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I Tuttobenisti

ragg Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è film in concorso a Berlino, a Venezia, a Cannes, a Ouagadougou, non c’è serie di Netflix o della Rai, nella quale il nostro eroe o la nostra eroina, stringendo a sé una vittima di tsunami, violenza, bombardamento, terremoto, incidente ferroviario, non pronunci la formula magica: va tutto bene. Estesa opportunamente a altro orizzonte temporale in qualità di slogan della pandemia: andrà tutto bene, come leggo in forma di ossimoro su un lenzuolo appeso nel cantiere dei lavori della metro C o come si è visto inalberato sul Campidoglio.

Ragione vorrebbe che se è stata fatto tutto male, il seguito non possa che essere peggio ancora, quando i decessi (conta poco sapere se sono superiori o inferiori a quelli stagionali degli anni scorsi) sono effetto del concorso di tagli alla spesa sanitaria, intesa come strutture, infrastrutture, risorse umane, dispositivi di cura, della demolizione del sistema di assistenza, diagnosi, prevenzione, della gestione criminale dei luoghi adibiti all’accoglienza dei soggetti più vulnerabili e esposti, quando si intraprende la strada del bioterrorismo instaurando un regime inteso a colpevolizzare individui e collettività, divisa in chi deve stare a casa per tutelare è e gli altri e chi invece deve affrontare il rischio, con scarse tutele, elargite discrezionalmente in via volontaria dai datori di lavoro.

Ragione vorrebbe, invece in un contesto politico caratterizzato dall’abituale inclinazione alle scaramucce perlopiù finte come nel teatro dei pupi con le sciabole di legno, che tanto esiste una intesa di fondo a sostegno dell’orrendo status quo, che si vuol perpetuare o cambiare in forma peggiorativa, non c’è voce dell’establishment che non si esprima per riproporre lo stesso format e la stessa commedia  magari solo con un avvicendamento delle parti in commedia e degli attori: li prendi dal Fmi e li metti alla Bei, li prendi alla Bei e li fai premier.

Proprio ieri due bei tomi, due De Rege  dell’ingegneria prestata all’economia e viceversa, immemori di essere un po’ avanti con gli anni e oggetto possibile delle inquietanti attenzioni delle task force che li vorrebbe recludere in casa chissà fino a quando (Colao aspira a restrizioni anche per i sessantenni che la Fornero considererebbe forza lavoro al top delle prestazioni e del rendimento), si sono espressi sul futuro con la loro ricetta che non può che confermarci nell’idea che confinarli davanti alla tv a guardare i telefilm sarebbe salutare per loro e per noi.

Proprio come un Bauman qualunque il tandem pensa che la soluzione sia “liquida”: eh si, “serve liquidità”, dicono,  “per evitare che le aziende falliscano; per far fronte alla straordinaria pressione sul sistema sanitario, che ha dimostrato di avere medici e infermieri eroici, ma gravi carenze strutturali”.

Ma dove trovarla? Non certo tassando, non sia mai che patrimoniali o altre imposizioni fiscali penalizzino economia.

Macché, invece ci vuole il Mes, il vero vaccino contro ogni choc,  i quattrini che mette generosamente a disposizione per aiutare le imprese in affanno, affinché “la decisione su quando ripartire la prendano medici e virologi, magari con l’aiuto di qualche economista”, insomma i target in prima fila nello sfacelo, tra chi ha scelto coscientemente la strada dell’austerità, del lavoro ai fianchi delle democrazie per esautorare i parlamenti e i governi della sovranità economica, e tra i tecnici retrocessi a santoni e opinionisti, che da mesi ci somministrano diagnosi farlocche, statistiche manipolate, allarmi apocalittici, elisir virtuali, uniti nella funzione di servitori  del regime d’eccezione instauratosi grazie al Coronovirus.

Nessuno pensa seriamente che il Dottor No, che un Victor Frankenstein abbiano liberato il virus, che Madame Lagarde con l’aiuto di una marmittona nostrana abbia confezionato il micidiale filtro ammazzavecchi, per esonerare i bilanci pubblici dall’onere di mantenere segmenti di popolazione parassitaria.

Insomma, non sarà stata ordita una macchinazione per accelerare il configurarsi definitivo dell’egemonia del totalitarismo  economico- finanziario grazie alla felice combinazione di gestione autoritaria e repressiva dell’ordine mondiale e di dispotismo sanitario, ma senza essere complottisti è legittimo sospettare che siamo vittime di una vera e propria cospirazione. Ci vuol poco, anche senza essere stati vomitati dalla fucine bocconiane, per sapere che il ricorso al Mes non è solo a titolo oneroso ma ha come effetto  l’erogazione di crediti che vengono contabilizzati nel debito pubblico die Paesi che li ricevono,  e che, di conseguenza, l’enorme mobilitazione di risorse a sostegno delle imprese e le misure rivendicate dal Governo che sommate tra loro arrivano a circa 750 miliardi di euro (il 40% del PIL italiano),   saranno a nostro carico, non oggi, magari non domani, ma certamente nelle successive misure di rientro del debito, che l’impianto europeo prevede.

Proprio come succede nel laboratorio sperimentale di casa nostra, quando la restituzione del  generoso prestito erogato dalle banche a imprese e partite Iva sofferenti sarà reclamata, senza indulgenza, benevolenza, compassione.

La necessaria disubbidienza civile che questi giorni richiedono sarà opportuno che cominci tirando via i cartelli e gli striscioni dell’andrà tutto bene.

Di modo che non possa prendere piede l’inganno del Draghi salvifico, cui dobbiamo il fiscal compact e che promette di replicare l’horror greco di cui ha scritto la sceneggiatura, dalla quale aveva attinto spunti per la famosa letterina in cui intimava al governo italiano di allora, di adottare come disposizioni necessarie e fatali  per ripristinare la fiducia degli investitori,  la profonda revisione della pubblica amministrazione, privatizzazioni su larga scala, compresa quella dei servizi pubblici locali,  la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, anche attraverso la riduzione dei salari; la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale;   criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità,  nel quadro di riforme costituzionali anche mirate a  inasprire le regole fiscali, e dulcis in fundo interventi drastici sul sistema sanitario pubblico.

Tiriamoli via quei manifesti, in modo da non farci incantare dalle ripartenze di Bonaccini, della De Micheli, di Sala, di Corrado Alberto, quello delle Madamine che spara a piena pagina dalla Stampa: “la Ripartenza sia all’insegna dello “spirito SI-TAV”, col fritto misto di Grandi Opere, Grandi Olimpiadi, Grandi Stadi, Grandi Corruzioni e Grande Malaffare, nel quadro di una ricostruzione post bellica che annovera come caso di successo il nosocomio d’eccezione in Fiera.

Non è ottimismo quello dell’Andrà tutto bene, si tratta invece di quell’uso della menzogna a fin di bene, quella incoraggiante per nascondere  il veleno delle disuguaglianze più inique, della carestia alla quale sono condannati anche quelli che si rassegnano a stare a casa, pensando di rinviare responsabilità e angoscia e incertezza, della psiche e dell’aspettativa segnate di bambini e anziani, di libertà ridotte in nome dei prodigi della scienza e della tecnica che vengono proposti e imposti col ricatto e l’intimidazione.

Proprio Arcuri ha fatto chiarezza sull’app di rintracciamento, comunicando che no, non è obbligatoria, ma se non entra in funzione sarà ineluttabile non alleggerire le misure di contenimento e confinamento.

Si tratta dell’aggiornamento, causa virus, della scelta del male minore, la patologia contagiosa e letale che colpisce chi si dimentica che si tratta di un male e non vuol guarire, perché preferisce la fatica di essere schiavo a quella del pensiero libero.

 

 


Dio li fa e poi li accoppia

re s slAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se i vostri figli avranno l’occasione un domani di andare al cinema a vedere ascesa e caduta di due leader condannati dalla cronaca (si sa che noi abbiamo poca frequentazione della storia e delle sue lezioni) e costretti a un dorato esilio, nel corso del quale  e dopo si potrà assistere a una doverosa riabilitazione perché, va ammesso, avranno pure loro fatto qualcosa di buono.

E magari quel qualcosa riguarderà proprio la puntualità dei treni nelle stazioni, Matera e Sud esclusi, perché i due uniti dallo stesso nome, anche su quello andavano d’accordo, sulle fortune dell’indispensabile alta velocità, da realizzare a tutti i costi perfino sotto lo storico e celebrato selciato di Firenze.

E chissà se vi perdoneranno di non aver capito, che non ci voleva mica tanto: avrebbero dovuto accorgersene anche i gonzi più citrulli, quelli che pensavano, dall’uno ancor più che dall’altro, di poter trarre qualche benefits come succede con le aziende che se sono in crisi licenziano e delocalizzano, ma continuano a premiare oltre agli azionisti, manager, attendenti e caporali, che dietro alle scaramucce a quei duelli che parevano quelli dei pupi con le spade di legno e i lestofanti che gridano ai loro accoliti, tenetemi che l’uccido, strizzandosi l’occhio.

Ci voleva poco, bastava confrontare il pochissimo di idee dietro ai tweet e i selfie, e il molto di minacce e blandizie, bastoni e carote, voti di fiducia e ddl fotocopia, bugie e smentite, per capire che su quei due corpaccioni stava collocata una testa sola, un’unica mente, guidata da una unica ambizione e al servizio degli stessi padroni.

Perché stupirsi dunque, se finalmente – c’è un proverbio russo che dice che i matrimoni si fanno in cielo, ma in questo caso il connubio deve essere stato favori e concluso all’inferno – i due Matteo hanno fatto outing, uno più audace e perfino più trasparente con una pubblica dichiarazione come il suo parlamentare che ha chiesto la mano della fidanzata in piena Camera, l’altro, più pusillanime, che fa finta di tentennare, aspettando di mettere a punto le 140 battute – a lui interessa la qualità più che la quantità e si accontenta delle vecchie offerte di Twitter, nelle quali spiegherà al popolo non più populista grazie a lui,  le ragioni dell’intesa, dalla tutela della democrazia, alla rimessa in modo dello sviluppo, dalla comune matrice  antifascista, in fondo lo avevano sempre detto anche Cacciari e d’Alema, fino alla proposta condivisa di un’alta autorità, sindaco o podestà, lidèr maximo o supergovernatore, cui affidare le sorti del paese.

Certo, meglio sarebbe una di quelle figure della mitologia, figlie di amori sacrileghi, metà uomo e metà cavallo. Meglio ancora i due potrebbero incarnarsi in un ibrido metà bestia e metà bestia, fermo restando che uno dei due, come ha sostenuto il rappresentante ufficiale della sardine, essendo posseduto da un erotismo sia pur tamarro,  avrebbe diritto alla parte inferiore,  mentre nessuno dei due  merita la parte sormontata dalla testa.

A volte più delle elegie, delle agiografie e delle analisi di opinionisti e elzeviristi che tanto non ne imbroccano una, sarebbe stato più accorto affidarsi alla rubrica della Settimana Enigmistica: Trova la differenza.

Ho parlato della Tav e come è noto ambedue sono portatori insani del morbo delle grandi opere, quello che diffonde corruzione, pressione sul territorio, dissipazione degli anticorpi che dovrebbero proteggere da megalomania e dalla boria dei gradassi che vogliono lasciare un’impronta nel futuro mentre nel presente si portano a casa la gratitudine di speculatori e mafie integrate nella legalità grazie a apposite misure di legge.

Ma si potrebbe parlare di ordine pubblico, visto che il più gradasso che ha un fiuto speciale per suscitare e accreditare quelle miserie che si celano negli italiani brava gente, ha perfezionato un’ideale di sicurezza disegnato ben prima di lui, criminalizzando l’immigrazione come avevano fatto sì, indisturbati, Bossi e Fini, ma pure Turco e Napolitano, e completando l’edificio di misure care ai sindaci sceriffi dell’intero arco costituzionale, poi frutto dell’operato del Ministro più idolatrato da ambo i fronti, di penalizzare gli ultimi per tranquillizzare i penultimi, a suon di Daspo, protezione del decoro dai poveracci di tutte le etnie, repressione delle espressioni di critica.

E che dire dell’Europa? che per tutti e due è ormai un atto di fede, la cui abiura sarebbe punita con l’esclusione dalla possibilità di stare alla ribalta, tanto che dopo gli antichi sputacchi, insulti inintelligibili, diventati scodinzolii appena allestito il canile governativo, anche il burbanzoso leghista si è convinto che la fortezza è l’unico soggetto abilitato a difendere insieme ai comuni padroni, la loro ideologia e teocrazia, quella del mercato, della finanza e delle banche, ma pure quella che si fonda sulle comuni radici cristiane, baciando pile e madonnine, mangiando parmesan e cassoela, obbedendo ai diktat come se fossero fioretti indispensabili a salvare portafogli e anime.

Anche per il sovranismo, in virtù dell’accoppiamento è stata trovata una formula domestica, che riconosce poteri e competenze di una entità sovranazionale, che ha il merito indiscusso di rendere impossibile governare e investire nel Paese, mentre permette di spendere per la manutenzione dei palazzi e per la sopravvivenza dei residenti, e che concede spazi di autonomia a un terzetto di regioni che agiscono per provvedere alla desiderabile transizione verso la totale privatizzazione di scuole, servizi sociali, assistenza e sanità.

Va detto che il processo è stato preparato con cura, aiutato da emergenze che, dopo la temporanea ostensione di valori e slogan richiamano a deporre i tempi dell’antirazzismo, dei diritti civili, della uguaglianza di genere, dell’antifascismo, consigliano principi e procedure più sbrigative e realistiche, poteri e autorità eccezionali, tanto che anche quelli che erano considerati i leghisti buoni, a cominciare dall’antropologo di Bibano di Codega, che Camporesi e Levi Strauss a lui je spicciano casa, adesso si mostrano per quel che sono, senza sotterfugi, salviniani o diversamente salviniani,  odiatori del Sud né più né meno di un Bonaccini qualunque, cosmopoliti ma quando si rubacchia, si approfitta, si specula, populisti quando occorre mettere insieme un po’ di marmaglia, tra specie ittiche o fascistelli dichiarati, inferiori sempre per numero di quelli che lo nascondono dietro il politicamente corretto, per dimostrare chi comanda.

Non so se i vostri figli li vedranno in esilio, a noi spetterebbe mandarceli.


Pesce d’aprile o pesce in barile

fis Anna Lombroso per il Simplicissimus

Va a sapere se sono solo di frutto di fantasia le voci di corridoio che sussurrano come dopo il pistolotto di Rula Jebreal a Sanremo si starebbe negoziando una comparsata del fondatore della sardine, Santori.

Diciamo la verità, la sua presenza avrebbe un’autorevolezza superiore perfino a quella della giornalista che pure annovera nel suo passato una relazione d’amore con l’ex Pink Floyd Roger Waters, per via della competenza musicale che l’idolatrato piccolo imperatore delle piazze ha maturata nell’organizzazione del concerto di sostegno alla campagna elettorale del Pd in Emilia, al quale parteciperanno, come lui stesso ha trionfalmente annunciato,  i Subsonica, gli Afterhours e altri, che ci auguriamo non saranno costretti a intonare l’inno del movimento: “6000 (siamo una voce)” che recita “In questi giorni di politici né carne né pesce tutti cambiano partiti come cambiano scarpe. Papà Mameli ci voleva desti, un po’ in ritardo, ma adesso siamo svegli! Siamo Sardine e siamo tante. Siamo formiche col passo d’elefante. Siamo l’Italia che si sta svegliando. Guarda le piazze: stiamo arrivando!”.

Ma intanto, sempre a proposito di colonne sonore,  il simpatico giovanotto ci ha tenuto a sottolineare che le sardine avevano già scelto la loro canzone guida: “Come è profondo il mare” di Dalla, ma che poi la piazza invece li ha superati a sinistra cantando Bella ciao.  E i capi, senza il timore di essere tacciati di populismo pop, l’avrebbero assecondata benevolmente: perché, è sempre Santori, un fan degli ossimori,  a fare outing: “Io sono un “moderato di sinistra” ma le Sardine no, nel momento in cui raccogliamo consenso trasversale. La componente più forte del movimento è progressista, ma non lo possiamo definire ufficialmente di sinistra“.

E’ stata una benigna concessione, quella che ha permesso alle piazze di cantare Bella Ciao, ma, ha ribadito più volte,  il movimento “spontaneo” ha  bisogno invece per crescere di disciplina, di autorità riconosciuta  nelle figure che ne incarnano la leadership autonominatasi, e che, sono le sue parole, “prima di insegnare bisogna fare silenzio”, ma non il suo,  se invece reclama l’imposizione di regole, quelle che devono servire all’affermazione della buona politica – come un Veltroni qualsiasi –  quella  con la P maiuscola che consiste nel “delegare qualcuno che è competente e affronta temi complessi”. Insomma  quella  della rivoluzione pacifica e educata che ha come primo obiettivo, propagandato anche in musica con le bande del 19 gennaio, una settimana prima del voto,  battere la candidata leghista in lizza in Emilia Romagna  sullo stesso terreno, quello del federalismo che Bonaccini chiama   pudicamente necessaria autonomia mentre la Bergonzoni lo rivendica sgangheratamente come riscatto secessionista, ma che poi è proprio la stessa cosa  tenersi parte degli introiti fiscali, favorire il passaggio dei servizi ai privati, penalizzare le regioni “fardello” del Sud chiudendo gli occhi indulgenti sulle proprie evasioni locali, consolidare le suole “paritarie” e le università come propedeutiche al lavoro flessibile, impoverendole della loro funzione formativa e pedagogica.

E che guarda con trepida attesa all’altra rivoluzione pacifica, quella del Pd di Zingaretti, l’unico partito che “ha dato retta alle sardine”, come si può osservare dalla determinazione messa nel cancellare le infami misure del nemico n.1.

Se invece poi non ci avesse  pensato, ci sarebbe da suggerire alla Rai di aggiudicarsi la presenza di un così prestigioso influencer, a dimostrazione che, contro quello che in troppi abbiamo affermato alla sua irruzione sulla scena della politica spettacolo, che cioè incarnasse un vuoto di idee, pensieri, valori,  si tratta invece  dell’elemento di coagulo, nelle piazze benpensanti, dei principi del politicamente corretto che ha coperto il massacro sociale al servizio delle oligarchie dominanti.

Tanto è vero che la loro citazione di quella desiderabile nonviolenza, che andrebbe inserita come ingrediente primario nelle ricette del confronto politico,  inteso come negoziato e contrattazione tra i bisogni della classe meno disagiata  che vive qualche rimasuglio di benessere  e i poteri, reclama la fine dell’unico conflitto che fa paura, quello di classe.

Sarebbe un  palcoscenico appropriato il festival canoro, per quel “pieno” moderatamente di sinistra di quei ragazzi dell’età di Giorgiana Masi, di Walter Rossi, oggi vezzeggiati da quelli che hanno preferito dimenticare chi sono stati o che forse non sono mai stati come dicevano di essere, quel “pieno” di chi accomuna nella repulsione per Salvini largamente condivisibile, il disprezzo per chi sta sotto e che non condivide la loro adesione entusiastica alla visione (che unisce Lega, Pd, Forza Italia, Meloni)  neoliberista, mercatista e privatizzatrice, che corre festosa nel ventre europeo sulle rotaie dell’alta velocità, dentro ai tunnel cadenti d’Italia, sui motorini dei pony di Foodora e JustEat, dentro al cosmopolitismo del turismo, dell’Erasmus, e della cucina fusion che offre opportunità i reduci dai master acchiappacitrulli come lavapiatti a Londra o “volontari” all’Expo o a Eataly trasmessa per via dinastica.

Chissà se qualcuno in quelle  piazze si è accorto che era uno scherzo, un pesce d’aprile o un pesce in barile, quando nessuno ha chiamato a raccolta per quell’effetto del succedersi di decreti sicurezza che si chiama “Dosio in carcere” per il reato di opposizione, o contro i crimini della potenza militare che ha colonizzato anche il loro immaginario, pure quelli ampiamente deplorati e messi al bando dalla Carta costituzionale.

Eppure la loro pretesa di innocenza che per opinionisti innamorati rappresenta la loro cifra, la non “compromissione”  cioè “di chi non porta le (tante) colpe di chi in questo ventennio ha assunto ruoli e funzioni politiche”, non li esonera certo dalla responsabilità per il presente e il futuro.

Sono quelle le  responsabilità che sentono invece tanti  che senza tribune, interviste, presenze televisive,  che non hanno i mezzi potenti e gli appoggi necessari a organizzare concertoni che hanno il loro discutibile precedente nelle celebrazioni del Primo Maggio alla memoria dei valori e delle conquiste del lavoro, magari ecumenicamente insieme a Confindustria, rave, adunate, ma che lavorano invece con la controinformazione per far circolare la volontà dei cittadini a partecipare ai processi decisionali che interessano i loro territori, quelli che si battono contro la Tav, le trivelle, le militarizzazioni di intere aree delle loro regioni, per il diritto alla casa, perché Sigonella e Aviano non siano le servitù che dobbiamo a quello che ancora vorrebbe essere il padrone e il guardiano del mondo, alle organizzazioni di terremotati e volontari che da tre anni vivono la vergogna infamante del dopo sisma, di quelli che hanno capito che il razzismo – quello contro gli stranieri e contro il terzo mondo interno – è una declinazione del totalitarismo, come l’imperialismo, il colonialismo, la xenofobia. Che hanno capito che  non basta detronizzare uno scellerato se non si contrasta il reame e il suo sistema, anche quando assume fattezze più accettabili, ma ne applica le stesse regole, le stesse misure, stringe gli stessi patti osceni nell’inferno libico con despoti e tiranni.

Qualcuno degli entusiasti del fan club ha scritto che “è sempre più evidente che non sono più gli adulti a trasmettere ai giovani saperi, esperienze, conoscenze, competenze, aspirazioni. Ormai la cultura non è più esclusivamente discendente, dai genitori ai figli, ma è in buona parte ascendente, dai figli ai genitori”. Una teoria che assomiglia tanto alla infatuazione delle croniste “fashion victim” e dei sociologi un tanto al metro per Mary Quant, per il look di Carnaby Street, insomma per la moda che a loro dire veniva dalla strada, per le trovate ispirate agli stilisti dagli outfit della ragazze che mettevano insieme gli abiti di mamma, l’usato militare, le pellicce sintetiche e quelle delle star incantevolmente tarmate.

E infatti si parlava di moda. E   di moda si parla anche in questo caso, e la moda è una cosa seria perché muove capitali, però non smuove invece il capitalismo e non vuole nemmeno lontanamente insidiarne l’egemonia e nemmeno il prestigio, semmai aggiungerci qualcosa che lo rafforzi come l’auspicata “democrazia digitale” in sostituzione futurista di quella reale, in fondo al cassetto dei sogni.

Ma non c’è da stupirsi: «Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero» hanno rivendicato i leader nel loro manifesto così glamour, che non annovera tra i pericoli ingiustizia e iniquità, catalogati come adolescenti ancorché trentenni, in corsa verso il domani, e che amano “le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”.

E dire che per anni abbiamo pensato che era da combattere quella pretesa normalità artificiale che omologava, spingendo a una uguaglianza verso il basso: tutti più poveri salvo pochi, tutti più umiliati salvo gli eletti, tutti più servi salvo i padroni, tutti più rinunciatari senza nemmeno il desiderio e l’attesa dell’utopia.

 

 

 

 


Ai cittadini non far sapere…

banchett Anna Lombroso per il Simplicissimus

Notti fa dopo aver visto un telefilm scandinavo che aveva come protagonista una giornalista di cronaca nera, non riuscivo più a prendere sonno.

No non era una storia “de paura” anche se quelle rarefatte  atmosfere nebbiose sono inquietanti. No, è che proprio quel giorno avevo letto che all’insaputa di tutti, i consiglieri della regione autonoma siciliana si erano aumentati gli emolumenti come doveroso e meritato riconoscimento per la loro attività al servizio della cittadinanza. Mentre invece nello sceneggiato la cronista si presenta in un ufficio di relazioni con il pubblico di una istituzione e chiede qualcosa che per noi è inimmaginabile, fantascientifico, utopistico: prendere visione delle ricevute delle carte di credito di un amministratore, a cominciare da quelle che dimostrano la sua frequentazione di un night club di audaci spogliarelliste. Da lì avrà inizio la sua indagine a conferma che i paesi più civilizzati non sono esenti dall’eleggere cretini pruriginosi e puttanieri che per giunta pagano i loro diletti coi soldi dei contribuenti, pur sapendo che verranno beccati in flagrante o subito dopo.

Pensate se accadesse da noi, pensate che miserabile repertorio di consumi sconcertanti verrebbe messo a disposizione del cittadino, calzini, leccalecca, mignotte e viados, straordinari per guardie del corpo convertite in reggimoccolo durante incontri piccanti, sexy toys, plateau di ostriche, oltre al repertorio tradizionale di cene, festini, gite con amici e famiglia, appartamenti vista mare, restauri delle seconde case e seconde case stesse, promossi grazie a quella riforma della Costituzione che offrì in tempi non sospetti di secessione- era di moda chiamarla risposta a istanze sacrosante di federalismo –  una superiore autonomia di spesa alle regioni, senza l’onere e la responsabilità di reperire le risorse necessarie a finanziarle.

La modifica del Titolo V prevedeva inoltre nuove competenze (la più importante fu la gestione della sanità) con un incremento dei costi del 74%, il 23% dei quali destinato a coprire quelli di gestione ordinaria,   e una autodeterminazione in materia organizzativa, che permetteva di stabilire quanti consiglieri avere, quanti assessori e come organizzarli. A beneficiarne furono quelle a statuto ordinario e quelle a statuto speciale, alla pari nella dissipazione combinata con l’impotenza, l’inadeguatezza e l’inefficienza di scatole vuote, cui è stata affidata gran parte delle competenze delle province mai davvero cancellate e consegnata la loro forza lavoro esuberante.

E siccome tra le affezioni patologiche  di queste macchine da traffici illeciti, improduttività, mediatori  nell’ambito dei negoziati opachi cui si è ridotta la conservazione del territorio, la sua pianificazione e i servizi connessi come ad esempio la gestione dei rifiuti, si può annoverare anche l’insaziabilità, si va allargando il numero delle regioni che pretendono maggiore “indipendenza” in materia fiscale, tema caro soprattutto a quelle nelle quali è accertata la più elevata evasione, come in Veneto che vanta un primato con 9 miliardi di tasse evase, una cifra enorme,  che pesa per l’8,5% sulla quota nazionale, in un territorio che produce il 9,3% del Pil italiano, e Lombardia,  (già godono della compartecipazione all’IVA, e dell’addizionale IRPEF e IRAP ma la rivendicazione riguarda la possibilità di   conquistare altre roccaforti oltre a quelle   già occupate della scuola   e dell’università, dell’assistenza e del governo delle politiche ambientali,  grazie alla “appropriazione” – legittima a loro dire  – del  cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale.

Figuriamoci se questa operazione avviata da una solida alleanza di governatori leghisti, di presidenti che godono dell’appoggio incondizionate di piazze che chiedono trasparenza e rispetto della Costituzione, di altre che non si accontentano pur potendo approfittare di festose specificità, non è stata preparata da anni limitando per via di legge l’accesso dei cittadini alle informazioni, la possibilità e il diritto a partecipare ai processi decisionali e a prendere visione di capitoli di spesa e di investimenti dai più strategici a quelli apparentemente marginali. Io tanto per fare un esempio inseguo da anni il progetto di venire a conoscenza di quanto spende la Regione Lazio non per la predisposizione del piano regionale dei rifiuti, cimento troppo arduo, ma del più trascurabile impegno generoso e benevolo profuso a sostegno di cinepanettoni e serie Tv magari ambientate in Val d’Aosta o Friuli, o prodotte e girate in paesi esteri.

Infatti in festosa coincidenza con alcuni provvedimenti partoriti dai governi Renzi, come la “legge obiet­tivo” o il decreto “sblocca Ita­lia”, con le misure straordinarie prodotte per semplificare le procedure riguardanti la Tav escludendo la molesta presenza delle comu­nità locali in occasione di deci­sioni cru­ciali riguar­danti il loro habi­tat, con la revisione della Via mirata alla siste­ma­tica estro­mis­sione dei cit­ta­dini e delle isti­tu­zioni inte­res­sate dalle deci­sioni e dal con­trollo sulla effet­tiva uti­lità e sull’iter delle opere, proprio le regioni si sono adoperate  nell’ambito delle leggi di governo del territorio e di tutela del paesaggio e anche adot­tando pro­ce­dure di con­sul­ta­zione pura­mente appa­renti e fittizie, a limitare i diritti all’informazione dei cittadini, confermando la per­ma­nente e totale imper­mea­bi­lità a richie­ste, appelli, sol­le­ci­ta­zioni ed espo­sti di isti­tu­zioni ter­ri­to­riali, comi­tati spontanei,  tec­nici e intel­let­tuali  (come nel caso dell’aeroporto di Firenze) e la volontà che pro­te­sta e opposizione siano retrocessi a pro­blemi di ordine pub­blico deman­dati al con­trollo mili­tare.

E’ successo con la sciagurata legge urbanistica dell’Emilia-Romagna o della Sardegna, succede con la Toscana che sulla carta nell’ambito di provvedimenti e addirittura con una legge ad hoc fa mostra di avere a cuore la promozione della partecipazione, ma che da anni non risponde ai quesiti di cittadini, comitati, associazioni e organizzazioni che chiedono di essere messi a parte delle decisioni relative ai piani strutturali, a quelli paesaggistici, all’iter delle opere, delle infrastrutture e dell’urbanizzazione, né più né meno di quanto è avvenuto per il Mose, o di quanto sta avvenendo per gli stadi o per le Olimpiadi.

Se l’esclusione, se la promozione dell’ignoranza e dell’inconsapevolezza sono segnali inequivocabili dell’egemonia di un sistema di potere  detenuto da  lobby eco­no­mi­che e finan­zia­rie nazio­nali e sovra­na­zio­nali e delle isti­tu­zioni che così possono disporre senza limiti e senza con­trolli delle risorse del ter­ri­to­rio estro­met­tendo le popo­la­zioni inte­res­sate, colpevoli di essere por­ta­trici di inte­ressi par­ti­co­la­ri­stici e campanilistici, allora per questo si deve scendere in piazza insieme a chi combatte ogni giorno senza inni e senza gadget, per i diritti di cittadinanza.

 

 

 

 


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