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Venezia, Calle degli Sfratti

Veritas_5Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è poco da sperare quando le coscienze sono soddisfatte se a Sanremo fanno vincere un cantante di “origine” egiziana così si può continuare a dire che comunque sono troppi, che con i barconi arrivano anche tanti delinquenti,  che badanti e braccianti si sono montati la testa e ci fanno concorrenza sleale.

C’è poco da sperare se il sindacato insieme a qualche confindustriale illuminato contesta il governo per le misure sull’immigrazione, ma ha taciuto quando il Jobs Act ha esposto lavoratori italiani e stranieri al rischio accertato di fare parte dello stesso esercito di riserva sa postare secondo i comandi padronali, abbassando i livelli di protezione e garanzie di chi qui c’è nato e consolidando il ricatto incarnato da chi non è in condizione di difendersi e esigere il salario dovuto.  C’è poco da sperare se il palco di Piazza San Giovanni accantona la lotta contro la legge Fornero simbolo di quell’infame stato di obbligatorietà dello sfruttamento che depreda i lavoratori anche del salario accantonato fini pensionistici, ma ha sottoscritto con entusiasmo l’ipotesi di garantire la sopravvivenza dell’azienda-sindacato grazie al ‘welfare contrattuale’ un sistema che apre la strada alla trasformazione della rappresentanza e della negoziazione in attività di gestione di  fondi pensione, mutue integrative ed enti bilaterali, in sostituzione privatistica dello Stato sociale.

E c’è poco da sperare se a livello locale i sindaci vengono sottoposti a severo giudizio per l’albero di Natale sbilenco o perché i delinquenti di svariate appartenenze etniche rubano o sparano, quando si è accolto con gradimento l’ampliamento delle competenze in materia di ordine pubblico incrementando il loro ruolo di sceriffi in modo da custodire quel decoro minacciato da straccioni di tutti i colori, sicchè il problema della casa è regredito al livello di emergenza da risolvere con polizia in assetto di guerriglia o tagliando i servizi essenziali. Perché anche in questo caso repressione, sacco del territorio, emarginazione, sfruttamento delle risorse e privatizzazione del patrimonio pubblico e del bene comune si possono esercitare nel pieno rispetto della legge.

E infatti proprio in questi giorni si vedono proprio i primi effetti di provvedimenti regionali, adottati e in fieri, del Veneto  per la “riqualificazione urbana” e l’ edilizia residenziale pubblica  intesi non certo al miglioramento della qualità urbana, o al contenimento del consumo di suolo, ma esclusivamente al rilancio del mercato edilizio, aumentando  il peso delle aree già edificate da “rigenerare” con pingui premi di cubatura, permettendo  per edifici con qualsiasi destinazione d’uso, ampliamenti sino al 50% del volume o della superficie esistente e attribuendo a tutti gli operatori privati premialità e sgravi fiscali indipendentemente da ogni organico disegno di trasformazione urbana, depotenziando e di fatto rendendo aleatori e discrezionali gli strumenti della pianificazione comunale, incrementando  la disarmonia urbana e subordinando l’attività edilizia alle sole regole della rendita e della speculazione immobiliare che non risparmiano nemmeno i centri storici: fatti salvi gli edifici tutelati per gli altri  si può impunemente derogare da prescrizioni e regolamenti di piano.

Non c’è da stupirsi dunque della recentissima delibera della giunta comunale veneziana che per  «soddisfare le esigenze di residenza stabile dei nuclei familiari» avvia la selezione di progetti residenziali da realizzarsi sulla Terraferma del Comune di Venezia. In modo che «tutti i privati proprietari di aree non edificate, ricadenti all’interno del tessuto consolidato o ad esso adiacenti, anche se a destinazione agricola, possono presentare proposte per realizzazione di unità residenziali di modesta dimensione, fino ad un massimo di 800 mc.», in deroga alle disposizioni della pianificazione  urbanistica  con l’alibi che nella maggior parte dei casi la destinazione agricola non corrisponde ad un uso effettivo del fondo, spesso incolto o già parzialmente urbanizzato. Alibi, certo, perché le disposizioni non trovano giustificazione in una  analisi del fabbisogno e dopo la preliminare indagine sull’adeguatezza dei servizi e delle infrastrutture esistenti, senza alcuna garanzia della persistenza  dell’utilizzazione residenziale e in risposta a richieste inoltrate al comune da  privati cittadini.

Qualsiasi animale urbano a Venezia e non solo e non solo sa cosa possano significare misure di questo genere, sa che sono pensate per autorizzare cambi di destinazione d’uso, per creare un clima favorevole alla contrattazione tra amministrazione e privati nella quale i secondi sono avvantaggiati, per promuovere la cacciata dei residenti dai centri storici convertendoli in siti turistici, con la trasformazione del patrimonio abitativo in uffici, hotel e residence di lusso, in quelle vetrine dove è esposta in vendita merce tutta uguale a Venezia come a Dubai, il cui frontline si vorrebbe copiare a Marghera, a fare da scenario suggestivo in gara col campanile di San Marco.

Come se non bastasse, la legge regionale del novembre 2017 recante norme in materia di edilizia residenziale pubblica ha dato i suoi frutti ancora più avvelenati, riformulando le norme precedenti con l’intento rivendicato con forza di garantire “una maggiore equità sociale prevedendo l’accesso alle graduatorie per l’assegnazione di alloggi ERP sulla base di strumenti più rappresentativi della situazione economica dei soggetti (utilizzo dell’ISEE, disciplinato dal DPCM n. 159/2013, che consente un’analisi della situazione sia patrimoniale che reddituale).  E eccola la maggiore equità sociale: sono 1500 le famiglie che abitano nelle  case Ater l’organismo su scala provinciale singole province che svolge compiti di ottimizzazione e gestione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, che rischiano di   restare senza casa per via dell’abbassamento previsto dalla legge dell’indicatore della situazione economica, l’Isee. Cui si aggiungono quelle con contratto 4+4 che a causa della crisi sono precipitate in fascia sociale e quindi non sono più in grado di pagare l’affitto. La legge ha pensato anche a loro intervenendo  “positivamente” sul tasso di rotazione dei beneficiari, “al fine di garantire un adeguato ricambio delle famiglie in stato di bisogno nel sistema regionale ERP attraverso la conversione dei contratti a tempo indeterminato in contratti di locazione a termine, rinnovabili solo nel caso di permanenza dei requisiti”, in previsione di inattese vincite alla lotteria, del generarsi di occupazione qualificata e ben retribuita, della realizzazione di nuovi alloggi a prezzi politici o anche dall’ottimismo delle statistiche che collocano tra gli occupati chi ha un lavoro precario per sei mesi.

Si parla poco di questo, per l’anatema lanciato dagli operatori dell’informazione mainstream contro il “movimentismo”, contro tutto quello che evoca il conflitto sociale, il “disturbo della quiete pubblica”, per ridurre l’opposizione all’appannata retorica umanitaria ben attenta a non intralciare il cammino del capitale globalizzato.  Nel 1945, qualcuno tempo fa l’ha ricordato, venne pubblicato un libriccino di Piero Bottoni, architetto, politico e accademico comunista dal titolo La casa a chi lavora  e che recava in copertina la dicitura: L’abitazione non più oggetto della speculazione individualistica, ma servizio della vita collettiva. L’abitazione, come l’alimentazione, diritto base dell’uomo sociale derivante dal dovere del lavoro. Erano i tempi della ricostruzione del Paese e della costruzione della democrazia e quei principi avrebbero dovuto contrastare la tendenza ereditata dal fascismo  della  negazione di un diritto «derivante dal dovere del lavoro».  Ricordiamolo a chi pensa che il fascismo sia risorto adesso e non sia una delle declinazioni di una belva avida e feroce che non è mai andata in letargo.

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Le Olimpiadi della mazzetta

Presentazione di PowerPointAnna Lombroso per il Simplicissimus

A volte ho la tentazione di copiarmi, di fare copia incolla con post del passato su vicende che, come sempre succede non hanno insegnato nulla ai posteri. In questo caso potrei riprendere solo cambiando il nome della città, quelli scritti per motivare il fermo no alle Olimpiadi a Roma di tutti quelli che avevano e hanno a cuore la tutela del territorio da speculazioni e da opere e eventi che hanno come unico fine promuovere corruzione e malaffare a spese dei cittadini.

In realtà mi sbaglierei perché su questo argomento le lezioni della storia anche recente hanno insegnato qualcosa, ma non a tutti. Ad esempio Calgary nei giorni scorsi, con una disposizione della sua amministrazione comunale ha deciso di ritirare la sua candidatura  ad ospitare le Olimpiadi invernali del 2026, ratificando il risultato di un referendum consultivo in occasione del quale il 56% dei votanti ha bocciato la proposta. I fautori del no, contro una campagna pressante condotta dallo stesso sindaco, hanno motivato il loro dissenso dimostrando semplicemente che gli investimenti necessari, sottratti a altre voci fondamentali (salvaguardia dell’ambiente, assistenza, istruzione) del bilancio del comune, sarebbero stati in massima parte finanziati  da un aumento delle imposte di famiglia per i prossimi 25 anni. Ed anche rendendo noto che già in fase preparatoria il budget per sostenere la designazione è stato del 600%.

Insomma le motivazioni erano le stesse che originarono l’opposizione di monti e della giunta Raggi, e che  avrebbero dovuto dissuadere altri potenziali candidati insieme a qualche elementare constatazione: la  scia di opere incompiute – basti citare la Città dello sport a Tor Vergata, con due relitti che dovevano essere finiti per i Mondiali di nuoto del 2009–o che si sono dilatate oltre ogni pessimistico pronostico di tempi e di costi che resta dopo giandi eventi sportivi, il dato che per onorare i suoi impegni con gli organizzatori delle Olimpiadi, lo stato di Rio de Janeiro è stato costretto a tagliare le spese per servizi e salari dichiarando lo stato di “pubblica calamità”, come accade in caso di terremoto o inondazioni e rivelando che  si era arrivati al “totale collasso della sicurezza pubblica, della salute, dell’istruzione, della mobilità e della gestione ambientale”, o che la Russia per Sochi ha speso  50 miliardi, o che  Montreal ci ha messo più di 30 anni per pagare i debiti e ancora soffre per gli impianti costruiti e mai più utilizzati, compreso lo Stadio Olimpico finito di pagare nel 2006 ma attualmente senza padrone, ridotto a archeologia monumentale, o che Tokyo ha visto lievitarei costi  da 7,3 miliardi iniziali ai 30 miliardi di dollari attuali. Ed è misericordioso tacere sui giochi di Torino, sugli edifici compreso il villaggio olimpico da145 milioni, ridotti a ricetto di criminalità, sulle piste che avevano obbligato al disboscamento e alla  cementificazione del paesaggio montano e che ora spiccano come scheletri abbandonati a damnatio memoriae della hybris nostrana.

Macché. Un giorno fa il tandem  Milano-Cortina ha presentato il progetto di candidatura all’Olimpiade invernale 2026  davanti ai membri dell’Anoc, l’assemblea dei Comitati Olimpici Nazionali. Venti minuti con gli occhi addosso, scrive il Corriere esultante e palpitante, per cominciare a convincere chi materialmente a giugno 2019 voterà la città olimpica della bontà del dossier italiano rispetto a quello della concorrente Stoccolma. Sul palco si sono alternati il presidente del Coni, il sindaco di Milano, il governatore del Veneto e Arianna Fontana,  fuoriclasse nostrana dello short track, in qualità di gentile ambasciatrice. Nel menù anche un filmato che sottolinea le eccellenze del Lombardo-Veneto (e non solo) e il logo della candidatura, che inevitabilmente cita il Duomo e le Dolomiti.  Il prossimo passaggio sarà la presentazione del masterplan, incluse le garanzie finanziarie, a Losanna l’11 gennaio.

Tutto fa pensare che se una iniziativa parte in perdita, ma ci si impegna per realizzarla contro buonsenso e interesse generale, qualcuno conta, da quello spreco, di guadagnarci.

Presto detto, lo si doveva alla capitale morale, forte dell’esperienza dell’Expo, dimentica che quel ballo excelsior  è stato il laboratorio delle più famigerate misure antisociali e antiecologiche, sottoposto a commissariamenti e controlli delle autorità anticorruzione impotenti che hanno dovuto digerire malaffare e infiltrazioni mafiose dimostrate in nome dell’equivoco più illegale imposto dalle leggi, e cioè che si trattava di un’opera di interesse generale che non si poteva né doveva fermare, rendendo una serie di irregolarità e reati, legittimi e autorizzati. Un principio quello che paghiamo e pagheremo caro, digerendo tav/triv/mose/ magari ponte sullo Stretto? grazie alle minacce del racket del cemento e alle intimidazioni della cosca delle penali davanti alle quali il governo piega la testa.

Presto detto, lo si doveva alla regione che vanta una serie di primati di efficienza, come nel settore dei rifiuti o in quello dell’assistenza sanitaria, come si evince da recenti casi di cronaca, per non dire dei record di consumo del suolo, secondo i dati dell’Ispra e della stessa regione:  Veneto, e nel dettaglio Verona, maglia nera nella classifica del suolo consumato nel 2017, con 1.134 ettari consumati in un anno e una percentuale di incremento pari allo 0,50%, superficie più colpita dalla cementificazione e impermeabilizzazione del territorio, doppiando la media nazionale.

L’accordo tra i due partner potrebbe fare da motore e esempio costruttivo, è il caso di dirlo, a ben più alte future alleanze. E c’è da preoccuparsi pensando a quale ideologia si ispira il governo di Milano, una città bevuta e ubriaca dei fumi di una visione megalomane che un grande urbanista, toccato dalle conseguenze delle olimpiadi barcellonesi del ’92 chiama   “necrourbanismo”, specializzato  cioè nel generare spazi vivi per il capitale e per la circolazione delle merci, mentre in cambio condanna alla morte, depreda, manomette tutti gli spazi pubblici, di convivialità, di reciprocità, di socialità. O il governo del Veneto, che, tanto per far presto a definirlo, si ispira al modello Benetton, all’occupazione cioè del sistema economico e sociale  attraverso un gioco di scatole cinesi in modo che un padronato locale spregiudicato al servizio di un ceto sovranazionale in regime di monopolio, occupi e si impossessi con manovre speculative dei gangli vitali: spazi comuni compresi i luoghi della produzione culturale, immobili pubblici espropriati e svenduti,  appalti e concessioni, territori, strade, stazioni, editoria e, tanto per non andare lontani, anche lo sport con il sostegno a candidature del passato fortunatamente tramontate e con la partecipazione in squadre di basket e rugby, oltre a quella nella competizione più praticata, lo sfruttamento dei poveracci in patria e altrove.

C’è davvero da preoccuparsi perché è possibile che queste Olimpiadi che nessuno vuole, le concedano proprio a noi, ridotti a hangar, trampolini di lancio, basi militari dove conservare le porcherie che posti e popoli rifiutano, mesta espressione geografica ridotta in stato di servitù, che come le vecchie contesse in miseria si vende i gioielli per comprarsi i pennacchi da inalberare alla prima della Scala.


Un Paese Pattumiera

paesedisc Anna Lombroso per il Simplicissimus 

Se ogni tanto viene da dire povero Paese, oggi possiamo dirlo due volte. Si chiama Paese infatti una località della pingue e godereccia Marca trevigiana ma che da anni è condannata a fare da pattumiera al Veneto, oggi alla ribalta per un fatto di cronaca che più nera e avvelenata non potrebbe essere: il sequestro di una cava dismessa al cui interno sono state rinvenute circa 200 mila tonnellate di rifiuti pericolosi trattati come “normali”.  Contaminati da rame, nichel, piombo, selenio e amianto, i materiali venivano diluiti con terre, calce, cemento eccetera per declassarli da pericolosi a speciali, quindi, con ulteriori miscelazioni, diventavano ‘ufficialmente’ inerti e   immessi sul mercato come materiali da costruzione, da impiegare per la realizzazione di sottofondazioni o rilevati stradali. Tanto che i giornali locali titolavano ieri “serpentoni di Tir carichi di scarti, una dozzina di case e 7 morti di cancro”.

Ancora una volta non si potrà dire che non si sapeva.

Che non si sapeva quello che aveva denunciato l’Arpav e che aveva fatto scaturire sei anni fa un’indagine della Procura:  centinaia di documenti, sette enti coinvolti, quattro diffide, la segnalazione di almeno  2.500 camion a scaricare rifiuti alla cava Campagnole, l’accertamento che nel sito di via Veccelli, incastrato tra i due stabilimenti della San Benedetto, in mezzo a almeno 50 mila metri cubi di rifiuti, ce n’erano almeno 5 mila contenenti amianto.

Che non si sapeva che  quei 5.000 metri cubi di rifiuti, suddivisi in ben tre lotti, due dei quali erano già sottoposti a sequestro penale dai Carabinieri forestali su mandato della Procura della Repubblica di Venezia, sequestri avvenuti per il primo lotto a ottobre 2015, per il secondo lotto a maggio 2016. Che non si sapeva quello che invece  sapevano bene i Carabinieri Forestali che lo avevano segnalato alla Provincia e alla Regione: l’arrivo spesso effettuato col favore delle tenebre di migliaia di camion coi loro carichi sospetti.

Che non si sapeva che dal maggio 2017 era stata avviata una indagine della Procura distrettuale antimafia, per individuare quali burattinai muovessero le file del traffico di veleni.

Eppure il Comune nel 2012, aveva segnalato la presenza di rifiuti, forse contenenti amianto e trasportati illecitamente proprio là, da due ditte, la Canzian e la Cosmo Ambiente che per questo verranno diffidate dalla Regione, facendo scattare quel primo sequestro, cui però non seguirà nulla per quattro anni. Finché nel 2016, la Regione si ricorda di quel provvedimento, si sorprende che non sia stato rispettato e ne trasmette un secondo al quale la ditta Canzian risponde che i materiali erano  stati rimossi, ma magicamente ne erano arrivati altri. Non tutti ci credono anche se alcuni autorevoli esponenti del governo regionale si lasciano andare al più fiducioso ottimismo e dichiarano alla stampa locale che i rifiuti nella discarica “potevano stare in un pacchetto di sigarette”,  forse senza la scritta sui rischi per la salute. E parte così una terza diffida che  ha come effetto altre indagini dell’Arpav e della Forestale quelle che culminano nelle rivelazioni e negli interventi di questi giorni.

Eppure il Comune, si, proprio il soggetto che aveva lanciato i primi allarmi, prende lo  scorso anno l’iniziativa di stipulare una intesa, “l’accordo cave”, proprio con la Canzian e la Cosmo Ambiente, che applica una variante al Pat, il Piano di assetto del Territorio, grazie alla quale viene cambiata la destinazione d’uso della zona autorizzando i partner privati, come recita la delibera in merito,  “ad urbanizzare parte della cava per realizzare un insediamento produttivo”. Con conseguente licenza, è ovvio, a  stendere un bello strato di cemento per seppellire l’incomodo passato.

Pare che tutto quello che non è Terra dei fuochi possa diventarlo. In questo caso si è evitato forse appena in tempo che succeda quello che è successo solo l’anno scorso in tante parti: a Grosseto, Follo, Pomezia, La Loggia, Pomezia, Bedizzole, Fusina, Malagrotta, Battipaglia, Angri, da nord a sud, dove fiamme purificatrici hanno “risolto”  situazioni divenute ingombranti o pericolose per le stesse imprese andate a fuoco, spesso immediatamente successive a ispezioni o sequestri  che fanno capo a persone già note per illegalità connesse al trattamento e alla raccolta dei rifiuti. Perlopiù all’origine degli “incidenti” c’è  la convenienza delle imprese che ricevono i contributi erogati dai consorzi obbligatori di settore  a incamerarli,  disfacendosi del materiale senza sostenere i costi che la sua lavorazione o lo smaltimento legale comporterebbero. Secondo i dati dell’ultimo rapporto Ecomafia di Legambiente, in Veneto sono stati accertati 171 reati nel settore dei rifiuti, che hanno portato all’arresto di 7 soggetti e alla denuncia di 323. Treviso appare la provincia più colpita, seguita da Venezia e Verona.

Con il tentativo di seppellire le magagne di Paese, si finisce per seppellire anche la leggenda del Nordest produttivo, dei suoi distretti all’avanguardia per knowhow, innovazione, sperimentazione. Già da tempo la narrazione mostrava le sue falle, quando  il trasferimento di tecnologie di è ridotto a delocalizzazioni in cerca di paradisi dove trovare manodopera a minor prezzo e dove inquinare più liberamente grazie a un’Europa a due velocità ambientali che ha permesso standard più indulgenti ai nuovi entrati. Quando in Slovenia, in Croazia, e altrove gli operai locali hanno appreso la lezione, si sono messi in proprio sfruttando le loro risorse e la loro imprenditorialità. Quando il Made in Italy ha perso il suo appeal perché i padroni hanno smesso di investire in brevetti, in creatività e pure in sicurezza, preferendo aspettare i profitti davanti alla roulette del casinò finanziario. E da quando a rispettare le regole si passa per “mone”, a rispettare le stagioni e la natura e la terra del proprio territorio si passa  per stupidi, che  l’importante è partecipare al grande business del prosecco che ha conquistato i palati dei nuovi Michele l’intenditore di tutto il mondo e fa niente se nel retrogusto c’è l’amaro sapore dei pesticidi o se per incrementare le coltivazioni di sbancano i dolci colli e si strappano terreni ai boschi di una regione benedetta dalla dea fortuna e castigata dal demonio dell’avidità.

 


Federalismo del mio Stivale (in attesa del peggio)

damiens_tortureNei giorni scorsi non mi sono occupato per niente dei referendum in Lombardia e Veneto, riedizione in fotocopia del vecchio federalismo finito in ruberie, illusione egoistica diffusa a piene mani da un ceto di maneggioni ridotti a giocare col fuoco pur di rimanere in sella, nonostante gestioni opache e poco significative, magari con la speranza di spostarsi a Roma.  Ma oggi ad urne chiuse vale la pena parlarne non tanto a seguito dei risultati che evidenziano un flop in Lombardia e un’ affermazione in Veneto, ma non per le ragioni semplicistiche che esse esprimono sul piano contabile, quanto per  i nodi che loro malgrado mettono allo scoperto e che sono radicalamente differenti rispetto a vicende come quella catalana: soprattutto l’attualità antropologica e sociale di stampo neo liberista che si sottrae alla solidarietà all’interno di un Paese e che viene  rafforzata e sdoganata dallo svilimento delle realtà nazionali, delle piccole patrie e degli stati in vista della magna Europa, propalata dalle elites globaliste e persino dai loro sorprendenti chierichetti di una sinistra beghina che confonde l’internazionalismo d’antan con il globalismo neo liberista. Dall’altro però presenta un carattere diametralmente opposto, ovvero una sorta di patetico gioco di nicchia di classi dirigenti di fronte al delinearsi dello tsunami che va accumulando energia e le cui onde cominciano a scorgesi sulla linea d’orizzonte mentre avanzano da oltre atlantico.

Come forse qualcuno avrà letto Bridgewater Associates, il più grande fondo d’investimento del mondo ha deciso di scommettere contro il “sistema Italia”, mettendo in campo 300 milioni di dollari in una puntata contro i valori azionari dell’Eni e un altro miliardo e passa per scommettere sul crollo del sistema bancario – assicurativo del Paese rappresentato da Generali, Unicredit, Enel, Intesa San Paolo. Secondo alcuni le puntate fatte da Bridgewater in questa delirante e delinquenziale bisca a cielo aperto che è il capitalismo contemporaneo, puntano a una posta ancora più grossa dell’Italia, ovvero alla Ue stessa per scoprirne il bluff: una volta esauritosi il filone di quantitative easing della Bce uno dei Paesi più grandi dell’Unione, ovvero noi, governati da una manica di cialtroni burattinati e disonesti, si troverà a non poter tenere più il passo e ad aver bisogno di enormi prestiti per pagare gli interessi sui debiti a prezzi di mercato, senza il supporto degli acquisti massicci della Banca centrale. Dunque non si potrà fare altro che andare a piatire dal Mes (Meccanismo europeo di stabilità, mai nome è stato così ipocrita) svendendo non solo qualsiasi sovranità residua, ma anche ogni autonomia di gestione legislativa e amministrativa.

La situazione è potenzialmente drammatica perché la Germania, anche se volesse (e di certo non vuole), non potrebbe comunque salvare la situazione perché si troverebbe a dover sostenere il peso principale dei 254 miliardi di fatture non pagate sul piano settennale Ue,  ad avere il problema di Deutsche Bank che possiede buona parte dei 90 mila miliardi di derivati titolati in euro e la cui rilocalizzazione da Londra al continente potrebbe comportare un consistente aumento di interessi e a dover fare i conti con una situazione nella quale l’economia americana rischia la deflazione e un’altra crisi subprime, visto che la cosiddetta ripresa è stata simulata con un nuovo straordinario indebitamento privato che comincia ad arrivare al pettine. Dunque dovrà in qualche modo sconfessare il senso stesso dell’Europa e usare i trattati come randello esattamente come in Grecia, anzi con maggiore violenza perché in questo caso ne va della sua stessa sopravvivenza finanziaria, vista la dimensione degli eventi.

Ma badate in questo caso per buona pace dei nostri europeisti, l’ obiettivo principale non sarà l’acquisizione degli asset pubblici e bancari del Paese che sono quasi tutti in perdita – le sole banche hanno sofferenze per oltre 350 miliardi di euro – ma dei beni privati che sono ancora rilevanti e che dovranno ripianare quelle perdite, come del resto già fatto intendere da Schauble. Dopodiché, una volta innestato il sistema di risucchio, al parlamentino itinerante fra Bruxelles e Strasburgo comparirà la proposta di una revisione dei trattati che prevede “l’eventuale uscita dall’Euro di un Paese membro dell’Eurozona”. Non me lo sto inventando: è quanto ha dichiarato Christian Lindner che quasi certamente sarà il prossimo ministro delle finanze di Berlino. Insomma asset e beni, industrie e conti correnti saranno presi in euro e una volta spolpato l’osso, si potrà concedere l’uscita dalla moneta unica per fare dello Stivale depredato un’area di lavoro a basso costo.

E’ in quel momento, peraltro è sempre più vicino, che voglio vedere le facce di Maroni e Zaia, espressione alternativa di un Italia mediocre e meschina che non si rende nemmeno conto delle acque in cui naviga. E’ allora che voglio vedere le facce di Renzi e di Padoan, di Mattarella, di Gentiloni, di Salvini, Berlusconi e di tutta la servitù di famiglia.  Ma anche dei troppi italiani che vivono di bufale e di televisione.


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