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Teste di Ponte

pontegenova_inaugurazione-  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando sento nominare i prodigi dell’ingegneria e dell’architettura, pensando al Mose, ai ponti di Calatrava (a Veneiza, Cosenza, Roma), alla Tav, a viadotti e bretelle che appena terminati sembrano già manufatti di archeologia industriale, e prima e peggio, alla Diga del Vajont, mi viene proprio da imbracciare il mitra.

Perché se si tratta di prodigi l’unica cosa certa è che gli unici a godere dei miracoli della scienza e della italica creatività, sono quelli delle cricche dei costruttori, delle  cordate del cemento, i beneficiari di tutti i problemi lasciati incancrenire in modo che diventino prima urgenza poi emergenza, da affrontare quindi con leggi speciali che aggirino quelle “normali” e vigenti, con autorità straordinarie che scavalchino soggetti di vigilanza, con fondi eccezionali distratti da altre situazioni di crisi e elargiti a piene mani, si dice, per il bene della comunità, anche se si tratta di stadi, alte velocità propagandate da quelli che fino a ieri erano per la vita, il cibo e il lavoro slow, di autostrade vuote  che sembrano uscite da Zabrinskie Point, di aeroporti da ampliare doverosamente a fronte della latitanza di turisti.

Le nostre giornate risuonano ancora della toccante cerimonia di inaugurazione dell’ultimo portento della patria di navigatori e poeti, con tanto di colonna sonora di De Andrè a conferma che da noi finisce tutto a mandolini e serenate, quel Ponte di Genova che ha rafforzato la considerazione del presidente del Consiglio perfino tra i cugini d’oltralpe che gli dedicano bonari titoli in prima, e un po’ di camouflage alla reputazione del Paese della Salerno Reggio Calabria.

È tale la meraviglia indotta dalla inusuale rapidità e efficienza della performance dell’operosità italiana, da farla diventare un format di Buon Governo  che dovrà ispirare da oggi in poi tutti i futuri cantieri della ricostruzione.

E d’altra parte, anche prima del rilancio che reca come fiore all’occhiello il decreto semplificazioni, si era capito che le procedure scelte per la realizzazione dell’opera che doveva cancellare una vergogna criminale, avrebbero aperto la strada a un nuovo corso segnato da snellimenti dinamici, cancellazione di molesti lacci e laccioli, aggiramento di fastidiosi e farraginosi controlli.

E infatti  da due anni siamo afflitti da panegirici di questa svolta funzionale e propulsiva, allegoricamente incarnata dalla strategia “Italia Shock “ a firma del leader di Italia Viva, Matteo Renzi, che ipotizza  “misure urgenti e necessarie al fine di garantire uno snellimento procedurale e la velocizzazione delle opere pubbliche nel Paese”, allo scopo di “rendere più fluide le modalità di realizzazione delle infrastrutture strategiche nazionali”, probabilmente quei 130 e passa interventi “prioritari” di avvio di cantieri e di una occupazione da Terzo Mondo interno, manuale, effimera, troppo spesso segnata da incidenti mortali oltre che da ricatti, intimidazioni e umiliazioni.

Prima ancora, il Codice Appalti del 2016 era stato oggetto di un correttivo, chiamato appunto Sblocca Cantieri, e di circa una settantina di manipolazioni e maquillage per introdurre deroghe  e liberatorie in materia di affidamenti di incarichi, appalti, procedure e contrasto alla corruzione, tutte intese a facilitare la vita delle imprese anche generando una propizi incertezza del diritto.

Come si sa l’affidamento per il nuovo Ponte si è avvalso di una procedura d’urgenza dopo la  nomina di un commissario straordinario con pieni poteri che ha provveduto all’assegnazione senza concorso alle ditte esecutrici.

E tale era la fretta e tale l’onta che era caduta su tutti gli attori coinvolti che è stato salutato come un trionfo della ragione il fatto che per progettare, realizzare, e inaugurare in tempi record una infrastruttura così importante e complessa, bastasse non applicare le leggi vigenti, bastasse che lo Stato facesse una pubblica abiura  delle stesse regole che ha emanato  scegliendo di procedere con assegnazioni specifiche: scelta del progetto, scelta dell’impresa esecutrice, e così via.

A prima vista potrebbe sembrare un successo della “cultura” sviluppista e del sistema delle imprese.

In realtà a godere di questa deregulation non possono essere che i titani del mercato, quelli che da anni vediamo entrare e uscire dalla porte girevoli dei tribulami, coinvolti in tutte le grandi opere promotrici di grandi corruzioni, con i loro stuoli di avvocati e consulenti, coi loro addetti alle relazioni istituzionali dotati di diritti di precedenza inalienabili nella anticamere  di ministri, assessori, direttori generali, amministratori pubblici.

Mentre via via si cancella inesorabilmente la miriade di piccole  medie imprese non competitive, retrocesse a indotto sempre più penalizzato, sempre meno specializzato, sempre più ricattabile, tanto da doversi avvalere di personale avvilito dalla precarietà, da remunerazioni irrisorie e incerte, dalla mancanza di requisiti di sicurezza, inadeguata  a sottostare a tutta una serie di iter e verifiche che i grandi possono delegare alle loro burocrazie interne che vantano dimestichezza e contati con quelle della pubblica amministrazione.

Chi meglio del Modello Genova incarna la consegna dei lavori e del Lavoro, quello incerto, impoverito, avvilito dalla mobilità e dalla perdita di diritti e garanzie.  Deve essere così se nelle referenze delle ditte prescelte dove vengono esibiti i successi coloniali all’estero, la presenza in cordate molto propagandate, varianti di valico, Mose, mancano i requisiti, ormai superflui per non dire sgraditi, di trasparenza e rispetto della legalità.

Dal 15 maggio la rottura con un passato discusso è sancita dal cambio di denominazione: Salini- Impregilo, che da allora si chiama Webuild, godrà da ora in poi del prestigio offertole dal nuovo Ponte che getterà un po’ di caligine benefica sulle prestazioni e i progetti dei due partner, dalle commesse del Duce alla Salini, per lo stadio in cui ricevere Hitler, alla loro bonifica di Tana Beles, patron Andreotti, dalle campagne africane, alle autostrade nell’Est, alle poliedriche iniziative in America Latina, dall’inquietante presenza negli elenchi della P2 a quella nel giro d’affari sempre aperto del Ponte sullo Stretto, insieme a Impregilo, il cui curriculum poco evidenziato per via della famigliarità col Giornale Unico, annovera inchieste per concussione e corruzione in Italia e all’estero, in particolare nei paesi dell’America Latina e dell’Africa,  e per reati riguardanti l’ambiente e la salute delle popolazioni locali. E il cui  pacchetto di controllo,  tanto per aggiungere una informazione in più,    è detenuto da IGLI S.p.A. (29,866%) che fa capo, con quote paritetiche del 33%, a Autostrade per l’Italia (gruppo Benetton), Argo Finanziaria (Gruppo Gavio) e Immobiliare Lombarda (Gruppo Sai).

Ma ormai al suono di Creuza de Mar, si può scordare la caduta nel 2016 del manager di fiducia di Zio Pietro, così veniva chiamato il capofamiglia Salini, quando intercettazioni scomode rivelarono i traffici opachi dell’alta velocità in Emilia e Toscana, e poi il ruolo di un direttore dei lavori, in rapporti di collaborazione inquietanti con la criminalità, che firma stati di avanzamento farlocchi per la Salerno -Reggio Calabria e  per il valico dei Giovi, per non dire delle “collaborazioni” strette con il famigerato Incalza al tempo delle regalie in Rolex alla dinastia Lupi, e ancora prima il ruolo dell’attuale vertice Webuild nella madre del malaffare a norme di legge, il Mose, la greppia che ha nutrito anche Fagioli SpA, insignita in questi giorni proprio per il suo contributo alla realizzazione del Ponte di Genova di un importante premio internazionale, che a Venezia è incaricata dell’installazione dei cassoni e del sollevamento e abbassamento delle paratie mobili con gli esiti tristemente noti.

Adesso possono stare tranquille le Magnum delle costruzioni, adesso possono rientrare a pieno titolo nella legalità da quando a norma di legge non è più necessario truccare gli appalti, aggirati e teleguidati all’origine, adesso che non tocca dare la mazzetta ai funzionari per sottrarsi ai controlli cancellati come fastidiosi ostacoli alla libera iniziative, adesso che le raccomandazioni sanitarie hanno superato perfino l’immaginazione degli intenti di Mani Pulite, rendendo l’eccezione una regole e l’emergenza una opportunità.

 

 

 

 

 

 

 


Tunnel dell’orrore a Governoland

tunnelAnna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio come certi baciapile si rivolgono a Dio in caso di bisogno e lo bestemmiano se la confessione religiosa è incompatibile con il portafogli,  così il nostro ceto dirigente si sottopone all’atto di fede nei confronti dell’Europa, delle sue istituzioni e della ideologia che ispira le scelte delle cancellerie, salvo fare spallucce quando l’affiliazione e l’obbedienza confliggono con interessi nostrani particolari.

Così in perfetta concomitanza con  il rapporto della Corte dei Conti Europea sui ritardi nel completamento  della rete centrale transeuropea di trasporto “mirante a migliorare i collegamenti tra reti nazionali lungo corridoi europei” che aveva come orizzonte temporale il 2030, il governo come un discolo riottoso rivela una sorprendente indole all’insubordinazione, collocando ai primi posti della sua strategia per la ricostruzione le grandi opere infrastrutturali con il riavvio dinamico dei cantieri, definitivamente sdoganati in modo da favorire sviluppo e occupazione e da restituire reputazione e orgoglio nazionale alla patria, alla pari tra gli schizzinosi partner carolingi e guardando con rinnovato interesse a Grandi Progetti pudicamente accantonati ma che oggi, concretizzandosi,  potrebbero  rappresentare l’allegoria della rinascita.

Ce lo ha ricordato la Ministra De Micheli promettendo che  la decisione sulla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina sarà presa tra qualche mese, dopo un’analisi costi/benefici e con il consenso del territorio.

Proprio non vogliono convincersi che la megalomania, la bulimia costruttiva, sono retaggi del passato incompatibili con il contesto al quale siamo condannati e che sono i primi a considerare inderogabile e irrinunciabile, ma anche con i messaggi, gli avvertimenti trasversali, le intimidazioni sortite dalla kermesse di Villa Pamphili, teatro nel passato di ben più pittoresche e profittevoli celebrazioni dell’amicizia tra popoli a confronto con l’austero e severo parterre convocato da Conte.

Che come facevano i signorotti di paese che volevano oltrepassare i confini angusti della provincia, invitando la superciliosa nobiltà cittadina,  ha riconfermato la nostra condizione di soggezione subendo l’umiliazione delle minacce e della sprezzante sufficienza di Ursula von der Leyen, di  Charles Michel, di  Ángel Gurría, di Kristalina Georgieva e pure del fuoco amico incarnato da Visco che ha fatto piazza pulita delle illusioni che hanno circolato come gas esilaranti in questo periodo con una appropriata lezioncina sulla “responsabilità che deriva dall’appartenenza a un consesso nel quale si è minoritari: “i fondi europei non potranno mai essere ‘gratuiti’: un debito dell’Unione europea è un debito di tutti i paesi membri e l’Italia contribuirà sempre in misura importante al finanziamento delle iniziative comunitarie, perché è la terza economia dell’Unione“.

Nel caso ne avessimo ancora bisogno e non ci fossero bastate tante evidenze così ben riassunte esemplarmente nella leggendaria letterina a doppia firma Trichet/Draghi (che vale oggi ancora di più per il suo valore profetico), abbiamo una ulteriore dimostrazione di come la globalizzazione abbia cambiato le geografie e le declinazioni del colonialismo. Dismessa la forma classica dell’occupazione territoriale, ha preso quella, meno costosa e meno impegnativa militarmente, dell’espropriazione di sovranità e risorse da parte dei Paesi del Nord nei confronti di quelli del Sud, grazie ai sistemi e alle procedure ricattatorie esercitate sul debito pubblico dalle istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale con la correità delle oligarchie nazionali. E che, in un rapporto di scala, caratterizzano anche le relazioni tra gli Stati europei, in virtù del Trattato di Maastricht e del Fiscal Compact, che hanno dato una patente di costituzionalità alle politiche neoliberali sottraendole alle regole e al controllo democratico.

Invitato come ospite d’onore il tallone di ferro ci ha ricordato che  sui “fondi europei” chiesti in prestito sui “mercati” pesa l’onere per gli Stati di restituirli e  che l’Italia, come tutti gli altri Paesi, con una mano versa fondi per il “bilancio europeo” e con l’altra  beneficia di un ammontare che può essere in tutto o in parte uguale a quello data – ma che secondo alcuni calcoli verrebbe decurtato di 14 miliardi – secondo tempi e condizioni vincolati posti dal “donatore”.

So che il governo italiano è pienamente consapevole che non si tratta di spese facili, tesoretti o libri dei sogni ma di un impegno che ci metterà alla prova”, ha chiosato il commissario Gentiloni.

E proprio la Corte dei Conti fa strage della ridicola mania di grandezza dei paeselli di serie B e dei loro governi che vogliono beneficare le cordate del cemento e lasciare una impronta del loro passaggio, facendo intendere che certe realizzazioni sono concesse a chi se le merita e se le può permettere, puntando il dito contro i ritardi di almeno 11 anni in media che hanno caratterizzato il lavori degli otto megaprogetti cofinanziati dall’UE che collegano le reti di trasporto di 13 Stati membri: Austria, Belgio, paesi baltici, Danimarca, Francia, Finlandia, Germania, Italia, Polonia, Romania e Spagna, attribuibili  principalmente allo scarso coordinamento tra i paesi, che danno differenti priorità  agli investimenti.

Ma lascia intendere che certi rallentamenti siano funzionali all’incremento degli extra-costi, all’aumento delle penali a carico dei bilanci pubblici, oltre che determinati dalla cifra “antropologica” di stati posseduti dalla burocrazia e condizionati da fermenti ambientalisto incompatibili con lo sviluppo.

E infatti, guarda caso, tra i megaprogetti esaminati  ce ne sono alcuni che registrano un sospetto ritardo e un accrescimento opaco dei costi, tanto da persuadere  la Commissione a revocare alcuni dei fondi inizialmente concessi. Si tratta tanto per fare qualche esempio, della  nuova tratta dell’autostrada A1 in Romania o della  Tav Torino-Lione, un’opera ferroviaria dedicata al trasporto delle merci, che ha subito ritardi inaccettabili e i cui costi sono lievitati di circa 4,4 miliardi di euro, l’85% in più rispetto alla stima iniziale.

I volumi del traffico reale si allontanano sensibilmente da quelli previsti ed esiste un rischio elevato di sopravvalutazione degli effetti positivi della multimodalità“, ci va giù dura la Corte dei conti nel suo rapporto. “Le previsioni del traffico rischiano di essere troppo ottimistiche, mentre i vantaggi netti dal punto di vista delle emissioni di Co2 cominceranno a materializzarsi più tardi del previsto e dipenderanno dai volumi del traffico reali“. E d’altra parte la Francia si era già sottratta all’abbraccio mortale condizionando la sua partecipazione a un incremento della quota di finanziamenti comunitari, così la grande impresa futurista viene giustamente bollata come lo sconsiderato capriccio di uno stato marginale che vuole essere ammesso alla tavola dei grandi, quelli che non si infilano più nei tunnel a meno che non glieli paghino i subalterni mitomani e gradassi.

E vaglielo a dire a quelli che la Tav la vogliono fino in Sicilia tramite Ponte, sotto il lastricato di Santa Maria Novella, tra Marghera e la Serenissima, come quei trenini che attraversano Eurodisney in modo che sia esplicito che è quello il destino italiano: luna park globale.


Non pane, ma Ponte

pon

Ci voleva una guerra, una resistenza sui sofà, una liberazione con gita ai Castelli, infine la Ricostruzione per realizzare quell’unità nazionale tanto propagandata con inni in poggiolo, editoriali in punta di penna, doverosa sospensione di ogni critica, in segno di devozione e lutto.

Oggi possiamo celebrarne l’allegoria con l’immagine simbolica di una formidabile opera ingegneristica che potrebbe fare concorrenza all’ Akashi Bridge di Kobe e al Tsing Ma Bridge di Hong Kong, quel Ponte sullo Stretto dei record: 3.300 metri lunghezza della campata centrale, 3.666 metri lunghezza complessiva con campate laterali, 60,4 metri larghezza dell’impalcato, 399 metri  di altezza delle torri, 2 coppie di cavi per il sistema di sospensione, 5.320 metri di lunghezza complessiva dei cavi, 1,26 metri di diametro dei cavi di sospensione, 44.323 fili d’acciaio per ogni cavo di sospensione, 70/65 metri di altezza di canale navigabile centrale per il transito di grandi navi, 533.000 metricubi di volume dei blocchi d’ancoraggio (17% visibile fuori terra), con 6 corsie stradali, 3 per ciascun senso di marcia (veloce, normale, emergenza),  2 corsie stradali di servizio e due binari, per 6mila veicoli/ora,  e 200 treni/giorno.

Sono d’accordo tutti sulla esemplare obbligatorietà di mettere mano al progetto: la stampa fiancheggiatrice della Santelli giura sulla data della posa in opera della prima pietra: il 31 giugno, Renzi si compiace, da premier si era battuto per la concretizzazione dell’utopia costruttivista del Cavaliere, Franceschini – che ci fa ogni giorno rimpiangere il breve passato senza di lui, Bonisoli e perfino Toninelli – ne parla come inevitabile completamento dell’alta velocità estesa al Sud,  pena l’isolamento della Sicilia destinata a diventare il polo del golf mondiale, i cantieristi del Pd, quelli che ancora con la mascherina davanti allo schermo, la De Micheli e i presidenti di regione, hanno messo in cima alle priorità le grandi opere come motore di sviluppo e volano occupazionale, Conte, ultimo posseduto dal demone del cemento, che valuterà “senza pregiudizi”, l’ipotesi “irresistibile” nata in pieno craxismo e poi formulata compiutamente nel ventennio di Berlusconi che è già costata alle nostre casse oltre 350 milioni.

E non è difficile immaginare come cadranno le deboli resistenze dei 5 stelle, soliti cedere alle minacce di sanzioni e di multe, e alle intimidazioni dei profeti dei “costi del Non Fare” che sarebbero superiori alle spese per oliare e mantenere attiva la macchina dello spreco, dell’impatto ambientale e della corruzione.

Ci sono alcuni laboratori sperimentali dell’oltraggio che si è già consumato nelle Regioni del Nord, sempre a causa degli appetiti insaziabili della proprietà, della rendita,  della speculazione, dello sfruttamenti del suolo e delle persone, perfino di quelle malate che diventano profittevoli per la sanità privata da vivi e per l’Inps se si tolgono di torno.

Si tratta delle città sottoposte al ricambio coatto, via i residenti e dentro il terziario, le multinazionali del turismo  e immobiliari, le banche, le catene dello shopping, ma anche le isole oggetto di programmi di cessione ai nuovi latifondisti, degli emiri che le vogliono convertire in resort diffusi per non dire sei signori della guerra che ne vogliono fare ampi poligoni di tiro e aree attrezzate per i loro test: in Sardegna è partita l’offensiva  per demolire l’impianti delle leggi per la tutela delle coste grazie a un ddl  che “snatura” il Piano paesaggistico regionale (Ppr) del 2004, ultimo baluardo contro la cementificazione e la svendita del bene comune.

Ogni volta che qualche prestigiatore da fiera di paese tira fuori la magia taroccata del ponte che finalmente unirebbe un Paese troppo lungo e inquieto, che darebbe tanto lavoro a laureati sulle impalcature e immigrati senza protezione, che restituirebbe reputazione e onore a un paese pasticcione, indolente, in cima alle graduatorie perfino per i contagi e i morti di influenze e infezioni ospedaliere, tocca sorbirsi tutte le balle indecenti dei benefici dell’intervento futuristico, gli stessi poi della Tav, lavoro per tutti, incremento dell’attrattività commerciale dell’Italia e dell’orgoglio patrio davanti alla nuova Meraviglia del Mondo, ottava, nona? dopo o più del Mose? Meno o oltre il Colosso di Rodi?

Mentre si dovrebbero porre gli stessi interrogativi posti per la Tav: un simile intervento vale la spesa? quando i bilanci pubblici sono al fallimento, quando non si spende per la manutenzione del territorio, non ci sono i treni per i pendolari, se si investe per i servizi con i soldi prestati dall’Ue, per ripagarli si dovranno tagliare i servizi e soprattutto quando ci sarebbe da riflettere su fatto che una ferrovia, un’autostrada, un ponte servono se ci si passa, se ci si fanno correre tanti passeggeri e tante merci.

Al contrario il parere degli esperti consultati pubblicamente solo quando sono  a libro paga dei regimi indica come i dati sul traffico di mezzi e persone e quelli sui trasporti di prodotti dimostrino che per quanto riguarda gli spostamenti delle persone l’aereo low cost è vincente come alternativa tanto in termini di tempi quanto in termini di costi, rispetto a auto o treni, mentre per quanto riguarda la rete di trasporti e distribuzione commerciale, il ponte avrebbe una collocazione a nord che costringerebbe a un tortuoso saliscendi, così soprattutto  per la lunga distanza si dimostrerebbero più convenienti le navi.

Meno che mai avremo proiezioni attendibili sui volumi di traffico in presenza di una crisi che si ripercuote sui prodotti e sull’import-export e che ha dimostrato da anni la sopravvalutazione dell’estensione di una rete pensata nel momento di massima espansione del Made in Italy nel contesto drogato della globalizzazione, e quando mancano tutte le opere strutturali e infrastrutturali di accompagnamento, sostegno e collegamento alla “cattedrale nel mare”.

Ora, in pieno dopoguerra, quando l’alternativa per troppi è stata o la borsa o la vita, non si va troppo per il sottile, quindi i media imboniti dalla Grande Illusione evitano di parlare  dell’impatto ambientale, argomento tabù  a Chiatamone, in Laguna, a Taranto, a Casale Monferrato, per non ostacolare i fasti della libera iniziativa: eppure si tratterebbe del ponte sospeso più lungo del mondo, con pilastri alti 300 metri, come la Tour Eiffel che hanno delle dimensioni enormi, mai sperimentate, con effetti endotermici imprevedibili, in una zona altamente sismica.

Il fatto è che un ceto dirigente assoggettato all’imperio padronale, quello delle costruzioni, delle cordate del cemento, della speculazione che ha scoperto da anni il brand più profittevole, quello della corruzione e del malaffare, della bulimia edificatoria, che prosperano non solo col “fare” ma soprattutto con il “non fare” a suon di cambiamenti progettuali, di multe e sanzioni, di ritardi e penali remunerati a peso d’oro, è anche affetto da megalomania, patologia presente da Nord a Sud, dalla ossessione di lasciare una impronta come faraoni di provincia, più incisiva della ricostruzione nei crateri del sisma, della messa in sicurezza del Lambro, Seveso, Olona, della restituzione alla vita di città martiri dell’industrializzazione criminale.

Pensate che slogan pubblicitario può essere la dichiarazione di De Luca, Sindaco di Messina:  «Il ponte sullo Stretto è la soluzione logica, ecologica, sociale, produttiva e occupazionale per la Sicilia, della quale Messina, la gloriosa Messina, tornerà a essere porta e capitale. Il no-pontismo è il simbolo dell’idiozia suicida che ha determinato il crollo demografico della città…»che non a caso enumera i promoter che si sono succeduti: Commissione Europea, attraverso i Piani Operativi e Programmazione 2007-2013 e 2014-2020; Legge Monti-Genovese; Delibere CIPE di programmazione dei fondi FSC ed ex FAS; ENAC; AssoAeroporti;   Caronte&Tourist; Def 2014 e 2017; Rapporto Svimez.

A leggere le fonti immaginando che la gestione e sorveglianza possa essere affidata a un soggetto tecnico competente: Atlantia, si capisce subito che questo ponte non s’ha da fare, a cominciare dai costi “previsti”, un budget di 3.9 miliardi comprensivo dei raccordi stradali e ferroviari in Sicilia e in Calabria, una parte (la variante di Cannitello) è già stata realizzata, pensando alla mostruosa capacità dei soggetti realizzatori, dei proponenti, di quelli di vigilanza, dei progettisti, e riferendoci a esperienze collaudate: Mose, Tav, BreBeMi.,  raddoppio Firenze –Bologna, le metropolitane di Roma, Milano e Catania, solo per fare de esempi, proprio quando il Paese vive un crisi strutturale, dovrà affrontare gli effetti di un indebitamento gonfiato per imporre il definitivo tramonto della democrazia, nelle relazioni industriali, nelle scelte economiche, nelle politiche sociali.

Quella democrazia compromessa dalla strategia della menzogna, che sempre di più viene adottata come sistema di governo e che promette come fondamento del New Deal post-virus le grandi opere: durante la realizzazione del ponte, si racconta,  l’occupazione sarà pari a 47.500 anni/uomo, pari a 7.000 addetti diretti ogni anno, senza dire che si tratta dell’esaltazione della precarietà, a chiusura dei cantieri si prevede che serviranno 200 addetti alla sorveglianza a manutenzione, selezionati con quella oculata attenzione al rapporto qualità/costi che ha consolidato la reputazione dei Benetton, mentre gli operai più o meno qualificati e mobili impegnati alla realizzazione saranno a spasso, nemmeno sotto il ponte, come sono già le partite Iva, i part time, i contratti anomali decimati dal lockdown.

Bugie su bugie si accumulano come una nebbia opaca anche in merito alle fonti cui attingere le risorse:  fondi nazionali FSC (Fondo di Sviluppo e Coesione, ex FAS), i  SIE (Fondi Strutturali Europei) e PON- FSR, sui quali è vincolante il parere dei cravattari europei, quelli della Cassa Depositi e Prestiti (94 miliardi, 30 dei quali già spesi per la Tav), cui si aggiungerebbero i quattrini degli investitori in regime di project financing, un minestrone avvelenato di promesse, di debiti da rimborsare con interessi e con l’aggiunta di altri tagli alla spesa pubblica, di promesse mai mantenute, per via della legge scritta della cultura di impresa: capitalizzare i profitti e socializzare le perdite.

E su tutto pesano già le richieste esose presentate dagli esattori dei “danneggiati”, prima tra tutti la società statunitense Parsons, Project Management Consultant del Ponte, che esige come indennizzo, “a definitiva e completa tacitazione di ogni diritto e pretesa”, oltre al valore delle prestazioni progettuali contrattualmente previste e direttamente eseguite, una percentuale del 10% dei 3.879.599.733 euro (costo dell’intervento), oltre a una pletora di altri questuanti, la stessa compagnia di giro che entra e esce dalle porte girevoli dei tribunali addetti a trattare le vertenze del malaffare, e che fanno temere – come per la Tav, che prevalga l’accettazione dei diktat del racket sul buonsenso e la ragione che imporrebbero semplicemente di dire No, di non sborsare un quattrino come si dovrebbe fare davanti alle pistole puntate dai malfattori.

Che anche in questo caso hanno santi in paradiso che li proteggono con il loro benevolo sguardo dal Ponte.

 

 

 

 

 


I Tuttobenisti

ragg Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è film in concorso a Berlino, a Venezia, a Cannes, a Ouagadougou, non c’è serie di Netflix o della Rai, nella quale il nostro eroe o la nostra eroina, stringendo a sé una vittima di tsunami, violenza, bombardamento, terremoto, incidente ferroviario, non pronunci la formula magica: va tutto bene. Estesa opportunamente a altro orizzonte temporale in qualità di slogan della pandemia: andrà tutto bene, come leggo in forma di ossimoro su un lenzuolo appeso nel cantiere dei lavori della metro C o come si è visto inalberato sul Campidoglio.

Ragione vorrebbe che se è stata fatto tutto male, il seguito non possa che essere peggio ancora, quando i decessi (conta poco sapere se sono superiori o inferiori a quelli stagionali degli anni scorsi) sono effetto del concorso di tagli alla spesa sanitaria, intesa come strutture, infrastrutture, risorse umane, dispositivi di cura, della demolizione del sistema di assistenza, diagnosi, prevenzione, della gestione criminale dei luoghi adibiti all’accoglienza dei soggetti più vulnerabili e esposti, quando si intraprende la strada del bioterrorismo instaurando un regime inteso a colpevolizzare individui e collettività, divisa in chi deve stare a casa per tutelare è e gli altri e chi invece deve affrontare il rischio, con scarse tutele, elargite discrezionalmente in via volontaria dai datori di lavoro.

Ragione vorrebbe, invece in un contesto politico caratterizzato dall’abituale inclinazione alle scaramucce perlopiù finte come nel teatro dei pupi con le sciabole di legno, che tanto esiste una intesa di fondo a sostegno dell’orrendo status quo, che si vuol perpetuare o cambiare in forma peggiorativa, non c’è voce dell’establishment che non si esprima per riproporre lo stesso format e la stessa commedia  magari solo con un avvicendamento delle parti in commedia e degli attori: li prendi dal Fmi e li metti alla Bei, li prendi alla Bei e li fai premier.

Proprio ieri due bei tomi, due De Rege  dell’ingegneria prestata all’economia e viceversa, immemori di essere un po’ avanti con gli anni e oggetto possibile delle inquietanti attenzioni delle task force che li vorrebbe recludere in casa chissà fino a quando (Colao aspira a restrizioni anche per i sessantenni che la Fornero considererebbe forza lavoro al top delle prestazioni e del rendimento), si sono espressi sul futuro con la loro ricetta che non può che confermarci nell’idea che confinarli davanti alla tv a guardare i telefilm sarebbe salutare per loro e per noi.

Proprio come un Bauman qualunque il tandem pensa che la soluzione sia “liquida”: eh si, “serve liquidità”, dicono,  “per evitare che le aziende falliscano; per far fronte alla straordinaria pressione sul sistema sanitario, che ha dimostrato di avere medici e infermieri eroici, ma gravi carenze strutturali”.

Ma dove trovarla? Non certo tassando, non sia mai che patrimoniali o altre imposizioni fiscali penalizzino economia.

Macché, invece ci vuole il Mes, il vero vaccino contro ogni choc,  i quattrini che mette generosamente a disposizione per aiutare le imprese in affanno, affinché “la decisione su quando ripartire la prendano medici e virologi, magari con l’aiuto di qualche economista”, insomma i target in prima fila nello sfacelo, tra chi ha scelto coscientemente la strada dell’austerità, del lavoro ai fianchi delle democrazie per esautorare i parlamenti e i governi della sovranità economica, e tra i tecnici retrocessi a santoni e opinionisti, che da mesi ci somministrano diagnosi farlocche, statistiche manipolate, allarmi apocalittici, elisir virtuali, uniti nella funzione di servitori  del regime d’eccezione instauratosi grazie al Coronovirus.

Nessuno pensa seriamente che il Dottor No, che un Victor Frankenstein abbiano liberato il virus, che Madame Lagarde con l’aiuto di una marmittona nostrana abbia confezionato il micidiale filtro ammazzavecchi, per esonerare i bilanci pubblici dall’onere di mantenere segmenti di popolazione parassitaria.

Insomma, non sarà stata ordita una macchinazione per accelerare il configurarsi definitivo dell’egemonia del totalitarismo  economico- finanziario grazie alla felice combinazione di gestione autoritaria e repressiva dell’ordine mondiale e di dispotismo sanitario, ma senza essere complottisti è legittimo sospettare che siamo vittime di una vera e propria cospirazione. Ci vuol poco, anche senza essere stati vomitati dalla fucine bocconiane, per sapere che il ricorso al Mes non è solo a titolo oneroso ma ha come effetto  l’erogazione di crediti che vengono contabilizzati nel debito pubblico die Paesi che li ricevono,  e che, di conseguenza, l’enorme mobilitazione di risorse a sostegno delle imprese e le misure rivendicate dal Governo che sommate tra loro arrivano a circa 750 miliardi di euro (il 40% del PIL italiano),   saranno a nostro carico, non oggi, magari non domani, ma certamente nelle successive misure di rientro del debito, che l’impianto europeo prevede.

Proprio come succede nel laboratorio sperimentale di casa nostra, quando la restituzione del  generoso prestito erogato dalle banche a imprese e partite Iva sofferenti sarà reclamata, senza indulgenza, benevolenza, compassione.

La necessaria disubbidienza civile che questi giorni richiedono sarà opportuno che cominci tirando via i cartelli e gli striscioni dell’andrà tutto bene.

Di modo che non possa prendere piede l’inganno del Draghi salvifico, cui dobbiamo il fiscal compact e che promette di replicare l’horror greco di cui ha scritto la sceneggiatura, dalla quale aveva attinto spunti per la famosa letterina in cui intimava al governo italiano di allora, di adottare come disposizioni necessarie e fatali  per ripristinare la fiducia degli investitori,  la profonda revisione della pubblica amministrazione, privatizzazioni su larga scala, compresa quella dei servizi pubblici locali,  la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, anche attraverso la riduzione dei salari; la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale;   criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità,  nel quadro di riforme costituzionali anche mirate a  inasprire le regole fiscali, e dulcis in fundo interventi drastici sul sistema sanitario pubblico.

Tiriamoli via quei manifesti, in modo da non farci incantare dalle ripartenze di Bonaccini, della De Micheli, di Sala, di Corrado Alberto, quello delle Madamine che spara a piena pagina dalla Stampa: “la Ripartenza sia all’insegna dello “spirito SI-TAV”, col fritto misto di Grandi Opere, Grandi Olimpiadi, Grandi Stadi, Grandi Corruzioni e Grande Malaffare, nel quadro di una ricostruzione post bellica che annovera come caso di successo il nosocomio d’eccezione in Fiera.

Non è ottimismo quello dell’Andrà tutto bene, si tratta invece di quell’uso della menzogna a fin di bene, quella incoraggiante per nascondere  il veleno delle disuguaglianze più inique, della carestia alla quale sono condannati anche quelli che si rassegnano a stare a casa, pensando di rinviare responsabilità e angoscia e incertezza, della psiche e dell’aspettativa segnate di bambini e anziani, di libertà ridotte in nome dei prodigi della scienza e della tecnica che vengono proposti e imposti col ricatto e l’intimidazione.

Proprio Arcuri ha fatto chiarezza sull’app di rintracciamento, comunicando che no, non è obbligatoria, ma se non entra in funzione sarà ineluttabile non alleggerire le misure di contenimento e confinamento.

Si tratta dell’aggiornamento, causa virus, della scelta del male minore, la patologia contagiosa e letale che colpisce chi si dimentica che si tratta di un male e non vuol guarire, perché preferisce la fatica di essere schiavo a quella del pensiero libero.

 

 


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