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Piovono ladri

gov ladro Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta si pensava che le calamità fossero una livella come la morte. Sappiamo da tempo che non è così, che i soldi allungano la vita, che è meglio addolorarsi in un attico che nella baracca di una bidonville e che una pioggia torrenziale in una metropoli occidentale fa meno danni che nel Bangladesh.

Ma siccome ormai ci siamo consegnati tutti più o meno consapevolmente ad essere un terzo mondo interno alla superiore civiltà europea, quello che pudicamente autorità e giornali continuano imperterriti a chiamare “maltempo” sta flagellando, come titolano i giornali, più o meno uniformemente tutta l’Italia. Con una differenza evidente: in Indonesia, in Thailandia,  in Mozambico quando cicloni, alluvioni, frane si abbattono sul territorio la gente si unisce, si dà una mano, divide la ciotola di riso, aiuta i vicini a tirar su le povere cose dal fango, mentre da noi è in corso una nobile gara a sostituire il “prima gli italiani” del barbaro inviso ma votato e emulato in gran numero, con prima i materani, prima i siciliani, prima i campani, segno evidente che mentre i proletari di tutto il mondo conducono crociate straccione, i padroni sanno sempre andare d’accordo, armando e mettendo i poveracci sfruttati gli uni contro gli altri.

E infatti in barba ai governi nazionali eletti di buon grado o sopportati turandosi in naso grazie a sistemi elettorali che hanno demolito l’edificio della partecipazione democratica né più e nè meno del nostro patrio suolo, la cartina delle campagne di guerra, saccheggio, conquista e svendita dei beni comuni, territorio, suolo, paesaggio, arte, monumenti è fitto di bandierine da nord a sud.

Nella Capitale morale che vanta l’appartenenza alla regione Lombardia traino del Paese e intenta a rivendicare l’autonomia, quella di Formigoni, quella di Maroni che l’ha coperto e prosegue nell’azione di smantellamento della Sanità pubblica e che diede in suo nome a una legge sulla sicurezza fieramente anticipatrice dei decreti di Minniti e Salvini, ecco in quella regione e a Milano, che gode del primato di consumo di suolo, si registra il rischio di esondazione del Lambro, Più o meno come ogni anno in autunno: eppure nel lontano 1989 vennero stanziati, ma non sappiamo dove siano finiti, 5 mila miliardi per la messa in sicurezza del fiume insieme al Seveso e all’Olona per assicurarne la  messa in sicurezza e una potente strategia di risanamento.

Matera la capitale delle Cultura, in Basilicata  dove la Lega ha triplicato i voti alle ultime elezioni e al cui largo si prevedono nuove e proficue trivellazioni, mentre sono in corso le trattive con la Bei per sostenere il “superamento dei prefabbricati post sisma del 1980”, si Matera,  dove c’è una stazione fantasma come nei western-spaghetti ma non arrivano i treni ( e viene da dire meglio così se si pensa che a Balvano in provincia di Potenza si è verificata il più tragico incidente ferroviario della storia),  dove i Sassi sono stati convertiti in albergo diffuso con i presepi viventi dei cittadini che simulano attività tradizionali in barba alle lauree in marketing e finanza, è stata colpita da un fortunale, nome paradossale per una cascata d’acqua che ha invaso case, uffici e negozi con una stima di più di 8 milioni di danni.

Non è andata meglio a Licata travolta da un nubifragio che impone lo stato di calamità, nella Sicilia che dopo la parentesi politicamente corretta del presidente eletto e sostenuto anche per via delle sue esibite inclinazioni in modo che non si dicesse che era vittima di omofobia, si è convertita a un più convenzionale esponente di Forza Italia, tornato talmente nelle grazie del Cavaliere da ideare a suo sostegno un piano eccezionale per il Sud, e lui se ne intende anche per via degli illuminati suggerimenti di adepti, stalliere di Arcore compreso, un regione che non ha gran bisogno della secessione dei ricchi postulata da Veneto, Emilia e Lombardia, perché gode già di una autonomia che è andata a beneficio di lobby private perlopiù né legittime né legali.

E nemmeno a Ravenna, nella pingue Emilia Romagna che scalpita per tenersi i residui fiscali in vista della produttiva avocazione a sé delle competenze e della gestione dei settori della scuola, dell’Università e della sanità, ma non della tutela del territorio che preferisce lasciare in capo allo Stato in qualità di sgradita patata bollente, antica capitale di un impero e ex città portuale come insegnano i sussidiari al centro di una pianura alluvionale da decenni identificata come affetta da tutte le più gravi patologie riferite al dissesto idrogeologico e mai messa in sicurezza, che da giorni ancora una volta teme la minaccia dei fiumi Ronco, Montone, caratterizzati da una incuria delle golene, dall’erosione delle spiagge, fenomeni die quali ci si ricorda ad ogni emergenza che si presenta ogni volta sorprendente e imprevista.

Bei tempi quelli nei quali si diceva “piove governo ladro”, se adesso corruzione, ladrocini, malaffare sono stati talmente normalizzati che non suscitano più sdegno e ribellione, riservate in forma di meritevole richiamo alla nemesi al rancore e alla soddisfatta considerazione che anche i ricchi piangono, che certe calamità sarebbero la pena meritata per il prezzo del caffè in Piazza San Marco, che più che i poteri nazionali e locali meritano riprovazione quelli costretti a votarli grazie a regole che hanno espropriato tutti del diritto al libero consenso o dissenso.

Insomma i governi ladri hanno vinto ancora una volta, destinando risorse a opere inutili e dannose pensate nella loro funzione di macchine mangiasoldi pubblici per foraggiare imprese disoneste e inefficienti, che lucrano sull’incompetenza, i cattivi materiali al risparmio, gli appalti opachi, i ritardi della benefica burocrazia, per oliare i meccanismi grazie alle mance, ai Rolex, alle consulenze, agli appartamenti all’insaputa dei beneficiari, determinando condizioni di crisi che sconfinano nella provvidenziale emergenza vocata a generare trasgressione di regole, regimi di deroghe e licenze, promozione di autorità speciali con poteri eccezionali, la corruzione delle leggi per autorizzare la corruzione in forma di legge.

Hanno vinto ancora narrando delle occasioni occupazionali di grandi eventi, grandi opere e grandi cantieri dove far lavorare un esercito precario a termine, proprio come quello dei dipendenti del Mibact metà dei quali presta la sua opera senza contratto, quando un immenso e qualificato bacino di lavoro potrebbe essere quello della manutenzione, del risanamento, della tutela, della vigilanza e della cura. Hanno vinto ancora impoverendo e costringendo alla fuga il popolo delle campagne e pure quello dei centri cittadini, espulsi verso periferie umiliate dove il brutto originario diventa deposito prescelto per altre brutture e per nuove e antiche povertà da confinare lontane dalla vista di ceti privilegiati arroccati nei loro ghetti di lusso e protetti da polizie private e pubbliche incaricate di salvare il decoro.

I governi ladri hanno vinto e vinceranno perché hanno imparato a dividerci, a farci odiare tra noi in modo che sperperiamo così la collera che dovremmo destinare a loro.


Ti conosco, mascherina

maschere_italiane_fb.jpg Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri si poteva misurare la presa che ha sull’immaginario collettivo una interpretazione delle catastrofi da tempo non più “naturali” come nemesi che punisce popolazioni colpevoli antropologicamente e socialmente.

A vedere i commenti che circolavano in rete a proposito della morte di Venezia, lungamente preparata da un ceto dirigente locale, nazionale, europeo criminale e barbaro, mettendo sullo stesso banco degli imputati i superstiti residenti del centro storico e quelli costretti all’espatrio in terraferma, per favorire la conversione della città in distretto turistico nel quale Mestre e Marghera hanno al funzione di localizzazione di strutture e infrastrutture incaricate di favorire l’accesso e la breve permanenza nell’ex Serenissima, i veneziani pagherebbero il fio di dimostrarsi una società incivile che vota una classe politica corrotta, al servizio di una cupola mafiosa dedita alla tutela e promozione di interessi opachi, manco abitassero in una qualsiasi Mafia Capitale, che hanno dato e danno la preferenza a sindaci ignoranti, impreparati, incompetenti e che in passato l’hanno concessa a soggetti convolti in gravi scandali, manco fossero quelli che altrove hanno eletto il commissario di una grande opera che aveva richiesto l’intervento dell’autorità anticorruzione per i gravi sospetti poi confermati sulla trasparenza degli appalti, indagato e “perdonato”, non assolto,  per aver commesso alcuni abusi.

A motivare le pene comminate dalla forza del destino sotto forma di acqua alta eccezionale – che fa ipotizzare che gli alluvionati del Sarno subiscano l’accanimento della natura per la contiguità con la camorra  o per uno spiritaccio prepotente e trasgressivo, o che l’apocalisse di Genova del 2012 sia il contrappasso per l’indole proverbialmente oculata degli indigeni – è stato anche ricordato opportunamente che è da imputare ai veneziani, nell’ordine, un’arroganza ingiustificata che trarrebbe origine da un remoto passato glorioso di superpotenza, combinata paradossalmente con una indole al servilismo esemplarmente incarnata dalla maschera tradizionale di Arlecchino, pronto a assoggettarsi ai due o più padroni per qualche zecchino. E poi un talento mercantile e commerciale, anche quella retaggio lontano, oggi ridotto al miserabile approfittarsi e speculare sulla rendita di posizione, sulla bellezza unica e il patrimonio frutto di generazioni  audaci e creative, tanto da adattarsi alla conversione da navigatori, artisti, intellettuali, esploratori a tassisti imbroglioni, gondolieri stonati, affittacamere truffaldini, osti lestofanti, al servizio di una cosca affaristica e di dinastie sciagurate impegnate a svendere i gioielli di casa, a occupare il territorio per trasformarlo in albergo diffuso e emporio dozzinale.

Sarebbe da imputare agli immeritevoli eredi di uno  Stato che ha saputo governare per secoli le acque e i suoli, come un patrimonio su cui costruire una grandiosa potenza da gestire con saggezza e lungimiranza, la trascuratezza, l’incuria, lo stato di accidioso abbandono della città che è considerata un prodigioso tesoro e bene di tutto il mondo.

Per non parlare dell’appartenenza a una regione leghista che vanta il non invidiabile primato di 9 miliardi di tasse evase, ma che esige autonomia decisionale e di gestione sulla scuola e l’università, sull’assistenza e le politiche ambientali,  grazie alla “appropriazione” del  cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale,  intesa come legittima rivendicazione di chi produce, lavora, spende e pretende, autorizzata quindi a gestirsi in proprio il portafoglio, che a ben vedere non ha utilizzato per contrastare la rovina irreversibile del suo capoluogo e fiore all’occhiello di fama mondiale leggendaria. A dimostrazione di ataviche responsabilità (ma è stata ricordata una certa attitudine all’alcol) che rende i veneti più riprovevoli dei lombardi, che hanno dato consenso a un governatore leghista noto oltre che per improbabili prestazioni musicali per essere promotore di vergognosi provvedimenti in materia di sicurezza, dello smantellamento del sistema sanitario pubblico, di noncuranza nei confronti delle problematiche ambientali, responsabilità condivisa dal sindaco della Gran Milàn, il capoluogo del consumo di suolo dove Lambro e Seveso rappresentano un rischio perenne e ancora priva di un sistema di depurazione.

Va a sapere se il doppiopesismo che ha segnato una fase di stallo dopo il risveglio temporaneo del “e allora il Pd”, promosso a amorevole alleato di governo, è tornato in auge per legittimare l’invidia campanilistica della provincia nei confronti di città dall’augusto passato, Roma o Venezia, va a sapere se dare addosso a chi vive una condizione di vulnerabilità riscatta il senso di superiorità di comunità altrettanto a rischio ma che ritengono a torto di essere immuni, va a sapere se la festosa rimozione dei propri atti e delle proprie responsabilità individuali e collettive produce automaticamente l’ammissione alla società civile,  abilitata a condannare a un tempo la classe politica viziosa e gli altri, quasi tutti, che non ne meritano l’appartenenza. Cominciano così le proposte una più imbecille dell’altra, dell’opportunità di selezionare l’elettorato, come se già ora non vigesse un sistema che ha penalizzato la libera espressione di voto, si incrementano così le differenze che si aggiungono alle disuguaglianze secondo criteri che scambiano le leggi di mercato in leggi di natura.

Altro che commissioni contro l’odio,  in modo da condannare preventivamente l’odio di classe. Qua serve una commissione contro i cretini e per autorizzare l’avversione per la classe degli asini.


Pecore & Lupi

st-francis-with-the-wolfAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma come piace alla stampa raccontarvi l’apologo alla rovescia di posti nei quali un santo convertì alla domestica bontà un lupo, e dove ora un lupo ha convertito alla ferocia i santi. Eh si perché c’è poco da dire, nel nostro paese troppo lungo ci sono regioni che rivendicano una tradizione di civiltà anche grazie alle loro scelte elettorali e altre invece condannate alla pubblica riprovazione, salvo la Lombardia, tanto per dire, o il Veneto che sono indicate come motori di progresso malgrado siano rette da omologhi del lupo, tanto da sentirsi talmente forti e superiori da esigere un riconoscimento di status e di autonomia dal lento e arcaico treno della nazione.

È che da anni l’informazione ufficiale e non solo, con varie modalità ha contribuito alla disgregazione dello spirito democratico, e alla “demoralizzazione”, nei due sensi, quello di generare e alimentare passioni tristi e melanconiche e quello di contribuire alla perdita di senso etico, con narrazioni contraddittorie come quelle di questi giorni: l’Umbria è uno sputo nel mondo, eppure al tempo stesso costituisce un campione rappresentativo, è stata battuta la coalizione di governo che vuole battere i miserabili istinti populisti, eppure in quella intesa ci sono quelli che fino a ieri erano indicati come il “problema”, redento in un batter d’occhio grazie all’abbraccio mortale con il Pd.

E d’altra parte è proprio la stampa che ha fatto la fortuna della Lega, di quel movimento che pareva si affermasse proprio perché inviso a establishment e media. Apparentemente però, perché agli esordi averlo trasformato un domestico e inoffensivo fenomeno folcloristico del quale sorridere per via di elmi con le corna e indigestioni di acqua inquinata del sacro fiume, delle canottiere del boss anticipatrici delle divise e delle felpe odierne, dei picnic mistici con Miglio in veste di officiante, precorrenti le festine del Papetee, ha contribuito alla normalizzazione di fermenti eversivi, razzisti e xenofobi, che invece mostravano la stessa ferina tracotanza dello sfruttamento economico e finanziario legale, non estraneo al suo ceto dirigente a suon di furti, “cooperazione” con la Tasmania, risorse e finanziamenti occulti e altri vari reati accumulati nel tempo, che infine dimostravano la capacità di adeguarsi interamente agli standard della realpolitik.

Da macchiette bonarie, tipi da satira, ben presto i dirigenti della Lega sono diventati una presenza fissa sui giornali e nelle tv che prima li schifavano, accreditati come imprescindibili con il sostegno di quella che ancora veniva chiamata sinistra, come una sua costola, con generosi ascendenti antifascisti e repubblicani, invidiata per il suo poderoso e invincibile radicamento territoriale, ormai dimenticato dai partiti in via di dismissione di sezioni, circoli e cellule.

E oggi ci risiamo, mentre si chiede l’abiura del voto  e la pubblica discolpa agli umbri colpevoli di non aver dato fiducia a un ceto politico che li aveva condannati a subire consenzienti gli effetti di una crisi sociale, l’abbandono dopo il sisma, la penetrazione criminale mafiosa, la cancellazione di una economia produttiva sostituita dallo sfruttamento turistico, la corruzione esemplarmente testimoniata dagli scandali e rivelata dai cambi di casacca dei protagonisti dimostrativa della ripugnanza dei “notabili” per le regole della rappresentanza,   si mette in luce l’ammirevole capacità di penetrazione dell’ideologia leghista  la sua vocazione a nutrire il malcontento  convertendolo in consenso in aperto contrasto con il beota e immotivato ottimismo progressista.

Ormai è palese la volontà di rendere un buon servizio alla Lega e a Salvini, con i patetici tentativi di dimostrare  che si non si tratta della stessa cosa, come se ci fosse una lega buona (quella del passato, o quella di Zaia, di Maroni) e una cattiva, quella di una personalità disturbata istrionica e  impresentabile nel consorzio civile che si guadagna simpatie con versatili sberleffi, rutti, borborigmi e suoni inarticolati presso una plebaglia zotica, ignorante e cattiva, che invece il popolo erede dei valori risorgimentali e resistenziali cha sta con Carola, Greta, Lucano non può che essere fiduciosamente attratta dai buoni del western, Zingaretti, Speranza, e pure Renzi, e perché no? Carfagna e recenti passatori gentili alle file moderniste e riformiste. E con la condanna del populismo che una volta di più è inteso come il deplorevole malumore degli straccioni contro gli oligarchi, dei quali sono entrati a far parte senza gran successo i ribelli di ieri, una volta conosciute la magnifiche sorti e le dolci delizie del potere, scoperte grazie ai vincoli tossici con il partito che più di ogni altro ha rivelato nelle parole e nei fatti l’indole a ridurci a volgo, cancellando la dignità del lavoro ridotto a fatica, la vocazione della scuola ridotta a diplomificio per scaraventare i figli non prediletti sul mercato del precariato e della servitù, la virtù comune del paesaggio e della cultura come motori di coscienza e libertà, i diritti alla cura e all’assistenza.

Dovrebbe fare anche sorridere lo spauracchio del sovranismo ostacolato coraggiosamente dai servitorelli di sempre e dai convertiti recenti alla fede assoluta nell’Europa, incarnato da Salvini che si era prestato a interpretarlo finché non ha assaggiato le sue brioche, comprese quelle sulle invasioni massa, che potrebbero rivelarsi una fortuna se regolate secondo le leggi del mercato in modo da ridurre i totale servitù anche il Terzo Mondo interno, e rimosso prudentemente perfino per quanto riguarda quelle pretese di scala con le richieste di autonomia differenziata già scomparse dell’agenda anche durante il feroce Saladino vigente e che reclamavano da  Roma poteri amministrativi, di pianificazione e gestione, e non solo la riduzione del residuo fiscale.

Insomma il mostro sbattuto in prima pagina, assiso su tutte le poltrone televisivo è diventato una presenza familiare, l’unica voce “critica” che veniva dai palazzi, l’unico che fa vedere un nemico cui attribuire tutti guai, ipotesi accreditata anche da chi gli vorrebbe gettare addosso il discredito, grazie a illuminati pensatori che attribuiscono il suo successo e l’altrui fallimento alle “invasioni massa”, narrazione smentita dai numeri soprattutto in regioni come l’Umbria dove per invasioni si potrebbero intendere i pullman gremiti a Assisi con tanto di parroco in testa, che sarebbero state sottovalutate da una sinistra sussiegosa e indifferente ai bisogni degli indigeni.

E sta qua ancora una volta il padre di tutti gli equivoci, continuare a chiamare questo governo giallorosso, continuare a lagnarsi per i limiti di una “sinistra” chiamando così gli eredi di quel Pds, di quei Ds di quel Pd, che ancora prima della Bolognina avevano effettuato lo stacco senza ritorno da vocazione e mandato già traditi con la conversione all’annacquamento delle riforme strutturali per adeguarle a un capitalismo edulcorato, che avevano applicato anticipatamente proprio nelle loro regioni i modelli liberisti, le privatizzazioni addomesticate dalla presenza delle cooperative garanti, il garbo per non dispiacere a investitori e padroni, la preoccupazione di perdere il consenso dei moderati nei comuni, in chiesa, e pure nei convegni e nei festival aperti a Casa Pound, l’esibizione di un modello securitario imperniato sul decoro e l’ordine e sulla colpevolizzazione degli ultimi per rassicurare i penultimi. E allora perché votare delle inadeguate imitazioni quando puoi dare il voto a Salvini e alla Meloni invece che alle loro fotocopie sbiadite, quando gli uni e gli altri sono lupi?


Emergenza, comincia il Magna-Magna olimpico

oliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ci crederete, ma le Olimpiadi del 2026 sono già diventate un’emergenza che ha bisogno di procedure accelerate, di figure commissariali che accentrino provvidenzialmente le competenze, di leggi speciali e misure eccezionali, di uno status giuridico ( il sindaco di Milano lo identifica in una fondazione, nome che dovrebbe rispecchiare la qualità “morale e sociale dell’iniziativa) che garantisca fulminee scelte senza i maledetti lacci e laccioli della burocrazia e dei molesti organismi di vigilanza e controllo. Ma hanno soprattutto gran necessità di quattrini e di un super manager che combini dinamismo, buone relazioni con istituzioni e decisori, esperienze di comunicazione, marketing e commerciali anche maturate in paesi stranieri, cui aggiungere spregiudicatezza e  lussureggiante pelo sullo stomaco.

Per queste esigenze prioritarie possiamo stare tranquilli: apprendiamo dalle agenzie che il governo proprio ieri  ha assicurato per sostenere e “finanziare” i giochi, per emanare rapidamente la doverosa Legge e per decidere sui nomi  per mister Olimpiade.

A garantire un solenne fallimento del grande evento in linea con il fiaschi delle Olimpiadi tenutasi in questi anni, o con quello dell’Expo che viene continuamente portato come caso di successo e esperienza ripetibile, ci si sarebbe aspettati che venisse tolto dalla naftalina Montezemolo. Per assicurare invece l’appoggio di governo e opposizione toscana si poteva suggerire Lotti, nel caso non fosse già impegnato per i giochi a Firenze come vorrebbe Nardella che rivendica  l’ampliamento dell’aeroporto come un atto improrogabile per una valorizzazione dell’oscuro borgo del Giglio anche in vista di prestigiose candidature, magari in tandem con Bologna in modo da non inimicarsi la ministra De Micheli.

Ma possiamo stare sereni, il fiasco è assicurato e non solo per la natura dei giochi che ormai sono schifati da Paesi civili (ricordiamo i no di Oslo, Amburgo Denver) e in condizioni economiche migliori delle nostre, convinti dalle esperienze del passato che si tratta di investimenti a perdere, che comportano danni pesantissimi per i bilanci statali e per le amministrazione delle località interessate, per l’ambiente e per l’assetto sociale se si pensa al trasferimento coatto di residenti soprattutto nel caso come a Rio ma perfino a Londra che si tratti di cittadini di serie B e C la cui permanenza costituisce un danno per il decoro e la reputazione.

E non sono bastate le trastole, i trucchi e i giochi delle tre carte  dei governi bari a nascondere le falle: quelle londinesi sono costate cinque volte la spesa preventivata e interi quartieri sono stati stravolti, malgrado alcuni atleti siano stati ospitati in baracche, il Brasile è stato destabilizzato da quei giochi maledetti che hanno cercato di nascondere sotto un indegno camouflage le tremende disuguaglianze delle favelas, coperte da grandi tabelloni come i sipari sulla tragedia, tanto che per  onorare i suoi impegni con gli organizzatori, lo stato di Rio de Janeiro taglia le spese per servizi e salari e ha dichiarato lo stato di “pubblica calamità”, come avviene in caso di terremoto o inondazioni. Anche quelle di Montreal  sono state un disastro economico per la città, che ci ha messo più di 30 anni per pagare i debiti e ancora soffre per gli impianti costruiti e mai più utilizzati, compreso lo Stadio Olimpico finito di pagare nel 2006 e tuttora senza padrone.Torino grazie a quelle invernali  è diventata la città più indebitata d’Italia, con una eredità di strutture costruite per l’occasione e costate decine di milioni di euro, molte in stato di abbandono. A Barcellona le Olimpiadi hanno segnato la data di inizio del processo di gentrificazione, che comincia con l’impennata degli affitti e si conclude con la sostituzione di classi medio-basse e basse con classi medio-alte e alte: il quartiere di Icaria venne raso al suolo per far spazio alla Vila Olimpica (Città Olimpica), un quartiere residenziale per ceti abbienti. E appartiene ormai alla letteratura   il caso di  Toronto, del 1976 quando i costi – inizialmente stimati in 250 milioni di dollari – lievitarono fino a ben oltre i due miliardi, quando nel maggio del 1976 il governo locale introdusse una tassa speciale sui tabacchi per ripagare i debiti, che vennero saldati solo alla fine del 2006.

La lezione della storia fa intendere che gli interessi in gioco siano così appetitosi da far affrontare e sopportare il flop certo  a tre celebrati ex, selezionati da stimate società di cacciatori di teste e che vantano tutti e tre dei curricula di altisonanti insuccessi, per il posto prestigioso di manager: l’ex amministratore delegato di Sky Italia; l’ex di Rinascente e Grandi Stazioni  che ora si occupa dello sviluppo “commerciale” di Fs, inteso come Tav immagino, anche se una nevicata a gennaio ferma i treni e lascia i viaggiatori all’addiaccio come sul Don; e l’ex ad del colosso telefonico “3”. Tanto a metterci i soldi, come assicura il governo, ci pensiamo noi, perché si può star certi  che i grandi Magna-Magna, i Grandi Eventi e i Bal Excelsior portano Grandi Debiti: l’impegno dei privati, il project financing, le cordate di generosi investitori per i quali varrebbe l’insegnamento di De Coubertain “l’importante è partecipare” anche senza profitti, fanno parte del mantra dei sacerdoti del cemento sempre sulla giostra della Tav, del Mose, dei valichi e dei ponti; così come le progressive fortune dell’occupazione indotta rientrano tra le fake news della triplice che festeggia il Primo Maggio con Confindustria, i fanatici dei lavori precari, del volontariato formativo, del part time, delle mansioni manuali e a termine che finiscono quando si chiudono i cantieri in bolletta, adesso molto propagandati per assimilare i serbatoi di merce-lavoro straniera; o come l’ecologia dei “giardinieri”, per fornire infrastrutture alle città, abbandonate prima di essere realizzate, convertite in pochi mesi in archeologia industriale,  o per piantare alberelli smunti e esili in forma di compensazione  a far compagnia all’albero della vita dell’Expo, secondo la narrazione di Legambiente che d’altra parte ha condiviso e garantito con marchio della green economy. gli oltraggi perpetrati per legge dal regime renziano Sviluppo Italia, semplificazione, Salvaitalia.

E cosa volete aspettarvi da due città e da due sindaci che avranno anche sullo scrittoio l’immaginetta di Greta ma che razzolano male, vantando, tanto per fare un esempio il primato cittadino e regionale di consumo dissipato di suolo: Milano che sta cantierizzando  progetti che coinvolgono oltre 3 milioni di metri quadrati, dall’ Area Expo (1,1 milioni di metri quadrati), agli Scali ferroviari (1,2 milioni di metri quadrati),da  Bovisa Gasometro (850 mila metri quadrati), alle Aree Falk e Città della Salute (1,4 milioni di metri quadrati), da Città Studi  a Citylife, da Fiera Milano City, alla Piazza d’Armi e a  Milano Santa Giulia a Rogoredo,  mentre i residenti vengono espulsi verso l’hinterland per appagare gli appetiti dei protagonisti della bolla immobiliare; Cortina dove varianti creative ai piani e alle leggi regionali   hanno fatto della Perla delle Dolomiti uno dei posti più variamente e oltraggiosamente cementificati e oggetto di speculazione intensiva. Dove i cittadini si erano pronunciati per l’anschluss al Trentino Alto Adige, ma adesso ci ripensano in vista della beata autonomia dei ricchi, viziati ed evasori secessionisti del Veneto.

E che dire di un altro indotto, quello della  corruzione che in questi casi diventa autorizzata perché riesce nella doppia operazione di servirsi di leggi speciali, di corromperle e di essere concessa per legge: da questo punto di vista sarebbe giusto delegare tutte le competenze a uno dei maggiori esperti del settore, il sindaco di Milano ed ex commissario dell’Expo, che ha riempito tutte le caselle come dimostra la sentenza con cui il Tribunale lo ha condannato a sei mesi convertiti in multa per il reato di falso materiale e ideologico, convertendolo in vittima del dovere per aver  sottoscritto  due verbali “consapevole delle illecite retrodatazioni” ma con “l’obiettivo (…) di evitare che la questione della paventata incompatibilità dei due” componenti della commissione di gara per la Piastra potesse comportare il “rischio di ulteriori ritardi nell’espletamento della procedura” e quindi dell’apertura di Expo.  Chissà da adesso in poi quante firme pazze verranno abbonate  agli unici pupazzi di neve capaci di far sciogliere  i nostri soldi.


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