images (1)Per l’ennesima volta un premier compie il pellegrinaggio europeo, alla ricerca di soluzioni che vengono sempre più negate e di un accredito che viene sempre più amichevolmente accordato nella misura in cui il premier stesso è il prodotto dei severi giudici di Bruxelles. La storia del Paese sembra ripercorre la trama angosciante dei “Sette piani” di  Buzzati dall’ultimo in cui ci sono i malati leggeri al primo dove si arriva moribondi.

E tutte le volte il paziente viene trasferito allo stadio inferiore con qualche scusa che non lo allarmi eccessivamente, che sembri un caso fortuito o una necessità temporanea. Nella clinica il paziente Italia c’è entrato vent’anni fa, dopo l’ultimo momento di consapevolezza culminato con mani pulite, ma ben presto arenatosi nelle paure e negli interessi della classe dirigente:  doveva solo curarsi da un eccesso di burocrazia, di lacci e lacciuoli e il prof Berlusconi, luminare dell’aziendalismo senza scrupoli avrebbe ben presto fatto guarire l’azienda Italia. Ma qualcosa andò storto sia perché uno stato non è un’azienda, sia perché venivano potenziati i vizi e le idee che avevano portato alla crisi del settimo Paese industriale del mondo.

Così si decise di scendere al sesto piano dove il prof Prodi curava il male con estratto di Ulivo, una terapia importata da Chicago e da Londra, di cui ormai anche la sinistra era convinta: più flessibilità sul lavoro, meno diritti, meno potere ai sindacati, meno welfare, meno pensioni, meno stato, dismissioni a gogò. E ingresso nell’euro per evitare la crescita incontrollata del debito pubblico senza tenere in alcun conto la natura del sistema industriale italiano. Non è che il professor Berlusconi fosse stato estromesso, si trattava piuttosto di un consulto, in cui i due illustri medici, accompagnati dai loro assistenti, pur tra vivaci contrasti sulle dosi e la marca dei medicamenti, erano sostanzialmente d’accordo.

Ci furono crisi e  remissioni, ma il paziente si aggravava e così quando un black out colpì la casa di cura lo stesso direttore generale del nosocomio, dottor Pazzo – Quirinale, decise il trasferimento d’urgenza del paziente al quindo piano, guidato dal professor Monti. Grandi attese, ma che si rivelarono infondate perché invece di cambiare radicalmente terapia, l’anziano esperto, in combutta da sempre con i produttori dei farmaci, dopo un consulto a Berlino, non fece altro che somministrare dosi da cavallo delle medesime ricette. Non funzionò ovviamente e l’Italia fu trasferita al quarto piano nelle mani del dottor Letta, un medico discreto e gentile che aveva studiato medicina per corrispondenza: ma le rassicurazioni verbali non bastarono e così cominciarono a spuntare piaghe sulla pelle del paziente che le fangature mediatiche non riuscivano a curare.

Così su consiglio dei luminari di Berlino si è resa necessaria  una discesa al terzo piano dove un dottorino con laurea all’ università Kristal di Tirana, tale Matteo Renzi, si dedica ai malati gravi proponendo una terapia psicosomatica: dà loro delle pillole di zucchero sostenendo che sono un nuovo miracoloso farmaco, mentre continua a tenerli sotto flebo di austerità fingendo che sia liquido per idratazione. Una tv posta in ogni camera alterna esplosive apparizioni beneauguranti di Renzi e consigli del dottor Oz: se non guarite sono un buffone dice il dottorino per incitare gli allettati in ogni senso. E si sa che la speranza  è più forte quanto più forti sono i dolori. Ma anche lui va a consulto a Berlino e a baciare il piede a Washington.

Per la cronaca al secondo piano  non c’è più alcun dottore, ma solo il mago Otelma con i tarocchi e al primo il prete con l’olio santo.