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Pesce d’aprile o pesce in barile

fis Anna Lombroso per il Simplicissimus

Va a sapere se sono solo di frutto di fantasia le voci di corridoio che sussurrano come dopo il pistolotto di Rula Jebreal a Sanremo si starebbe negoziando una comparsata del fondatore della sardine, Santori.

Diciamo la verità, la sua presenza avrebbe un’autorevolezza superiore perfino a quella della giornalista che pure annovera nel suo passato una relazione d’amore con l’ex Pink Floyd Roger Waters, per via della competenza musicale che l’idolatrato piccolo imperatore delle piazze ha maturata nell’organizzazione del concerto di sostegno alla campagna elettorale del Pd in Emilia, al quale parteciperanno, come lui stesso ha trionfalmente annunciato,  i Subsonica, gli Afterhours e altri, che ci auguriamo non saranno costretti a intonare l’inno del movimento: “6000 (siamo una voce)” che recita “In questi giorni di politici né carne né pesce tutti cambiano partiti come cambiano scarpe. Papà Mameli ci voleva desti, un po’ in ritardo, ma adesso siamo svegli! Siamo Sardine e siamo tante. Siamo formiche col passo d’elefante. Siamo l’Italia che si sta svegliando. Guarda le piazze: stiamo arrivando!”.

Ma intanto, sempre a proposito di colonne sonore,  il simpatico giovanotto ci ha tenuto a sottolineare che le sardine avevano già scelto la loro canzone guida: “Come è profondo il mare” di Dalla, ma che poi la piazza invece li ha superati a sinistra cantando Bella ciao.  E i capi, senza il timore di essere tacciati di populismo pop, l’avrebbero assecondata benevolmente: perché, è sempre Santori, un fan degli ossimori,  a fare outing: “Io sono un “moderato di sinistra” ma le Sardine no, nel momento in cui raccogliamo consenso trasversale. La componente più forte del movimento è progressista, ma non lo possiamo definire ufficialmente di sinistra“.

E’ stata una benigna concessione, quella che ha permesso alle piazze di cantare Bella Ciao, ma, ha ribadito più volte,  il movimento “spontaneo” ha  bisogno invece per crescere di disciplina, di autorità riconosciuta  nelle figure che ne incarnano la leadership autonominatasi, e che, sono le sue parole, “prima di insegnare bisogna fare silenzio”, ma non il suo,  se invece reclama l’imposizione di regole, quelle che devono servire all’affermazione della buona politica – come un Veltroni qualsiasi –  quella  con la P maiuscola che consiste nel “delegare qualcuno che è competente e affronta temi complessi”. Insomma  quella  della rivoluzione pacifica e educata che ha come primo obiettivo, propagandato anche in musica con le bande del 19 gennaio, una settimana prima del voto,  battere la candidata leghista in lizza in Emilia Romagna  sullo stesso terreno, quello del federalismo che Bonaccini chiama   pudicamente necessaria autonomia mentre la Bergonzoni lo rivendica sgangheratamente come riscatto secessionista, ma che poi è proprio la stessa cosa  tenersi parte degli introiti fiscali, favorire il passaggio dei servizi ai privati, penalizzare le regioni “fardello” del Sud chiudendo gli occhi indulgenti sulle proprie evasioni locali, consolidare le suole “paritarie” e le università come propedeutiche al lavoro flessibile, impoverendole della loro funzione formativa e pedagogica.

E che guarda con trepida attesa all’altra rivoluzione pacifica, quella del Pd di Zingaretti, l’unico partito che “ha dato retta alle sardine”, come si può osservare dalla determinazione messa nel cancellare le infami misure del nemico n.1.

Se invece poi non ci avesse  pensato, ci sarebbe da suggerire alla Rai di aggiudicarsi la presenza di un così prestigioso influencer, a dimostrazione che, contro quello che in troppi abbiamo affermato alla sua irruzione sulla scena della politica spettacolo, che cioè incarnasse un vuoto di idee, pensieri, valori,  si tratta invece  dell’elemento di coagulo, nelle piazze benpensanti, dei principi del politicamente corretto che ha coperto il massacro sociale al servizio delle oligarchie dominanti.

Tanto è vero che la loro citazione di quella desiderabile nonviolenza, che andrebbe inserita come ingrediente primario nelle ricette del confronto politico,  inteso come negoziato e contrattazione tra i bisogni della classe meno disagiata  che vive qualche rimasuglio di benessere  e i poteri, reclama la fine dell’unico conflitto che fa paura, quello di classe.

Sarebbe un  palcoscenico appropriato il festival canoro, per quel “pieno” moderatamente di sinistra di quei ragazzi dell’età di Giorgiana Masi, di Walter Rossi, oggi vezzeggiati da quelli che hanno preferito dimenticare chi sono stati o che forse non sono mai stati come dicevano di essere, quel “pieno” di chi accomuna nella repulsione per Salvini largamente condivisibile, il disprezzo per chi sta sotto e che non condivide la loro adesione entusiastica alla visione (che unisce Lega, Pd, Forza Italia, Meloni)  neoliberista, mercatista e privatizzatrice, che corre festosa nel ventre europeo sulle rotaie dell’alta velocità, dentro ai tunnel cadenti d’Italia, sui motorini dei pony di Foodora e JustEat, dentro al cosmopolitismo del turismo, dell’Erasmus, e della cucina fusion che offre opportunità i reduci dai master acchiappacitrulli come lavapiatti a Londra o “volontari” all’Expo o a Eataly trasmessa per via dinastica.

Chissà se qualcuno in quelle  piazze si è accorto che era uno scherzo, un pesce d’aprile o un pesce in barile, quando nessuno ha chiamato a raccolta per quell’effetto del succedersi di decreti sicurezza che si chiama “Dosio in carcere” per il reato di opposizione, o contro i crimini della potenza militare che ha colonizzato anche il loro immaginario, pure quelli ampiamente deplorati e messi al bando dalla Carta costituzionale.

Eppure la loro pretesa di innocenza che per opinionisti innamorati rappresenta la loro cifra, la non “compromissione”  cioè “di chi non porta le (tante) colpe di chi in questo ventennio ha assunto ruoli e funzioni politiche”, non li esonera certo dalla responsabilità per il presente e il futuro.

Sono quelle le  responsabilità che sentono invece tanti  che senza tribune, interviste, presenze televisive,  che non hanno i mezzi potenti e gli appoggi necessari a organizzare concertoni che hanno il loro discutibile precedente nelle celebrazioni del Primo Maggio alla memoria dei valori e delle conquiste del lavoro, magari ecumenicamente insieme a Confindustria, rave, adunate, ma che lavorano invece con la controinformazione per far circolare la volontà dei cittadini a partecipare ai processi decisionali che interessano i loro territori, quelli che si battono contro la Tav, le trivelle, le militarizzazioni di intere aree delle loro regioni, per il diritto alla casa, perché Sigonella e Aviano non siano le servitù che dobbiamo a quello che ancora vorrebbe essere il padrone e il guardiano del mondo, alle organizzazioni di terremotati e volontari che da tre anni vivono la vergogna infamante del dopo sisma, di quelli che hanno capito che il razzismo – quello contro gli stranieri e contro il terzo mondo interno – è una declinazione del totalitarismo, come l’imperialismo, il colonialismo, la xenofobia. Che hanno capito che  non basta detronizzare uno scellerato se non si contrasta il reame e il suo sistema, anche quando assume fattezze più accettabili, ma ne applica le stesse regole, le stesse misure, stringe gli stessi patti osceni nell’inferno libico con despoti e tiranni.

Qualcuno degli entusiasti del fan club ha scritto che “è sempre più evidente che non sono più gli adulti a trasmettere ai giovani saperi, esperienze, conoscenze, competenze, aspirazioni. Ormai la cultura non è più esclusivamente discendente, dai genitori ai figli, ma è in buona parte ascendente, dai figli ai genitori”. Una teoria che assomiglia tanto alla infatuazione delle croniste “fashion victim” e dei sociologi un tanto al metro per Mary Quant, per il look di Carnaby Street, insomma per la moda che a loro dire veniva dalla strada, per le trovate ispirate agli stilisti dagli outfit della ragazze che mettevano insieme gli abiti di mamma, l’usato militare, le pellicce sintetiche e quelle delle star incantevolmente tarmate.

E infatti si parlava di moda. E   di moda si parla anche in questo caso, e la moda è una cosa seria perché muove capitali, però non smuove invece il capitalismo e non vuole nemmeno lontanamente insidiarne l’egemonia e nemmeno il prestigio, semmai aggiungerci qualcosa che lo rafforzi come l’auspicata “democrazia digitale” in sostituzione futurista di quella reale, in fondo al cassetto dei sogni.

Ma non c’è da stupirsi: «Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero» hanno rivendicato i leader nel loro manifesto così glamour, che non annovera tra i pericoli ingiustizia e iniquità, catalogati come adolescenti ancorché trentenni, in corsa verso il domani, e che amano “le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”.

E dire che per anni abbiamo pensato che era da combattere quella pretesa normalità artificiale che omologava, spingendo a una uguaglianza verso il basso: tutti più poveri salvo pochi, tutti più umiliati salvo gli eletti, tutti più servi salvo i padroni, tutti più rinunciatari senza nemmeno il desiderio e l’attesa dell’utopia.

 

 

 

 


Ai cittadini non far sapere…

banchett Anna Lombroso per il Simplicissimus

Notti fa dopo aver visto un telefilm scandinavo che aveva come protagonista una giornalista di cronaca nera, non riuscivo più a prendere sonno.

No non era una storia “de paura” anche se quelle rarefatte  atmosfere nebbiose sono inquietanti. No, è che proprio quel giorno avevo letto che all’insaputa di tutti, i consiglieri della regione autonoma siciliana si erano aumentati gli emolumenti come doveroso e meritato riconoscimento per la loro attività al servizio della cittadinanza. Mentre invece nello sceneggiato la cronista si presenta in un ufficio di relazioni con il pubblico di una istituzione e chiede qualcosa che per noi è inimmaginabile, fantascientifico, utopistico: prendere visione delle ricevute delle carte di credito di un amministratore, a cominciare da quelle che dimostrano la sua frequentazione di un night club di audaci spogliarelliste. Da lì avrà inizio la sua indagine a conferma che i paesi più civilizzati non sono esenti dall’eleggere cretini pruriginosi e puttanieri che per giunta pagano i loro diletti coi soldi dei contribuenti, pur sapendo che verranno beccati in flagrante o subito dopo.

Pensate se accadesse da noi, pensate che miserabile repertorio di consumi sconcertanti verrebbe messo a disposizione del cittadino, calzini, leccalecca, mignotte e viados, straordinari per guardie del corpo convertite in reggimoccolo durante incontri piccanti, sexy toys, plateau di ostriche, oltre al repertorio tradizionale di cene, festini, gite con amici e famiglia, appartamenti vista mare, restauri delle seconde case e seconde case stesse, promossi grazie a quella riforma della Costituzione che offrì in tempi non sospetti di secessione- era di moda chiamarla risposta a istanze sacrosante di federalismo –  una superiore autonomia di spesa alle regioni, senza l’onere e la responsabilità di reperire le risorse necessarie a finanziarle.

La modifica del Titolo V prevedeva inoltre nuove competenze (la più importante fu la gestione della sanità) con un incremento dei costi del 74%, il 23% dei quali destinato a coprire quelli di gestione ordinaria,   e una autodeterminazione in materia organizzativa, che permetteva di stabilire quanti consiglieri avere, quanti assessori e come organizzarli. A beneficiarne furono quelle a statuto ordinario e quelle a statuto speciale, alla pari nella dissipazione combinata con l’impotenza, l’inadeguatezza e l’inefficienza di scatole vuote, cui è stata affidata gran parte delle competenze delle province mai davvero cancellate e consegnata la loro forza lavoro esuberante.

E siccome tra le affezioni patologiche  di queste macchine da traffici illeciti, improduttività, mediatori  nell’ambito dei negoziati opachi cui si è ridotta la conservazione del territorio, la sua pianificazione e i servizi connessi come ad esempio la gestione dei rifiuti, si può annoverare anche l’insaziabilità, si va allargando il numero delle regioni che pretendono maggiore “indipendenza” in materia fiscale, tema caro soprattutto a quelle nelle quali è accertata la più elevata evasione, come in Veneto che vanta un primato con 9 miliardi di tasse evase, una cifra enorme,  che pesa per l’8,5% sulla quota nazionale, in un territorio che produce il 9,3% del Pil italiano, e Lombardia,  (già godono della compartecipazione all’IVA, e dell’addizionale IRPEF e IRAP ma la rivendicazione riguarda la possibilità di   conquistare altre roccaforti oltre a quelle   già occupate della scuola   e dell’università, dell’assistenza e del governo delle politiche ambientali,  grazie alla “appropriazione” – legittima a loro dire  – del  cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale.

Figuriamoci se questa operazione avviata da una solida alleanza di governatori leghisti, di presidenti che godono dell’appoggio incondizionate di piazze che chiedono trasparenza e rispetto della Costituzione, di altre che non si accontentano pur potendo approfittare di festose specificità, non è stata preparata da anni limitando per via di legge l’accesso dei cittadini alle informazioni, la possibilità e il diritto a partecipare ai processi decisionali e a prendere visione di capitoli di spesa e di investimenti dai più strategici a quelli apparentemente marginali. Io tanto per fare un esempio inseguo da anni il progetto di venire a conoscenza di quanto spende la Regione Lazio non per la predisposizione del piano regionale dei rifiuti, cimento troppo arduo, ma del più trascurabile impegno generoso e benevolo profuso a sostegno di cinepanettoni e serie Tv magari ambientate in Val d’Aosta o Friuli, o prodotte e girate in paesi esteri.

Infatti in festosa coincidenza con alcuni provvedimenti partoriti dai governi Renzi, come la “legge obiet­tivo” o il decreto “sblocca Ita­lia”, con le misure straordinarie prodotte per semplificare le procedure riguardanti la Tav escludendo la molesta presenza delle comu­nità locali in occasione di deci­sioni cru­ciali riguar­danti il loro habi­tat, con la revisione della Via mirata alla siste­ma­tica estro­mis­sione dei cit­ta­dini e delle isti­tu­zioni inte­res­sate dalle deci­sioni e dal con­trollo sulla effet­tiva uti­lità e sull’iter delle opere, proprio le regioni si sono adoperate  nell’ambito delle leggi di governo del territorio e di tutela del paesaggio e anche adot­tando pro­ce­dure di con­sul­ta­zione pura­mente appa­renti e fittizie, a limitare i diritti all’informazione dei cittadini, confermando la per­ma­nente e totale imper­mea­bi­lità a richie­ste, appelli, sol­le­ci­ta­zioni ed espo­sti di isti­tu­zioni ter­ri­to­riali, comi­tati spontanei,  tec­nici e intel­let­tuali  (come nel caso dell’aeroporto di Firenze) e la volontà che pro­te­sta e opposizione siano retrocessi a pro­blemi di ordine pub­blico deman­dati al con­trollo mili­tare.

E’ successo con la sciagurata legge urbanistica dell’Emilia-Romagna o della Sardegna, succede con la Toscana che sulla carta nell’ambito di provvedimenti e addirittura con una legge ad hoc fa mostra di avere a cuore la promozione della partecipazione, ma che da anni non risponde ai quesiti di cittadini, comitati, associazioni e organizzazioni che chiedono di essere messi a parte delle decisioni relative ai piani strutturali, a quelli paesaggistici, all’iter delle opere, delle infrastrutture e dell’urbanizzazione, né più né meno di quanto è avvenuto per il Mose, o di quanto sta avvenendo per gli stadi o per le Olimpiadi.

Se l’esclusione, se la promozione dell’ignoranza e dell’inconsapevolezza sono segnali inequivocabili dell’egemonia di un sistema di potere  detenuto da  lobby eco­no­mi­che e finan­zia­rie nazio­nali e sovra­na­zio­nali e delle isti­tu­zioni che così possono disporre senza limiti e senza con­trolli delle risorse del ter­ri­to­rio estro­met­tendo le popo­la­zioni inte­res­sate, colpevoli di essere por­ta­trici di inte­ressi par­ti­co­la­ri­stici e campanilistici, allora per questo si deve scendere in piazza insieme a chi combatte ogni giorno senza inni e senza gadget, per i diritti di cittadinanza.

 

 

 

 


Sos, Servizio Obbligatorio di Sudditanza

groù Anna Lombroso per il Simplicissimus

Devo fare una pubblica ammissione  della colpa che insieme al populismo pare essere diventata la più odiosa. La mia carriera di sovranista è cominciata molti anni fa, quando bambina per mano ai miei genitori sfilavo scandendo “fuori l’Italia dalla Nato” e quel che è peggio ho continuato così anche quando il compagno D’Alema ci trascinava festosamente in una delle campagne belliche più  infami e ingiustificate, quando l’alleanza ci costrinse a comprare armamenti pena l’allontanamento invece di investire in servizi e tutela del territorio, quando intere regioni hanno subito l’oltraggio di essere convertite in aree militarizzate, in poligoni di tiro dove far divertire generali e truppe americane con war games che non sperimentano in patria per via degli innegabili danni che producono, ma anche per farci sentire ancora dal 1945 il peso del tallone di ferro dei “liberatori”.

Non avevo capito però che questo significasse essere sovranista, mentre avevo iniziato ad averne consapevolezza quando mi sono infuriata per la volontaria abiura dal potere decisionale in materia di scelte  economiche imposto con la sottoscrizione del patto di sudditanza del fiscal compact, e dunque con la rinuncia a una identità statale in favore di una “nazione” superiore, la cui appartenenza impone  l’abdicazione e l’abbandono volontario di prerogative e diritti, ma soprattutto responsabilità. Tanto è vero che da anni l’impotenza e la cattiva volontà di governi trovano un alibi ed una motivazione proprio in quei vincoli che non premettono di “servire il popolo” per dipendere e soddisfare le esigenze di una entità dispotica.

Ed è probabilmente proprio a motivo di ciò che la condanna del sovranismo è trasversale e coinvolge quelli che lo reputano una professione di fede “economicistica”  che si  basa sulla convinzione demiurgica e illusoria che è solo il recupero della sovranità monetaria a poter generare crescita, grazie al ruolo egemone accordato alle banche centrali, alla facoltà di sottrarsi da vincoli monetari anche permettendo la svalutazione delle divise nazionali,  prescinde dall’esistenza di classi sociali e dunque dei possibili effetti redistributivi di queste misure. Ma è abbracciata anche da chi lo interpreta come l’arcaico cascame della Destra nazionalista.

Ora anche quella bambina che gridava ai cortei “Nixon boia” era in grado di capire che c’è poco da fidarsi delle censure teoretiche opposte dagli economisti  verso altri economisti e altre liee di pensiero, avendo a che fare con una scienza dell’improbabile e dell’imprevedibile, quando ogni crisi si verifica come un fulmine a ciel sereno inatteso, che rompe l’equilibrio dell’unica certezza che ispira i premi Nobel e i governi dell’impero, che il mercato si regola e si cura da sé con i suoi meccanismi, che le emergenze e i fallimenti sono l’effetto  di politiche fiscali o monetarie errate, troppo lassiste e permissive.

E quella stessa bambina anche se non era posseduta  dal mito della superiorità morale e sociale dell’Urss  era già consapevole che in mancanza di meglio, che nella improbabilità di una rivoluzione per di più permanente, la sovranità economica dello Stato potesse interpretare e rappresentare gli interessi della classe degli sfruttati,  lottando contro il capitale reo  dell’impoverimento delle classi subalterne e della perdita delle loro facoltà decisionali.

Ma oggi avere questa consapevolezza non è così facile e immediato: troppi danni ha fatto l’ideologia neoliberista in termini di percezione e perfino di semantica. Poteri e competenze dello Stato sono stati stravolti per favorire la sua conversione in entità soggetta alla tirannia e alla vigilanza del mercato, inviso in qualità di esattore e gradito quando svolge pietosa opera di aiuto compassionevole alle imprese e al padronato con sovvenzioni e leggi in favore delle rendite e del profitto, sfiduciato dai cittadini  e ridimensionato anche nell’immaginario  in favore del sovrastato cui è obbligatorio continuare ad aderire, pena l’espulsione dalla modernità cosmopolita che ci regala l’Erasmus, la Tav, i bombardamenti recanti con sé rafforzamento istituzionale e democrazia nelle lontane province che hanno osato costituirsi troppo a ridosso di basi Nato e pozzi petroliferi.

Così si è fatta strada una vulgata che  per sovranismo intende unicamente le istanze di rivendicazione autonomiste su base nazionale (Quebec, Irlanda, Palestina, ecc.),  o la perversa determinazione di un paese a uscire da un contesto penalizzante, dunque sinonimo per l’opinionismo politicamente corretto di impulsi irrazionali e fascisti, tanto che la Treccani ne dà una decodificazione che pare dettata da un guru delle Sardine come di un “atteggiamento mentale caratterizzato dalla difesa identitaria del proprio presunto spazio vitale”, alla pari con altre perversioni del passato sopravvissute solo tra frange psichicamente deboli, comunisti, anarchici, antagonisti persuasi che esista ancora la lotta di classe anche se si muove all’incontrario e che ci si è esercitato intorno per diagnosticarlo come patologia perfino Recalcati, che non perde un colpo nell’indicare come la salute dell’inconscio dipenda strettamente dalla possibilità di addomesticare il capitalismo e addolcirlo purgandolo dalla sua avidità, dalla “febbre della gola” rispetto, cito,  al “carattere ascetico della ritenzione anale”.

Non deve stupire: denuncia ancora una volta l’eclissi del pensiero e dell’azione della sinistra perdente o arresa all’ordoliberismo, arruolata o sgominata dal pensiero unico che consolida la convinzione del carattere di “legge naturale” incontrastabile del capitalismo.

Eppure una “sovranità” che si esprima come volontà di un Paese e del suo popolo non è e non deve essere necessariamente nazionalismo, se parla di autodeterminazione, se la sua distinzione tra interno ed esterno non si sviluppa come xenofobia ma come capacità di disegnare uno spazio del quale il soggetto politico è responsabile, con la facoltà di decidere sulla pace e sulla guerra, sulle alleanze e le ostilità, senza doversi assoggettare a interessi e domini “altri”, annettersi a aree di influenza e intese squilibrate.

Ma ormai sembra che non si possa sfuggire al vassallaggio imposto anche da un sistema giuridico internazionale che legifera ed è vincolante per i soggetti che agiscono sullo scenario globale, tanto che l’Onu si incarica di esercitare azioni di polizia e ingerenze, tanto che tribunali penali internazionali decidono di perseguire i supposti autori di reati sottraendoli ai tribunali dei singoli paesi e facendo esplodere il conflitto tra diritti umani e diritto nazionale e internazionale, aggirando le leggi degli Stati in favore di quelle del soggetto che ha prevalso in qualità di guardiano e giudice.

Il fatto è che la sovranità soprattutto se rappresenta una voce che non vuole essere coperta dalle cannonate, è una cosa seria e non dovrebbe essere lasciata nelle mani né dei mercanti né dei loro commessi  del supermercato globale.


Dosio in carcere: gulag per i dissidenti

arrestonicolettadosioL’anno finisce come si merita: con un ennesimo crollo sulla rete autostradale attorno a Genova e con la militante No Tav Nicoletta Dosio arrestata e portata nel carcere delle Vallette, nonostante abbia 74 anni e la sua colpa sia solo quella di aver occupato per mezz’ora un casello autostradale 8 anni fa. Entrambe queste cose messe assieme danno una’idea assolutamente realistica di che cosa sia effettivamente la libertà al tempo della peste neoliberista: un’illusione. Gente che ha procurato per incuria e profitto una strage con oltre 40 vittime non solo rimane nelle proprie lussuose magioni, ma continua tranquillamente a detenere quelle concessioni così mal meritate e viene difesa a spada tratta  dalla Confindustria che proprio alla fine del 2019 ha la faccia di bronzo di dirsi “preoccupata” per la possibilità che le concessioni, evidentemente considerate alla stregua di feudi intoccabili, possano essere revocate anche se non vengono rispettate le obbligazioni e persino in caso di strage.

Se una cosa simile si fosse verificata a Hong Kong o in Venezuela avremmo le prime pagine dei servi da penna e da tastiera riboccanti di indignazione, ma quando si tratta di difendere un sistema che ha fatto della totale diseguaglianza economica, politica, giuridica, il suo fine ultimo, ecco che la musica cambia e tutto rientra nell’ordine naturale delle cose, nella giusta misura. Anzi costoro sembrano persino felici di esalare lo spirito vendicativo con cui le cosche politico affaristiche delle grandi opere infieriscono sui loro avversari. Questo è quanto accade nell’intero occidente, ma da noi assume caratteristiche talmente chiare, vergognose, esplicite che c’è da domandarsi come il Paese non insorga contro i suoi mezzani politici e anzi trovi la voglia di riempire le piazze in appoggio a tutto questo, facendole puzzare di pesce marcio nemmeno buono per il gatto.

Quando parlo di vendicatività so quel che dico perché è ben noto che dopo i 70 anni per legge non si può andare in carcere e anzi si può essere liberati ed espiare la pena “nella propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura, assistenza ed accoglienza” se per caso si fosse già nelle patrie galere. E’ vero che la Dosio ha rifiutato questa misura, nonostante le spetterebbe di diritto, ma di certo il sistema giudiziario potrebbe trovare qualche appiglio per evitare il carcere. Ammesso che una condanna a un anno di reclusione (per un danno stimato di 770 euro) non implichi la quasi automatica applicazione della condizionale, cosa che si fa regolarmente con fior fior di mafiosi, assassini  e di corrotti. In realtà se il codice formale prevede pene relativamente piccole per questo tipo di reato, quello materiale asservito al potere considera l’opposizione a una grande opera inutile un gravissimo delitto contro l’ordine costituito, addirittura terrorismo contro la cupola del potere reale. Se volessimo metterla su questo piano l’interruzione di pubblico servizio per mezz’ora provocato dalla Dosio è niente in confronto alle centinaia di migliaia di ore di interruzione dovuti alla scarsa manutenzione delle autostrade dei Benetton – Atlantia. Se fosse solo per questo e non solo per la strage del ponte quanti anni si dovrebbero beccare? Invece per Nicoletta Dosio è arrivata la detenzione proprio in tempo per fare capodanno in carcere, altro segnale di “trattamento particolare” che vuole colpire non tanto i fatti quanto le idee, la dissidenza che va giustamente punita con il gulag.

La giustizia non è ingiusta per gli errori giudiziari che possono sempre accadere o per le leggi incoerenti, cosa quasi ovvia in un Paese divorato da una corruzione talmente pervasiva da farsi norma o prassi legale, è ingiusta principalmente per il fatto che i suoi stessi meccanismi smentiscono di essere uguale per tutti: severa, implacabile, puntigliosa con i deboli, comprensiva e timida con i forti.

 


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