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Emergenza, comincia il Magna-Magna olimpico

oliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ci crederete, ma le Olimpiadi del 2026 sono già diventate un’emergenza che ha bisogno di procedure accelerate, di figure commissariali che accentrino provvidenzialmente le competenze, di leggi speciali e misure eccezionali, di uno status giuridico ( il sindaco di Milano lo identifica in una fondazione, nome che dovrebbe rispecchiare la qualità “morale e sociale dell’iniziativa) che garantisca fulminee scelte senza i maledetti lacci e laccioli della burocrazia e dei molesti organismi di vigilanza e controllo. Ma hanno soprattutto gran necessità di quattrini e di un super manager che combini dinamismo, buone relazioni con istituzioni e decisori, esperienze di comunicazione, marketing e commerciali anche maturate in paesi stranieri, cui aggiungere spregiudicatezza e  lussureggiante pelo sullo stomaco.

Per queste esigenze prioritarie possiamo stare tranquilli: apprendiamo dalle agenzie che il governo proprio ieri  ha assicurato per sostenere e “finanziare” i giochi, per emanare rapidamente la doverosa Legge e per decidere sui nomi  per mister Olimpiade.

A garantire un solenne fallimento del grande evento in linea con il fiaschi delle Olimpiadi tenutasi in questi anni, o con quello dell’Expo che viene continuamente portato come caso di successo e esperienza ripetibile, ci si sarebbe aspettati che venisse tolto dalla naftalina Montezemolo. Per assicurare invece l’appoggio di governo e opposizione toscana si poteva suggerire Lotti, nel caso non fosse già impegnato per i giochi a Firenze come vorrebbe Nardella che rivendica  l’ampliamento dell’aeroporto come un atto improrogabile per una valorizzazione dell’oscuro borgo del Giglio anche in vista di prestigiose candidature, magari in tandem con Bologna in modo da non inimicarsi la ministra De Micheli.

Ma possiamo stare sereni, il fiasco è assicurato e non solo per la natura dei giochi che ormai sono schifati da Paesi civili (ricordiamo i no di Oslo, Amburgo Denver) e in condizioni economiche migliori delle nostre, convinti dalle esperienze del passato che si tratta di investimenti a perdere, che comportano danni pesantissimi per i bilanci statali e per le amministrazione delle località interessate, per l’ambiente e per l’assetto sociale se si pensa al trasferimento coatto di residenti soprattutto nel caso come a Rio ma perfino a Londra che si tratti di cittadini di serie B e C la cui permanenza costituisce un danno per il decoro e la reputazione.

E non sono bastate le trastole, i trucchi e i giochi delle tre carte  dei governi bari a nascondere le falle: quelle londinesi sono costate cinque volte la spesa preventivata e interi quartieri sono stati stravolti, malgrado alcuni atleti siano stati ospitati in baracche, il Brasile è stato destabilizzato da quei giochi maledetti che hanno cercato di nascondere sotto un indegno camouflage le tremende disuguaglianze delle favelas, coperte da grandi tabelloni come i sipari sulla tragedia, tanto che per  onorare i suoi impegni con gli organizzatori, lo stato di Rio de Janeiro taglia le spese per servizi e salari e ha dichiarato lo stato di “pubblica calamità”, come avviene in caso di terremoto o inondazioni. Anche quelle di Montreal  sono state un disastro economico per la città, che ci ha messo più di 30 anni per pagare i debiti e ancora soffre per gli impianti costruiti e mai più utilizzati, compreso lo Stadio Olimpico finito di pagare nel 2006 e tuttora senza padrone.Torino grazie a quelle invernali  è diventata la città più indebitata d’Italia, con una eredità di strutture costruite per l’occasione e costate decine di milioni di euro, molte in stato di abbandono. A Barcellona le Olimpiadi hanno segnato la data di inizio del processo di gentrificazione, che comincia con l’impennata degli affitti e si conclude con la sostituzione di classi medio-basse e basse con classi medio-alte e alte: il quartiere di Icaria venne raso al suolo per far spazio alla Vila Olimpica (Città Olimpica), un quartiere residenziale per ceti abbienti. E appartiene ormai alla letteratura   il caso di  Toronto, del 1976 quando i costi – inizialmente stimati in 250 milioni di dollari – lievitarono fino a ben oltre i due miliardi, quando nel maggio del 1976 il governo locale introdusse una tassa speciale sui tabacchi per ripagare i debiti, che vennero saldati solo alla fine del 2006.

La lezione della storia fa intendere che gli interessi in gioco siano così appetitosi da far affrontare e sopportare il flop certo  a tre celebrati ex, selezionati da stimate società di cacciatori di teste e che vantano tutti e tre dei curricula di altisonanti insuccessi, per il posto prestigioso di manager: l’ex amministratore delegato di Sky Italia; l’ex di Rinascente e Grandi Stazioni  che ora si occupa dello sviluppo “commerciale” di Fs, inteso come Tav immagino, anche se una nevicata a gennaio ferma i treni e lascia i viaggiatori all’addiaccio come sul Don; e l’ex ad del colosso telefonico “3”. Tanto a metterci i soldi, come assicura il governo, ci pensiamo noi, perché si può star certi  che i grandi Magna-Magna, i Grandi Eventi e i Bal Excelsior portano Grandi Debiti: l’impegno dei privati, il project financing, le cordate di generosi investitori per i quali varrebbe l’insegnamento di De Coubertain “l’importante è partecipare” anche senza profitti, fanno parte del mantra dei sacerdoti del cemento sempre sulla giostra della Tav, del Mose, dei valichi e dei ponti; così come le progressive fortune dell’occupazione indotta rientrano tra le fake news della triplice che festeggia il Primo Maggio con Confindustria, i fanatici dei lavori precari, del volontariato formativo, del part time, delle mansioni manuali e a termine che finiscono quando si chiudono i cantieri in bolletta, adesso molto propagandati per assimilare i serbatoi di merce-lavoro straniera; o come l’ecologia dei “giardinieri”, per fornire infrastrutture alle città, abbandonate prima di essere realizzate, convertite in pochi mesi in archeologia industriale,  o per piantare alberelli smunti e esili in forma di compensazione  a far compagnia all’albero della vita dell’Expo, secondo la narrazione di Legambiente che d’altra parte ha condiviso e garantito con marchio della green economy. gli oltraggi perpetrati per legge dal regime renziano Sviluppo Italia, semplificazione, Salvaitalia.

E cosa volete aspettarvi da due città e da due sindaci che avranno anche sullo scrittoio l’immaginetta di Greta ma che razzolano male, vantando, tanto per fare un esempio il primato cittadino e regionale di consumo dissipato di suolo: Milano che sta cantierizzando  progetti che coinvolgono oltre 3 milioni di metri quadrati, dall’ Area Expo (1,1 milioni di metri quadrati), agli Scali ferroviari (1,2 milioni di metri quadrati),da  Bovisa Gasometro (850 mila metri quadrati), alle Aree Falk e Città della Salute (1,4 milioni di metri quadrati), da Città Studi  a Citylife, da Fiera Milano City, alla Piazza d’Armi e a  Milano Santa Giulia a Rogoredo,  mentre i residenti vengono espulsi verso l’hinterland per appagare gli appetiti dei protagonisti della bolla immobiliare; Cortina dove varianti creative ai piani e alle leggi regionali   hanno fatto della Perla delle Dolomiti uno dei posti più variamente e oltraggiosamente cementificati e oggetto di speculazione intensiva. Dove i cittadini si erano pronunciati per l’anschluss al Trentino Alto Adige, ma adesso ci ripensano in vista della beata autonomia dei ricchi, viziati ed evasori secessionisti del Veneto.

E che dire di un altro indotto, quello della  corruzione che in questi casi diventa autorizzata perché riesce nella doppia operazione di servirsi di leggi speciali, di corromperle e di essere concessa per legge: da questo punto di vista sarebbe giusto delegare tutte le competenze a uno dei maggiori esperti del settore, il sindaco di Milano ed ex commissario dell’Expo, che ha riempito tutte le caselle come dimostra la sentenza con cui il Tribunale lo ha condannato a sei mesi convertiti in multa per il reato di falso materiale e ideologico, convertendolo in vittima del dovere per aver  sottoscritto  due verbali “consapevole delle illecite retrodatazioni” ma con “l’obiettivo (…) di evitare che la questione della paventata incompatibilità dei due” componenti della commissione di gara per la Piastra potesse comportare il “rischio di ulteriori ritardi nell’espletamento della procedura” e quindi dell’apertura di Expo.  Chissà da adesso in poi quante firme pazze verranno abbonate  agli unici pupazzi di neve capaci di far sciogliere  i nostri soldi.

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Evasione & Secessione

italia-secessione  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono passati 22 anni da quando una piccola e risoluta task force di cretini – 8 “venetisti”, vennero definiti – sequestrarono un ferry boat per trasferire a San Marco un tank, un camper fornito di alcun fiaschi di vino, pane e salame, l’equipaggiamento necessario  insomma per la presa del simbolo della Serenissima e dell’istanza di indipendenza da Roma ladrona.

Si sa che il sindaco Cacciari, uno di quelli che invidiava esplicitamente il radicamento territoriale della Lega, costola della sinistra, perse una intera notte di lettura di brani scelti di Hofmannsthal e di inediti di Nietzsche, impegnato in una trattativa con gli insorti asserragliati nel campanile, che si arresero, si mormorò,  una volta finite le vettovaglie e le bevande.

L’accaduto, oggi dimenticato, suscitò allora grande scalpore in qualità si segnale d’allarme del diffondersi di pressioni secessioniste e eversive, poi via via retrocesse a inoffensivo folclore, come l’elmo con le corna dei fan di Borghezio e la somministrazione rituale ai fedeli di acqua del sacro fiume fetida e velenosa per via dei reflui industriali e agricoli della brava gente della Padania.

Siccome tutto è relativo l’impresa degli 8  preoccupò l’arco costituzionale ancora intriso di valori unitari e sovranisti mentre la vera secessione, quella richiesta di autonomia delle regioni ricche, viene intesa oggi come legittima rivendicazione di chi produce, lavora, spende e pretende, autorizzato quindi a gestirsi il portafoglio, padrone in casa sua, oggetto verosimile di una contesa all’interno del governo che l’azzeccagarbugli degli italiani cerca di sanare con doverose concessioni su sanità e ambiente, di un negoziato con l’opposizione, le cui “ragioni” sono ben rappresentata dal  presidente dell’Emilia targato Pd, e  di un pronunciamento del Parlamento come d’abitudine chiamato a mettere un timbro notarile sul già stabilito.

I secessionisti decisamente imborghesiti rispetto ai magnifici 8 e destinati perciò ad avere successo di critica e di pubblico dopo quello “istituzionale ( la richiesta di maggiore autonomia   è stata sottoposta a referendum consultivo regionale nell’ottobre 2017 per poi essere ratificata nel febbraio 2018 dal Governo Gentiloni)  stanno dirigendo il loro tank anticostituzionale alla conquista dei fortini oltre che della scuola pubblica e dell’università, dell’assistenza e del governo delle politiche ambientali,  grazie alla “appropriazione” – legittima a loro dire  – del  cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale.

Vaglielo a dire a Zaia che  avrebbe molti più proventi per attuare le sue riforme se potesse contare sui contributi sottratti dall’evasione dell’operoso Veneto che vanta un primato con 9 miliardi di tasse evase, una cifra enorme,  che pesa per l’8,5% sulla quota nazionale, in un territorio che produce il 9,3% del Pil italiano. Vaglielo a dire che la proverbiale efficienza proclamata non ha saputo contrastare la consegna della gestione dei rifiuti a consorterie criminali, che puzza di marcio lontano un miglio il welfare che vorrebbe promuovere grazie all’autonomia, perchè cresce sul volontario disfacimento dell’assistenza pubblica (sono stati sollecitati a tornare al lavoro i medici ultrasettantenni, per mancanza di personale) in modo da darla in custodia ai privati, proprio come fossimo nel Lazio o in Campania, come si vuole fare con l’istruzione.

E andate a chiedere a Fontana dove vanno i rifiuti delle industriose aziende lombarde, come mai chiudono i presidi ospedalieri e i dipendenti hanno solo i tetti per dire le loro ragioni, che cosa è cambiato dopo lo scandalo Formigoni, se è vero che Milano continua ad essere senza depuratore – e senza opere di salvaguardia per il Seveso, come una Calabria qualunque-  o cosa sta facendo l’Aler (azienda regionale) commissariata a fronte di migliaia di senza tetto, proprio come fossimo a Roma.

E magari si potrebbe avere da Bonaccini presidente dell’Emilia Romagna qualche notizia che incoraggi da affidargli un budget speciale per aiutare quei terremotati che dal sisma del 2012 devono ancora vedere aiuti e risarcimenti, nemmeno si parlasse di Irpinia, o qualche informazione sui suoi “aiuti” alle famiglie molto apprezzati dalla Lega, o sulle recenti misure per la casa della regione Emilia Romagna, che pare non siano altro che contributi arbitrari per l’affitto, o sulla sua legge urbanistica segnata dal totale assoggettamento alla rendita, ai potentati immobiliari e ai costruttori legittimati dalla natura di “cooperative”.

E sto parlando soltanto delle inadempienze che riguardano le competenze in capo alle regioni dopo lo “scioglimento” delle province, la rivoluzione amministrativa e moralizzatrice di Delrio che ha fatto risparmiare ai cittadini ben 26 centesimi di risparmio, a fronte (la fonte è proprio l’Upi) dei  drammatici tagli a scuole, strade, assistenza, con  il quasi dimezzamento delle spese di manutenzione ordinaria (-43% dal 2013 al 2018) e del quasi azzeramento della capacità di investimento delle province (-71% nello stesso periodo) sugli oltre 130 mila chilometri di strade e sulle quasi 7.000 scuole secondarie superiori, insieme all’ aumento secco di circa 36 milioni dei costi per gli oltre 12.000 dipendenti ex provinciali transitati nelle regioni e nei ministeri (dove gli stipendi sono mediamente più elevati). E per non dire del caos che si è creato, della sovrapposizione di competenze, della miserabile rappresentazione di tornate elettorali per le città metropolitane tenute all’insaputa dei cittadini e dove votano i già eletti in modo da raddoppiare l’incarico.

Nemmeno ricordo gli scandali che hanno avuto le regioni come ambientazione di ruberie cialtrone dalla mutande alle merendine e altre più sofisticate, rammentando invece che da molto prima della loro istituzione in tanti avevano messo in guardia sulla natura di enti che avrebbero comportato costi difficilmente sostenibili per le finanze pubbliche italiane senza effetti apprezzabili sulla crescita, dotate di potere decisionale e legislativo ridotto e occasionale anche in virtù della riforma del titolo V della Costituzione del 2001, che ha prodotto sperequazioni in utti i settori compreso quello fiscale.

Oggi il secessionismo dei ricchi rivela la sua indole antidemocratica interpretata in forma bipartisan e che dà carattere di ufficialità alle esternazioni dell’ammiratore del Vesuvio: sfiduciare il Sud, consolidando la convinzione che il Mezzogiorno sia insalvabile per la sua natura di peso morto dove le risorse vengono impiegate in modo irrazionale, improduttivo e clientelare, dove hanno origine e prosperano le cosche, dove alberga il familismo amorale. E volendo dimostrare che in assenza di provvidenziali terremoti e eruzioni, è meglio condannarlo a propaggine africana cui è tassativo negare autodeterminazione e pure le risorse che producono. E d’altra parte si tratta della declinazione nazionale della strategia europea, imporre l’austerità più feroce e arbitraria in modo da dirigere distribuzione, alterare gli equilibri e favorire le disuguaglianze.

Non è solo la Lega a  volere la sua interpretazione aberrante del federalismo,  che costringe il governo a distorcere le norme costituzionali sull’autonomia in modo eversivo per l’unità nazionale e l’universalità dei diritti: la lobby della secessione degli estratti dalla lotteria del privilegio immeritato ha molti associati, le rendite, le multinazionali, i costruttori, gli investitori nei settori del Welfare privato, la finanza che inventa sempre nuove bolle per alimentare il suo casinò, i venditori di beni comuni all’incanto che da anni promuovono crisi in modo che diventino proficue emergenze, quelle che costringono a poteri speciali e liquidazioni eccezionali.

Ah ci sono anche i professionisti dell’antisovranismo, anche quello dei ricchi, che non vogliono dividere le loro correità, nell’Ilva,  ad esempio, cercando qualcuno cui appioppare  la mela marcia che ha avvelenato i tarantini,  nelle banche criminali, nei fallimenti ripetuti dell’Alitalia, in modo che sia chiaro per tutti che lo Stato deve fare il becchino, e noi con lui, seppellire le magagne,  pagare per salvare i padroni, diventare invisibile quando ci sono utili.  

 

 

 

 


Olimpiadi, Pupazzi di neve

il_794xN.1674385628_ezq6Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte l’abbiamo visto al cinema.

C’è un briccone che deve disfarsi di un falso Leonardo, si mette d’accordo con una casa d’aste prestigiosa quanto spregiudicata, che individua un complice che fingerà di essere interessato all’acquisto e che rilancia spericolatamente,  attirando l’attenzione di un qualche citrullo che si infila nella trattativa montata ad arte e che alla fine si ritrova con in mano il cerino acceso, o meglio la patacca.

Ecco, me li immagino gli svedesi che se la godono guardando agli italiani che pensano di essere stati furbi aggiudicandosi dei giochi che nessuno vuole più ospitare, perché pregiudicano i bilanci pubblici, costringono a sobbarcarsi spese impegnando risorse che dovrebbero avere ben altra destinazione di interesse pubblico, perché compromettono l’ambiente con opere pesanti che restano a imperitura memoria della sfacciata megalomania dei promotori, a volte incompiute e pronte dal giorno successivo alla chiusura della kermesse a accreditarsi come monumenti di archeologia industriale.

E poi perchè, come insegnano Londra o Rio de Janeiro, nelle città sventrate le infrastrutture e i servizi estemporanei hanno sfrattato intere comunità di abitanti, i più esposti e vulnerabili, perchè per coprire antiche iniquità e ingiustizie  proprio come ai passaggi dei despoti ospiti occasionali, si nascondono le vergogne della povertà, con drappi, facciate finte come prosceni e sipari  da esporre allo sguardo dei potenti, dietro ai quali di agita instancabile il malaffare.

Da ieri sera ci fanno vedere il popolo olimpico che gioisce a Milano a a Cortina, diecimila per Tv e questura, un centinaio per chi non si accontenta dei figuranti a pagamento che esultano, dimentichi che pochi giorni fa la capitale morale ha piegato la testa e le ali per un normale temporale estivo come una Roma della Raggi qualunque, ignari forse che ancora non hanno trovato una destinazione i terreni occupati dell’Expo e ora abbandonati alla speculazione, inconsapevoli probabilmente che le grandi opere e i grandi eventi seguono un percorso prevedibile e già segnato, se le autorità anticorruzione chiamate in causa a interventi avviati, secondo una consolidata consuetudine, non possono fare altro che arrendersi, ammonire ma poi chiudere un occhio benevolo per non bloccare progresso e iniziativa più criminale che privata.

Così quelli che sono compiaciuti per l’affermazione della Perla delle Dolomiti, una delle località che registra il più elevato livello di saccheggio del territorio, grazie a regimi speciali, deroghe, licenze urbanistiche conquistate grazie al ricatto della secessione, lo stesso che ha convinto la Regione Veneto a impegnarsi per essere in prima fila nel fronte della candidatura, non sono consci che Cortina come tutta l’Italia, non ha bisogno di valorizzazione per attirare un turismo che sempre di  più avrebbe bisogno di essere calmierato in modo razionale, così come dovrebbe essere controllata e limitata la smania avida e perversa delle multinazionali immobiliari, alberghiere,   turistiche.

Dietro a quelle prime file di citrulli acchiappati e gongolanti da ieri sera, ci raccontano che c’è una solida alleanza, una invincibile armata che si è stretta intorno a questo formidabile progetto, tutti uniti, Coni, governo, capo dello Stato, istituzioni, regioni, enti locali come un sol uomo, pronti a dimenticare scaramucce e contrasti. Immagino che possiamo annoverare anche l’Europa, come una mamma indulgente cui piace vedere giocare i suoi cattivi ragazzi. E non possono che essere cattivi quelli che montano queste operazioni di facciata per dare in pasto ai cani affamati e rabbiosi un osso da succhiare in qualche Colosseo, e nel frattempo li impoveriscono sempre di più, li indebitano sempre di più, li riducono a gladiatori o maschere del cine dove va in scena lo spettacolo greco.

Non è difficile capire  chi è davvero contento, là dietro, le solite banche che incravattano gli enti e le amministrazioni pubbliche da qui ai prossimi sette anni, le imprese che andranno svelte nell’aggiudicarsi i primi appalti e lente lente nei lavori in modo da trasformare i ritardi in emergenze da risolvere con regimi speciali, commissari straordinari (Sala è competente in materia, no?),  illeciti legali, due regioni che a pari merito stanno avviando in porto le loro autonomie da ricche e spietate, due comuni che aggireranno a spese degli altri ottomila i nodi scorsoi dei pareggi di bilancio esigendo licenze per via della loro funzione simbolica, e soprattutto le cordate criminali, quelle che entrano e escono dalle porte girevoli delle opere pubbliche e non dei tribunali,che tramano non più nell’ombra, che tanto sono nei consigli di amministrazione di qualche istituto di credito, di aziende dove hanno collocato i loro colletti bianchi o prezzolato i manager.

E dire che avevamo apprezzato perfino Monti che aveva detto no alla candidatura delle Olimpiadi 2020 e abbiamo rischiato di votare per la Raggi che aveva smascherato la sceneggiata invereconda con la quale Marino aveva preso in ostaggio la sua giunta e la città per la sua ossessione spocchiosa e mitomane. Adesso anche loro sono stati fidelizzati.

D’altra parte, come si dice, l’importante è partecipare..  degli utili. E infatti noi tutti siamo fuori gioco, se non per pagare.

 

 


Via col vento

timthumbAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Sono il socio di Vito…”, si presentava così Paolo Arata, ex docente universitario, ex deputato di Forza Italia ed identificato come l’autorevole estensore del programma della Lega sull’Energia,  arrestato insieme al figlio Francesco per corruzione, autoriciclaggio e intestazione fittizia dei beni  dell’“imprenditore dell’eolico” , quel “Vito” Nicastri, trapanese, su cui pende una richiesta di condanna a 12 anni in qualità di  finanziatore della latitanza di Matteo Messina Denaro.

Il dinamico e poliedrico consulente del Carroccio era indagato per un giro di mazzette alla Regione siciliana  ma anche  per una presunta tangente di 30 mila euro offerta all’ex sottosegretario leghista Armando Siri, in cambio di un emendamento che avrebbe dovuto  rimuovere gli ostacoli  all’accesso delle  sue società agli incentivi pubblici sulle energie rinnovabili.

Mentre il Presidente della Commissione Antimafia aspetta che Salvini tra un selfie, un tweet e una gustosa magnata risponda alla sua convocazione, è corretto dire che il business “ambientale” e energetico nelle sue forme più disinvoltamente e dinamicamente creative ha interessato in forma trasversale tutto l’arco costituzionale e coinvolto attori appartenenti – o collegati in forma bipartisan – all’imprenditoria legale come  al sistema dichiaratamente criminale.

Infatti, se l’ultimo Rapporto Ecomafia di Legambiente indica che il fatturato dell’ecomafia è salito a 14,1 miliardi, una crescita dovuta soprattutto  alla lievitazione nel ciclo dei rifiuti che è sempre di più il  brand strategico eco criminale, se c’è una regione che si è rivelata come un terreno ideale della infiltrazione e occupazione mafiosa del comparto, il Veneto,  dal sequestro di due cave a Noale e di quelle di Paese dove amianto e metalli pesanti si combinavano in un mix  con altri rifiuti, meno inquinati, aggiungendo calce e cemento per produrre un amalgama da usare nell’edilizia o nelle grandi opere stradali per lavori come il Passante di Mestre, il casello autostradale di Noventa di Piave, l’aeroporto Marco Polo di Venezia e il parco San Giuliano di Mestre alla scoperta  nel Basso Vicentino di un sito di proprietà di una banca di livello nazionale dove erano stipati illecitamente quasi 1000 tonnellate di rifiuti non riciclabili derivanti da processi di lavorazione industriale, a dimostrazione che dove non c’è Terra dei Fuochi, Terra dei Fuochi ci sarà, è evidente che le commistioni opache tra imprese e amministrazioni, aziende e politica, industrie e istituzioni rivelate al tempo di Tangentopoli sono sopravvissute ai partiti tradizionali, alla crisi che ha investito l’economia produttiva, all’automazione e alla eventualità che le tecnologie potessero incrementare i controlli e la sorveglianza.

Il fatto che ogni tanto affiora in superficie una trama di illeciti, di reati, di crimini previsti e perseguibili da qualche anno dal codice penale fa intravvedere che  il vero business che si compie ai danni dell’aria, dell’acqua, del territorio e del suolo, della salute è legittimato da provvedimenti e sanatorie, autorizzato da una ideologia e una prassi che riconoscono un indiscusso primato al profitto, all’interesse privato, che non va ostacolato persuadendoci che tutti sia pure in misura ridotta ne possiamo godere.

La povera ragazzina cui i genitori fanno interrompere la scuola perché continui nella sua missione è vittima e incarnazione di un ambientalismo “neoprogressista” per non dire neoliberista che non vuole disturbare il manovratore (si chiami Eni, Ilva, industria carbonifera o del Fracking, Sette sorelle, Waste Management o Halliburton) riponendo fiducia in accordi commerciali e di mercato a carattere volontario, richiamando alle responsabilità individuali e collettive i cittadini, mettendosi al servizio di imprese,  governi ed enti che praticano un allegro negazionismo della catastrofe iniziata e nutrendo dei miti, come quello del cosmopolitismo che dovrebbe farci guardare come a un conquista la mobilità, necessaria invece a far circolare eserciti di forza lavoro a poco prezzo e a sradicare popoli dalle loro patrie, in modo che possano diventare solo terre di conquista e preda.

Così diventa legge grazie al Decreto Emergenza  l’applicazione in Puglia come misura di contrasto alla Xylella una strategia che combina con i massicci abbattimenti il finanziamenti per i reimpianti o gli innesti delle piante identificate come quelle resistenti  che – casualmente? – si prestano a coltivazioni intensive o superintensive e necessitano di trattamenti fitosanitari e abbondanti risorse idriche, insostenibili ambientalmente e economicamente per i piccoli olivicoltori, obbligati   a reimpiantare solo quei cultivar raccomandati oppure a lasciare libero il terreno, suscettibile di essere utilizzato per altri fini.

Così è stato encomiato il sindaco che ha chiuso la discarica gestita in regime di monopolio da un boss autorizzato, dando spazio al traffico illecito di rifiuti o alla consegna ai signori altrettanto autorizzati dell’export, pratica onerosa per i cittadini e lo Stato che paga operatori esteri in grado di trarne energia guadagnandoci due volte.

Così l‘adozione e l’applicazione delle fonti di energia alternativa (soprattutto in regioni scelte per una certa assuefazione alla sopportazione, Calabria, Basilicata,Sicilia, Sardegna) sono diventate un business aggiuntivo dei signori di quelle fossili e tradizionali, trattate come supplemento piuttosto che come sostituto  all’interno dell’industria energetica come è attualmente configurata e anche quelle oggetto di quei benevoli e cauti gentlemen agreement esibiti come manifestazione di buona volontà e cattiva coscienza di aziende e governi che ci hanno condotti qui e oggi  ai  4°C che nella previsione di molti scienziati, avrebbero contrassegnato la fine della civiltà  nella valutazione di molti scienziati. Ancora in Puglia dove l’ex presidente Vendola aveva avviato una valutazione per la realizzazione di due rigassificatori, vantando la possibilità di fare della sua regione l’hub energetico nazionale, il paesaggio è una foresta di pale eoliche troppe delle quali sono mestamente ferme per il cattivo funzionamento, promosse a simbolo di una volontà ecologica smentita a Taranto. E sempre per restare in quei luoghi, vogliamo ricordare che la difesa del paesaggio con i suoi luoghi, la tradizione agricola , la pesca e la cucina esaltati in tutti i pregevoli documenti nazionali e locali che auspicano turismo purché sostenibile e attività purché ambientalmente compatibili, rimuovono castamente il si a trivelle e passaggi criminali.

La “trattativa Stato-mafia” è diventata una figura retorica  che il ceto politico in forma bipartisan ha collocato nel passato per cancellare il presente fatto di corruzione a norma di legge, grandi eventi controllati da controllori che prendono atto di alleanze e complicità con imprese criminali,  grandi opere che nascono criminali a prescindere dagli attori coinvolte per i costi economici e ambientali e per le loro inutilità, dissipazione dei beni comuni, intimidazione dei cittadini grazie all’alimentazione di minacce e paure, l’esercizio di ricatti nei confronti dei lavoratori in virtù della sospensione di conquiste e garanzie.

 

 

 


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