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La tempesta perfetta e il ritorno delle mummie

mummieSi parla di settembre come il mese della resa dei conti: Berlusconi e Renzi hanno fatto sapere di voler abbattere il governo servendosi – senti chi parla – della magistratura e della faccenda dei 42 milioni della Lega scomparsi. Ed è probabile che riescano comunque a rendere le cose più complicate per Conte, Salvini e Di Maio perché le toghe rosse sono una magnifica invenzione del Cavaliere, visto che i colori prevalenti sono ben altri, bianco, nero, tengo mutuo, carriera e famiglia che è una particolare nuance tutta italiana, Ma nei mormorii prevacanzieri, così segreti da trovarsi virgolettati su Dagospia, si parla anche di un altro attacco a tenaglia contro l’esecutivo populista portato dalla finanza via spread, secondo le modalità che ben conosciamo anche se in sette anni di chiacchiere e di bugie col distintivo dell’informatore, si è riusciti a confondere l’uomo della strada a tal punto che egli ritiene l’aumento del differenziale di interesse sui titoli di stato a 10 anni come un pericolo di morte imminente. Ma quello nostrano  non è che un caso, perché anche in Usa lo stato profondo rappresentato dai giacobini del globalismo alleati all’apparato industrial – militare tenterà una nuova spallata contro Trump sempre via Putin e in nome di uno stato di conflitto permanente.

Ora lasciatemi esprimere due osservazioni. La prima riguarda in primo luogo l’Italia: qualunque opinione si possa avere del governo Conte e dei suoi ministri è chiaro che una crisi maturata attraverso il ricatto finanziario e giudiziario non può configurarsi in altro modo che come una consegna del Paese alle condizioni greche. Anche chi è fortemente contrario al cosiddetto governo populista, commetterebbe un vero suicidio politico se dovesse consentire alle manovre di un Berlusconi ormai in via di decomposizione sotto i  belletti e a quelle del suo figlioccio etico e malandrino, il guappo di Rignano: significherebbe un ritorno al peggior passato di questo Paese e per giunta sotto ricatto franco tedesco, in nome poi del nulla.

La seconda osservazione, questa volta più estesa, è che il revanscismo dei poteri globalisti, anche riuscendo in qualche operazione, non potrebbe essere che un colpo di coda, doloroso, ma temporaneo e inutile, perché ormai il processo di multipolarizzazione è andato troppo avanti per essere riassorbito e perché l’economia del casinò finanziario sta macinando le ultime risorse. I segnali vengono da molte parti e alcuni sono chiari: per esempio la Russia ha disinvestito in pochi mesi i quattro quinti dei suoi asset in titoli di stato americani  (da 90 miliardi a 15), aumentando costantemente le riserve di oro; inoltre sta abbandonando in maniera graduale, ma inarrestabile, il sistema di scambio interbancario Swift in favore dell’ SPFS, autoctono, cosa questa che testimonia del fatto di non essere in presenza a manovre temporanee, ma a una linea strategica che mentre si inserisce nel processo di dedolarizzazione, mette insieme strumenti per non essere travolti da possibili tempeste esterne. Dal canto suo la Cina si prepara a rispondere all’aggressione daziaria basato sul mito del deficit commerciale americano attraverso rappresaglie contro società come Boeing, Ford, Apple, HP e moltissime altre che paradossalmente fanno parte dell’opposizione occulta a Trump. D’altronde l’interscambio commerciale tra i paesi Brics è aumentato del 30%, ed è ora il motore della crescita nell’economia globale. Ciò significa che la maggior parte dell’economia e del sistema che facilita lo scambio palenetario di beni e merci è ora nelle mani di entità multilaterali che sono al di fuori del controllo sia degli Usa che delle elites occidentali ormai ridotte a far conto solo sulla forza militare: il prossimo vertice brics in Sudafrica ci dirà cosa bolle in pentola oltre al recente accordo tra Cina e Russia per lo sviluppo di infrastrutture in Africa.

Insomma questo complesso di eventi suggerisce che le possibilità di una tempesta perfetta non sono più così remote, cosa del resto che anche molti analisti occidentali temono e che dunque le concezioni, ideologie, teorie e prassi economiche, istituzioni intese come facility per le disuguaglianze e le oligarchie,  difese accanitamente dalle elites contro ogni parvenza di partecipazione reale, stanno ormai saltando avendo   raggiunto i propri limiti intrinseci. Così le politiche basate sul mantenimento dello status quo – vedi  il preconizzato,  Berlusconi  Renzi italiano – sono ormai dietro le spalle e incapaci di portare qualsiasi cambiamento o miglioramento. Focalizzarsi su questi obiettivi non solo è insensato, un po come castrasi per far dispetto alla moglie, ma è anche una diserzione dal battersi perché il cambiamento sia quello verso una maggiore eguaglianza e solidarietà sociale ( quella vera non quella a pie di lista delle cosiddette ong, tanto per fare un esempio) e non sia invece lasciato a estemporanei interpreti che brancolano nella penombra.

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E adesso si prepara il golpe delle banche

bignw003705201211044206Qualcosa dev’essere scattato nelle teste di Salvini e Di Maio dopo aver sentito del famoso governo neutrale di Mattarella: saranno anche degli sprovveduti, ma quando hanno ascoltato pronunciare questo ossimoro, evocare questo mostro mitologico visto che i governi neutrali non esistono in natura, hanno subito capito che c’era aria di fregatura e così sono tornati a discutere sull’alleanza M5S- Lega. In realtà fare un governo non è esattamente nei loro interessi visto che dovranno gestire gli impietosi diktat della troika che sta col fiato sul collo del Paese, ma i due leader hanno compreso che lasciar fare avrebbe significato la loro personale disgrazia e quella delle forze che rappresentano.

E chissà magari su questa decisione può aver pesato l’intervista fatta un da quel vecchio marpione della razza padrona, Giuseppe Turani a un  “importante banchiere” di cui non si fa il nome. Magari il personaggio evocato nemmeno esiste in carne ed ossa, ma si può essere assolutamente sicuri che le sue parole esprimono appieno le paure e il pensiero della classe dirigente nonché quelle dello stesso intervistatore. Dunque l’importante banchiere dice: “La mia prima preoccupazione è che Berlusconi non riesca a tenere a freno Salvini e che alla fine si faccia un governo Di Maio-Salvini. Sarebbe una catastrofe”. Ma Turani non ci sta e inconsapevolmente mostra la fondina di una delle pistole preferite dalla troika non rendendosi nemmeno conto che sta accreditando il lucido cinismo di un ricatto: “Ma sarebbero subito bloccati dall’Europa e dai mercati, per fortuna c’è lo spread, che potrebbe rimettersi a volare”

Il banchiere però non sembra precisamente della stessa idea e non rassicura il  giornalista affetto dalla sindrome del maggiordomo: “Non credo a questi automatismi. Sono tutte cose che richiedono tempo. Per essere realizzate e per trovare delle alternative. Non si tratta di passaggi semplici” .  Ciò che vuole dire un po’ tra le righe, ma nemmeno più di tanto è che certi ricatti per riuscire o hanno bisogno anche di una forte sponda interna in Parlamento, ma anche anche al Quirinale e in tutte le istituzioni e i presidi che contano come del resto accadde nel 2011. Turani però non si dà per vinto e apre le porte al clou del discorso: Ma cosa vuole che combini un governo, eventuale, Di Maio-Salvini… E il banchiere risponde: “Sa, all’inizio possono fare tante cose demagogiche per procurarsi il favore popolare. E questo renderebbe ancora più difficile una loro liquidazione. Liquidazione che dovrebbe avvenire comunque per vie extra-parlamentari. Insomma, se arriva un governo populista, che fa cose populiste e che ha i voti in parlamento, poi toglierselo di torno non sarà una cosa semplice, e nemmeno indolore”.

La minaccia di un golpe extraparlamentare e probabilmente anche sanguinoso non è nemmeno sfumata o nascosta, ma assolutamente palese (qui il testo completo dell’intervista) : i cosiddetti populisti possono conquistare il favore popolare e dunque li può sloggiare solo con un colpo di stato. Ed è fin troppo chiaro che questa logica andrebbe avanti anche se i populisti stessi rinunciassero per così dire al potere: non ci vorrebbe molto per massacrali anche più facilmente se lontani dalle stanze dei bottoni. Finché rappresentavano per così dire una potenziale opposizione e servivano a mantenere il livello matrix della democrazia, potevano essere tollerati, ma se vincono il discorso cambia radicalmente. Naturalmente se fossimo uno stato di dirìtto ora Turani sarebbe in qualche procura della Repubblica per rivelare chi sia questo “importante banchiere” golpista, ci sarebbe già una commissione parlamentare d’inchiesta, molte piazze sarebbero occupate da cittadini che vogliono difendere la democrazia contro la possibilità di golpe e lo stesso presidente di cartone Mattarella dovrebbe almeno pronunciarsi. Ma si fa finta di nulla in questo Sud america che si chiama Europa, cose di una gravità inaudita, passano come se fossero la normalità del discorso, anzi per la verità nemmeno fanno notizia.

Forse è per questo che Di Maio e Salvini hanno pensato che dopotutto non è poi così conveniente starsene al balcone in qualche governo “neutrale” anche a costo di salvare per l’ennesima volta Berlusconi e il suo conflitto di interessi. Del resto sono ormai due mesi che a molta gente attorno al ceto dirigente, ma non direttamente coinvolta nel renzusconismo, viene suggerito di stare attente a ciò che fanno, che il Pd e Forza Italia non sono  finiti e si riprenderanno il  potere che spetta loro. Vocette che girano come un insidioso spiffero e che hanno provocato numerose e inesplicabili conversioni al contrario, un salto sul carro dei perdenti che appare del tutto innaturale in questo Paese. Di certo un “importante banchiere” non andrebbe a dire certe cose se non fosse sicuro del fatto suo, se qualcosa già non ribollisse nel ventre della repubblica che ormai pare sia l’unica cosa che rimane dell’organismo originario.


Tre amici al bar

salvini-cannoli3Ieri ho parlato Di Maio e del tempo perso per inseguire una premiership basata in primo luogo sull’abbandono dei temi e delle suggestioni  che hanno portato i Cinque Stelle al risultato elettorale. Oggi è il caso di parlare di Salvini, altro vincitore che  man mano è rientrato pure lui nell’alveo della governance europeista continuando a schiamazzare solo sull’immigrazione, cosa inutile e un po’ ridicola in questo nuovo contesto di normalizzazione, un po’ come mettere il preservativo per fornicare con una bambola di gonfiabile. Anche lui non ha mancato di fare da deuteragonista nel teatrino delle trattative, ma alla fine si è dimostrato assai più ligio di Di Maio al richiamo della foresta ed è ancora che sta lì a nicchiare senza aver mai aperto chiaramente a nuove elezioni il prima possibile. Il fatto è che alle spalle non ha un movimento dotato di forza propria come il Cinque stelle, ma è alla guida di un partito che per anni è stato al potere e nello stesso tempo ha svolto la funzione di bad bank del berlusconismo, rappresentando ciò che faceva consenso di pancia, ma che al Cavaliere non conveniva esprimere direttamente: anche se ora ha superato Berlusconi il suo successo è ancora largamente legato all’impero comunicativo della mummia. Così non ha avuto e probabilmente non avrà mai il coraggio di mollare definitivamente gli ormeggi anche ammesso che ne abbia la capacità e la visione, cosa di cui c’è seriamente da dubitare visto che è da 25 anni in politica dicendo sempre le stesse cose e non facendole mai, come un ennesimo affabulatore della repubblica oltre che come un dog sitter con la paletta per cogliere i momenti topici delle dinamiche intestinali italiane.

Tutto questo naturalmente non può che sfociare in un nebuloso governo del presidente, più che altro un animale mitologico o la ben più concreta prospettiva di un esecutivo Pd – destre che in qualche modo era già nell’aria nell’ultima stagione del renzismo con l’emersione degli scandali e della verità riguardo alla distruzione dei diritti del lavoro e delle varie elemosine annunciate. Non è un certo un caso che il guappo di Rignano si sia messo di traverso rispetto a un’alleanza dei Cinquestelle con i piddini: voleva arrivare dal Berlusca per poi creare un proprio movimento e gettare alle ortiche quel che resta del partito. Quindi anche Salvini  non è destinato ad ereditare il malessere del Paese che ha messo le ali al M5S: basta una chiusura di rubinetti televisivi da parte del mummificato per riportarlo nel suo alveo naturale e parrebbe che la cosa sia stata già ventilata vista la situazione sempre più incerta dei grandi sponsor del leghismo sui piccoli schermi di Mediaset. Certo  fosse uno statista, sarebbe diverso, ma qui abbiamo una ennesima incarnazione di Renzi, meno frivola, nel bene e nel male, ma più bottegaia e inserita in una visione dello sfruttamento neo liberista dal punto di vista del bar pizzeria. Un immaginario locale dove Di Maio potrebbe sedere come il funzionario in permesso pranzo, Renzi come venditore di gratta e vinci e Salvini come oste che non fa mai la fattura e caccia fuori i “negher”.

Alla fine ci ritroviamo con un problema anche più grande e più drammatico di prima: la consapevolezza che non esiste una rappresentanza politica dell’inquietudine del Paese visto che i due diversi e sempre cosiddetti populismi sono stati imbrigliati e messi in campo di rieducazione dalla governance oligarchica, proprio nel momento in cui il cappio dei trattati si stringerà con più forza al nostro collo. E’ del tutto evidente che occorrerà molto tempo per ricostruire un’opposizione credibile e ” politica”, ossia capace di dare un’orizzonte di prospettiva sociale al malessere e dunque meno fragile di fronte agli attacchi e alle tentazioni delle elites: ma lo spazio che si è aperto è enorme. Disgraziatamente sono enormi anche  i problemi visto che  occorrerà rinnovare completamente le classi dirigenti che in un modo o nell’altro hanno distrutto la sinistra facendola di fatto scomparire dal panorama elettorale. Inoltre non credo che  sia davvero possibile ottenere qualche risultato contando solo sulle forze interne: la rinascita del Paese non può prescindere da un aggancio alla rinascita del multilateralismo globale e delle opportunità che esso apre.

 


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