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l’Aquila, dieci anni di solitudine

l'aq Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi rasentasse la città dell’Aquila a 10 anni dal sisma potrebbe a prima vista trarre una confortante impressione di alacre operosità: cantieri, gru, impalcature ancora appoggiate agli stabili che sono sorti a ridosso dei raccordi autostradali e più sotto altre costruzioni nuove e attrezzature e bulldozer che spianano rovine di quella che era una antica città. La stessa impressione chi si può ricavare dalla consultazione del documento di sintesi in premessa al nuovo piano regolatore della città, un testo incoraggiante, dinamico e propulsivo redatto secondo i sacri crismi dell’Ocse e scritto in quell’esperanto universale    imposto dall’impero che disegna l’Aquila del domani, con il centro storico che torna a essere il cuore sociale della smart city, grazie all’incoraggiamento dato all’accountability e allo sviluppo di un brand urbano e dell’intero Abruzzo che liberi il potenziale di risorse umane e naturali e incrementi la sua attrattività. Come Pompei, come Santorini, come le mete del turismo post catastrofico e magari post-atomico?

Intanto però l’Aquila di oggi in attesa del nuovo Piano regolatore risorge seguendo le linee direttrici del Prg   adottato nel 1975 e approvato nel 1979 (30 anni prima del sisma) in quella bolla che sospende regole e programmazione grazie alla prosecuzione seppure non dichiarata dell’emergenza, che permette il ricorso a strumenti e norme eccezionali e straordinari, secondo leggi e soprattutto licenze speciali stabilite da sponsor e benefattori nazionali e esteri, speculatori e appaltatori, istituti finanziari e imprese, sempre gli stessi raggruppati in cordate, imprese, controllate, partecipate, banche d’affari e d’investimento lungo  quel filo che unisce l’alta velocità e le casette del Cavaliere, le opere irrinunciabili ereditate dal governo vigente che non sa dire di no e i piani casa, i condoni travestiti da misure di necessità, leggi obiettivo e Salva Italia che hanno trasformato il paese in un immenso campo di scorribanda per predatori mossi dal puro scopo di accaparrarsi risorse pubbliche.

Sarà quello il brand auspicato? Me la ricordo bene l’Aquila indifesa e stremata di pochi giorni dopo quel maledetto 6 aprile, con il centro chiuso ai superstiti condannati nelle tende approntate dallo zar delle crisi, coi lettucci allineati come in uno spettrale ospedale da campo, la bacheche con le raccomandazioni del bon ton per terremotati riguardanti abbigliamento e civile comportamento, i cavalli di frisia guardati a vista dall’esercito perché nelle strade  a rovistare tra le macerie in cerca di memorie, foto dei nonni, catenine della cresima, orologi del diploma e pure farmaci salvavita (quelli mandati dalle industrie venivano misteriosamente intercettati) non si poteva entrare se non accompagnati da personale della protezione civile e tecnici autorizzati, che però non c’erano, perché era interdetto il contributo di volontari e professionisti che si erano proposti di svolgere perizie e vacazioni gratuitamente.

A governare l’Aquila commissariata e occupata militarmente era Bertolaso con le sue milizie e anni dopo sapremo il perché, un perché che è sempre rimasto impunito se ogni tanto lui risorge per candidarsi a risolvere problemi non ultimo quello della Capitale. Sapremo, ma lo avevamo sospettato, che dietro c’era la cosca del cavaliere che dispensava sorrisi anche tramite dentiere regalmente elargite insieme alla promessa di case subito “com’erano”, ma non dove erano, che dalla prima visita pastorale si seppe che avrebbe trasferito il modello Milano 2 e Milano  3, tirando su intorno alla città ferita estemporanei chalet, le sue news Town in numero di 19 riuscendo a spezzare in quella oscena periferia artificiale i vincoli sociali dei cittadini  e  minando la speranza di una rinascita della città.

Ce la ricordiamo bene l’Aquila quando anni dopo il solo documento che ce l’ha mostrata, nel silenzio di media: la parola d’ordine anche dei sacerdoti della controinformazione di Report era “lasciamoli lavorare”,  è stato un film, con una inviata criticata per essere magari un po’ prolissa o troppo condizionata dalle leggi dello show, l’unica ad avere il coraggio civile di penetrare nella fortezza in rovina, chiusa e isolata nella sua pena, per impedire l’accesso a chiunque non andasse in visita apostolica con le autorità, ma soprattutto a quelli che ci volevano tornare, a quelli che volevano riprendersele avendone tutti i diritti.

Ce la ricordiamo quando nel 2013 la Corte dei Conti Europea fece le pulci al governo Berlusconi accusato di sprechi e di aver favorito infiltrazioni malavitose, segnalando a conclusione dell’indagine su dove erano finiti gli stanziamenti comunitari, che ogni appartamento era costato il 158 per cento in più del valore di mercato, che  il 42 per cento degli edifici era stato realizzato con i soldi dei contribuenti europei (e non con quelli del governo italiano, come aveva sostenuto l’ex premier), che solo il calcestruzzo era stato pagato 4 milioni di euro in più del previsto, e 21 milioni in più i pilastri dei palazzi. E denunciando che un numero elevato di sub appaltatori non disponeva del certificato antimafia obbligatorio, che il  Dipartimento della Protezione civile aveva aumentato l’uso del sub appalto consentito dal 30 al 50 per cento, che una parte considerevole dei fondi per i progetti CASE e MAP sono stati pagati a società con legami diretti o indiretti con la criminalità organizzata.

Negli anni successivi,  invece,  in presenza di governi più graditi all’Europa che fa carità pelosa coi nostri contributi, la Corte dei Conti comunitaria deve aver smesso l’attività di doverosa sorveglianza. E non sa quello che invece notifica la Corte dei Conti italiana secondo la quale (i dati si riferiscono al 2018) il  danno erariale per lo Stato provocato dalle condotte illecite solo per quell’anno in Abruzzo si aggira fra i 3 e i 4 milioni di euro e riguardano illegittime concessioni di contributi per la ricostruzione a seguito del sisma dell’Aquila del 6 aprile 2009, finanziamenti non dovuti da parte del Ministero delle Attività Produttive e dalla Unione europea, affidamenti illegittimi di incarichi da parte delle amministrazioni pubbliche.

Qualcosa avevamo saputo intorno al 2015 quando i Complessi Anti-sismici Sostenibili Eco-compatibili, le famose CASE delle News Town hanno preso ad andare in pezzi, un crac e giù un balcone, un altro crac e cascava un cornicione, scricchiolii e si sgretolava un muro. Uno stanziamento da 800 milioni, 490 alloggi finirono sotto inchiesta, gli abitanti provvisori vissero un secondo esodo. Due anni dopo crolla un’altra palazzina costruita da un’altra azienda, ma di quella indagine e dei doverosi provvedimenti non si sa nulla, nemmeno una breve in cronaca, mentre intanto gli operosi imprenditori si guardano intorno nel cratere dell’altro sisma, dove si ride meno perché se vigono gli stessi sistemi, i quattrini sono invece ancora meno.

Oggi, a 10 anni giusti giusti dal terremoto, la stampa locale annuncia che un  palazzo nel centro storico dell’Aquila sarebbe a rischio crollo e  una parte di corso Vittorio Emanuele potrebbe essere chiusa “con gravi ripercussioni sull’attività degli esercizi commerciali che hanno faticosamente riaperto”. Sono sempre i giornali locali che segnalano che solo 80 delle più di mille attività economiche presenti prima del 2009 “ sono tornate”, che la ricostruzione “privata” progredisce sia pure a stento, ma quella pubblica va a rilento. E che si compiace del pellegrinaggio del neosegretario   del Pd che richiama alla necessità dieci e tre anni dopo i due terremoti di avviare un piano  straordinario con tanto di commissario speciale, a sancire la prosecuzione dello stato di emergenza perenne in qualità di brand,   per l’Abruzzo, per il Centro Italia, per i comuni della regione che presiede: Accumoli (RI); Amatrice (RI); Antrodoco (RI); Borbona (RI); Borgo Velino (RI); Cantalice (RI); Castel Sant’Angelo (RI); Cittaducale (RI); Cittareale (RI); Leonessa (RI); Micigliano (RI); Poggio Bustone (RI) Posta (RI); Rieti;  Rivodutri (RI)). E per l’Aquila il  cui centro, il cui cuore pulsante è ancora una voragine che i cittadini chiamano il buco della ciambella. Una ciambella con intorno troppi sorci famelici.

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Farinetti, da Fico a Pisello

farAnna Lombroso per il Simplicissimus

Come se non bastasse, tocca anche occuparsi del Pisello di Farinetti, simbolo della nuova chimera del patron di Fico che già esprime dal nome la sua filosofia,  quel pensiero ottimista che “non tiene pensieri” dei padroncini contemporanei, quel loro festoso fanatismo del fare, che poi sarebbe fare profitti, fare speculazioni, fare strame dei diritti e dei beni comuni per brandizzare la società, siano norcini che fanno export di salami, di rinascimento e di guglie del Duomo, o tenutari di pullman turistici, con scarsa attitudine alla selezione del personale alla guida, o rampolli in possesso di master prestigiosi convertiti all’accoglienza grazie a appartamenti di papà e mamma e case coloniche avite,  o giovani promotori di start app che interpretano e applicano la follia visionaria cara ad Erasmo e pure a Berlusconi e che deve essere alla base di ogni rivoluzione (la formula è del guru dello Slow Food, preferibilmente con la produzione di una birra “artigianale” della quale lo stesso Farinetti è comproprietario, venduta nei suoi supermarket a prezzi che vanno da 8,80 a 14,80 euro, o scegliendo Apple per chattare.

E vorrei anche vedere che non fossero allegri proprio loro che ci promettono  un avvenire migliore, anzi ce lo assicurano, probabilmente con Unipol, insegnandoci a affinare il gusto, a scegliere la nicchia piuttosto che il grande consumo, a schierarci secondo una discriminante certa costituita dalla predilezione per gli erborinati invece che per le caciotte, per il lardo di Colonnata invece che  per la coppa, per il riformismo invece che per la scaciata e volgare destra.

E infatti veniamo infatti a sapere, grazie a una intervista agiografica con tanto di santino del faccione contento, sornione e soddisfatto di prenderci ancora una volta per i fondelli, che Oscar Farinetti  ha deciso di lasciare in buone mani dinastiche la gestione della Fabbrica Italiana Contadina e la mission del tubo digerente per dedicarsi col Pisello alla sostenibilità del tubo di scappamento investendo talento e risorse nella cittadella dell’energia, Green Pea, la disneyland proposta a un target che dovrebbe andare dai gretini a Carlo d’Inghilterra, lo showroom della green economy  di 15.000 metri quadrati.

“Al primo piano, racconta l’immaginifico, metterò i veicoli a energia pulita, quindi elettrica, solare, a biometano, a idrogeno. Al secondo: mobili ecologici. Al terzo: abbigliamento in fibre naturali. Al quarto: ancora vestiti, ristorante, bistrot e bar. Al quinto: dopo quattro piani di negozio, l’ozio. Per 50.000 associati che ci credono. Con la piscina, il giardino pensile, le margherite fotovoltaiche e le pale eoliche disegnate da Renzo Piano”, che un po’ di dolce far niente è meritato dopo che si è fatto tanto per l’ambiente e per contrastare il cambiamento climatico percorrendo l’imponente e avveniristica costruzione che ospita le exhibition  costruita “valorizzando” il legno dei boschi  spazzati via dal tornado che devastò il Bellunese mesi fa, proprio come “valorizziamo” le foreste amazzoniche  convertendole nei nostri parquet.

Tanto per togliervi ogni dubbio in merito alla coscienza ecologica, risvegliatasi con più vigore in memoria delle prime esperienze militanti sul campo: la vendita della catena di elettrodomestici fondata dal babbo agli inglesi, e ditemi se non è una referenza coi fiocchi, il Farinetti torna nei luoghi dai quali è partita la sua utopia gastrica, germinata nel 2007 con Eataly e fiorita dieci anni dopo a Bologna con la Fabbrica italiana contadina,  quella Torino, che oggi potrebbe diventare uno dei luoghi deputati dell’ambientalismo, grazie al Treno per antonomasia che gufi e rosiconi luddisti vorrebbero fermare, incuranti della brutta figura al cospetto del mondo, tante volte già rischiata per via delle insane analoghe lotte incomprensibili dei suoi dipendenti, potenziali terroristi alla pari di chi sabota i compressori nei cantieri Tav, o per sgradite indagini condotte sulla trasparenza degli appalti dell’Expo, tutti sabotaggi ai danni del nostro Bel Paese che invece merita di diventare un meraviglioso luna park, una formidabile greppia globale, e la meta turistica più ambita se saprà diventare a partire dal suo Sud una grande  Sharm el Sheik.

Eh si la grande avventura del Capitano (aveva chiamato così i tutor, lui e Renzi in testa, convocati presso il suo Laboratorio di Resistenza Permanente,  che già questo meriterebbe una denuncia per abuso e oltraggio) è cominciata a Torino quando nel 2002 l’Oscar alla patacca mette su carta il progetto di EatItaly, benedetto sotto forma di disinteressata consulenza dal Petrini di Slow Food, officiato dal sindaco Chiamparino e da un’assessora molto influente, Tessore passata ma non è la sola, è processo fisiologico,  da Craxi a Renzi, che gli propone una serie di location appetibili. Ma lui non ha esitazioni, vuole talmente l’ex fabbrica della Carpano, che, per segnare il territorio, durante il sopralluogo ci fa la pipì. E la cosa funziona, perché casualmente, ma il fato aiuta gli audaci, sarà sorprendentemente proprio lui, in veste di unico partecipante, ad aggiudicarsi l’affidamento per concorso dell’area del complesso in concessione per 60 anni e dove in quattro e quattr’otto apre il primo Eataly frutto di un rapporto societario con la Coop e pronubo Slow Food, che per quell’operazione ha deciso di essere fast.

C’è ancora Coop  e in gran spolvero dietro alla conquista di Bologna da parte di Farinetti che si appoggia anche là all’impero rosso che conta già allora di 4 Ipercoop nella provincia, 33 supermercati Adriatica tra Bologna e provincia, 18 supermercati Coop Reno nella provincia, 16 minimercati Adriatica e 6 minimercati Reno, costringendo interi comparti e la città stessa ad adattarsi al suo modello e flusso distributivo dove è obbligatorio inserirsi per non star fuori dal sociale.

E infatti la comunicazione della salsicciopoli bolognese di Farinetti deve persuadere a fare un passo in più oltre “la Coop sei tu”, che per essere “Fico”, per non essere disadattati e marginali bisogna comprare là a prezzo più elevato quello che si trova sui banchi dell’influente partner ma anche su quelli sugli scaffali di qualsiasi Esselunga, di essere serviti dai volontari loro malgrado sotto contratto capestro che sono meno pagati e appagati dell’uomo Conad, ma portatori di ben altro messaggio morale, di mangiare in imitazioni di chalet, stube e hosterie, dove si mima la ristorazione altoatesina o calabrese, di passare la domenica in un baraccone squallido che dovrebbe Bengodi grazie alla narrazione virtuale, alla simulazione arcadica della mungitura di tre vacche smunte ridotte a comparse, della coltivazione di pallidi pachino, della preparazione di esangui cioccolatini nemmeno si fosse Binoche, per comprarsi l’appartenenza alla cerchia dei meglio – gourmet esperti, avveduti acquirenti, intenditori come Michele – grazie alle specialità uniche, introvabili e inimitabili di Rana, di Vinchi, di Mutti e Balocco, Granarolo in quello che doveva diventare, parola del patron, il monumento più visitato  d’Italia(reduce da un’esperienza gustativa ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/08/09/fico-secco/ ).

Non è stato così. Fico è naufragato insieme alla Leopolda e forse anche con l’eclissi degli imperativi categorici croccanti e acidi imposti dalle icone delle cucine televisive: pudicamente si tace su introiti, ricavi e guadagni (contrariamente a quando annunciato, Eataly non si è quotata in Borsa), non si conoscono le cifre delle frotte di visitatori, chi passa per la cittadella vede il mesto panorama postatomico delle infrastrutture obsolete, dei ristoranti tematici chiudi, dei parcheggi vuoti, che spiegano la svolta energetica del fondatore più ancora della sua confessione: ogni 10-12 anni mi stufo di quello che sto facendo, come d’altra parte succede a tutti i geni poliedrici salvo il suo amichetto di un tempo, ossessionato dalla politica, che non appartiene più alla cerchia delle più strette frequentazioni.

D’altra parte chi ha in testa la sua vocazione pedagogica e è posseduto da uno spirito di servizio che lo porta a combattere epiche battaglie, non può fermarsi a coltivare relazioni non redditizie e meno che mai indugiare nell’osservanza di regole: lui, rivendica, i suoi Eataly li ha aperti senza licenza. E nella politica e nelle amministrazioni sceglie chi come lui è pronto a forzare lacci e laccioli, premessi e certificazioni che ostacolano la libera iniziativa e pure la redistribuzione, pronti a applicare le leggi che il capitale scrive e in base alle sue urgenze, senza remore nell’identificarsi nel mercato e quindi nel benessere e nel progresso, proprio come ha sempre fatto il Cavaliere oggetto di tenera nostalgia: “l’altrieri, ha svelato, mi sono scoperto a parlare bene di Silvio Berlusconi, non le dico altro. Rimpiango il suo progetto per il ponte sullo Stretto di Messina. E sono totalmente a favore della Tav”.

E come lui a suo tempo, Farinetti sembra dire “ghe pensi mi” a salvare il mondo, a riparare i danni fatti dall’uomo con le virtù del mercato. A suo tempo Renzi gli offrì il ministero dell’Agricoltura: “rifiutai, dice, mi sentivo inadatto. Ma poi perché retrocedere? Eataly ha 42 negozi in 15 nazioni, dagli Usa al Giappone, dalla Svezia all’Arabia, dal Brasile alla Corea del Sud. Ogni giorno vende 800.000 prodotti italiani e mette a tavola 350.000 persone”.

E come no? con leader d’opinione come questi e un’opinione in cerca di leader come questi,  la critica dei consumi si fa uso e voga di moda, il commercio equo diventa etichetta di quello iniquo, il locale viene assorbito dal  globale. E l’ambientalismo diventa marca,  brand,  Pisello.

 


Uno Stadio che viene da lontano

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Panda ‘ndoppia fila e du’scontrini. Ma li mortacci vostra”.  Con la sua proverbiale sobrietà l’ex sindaco Marino, che il blog che ha ospitato la sua esternazione   vernacolare definisce “probabilmente il più grande sindaco di Roma in assoluto dopo Ernesto Nathan”,  ha commentato  così la tempesta giudiziaria che ha investito il Campidoglio a Cinque Stelle, scoppiata quando nel  2018 gli inquirenti Ielo e Zuin hanno portato a galla la rete di improprie relazioni che Luca Parnasi, dominus di Euronova e Luca Lanzalone, l’avvocato genovese consulente dell’amministrazione Raggi, avevano stretto per accelerare l’approvazione  dello stadio a Tor di Valle.  L’arresto di De Vito, che va a coprire definitivamente l’arco costituzionale dei beneficati da Parnasi – che ha sempre rivendicato un approccio bipartisan: «Ho pagato profumatamente tutti i partiti politici….sono i politici a cercarti per essere finanziati, e se non lo fai sei fuori dai giri che contano» –  è stato salutato con esultanza sulla stampa, in rete e fuori.

Perché finalmente si dimostra che l’appropriazione dell’onestà da parte dei 5stelle è indebita e che la virtù in oggetto, che pare non possa proprio far parte della cassetta degli attrezzi di un politico, è soggetta a graduatorie  e classificazioni.

Se vale l’osservazione di Brecht “cos’è rapinare una banca a fronte del fondare una banca?”, siamo legittimati a ritenere che sia almeno paragonabile utilizzare a fini propri un’opera – che questi ultimi eventi dimostrano chiaramente essere una macchina del malaffare e della corruzione –  e il promuoverla, imporla, obbligarci a contribuire alla sua realizzazione. Mentre invece è considerata azione meritoria, forza motrice di sviluppo, occupazione, competitività, anche se si tratta di uno stadio addirittura meno presentabile di una ferrovia, altrettanto superflua se non per l’accesso di qualcuno alla greppia dell’affarismo illegale autorizzato dalle leggi che hanno convertito interventi privati o profittevoli solo per i privati, in opere di interesse generale e prioritario.

Ieri il capogruppo del Pd, Andrea Marcucci, ha simbolicamente consegnato, tra lazzi e dileggi, a Toninelli – che se li merita tutti – l’elenco delle opere italiane non compiute e ancora senza un cantiere. E dire che, fosse vero,  sarebbe invece l’unico motivo per riservare al ministro applausi e consenso: nel decreto Sblocca Italia, uno dei fiori all’occhiello del governo Renzi, erano previsti 112 milioni per combattere il dissesto idrogeologico e 4 miliardi per le grandi opere; se davvero non abbiamo un computo dei costi effettivi sostenuti e prevedibili del treno ad alta velocità (prendiamo per buone le previsioni dei Si-Tav  che stimano in 24,7 miliardi i costi dell’opera), o del Mose (a spanne 5 miliardi più 80 milioni l’anno di manutenzione), sappiamo che per la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia  sono stati stanziati 350 milioni. E sempre per fare riferimento all’arguta massima di Brecht potremmo paragonare i fondi stanziati per il salvataggio degli istituti di credito criminali e dei loro vertici effettuato dagli esecutivi, quello in carica compreso, e le risorse irrintracciabili promesse per la messa in sicurezza del patrimonio residenziale dal  rischio sismico.

Perciò la colpa più grave che dobbiamo attribuire alla giunta Raggi, ben più delle buche o della monnezza, è quella di aver proseguito nella pratica di alienazione del bene comune e di violazione dell’interesse generale, che, nella città, ha visto la trasformazione della programmazione urbanistica in suk, in contrattazione tra amministrazione e privati, che vede sempre il sopravvento dei secondi. La “pianificazione” neoliberista, ma meglio sarebbe chiamarla col suo nome “speculazione” che ha prodotto l’abnorme cementificazione squallida delle periferie, ha determinato il fallimento della città con l’accumulazione di un debito di 22 miliardi (né stanno meglio città piccole: Alessandria con un buco di 200 milioni, Parma 850 milioni).

Le mani sulla città sono diventate via via più avide e potenti, dai condoni di Craxi e Berlusconi, dalla Legge Tognoli che mette in campo un serie di deroghe  e l’artificio dell’istituzione dei Consorzi di imprese che si dividono la tavole degli appalti delle opere pubbliche, e poi il Codice Bassanini sugli appalti che colloca alla pari gli interessi di costruttori e amministrazioni pubbliche, e poi la Legge Obiettivo del Cavaliere, il ripristino da parte di Monti dell’imposta sulla casa mentre rinvigorisce il finanziamento delle grandi opere (i 110 miliardi in tre anni saranno nel prosieguo ancora iscritti in bilancio). Nel 2008 si produce un esemplare intervento di carattere semantico: in una delle leggi di privatizzazione si cancella il conetto di “case popolari”, sostituite da “alloggi sociali”, in qualità di abitazioni private a canone concordato bel collocate all’interno del libero mercato. E se prima dello Sblocca Italia, Franceschini accoglie di buon grado un emendamento Pd che istituendo i Comitati di Garanzia per la revisione dei pareri paesaggistici segnando la fine della tutela, dobbiamo al Ministro Lupi quella modifica della disciplina urbanistica che mette sullo stesso piano pubblico e privato, instaurando l’indennizzo della conformazione della proprietà privata e la revisione degli standard edilizi.

Dobbiamo a questi trascorsi che scandalizzi di più chi rubacchia nelle more di una speculazione di chi la compie, in questo caso promuovendo un’opera inutile, che esercita una formidabile pressione sull’ambiente, in una collocazione sensibile e vulnerabile, con una cubatura che supera di 550mila metri cubi i limiti dela  Piano Regolatore che ne prevedeva al massimo 330mila (di cui lo stadio rappresenta meno della metà), con un forte impegno pubblico per le infrastrutture viarie: potenziamento della ferrovia Roma-Lido, gli interventi sulla via del Mare, ponte aggiuntivo sul Tevere e la bretella sulla Roma-Fiumicino, e per le opere di messa in sicurezza idrogeologica del fosso di Vallerano nell’area di Decima, in modo da accontentare le smanie e appagare gli appetiti di personaggi discutibili, già in forte sofferenza con banche e sotto osservazione da parte dell’autorità giudiziaria che non sono in grado di assicurare la copertura delle spese della megalomane iniziativa.

Il tutto in un comune dichiarato ufficialmente fallito nel mese di aprile del 2014, tanto che il più degno successore di Nathan, il sindaco Marino, il grande promotore dello Stadio, nell’agosto successivo approva un piano di rientro del debito ulteriore che si era accumulato di 440 milioni di spesa sociale, cancellando tra l’altro 54 linee di collegamento tra centro e periferia e avviando la svendita di altre a operatori stranieri.

E’ che tutti i comuni sono indebitati e tutti più o meno per gli stessi motivi: opere pubbliche irrazionali, espansioni urbane insensate, società di servizio impiegate come bacino elettorale a finanziamento occulto della politica. Senza contare i debiti contratti con il racket delle banche d’affari sottoscrivendo titoli tossici (che dieci anni fa si calcolò ammontassero a oltre 35 miliardi) e che hanno prodotto la svendita del patrimonio immobiliare (tra gli acquirenti non solo emiri, anche Soros con il suo Fondo Quantum Strategic Partners che aspira a una fetta del Fip, Fondo immobiliare pubblico, secondo quando denunciato da fonte autorevole, Paolo Maddalena) e lo smantellamento del welfare urbano.

Manette o no, il nuovo Colosseo si fa comunque. Sarà per metterci dentro i leoni, che a fare i poveri cristi pronti per essere mangiati ci pensiamo noi.

 

 

 


Strana morte di un teste scomodo

imane-300x225 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Un mese fa una giovane donna viene ricoverata all’Humanitas di Rozzano, lamenta lancinanti dolori all’addome e vomita. Il suo quadro clinico è complicato,  tanto che viene trasferita in terapia intensiva,  poi in rianimazione. Si effettuano vari accertamenti: la ragazza ha un passato “turbolento” e a quelli consueti si aggiungono quelli tossicologici per diagnosticare la presenza di stupefacenti tagliati male, che però danno esito negativo. Durante un breve miglioramento Imane Fadil, così si chiama,  confessa il timore di essere stata avvelenata per il suo coinvolgimento in uno scandalo che ha visto protagonista una personalità molto in vista. La situazione poi precipita e ancora prima  che arrivino i risultati dei test, la donna muore.

La procura di Milano apre un’indagine per omicidio volontario, gli investigatori riscontrano anomalie nelle cartelle cliniche, ma l’autopsia richiede tempo in quanto va effettuata con particolari requisiti di sicurezza, perché se i primi accertamenti condotti in un centro specializzato di Pavia hanno escluso la presenza di metalli velenosi, resta in piedi l’ipotesi dell’azione tossica di  sostanze radioattive.

Non è un thriller anche se sono presenti tutti i topoi del genere: c’è una spregiudicata modella straniera che entra nelle grazie di un potente – noto  e ricattabile per le sue disinvolte e disinibite abitudini sessuali,  e alle cui cene eleganti la bella marocchina convoca e induce a partecipare altre giovani bellezze, interessate a scorciatoie artistiche o ad assicurarsi piccole rendite facili, e poi una cerchia di facilitatori di incontri erotici, oltre a  uno stuolo di professionisti profumatamente pagati e appagati nelle loro ambizioni anche grazie a importanti incarichi politici, e ad amici meno visibili ma non meno impegnati a coprirgli malefatte e a pulire le scene dei delitti in qualità di Wolf-risolvo problemi come in un film di Tarantino.

E c’è da sospettare anche che ci siano funzionari pubblici, controllori controllati dall’influente personalità che si bevono parentele improbabili, inquattano incartamenti, accreditano alibi inverosimili, riservano intimidazioni e minacce ai pochi che si sottraggono al cono di luce del tycoon,  anche per via dell’ammirazione dovuta a un’autorità   pronta a dimostrare familiarità e benevolenza con chi gli dedica devozione e rispetto.

Eh si ci sono tutti gli ingredienti:  la sensuale modella araba,  testimone in un processo che vede imputato un vip per corruzione di atti giudiziari   in qualità di buona conoscente e conterranea di una sconcertante “nipotina” e più ancora di ospite di eccellenza a 6 forse 8 convivi presso di lui,  allora presidente del Consiglio,  ancora lui, il capitano di industria che ha preso in prestito la politica e non la vuol restituire malgrado l’età avanzata e una meritata eclissi per motivi elettorali e  giudiziari, di mezzane ruffiani,  di ex invitate grate, o ingrate che lamentano la latitanza dell’ex grande protettore, la esiguità delle donazioni rispetto alla fatica di sopportare molesti commerci carnali con un culo flaccido che invece di particine in cinepanettoni o di ragguardevoli prebende mensili comprensive di affitti in appositi condomini, si limitava a fantasiosa bigiotteria da mercatino.

E poi c’è la zona grigia di suoi manutengoli,  capaci di chiudere la bocca per tacitare a ogni costo scomode rivelazioni, proprio come in un romanzo di Graham Green o nelle cronache dal mondo del racket,  ma anche con l’impiego di veleni cari al filone spionistico del giro  Mitrokhin, come non ha mancato di far rilevare l’esperto in complotti del Kgb Guzzanti, padre, purtroppo che almeno con figlio ci saremmo fatti qualche risata in più.

È probabile che anche questo caso rientrerà nei misteri italiani mai chiariti – che non basteranno le memorie scritte della vittima e destinate a pubblicazione postuma, con la morte del testimone chiave che si aggiunge a altri due decessi oscuri:   quello di  Egidio Verzini, ex avvocato di Ruby Rubacuori che aveva rilasciato inquietanti dichiarazioni il giorno prima di andare in Svizzera in una clinica per il suicidio assistito , nelle quali  aveva parlato pubblicamente di un versamento totale di 5 milioni effettuato, “da Silvio Berlusconi” nel 2011 tramite una banca di Antigua, per liquidare con  3 milioni la nipotina di Mubarak  e con 2 milioni Luca Risso, suo ex fidanzato. A smentire  Verzini che aveva spiegava che l’operazione sarebbe stata gestita direttamente dall’avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini, con la collaborazione dello stesso Risso, era subito arrivata la replica dei due  che avevano definito “destituite di ogni fondamento” quelle affermazioni. E quello di un cronista collaboratore della Stampa, ucciso da un inspiegabile malore, forse un infarto (ma i risultati dell’autopsia non sono mai stati resi noti)  Emilio Randacio, noto per le sue inchieste servizi segreti italiani, su cui aveva scritto nel 2008 anche un libro, ‘Una vita da spia’“, e che aveva seguito il processo Ruby in tutte le sue fasi.

Ma c’è da scommettere che resterà insoluto malgrado la morte di Imane Fadil  faccia parte di quel susseguirsi di enigmatiche disgrazie occorse a persone che si sono trovate più o meno casualmente sul cammino di Silvio Berlusconi e hanno costituito un inciampo. E se da subito, come succede preferibilmente quando la vittima è una donna e per di più bella e dal passato movimentato e controverso, il suo probabile assassinio viene catalogato come il prevedibile e addirittura meritato epilogo di una vita trascorsa in squallidi ambienti equivoci e forse “malavitosi”, come se non fosse obbligatorio emettere la stessa sentenza su un signore ricco e  anziano che si trastulla con minorenni, e a motivo di ciò condizionato e ricattato, in situazioni sempre borderline dove circolano droga, soldi troppo facili, raccomandazioni e intercettazioni, minacce e estorsioni nel contesto dei palazzi della politica.

Si è probabile che non sapremo mai la verità del “caso di cronaca”, mentre anche così sappiamo quella storica su un imprenditore che ha comprato e gestito l’informazione di un Paese, che è diventato leader di un suo movimento partitico, che è stato presidente del consiglio per  20 anni e che da pluricondannato ancora è in grado di influenzare, subordinare e subornare coalizioni e maggioranze, che ha corrotto uomini e le leggi piegate ai suoi interessi, e che in virtù dei voti che lo hanno eletto ritenga per questo di essere legittimato all’illegalità.

E sappiamo anche quella su una “opposizione” alle sue politiche che per anni lo ha contestato per i suoi affari di letto più che per quelli permessigli dalla indifferenza per gli espliciti conflitti in interesse e per i provvedimenti ad personam, per il fatto di comprarsi i favori femminili più che per quelli di parlamentari,  per il fatto di aver annesso alla sua scuderia televisiva presentatori e attricette della Tv pubblica, più che per aver messo a curare i suoi cavalli un mafioso, criticando il cattivo gusto in fatto di mobilia nelle sue ville sibaritiche più di quello che gli faceva scegliere famigli e amici nella crema del malaffare e dei clan. Come di aver corrotto le giovani menti con Drive In più che le leggi, le relazioni industriali, il sistema della comunicazione, quello dell’istruzione dimostrando che ambizione spregiudicatezza valgono più di sapere e conoscenza. Parliamo di un’opposizione che è scesa in piazza contro il puttaniere omettendo la critica al golpista, in modo da preparare la strada a giovani e, allora rampanti, successori incaricati  di coronare il suo disegno. E che oggi in qualità di bonario e inoffensivo pensionato che guarda il mondo da una panchina gli attribuiscono  ancora l’auspicabile funzione salvifica di addomesticare, come un nonno ragionevole,  le burbanzose intemperanze del partner abituale. Ma che nessuno pensi di avvelenarlo quel gran maleducato, per carità, che può  sempre venire buono per un non lontano futuro in un nuovo “Tutti insieme appassionatamente”.

 


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