenza e la pressione di impresentabili.

Quando proprio in questi giorni nella Residenza sanitaria assistenziale “Domus Aurea” di Chiaravalle, in provincia di Catanzaro, si sono registrati nove decessi   e settantaquattro casi di positività al coronavirus, tra ospiti e personale, facendo di quella struttura la tragica allegoria delle condizioni della sanità pubblica nella regione.

Quando una personalità discussa, chiacchierata e indagata viene messa a gestire l’emergenza, grazie alle sue performance nella promozione affaristica  di opere che di pubblico avranno solo la socializzazione delle perdite mentre i profitti saranno ampiamente privatizzati a beneficio di codate miste tra imprese e cupole, mentre ogni anno si verifica una calamità innaturale, per scarsa manutenzione del territorio, stato di abbandono, cementificazione abusiva.

Si, è stato tutto un fervore quello che si è agitato intorno all’episodio, come fosse un test rivelatore di caratteri antropologici, alla pari del clientelismo, del familismo amorale assurti a autodifesa rispetto alle ingiustizie di Stato e governi, tollerati e promossi da colonizzatori e predoni che hanno saputo approfittare di istinti presenti nell’autobiografia regionale, e cui si aggiungerebbe ora anche la maledetta incompetenza, addirittura rivendicata.

Per via di quella strana combinazione, presente nella narrazione di sé data dal nostro Mezzogiorno e non solo, tra vittimismo e autodenigrazione, a gridare allo scandalo sono stati la stampa locale e gli indigeni. Il che però dovrebbe confermare una superiorità morale finora misconosciuta  e ignota in altre geografie.

E infatti a guardarsi intorno vige la raccomandazione a pensare al futuro, al dopo emergenza, hanno il sopravvento le mozioni degli affetti e della compassione al posto della solidarietà, perché non sarebbe il tempo di indagare su colpe e responsabilità a carico di cerchie criminali che hanno governato le regioni motori d’Italia, quelle dove la concomitanza di inquinamento, industrializzazione e cementificazione selvaggia, insieme alla cancellazione del sistema di cura e assistenza pubblica ha deflagrato appena accesa la miccia del virus, quelle che hanno consegnato la sanità grazie a celesti corrotti e corruttori ai padroni delle cliniche e delle imprese farmaceutiche, le stesse proprietarie in regime di esclusiva della ricerca medica.

Così le limitazioni delle libertà devono avere anche l’effetto pietoso di restringere l’azione della memoria del passato in favore di un disegno del futuro dove potremmo al massimo auspicare che tutto torni come prima, quando non si moriva di Covdi19, ma di enfisema, broncopneumopatia, polmonite virale, per la colpa di essere anziani e poveri, quindi facilmente dimenticati e dimenticabili.

La elezione di certi ceffi a uomini della provvidenza mandati dal cielo a salvarci grazie a efficienza dimostrata in occasioni eccezionali, aiuta a no n guardar troppo per il sottile, così il Pallaria  si presenta come oltraggio al pubblico pudore, incivile sfrontatezza da sottoporre alla deplorazione che non è stata espressa contro il brav’uomo che reduce dai fallimenti emiliani è stato delegato alla promozione della riffa in piazza per l’assegnazione delle casette provvisorie, talmente effimere da disfarsi prima della collocazione nel cratere, o della garrula commissaria passata a più alto incarico e alla leggenda per essere stata invisibile come il fantomas del sisma, così preoccupata di contrastare la criminosa indole alla trasgressione e all’abusivismo  dei terremotati da preferire, allo sbagliare, la totale inazione.

Povero Pallaria avrebbe fatto bene a informarsi sui respiratori, adesso che come noi potrebbe essere condannato a pagarsi anche l’aria che respiriamo, senza l’ossigeno, prerogativa in regime di esclusiva di chi gode dell’impunità e pure dell’immunità del virus del potere che non si sconfigge mai.


Passata la festa, gabbato l’elettore

saedAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dipenderà sicuro dal riprodursi di attentati alla democrazia dal susseguirsi di leggi che hanno retrocesso il voto a atto di ratifica formale di imposizioni venute dall’alto, alla resa ai diktat sovranazionali che hanno sottratto la “sovranità” agli Stati nazionali e quindi svuotato esecutivo e parlamento  di gran parte delle sue possibilità di azione, dalla rottura del patto di fiducia tra cittadini e rappresentanza indotta dalla preminenza di interessi personali e di parte, alla erosione progressiva delle regole che dovevano mantenere il controllo dal basso sul potere decisionale, attraverso l’accesso alle informazioni, dare spazio alle forme di partecipazione: sezioni, associazioni, circoli, sbrigativamente sostituiti dalla conta in rete o dal coagularsi di fermenti estemporanei graditi all’establishment.

Dipenderà sicuro dai giochi delle tre carte che costringono l’elettore a dare la preferenza non alla forza politica e al candidato che potrebbe meglio interpretare i suoi bisogni e le sue aspettative, ma ai meno peggio, ai meno remoti rispetto ai suoi valori con l’unico obiettivo e l’unico auspicio di impedire il successo degli altri. E infatti le analisi delle autorità statistiche in materia di flussi elettorali registrano come in Emilia Romagna chi in precedenza aveva votato Cinque Stelle ha deciso di appoggiare Bonaccini e il Pd pur di battere Salvini. Avrebbero dato credito a chiunque, a uno spaventapasseri, a una sagoma di cartone incuranti delle prove offerte in passato, pur di penalizzare la Lega e confermare l’utilità conclamata della letteratura sul voto inutile, necessaria alla sopravvivenza degli equilibri vigenti e dell’ideologia cui si ispirano. Allo stesso modo la regione più criminalizzata, trascurata, penalizzata del Mezzogiorno, ha votato contro chi ha permesso e promosso il suo status di vittima della globalizzazione e del suo caporalato europeo, indirizzando la sua protesta contro territori e popolazioni che si accreditano come una sussiegosa aristocrazia laboriosa, acculturata e dunque meritevole di conservarsi prerogative e privilegi, mettendo i suoi numeri elettorali al servizio di chi persegue le stesse politiche di discriminazione degli stessi poveracci di ogni latitudine, di esproprio e svendita dei beni comuni, di repressione del malcontento, ma che la risparmia dalla superciliosa riprovazione riservata agli ignoranti marginali.

Ormai il disincanto democratico diagnosticato da Montesquieu libera festosamente dalle responsabilità personali e collettive: così una volta assolto il compito domenicale di andare al seggio, si può godere della delega, della cambiale in bianco sottoscritta prima delle lasagne e del vassoio di pastarelle e augurarsi che politica e governo locale e nazionale diventino magicamente invisibili, auspicando che facciano i minori danni possibili ai nostri interessi e    lasciandoci alla cura dei nostri ambiti personali.

Gli elettori emiliani che hanno goduto di una gioiosa astrazione dai problemi dei corregionali che ancora patiscono i danni del sisma del 2012, cui proprio in piena campagna elettorale è stata concessa benevolmente una proroga per la dichiarazione di fine lavori – e non si lamentino che stanno meglio dei terremotati del Centro Italia, ignari del fatto che le loro imprese si contendono con la Lombardia il record di introduzione e adozione dei bracciali elettronici in cantiere al fine di «monitorare la salute e la sicurezza dei lavoratori con strumenti e metodi digitali», una dei più ignominiosi dispositivi di controllo padronale autorizzati dal Jobs Act, estendendoli anche alle attività agricole, e che si disinteressano perfino dei dati del Sole 24 Ore che ammette che il conto della crisi si scarica “non sulla capacità delle imprese di generare ricchezza, ma su salari e stipendi, perfino nelle regioni che reclamano l’autonomia differenziata in nome dell’appartenenza all’avanguardia e al traino della crescita, se nel triennio che va dal 2015, anno di applicazione del Jobs Act,  il profitto padronale è cresciuto del 40%, i salari invece di appena il 5%, sembrano essere pacificamente soddisfatti di aver battuto l’increscioso buzzurro, appagati dall’assoldamento nelle geografie economiche e sociali del pingue nord europeo che costa e costerà lacrime e sangue alle propaggini africane del Mezzogiorno, anche se ormai anche le élite mafiose le hanno abbandonate per scegliere piazze e brand settentrionali  più moderne e profittevoli.

Forse qualcuno dovrebbe aggiungere ai sospetti ingenerati dalle cattive frequentazioni delle loro sardine, immortalate a fianco di inveterati speculatori con un qualche trascorso criminale,  la considerazione che nessuno è esente. Che è rischioso lasciare mandati e procure in mani inaffidabili senza esercitare il doveroso controllo, che a volte a forza di votare contro si vota contro se stessi.

Perché aver trionfato sugli urli e gli urti maleducati della “pancia” è un lusso che si possono permettere quelli che provvisoriamente ce l’hanno piena, perché l’appartenenza a una classe che ancora gode di di qualche “rendita” anche morale, non è “per sempre”, come non possono e non devono essere “per sempre” i lavoretti dei figli e nipoti che sognano di mettere su una improbabile strat up, e intanto si sentono creativi perchè progettano un sito per l’amico che affitta il rustico di nonno come B&B, o consegnano pizze a domicilio, sentendosi esenti dallo sfruttamento perché si scelgono percorsi e orari, come non è per sempre avere i mezzi per pagarsi un’assicurazione privata in sostituzione dei un’assistenza pubblica sempre più ridotta, come non è per sempre potersi concedersi qualche sfoggio e qualche piacere, in vista di una vecchiaia senza cure, senza dignità, senza sicurezze.

A guardarsi intorno siamo proprio nel pieno di quella fase segnata dalla onnipotenza virtuale che ci consola e anestetizza permettendoci la licenza a parole e dall’impotenza reale che ci condanna all’accidiosa rinuncia e inazione perfino nella difesa delle nostre vite, del passato, del presente e del futuro.

 


Diversamente Salvini

banAnna Lombroso per il Simplicissimus

Siccome pare sia diventato un peccato mortale il disincanto e un vizio indecente il perseguimento della verità, tanto per non fare lo scettico blues che il mondo l’ha reso glacial, dopo le elezioni europee con conseguente autodetronizzazione del bruto all’Interno, mi sono imposta di stare  a guardare se davvero cominciava una nuova era di democrazia ritrovata, di civiltà, umanità e equità riconquistate.

In fondo bastava che i “vincitori” applicassero qualcuna delle misure indicate in campagna elettorale e ne sospendessero altre attribuite all’indegno governo giallo verde.

Bastava accontentare chi si aspettava un’altra Europa con la quale andare a trattativa, “alla pari” coi sussiegosi carolingi, conquistando comprensione e solidarietà per un Paese lasciato solo ad affrontare le immigrazioni, che paga il conto di catastrofi naturali e di crimini padronali, si tratti di ponti crollati o di fabbriche assassine, che è stato costretto a dissipati acquisti di attrezzature belliche e alla partecipazione a missioni coloniali insensate, che viene penalizzato in sede di distribuzione di investimenti e risorse per ricerca e sviluppo, trattato come una scapestrata e indolente propaggine del terzo mondo rispetto al pingue e laborioso Nord.

E se invece, come si sapeva, quella scadenza per la elezione di un organismo senza poteri, se non quello di lobby padronale, che tanto per dimostrare da che parte sta ha scommesso sulla equiparazione di nazifascismo e comunismo, colpevole quest’ultimo di aver ispirato carte costituzionali e democrazie incoerenti con l’ideologia liberista, se appunto quella doveva essere solo una verifica della possibile tenuta del governo e un misuratore dell’opinione interna, allora ci si doveva aspettare la rapida cancellazione, prima ancora dell’emersione delle sardine, dei decreti sicurezza, compresi quelli altrettanto indegni che avevano fatto da apripista a alla repressione di immigranti e oppositori firmata Salvini.

Ci si doveva aspettare l’apertura dei porti in coincidenza doverosa e necessaria con  una organica ed efficiente politica della prima accoglienza. Si era autorizzati a credere che  non sarebbe stato rinnovato automaticamente quel memorandum d’intesa con la Libia, costato la vergogna di quarantamila vite rimandate nei lager  e di oltre 2600 spezzate in mare, dei centri di accoglienza gestiti dal sedicente Ministero dell’Interno libico con l’agenzia per i rifugiati dell’Onu, nei quali languono  i 5 mila scampati a una sorte peggiore, quella di un patto scellerato con la guardia costiera libica con stanziamenti ingenti, dove è ormai noto si infiltrino da sempre i trafficanti di schiavi e i traghettatori infernali, e che viene ulteriormente legittimato grazie all’invio di altri contingenti e altre attrezzature.

E’ che eravamo troppo esigenti:  sarebbe stato illusorio attenderci che, per effetto benefico dell’aver riguadagnato qualche consenso e per aver goduto senza far nulla delle performance  dadaiste del trucido leader della Lega defenestratosi da solo, si reintroducesse l’articolo 18 smentendo le ignominie del Jobs Act, che si restituisse dignità alla scuola pubblica macchiata da una riforma che faceva rimpiangere la Moratti, che si pensasse seriamente e realisticamente alla nazionalizzazione dell’Ilva e dell’Alitalia, che si punissero come meritavano l’avidità irresponsabile e la trascuratezza criminale dei Benetton, che si indirizzassero le risorse e gli investimenti impegnate nelle Grandi Opere per dirigerli verso il risanamento e la salvaguardia del territorio.

Insomma sarebbe stato lecito augurarsi che il ritorno dei progressisti rafforzati dal successo sia pure micragnoso liberasse antichi istinti repressi. E  promuovesse il minimo sindacale se non della giustizia sociale, almeno di quella che si officia nei tribunali, se non della equa redistribuzione, almeno del riconoscimento di un reddito dignitoso, di pensioni che permettano la sopravvivenza a chi se le è guadagnate in modo che la vecchiaia non sia solo una mesta attesa della morte, del ripristino di standard di assistenza  decorosi, del superamento della molteplicità di forme di cottimo che hanno sostituito i contratti, le garanzie e la sicurezza sociale.

Sarebbe stato lecito si, ma ingannevole perché l’esplosione del malessere, la sua visibilità resa palese dal fatto che chi si sente penalizzato per la sua ignoranza, chi è criminalizzato per la sua povertà, chi viene guardato con fastidio o commiserazione perché non è allineato, e non ha saputo meritarseli, agli standard della classe signorile, come la chiama Luca Ridolfi, quella che ha ereditato e riesce a mantenere qualche superstite sicurezza e privilegio, ecco quel malessere più avvelenato e tossico nel Mezzogiorno, nelle periferie, ha trovato apparente ascolto nella “destra”, che non differisce dal “riformismo” se non nelle modalità della comunicazione, che vuole la Tav, i contratti anomali usa e getta, che dice si ai padroni e padroncini dall’Ilva a Almaviva, che nelle città persegue lo stesso disegno –  la gentrificazione, che fa la voce grossa nei talkshow ma china la testa al Mes e ai comandi e alle imprese coloniali europee, che non straccia la legge Fornero o le semplificazioni che servono non ai terremotati ma alle rendite e agli speculatori, che non vuole gli immigrati a meno che non si prestino a fare da deterrente alle richieste dei lavoratori indigeni, ma che almeno a parole non li tratta con la superciliosa  sufficienza riservata agli straccioni indegni di accedere ai posti in prima fila, compresi quelli dei canali Rai, della banda larga, dei treni a Matera, delle rive del Sarno, della graduatoria per le case comunali.

È quello il malessere della Calabria che ha votato poco e male, secondo quelli che si sentono confortati nelle previsioni e nei pregiudizi, dimostrandosi ancora una volta immeritevole di considerazione e fiducia, posto perduto al riscatto dello sviluppo, condannata per destino antropologico alla riprovazione come all’emigrazione.

E dunque sarà ragionevole non aspettarsi niente dalla sua gente, che non ha voluto nemmeno partecipare di quel festoso rito collettivo o di quelle feste paesane in piazza che cantando bella ciao immagina un affrancamento non dallo sfruttamento, non dalla miseria, non da cattive scuole, strade dissestate, immondizia traslocata là dal Nord che aggiunge bruttura a bruttura, non da ospedali mai finiti e fabbriche obsolete che all’origine erano già archeologia industriale, non dal caporalato che sfrutta locali e stranieri, non dalle speculazioni che hanno dissipato territorio e risorse, macchè, ma dalle cattive maniere, dall’abuso dei social, dalla violenza, deplorevole quando rievoca il conflitto sociale e il risentimento contro chi ha sempre avuto il culo al caldo, mentre su quella mafiosa è preferibile far cadere una cortina di pudico silenzio, pena la perdita di reputazione presso i padroni stranieri e quindi di turismo e clientela de luxe.

Ma altrettanto non c’è da aspettarsi niente dall’altra regione dove ha vinto quello che si accredita come il paese sano, civile, politicamente corretto, democratico (almeno nel nome e per poco a sentire Zingaretti), dove quel che resta di un partito ha avuto il  secondo peggior risultato elettorale nella storia del centrosinistra in Emilia, dove chiuse le sedi e le sezioni, spazzati via i circoli, l’unica cinghi di trasmissione è stata quella con le esigenti sardine pronte a prendersi la mancia per l’impegno dimostrato, perché nel segno della continuità il padronato, le rendite, i costruttori, le casse di risparmio, le assicurazioni continueranno a esercitare la loro supremazia targata Coop, Unipol, Cmc, EmilBanca.  Dove il capoluogo, quella Bologna ospitale e gaudente, è stato uno dei primi a applicare le disposizioni di “ordine pubblico” pensate per criminalizzare gli ultimi in modo da rassicurare i penultimi.

E difatti non vogliamo chiamare con suo nome la violenza proclamata e rivendicata dal rieletto Bonaccini quando come prima dichiarazione dopo il suo successo di  «governatore benchmark» ha confermato la volontà tenace e determinata di “andare avanti con l’autonomia” alla stregua di uno Zaia o di un Maroni, di realizzare quella rottura definitiva dell’unità nazionale, quella secessione di ricchi, laboratorio esemplare della lotta di classe alla rovescia, dotta da chi ha perlopiù immeritatamente, contro chi non ha e deve essere condannato ad avere ancora meno.

E la chiamano vittoria del desiderato bipolarismo che dovrebbe garantire la governabilità. Prima delle elezioni  a chi esigeva da me uno schieramento rispondevo come ai tempi in cui erano in lizza Trump e Hillary Clinton: è come scegliere se morire di cancro o di ictus. Pare che a noi non sia lasciata nemmeno una scelta, alla meglio moriamo democristiani.


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