saldiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che per sbloccare gli ingranaggi inceppati ci vuole l’olio, che ammorbidisce, unge, fa scorrere ruote dentate, superando gli ostacoli anche se non rimuove la ruggine. Sarà per quello che il teppista a Palazzo Chigi ha chiamato così quell’insieme disorganico e affastellato di misure su misura per la corruzione, immaginato per legalizzare l’abusivismo, creato per legittimare una dissipazione del territorio, concessa  a pagamento, così che basta versare oboli allo scoperto, in sostituzione di passaggi opachi, per avere licenze, concessioni, condoni.

Ovviamente, verrebbe da dire, il Presidente Napolitano ha messo il sigillo imperiale su questo evidente schiaffo alla Costituzione, ormai assediata in tutte le sue parti e soprattutto in quelle che parlano di diritti, compreso quello al godimento dei beni comuni, allo svolgimento di libere elezioni e all’esercizio della partecipazione ai processi decisionali, da parte dei cittadini e dei loro rappresentanti, se come in questo caso, il Governo agisce mediante provvedimenti che hanno carattere ordinamentale, sottraendo materie di competenza parlamentare alla discussione, imponendoli col ricorso alla fiducia,   trasformando le camere in mere sedi  ratificatrici  delle decisioni dell’esecutivo.

Aiutato dall’ignoranza promossa a valore, dalla spocchiosa e tracotante derisione di conoscenze, sapere, competenze, il pupazzo doppiato dal grande evasore finale, fa rimpiangere Lunardi, Tremonti, Matteoli, alzando una cortina fumogena di slogan e bugie, convincenti solo per chi ne ricava profitto o per una stampa ormai completamente soggiogata. La tecnica è la stessa applicata per “riformare” il lavoro, ricorrere a una deregulation che smantella certezza del diritto, cancella garanzie, abbatte l’edificio dei controlli e della sorveglianza, così che per limitare gli “abusi” di una burocrazia farraginosa, lenta quando non inadempiente, viene abrogato  l’intero impianto di  autorizzazioni e  permessi che dovrebbero assicurare una corretta gestione del patrimonio immobiliare, dei suoli, dei terreni agricoli, dei beni ambientali e archeologici. Con l’obiettivo esplicito di fare cassa, accontentando colossi finanziari e investitori privati che guardano avidamente al mercato dei beni demaniali, del territorio oltre che dei servizi, oggetto di un altro arrembaggio favorito e promosso in sede di spending review.

Non occorre essere gufi per capire che lo Sblocca Italia è una di quelle brodaglie immangiabili contro le quali il Renzi d’antan avrebbe puntato il dito e che invece oggi sono particolarmente gradite al post rottamatore perché mettono insieme tutti gli ingredienti velenosi della vecchia Dc, quella dei Bernini o dei Ferrari Aggradi, dei Gaspari e dei Prandini, con la peggior paccottiglia “costruttivista” dei governi berlusconiani, quella dei plastici da Vespa, del Ponte sullo Stretto, quella che ha avviato le grandi opere, Tav, Mose, formidabili motori di corruzione, megalomani impastatrici di cemento e crimini contro il territorio. E non è nata di certo nel Paese dell’Utopia la convinzione banale che per la ripresa economica dell’Italia e per il rilancio diffuso dell’occupazione, gli investimenti pubblici e privati dovrebbero essere indirizzati verso le opere di messa in sicurezza sismica e idrogeologica del Paese, per “edificarne” la difesa, verso la manutenzione del patrimonio artistico e  culturale, nella direzione della realizzazione di opere pubbliche e di infrastrutture indispensabili soprattutto su rotaia, del trasporto regionale e metropolitano, dell’edilizia scolastica.

E invece ci vuole proprio la faccia di tolla degli esponenti dei questo governo di gaglioffi non abbastanza inconcludenti da risparmiarci certi oltraggi, per proclamare che per le vere priorità ed emergenze, che ormai si susseguono calamitose e prevedibili, i quattrini non ci sono, mentre si trovano per inutili e dannose alte velocità, esposizioni da Belle Epoque universalmente futili, canali scavati per far passare le galere dei forzati delle crociere, autostrade teatralmente deserte, come ormai sono ridotti a denunciare perfino i ripetitori dei media di regime.

E così hanno resistito nell’ultima stesura i fondi per le grandi opere, con lo stanziamento di 3.890 milioni di euro di nuove risorse per rifinanziare il fondo infrastrutture individuate dal Dl Fare, e cioè per finanziare una serie di cantieri: le tratte ad alta capacità ferroviaria Terzo Valico di Genova, Verona-Padova, tunnel del Brennero, i metrò di Roma (linea C, tratta Colosseo-Venezia), Torino, Napoli (completamento linea 1).

L’articolo 1 rappresenta esemplarmente il “pensiero” che orienta e identifica priorità e indirizzi, se    per “sbloccare e accelerare” la realizzazione di due maxi progetti di nuove tratte ad alta capacità ferroviaria, la Napoli-Bari e la Messina-Catania-Palermo, i commissari straordinari  non  solo approvano i progetti ma anche li predispongono, e hanno libertà di appaltare i lavori sulla base di un piano preliminare,senza obbligo di preventivi, articolazione degli interventi, tempistica,  in modo da favorire  gli “imprevisti”, le “varianti in corso d’opera”, le urgenze, le eccezionalità insomma  che sono state alla base del sistema di tangentopoli  e poi i laboratori della moltiplicazione dei costi, delle manomissioni delle fatturazioni, dell’opacità del Mose, della Tav. In barba alla valutazione di impatto ambientale, anche quella retrocessa a inutile ostacolo burocratico, ai pareri delle sovrintendenze, degli anti a tutela della salute e delle amministrazioni incaricate della tutela ambientale, i commissari potranno  approvare ugualmente il progetto in 7 giorni,  così che gli interesse economici siano prevalenti rispetto alle istanze  collettive e confermate  da ripetute ordinanze della Corte Costituzionale. D’altra parte a  consolidare l’egemonia della straordinarietà e dell’arbitrarietà, basterebbe il ritorno alla grande del
silenzio assenso, origine di ogni possibile corruttela, simbolicamente ripristinato nella sua forma più discrezionale e spudorata in modo da aggirare e umiliare l’apparato già disgregato della sorveglianza sul paesaggio, il territorio e le risorse, quello delle soprintendenze, ma anche degli enti locali, degradati a semplici esattori, espropriati delle competenze in materia di licenze,   di localizzazioni per rifiuti o energia, che l’ambiente diventa – come nel caso degli impianti per la produzione da fonti rinnovabili,  un trucco per autorizzazioni e licenze facili, a danno del territorio e del paesaggio, perfino in aree finora sottoposte a regimi di particolare protezione. E viene concesso a chi lottizza di segmentare le opere di urbanizzazione, procedendo   per “stralci “funzionali” , funzionali a obiettivi speculativi   su misura delle del loro profitto, rinviando la realizzazione di quelle opere di maggior costo ed impegno, senza che le amministrazioni pubbliche possano intervenire per stabilire priorità e imporre il rispetto degli impegni assunti in sede di aggiudicazione.

In questa giungla è la rendita immobiliare a fare la parte del leone, così come ha voluto Lupi, avviando il sacco d’Italia con la svendita del demanio pubblico secondo  nuove regole, sorprendenti perfino dopo 40 anni di DC e 20 di Berlusconi: non è lo Stato che decide quali beni alienare ma i soggetti che gestiscono fondi comuni di investimento,  imprenditori del settore,  che  individuano le operazioni immobiliari più appetibili e presentano una proposta al Presidente del Consiglio, corredata da un semplice studio di fattibilità che reca un’ipotesi di destinazione d’uso. Si aggirano così le regole della pianificazione urbanistica, si cancella il prioritario interesse dello Stato a mantenere la demanialità e la disponibilità del bene, scompare ogni residua possibilità per i cittadini di intervenire nel processo decisionale, mai così spudoratamente lontano, chiuso ed esclusivo.

Sblocca Italia o Svendi Italia? viene da rimpiangere i militari che almeno scavavano buche e trincee per  poi riempirli di nuovo, per occupare i soldati. In questa guerra di voragini inutili, il lavorio è quello degli speculatori che hanno occupato suoli e democrazia.