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Torino, i piromani del mercato

incendio  Anna Lombroso per il Simplicissimus

In pochi minuti come in una qualsiasi Notre Dame, o in un bosco che si vuol “valorizzare, le fiamme sono divampate nelle Pagliere, le ex stalle della Cavallerizza Reale, storico complesso architettonico nel centro di Torino, dichiarato patrimonio dell’Unesco nel 1997 che aveva motivato la designazione in quanto offrirebbe «una panoramica completa dell’architettura monumentale europea nei secoli XVII e XVIII, utilizzando lo stile, le dimensioni e lo spazio per illustrare in modo eccezionale la dottrina prevalente della monarchia assoluta in termini materiali». E cui è giusto guardare non come a un singolo monumento, ma come un «un pezzo di città in forma di palazzi concatenati secondo uno schema ortogonale», costruito – tra Sei e Settecento – da architetti come Amedeo di Castellamonte, Filippo Juvarra, Benedetto Alfieri.

Per ora non è stata effettuata una diagnosi dell’accaduto ma si parla di una origine dolosa, come quella del rogo che distrusse i magazzini del Circolo dei Beni demaniali nel 2014, chiamando i causa i soliti sospetti: “pericolosi” collettivi di artisti e rider, a detta del presidente della regione Piemonte Alberto Cirio si è espresso sul tema, nel corso di un incontro tenutosi in Confindustria: «Stanotte è andato a fuoco un patrimonio Unesco dell’Umanità perché da tempo era occupato abusivamente senza che le istituzioni se ne siano particolarmente occupate perché tornasse la legalità».

È facile immaginare in cosa consisterebbe la legalità secondo le autorità e i manager che si sono avvicendati sulle influenti poltrone del “sistema Torino”. Perché l’insano gesto di ieri è l’ultimo di una catena anche quella insana, per mettere fine con l’intimidazione da racket a un processo di riappropriazione  di un bene comune da parte di cittadini avveduti. Fu il sindaco Fassino, che come le altre majorettes dà una personale interpretazione dello sviluppo come svendita del territorio, realizzazione di grandi opere e alte velocità, a avviare, grazie al passaggio autorizzato dalla Direzione regionale dei Beni Culturali  dal Demanio al Comune  senza imporne lo status di proprietà pubblica,  la infausta vendita della Cavallerizza, che era nel frattempo diventata parte del Teatro Stabile aprendosi alla città come luogo di spettacolo,  al Fondo di cartolarizzazione della Città di Torino, perché ne disponesse in forma redditizia e speculativa, come di un qualsiasi bene immobiliare, tanto che nel 2013 sono state interrotte le rappresentazioni e il pubblico in sala era limitato ai potenziali acquirenti del  monumento a prezzo di saldo: 12 milioni di euro.

Perfino l’Unesco,  che sugli interventi del mercato nelle azioni di salvaguardia è di bocca buona, denunciò il rischio che, grazie a quegli atti che non ne tutelavano la qualità di bene comune e pubblico, la Cavallerizza potesse far cassa diventando un relais di lusso o un centro commerciale, proprio come faceva sospettare il piano di “valorizzazione” del complesso proposto dalla società privata Homers, su incarico della Compagnia di San Paolo, riconfermando  che la proprietà e la progettazione della sua destinazione erano state privatizzate.

Così in quegli  anni nei quali i veneziani combattevano per riprendersi e godersi la bellezza dell’Isola di Poveglia, i napoletani l’Asilo Filangeri , i siciliani la loro Riserva dello Zingaro a San Vito lo Capo, i romani il loro Teatro Valle, gruppi di cittadini, associazioni e centri sociali e culturali  occupano la Cavallerizza perché sia e resti dei torinesi e perché non  diventi “un albergo, un ristorante, ma neanche un bel museo in cui costerà caro entrare… ma un luogo che risponda alle esigenze di chi vive la città, non di chi ci specula”, proprio come vuole la nostra Costituzione.

L’arrivo dell’Appendino accende qualche speranza con quelli che chiama “ i processi di partecipazione e dialogo” e che il suo vice Montanari  interpreta per realizzare   «l’obiettivo non solo di restaurare il bene secondo le indicazioni della Soprintendenza ma anche instaurare un processo di fruizione e gestione pubblica innovativo», chiedendo l’avvio della de-cartolarizzazione.

Apriti cielo! l’assessore al Patrimonio richiama al doveroso buonsenso dei conti della serva, ricorda che se privati in veste di mecenati si comprano il complesso per farne un hotel, ci può scappare come fertile compensazione anche una residenza per studenti e che dunque la strada giusta è quella del “coinvolgimento” di generosi operatori economici cui affidare quel patrimonio che l’ente pubblico non è in grado di mantenere. Montanari si arrende e firma il Protocollo d’intesa  – “ridimensionato” nelle ambizioni originarie prevedendo bar, ristoranti esercizi commerciali e una piazza,  a fronte di residenze per studenti e un ostello – con la Cassa Depositi e Prestiti, proprietaria di una porzione importante della Cavellerizza, cui viene affidato il compito di realizzare il progetto per il restauro di tutto il complesso seicentesco e che ha l’incarico di trovare investitori “adatti”, in grado di conciliare esigenze di tutela, godimento del bene da parte dei cittadini e attrattività per eventuali attività commerciali profittevoli.

Ora non sappiamo se ci sia stata scarsa solerzia da parte della Cassa, ma nessun investitore “adatto” si fa avanti, nemmeno quelle fondazioni bancarie un tempo così attive e che hanno stretto ormai i cordoni della borsa, disposte ad aprirla solo in caso di grandi buchi, gallerie, colate di cemento, grattacieli protesi verso il cielo della modernità costruttiva.

Non sarà certamente solo per via della Cavallerizza che la sindaca 5stelle si libera nel luglio scorso dello scomodo vice, storico dell’architettura e urbanista, ambientalista e fervente No-Tav reo di aver fatto scappare il Salone dell’auto dal Parco del Valentino, diventato sgradito per la sua posizione troppo rigida nei confronti dei fasti del “progresso”, delle grandi opere e dei grandi eventi-  proprio come la Raggi espelle dal corpo della giunta l’altrettanto molesto assessore Berdini. Si tratta di una caso esemplare in più che rivela come l’acquiescenza nei confronti della potenza dello sterco del diavolo, l’assoggettamento alle leggi del mercato, accompagnate dal timore di ritorsioni, multe, sanzioni, dallo spauracchio della cattiva reputazione presso i “giudici” delle cancellerie e alla preoccupazione per la compromissione delle buone relazioni con prepotenti alleati siano proprio diventate una cifra dei sempre più cauti e  irresoluti amministratori e dirigenti del Movimento.

E adesso vien buono un sospetto incendio a dimostrazione per l’ennesima volta e in ossequio all’ideologia dell’emergenza,  della necessità di consegnare i gioielli di famiglia in buone mani, quelle di chi ha i soldi per farli fruttare, per venderli a offerenti disposti a accollarsi anche le ceneri dalle quali far risorgere i monumenti e i templi definitivamente aperti ai mercanti.  

 

 

 

 

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Masochisti con le ali

dominantiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte abbiamo detto che per fare una diagnosi del confronto politico in corso, del palcoscenico dove è in scena e dei suoi attori ci vorrebbe lo psichiatra, tra delirio di onnipotenza, perversioni sessuali, caratteri distruttivi, paranoia, schizofrenia e doppia personalità e poi altri disturbi e varie sindromi, di Tourette a vedere il turpiloquio impiegato in sostituzione di pacato ragionare, quella di Capgras che porta a ritenere che un proprio ministro o consigliere sia stato sostituito da un impostore, della Mano Aliena, per la quale chi ne è colpito vive nella falsa convinzione che uno sei suoi arti non gli appartenga ma che agisca autonomamente (molto diffusa tra i perseguiti per appropriazione indebita, reati contro il patrimonio, reati tributari), o di Cotard – convinzione illusoria id essere morti – che a volte affligge ex notabili in disgrazia che ultimamente per combatterla si affrettano ad aderire a Italia Viva.

Oggi però vorrei indirizzare l’attenzione sul masochismo, trattato come degenerazione da Krafft Ebing, che in modo semplicistico può essere definito come ricerca dell’appagamento attraverso il dolore o l’umiliazione, di conseguenza come il desiderio d’essere sottomesso e rimanere in balia di qualcuno. Ma qualcuno poi ha ampliato la definizione di masochismo morale di Freud  per descrivere quello sociale,  come un istinto comune, una possibilità presente in tutti gli esseri umani e che può diventare patologico solo superando certi limiti.

Ecco mi viene da pensare che i 5Stelle stiano superando quei certi limiti, sia che a muoverli sia il “piacere” di mantenere le poltrone, sia, non è impossibile, per spirito di servizio, per obbedienza al credo del “non c’è alternativa” che persuade a farsi possedere dal principio di realtà declinato in forma di scienza del compromesso. E che fa pensare che quell’istinto comune esasperato li consegni a qualche padrone da cui farsi soggiogare, oggi il Pd dopo la Lega che li condurrà a fine certa benché si tratti della violenza di un morto che cammina dominato da un morto in marcia.

Basterebbe rifarsi all’ultimo caso  sul quale ci ha informati con sconcerto e indignazione lo storico dell’arte fiorentino Montanari a proposito dell’Aeroporto di Firenze e del ricatto montato da Renzi attraverso la sua cerchia di irriducibili estesa al presidente della Toscana, che pur tra distinguo di schieramento proprio non vuole rinunciare all’affaronissimo, cui si aggiunge il Mibact guidato dal ministro  Franceschini  determinato a impugnare la sentenza del Tar che dichiarava nulla la Valutazione di Impatto ambientale, fermando l’iter di realizzazione della nuova pista.  Abbiamo così saputo che il programma del sindaco Nardella che comprende un’agenda di oltraggi: Aeroporto dunque, Alta Velocità e incremento turistico nella città sotto osservazione dell’Unisco proprio a causa del suo cambio di destinazione, da città d’arte a disneyland, è stata votata anche dai 5stelle.

Racconta Montanari: “I pentastellati del consiglio comunale di Firenze si sono affrettati a votare il programma di mandato di Dario Nardella (clamoroso salto dall’opposizione all’appoggio esterno), che hanno scoperto essere “del tutto in linea con il programma per le elezioni comunali presentato ai cittadini la scorsa primavera in occasione della tornata elettorale”. Dopo che i loro elettori, inferociti, hanno fatto notare che quel programma contiene anche il pacchetto delle Grandi Opere del Giglio Magico, hanno chiarito che non avevano capito su cosa si votasse, e dichiarato che “è diverso il giudizio sul completamento del nodo Alta Velocità (n.d.r. La linea sotterranea di collegamento tra le tratte AV che, da nord e da sud, arrivano a Firenze,  composta da un doppio tunnel di circa sette km e una stazione interrata 25 metri sotto il livello del suolo, compresa la Fortezza Basso), così come concepito che, nella sua natura di opera costosa e inutile, riteniamo sia l’ennesima occasione dell’incredibile sperpero di denaro pubblico che nulla ha a che vedere con il bene collettivo”.

Accidenti pare di stare all’Europarlamento dopo il voto sulla famosa risoluzione che equiparava nazismo e comunismo, sulla quale ci tocca leggere gli autodafè fino ai non sorprendenti  Sassoli o Pisapia, di quelli che se c’erano dormivano, di quelli che si erano distratti, di quelli che non avevano capito bene, di quelli “che nessuno ce l’aveva spiegato di cosa si trattava”.

C’è davvero da domandarsi se ci sono o ci fanno, se dopo essersi associati alle infamie di Salvini, adesso è arrivato il momento di associarsi all’altrettanto indecente comitato d’affari toscano, che ha riconquistato la festosa accondiscendenza della ministra De Micheli, accusata prima  di partigianeria campanilistica dando la priorità agli interventi emiliano-romagnoli.

Per carità se di masochismo si tratta chissà se sono stati soggiogati fino alla sottomissione dall’immagine del grado più elevato delle quote rosa di Italia Viva, in stivali alti (ci ha appena fatto sapere  nei suoi interventi programmatici  che non rinuncerà mai ai tacchi a spillo, il suo marchio) e frustino. In questo caso dopo il dolore e la gradita umiliazione, la ricompensa parlerebbe la lingua del cemento,   della speculazione, dello sfruttamento del territorio e dei profitti che ne derivano.

Le vicende del nuovo aeroporto di Firenze riproiettano il film già visto di Tav, Mose, Expo, quello  dell’aggiramento delle regole poste a tutela della sicurezza e della salute delle popolazioni, di annullamento della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali, delle scelte decise da una cerchia opaca locale ma con la complicità delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche nazionali e confortate dall’appoggio della stampa, con la sostituzione della necessaria informazione dovuta con le inserzioni a pagamento e con ineffabili offerte di referendum a posteriori e limitati alla cittadinanza locale, dopo che i proponenti: Enac, Toscana Aeroporti e Regione Toscana hanno negato pervicacemente il dibattito pubblico, prescritto per legge e proprio come ogni tanti si sente riproporre per la Tav.

E infatti la sentenza del Tar – dopo che il Governo Gentiloni aveva tentato per decreto di annacquare gli aspetti più evidentemente “sporchi” della faccenda,  ipotizzando perfino che le decisioni finali fossero attribuite a un Osservatorio dal quale erano estromessi i sindaci interessati all’infuori di Nardella – serviva a ripristinare delle condizioni di legalità, contestando che l’iter precedente e seguente la Valutazione di impatto ambientale del progetto presentava caratteri di illegittimità, a partire dalla variante del Piano di indirizzo di previsione della nuova pista, dalla presentazione alla Via non di un progetto definitivo come prescrive la legge, bensì di un masterplan.

Ma non basta, come al solito intorno all’opera si sono intrecciate varie leggende e narrazioni fasulle, a cominciare dalle previsioni sul traffico aereo che altro non sono che auspici messi alla prova dalla realtà, da quella sul “volano occupazionale”,  quando  già da tempo negli aeroporti della Toscana si assiste alla riduzione ed alla precarizzazione del lavoro e quando si tratta di mansioni poco qualificate, quella sui costi a carico dei privati che esonererebbero gli investimenti pubblici (che ammontano già 50 milioni a fondo perso), o da quella che attribuisce agli aeroporti un ruolo di motore di  progresso, quando gli esempi degli aeroporti di Roissy-Charles de Gaulle,  Nantes, Frankfurt, Narita, e Shiphol stanno a dimostrare che si tratta di città artificiali dentro alle città.

E che comportano interventi pesanti che determinano un tremendo impatto costruttivo, per via del commercio, della logistica e del terziario   che viene sviluppato per rendere economicamente sostenibile l’investimento, una pressione formidabile sul traffico imponendo la creazione di infrastrutture stradali e ferroviaria di collegamento, un impatto inquinante acustico, atmosferico ma anche in termini di consumo di suolo e trasformazioni territoriali e sociali, quelle che hanno mobilitato l’opposizione degli abitanti a Heathrow e Manchester.

Speriamo che i cittadini non siano masochisti e si ribellino perché proprio come la Tav si tratta di un’opera che corrisponde a una aspirazione più velenosa del cherosene,  quello della definitiva trasformazione delle nostre città e del nostro Paese in una parco tematico, con gli abitanti retrocessi a inservienti, affittacamere, osti, facchini, camerieri. Perché è questo che intendono per Italia Viva.

 

 

 

 

 

 


Cattivi soggetti

maschere Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa all’età di 87 anni si è spento serenamente in California dove aveva trovato riparo insieme alla moglie l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Mazzacurati.

Grazie alla buona abitudine secondo la quale i morti diventano tutti “il povero…”, pure il povero Benito appeso a testa in giù e il povero Adolf costretto a un dignitoso suicidio, anche la figura del manager che aveva definitivamente convertito un mostro giuridico che riassumeva in sé tutte le funzioni, controllato e controllore, scavatore e riempitore, inquinatore e bonificatore, in un polipo che aveva allungato i tentacoli sull’intero sistema politico, istituzionale e sociale della città, anche il povero Mazzacurati grazie ai generosi uffici della stampa locale è stato trasformato in un longanime e munificente visionario, talmente  posseduto dalla radiosa immagine della grande opera ingegneristica che stava allestendo da convincersi che ogni mezzo fosse buono e doveroso per portarla a termine (obiettivo che a essere ottimisti sarà portato a compimento, forse, nel 2023?).

Il ruolo di agiografo dell’utopista delle dighe mobili che aveva aperto le tasche di molti al fiume di denaro sporco e a fortune cresciute sul fango è stato attribuito dal Gazzettino alla segretaria di Mazzacurati andata in pensione previdentemente qualche mese prima che divampasse lo scandalo e che tratteggia a tinte pastellate il ritratto dell’Ingegnere come di una vittima, sfruttata e messa al bando in funzione di capro espiatorio da chi si era approfittato di lui, uomo profondamente religioso, padre di famiglia integerrimo che aveva capito, cito, “ che se voleva realizzare il Mose e lasciare il suo nome scolpito nella storia non c’era altro modo che pagare. Lo faceva a malincuore…. ma lo faceva”.

C’è poco da aggiungere alla letteratura sulla figura idealtipica della segretaria fedele custode di segreti ingombranti, gelosa detentrice delle chiavi per aprire cuore e per assicurare protezione a postulanti pronti a blandire e appagare le voglio del suo capo in cambio di scorciatoie e favori, pronta a coprire marachelle, vizietti e tradimenti, stereotipo esemplare che potrebbe confermare il ruolo gregario imposto per destino biologico o in via patriarcale alle donne, seppure in forma meno efficace del comportamento di qualche ministra.

E ci sarebbe poco da aggiungere anche alla doviziosa narrativa sui grandi corrotti e corruttori che popolano l’autobiografia nazionale, con un particolare in più, perché a fare di Venezia la città esemplare della svolta mafiosa del malaffare più ancora di Roma, è la natura dell’istituto giuridico che ha fatto da ombrello legale alla circolazione di mazzette, atti criminosi, controllori infedeli. Quel Consorzio che ha dato l’imprinting a un modello di  corruzione a norma di legge e al tempo stesso di corruzione della legge  in regime di monopolio esclusivo, incaricato, al fine di ottenere una celere realizzazione degli interventi in laguna, di procedere all’esecuzione del Mose attraverso l’istituto della “concessione”. Una scelta a suo tempo condannata dalla Corte dei Conti, che una pletora di soggetti a vario titolo “interessati” (varrebbe la pena di sfogliare l’album di famiglia di allora, tra Nicolazzi, De Michelis, Craxi, Bernini, Zanda, poi Lunardi, Matteoli  e tanti, tanti altri) aggira grazie ad un altro “istituto” di vecchio conio e di grande efficacia, quello dell’emergenza. Per salvare l’augusta città in pericolo era necessario, anzi obbligatorio, cancellare regole, ricorrere a strumenti straordinari ed eccezionali, accentrare poteri di controllo, veto e firma nelle mani di pochi dotati di autorità incontrastata.

Sappiamo che il successo, che verrà in seguito replicato, di quel format  consiste oltre che nell’alleanza tra imprese spregiudicate che si avvicendano nella cordata come ruotano sulle loro poltrone e attraverso le porte die tribunali i loro dirigenti talvolta in odor di mafia, amministratori locali e nazionali, enti di sorveglianza e controllo, autorità “tecniche e scientifiche”, anche nell’accordo bipartisan tra gli attori politici come ebbe a raccontare agli inquirenti uno dei protagonisti, Baita: fin dagli anni ’90 non so muoveva foglia che non vedesse la concordia tra i partiti di governo e pure dell’opposizione di allora, incarnata dagli interessi delle cooperative, e poi lo stesso Mazzacurati che, si direbbe a Roma dovevi torturarlo per farlo star zitto, e che nel corso delle fasi processuali chiamò in causa i suoi più stretti collaboratori, proseguendo poi con numerosi imprenditori, politici locali e nazionali, esponenti delle forze dell’ordine, funzionari e dirigenti di vertice di enti pubblici.

Quale sia poi il prodotto della radiose visione dell’Ingegnere di quell’opera che tutto il mondo doveva invidiarci si sa: una realizzazione obsoleta prima di essere finita se mai lo sarà,  indebiti risparmi su appalti opachi al ribasso, attrezzature di cattiva qualità, palesatesi sotto forma di cerniere corrose, detriti accumulati, cedimenti del fondale, paratoie che si abbassano e non si rialzano, per un intervento che è costato quasi 6 miliardi, il 40 % in più di quello che poteva esserne l’ammontare senza ruberie, fatture false, tangenti e soprattutto sprechi, come ha ammesso uno dei Commissari Straordinari che stanno trascinando questo monumento di archeologia industriale per non arrendersi al destino segnato di morte e rovina, che comunque ormai costerebbe meno della prosecuzione e gestione.

E’ che ancora e malgrado tutto ci sono ancora interessi vivi e vegeti, gli stessi che si annidano in tutte le grandi opere in corso o minacciate con buona pace dei ferventi manifestanti del Friday for Future: Tav, Aeroporto di Firenze, stadi, infrastrutture olimpiche, grattacieli che superano la Madonnina nella capitale morale del consumo di suolo e altri che superano il Campanile di San Marco a ridosso di Venezia.

Alla loro ombra continuano a prosperare a 27 anni da Mani Pulite le stesse tipologie di imprenditori, manager, amministratori, qualcuna aggiornata, altre rimaste immutate grazie a frettoloso e compiacenti operazioni estetiche. Quelli che in Francia dove ce ne sono stati anche all’Eliseo, chiamano douteux personnage, qualcosa come i nostri cattivi soggetti, senza scrupoli, disincantati, dinamici, spregiudicati, che però esercitano una fascinazione anche nei virtuosi che pensano così di mettere alla prova la loro incorruttibilità senza sapere di venirne invece contagiati almeno “culturalmente”.

Perché così si spiega l’ascesa dei nostri tanti cattivi soggetti, incontrastati e perfino rimpianti quando cadono in disgrazia, che somministrano anche in prossimità di tribunali superiori e dopo aver attraversato quelli terreni le loro lezioni immorali e le loro ricette a base di arrivismo, sfruttamento, speculazioni, corruzione, ricatto e comprensive di appetiti da priapisti bavosi, borbotti piduisti e avvertimenti trasversali a vecchi alleati portati ina auge e irriconoscenti, delfini smemorati e aspiranti imitatori che sia pur giovani vogliono già essere cariatidi immortali.


L’ecologia che piace alla gente che piace

fg Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Da grande sogno di diventare scienziata e di continuare ad occuparmi di tematiche ambientali …. Vorrei farlo all’estero e non perché ritengo che l’Italia nono sia adatta ma perché penso che un ‘esperienza fuori faccia parte di quel bagaglio culturale che ogni scienziato dovrebbe avere”.

So già che parlando della Greta de noantri, Federica Gasbarro l’italiana invitata a  partecipare allo Youth Summit ddell’Onu, riceverò gli strali dei benpensanti ecologici, che fanno il paio con gli umanitaristi che basta mettere Lucano sul profilo per dimostrare civismo,  raccogliendo bottiglie di plastica una tantum all’Ultima Spiaggia di Capalbio prima di andare al brunch servito dall’unico straniero integrabile, il cameriere in guanti bianchi.

Ma mi ha colpito quella sua dichiarazione resa alla stampa prima della partenza, in un posto riservato su un volo completamente carbon neutral.  come ci informa un settimanale femminile che l’alterna come eroina a Carola e Meghan Markle, sposa già divorziata e ovviamente ribelle di un cadetto della casa reale inglese, quando spiega quello che vorrà fare “da grande”.

Perchè 24 anni, non i 16 della Greta della quale è una pallida imitazione anche pensando ai vettori scelti, aereo contro la barca a vela da regata IMOCA   battente i colori dello Yacht Club de Monaco,  è una dimostrazione che qualcosa nel nostro Occidente in declino se vengono spostati i nostri orologi per consentire che i giovani restino il più possibile bambini, tanto che una ventiquattrenne quindi un po’ in ritardo nel percorso verso la laurea, guarda a sè e viene accreditata come un enfant prodige cui riporre speranze con il solluchero che proviamo quando il nipotino recita la poesia di Natale sullo sgabello,   bebè  cui riservare indulgenza incondizionata come ai diciassettenni che menano  l’autista del bus, o pargoli sapienti a 40 anni suonati come Renzi o Macron,  eterne promesse  che è meglio non vengano mantenute.

I propositi della ragazza che si è già meritata il titolo di influencer, che spetta parimenti alla Ferragni e alla Madonna, parola del papa, e pure l’esercitazione pratica che si è portata a New York – un acquario popolato di microalghe –  proprio come quelle ricerche delle medie, che venogno confezionate la sera prima della consegna da tutta la famiglia,  confermano i sospetti che ho sempre nutrito sulla qualità dei messaggi e quindi dell’ideologia che ispira e agita questo movimento che, lo dice lei,    ha scelto di scioperare (in forma situazionista?)  invece di dialogare, salvo andare a farsi omaggiare nei paesi più inquinanti del modo e  vezzeggiate dai più inveterati e solenni zozzoni.

Beati i tempi infatti, nei quali i ragazzini stavano davanti al piccolo chimico sognando da grandi di mettere a punto la pozione che cura tutti i mali, di andare nella giungla come  Schweitzer o sul microscopio come Pasteur, macché l’attivista italiana vuole, una volta laureata in biologia, “occuparsi di tecnologie volte alla creazione di nuovi biocarburanti, bioplastiche”   alla scoperta quindi “di nuove soluzioni”.   Ci sta tutta con l’ideologia dei ventriloqui che parlano per bocca di Greta facendoci immaginare che tutte le sfide siano possibile per l’uomo: governare gli oceani e i fulmini o vivere su Marte,    grazie a nuovi prometei,  mentre che invece  cambiamento climatico si possa contrastare solo  “non assistendo immobili al tracollo provocato dall’incuria dell’uomo”, è lei che parla,  e anche che “potrà avvenire solo e soltanto attraverso l’educazione ambientale e civica“,  cambiando le nostre abitudini di vita, comprando a caro prezzo come atto simbolico ed esemplare mele organiche e bacate, riciclando la carta e il vetro, in modo da contribuire individualmente esonerando così imprese inquinanti e energivore e governi insipienti.  Nella convinzione apotropaica che sia decisivo  contribuire alla declinazione “morale” del capitalismo  capace anche in questo caso di trasformare perfino la responsabilità sociale ed ecologica in fonte di profitto,  in valore aggiunto propagandistico e in strumento di mercato dispiegato per risolvere i problemi che il mercato ha creato.

Infatti dietro alle cheerleader ecologiste ci sono i burattinai che vogliono persuaderci che i danni prodotti dal mercato si sanino con strumenti di mercato, trattati commerciali tra privati e Stati e privati, licenze e concessioni illegittime, così che i grandi inquinatori possano continuare ad emettere Co2 comprando le opportunità di far rotolare il mondo nel precipizio, e non a caso le chiamano diritti, dai paesi meno industrializzati o sempre meno produttivi attraverso la quotazione monetaria  stabilita da un protocollo disatteso e mai sottoscritto dai più forti contaminatori e dando forma a un meccanismo speculativo.

Ecco, se avessimo avuto la possibilità (la intraprendente studentessa si è auto candidata riempiendo un modulo capitatelo sotto gli occhi per caso)  di indicare alle Nazioni Unite i profili di ragazzi  che lottano per l’ambiente, maglio sarebbe stato se avessimo dato la scelto quelli di Sardegna dove insiste il 61 % di servitù militare, i tre poligoni più grandi d’Europa e dove le indagini ambientali condotte nel PISQ dell’Aeronautica Militare hanno dichiarato contaminati almeno 800 ettari di territorio. O i giovani No- Muos, i  No-Tav, i No- Tap, che dovrebbero essere, proprio loro, i veri influencer che possono combattere i veleni.


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