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Potere etilico

brouwer2 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La droga più potente, diffusa in forma interclassista e per giunta assolutamente legale è sicuramente l’alcol. A guardare qualsiasi film italiano o hollywoodiano pare che la nostra vita sia scandita dalla presenza ancora prima del fatidico tramonto della tradione anglosassone del cocktail, dal bicchiere di vino rosso a consolazione di casalinghe frustrate, giovani single che si preparano all’acchiappo,  avvocati che seguono corsi di sommelier per accaparrarsi bottiglie pregiate da sorseggiare dietro le pareti di cristallo nelle quali si rispecchia la nostra feroce modernità, ma pure poliziotti nostrani che stappano un vinello dopo aver fronteggiato un serial killer o detective di NYPD che dopo l’appostamento in macchina fanno il pieno   di scotch dalla bottiglie incartata.

Non so se dobbiamo a questa definitiva legittimazione di una dipendenza che una volta si declinava in culto invidiabile e raffinato del gusto  per i ricchi e mesta sbornia  per i poveracci, la constatazione che siamo irrimediabilmente nelle mani degli ubriachi, che sembrano sempre sotto gli effetti di quel bel bicchiere di vino rosso autorizzato dalla cultura corrente ai target che appartengono secondo una fortunata  definizione recente alla società signorile di massa.

E’ questa provenienza di censo che potrebbe spiegare lo stato di ebbro marasma che li porta a biascicare propositi e promesse che smentiscono o si rimangiano la mattina dopo l’happy hour  dalla Gruber, perché sanno che il loro status  li esonera da responsabilità, doveri, oneri per via della provenienza da una condizione di relativa e selettiva agiatezza consolidata dalla fidelizzazione a un partito, movimento, lobby e dall’accesso ai privilegi e alla apparentemente inviolabile sicurezza di uno stile di vita e di un livello gratificante e dunque irrinunciabile di consumi.

Per questo sono indifferenti, anzi francamente infastiditi dai nostri gretti bisogni e dalle nostre miserabili rivendicazioni, siano essi rappresentanti eletti, tecnici continuamente implorati di salvarci con i loro teoremi e i loro algoritmi, sindacalisti che hanno preso a calci i valori del lavoro e le conquiste di secoli come arcaici fondi di magazzino della lotta di classe che ormai interpretano alla rovescia vendendo consulenze assicurative e fondi, o ministri che possono vantare una remota e ostile distanza da studi formativi, occupazioni e professioni che richiedono competenza, esperienza, affidabilità, tanto da diventare sponsor e testimonial della gig economy, dei lavoretti alla spina in delizioso avvicendamento con studi destinati unicamente a preparare alla servitù, al cottimo o al volontariato.

E siccome sono propagatori della cancellazione del lavoro, del welfare, della previdenza, dell’istruzione pubblica, della manutenzione dei diritti fondamentali, non tentano nemmeno più di rivendicare la capacità della loro ideologia e della prassi che ne consegue, quella di generare benessere per tutti sia pure a livelli differenziati, perché nel loro dna c’è solo il comando e il vincolo a tutelare gli interessi padronali e di conseguenza i loro, di vassalli o caporali.

E vi stupite se una delle regioni che guida la cordata della pretesa di autonomia al fine di redistribuire più acconciamente il gettito fiscale avendo dimostrato di saper governare con efficienza ed efficacia la cosa pubblica e salvaguardare il bene comune si vende i gioielli di famiglia a cominciare dai suoi palazzi del governo?

E vi stupite se la ministra competente in materia di trasporti e infrastrutture viene smentita nel suo ruolo di salvatrice di Venezia dai marosi, dal susseguirsi di test che provano l’inaffidabilità presente e futura del sistema ingegneristico che è  costato 7 miliardi ripartiti in strutture già fatiscenti, variazioni in corso d’opera attribuibili a materiali scadenti, inadeguatezza progettuale, incapacità e inattendibilità delle previsioni tecniche e di spesa, oltre che in un torrente di effetti del malaffare, che condannano la sua promessa di una demiurgica entrata in servizio del Mose nel 2021 al ruolo di penosa sortita di una scriteriata incompetente alle prese con una perenne campagna elettorale?  Tanto da aver costretto perfino la riservata  provveditrice alle opere pubbliche del Veneto, Cinzia Zincone a dichiarare che quella scadenza sarebbe “forzata” poichè  sarebbero già saltate “le scadenze intermedie”, a dimostrazione dell’indole peracottara del Consorzio Venezia Nuova  che aveva fatto intendere di essere in grado di provvedere già tra sei mesi a innalzamenti estemporanei delle paratie mobili in caso di maree straordinarie che ormai straordinarie non sono.

E vi stupite se i giornali danno ampio spazio alle implorazioni rivolte dalla stessa ministra al suo segretario di partito perché le dia lumi sulla linea da seguire nel caso della revoca della concessione alla Società Autostrade retrocessa a scaramuccia tra alleati renitenti, malgrado abbia dovuto esibire all’ultimo consiglio dei ministri perfino il rapporto della commissione ministeriale che inchioda Atlantia, come se non bastassero le inchieste sui crimini palesi a tutti fuorché al nuovo  rottamatore della magistratura?

E vi stupite se dopo aver confermato la sottoscrizione dell’accordo vergognoso con la Libia, dopo che anche grazie a quello l’Onu denuncia come più di 1000 migranti siano stati intercettati e  ricondotti nei lager, la ministra Lamorgese si accorge con sorpresa e preoccupazione che l’instabilità del paese potrebbe aumentare gli arrivi da Tripoli, che Conte tanto per metterci una pezza a colori non esclude la possibilità di inviare i “nostri” soldati di pace nell’area grazie ai presupposti della missione Misiat che prevede stanziamenti per la mobilitazione di 400 militari (ma 250 sono già là) e di 130 mezzi navali terrestri e aerei, in appoggio morale se non apertamente militare a una delle fazioni?

E vi stupite se mantenendo tutte le misure di “controllo” dell’immigrazione che hanno dato forma a una sollevazione di popolo espressa finora solo in via canora con Bella Ciao, si aprono i porti ma si conserva il susseguirsi di oltraggi alle leggi internazionali, si chiudono gli Sprar senza alternative e abbandonando i profughi a un destino di clandestinità offerta ai profitti dell’illegalità? Consentendo che siano in vigore leggi che discriminano non dando agli stranieri le stesse garanzie in tutti i gradi di giudizio, ma chiedendo a gran voce che venga aumentata la concessione di permessi umanitari?

Ecco, un proverbio dice che la vita è troppo breve per bere vino cattivo, dovremmo smetterla con le sbornie di seconda mano.


Ai cittadini non far sapere…

banchett Anna Lombroso per il Simplicissimus

Notti fa dopo aver visto un telefilm scandinavo che aveva come protagonista una giornalista di cronaca nera, non riuscivo più a prendere sonno.

No non era una storia “de paura” anche se quelle rarefatte  atmosfere nebbiose sono inquietanti. No, è che proprio quel giorno avevo letto che all’insaputa di tutti, i consiglieri della regione autonoma siciliana si erano aumentati gli emolumenti come doveroso e meritato riconoscimento per la loro attività al servizio della cittadinanza. Mentre invece nello sceneggiato la cronista si presenta in un ufficio di relazioni con il pubblico di una istituzione e chiede qualcosa che per noi è inimmaginabile, fantascientifico, utopistico: prendere visione delle ricevute delle carte di credito di un amministratore, a cominciare da quelle che dimostrano la sua frequentazione di un night club di audaci spogliarelliste. Da lì avrà inizio la sua indagine a conferma che i paesi più civilizzati non sono esenti dall’eleggere cretini pruriginosi e puttanieri che per giunta pagano i loro diletti coi soldi dei contribuenti, pur sapendo che verranno beccati in flagrante o subito dopo.

Pensate se accadesse da noi, pensate che miserabile repertorio di consumi sconcertanti verrebbe messo a disposizione del cittadino, calzini, leccalecca, mignotte e viados, straordinari per guardie del corpo convertite in reggimoccolo durante incontri piccanti, sexy toys, plateau di ostriche, oltre al repertorio tradizionale di cene, festini, gite con amici e famiglia, appartamenti vista mare, restauri delle seconde case e seconde case stesse, promossi grazie a quella riforma della Costituzione che offrì in tempi non sospetti di secessione- era di moda chiamarla risposta a istanze sacrosante di federalismo –  una superiore autonomia di spesa alle regioni, senza l’onere e la responsabilità di reperire le risorse necessarie a finanziarle.

La modifica del Titolo V prevedeva inoltre nuove competenze (la più importante fu la gestione della sanità) con un incremento dei costi del 74%, il 23% dei quali destinato a coprire quelli di gestione ordinaria,   e una autodeterminazione in materia organizzativa, che permetteva di stabilire quanti consiglieri avere, quanti assessori e come organizzarli. A beneficiarne furono quelle a statuto ordinario e quelle a statuto speciale, alla pari nella dissipazione combinata con l’impotenza, l’inadeguatezza e l’inefficienza di scatole vuote, cui è stata affidata gran parte delle competenze delle province mai davvero cancellate e consegnata la loro forza lavoro esuberante.

E siccome tra le affezioni patologiche  di queste macchine da traffici illeciti, improduttività, mediatori  nell’ambito dei negoziati opachi cui si è ridotta la conservazione del territorio, la sua pianificazione e i servizi connessi come ad esempio la gestione dei rifiuti, si può annoverare anche l’insaziabilità, si va allargando il numero delle regioni che pretendono maggiore “indipendenza” in materia fiscale, tema caro soprattutto a quelle nelle quali è accertata la più elevata evasione, come in Veneto che vanta un primato con 9 miliardi di tasse evase, una cifra enorme,  che pesa per l’8,5% sulla quota nazionale, in un territorio che produce il 9,3% del Pil italiano, e Lombardia,  (già godono della compartecipazione all’IVA, e dell’addizionale IRPEF e IRAP ma la rivendicazione riguarda la possibilità di   conquistare altre roccaforti oltre a quelle   già occupate della scuola   e dell’università, dell’assistenza e del governo delle politiche ambientali,  grazie alla “appropriazione” – legittima a loro dire  – del  cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale.

Figuriamoci se questa operazione avviata da una solida alleanza di governatori leghisti, di presidenti che godono dell’appoggio incondizionate di piazze che chiedono trasparenza e rispetto della Costituzione, di altre che non si accontentano pur potendo approfittare di festose specificità, non è stata preparata da anni limitando per via di legge l’accesso dei cittadini alle informazioni, la possibilità e il diritto a partecipare ai processi decisionali e a prendere visione di capitoli di spesa e di investimenti dai più strategici a quelli apparentemente marginali. Io tanto per fare un esempio inseguo da anni il progetto di venire a conoscenza di quanto spende la Regione Lazio non per la predisposizione del piano regionale dei rifiuti, cimento troppo arduo, ma del più trascurabile impegno generoso e benevolo profuso a sostegno di cinepanettoni e serie Tv magari ambientate in Val d’Aosta o Friuli, o prodotte e girate in paesi esteri.

Infatti in festosa coincidenza con alcuni provvedimenti partoriti dai governi Renzi, come la “legge obiet­tivo” o il decreto “sblocca Ita­lia”, con le misure straordinarie prodotte per semplificare le procedure riguardanti la Tav escludendo la molesta presenza delle comu­nità locali in occasione di deci­sioni cru­ciali riguar­danti il loro habi­tat, con la revisione della Via mirata alla siste­ma­tica estro­mis­sione dei cit­ta­dini e delle isti­tu­zioni inte­res­sate dalle deci­sioni e dal con­trollo sulla effet­tiva uti­lità e sull’iter delle opere, proprio le regioni si sono adoperate  nell’ambito delle leggi di governo del territorio e di tutela del paesaggio e anche adot­tando pro­ce­dure di con­sul­ta­zione pura­mente appa­renti e fittizie, a limitare i diritti all’informazione dei cittadini, confermando la per­ma­nente e totale imper­mea­bi­lità a richie­ste, appelli, sol­le­ci­ta­zioni ed espo­sti di isti­tu­zioni ter­ri­to­riali, comi­tati spontanei,  tec­nici e intel­let­tuali  (come nel caso dell’aeroporto di Firenze) e la volontà che pro­te­sta e opposizione siano retrocessi a pro­blemi di ordine pub­blico deman­dati al con­trollo mili­tare.

E’ successo con la sciagurata legge urbanistica dell’Emilia-Romagna o della Sardegna, succede con la Toscana che sulla carta nell’ambito di provvedimenti e addirittura con una legge ad hoc fa mostra di avere a cuore la promozione della partecipazione, ma che da anni non risponde ai quesiti di cittadini, comitati, associazioni e organizzazioni che chiedono di essere messi a parte delle decisioni relative ai piani strutturali, a quelli paesaggistici, all’iter delle opere, delle infrastrutture e dell’urbanizzazione, né più né meno di quanto è avvenuto per il Mose, o di quanto sta avvenendo per gli stadi o per le Olimpiadi.

Se l’esclusione, se la promozione dell’ignoranza e dell’inconsapevolezza sono segnali inequivocabili dell’egemonia di un sistema di potere  detenuto da  lobby eco­no­mi­che e finan­zia­rie nazio­nali e sovra­na­zio­nali e delle isti­tu­zioni che così possono disporre senza limiti e senza con­trolli delle risorse del ter­ri­to­rio estro­met­tendo le popo­la­zioni inte­res­sate, colpevoli di essere por­ta­trici di inte­ressi par­ti­co­la­ri­stici e campanilistici, allora per questo si deve scendere in piazza insieme a chi combatte ogni giorno senza inni e senza gadget, per i diritti di cittadinanza.

 

 

 

 


Mose, fallimento di Natale

ITALY-WEATHER-FLOODING-ALTA ACQUA-HIGH WATER-VENICEForse i veneziani sommersi speravano in un regalo di Natale, ma  anche la seconda prova generale del Mose, dopo quella fatta nei giorni successivi all’acqua grande storica di qualche settimana fa, è  fallita. Proprio niente sembra funzionare perché tutto è stato funzionale non alla salvezza della città quanto piuttosto ai profitti delle aziende del Consorzio, al potere dello stesso, di natura politico affaristica, così grande che tutte le obiezioni al progetto e poi ai lati oscuri della sua realizzazione, sono stati soffocati: dire di no significava essere esclusi da tutti gli altri lavori e commesse, emarginati negli ambienti professionali, diventare dei rompicoglioni e degli appestati. Così le cerniere delle paratie originariamente progettati in fusione di ghisa, sono state poi oggetto di una variante  che ha puntato sul lamierato saldato semplicemente  perché nelle aziende del Consorzio non c’era chi aveva la tecnologia della ghisa, ma invece c’era la Mantovani che aveva acquisito un azienda esperta di lamierati.  Peccato che  secondo la letteratura internazionale sono una scelta pessima per opere subacquee. Specie se poi i materiali non sono della qualità prevista.  E’ solo un esempio di un’intricata storia di varianti, corruzione, che per due decenni ha agito come una cupola, senza ascoltare nessuno, senza ricorrere alle migliori tecnologie, senza tollerare critiche.

Lorenzo Fellin, ingegnere padovano docente di impiantistica, dopo essere stato costretto a sbattere la porta per avere espresso dubbi pesantissimi sulle cerniere che il Consorzio Venezia Nuova aveva deciso di far costruire per il Mose ha detto in una recente intervista: “In tutte le riunioni a cui ho partecipato non ci sono mai stati interventi critici, qualcuno che alzasse la mano per dire no così non va. In fondo era quello il nostro compito, controllare. Molti avevano anche progetti che andavano in discussione. O erano consulenti delle imprese del Mose o di imprese ad esse collegate”. Insomma il Consorzio agiva come un ecosistema chiuso ad ogni ragionamento e a ogni critica, ad ogni apporto tecnico, tutto intento a costruire un proprio potere col pretesto della salvezza di Venezia: così il Mose già ora, cioè incompleto e non funzionante, è costato più di tre volte l’intera autostrada del Sole e semmai dovesse funzionare implicherà folli spese di manutenzione che costituiranno un pesante vitalizio a favore di chi ha combinato il disastro.

Naturalmente dire che il Mose funzioni, ossia sia in grado di alzare le sue paratie, non significa che esso sia davvero utile a salvaguardare Venezia, anzi questo è molto dubbio e studi approfonditi dicono che la progettazione stessa delle barriere è sbagliata. Ci si è avventati ad occhi chiusi su un progetto, peraltro già abbandonato altrove, perché esso garantiva i massimi profitti non certo la massima efficacia. Ma qui non si tratta del fallimento di un’opera, siamo invece di fronte al fallimento di un intero modello di governance fondato sulla corruzione, sul conflitto di interessi, sul cortocircuito affari politica che produce pessimi risultati per i cittadino e per il Paese, ma grandi vantaggi per le cupole che operano. Le soluzioni sono sempre quelle implicano il maggior costo e la minima efficacia e questo indipendentemente dall’importanza dell’obiettivo: c’è una certa differenza tra il costruire una linea ferroviaria del tutto inutile come la Tav Torino – Lione e lasciare affondare Venezia per aver scelto una soluzione monstre, averla progettata in maniera superficiale e  averla realizzata in maniera pessima. Proprio questa differenza ci dice che il “sistema Italia” è marcio dalla testa ai piedi perché non riesce  a fare un passo indietro nemmeno di fronte ai temi vitali. Anche la politica non è ormai che un grande consorzio volto alla salvezza di questo sistema e dove in nome di tale obiettivo generale le forze politiche sono aggregabili e disaggregabili a piacere come se fossero pezzi di un Lego. E del resto non esprimendo differenze significative, anzi non avendo visioni non possono che essere legate a questa logica “costruttiva”. In realtà è l’Italia tutta intera che sta affondando e di certo non verrà salvata da un parlamento Mose,


Leggi shock per gli sciocchi

grandi-opere  Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è davvero di che sorprendersi gironzolando nei social o leggendo i commenti in margine a articoli dei quotidiani online e ai post dei blog di informazione, almeno quanto ci si stupiva se Berlusconi parlava del pericolo comunista. Perché ogni tanto salta su qualcuno che pare un militare giapponese rimasto vent’anni nella giungla, che giura sull’esistenza in vita di un centro sinistra.

O, peggio, che riserva ancora credito al Pd o a Italia Viva in qualità di organizzazioni “progressiste”, dimentico che già all’atto della sua fondazione (ben prima della Fondazione Open) nell’ottobre 2007, il Pd  aveva pubblicamente fatto atto di abiura da quelle geografie, rigettando tradizione e mandato, cancellando la “democrazia di partito” in vista della augurabile cancellazione del sistema politico nato dalla Resistenza, anche quella considerata un arcaico attrezzo da mettere in soffitta, per realizzare la costruzione di un Grande Centro egemonico capace di monopolizzare l’intero spazio politico non occupato dalla destra, con la quale dialogare in vista di proficue alleanze.

E infatti dietro alla parola d’ordine stabilizzazione, allora molto in voga,  c’era un  poderoso potenziale distruttivo, pronto a esautorare ogni possibilità di dare rappresentanza ad una opposizione ai poteri forti economici e finanziari, dando nuovo vigore all’atto di fede europeista, alla neutralizzazione di una storia e una cultura grazie al sopravvento di una politica “non ideologica” ben incarnata dallo slogan del “fare” a ogni costo,  dal rifiuto degli impianti identitari, dalla pacificazione.

Da allora è vero che c’è stata una emorragia di voti, una perdita di consenso elettorale, eppure quel credo ha vinto, ha contaminato la politica tutta, e adesso gode i frutti offerti galla cornucopia di banalità avvelenate, post politiche e post democratiche, delle sardine.

Sono loro che costituiscono la perfetta rappresentazione plastica del target cui si rivolge l’azienda con due consigli di amministrazione ma uguali obiettivi, quelli di consolidare l’attività al servizio dei poteri forti economici e finanziari, in posizione entusiasticamente subalterna e in contrasto con l’interesse comune, la testimonianza dei bisogni dei lavoratori, non solo operai e dipendenti pubblici, cui si guarda ormai come a molesti pretendenti a garanzie immeritate, ma anche insegnanti  e professionisti,  che erano lo zoccolo duro del loro elettorato.

Sono loro i retrocessi tutti a classe disagiata grazie alle politiche riformiste attuate in questi anni, ma drogati dalla convinzione di far parte di una scrematura consapevole, acculturata, detentrice di privilegi e superiorità morale, tanto da aver perso combattività e potenza critica, accucciati nella tana calda del minimo sindacale della sopravvivenza umiliata, accidiosi e ignavi.

Chi davvero interessi ai “progressisti” si capisce quando sfoderano le loro visioni di “sviluppo”, proprio come fa Renzi che in due paginone del quotidiano confindustriale che aspira a fare da house organ di Italia Viva,  snocciola col titolo di Piano Shock i numeri del costruttivismo edilizio, cementifero e sociale del quale vuole essere promotore, con lo slogan esplicito: Sblocchiamo tutto.

Non gli basta la sua insider al governo: reduce dalle sue visite pastorali in veste di senatore degli italiani,  racconta di aver potuto constatare il vivo interesse da parte di società di investimento e di banche, anche straniere, che sarebbero propense a comprarci a poco prezzo, a occupare militarmente il nostro territorio, ma che sono ostacolate da lacci e laccioli. Pertanto, dice l’eterno moccioso come fosse intento con secchiello e paletta a tirar su castelli di sabbia a Follonica,  quel che serve “è una corsia preferenziale sblocca-burocrazia come abbiamo fatto con l’Expo di Milano e con gli scavi di Pompei”.

Si sa che semplificazione fu la parola d’ordine dei suoi governi anche se a cominciare fu Letta prima di stare sereno, che in accoppiata col ministro dei rolex Lupi licenziò il famigerato “Decreto del Fare”, con l’intento di  disfare quel che restava delle regole che volevano difendere il territorio e i suoi abitanti, sotto l’egida di quelle “larghe intese” grazie alle quali il PD riuscì a realizzare quello al Pdl non era riuscito: smantellare l’edificio della vigilanza, introducendo deroghe alla materia urbanistica e edilizia, rimuovendo gli obblighi generali di rispetto estetico, plastico e urbanistico dell’esistente, con la finalità esplicita di ridurre i poteri delle amministrazioni per lasciare campo libero ai privati, alle rendite, alla speculazione.

Fu proprio una svolta ideologica accompagnata dallo sguaiato dileggio per i sapientoni e i fastidiosi professoroni, fossero costituzionalisti o sovrintendenti, disfattisti tutti parimenti impegnati a fermare sviluppo e progresso,  e dalla repressione di “comitati e comitatini” come li chiamava il bullo del Giglio. E che non trovò una barriera del governo del cambiamento con la Lega opportunamente allineata sullo stesso fronte e i 5Stelle incapaci e impotenti a mantenere le promesse elettorali, spaventati dalle intimidazioni e dalla minacce di punizioni sovranazionali e interne.

E infatti nell’alternarsi di appoggio e critica all’attuale coalizione, quello che vince sempre è  il partito dell’affarismo trasversale, testimonial e gregario  degli interessi di banche e imprese costruttrici,  posseduti da una bulimia ripetitiva che impone traffici sovrastimati e costi sottostimati contro ogni evidenza economica e di buon senso, intesa a socializzare perdite e privatizzare profitti, affetti da una megalomania che sortisce l’effetto di mettere in moto macchine da corruzione che fanno guadagnare dai disastri, dai ritardi, dagli interventi in itinere sui progetti iniziali,  dall’impiego di materiali scadenti e di professionisti inetti o venduti e comprati.

“Per ogni grande opera”, è questo il programma di Italia Viva, dovrà essere adottata “ una legislazione ad hoc che superi i lacci burocratici”,  perché, denuncia, “in Italia sono bloccate opere per oltre 56 miliardi. 8 circa per mancanza di finanziamenti, ma le restanti per la burocrazia”. Ovviamente ha già pronto il modello cui uniformarsi, quello della mafia Serenissima, quel mostro giuridico che sovrintende allo sfacelo vergognoso del Mose, che è riuscito a autorizzare e promuovere malaffare per via di legge, ottenendo il risultato accertato di realizzare il fallimento perfetto, una grande opera che produce mazzette, che perpetua disastri, che non ottiene i risultati per i quali è stata pensata ma che garantisce e garantirà profitti perenni agli attori interessati, frutto della corrutela, del fango su cui è cresciuta, dell’inefficienza e della inettitudine convertite in virtù manageriale.

Ci sono movimenti che godono di alto gradimenti, altri invece che proprio non piacciono, perché hanno in mente altre semplificazioni, quelle che renderebbero la vita più facile ai cittadini, introducendo regole trasparenti, favorendo l’accesso alle informazioni sui processi decisionali che interessano le nostre città e i nostri territori, perché vorrebbero altri investimenti, quelli per la più Grande delle Opere, il risanamento del territorio, a partire dal contenimento del rischio sismico e idrogeologico, all’interno di uno scenario in cui la cura dell’ambiente e del paesaggio prenda il posto di uno sfruttamento miope e distruttivo,  che promuova una occupazione che duri oltre l’attività di un cantiere, che sia qualificata e remunerata dignitosamente in qualità di servizio civile e necessario al bene comune,  che promuova la formazione e la ricerca e valorizzi le competenze e i talenti.

Altro che bon ton, dovrebbe essere questa l’educazione civica e ambientale della quale c’è bisogno, e che non incontra il favore di critica e pubblico, perché impartisce la lezione della responsabilità collettiva e di quella individuale, perché stana chi sceglie la comodità di accontentarsi di elargizioni e concessioni, in cambio di obbedienza cieca,  perché ricorda che autodeterminazione e libertà si riconquistano ogni giorno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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