Non è un caso se il mito della Fenice nasce originariamente in Persia, anche se poi la cultura greco romana lo ha derivato dall’Egitto. Sì, perché l’Iran, dopo un secolo e passa di sfruttamento, dittature filo occidentali e 50 anni di sanzioni, per non parlare della demonizzazione a pagamento del Paese da parte di prezzolati senza dignità, sta rinascendo dalle sue ceneri e lo sta facendo imponendo il tramonto dei suoi padroni. Dice Ben Rhodes, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti : “È difficile perdere una guerra così breve, in modo così completo”. E Yair Lapid, ex primo ministro israeliano e capo dell’opposizione, ha dichiarato che “non c’è mai stato un disastro politico simile in tutta la nostra storia”. In effetti i danni che Israele e gli Stati Uniti hanno inflitto a se stessi sono impressionanti, quasi quanto quelli che l’Europa ha inferto a se stessa con la sua maniacale russofobia.  JP Morgan ha calcolato che, in base al nuovo accordo sui pedaggi di Hormuz (che gli Stati del Golfo hanno confermato essere consentito dal piano di cessate il fuoco), l’Iran potrebbe ottenere 70-90 miliardi di dollari di entrate annuali aggiuntive, pari al 20% del suo Pil, ovvero  la rendita geografica più preziosa del pianeta, visto che il Canale di Suez frutta all’Egitto  9-10 miliardi di dollari all’anno e quello di Panama circa 5 miliardi.

Tutto questo perché Trump, plagiato da Netanyahu e da un ambiente di cretini evangelici, una volta fallito il blitz assassino che avrebbe dovuto provocare una rivoluzione a Teheran, non ha compreso per niente il significato di questa capacità di resistenza, ha pensato (ma mi rendo conto che questa è una parola un po’ troppo impegnativa per il personaggio) che avrebbe potuto comunque vincere la partita bluffando, come ha sempre fatto nella sua vita da miliardario. Una volta esauriti i missili di attacco e pure quelli di difesa, ha minacciato un’azione di terra che che già sulla carta era una follia, poi ha pensato addirittura all’atomica, poi è passato alla finzione della pace e alla fine è ricorso al blocco navale per il quale gli Usa non hanno i mezzi sufficienti perché per evitare i missili iraniani devono tenersi minimo a più di mille chilometri di distanza. E infatti proprio ieri la Casa Bianca ha annullato il blocco che peraltro era solo una barzelletta e in sostanza ha fatto capire che si trattava solo di una speculazione di borsa. Ma bluffare non è mai una buona strategia con chi non può comunque ritirarsi dal gioco perché ne va della sua stessa esistenza. Non è come ottenere una lottizzazione. Il risultato finale lo sintetizza Jennifer Kavanagh, ex direttrice del programma Army Strategy della Rank corporation, uno dei più influenti think tank americani: “alzando la posta in gioco così in anticipo, ha massimizzato il danno alla percezione della potenza statunitense. Questa è una chiara sconfitta strategica per gli Stati Uniti”.

Questa guerra si differenzia profondamente da quelle. purtroppo innumerevoli, che gli Usa hanno provocato a partire dal 1950: Afghanistan, Libia, Iraq, Serbia e chi ne ha più ne metta. In questi casi c’era un immenso squilibrio di potere tra aggressore e vittima che poteva essere superato solo grazie alla guerriglia come appunto era avvenuto in Vietnam, dove il programma di calpestare un intero popolo era fallito. Ma anche in questo caso la situazione era stata gestibile, perché, alla fine, lo sconfitto appariva ufficialmente il governo fantoccio del Vietnam del Sud, anche se la fuga degli americani e dei loro manutengoli locali da Saigon, ha regalato immagini che sono rimaste iconiche: l’ultimo elicottero che si alza dalla terrazza dell’ambasciata Usa con la gente che tenta di aggrapparsi al velivolo o il segnale per la fuga che era White Christmas cantata da Bing Crosby. Ma perdere in maniera simmetrica con i  caccia più avanzati che vengono abbattuti, le basi distrutte, i radar da miliardi di dollari mandati al macero, persino una portaerei colpita, insieme ad altre navi e il dominio del passaggio oceanico più importante al mondo da parte dell’avversario, è tutto un altro paio di maniche. L’unico successo non moralmente degradante che gli Usa hanno ottenuto è di aver danneggiato la ferrovia a grande capacità Cina – Iran. Ma adesso è già ricostruita e vi affluiscono migliaia di armi contraeree.

Tutto questo avrà un prezzo sia per gli Usa che per Israele. Per esempio è quasi passato sotto silenzio il fatto che il Pakistan abbia trasferito pochi giorni fa due squadriglie di caccia (cinesi, peraltro) in Arabia Saudita, nell’ambito di un’ alleanza militare firmata lo scorso anno. Ora il Pakistan  è l’unico Paese a maggioranza musulmana a possedere armi nucleari e ciò significa che l’Arabia Saudita, che per decenni ha fatto affidamento sull’ombrello militare americano, ora ha la sua “assicurazione nucleare”. Ma l'”assicuratore” non è Washington, bensì Islamabad. Tutti stanno comprendendo che ogni alleanza con gli Usa è un alleanza a unico vantaggio degli Usa. Sto aspettando che qualcuno lo capisca anche qui, anche se alcuni segnali ci sono, per esempio la chiusura del proprio spazio aereo ai velivoli militari americani e israeliani da parte della Spagna. Certo più teorica che pratica vista che la penisola iberica è distante dal teatro di azione. Ma questi primi segnali che vengono dalle colonie dovrebbero far riflettere Washington, se ci fosse qualcuno a farlo.