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Leggi shock per gli sciocchi

grandi-opere  Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è davvero di che sorprendersi gironzolando nei social o leggendo i commenti in margine a articoli dei quotidiani online e ai post dei blog di informazione, almeno quanto ci si stupiva se Berlusconi parlava del pericolo comunista. Perché ogni tanto salta su qualcuno che pare un militare giapponese rimasto vent’anni nella giungla, che giura sull’esistenza in vita di un centro sinistra.

O, peggio, che riserva ancora credito al Pd o a Italia Viva in qualità di organizzazioni “progressiste”, dimentico che già all’atto della sua fondazione (ben prima della Fondazione Open) nell’ottobre 2007, il Pd  aveva pubblicamente fatto atto di abiura da quelle geografie, rigettando tradizione e mandato, cancellando la “democrazia di partito” in vista della augurabile cancellazione del sistema politico nato dalla Resistenza, anche quella considerata un arcaico attrezzo da mettere in soffitta, per realizzare la costruzione di un Grande Centro egemonico capace di monopolizzare l’intero spazio politico non occupato dalla destra, con la quale dialogare in vista di proficue alleanze.

E infatti dietro alla parola d’ordine stabilizzazione, allora molto in voga,  c’era un  poderoso potenziale distruttivo, pronto a esautorare ogni possibilità di dare rappresentanza ad una opposizione ai poteri forti economici e finanziari, dando nuovo vigore all’atto di fede europeista, alla neutralizzazione di una storia e una cultura grazie al sopravvento di una politica “non ideologica” ben incarnata dallo slogan del “fare” a ogni costo,  dal rifiuto degli impianti identitari, dalla pacificazione.

Da allora è vero che c’è stata una emorragia di voti, una perdita di consenso elettorale, eppure quel credo ha vinto, ha contaminato la politica tutta, e adesso gode i frutti offerti galla cornucopia di banalità avvelenate, post politiche e post democratiche, delle sardine.

Sono loro che costituiscono la perfetta rappresentazione plastica del target cui si rivolge l’azienda con due consigli di amministrazione ma uguali obiettivi, quelli di consolidare l’attività al servizio dei poteri forti economici e finanziari, in posizione entusiasticamente subalterna e in contrasto con l’interesse comune, la testimonianza dei bisogni dei lavoratori, non solo operai e dipendenti pubblici, cui si guarda ormai come a molesti pretendenti a garanzie immeritate, ma anche insegnanti  e professionisti,  che erano lo zoccolo duro del loro elettorato.

Sono loro i retrocessi tutti a classe disagiata grazie alle politiche riformiste attuate in questi anni, ma drogati dalla convinzione di far parte di una scrematura consapevole, acculturata, detentrice di privilegi e superiorità morale, tanto da aver perso combattività e potenza critica, accucciati nella tana calda del minimo sindacale della sopravvivenza umiliata, accidiosi e ignavi.

Chi davvero interessi ai “progressisti” si capisce quando sfoderano le loro visioni di “sviluppo”, proprio come fa Renzi che in due paginone del quotidiano confindustriale che aspira a fare da house organ di Italia Viva,  snocciola col titolo di Piano Shock i numeri del costruttivismo edilizio, cementifero e sociale del quale vuole essere promotore, con lo slogan esplicito: Sblocchiamo tutto.

Non gli basta la sua insider al governo: reduce dalle sue visite pastorali in veste di senatore degli italiani,  racconta di aver potuto constatare il vivo interesse da parte di società di investimento e di banche, anche straniere, che sarebbero propense a comprarci a poco prezzo, a occupare militarmente il nostro territorio, ma che sono ostacolate da lacci e laccioli. Pertanto, dice l’eterno moccioso come fosse intento con secchiello e paletta a tirar su castelli di sabbia a Follonica,  quel che serve “è una corsia preferenziale sblocca-burocrazia come abbiamo fatto con l’Expo di Milano e con gli scavi di Pompei”.

Si sa che semplificazione fu la parola d’ordine dei suoi governi anche se a cominciare fu Letta prima di stare sereno, che in accoppiata col ministro dei rolex Lupi licenziò il famigerato “Decreto del Fare”, con l’intento di  disfare quel che restava delle regole che volevano difendere il territorio e i suoi abitanti, sotto l’egida di quelle “larghe intese” grazie alle quali il PD riuscì a realizzare quello al Pdl non era riuscito: smantellare l’edificio della vigilanza, introducendo deroghe alla materia urbanistica e edilizia, rimuovendo gli obblighi generali di rispetto estetico, plastico e urbanistico dell’esistente, con la finalità esplicita di ridurre i poteri delle amministrazioni per lasciare campo libero ai privati, alle rendite, alla speculazione.

Fu proprio una svolta ideologica accompagnata dallo sguaiato dileggio per i sapientoni e i fastidiosi professoroni, fossero costituzionalisti o sovrintendenti, disfattisti tutti parimenti impegnati a fermare sviluppo e progresso,  e dalla repressione di “comitati e comitatini” come li chiamava il bullo del Giglio. E che non trovò una barriera del governo del cambiamento con la Lega opportunamente allineata sullo stesso fronte e i 5Stelle incapaci e impotenti a mantenere le promesse elettorali, spaventati dalle intimidazioni e dalla minacce di punizioni sovranazionali e interne.

E infatti nell’alternarsi di appoggio e critica all’attuale coalizione, quello che vince sempre è  il partito dell’affarismo trasversale, testimonial e gregario  degli interessi di banche e imprese costruttrici,  posseduti da una bulimia ripetitiva che impone traffici sovrastimati e costi sottostimati contro ogni evidenza economica e di buon senso, intesa a socializzare perdite e privatizzare profitti, affetti da una megalomania che sortisce l’effetto di mettere in moto macchine da corruzione che fanno guadagnare dai disastri, dai ritardi, dagli interventi in itinere sui progetti iniziali,  dall’impiego di materiali scadenti e di professionisti inetti o venduti e comprati.

“Per ogni grande opera”, è questo il programma di Italia Viva, dovrà essere adottata “ una legislazione ad hoc che superi i lacci burocratici”,  perché, denuncia, “in Italia sono bloccate opere per oltre 56 miliardi. 8 circa per mancanza di finanziamenti, ma le restanti per la burocrazia”. Ovviamente ha già pronto il modello cui uniformarsi, quello della mafia Serenissima, quel mostro giuridico che sovrintende allo sfacelo vergognoso del Mose, che è riuscito a autorizzare e promuovere malaffare per via di legge, ottenendo il risultato accertato di realizzare il fallimento perfetto, una grande opera che produce mazzette, che perpetua disastri, che non ottiene i risultati per i quali è stata pensata ma che garantisce e garantirà profitti perenni agli attori interessati, frutto della corrutela, del fango su cui è cresciuta, dell’inefficienza e della inettitudine convertite in virtù manageriale.

Ci sono movimenti che godono di alto gradimenti, altri invece che proprio non piacciono, perché hanno in mente altre semplificazioni, quelle che renderebbero la vita più facile ai cittadini, introducendo regole trasparenti, favorendo l’accesso alle informazioni sui processi decisionali che interessano le nostre città e i nostri territori, perché vorrebbero altri investimenti, quelli per la più Grande delle Opere, il risanamento del territorio, a partire dal contenimento del rischio sismico e idrogeologico, all’interno di uno scenario in cui la cura dell’ambiente e del paesaggio prenda il posto di uno sfruttamento miope e distruttivo,  che promuova una occupazione che duri oltre l’attività di un cantiere, che sia qualificata e remunerata dignitosamente in qualità di servizio civile e necessario al bene comune,  che promuova la formazione e la ricerca e valorizzi le competenze e i talenti.

Altro che bon ton, dovrebbe essere questa l’educazione civica e ambientale della quale c’è bisogno, e che non incontra il favore di critica e pubblico, perché impartisce la lezione della responsabilità collettiva e di quella individuale, perché stana chi sceglie la comodità di accontentarsi di elargizioni e concessioni, in cambio di obbedienza cieca,  perché ricorda che autodeterminazione e libertà si riconquistano ogni giorno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Ma che gran figli di …

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve lo ricordate Hoffman? certo eravamo giovani, eravamo arroganti, eravamo ridicoli, eravamo eccessivi, eravamo avventati, ma avevamo ragione? Pare che avessero invece ragione il cinismo ribaldo e il vetriolo fascistoide di Longanesi con il suo motto idealmente impresso sul tricolore: tengo famiglia.

E siccome siamo moderni,  teniamo famiglie allargate a amici, affini e complici,  e pure “combinatorie” come diceva il Censis nella sua fase più immaginifica, quelle “impegnate  nella moltiplicazione delle attività lavorative e  nell’aggregazione di una pluralità di redditi di lavoro. Tutti cercano di contribuire all’obiettivo di accrescere la capacità complessiva di spesa e di risparmio: si ricorre al doppio lavoro….  ai lavoretti stagionali, a quelli informali e tipici dell’economia del sommerso”.

Invece del Cnel in via di cancellazione come la democrazia, invece del Censis e dell’Istat sempre meno ascoltati e celebrati a meno che non si prestino con rinnovato fervore a soffietti di regime, invece di sociologi del familismo amorale, ormai annoverati tra molesti e arcaici sapientoni, a occuparsene è la cronaca giudiziaria, che ogni tanto rivela a noi, possessori di vincoli di serie B, ben poco riconosciuti e ancora meno tutelati, l’esistenza e la sussistenza di stirpi illustri che, nei vari gradi di parentela e contiguità godono di sostegni, assistenza, sussidiarietà, rendite e privilegi dinastici sempre più ingenti e pingui, ben oltre i modesti e innocenti Rolex d’oro, ormai equiparati alle ingenue medagliette della Cresima elargiti dalle madrine e dai padrini.

Anche se di padrini ce ne sono e sono poi un po’ sempre gli stessi, cordate di imprese multitasking, progettisti visionari di ponti e piramidi, faccendieri dinamici quanto avidi, finanzieri dotati di quella ubiquità necessaria a prodigarsi qui nel supporto a politici rampanti come in ben protetti paradisi, ministri e boiardi di Stato. E a spartirsi il pane poco eucaristico non ci sono solo virgulti della nomenclatura, ma anche patriarchi beneficati dalle carriere di figli che hanno ben appreso la lezione e seguito l’esempio genitoriale e premiati perfino tramite leggi ad personam, salvataggi bancari ad familiam, timide sentenze assolutorie quando proprio era impossibile affidarsi alla compassionevole prescrizione.

Abbiamo saputo di fratelli che in mancanza di un gabinetto di rango ministeriale, vengono omaggiati con opportuni succedanei sotto forma di toilette ad personam, forse inutile vista la scarsa frequentazione della sinecura della quale possono beneficare. Mogli e mariti di sprecano, nelle vesti di guardie del corpo e portaborse, di addetti stampa e sbrigafaccende, di consiglieri e consulenti giudiziosamente previsti nei regimi di fuori busta e indennità irrinunciabili a tutti i livelli territoriali, non dissimili in fondo da igieniste dentali e olgettine avide, della quali almeno si conosce la natura dei servizi prestati.

Ma i figli, beh i figli so’ piezzi ‘e core, cosa non farebbero per i figli i nostri “eletti” e non, in esercizio o in pensione, che hanno provveduto a sistemarli perché non debbano patire in caso di oscuramento di cariche e popolarità. Se avevamo dei dubbi sulla loro competenza, sulla loro onorabilità, non ne abbiamo sul loro attaccamento alla prole, sulla cura dei cuccioli, alla notizia del cursus honorum del giovane Lunardi o di Monorchio jr, come avevamo appreso anche prima a proposito dei successi e dei premi produzione del ragazzo Cancellieri, della piccola Fornero, e tanti altri saliti all’onore delle cronache, ma per poco, per via di prudenti eclissi informative.

Della loro Fertility, benedetta e officiata in vari Family Day, come hanno rivendicato in forma bipartisan da Lupi a Galletti, sappiamo che è l’unica riconosciuta e approvata, che sia istituzionale, legale o criminale o tutte e tre insieme, eventualità non remota ricordando le frasi celebri di Lunardi Senior a proposito nella doverosa convivenza con la mafia. Sono ammesse e tutelate solo le loro dinastie, discendenze, eredi e delfini, parenti di tutti i gradi, patriarchi anche sotto forma di zii esigenti e tirannici: abbiamo notizie oggi dell’ira di un ascendente della stirpe Salini Impregilo molto temuto, anche dal premier che ha dovuto promettere un Ponte alla sua impresa. Dimostrano ogni giorno che le nostre di famiglie sono meno di zero, figuriamoci le progenie di chi arriva della quali è sacrosante non gliene freghi un cazzo, secondo una ideologia discesa per li rami anche a livelli popolari. Al Ministro dell’Ambiente infatti “non frega un cazzo” dei figli degli operai dell’Ilva e manco dei padri, alla first lady poco deve interessare della scuole che crollano sulle teste degli scolari, salvo di quella dove ha ottenuto un sorprendente incarico, visto che il suo prverbiale riserbo la induce al silenzio anche su questo tema così domestico, a Monorchio poco gli cale di cemento colloso messo alla prova da un susseguirsi di terremoti non certo inaspettati.

Dell’ultimo “scandalo” sappiamo che un loro ideologo chiama Amalgama il collante protofamiliare e mafioso che lega interessi opachi  e che “ consente di stare «tutti a coltivare l’orticello»”, come rivela al telefono in una intercettazione, che presto potrebbe diventare fuorilegge, grazie a «un’organizzazione stabile composta da tecnici, imprenditori e professionisti che si sono accordarti per un reciproco scambio di utilità ai danni dei contribuenti», come sostiene l’accusa, e che «apparteneva a una logica illecita che, come abbiamo già visto, non era nuova all’ interno di questi appalti per le Grandi Opere».  Di modo che i loro figli traevano profitto e i nostri che protestavano contro Tav, Mose, Ponte, Muos, trivelle, andavano dentro, perché pare siano i nostri  i soli “figli di…”.

A sentirli non sai se a parlare sia tal Domenico Gallo al servizio del boss De Michelis o Don Vito  “gli farò un’offerta che non potrà rifiutare”, oppure “un uomo che sta troppo poco con la famiglia non sarà mai un vero uomo” o “ci vuole spirito unitario, perché se ognuno tira e un altro storce non si va mai avanti».   E c’è da scommettere che come ormai succede di continuo, pietosi istituti vigenti e inclini a perpetuare nel rispetto delle leggi disuguaglianze anche nell’impunità, i rampolli celebri torneranno presto in libertà, onorati in famiglia allargata dopo la cattiva esperienza in collegio e premiati da nuovi incarichi in nuove cordate di nuove e vecchie irrinunciabili grandi opere.

A conferma che a governarci c’è sempre la stessa cupola che combina ormai esplicitamente crimine solo apparentemente legale e  crimine mafioso, boss malavitosi e boss di grandi impresa, Cosa Nostra e Cosa Loro.


Mose? è arrugginito, ma la manna no

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve l’immaginate Michelangelo che dà una martellata al Mose apostrofandolo: perché non parli? E quello: no, è meglio che mi sto zitto?

Ovviamente mi riferisco non alla mirabile scultura ma ad altra opera, definita da promotori, ammiratori interessati e media, altrettanto mirabile, altrettanto prodigiosa, ma per di più avveniristica, quel formidabile manufatto ingegneristico, il cui acronimo Mose stava a indicare la sua missione di salvare Venezia dalle acque.

Con sfrontata impudenza nei giorni scorsi il Consorzio Venezia Nuova, concessionario del Ministero delle infrastrutture per la realizzazione degli interventi per la salvaguardia della città, ha convocato la stampa perché assistesse alla toccante cerimonia  dello sbarco  delle prime quattro paratoie destinate alla bocca di Malamocco, provenienti dalla Brodosplit di Spalato,  che con opportune cerniere verranno poi agganciate ai cassoni. Un evento simbolico che doveva far dimenticare le notizie filtrate prudentemente nei giorni scorsi, quando si è saputo che il primo test di sollevamento della paratie era fallito, vuoi per via di sabbia e detriti accumulatisi, malgrado si sappia che gli interventi di manutenzione sono valutati in ben 80 milioni l’anno, vuoi per via di “cerniere arrugginite” in un dispositivo che sembra già vecchio, obsoleto e compromesso ancora prima di essere finito. E l’incidente occorso al jack-up, la nave attrezzata costata 50 milioni di euro che non riusciva a navigare.

Chissà quando la grande opera, che il sindaco Brugnaro vorrebbe poi “rivendere” ai cinesi, magari per rifilar loro un prodotto Made in Italy fallato, sarà davvero completata. Quelli del Consorzio rassicurano: si rispetterà la scadenza, ma quale delle tante aggiornate e prorogate?   fissata al 2018. Quello che certamente non sarà rispettato è il preventivo del Mose, nome coniato nel 1988 quando venne presentato trionfalmente alla presenza delle più alte autorità dello Stato e del governo il modello in scala reale di una paratoia, imposto come unica soluzione al problema della alte maree anomale quanto la selezione effettuata per sceglierlo che non prese nemmeno in considerazione alternative praticabili, come d’altra parte si è continuato a fare nei decenni successivi, quando possibili opzioni sono state liquidate come inattuabili, frutto delle  concezioni visionarie di scienziati venuti dalla Laputa dei viaggi di Gulliver o da inventori matti dei fumetti.

E infatti se il progetto di massima prevedeva un costo di 3200 miliardi di vecchie lire (circa un miliardo e mezzo di euro) oggi siamo arrivati a 6 miliardi, gestione e manutenzione esclusa. Una bella cifra nella quale sono delicatamente omesse le voci relative alle altre “opere” collegate e funzionali, quelle della mostruosa macchina di corruzione, malaffare, aggiramento di regole, un prodigio, quello sì, dell’ingegneria dell’illegalità, quel pentolone mefitico scoperchiato da inchieste in corso che procedono con ritmi che fanno ben sperare alle personalità interessate, già ampiamente reclutate in altre cordate attive, nella benefica e fisiologica prescrizione.

Certo sarebbe stato bello che anche per questo “sistema”, così perfetto da diventare un format replicabile, ci fosse stato il dispiegarsi della vocazione investigativa che il nostro giornalismo ha mostrato in questi giorni nel caso del Comune di Roma, l’analogo rispetto del mandato di indagare e informare cui assistiamo. Invece intorno alla poderosa realizzazione  da subito c’è stato un convergere estasiato di agiografi del genio creativo italico, pronti a giurare sulla efficacia del prodotto Made in Italy, intenti, anche prima che il tacitare ogni perplessità anche dei tecnici diventasse sistema di governo, a dileggiare e irridere preoccupazioni e dubbi di professoroni gufi e disfattisti. Perfino ora che anche a occhi profani dovrebbe sembrare evidente che un intervento e tecnologie approvate nel 1988 potrebbe essere superate, invecchiate, sorpassate e probabilmente inadeguate anche a fronte di tremendi, e molto annunciati quanto rimossi, cambiamenti climatici.

 E altrettanto sobriamente silenziosa è stata l’opposizione, al Caf, fronte dal quale è sortito tutto l’impianto della salvaguardia tramite Mose, ai governi del dopo Tangentopoli, ai più recenti se nel 2013, dicastero Letta,  alla presenza del Ministro Lupi si è officiata una di quelle liturgie che piacciono alla seconda repubblica quanto alla prima, l’ennesima inaugurazione di un po’ di “roba” da mostrare in giro e se nel Def 2015 c’è uno stanziamento di 221 milioni destinati a opere complementari.

Il fatto è che non occorreva essere ingegneri idraulici per sollevare delle perplessità. E non serviva nemmeno militare delle file dei garantisti a intermittenza per preoccuparsi della struttura messa in piedi per gestire gli interventi prescritti dalla legge per salvare Venezia.

Bastava interrogarsi sulla natura del soggetto incaricato, quel concessionario, un vero mostro giuridico, cui fanno capo progettazione, gestione, realizzazione e infine controllo del Mose, quel Consorzio Venezia Nuova alla cui presidenza si sono avvicendati in forma bipartisan quello che oggi è capogruppo al Senato del Pd, poi Franco Carraro, onusto della gloria di Grandi Eventi, poi un banchiere-economista, Savona, infine il papà – così si definiva- del Mose, l’ingegner Mazzacurati, a “coordinare” una corazzata di imprese, dalla quale si sfila l’Impregilo ma nella quale resta quale maggiore azionista la Mantovani Spa, in auge anche grazie ai suoi manager fin dalla Prima Repubblica, un nome che ritorna di continuo in tutti i lavori in Laguna e nel Veneto: strade e autostrade, passanti, tram, bonifiche, rigassificatori, ospedali, inceneritori, darsene, operazioni immobiliari e, perché no? un’influente partecipazione agli azionariati delle stesse opere nelle quali si è prodigata.

Sarebbe bastato questo a suscitare qualche sospetto anche prima dell’intervento dei Pm. Sarebbe bastato osservare quanto ci fosse di forzato e incongruo nell’affidare a un soggetto unico, malgrado la ferma opposizione della Corte dei Conti, compiti decisionali e progettuali, competenze nella gestione e nella realizzazione, funzioni di sorveglianza e controllo, secondo l’immaginifica, originaria visione concettuale di un ministro, Nicolazzi, che verrà condannato nel corso di una inchiesta di Mani Pulite, ma che ha fatto scuola, forse proprio per questo.

Perché il Mose non è solo un modello idraulico. E’ il format esemplare cui si è guardato per tutte le operazioni di malaffare cresciute in quel limo rappresentato prima ancora che dalla pratica di corruzione, dalla corruzione delle leggi, piegate a interessi privati, promosse per favorire rendite e speculazioni, segnate dall’eccezionalità di emergenze nutrite per legittimare regimi speciali, commissari straordinari, deroghe e licenze. E non c’è da stupirsi, pare che le grandi fortune italiane vengano e crescano dal fango.

 

 

 


Il Palazzo contro la Casa

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Regge e palazzi contro capanne, caverne e grotte. Si sa che questo è uno dei fronti strategici dell’aristocrazia del Grillo: loro sono loro e noi non siamo un cazzo, così ci tocca rimpiangere Sullo perché le operazioni chirurgiche sulla casa rappresentano l’unico tentativo riuscito di una politica organica e coerente dei governi che si sono succeduti: in nessun altro settore si è realizzata una tale concordia di obiettivi e di realizzazioni, anticipatrice della totale sintonia tra destra e diversamente destra, in previsione del coronamento del sogno del partito unico.

È già da un po’ che ci siamo persuasi che Renzi si è assunto gioiosamente il compito di concretizzare le visioni del Cavaliere e di rendere effettivo il principio cui si ispirava la sua “weltanschauung”, la sostituzione dello stato con poteri privati, l’egemonia di una visione individualistica di tutto, risorse, servizi, spazi, attraverso l’abbandono delle regole e delle leggi, la distruzione del primato dell’autorità pubblica nel governo del territorio, il sostegno alle rendite e la legittimazione della speculazione. I suoi pilastri ideali, tradotti in slogan prima e in azioni poi, erano:  ognuno è proprietario a casa sua, e fa della sua terra ciò che vuole; e i  problemi delle città si risolvono costruendo attorno a ciascuna di quelle esistenti delle appendici, delle Citta Due, Tre, Quattro, libere da vincoli in un festoso Far West di deroghe, condoni, e grazie alla sistematica demolizione della pianificazione urbanistica,  all’ esautorazione degli enti locali e all’allentamento dei controlli.

Se intimidito dalle reazioni – allora ancora ce n’erano – Berlusconi sospese il suo famigerato piano casa, quello che ben lungi dal realizzare alloggi per quelle fasce di cittadini che non riescono a trovare soddisfazione rivolgendosi al mercato privato, prevedeva semplicemente l’incentivo a chi possedeva già un’abitazione, o comunque un volume edificato, di ampliare la sua proprietà immobiliare e trasformarla  derogando esplicitamente da tutti i regolamenti e i piani nonché (almeno in una prima fase) dalle stesse norme di prevenzione dai rischi o di tutela dei beni culturali e del paesaggio, premiando le componenti parassitarie rappresentate dalla speculazione immobiliare, Renzi ha raccolto il suo testimone affidando in prima battuta la materia a Lupi, quello che credeva che Ruby fosse nipote di Mubarak e che suo figlio fosse assunto in ruoli prestigiosi per le sue qualità professionali. Si devono a lui alcune delle operazioni più squallide, dal provvedimento chiamato con prosopopea “piano Lupi”, una montagna che doveva avere prioritariamente l’effetto di partorire un sorcio infame: la previsione  di tagliare luce e gas a chi occupa abusivamente un immobile, almeno 10 mila poveri, indigeni e stranieri, escludendoli   dalle gare di assegnazione per 5 anni.   Ma anche di ristabilire il primato assoluto del diritto proprietario e della rendita, attraverso un atto che pareva dettato dalla muscolare asso­cia­zione della pro­prietà immo­bi­liare e dai costrut­tori ita­liani, attraverso la riaffermazione del diritto edi­fi­ca­to­rio rico­no­sciuto per legge in eterno, sancito dal principio  che «ai pro­prie­tari di immo­bili è rico­no­sciuto il diritto di ini­zia­tiva (…) anche al fine di garan­tire il valore degli immo­bili».

In modo da  favo­rire l’ulteriore costru­zione di nuove case, quando anche i più sprovveduti conoscono   i motivi che a par­tire dal 2007 hanno por­tato a una dimi­nu­zione dei valori immo­bi­liari che nelle aree mar­gi­nali del paese ha rag­giunto il valore del 40% e si atte­sta sul 20% nelle peri­fe­rie delle grandi città: la crisi certamente,  ma soprattutto la smania “costruttivista”, che per vent’anni ha permesso di costruire senza programmazione e regole, per gonfiare le bolle e le roulette finanziari, per offrire l’accesso ai colossi immobiliare a finanziamenti pubblici, per nutrire il brand della corruzione. Con il risultato  che tutti gli isti­tuti di ricerca di set­tore par­lano di almeno un milione di alloggi nuovi inven­duti, facendo crollare  i valori delle abi­ta­zioni.

Il fatto è che non c’è solo la volontà esplicita di appagare l’avidità insaziabile dei signori del cemento.  Non c’è solo la proterva determinazione a mettersi al servizio del sistema rapace delle banche, attraverso le acrobatiche disposizioni in materia di mutui ( ne abbiamo parlato qui: https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2016/03/07/il-rottamatore-della-casa/ ) o il trattamento “speciale” nella partecipazione alle aste.

Sono entrati in vigore a fine febbraio infatti i nuovi privilegi fiscali per chi compra le case all’asta, in continuità con dieci anni di forzature, consentendo a chi compra e vende case per “mestiere”  – imprese o istituti di credito e finanziari – alle aste immobiliari, di fare più soldi, grazie a una norma che permette la speculazione professionale,  pagando solo 200 euro di tassa fissa (anziché il 9% sul prezzo di aggiudicazione).  E non dimentichiamo come nella legge di Stabilità sia stata confermata l’oscena esenzione IMU in vigore dal 2013 (art. 2 del D.L. n. 102/2013) per gli immobili invenduti dalle imprese di costruzione. Non solo,  questo privilegio fiscale, inizialmente previsto per soli tre anni, è stato garantito per sempre dal Governo, favorendo le grandi imprese di costruzione senza riconoscere gli stessi diritti ai comuni cittadini.
No, non c’è solo l’obbligo di prodigarsi per accontentare la famelica divinità del profitto. Espropri o “ruspe” virtuali,  tutto  fa credere  che ci sia proprio un istinto ferino a colpire i cittadini in quanto ha sempre rappresentato un elemento di stabilità, una garanzia, una certezza che pensavano fosse inviolabile. Per ridurli in stato di ricattabile soggezione, di inguaribile e dannata insicurezza, in modo da esporli a intimidazione e minacce bestiali e naturali, come succedeva agli antenati nei sassi, nei gorfas, nelle grotte di Altamira. Solo che loro almeno prendevano la clava.

 

 

 


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