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E il Mose affondò nei debiti

Tiepolo. Venezia riceve i doni del Mare

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Adesso basta! Pare abbia detto Cinzia Zincone a capo del Provveditorato Interregionale per le Opere Pubbliche per il Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, l’autorità che ha di fatto sostituito il Magistrato alle Acque di Venezia, leggendo il conto della spesa presentato dal Consorzio Venezia Nuova, l’ente preposto al funzionamento del Mose.

I costi relativi alla stagione autunno inverno 2020-2021 ammontano a 15 milioni: tra spese ordinarie per oltre 6 milioni  comprensivi  del noleggio dei container in cui hanno dormito i cento addetti alle squadre allertati di notte per i sollevamenti, e quelle “vive”, circa 7 milioni,    per le 19 alzate – da 291 mila euro ciascuna – delle dighe mobili,    effettuate tra ottobre e febbraio,  cui sono stati aggiunti gli importi relativi all’innalzamento “probabile” delle barriere da oggi a giugno, immaginabili o solo ipotetici, proprio come quando l’Enel ci imputa i consumi futuri.

Insomma la fattura presentata alla collettività è molto più alta del previsto. “Devo parlare con rispetto di una operazione che, non dimentichiamo, ha salvaguardato Venezia dai danni delle acque alte.  Ma, ha denunciato la Zincone,  ci sono cifre che ci sono sembrate eccessive (il costo stimato per ogni sollevamento era di almeno 100 mila euro inferiore a quelli conteggiati nel bilancio del Consorzio) e stiamo ragionando su quali riconoscere”.

Vuoi vedere che la grande macchina mangiasoldi potrebbe dichiarare fallimento ancor prima di essere completata in una data continuamente spostata e che adesso era stabilita alla volta del 2022? Vuoi vedere che non bastano i 5,4 miliardi di euro, mazzette comprese,  spesi dal 2013, anno di inizio lavori, e nemmeno la previsione dei 6 miliardi complessivi (7 secondo il Consorzio): tanto costerebbe la salvezza della città?

Vuoi vedere che erano calcolati per difetto i 100 milioni l’anno per i prossimi 100 anni necessari alla manutenzione dell’opera?  Vuoi vedere che non saranno sufficienti i mezzi stanziati per le “risorse umane” adibite al rito di Atlante ogni volta che la marea oltrepassa il 110 cm.: ottanta persone   pronte a mettere in moto la procedura a 92 euro l’ora per gli ingegneri e i dirigenti e 37 euro l’ora per le maestranze?

Vuoi vedere che i 530 milioni che sta cercando il commissario Miani per sanare i 200 di situazione debitoria, arrivare a un onorevole compromesso con le imprese che hanno incrociato le braccia (il debito nei loro confronti ha raggiunto quota 20 milioni di euro) e far ripartire i lavori, non salveranno la formidabile opera ingegneristica che tutti ci invidiano -parola del Sindaco- dal tracollo e tanto meno Venezia dal mare?

Chissà se fa curriculum in questo caso una pubblicazione curata dall’attuale ministro Giovannini opportunamente intitolata Curare il sommerso o se invece suona come una sinistra profezia. Intanto sappiamo  che il suo slogan suona così: celerità! E possiamo aggiungere “nel segno della continuità” con tutti i precedenti, Berlusconi, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1, malgrado i goffi espedienti dei 5stelle che dicevano no e facevano si, Conte 2, perché la situazione impone di   «stimolare tutte le azioni possibili che consentano di velocizzare procedure che a ora non sono state attuate nei tempi previsti inizialmente» il modo da realizzare e portare a termine quelle solite 58 opere «particolarmente importanti e significative» legate allo Sbloccacantieri, per un importo che a regime prevede finanziamenti per 65-70 miliardi, grazie all’emanazione dei Dpcm necessari a rispettare la scadenza per la presentazione del Piano  “di ripresa e resilienza” alla Commissione Europea.

Di una cosa possiamo star certi, che alla girandola di commissari che si sono avvicendati intorno al Mose, dopo lo scandalo che ha messo in luce la natura vera del progetto: un motore capace di far circolare malaffare e corruzione, grazie al carburante dell’incompetenza che ha moltiplicato spese folli per materiali e consulenze scadenti, il tutto a norma di legge o quasi grazie al regime speciale connaturato allo status giuridico del consorzio di gestione, si aggiungerà una autorità straordinaria pescata nella cerchia dei soliti noti, qualcuno indagato, ma “senza che questo, a detta del ministro, prefiguri nessun motivo ostativo”,  distintosi per  alta professionalità tecnico amministrativa, a dimostrazione che il sole della eccezionalità emergenziale non tramonta mai.

E di quelle opere strategiche che dovranno portare l’Italia nel futuro fa parte naturalmente il Mose, insieme alla resurrezione della Tav, un fiore all’occhiello irrinunciabile per tutti i leader che l’hanno esibito come la loro legion d’onore, mentre nessuno di loro ha ritenuto che la reputazione agli occhi del mondo si potesse riconquistare mettendo mano al risanamento dal dissesto idrogeologico, arrestando le frane che se la prendono perfino coi morti nei cimiteri,  governando i fiumi, facendo manutenzione di paesaggi e patrimonio culturale.

Al momento è quasi inutile chiedersi se la scelta della paratie mobili sia stata giusta ed efficace: i test ( a questo siamo ancora, alla sperimentazione e ai tentativi) condotti in un anno dimostrano le difficoltà nelle varie fasi delle procedure dall’allarme preventivo che deve avviarle, alla mobilitazione delle maestranze, alla lunghezza dei tempi di innalzamento delle paratie e poi di abbassamento  reso necessario perchè la laguna non si trasformi in un catino maleodorante. Hanno dimostrato l’incompatibilità con le esigenze dell’attività portuale che ha “sconsigliato” la messa in funzione in occasione di maree significative per non ostacolare il passaggio di navi commerciali. Hanno confermato come la scelta di far entrare in azione il “dispositivo” a 110 cm. di altezza della marea, non salvi le zone più basse della città e comunque richieda tempi e azioni macchinosi e costosi, che disincentivano la prontezza e la sollecitudine degli interventi.

Ma non è invece inutile domandarsi se a fronte del dichiarato fallimento finanziario e tecnico, non sarebbe invece opportuno rimettere mano alla proposte alternative scartate all’origine perché era più profittevole per la combinazione di politica a affarismo investire e approvvigionarsi con un’opera pesante suscettibile di durare a lungo e produrre mazzette altrettanto a lungo, una greppia cui nutrirsi tra cordate aziendali, amministratori, soggetti di sorveglianza, grazie allo scambio di voti, favori, bustarelle, acquisti incauti, consulenze, studi farlocchi, ritardi a orologeria con annessi risarcimenti, demolendo quell’edificio di consolidati principi e storiche prassi che avevano per secoli improntato gli interventi di Venezia per governare la sua laguna.

Se non sarebbe ora cioè di mettere a tacere  lo stornello vergognoso del quale sono stati maestri cantori i 5stelle,  Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto…Chi ha dato, ha dato, ha dato… scordiamo il passato, mettiamolo in esercizio, pena il disonore internazionale, la minaccia dei risarcimenti e delle sanzioni.

Se non è troppo tardi per andare a pescare in tutte quelle proposte tecniche inventariate in un prezioso e circostanziato volume Il Mose salverà Venezia? degli ingegneri Vincenzo Di Tella, Gaetano Sebastiani e Paolo Vielmo e messe a tacere come fossero provocazioni proprio successe agli  autori  denunciati per diffamazione dal Consorzio Venezia Nuova, unico signore e padrone in regime di monopolio della città? Se non sarebbe opportuno dare voce a  Luigi D’Alpaos, professore emerito del Dipartimento di idraulica dell’Università di Padova e ripescare quelle analisi commissionate dal 2008 dal Comune di Venezia alla società di ingegneria francese Principia che segnalavano le debolezze strutturali del progetto, proprio come ripeteva tenacemente lo studioso Paolo Pirazzoli nel suo testamento spirituale La misura dell’acqua, pamphlet non a caso ormai introvabile?

E soprattutto non sarebbe ora di andare a vedere chi e che cosa ha condannato a morte Venezia e non per un lento e allegorico affondamento, ma perché è stata trasformata in bookshop  museale, in parco tematico della Serenissima con i pendolari dalla terraferma che ripopolano, in veste di figuranti locandieri, camerieri, osti, la città di giorno per poi lasciarla di notte ai fantasmi dei pochi residenti, espropriata, umiliata, svenduta, fino a ieri occupata oggi quinta teatrale della messa in scena della nuova Peste Nera?

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Pandaffarismo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E anche oggi mi tocca parlare di Covid, per ambientare adeguatamente qualche informazione. Allora, c’è una parte dei decisori, trasversale ai partiti della maggioranza, che si industria per mantenere vivi i livelli del terrore sanitario, offrendo dati incerti, confusi, manipolati contro ogni affidabilità e accertamento da quando la scienza è diventata un’opinione.

Poi c’è un’altra  parte, si tratta soprattutto di quelli di recente nomina “speciale”, che si esercita per mettere a frutto l’apocalisse profilattica, quelli dei banchi, delle mascherine, delle siringhe, dei vaccini, che comportano tali e tanti investimenti che non ce n’è per ospedali, bus e metro, assunzione di personale medico  o di insegnanti.

Poi  ci sono quelli scafati che occupano tutti i settori, avendo fatto della morbilità un brand favorevole a profitto, signori del cemento che si attrezzano per proporre fondi, boss dell’elettronica che si specializzano in assicurazioni sanitarie, capoccia della meccanica che obbligano i dipendenti a rifornirsi delle loro pensioni integrative, anche per avere il gusto di sfruttarli due volte, come lavoratori e clienti. 

E infine  ci sono quelli che zitti zitti, con l’aiuto del silenzio stampa – esteso alla rete – su qualsiasi tema che non sia igienico, continuano nella loro solerte e alacre attività affaristica di sempre in favore di una cupola parassitaria, imprenditorial- finanziaria, cordate di costruttori e immobiliaristi, pusher di balle digitale e simili.

Così in tutto questo affaccendarsi stava per sfuggirci la notizia che il fiero Bonaccini che non perde un’occasione per mostrarci il vero volto del riformismo  progressista ha tentato un colpaccio che Berlusconi, si direbbe a Roma, je spiccia casa: nelle maglie  della discussione in corso in assemblea legislativa sulle “Misure urgenti per promuovere la rigenerazione urbana dei centri storici”, all’articolo 33 in materia di  «riqualificazione delle strutture ricettive alberghiere e la rigenerazione urbana degli ambiti a vocazione turistica», aveva fatto introdurre surrettiziamente un vero e proprio condono  edilizio, sanando gli abusi  e aumentando le volumetrie. È il nuovo “modelle emiliano”, che vuol far dimenticare quando nel1968, quando superando i decreto del governo centrale che stabiliva che ogni cittadino italiano avesse diritto a non meno di 18 metri quadrati di spazi pubblici (per il verde, l’istruzione, i parcheggi ecc.), l’Emilia-Romagna lo fissò invece a 30 metri quadrati, o il piano Cervellati per le case popolari a Bologna, o il piano paesistico regionale che addirittura tenta di peggiorare la legge regionale del 2004 che consente di sanare gli abusi conformi alle regole vigenti al momento della domanda di condono.

Bonaccini ci prova. Sussulto dei Verdi e di una non precisata “sinistra”. Minaccia di ricorsi. Bisbigli della stampa, mentre tace  la vice distratta dall’impegno costante a essere Coraggiosa, alla fine il Presidente, proprio come il Cavaliere quando c’era lui, incolpa una “manina” insidiosa, la scarica malgrado sia una fedelissima, fa marcia indietro, scontenta i suoi grandi elettori della costa romagnola e  fa stralciare le misure incriminate, quelle che, dichiara, “non sono strettamente legate solo traguardo cui puntiamo: una maggiore semplificazione per favorire il ricorso all’Ecobonus 110%”.

Insomma, questa è andata male, ma altri cantieri sono aperti,  grazie al tandem con la garrula ministra che, pur sognando in grande un altro duetto, quello con Nardella per le Olimpiadi BO-FI,  ha accelerato l’attribuzione delle risorse per “fondamentali”  opere stradali, tra cui Passante, bretella Campogalliano-Sassuolo e Cispadana. E poi  c’è l’ampliamento dell’aeroporto di Parma, candidata a città green, che estende la pista di circa 770 metri, con un terminal cargo e un hangar per aerei privati, a meno di 2 km dai quartieri periferici della città e 3 km dal centro  e che dovrebbe ricevere gli aerei più grandi del mondo come il Boeing 747, 450 tonnellate di peso di cui 200 solo di carburante, un terzo del quale viene consumato durante decolli e atterraggi, sopra la città, prevedendo  entro il 2034, 50 movimenti al giorno. A chi si domanda ingenuamente cui prodest un intervento del genere con gli scali ridotti a archeologia aeroportuale: presto detto, Amazon che ha acquistato un lotto di 11 000 mq nelle vicinanze,  si accredita come capofila di un gruppo di aziende che voglio realizzare là, nel cuore della zona più inquinata d’Italia, un immenso polo della logistica di oltre 100000 mq.

Così si capisce meglio cosa intenda Bonaccini per autonomia regionale: la consegna a multinazionali, gruppi privati che intendono occupare militarmente il territorio e tutti i comparti a cominciare dal commercio, alla scuola, alla sanità e infatti per risparmiare al bilancio pubblico i costi di nuove strutture ospedaliere, il furbacchione ha dichiarato a suo tempo che i positivi “stanati dai suoi tracciatore casa per casa”, sono le sue parole,  possono essere ricoverati nei 1.000 posti letto che ha individuato in strutture alberghiere.

Una volta si parlava di questione meridionale, ma pare chiaro a vedere l’assalto a Milano condotto da colossi immobiliari e costruttori esotici, l’ostinazione con la quale si collocano Mose, Tav e Olimpiadi invernali tra le priorità della ricostruzione, tramite la promozione di quelle 130 Grandi opere, che ricorda da vicino la Legge Obiettivo di Berlusconi, anche senza citare l’infiltrazione mafiosa  in probabile non temporanea associazione di impresa con il tessuto economico “legale”, sarà più corretto parlare di questione nazionale, nella quale illegalità, sfruttamento, consumo e abuso del territorio avvengono a norma di legge, grazie a procedure concordate che hanno trasformato programmazione, pianificazione e urbanistica in pratica negoziale tra amministrazioni pubbliche e privati, nella quale sono i secondi ad avere sempre ragione.  

Basta pensare al decreto Semplificazioni orgogliosamente licenziato in luglio mentre eravamo distratti dal “via libera” concesso in modo da poterci subito dopo accusare di licenziose trasgressioni, quelle invece autorizzate ai comuni delegati a decidere misure autonome in materia di condono, alla incertezza che, non a caso, regna in merito alle autorizzazioni paesaggistiche e alle valutazioni di impatto ambientale, perché anche in questo caso la confusione permette lo stravolgimento di regole e buonsenso.

Basta pensare  al maquillage effettuato per modernizzare il testo di legge che regolava gli interventi edilizi (DPR 380/91) nella direzione dell’attacco delle aree storiche delle città,  alterando un edificio, innalzandolo, modificandone il prospetto, in virtù di opportune deroghe discrezionali elargite dall’amministrazione comunale in nome dell’interesse generale.

Basta pensare che il decreto prevede che i sindaci possano affidare senza alcuna gara pubblica lavori fino a 150 mila euro, e che per tutti gli importi superiori a questa cifra fino al massimo di oltre 5 milioni di euro, possano essere bandite gare negoziate senza  “evidenza pubblica”. Basta pensare che il provvedimento acclamato  come un colpo alla burocrazia, rafforza il ruolo del Cipe e attribuisce poteri eccezionali alla figura dei commissari, sempre gli stessi intercambiabili,  per l’attuazione delle opere e che potranno dotarsi di uffici tecnici a loro scelta, emarginando e svuotando il ruolo delle strutture di sorveglianza e controllo.

Basta pensare che ha messo le basi per un altro provvedimento che viene da lontano, dal mito della lotta alla burocrazia dei lacci e laccioli alimentato nelle Leopolde, nutrito del dileggio dei parrucconi misoneisti, fossero costituzionalisti, sovrintendenti, storici, officiato come una fede che richiede il sacrificio di armonia, qualità di vita, bellezza del paesaggio urbano e dell’ambiente naturale.

Sarà infatti costituito da 140 articoli e si intitolerà ‘Disciplina delle costruzioni’ il “tanto atteso” nuovo Testo Unico dell’Edilizia messo a punto dal tavolo istituito dal Ministero delle Infrastrutture presso il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, al quale partecipano Ministeri, Regioni e Professioni Tecniche in materia di  resistenza e stabilità delle costruzioni; sostenibilità delle costruzioni;accessibilità delle costruzioni e che lascia ampia delega alle Regioni, che proprio in questo anno hanno mostrato la loro efficienza,  e ai Comuni, a introdurre proprie norme sulle distanze, altezze massime e densità “per favorire la riqualificazione del patrimonio esistente”, riducendo  a due i “titoli abitativi”, le autorizzazioni cioè,  per realizzare costruzioni e interventi sull’esistente.

Ecco, non diciamo più che lo stato di eccezione ha paralizzato l’azione legislativa. O che ha interrotto una normalità fatta di conflitti di interesse, sacco del territorio, speculazione, abusivismo, sfruttamento di risorse e svendita del bene comune, illegalità resa ancora più lecita e necessaria dalle leggi della “pandeconomia”.    


Mala tempora currunt

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il maltempo si è abbattuto sull’Italia: precipitazioni  nevose sui settori alpini, colpiti il Veneto e il Friuli investiti da  raffiche di bora e mareggiate,  in Toscana voragine nel grossetano, nubifragio a Roma, a Ostia il vento ha devastato lo stabilimento della Vecchia Pineta dove si recavano i gerarchi e le loro signore e finora rimasto intatto, fenomeni a carattere temporalesco al Centro-Sud  dove notevoli accumuli di pioggia che hanno ingrossato i fiumi, portando esondazioni e frane in Campania, Basilicata e Calabria, venti forti  sulle regioni meridionali e sulle isole maggiori. In Sardegna è esondato esonda lo stagno di S’Ena Arrubia nell’Oristanese, tanto da richiedere la chiusura della strada provinciale. E a Venezia “San Marco non regge più” dice il Procuratore della Basilica.

 Nel  calendario lunare  cinese, ogni anno è legato a un animale. Fosse così in Italia, questo per le autorità sarebbe l’anno del cigno nero, tanto è loro cara l’applicazione  della  metafora che descrive così un evento non previsto, che prende di sorpresa con ricadute rilevanti e drammatiche. Così una crisi sociale che dura da anni e che si è concretizzata in emergenza sanitaria viene razionalizzata come un accadimento fulminante e fatale e non come l’esito certo di una catena di fattori di propagazione e incremento dei danno di una malattia, dall’inquinamento alla inadeguatezza del sistema sanitario a prevenire, curare assistere.

E benché ad ogni autunno un paese malandato, trascurato, trasandato, oggetto di sfruttamento delle risorse e del territorio, di consumo di suolo, speculazione e abusivismo, celebri un rito di rovina e di morte, la reazione è quella della sorpresa inaspettata, cui seguono gli atti ogni volta ripetuti e sempre uguali, richiesta del riconoscimento della stato di emergenza che produce misure speciali, commissariamenti di territorio, poteri eccezionali e risorse buttate senza risparmio per la riparazione che – lo sanno anche gli amministratori di condominio, costa di più dell’ordinaria manutenzione, e che viene affidata con agguiramenti di regole e controlli.

Quest’anno non viene riservato nemmeno il doveroso pensiero ad eventuali vittime, non catalogabili in assenza di opportuno tampone, così anche i titoli e  le passerella delle tv del dolore fanno scivolare il maltempo tra le brevi in cronaca.

Non desta sorpresa che ormai il maltempo sia, alla pari della criminalità, un elemento unificante del Paese troppo lungo: al nord operoso come nel mezzogiorno renitente crollano strade, franano montagne, si aprono voragini, straripano fiumi e torrenti, nella Calabria diventata allegoria del malgoverno come nell’operosa Lombardia dove il piano per il risanamento e la messa a regime di Lambro, Seveso e Olona giace nei cassetti ministeriali e regionali da ben più di trent’anni,  nella Sicilia i cui dirigenti politici sono concentrati sul ponte dei miracoli che dovrebbe collegarli a un sogno di sviluppo fatto di cemento, soldi sporchi, pastette e rischi, come nel Veneto diventato un posto dove si stoccano in discariche abusive rifiuti tossici, dove il brand del prosecco largamente infiltrato dalla mafia contribuisce  al dissesto di un territorio un tempo felice e pingue.

E per caso vi ricordate quando lo storico inglese Donald Sassoon sostenne che il buongoverno in Italia veniva percepito come una specificità̀ tipicamente emiliana, grazie a un modello di governo locale   capace di promuovere il benessere attraverso la stabilità politica e un’efficace azione amministrativa?

Qualcuno attraverso i dati di centri studi sostiene che la vittoria alle elezioni regionali di Bonaccini sulla candidata di Salvini sia dipesa da un “tesoretto” di fiducia che ancora resiste  nei confronti delle istituzioni locali e delle associazioni di rappresentanza con livelli di credibilità di Comuni e la Regione superiori al dato nazionale.

Verrebbe da chiederlo agli abitanti di Nonantola a quanto ammonta il gruzzolo di autorevolezza su cui conta il ceto dirigente locale, dopo lo straripamento del Panaro, la falla di 70 metri degli argini del  fiume che ha richiesto 4 squadre di operai, 150 mezzi pesanti per il trasporto di 4500 tonnellate di materiali   e chissà quanti quattrini in previsione dei fondi statali richiesti immediatamente dal presidente, partner con i colleghi di Lombardia e Veneto della sempre più singolare pretesa di autonomia dal governo centrale.

Anche Nonantola alluvionata deve essere stata una tremenda e inattesa rivelazione, malgrado nel 2017 il modenese fosse stato investito da fenomeni altrettanto estremi, malgrado la Padania, espressione cara a a pari merito ai leghisti con l’elmo con le corna in testa mentre suggono l’acqua benedetta del sacro fiume, come ai progressisti/riformisti reduci del sogno rosso, abbia dimostrato di essere una zona a rischio di eventi climatici e pure sanitari, che, si sa, le due cose non sono estranee l’una all’altra.

Le persone, le famiglie e le attività colpite sappiano che la Regione è al loro fianco, da subito- ha dichiarato Bonaccini nello spirito della rinascita tempestiva, un po’ come quella di Conte che ha annunciato urbi et orbi all’Avvenire che dalla primavera “decollerà la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia!”.   La cosa più importante, ha detto, è fare tutto ciò che è necessario per tornare in pochi giorni alla maggiore normalità possibile, facendo rientrare nelle proprie case chi le ha dovute lasciare e far ripartire pubblici esercizi e piccole attività, cominciando da chi era già stato penalizzato dalle misure restrittive anti-Covid”. 

E difatti ha stanziato nel ruolo di elemosiniere due milioni di euro per i ristori economici dei pubblici esercizi colpiti: commercio, piccoli negozi, bar e ristoranti, combinando le mancette della carità pandemica con quelle altrettanto arbitrarie della beneficienza climatica. Non è stato altrettanto sollecito nel fornire dati e preventivi su misure di tutela e salvaguardia del territorio, malgrado abbia a capo della sua compagine in qualità di vice presidente la grande speranza del progressismo “coraggioso”, quella copertina dell’Espresso della Gedi che rivendica di avere al primo posto tra i suoi “valori” l’ambiente.

E come non dare ragione a Chico Mendes quando diceva che  “l’ ambientalismo senza la lotta di classe è giardinaggio”, infatti par di vederla la Elly Schlein con cappelluccio in testa come una eroina di Barbara Pym che zappetta audacemente tra i rosai mentre il suo capo esige che venga rivisto il regime di autorizzazioni per le trivelle davanti ai litorali della regione, mentre mobilitava più di 70 unità mobili specializzate per girare in tutta la regione, provincia per provincia, per andare a cercare chi si sottraeva agli obblighi di isolamento, i positivi renitenti alla quarantena.

O mentre perfino in piena pandemia reclamava a fini turistici una nuova stazione della linea di Alta Velocità in corrispondenza della Fiera di Parma che faccia da pendant con quella di Reggio Emilia, o mentre autorizza la realizzazione di un polo logistico ad Altedo, una distopia costruttiva da  400.000 mq di superficie utile pari a 80 campi da calcio, al centro di una zona priva di collegamenti ferroviari, o mentre si espone personalmente, lui si che è un ardito, per rivedere la legge del 2017 sul consumo di suolo in modo da  renderla ancora più consona alla spirito della semplificazione, quindi più permissiva.

È che l’ambientalismo che piace alla gente che piace è quello della gran balla della green economy che pretende di sanare i guasti del mercato con il mercato, facendo raccogliere lattine, promuovendo il commercio delle licenze di inquinale e eliminando il famigerato olio di palma, è quello che denuncia lo scioglimento dei ghiacci nelle zone artiche, mentre si scioglie di gratitudine per costruttori e immobiliaristi, è quello che si commuove per le foche ma ha girato lo sguardo dallo spettacolo degli allevatori colpiti da terremoto del 2012 che hanno dovuto indebitarsi per rimettere in piedi stalle e attività.

Eh si hanno davvero un bel coraggio, la regione Emilia Romagna diversamente leghista e gli altri gaglioffi di Veneto e Lombardia,  a esigere, dopo le prestazioni in campo sanitario a ambientali come fosse meritata la secessione dei ricchi per liberarsi dalla zavorra meridionale e proprio in materia appunto di salute, istruzione, università, ricerca scientifica e tecnologica, lavoro, giustizia di pace, beni culturali, tutela dell’ambiente, rifiuti, bonifiche, caccia, difesa del suolo, governo del territorio, infrastrutture stradali e ferroviarie, rischio sismico, servizio idrico, commercio con l’estero, agricoltura e prodotti biologici, pesca e acquacoltura, politiche per la montagna, sistema camerale, coordinamento della finanza pubblica regionale, enti locali.

È che il coraggio dobbiamo averlo noi invece, di stanarli e poi confinarli perché non nuocciano gravemente alla salute e all’onore.


Modello Italia: allo sfascio e allo sbando

C’è un’Italia allo sfascio sempre più inerme di fronte a qualsiasi evento naturale e atmosferico, che frana non appena piove un po’, che viene sommersa dai suoi fiumi per incuria o per cure sbagliate, che si paralizza per un po’ di neve, quella che rivela di che pasta siano le grandi di opere costate miliardi: inutili o concepite non per risolvere i problemi, ma per distribuire soldi e potere come il Mose, di cui solo ora si manifestano le carenze progettuali mille volte inutilmente denunciate. E c’è un’Italia allo sbando, governata da mentecatti che uniscono la loro totale incapacità e inesistenza etica alla capacità di svendersi, vuoi all’Europa con il Mes, vuoi a una costellazione di poteri economici, finanziari e ora persino sanitari. Eppure questo governo ha avuto il coraggio  di presentarsi come salvatore della patria, di far proclamare dai media di essere un modello a livello mondiale e quel che è peggio di essere acclamato stato acclamato come tale da una moltitudine di sciocchi che cantavano dai balconi come i pazzi delle barzellette.

Non ho mai riportato il confronto dei decessi attribuiti al covid fra i vari Paesi perché essi sono profondamente alterati dal cambio improvviso e ingiustificato delle protocolli e delle regole riguardanti le dichiarazioni di morte in maniera da creare la pandemia, arruolandovi pure tutte le influenze e le malattie del sistema respiratorio, comprese quelle che intervengono negli stadi terminali in modo da gonfiare a dismisura i numeri. Tuttavia un amico di rete mi spinge a farlo proprio per mostrare che i sacrifici fatti dagli italiani, le misure bizzarre e grottesche che si sono susseguite, le limitazioni anticostituzionali alla libertà e la distruzione di interi settori economici, hanno prodotto un  numero di decessi nominali molto più ampio che in altri Paesi i quali hanno adottato misure assai meno stringenti o addirittura nessuna misura. Abbiamo avuto 93 decessi ogni 100.000 abitanti contro gli 0,5 della Cina, i 10 dell’India, i 21 della Germania, i 24 della Grecia, i 57 della svizzera i 60 di Bulgaria e Romania, i 67 della Svezia, gli 81 della Francia e gli 92 di Usa e Brasile. Insomma abbiamo fatto peggio di tutti e ad ogni nuova segregazione viene detto che essa è necessaria per risolvere il problema che invece si ripropone sempre e di nuovo: infatti nessun testo di epidemiologia avalla questo tipo di misure che non servono affatto a impedire il diffondersi del virus, con buona pace dei clamorosi incompetenti del Cts, ma semmai a rallentarlo in modo da non pesare troppo su un sistema sanitario depredato delle risorse minime essenziali per ubbidire all’Europa e ai suoi diktat di bilancio ( questo nessuno lo ha ricordato quando si esaltava il Recovery fund e i suoi falsi aiuti a fondo perduto). In realtà l’ospedalizzazione è stato un risvolto drammatico narrativo perseguito globalmente in maniera demenziale e criminale, anche vietando farmaci efficaci di uso comune, sebbene sia evidente che il Covid che per il 95% dei casi è asintomatico, si affronta elettivamente con cure domiciliari, esattamente come la comune influenza e solo in caso di età avanzata e/o di altre gravi patologie concomitanti può prevedere un ricovero.

I dati sui decessi costituivano un dilemma perché non potevano essere nascosti dai media che proprio su quelli erano chiamati a costruire la sindrome da pandemia, ma d’altra parte non si poteva nemmeno sputtanare il governo così corrivo nel partecipare alla narrazione pestifera e il ministro Speranza che si era persino spinto a presentare un libro sul “modello Italia” sbandierato ai quattro venti, ma poi non arrivato in libreria per conclamata scemenza: così abbiamo assistito a uno squallido e demenziale balletto di capre mediatiche le quali cercavano giustificazioni assurde, ma in ogni caso bugiarde sul caso italiano che si presentava sì come un modello, ma negativo. Si è detto che in Italia era così perché la percentuale di anziani era superiore, ma in realtà la Germania su questo ci batte, avendo una popolazione ancora più anziana, ma con quasi un quinto dei morti in meno e ancora più “anziano” è il Giappone che ha avuto 2 morti per 100 mila abitanti.  Ma forse la balla clamorosa è stata detta sulla Svezia che non ha fatto segregazioni: i morti erano di meno  – si diceva -perché il Paese è scarsamente popolato e dunque la minore densità lo ha salvato. Robaccia: perché è vero che la Svezia è notevolmente più grande dell’Italia e ha solo 10 milioni di abitanti, ma è anche vero che vastissime aree sono praticamente disabitate e che il 90 per cento della popolazione si concentra nelle città dando perciò luogo a una concentrazione della popolazione che è persino superiore alla nostra.

Eppure c’è ancora chi crede in questa balla del modello italiano che ora si appresta a vaccinare mentre non tornano i conti sui fondi che sembrano eccessivi rispetto alle necessità anche in caso di vaccinazione totale, un modello che pare quello del Paese più stupido al mondo: in questi giorni di disastri e chiusure draconiane mostra tutte le sue piaghe, ma che invece di cominciare a saldare i conti, accetta di tutto, persino il licenziamento per chi non volesse vaccinarsi come se non esistesse una Costituzione e con un piccolo squallido ducetto che mostra di aver assimilato tutta l’ipocrisia della sacrestia e dei suoi afrori. Che ora vuole essere lui Sua Eminenza il Cardinale.

 


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