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Metti una sera a cena

Social but not socialRicordate quando Berlusconi diceva che l’Italia andava a gonfie vele perché i ristoranti erano pieni? Pareva una gag, ma anche oggi potremmo dire la stessa cosa sebbene le condizioni si siano ulteriormente degradate perché mentre il reddito medio si abbassa  i locali aumentano di numero (il 12 % in più negli ultimi 10 anni, il 7% negli ultimi 5) e ed è difficile trovarli vuoti nonostante un drammatico calo di qualità culinaria causata dall’ingresso in massa di investitori generici nonché di dilettanti che si fanno le ossa sulla pancia dei clienti e per i quali l’innovazione non è altro che un modo per nascondere l’inadeguatezza a una delle maggiori culture culinarie del pianeta. Pazienza che ci tocchi mangiare quasi come nei ristoranti italiani d’oltremare che propinano qualsiasi porcheria come frutto della tradizione, ma sarebbe strano aspettarsi  buon gusto in generazioni allevate nel culto di quello cattivo e oggi ipnotizzate dai manicaretti televisivi.

Ma lasciamo perdere questo fatto che è marginale ai fini del discorso: in realtà proprio il fatto che i ristoranti siano sempre più numerosi e più pieni è una chiara indicazione del peggioramento delle cose dal momento che esiste una correlazione inversa tra spesa alimentare in casa e fuori casa. Uno studio europeo dimostra come un  consumo alimentare domestico alto è  è tipico dei Paesi economicamente più forti dove tendenzialmente all’aumento del reddito corrisponde un rallentamento dei consumi in bar e ristoranti a vantaggio di quello casalingo. Infatti l’aumento dei punti di ristorazione è aumentato in Italia, Spagna e Grecia, mentre è rimasto sostanzialmente costante  o addirittura è diminuito in Germania e Gran Bretagna e nei Paesi del Nord. Correlazioni simili sono riscontrabili però quasi ovunque: nei Paesi poveri c’è infatti una grande abbondanza di punti di ristoro di vario tipo e di cibo da strada accanto ai ristoranti veri e propri, ma via via che il reddito si alza la gente comincia a mangiare più a casa e a prepararsi da sola le vivande. Anche in Usa dopo la crisi, la perdita di capacità di acquisto e la disoccupazione reale che è assai più alta che nelle statiche fasulle che ti considerano occupato se negli ultimi 15 giorni prima della rilevazione hai lavorato per un’ora, sono molto aumentati i numeri della ristorazione, tanto che la metà delle assunzioni stagionali, precarie o episodiche deriva proprio da questo settore. Visto poi che la maggior parte delle persone, paradossalmente soprattutto quelle di basso reddito, non sa cucinare ecco che si è sviluppato il fenomeno dell’acquisto di cibo nei ristoranti, ma consumato a casa.

Finora non c’è stato un tentativo organico di spiegare le motivazioni di questa correlazione che ci appare anti intuitiva semplicemente perché  in ambito occidentale e negli ultimi due secoli l’invenzione del ristorante è stato un simbolo dell’ascesa della borghesia ed è dunque un luogo del lusso alimentare quasi per definizione. Prima della seconda metà del settecento non era nemmeno concepibile per un appartenente alle classi alte mangiare fuori casa se non in altre magioni dell’elite, ma dopo la stagione delle rivoluzioni il concetto è profondamente cambiato. Dunque si può capire come nel concetto di mangiare fuori sia ancora inclusa una denotazione di opulenza e di esibizione e questo senza dubbio entra in relazione sinergica con la rassicurazione ancestrale  fornita dal cibo di cui si ha più bisogno man mano che le condizioni peggiorano. Poi c’è un elemento nascosto che spesso non si considera: preparare il cibo in casa può apparire assai meno dispendioso, ma in realtà esso occupa tempo che non è sempre disponibile, implica l’acquisizione di strumenti costosi, di uno spazio interamente dedicato a questa attività e un oneroso acquisto dei cibi al dettaglio: ecco perché in molte zone dell’Asia nessuno cucina a casa, salvo i più ricchi e tutto il cibo viene acquistato in una enorme marea di localini. E anche oggi a parità di reddito questo retaggio si fa sentire.

Del resto l’insieme di queste situazioni è visibile anche nelle cucine europee e principalmente in quella italiana dove in sostanza, specie nelle campagne dove anche le donne dovevano lavorare oltre che figliare come assicurazione per la vecchiaia, il fast food si è sviluppato a casa sotto forma di abbondanza nell’uso di formaggi e insaccati, cioè cibi già pronti o con ricette che prevedevano lunghe cotture su strumenti che fungevano principalmente da stufa. Qui ce ne sarebbe da dire per ore, ma ciò che ci interessa qui è elencare le ragioni  per le quali l’affollamento dei ristoranti e il loto numero esorbitante (in Italia ce ne sono ormai più di 330 mila , uno ogni 180 abitanti circa) non sono affatto un segnale di ricchezza, ma invece un annuncio di povertà.


Non-viulenza!

abatan  Anna Lombroso per il Simplicissimus

A farci sospettare della buona qualità morale e politica della nonviolenza potrebbe essere una breve sintesi del passato e del presente della sua più autorevole sacerdotessa e del suo apostolato in favore della ferocia europea. Parlo della  Bonino simpaticamente ondivaga tra Berlusconi che l’ebbe al suo fianco per 12 anni, e le diversamente  “opposizioni”, tra i curdi e Erdogan, ben collocata sul seggio parlamentare dal ’76 e sulla poltroncina in prima fila di quelli che applaudirono alla inevitabile guerra dei Balcani, e che, tanto per parlare di una ristrutturazione democratica della comunicazione politica, sollecitò nel 2010  il voto dei radicali in Vigilanza Rai in favore della chiusura dei talk prima delle elezioni, appoggiando così la campagna del Cavaliere contro Santoro e Anno Zero.

A farci capire che c’è una certa differenza tra nonviolenza e pacifismo, basterebbe appunto pensare che quelli che oggi si fanno interpreti di un risveglio delle coscienze per una ecumenica accoglienza dei disperati che giungono qui in cerca di una vita più degna, dileggiati e umiliati da una manica di incresciosi e beceri buzzurri, non sono mai scesi in piazza contro le guerre che hanno prodotto la cacciata di intere popolazioni dalle loro case. E meno che mai manifestano contro quella guerra solo apparentemente incruenta che induce all’esodo con armi diverse, ma ugualmente di distruzione di massa, gli abitanti di città che devono essere convertite in alberghi o centri commerciali diffusi, i residenti di zone industriali decotte mai bonificate e tragicamente tossiche.

Perché la aggressiva e minacciosa veemenza che condannano non è solo quella dei leader di formazioni partitiche  che la usano come deterrente alla partecipazione e al dialogo, che la impiegano per nutrire paura e diffidenza, ma è quella di chi troppo inascoltato in geografie trascurate, marginali, brutte e quindi esposte a brutture aggiuntive, dà loro fiducia e consenso.

Insomma quello che in molti temono è l’impeto popolare dettato dalla scontentezza, che verbalizza con i brontolii delle pance vuote e che mette a rischio quel poco che è rimasto a convincere i detentori di superstiti privilegi e di scampate sicurezze, di essere superiori e esenti per merito naturale o per fidelizzazione all’ideologia dei potenti.

Non vogliono ricordare o sapere che quella veemenza è stata il motore della ribellione di quelli che cantavano   Fischia il Vento e pure l’Internazionale, come colonna sonora del riscatto di un popolo contro la sopraffazione nazi fascista, opponendo quando necessario, e necessario lo era a onta di Pansa o Giordano Bruno Guerri, le armi della riscossa a quelle del totalitarismo, per liberarci dall’oppressore che teneva le masse sotto il tallone di ferro degli assassinii, delle torture, dei ricatti, ma anche della povertà, delle disuguaglianze, della corruzione.

Ci vuol poco a capire che il grido di guerra che non piace alla gente che piace e che “fa tendenza” in piazza o all’apericena, è quello della collera di classe, che smentisce la fine dell’esistenza delle classi sociali, confermata invece dall’estendersi delle aree del disagio, è quello della rabbia del popolo, non a caso chiamata populismo, anche se quelli che lo deplorano non sanno cosa sia e lo censurano da quando hanno avuto la rivelazione che la radice del nome “pop” non si riferisce a un genere musicale.

E non stupisce che abbiano l’aperto consenso di una rete di sostegno  nella chiesa che ha rimosso la teologia della liberazione per esaltare più gradevoli e addomesticati slogan pauperisti che non sarebbero spiaciuti nemmeno a Peron o Videla, che si associa ai movimenti dell’amore che si riuniscono in piazze come fossero le mete delle gite sociali e delle feste padronali, essendo state espropriate della funzione di teatri della protesta e del conflitto, grazie al susseguirsi di misure di ordine pubblico indirizzate a penalizzare non solo gli stranieri ma anche gli ultimi indigeni, in modo da rassicurare i penultimi.

E d’altra parte non c’è da aspettarsi di meglio da chi sostituisce la militanza col presenzialismo, la solidarietà con la carità e le convergenze parallele di buona memoria democristiana all’antagonismo di chi ritiene non a torto che sia violenza il furto dei beni comuni, l’imposizione di opere inutili e dannose, l’acquisto di armi e dispositivi bellici distogliendo risorse a scuola e ricerca, lo spostamento di attività produttive in siti dove è più profittevole sfruttare e inquinale, la manipolazione delle leggi per favorire un padronato che inquina, avvelena e usa l’intimidazione e il ricatto per consolidare le sue regole illegittime.

Il fatto è che nessuno vuole studiare e conoscere il passato, si vive in un eterno presente che nega il futuro e nel quale tutto quello che non parla la lingua del potere e dell’establishment viene condannato come ingiusto e tutto quello che invece li sorregge è esaltato come giusto. E’ qualcosa che ha tratto vigore dalla volontà aberrante di “pacificazione” che accomuna i ragazzi di Salò ai fratelli Cervi,  che dà una interpretazione della storia distorcente per equiparare  gli attentati  dei partigiani alle stragi di Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema, che disapprova i movimenti di lotta, a cominciare da quello di liberazione palestinese, per non aver scelto la strada della nonviolenza, dimostrando che l’unica violenza concessa e approvata è quella dei regimi.

Eppure il gotha della nonviolenza e i suoi leader hanno sempre detto che bisogna guardarsi da chi si disarma per giustificare l’impotenza a difendere le sue ragioni e la ragione degli altri intorno. E che viene un momento nel quale più che dei lupi occorre aver paura delle pecore.


Il Presepe dei Citrulli

san-gregorio-armeno.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chi ama le celebrazioni  annuali sarà contento di sapere che il 25 dicembre da Santa Natività è stato promosso a “giornata delle sardine”, per festeggiare la seconda rivoluzione cristiana, dopo la prima, quella che ha sconfitto anche mediante  Inquisizione, Crociate e guerre umanitarie contro i feroci infedeli, riformando “la severa e vendicativa religione dei padri, introducendo per la prima volta nella cultura monoteista il concetto del perdono, del rispetto per le donne, il rifiuto della schiavitù e della guerra”.

Ce lo annuncia Dacia Maraini, cui un sito “informativo” attribuisce la maternità di uno dei testi sacri della risorgenza dell’affettività alla pari con le cartine dei Baci e dunque dei libri di Moccia e della Storia celebrata opera della prima moglie,  “Va dove ti porta il cuore”, paragonando Gesù che “ha superato i principi del vecchio Testamento, il concetto di giustizia come vendetta (occhio per occhio, dente per dente) la profonda misoginia, l’intolleranza e la passione per la guerra”, al movimento delle “piccole sardine”, moltiplicate miracolosamente anche senza pani, che sarebbe capace di “introdurre nella società sfiduciata e cinica una nuova voglia di idealismo”, proprio come i Ferrero Rocher di Ambrogio quando hai uno strano appetito. E distinguendosi così da precedenti disdicevoli, che è opportuno dimenticare perché parlavano  di ” Guerra, Appropriazione, Distruzione,  Nemico da abbattere…” insomma di quella maledetta Lotta di Classe da condurre per stabilire condizioni di giustizia, libertà, fratellanza, così cari a arcaici cascami e vecchi attrezzi che disprezzano gli “unici pesci che non vengono da allevamenti intensivi” e che dunque piacciono a vegani, combattenti contro l’olio di palma e pure alla Comunità di Sant’Egidio, al Vaticano, a Prodi e alla Cei, come ci informa compiaciuto l’Espresso che esalta, nel numero in edicola, il successo della “rete bianca”, che proprio come il pastore di anime,  “ha superato i principi del vecchio Testamento, il concetto di giustizia come vendetta (occhio per occhio, dente per dente) la profonda misoginia, l’intolleranza e la passione per la guerra”.

Secondo la nota parabola  succede che da “brillanti promesse” si passi alla condizione di “soliti stronzi” per finire a quella di “venerati maestri”, o maitresse in questo caso, intenta all’ermeneutica dei testi biblici per “sugare” quel po’ di sangue giovane dall’ultimo fenomeno pop che le consenta di dimostrare la sua esistenza in vita cioè sulle pagine dei giornaloni.

Altro che eclissi del sacro prodotta dal consumismo, in questi giorni è tutto un fiorire di religiosità e di spirito ecumenico, messianico e pastorale.

Sempre il Corriere, promosso a house organ di questo bisogno di religiosità contro quei beceri profeti del risentimento e dell’odio, che pure si accreditano come baciatori di immaginette e crocefissi, ha ospitato una lettera autografa del sindaco Sala – quello che sta svuotando la Capitale Morale dei suoi abitanti per far posto alla Nuova Milano, delle Banche, delle Multinazionali, del turismo aziendale, offerta all’occupazione di emiri e sceicchi in qualità di graditi acquirenti e generosi invasori cui è lecito perdonare un credo in altre sedi molto osteggiato – che si confessa “come parlasse a se stesso” anche grazie alla modesta tiratura raggiunta dal quotidiano.  E ci comunica il dolore di essere privato della comunione ma la gioia di essere guidato in ogni suo atto dalla fede, che professa con puntiglio nei luoghi consacrati per stabilire un continuo “confronto con il Mistero” e che lo “aiuta nell’impegno a favore dei più deboli, altrimenti la parola di dio rimane scritta solo nei libri e non nei cuori”.

In effetti di misteri il sindaco ex commissario dell’Expo ce ne dovrebbe rivelare molti a proposito del suo cammino sulla via dell’equità, del rispetto e dell’accoglienza verso i più deboli,  proprio come dovremmo esigere d’altra parte dagli innumerevoli baciapile che ogni giorno peccano contro di noi e fanno ammenda concedendo a  se stessi quello che  a noi è interdetto, il perdono dunque, la reiterazione della colpa, la prescrizione e pure l’immunità e impunità terrene nell’auspicio di quelle celesti.

C’era da giurarci che in occasione della duplice ricorrenza: Natale e liturgia delle sardine, il partito dell’amore da Berlusconi a Cicciolina fino a Santori si sarebbe aggiudicato il favore di critica e pubblico, a conferma che grazie al superamento storico della categorie di destra e sinistra e della loro dialettica, retrocessa a teatrino mediatico e a garbata competizione tra lobby si sarebbe affermata l’egemonia della falsa coscienza capace di combinare Dio, Patria e Famiglia, come avviene in piena vigenza di un regime autoritario e implacabile per contrastare efficacemente anche con la religione, ogni antagonismo, ogni ideale di riscatto e giustizia sociale in contrasto e in concorrenza con il sistema capitalistico e con il suo “ordine” politico, culturale, etico e la sua illimitata e improrogabile riproduzione.

E’ il nuovo/antico spirito del tempo, che coincide con il bon ton della correttezza politica, il più funzionale al mantenimento dello status quo e che assolve roghi, torture, violenze e persecuzioni se attuati a opera del detentori del potere, laico o confessionale, occupando con la sua Verità gli spazi civili e psichici della persone, in modo che si adattino a regole e comandamenti ispirati al rispetto gerarchico e delle convenzioni, all’obbedienza e al conformismo. In modo che si imponga una censura ragionevole anche all’immaginario: che per carità non si illuda di affrancarsi, non aspiri ad altro da quello che viene concesso sotto l’albero o nella calza della Befana, senza nemmeno il carbone incompatibile con l’ecologia degli educati  giardinieri e con accompagnamento, alla pari, di Jingle Bells e Bella Ciao.

 

 


Leggi shock per gli sciocchi

grandi-opere  Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è davvero di che sorprendersi gironzolando nei social o leggendo i commenti in margine a articoli dei quotidiani online e ai post dei blog di informazione, almeno quanto ci si stupiva se Berlusconi parlava del pericolo comunista. Perché ogni tanto salta su qualcuno che pare un militare giapponese rimasto vent’anni nella giungla, che giura sull’esistenza in vita di un centro sinistra.

O, peggio, che riserva ancora credito al Pd o a Italia Viva in qualità di organizzazioni “progressiste”, dimentico che già all’atto della sua fondazione (ben prima della Fondazione Open) nell’ottobre 2007, il Pd  aveva pubblicamente fatto atto di abiura da quelle geografie, rigettando tradizione e mandato, cancellando la “democrazia di partito” in vista della augurabile cancellazione del sistema politico nato dalla Resistenza, anche quella considerata un arcaico attrezzo da mettere in soffitta, per realizzare la costruzione di un Grande Centro egemonico capace di monopolizzare l’intero spazio politico non occupato dalla destra, con la quale dialogare in vista di proficue alleanze.

E infatti dietro alla parola d’ordine stabilizzazione, allora molto in voga,  c’era un  poderoso potenziale distruttivo, pronto a esautorare ogni possibilità di dare rappresentanza ad una opposizione ai poteri forti economici e finanziari, dando nuovo vigore all’atto di fede europeista, alla neutralizzazione di una storia e una cultura grazie al sopravvento di una politica “non ideologica” ben incarnata dallo slogan del “fare” a ogni costo,  dal rifiuto degli impianti identitari, dalla pacificazione.

Da allora è vero che c’è stata una emorragia di voti, una perdita di consenso elettorale, eppure quel credo ha vinto, ha contaminato la politica tutta, e adesso gode i frutti offerti galla cornucopia di banalità avvelenate, post politiche e post democratiche, delle sardine.

Sono loro che costituiscono la perfetta rappresentazione plastica del target cui si rivolge l’azienda con due consigli di amministrazione ma uguali obiettivi, quelli di consolidare l’attività al servizio dei poteri forti economici e finanziari, in posizione entusiasticamente subalterna e in contrasto con l’interesse comune, la testimonianza dei bisogni dei lavoratori, non solo operai e dipendenti pubblici, cui si guarda ormai come a molesti pretendenti a garanzie immeritate, ma anche insegnanti  e professionisti,  che erano lo zoccolo duro del loro elettorato.

Sono loro i retrocessi tutti a classe disagiata grazie alle politiche riformiste attuate in questi anni, ma drogati dalla convinzione di far parte di una scrematura consapevole, acculturata, detentrice di privilegi e superiorità morale, tanto da aver perso combattività e potenza critica, accucciati nella tana calda del minimo sindacale della sopravvivenza umiliata, accidiosi e ignavi.

Chi davvero interessi ai “progressisti” si capisce quando sfoderano le loro visioni di “sviluppo”, proprio come fa Renzi che in due paginone del quotidiano confindustriale che aspira a fare da house organ di Italia Viva,  snocciola col titolo di Piano Shock i numeri del costruttivismo edilizio, cementifero e sociale del quale vuole essere promotore, con lo slogan esplicito: Sblocchiamo tutto.

Non gli basta la sua insider al governo: reduce dalle sue visite pastorali in veste di senatore degli italiani,  racconta di aver potuto constatare il vivo interesse da parte di società di investimento e di banche, anche straniere, che sarebbero propense a comprarci a poco prezzo, a occupare militarmente il nostro territorio, ma che sono ostacolate da lacci e laccioli. Pertanto, dice l’eterno moccioso come fosse intento con secchiello e paletta a tirar su castelli di sabbia a Follonica,  quel che serve “è una corsia preferenziale sblocca-burocrazia come abbiamo fatto con l’Expo di Milano e con gli scavi di Pompei”.

Si sa che semplificazione fu la parola d’ordine dei suoi governi anche se a cominciare fu Letta prima di stare sereno, che in accoppiata col ministro dei rolex Lupi licenziò il famigerato “Decreto del Fare”, con l’intento di  disfare quel che restava delle regole che volevano difendere il territorio e i suoi abitanti, sotto l’egida di quelle “larghe intese” grazie alle quali il PD riuscì a realizzare quello al Pdl non era riuscito: smantellare l’edificio della vigilanza, introducendo deroghe alla materia urbanistica e edilizia, rimuovendo gli obblighi generali di rispetto estetico, plastico e urbanistico dell’esistente, con la finalità esplicita di ridurre i poteri delle amministrazioni per lasciare campo libero ai privati, alle rendite, alla speculazione.

Fu proprio una svolta ideologica accompagnata dallo sguaiato dileggio per i sapientoni e i fastidiosi professoroni, fossero costituzionalisti o sovrintendenti, disfattisti tutti parimenti impegnati a fermare sviluppo e progresso,  e dalla repressione di “comitati e comitatini” come li chiamava il bullo del Giglio. E che non trovò una barriera del governo del cambiamento con la Lega opportunamente allineata sullo stesso fronte e i 5Stelle incapaci e impotenti a mantenere le promesse elettorali, spaventati dalle intimidazioni e dalla minacce di punizioni sovranazionali e interne.

E infatti nell’alternarsi di appoggio e critica all’attuale coalizione, quello che vince sempre è  il partito dell’affarismo trasversale, testimonial e gregario  degli interessi di banche e imprese costruttrici,  posseduti da una bulimia ripetitiva che impone traffici sovrastimati e costi sottostimati contro ogni evidenza economica e di buon senso, intesa a socializzare perdite e privatizzare profitti, affetti da una megalomania che sortisce l’effetto di mettere in moto macchine da corruzione che fanno guadagnare dai disastri, dai ritardi, dagli interventi in itinere sui progetti iniziali,  dall’impiego di materiali scadenti e di professionisti inetti o venduti e comprati.

“Per ogni grande opera”, è questo il programma di Italia Viva, dovrà essere adottata “ una legislazione ad hoc che superi i lacci burocratici”,  perché, denuncia, “in Italia sono bloccate opere per oltre 56 miliardi. 8 circa per mancanza di finanziamenti, ma le restanti per la burocrazia”. Ovviamente ha già pronto il modello cui uniformarsi, quello della mafia Serenissima, quel mostro giuridico che sovrintende allo sfacelo vergognoso del Mose, che è riuscito a autorizzare e promuovere malaffare per via di legge, ottenendo il risultato accertato di realizzare il fallimento perfetto, una grande opera che produce mazzette, che perpetua disastri, che non ottiene i risultati per i quali è stata pensata ma che garantisce e garantirà profitti perenni agli attori interessati, frutto della corrutela, del fango su cui è cresciuta, dell’inefficienza e della inettitudine convertite in virtù manageriale.

Ci sono movimenti che godono di alto gradimenti, altri invece che proprio non piacciono, perché hanno in mente altre semplificazioni, quelle che renderebbero la vita più facile ai cittadini, introducendo regole trasparenti, favorendo l’accesso alle informazioni sui processi decisionali che interessano le nostre città e i nostri territori, perché vorrebbero altri investimenti, quelli per la più Grande delle Opere, il risanamento del territorio, a partire dal contenimento del rischio sismico e idrogeologico, all’interno di uno scenario in cui la cura dell’ambiente e del paesaggio prenda il posto di uno sfruttamento miope e distruttivo,  che promuova una occupazione che duri oltre l’attività di un cantiere, che sia qualificata e remunerata dignitosamente in qualità di servizio civile e necessario al bene comune,  che promuova la formazione e la ricerca e valorizzi le competenze e i talenti.

Altro che bon ton, dovrebbe essere questa l’educazione civica e ambientale della quale c’è bisogno, e che non incontra il favore di critica e pubblico, perché impartisce la lezione della responsabilità collettiva e di quella individuale, perché stana chi sceglie la comodità di accontentarsi di elargizioni e concessioni, in cambio di obbedienza cieca,  perché ricorda che autodeterminazione e libertà si riconquistano ogni giorno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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