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La crisi dei morti viventi

Non saprei davvero come sintetizzare la situazione “politica” con tutte le virgolette necessarie a un termine che ha perso i suoi significati alti e ha conservato solo la mota che si deposita al fondo della storia : mi viene in mente solo il litigio fra i membri di una banda di rapinatori per un bottino che nemmeno esiste e che in ogni caso sarà gratis ma ripagato con aumenti di tassazione. L’unica cosa che cambia è che le vittime fanno il tipo per l’uno o per l’altro, senza alcuna considerazione consapevolezze per le sorti del Paese e delle loro. Ed è davvero impressionante vedere la lotta tra un nulla ben pettinato che finora ha raggiunto l’invidiabile record di avere il maggior numero di presunti decessi per Covid e allo stesso tempo di aver messo insieme le misure più drastiche al mondo per fermare il Covid e un nulla spettinato, personaggio da Calandrino, pronto di chiacchiera ma di scarsissime capacità se non quella di distrarre la gente mentre i complici sfilano il portafoglio.

Il fatto è che siamo il Paese dei morti viventi, dove nulla ha più nerbo e vigore, ma in compenso nulla muore mai nemmeno di fronte alla palese dimostrazione di incompetenza, leggerezza, ruberia, assenza di idee. E’ politicamente in vita persino Berlusconi, ammesso che non lo abbiano imbalsamato e la mummia venga ostentata nelle occasioni pubbliche con un registratore ad accesso casuale che ripete tutte stupidaggini dette in 35 anni. Nemmeno Prodi è morto pur essendo il maggior responsabile della liquidazione del modello di stato sociale nato nel dopoguerra e svenduto sul Britannia, quello che in qualche modo sta gonfiando le vele dell’Asia: vivono tutti perché sono i cittadini ad essere solo semivivi. Se poi si aggiunge che le isterie bulimiche di Jack il rottamatore cadono dentro una situazione nella quale è vietato andare alle elezioni sia perché vincerebbe a man bassa il duo Salvini – Meloni, sia perché metà del Parlamento dovrebbe tornare ( e senza vitalizio) a vita privata, probabilmente alla mercé di Glovo che ha già pronte le biciclette, si capisce bene come la scena politica diventi un palcoscenico dove si recita una farsa mentre il pubblico vive un dramma. Ma se finisce comunque per applaudire o l’uno o l’altro dei tanti personaggi fallimentari che ancora si agitano sulla ribalta. la colpa è soltanto sua. Non stiamo solo assistendo al degrado di un’intera classe politica, ma di un intero Paese. C’è ancora gente che oltre a tremare di fronte alla pandemia dai numeri ballerini, si aggrappa al vaccino pensando così di poter tornare a una qualche normalità, alla scuola, al lavoro evitando il baratro. Applaudono per non sentire gli stivali della storia e sentire la vergogna di non fare nulla, ma la verità è che i livelli di disuguaglianza e di povertà continueranno a crescere ancora più velocemente, le forze cosiddette “responsabili ” quello che in senso proprio hanno creato la situazione non hanno altra ricetta da proporre se non la continuazione delle logiche del degrado, difese a suon di stati di eccezione e di pandemia allo scopo di mantenere il controllo e di non restituire il maltolto degli ultimi trent’anni.

A questo scopo le forze dello status quo hanno costruito una sorta di ologramma immaginario del fascismo  sottratto alla sua dimensione politica e storica e ridotto  una sorta di confusa antropologia salottiera e banale alla Guattari, buona per qualche didattica da edicola, in modo da poterlo attribuire ai cosiddetti populismi e indurre molti a fare fronte comune contro una tale iattura. Ma si sono accorti che anche accogliendo le sinistre sotto le bandiere del neoliberismo, proprio in funzione di questo meccano antifascista, non si è potuto del tutto oscurare la realtà e ora c’è  assolutamente bisogno di misure e di eventi eccezionali che però alludano in maniera ingannevole a un ritorno alla normalità e così cercano di dare l’illusione che esista ancora una vita politica con tutte le prerogative di scelta, di rappresentanza, di democrazia. Peccato che per ottenere questo effetto scenico bisognerebbe che la politica avesse una qualche decenza, mentre ciò che sta avvenendo ora in Italia fa arrossire l’indecenza.   M;a nessuno è innocente.


Postridicoli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“I banchi a rotelle esistono da dieci anni e cambiano il modo di fare didattica. Li abbiamo presi perché servono sia per affrontare l’emergenza, sia perché sono un patrimonio strutturale che resterà per le future generazioni”, parola di Azzolina affidata spericolatamente a Google per i posteri, che conferma la massima di Flaiano: dev’esserci qualcuno che continua a spostare la soglia del ridicolo.

Non so se l’avete notato, ma il ridicolo è ed è sempre stato un effetto che si percepisce a posteriori.

A guardare un cinegiornale Luce chiunque si interroga su come sia stato possibile che si adunassero masse oceaniche a osannare quel rozzo imbonitore, bevendosi la sua retorica da quattro soldi, che sognassero le visioni di grandezza che propinava da quel balcone, che si compiacessero per le sue performance grottesche in veste di volta in volta di spigolatore, muratore per la grandezza dell’Italia, picconatore per far posto alla modernità. O che milioni di tedeschi ben prima della minaccia, dell’intimidazione, del terrore si consegnassero a quell’ometto dalla voce stridula, si facessero sedurre dalle sue mossette da isterico, non ridessero delle sue divise da operetta.

Anni dopo e per anni milioni di italiani hanno votato per le chimere di un venditore porta a porta, col parrucchino di moquette, il fondotinta che colava come l’hennè del Craxi dei suoi ultimi comizi, ridevano delle sue barzellette trite e ritrite, si beavano della sua filosofia da cumenda “lavoro, guadagno, spendo, pretendo”. Si sono perfino preoccupati quando, colpito da un attentatore che brandiva un duomo in miniatura, mostrò le ferite come meriti acquisiti sul campo. E gioivano per e con lui quando a suon di sottintesi da caserma o da bar lasciava intuire i successi delle sue campagne a pagamento sotto le lenzuola.

Non è proprio vero che una risata possieda la potenza di seppellire tiranni e despoti. E’ vero invece che di solito ci si accorge di quell’aspetto risibile e patetico, umano e dunque sorprendente in chi si atteggia da superuomo, solo quando rotola giù la testa da busto marmoreo, quando il condottiero viene disarcionato e cade nel fango sporcandosi li beli braghi bianchi della divisa imperiale.

Perfino adesso che godiamo di quella onnipotenza virtuale che ci permette di vederli rendersi ridicoli in diretta, di ascoltarne le baggianate h24, di approfittare dell’eterna memoria di Google che non dimentica e non perdona, dimostriamo una inquietante tolleranza, una imperdonabile indulgenza nei confronti di chi ci sfrutta, ci toglie libertà e diritti, ci deruba, ci inganna, ci autocensuriamo come se fosse maleducato, o peggio rischioso, non prenderli sul serio immaginandoli seduti sul water, ritoccarsi con la crema da scarpe la chioma e la barba autorevole, sistemare la soletta nelle scarpe per parere più alti.

Eppure siamo consapevoli che a noi non viene perdonato nulla, che non c’è reciprocità soprattutto di questi tempi quando i padri spirituali delle sette pentecostali di Confindustria, della Borsa, dell’Ue e dell’industria farmaceutica ci impongono la penitenza per farci scontare i loro stessi peccati.

Adesso che dal primo lockdown sono stati spesi oltre 120 miliardi, ma i problemi del sistema sanitario, della sicurezza nei posti di lavoro, del trasporto pubblico, della scuola, dei ristori arbitrari, dei musei chiusi e i centri commerciali aperti, degli esercizi al dettaglio falliti mentre Amazon prospera, sono irrisolti, mentre il popolino puerile deve, compunto e devoto, stare a sentire i pistolotti sul Natale denso di spiritualità del pretonzolo di Palazzo Chigi che starebbe bene al posto di De Sica curato ciociaro nel celebre cinepanettone.

Si vede che si è restii a rendere sghignazzo per offesa, sberleffo per umiliazione ai potenti in vita e vigenti. Si dirà che è per paura, perché si è soggetti a ricatti concreti o morali. Di questi tempi poi è probabile che come un veleno serpeggi il timore accuratamente nutrito che ai ridicoli del momento si sostituiscano ridicoli più tremendamente macchiettistici già provati o dei quali si deve temere la prova per via dell’adesione generalizzata che viene data al partito del meno peggio, del male minore che sottovaluta che sempre di Male si tratta.

Eppure se proprio vogliamo riservare scherno, dileggio, derisione a qualcuno dovremmo ragionevolmente dedicarli a chi dopo aver riempito i social della satira faidate con oggetto lo Zaia che denuncia le scorpacciate di topi vivi dei cinesi, ha pensato bene di aver riso abbastanza e lo ha rivotato, permettendogli di farsi delle sonore sghignazzate sulla insipienza degli elettori veneti.

 E come non temere il plebiscito che si aspetta il ricandidato Sala del quale verrà prudentemente rimossa l’immaginetta votiva in t-shirt con lo slogan #milanononsiferma, quando si fa ritrarre mentre prende lo spritz e condivide un video commissionato da 100 brand della ristorazione che esalta i “ritmi impensabili” della capitale morale.

Pensate che seguito continua a avere il presidente Zingaretti, augusto demolitore della sanitò pubblica della sua regione, che mogio mogio deve dichiarare un Covid asintomatico, dopo l’apericena con figuranti giovano del Pd sui Navigli.

E volete scommettere che ha ancora delle chance il successore del celeste governatore, altra figurina, immortale quella perché viene ancora interpellato sui grandi temi, del catalogo dei grandi cicisbei del Ridicolo, immortale questo perché è al suo posto invece di essere sbattuto fuori e commissariato con ignominia, quel Fontana che ha suscitato ilarità più della sua imitazione quando si mette in isolamento in diretta Facebook dopo aver annunciato la positività di una sua collaboratrice, infilandosi a rovescio la mascherina.

Per non parlare del concorso di attori impegnati nella comunicazione a corrente alternata:  “Siamo prontissimi” (Presidente del Consiglio ) “Non possiamo presentarci come il lazzaretto d’Europa” (Presidente del Consiglio), “Andrà tutto bene”  (sempre lui), e poi via con lo stato di eccezione necessario e doveroso, con i Servizi Segreti, la cui delega è nelle mani di Conte  che come in un film di Mel Brooks aiutano a secretare, declassare a scenario e poi sbianchettare la data di un dossier declassato a ‘scenario’ mentre invece il frontespizio riporta il titolo “Piano Nazionale Anticovid”, rimasto sempre lo stesso per anni anche dopo che Formigoni aveva dichiarato essere inadeguato nel 2006; o con il no alle mascherine non ancora approntate dalla Fca, diventate irrinunciabili a prodotto confezionato, con la proibizione a effettuare autopsie retrocesse a esercitazioni da necrofili, con l’anatema lanciato contro cure rivelatesi efficaci, ma malviste per scarso ritorno economico e dunque osteggiate dai santoni in libro paga delle case farmaceutiche.

Una definizione di umorismo nero dice che si tratta di un genere narrativo che suscita ilarità pur raccontando di  eventi o argomenti generalmente considerati molto seri o addirittura tabù, come la guerra, la morte, la violenza, la religione, la malattia, la sessualità, la diversità culturale, l’omicidio e così via. 

E ci siamo dentro di certo nell’intermittenza di adesso non si può, tranquilli adesso si può, no, non si può più per colpa vostra, anche se ve l’avevamo permesso.

Ci siamo dentro nel riconoscimento, in qualità di unica patologia della quale è concesso morire del Covid19, mentre ci lasciano crepare di tutte le altre sottovalutate, trascurate, non curate. Ci siamo dentro nell’affidamento apotropaico lettura ai santini: i virologi, gli epidemiologi, i veterinari, ai cornetti contro il malocchio: le mascherine, alle liturgie: bollettini, conta dei morti, statistiche.

Ci siamo dentro eccome quando rivendichiamo lo status di resistenti per aver cantato Bella Ciao e Azzurro durante il lockdown tra una serie e l’altra di Netflix, quando vogliamo l’onorificenza di Cavalieri del Lavoro per esserci prestati al cottimo creativo dello smartworking permesso dall’esposizione al virus di milioni di lavoratori di serie B, che producono, anche armi peraltro, recano viveri con Glovo, Justeat e Easycoop, forniscono corrente elettrica per stare su Facebook a denunciare nel tribunale sociale i trasgressori.

Verrebbe da dire che sarebbe una bella e cruda sceneggiatura based on a true story e venata di sarcasmo nei toni del nero, la vicenda di una impresa statale che viene data per quattro soldi a una dinastia criminale che avvelena, vessa e martirizza dipendenti e una intera  città, che poi quando l’ha vampirizzata scappa impunita come impuniti e immuni sono i successivi aspiranti all’acquisizione desiderata per eliminare la concorrenza, gli stessi che piazzano in veste di killer per la soluzione finale una kapò feroce.

E che così approfittando dell’emergenza sanitaria, che in quel posto si aggiunge ai fattori di morte già presenti, prestano il destro a un governo che fa assumere debiti, colpe, delitti a noi cittadini investendo lo Stato del ruolo di elemosiniere, affidando la liquidazione nella sua forma più ignava al manager più discusso e discutibile di questi tempi, quell’Arcuri dai banchi a rotelle, del brand delle mascherina, delle app fallimentari,  quel bel tomo davvero che immagina l’industrializzazione come l’occasione per investire a fondo perduto i quattrini pubblici in modo da dare ossigeno alle multinazionali, qualcosa che suona come una lugubre presa in giro dei morti di Taranto, di quelli dell’epidemia e pure dei vivi derubati e espropriati.

È vero, non c’è niente di comico, se non li seppelliamo né sotto il fango delle loro responsabilità e nemmeno sotto una risata, per la quale ci vorrebbe proprio il Molière della  Prècieusese ridicules che racconta di due provinciali che arrivano a Parigi, ma va bene anche Roma, per infilarsi e accreditarsi nella mondanità esclusiva dell’aristocrazia, ma va bene anche la politica.

Vi ricordano qualcuno? È che loro a differenza delle macchiette del progressismo, dei resti della banda degli onesti, delle e sagome bislacche che l’antifascismo senza resistenza identifica come il Male assoluto, fanno un figura meschina.

Ma allora non risparmiamoli, se è vero che il ridicolo può uccidere più della spada.    


Lasciate stare i santi subito

Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’ipocrisia, oggi ridefinita in ossequio allo slang imperiale “politically correctness”, si declina in svariati modi.

Uno tra i più diffusi da che mondo è mondo consiste nell’indulgenza plenaria concessa a i defunti a partire da quando esalano l’ultimo respiro diventando “il Povero…” e qualche volta avviata già da prima. Il motivo è risaputo, la pietas serve a seppellire, con il caro estinto,  che troppo presto anche a 100 anni ha lasciato questo mondo che aveva contribuito a rendere migliore,  la colpa personale e  collettiva di “averlo lasciato fare”, qualche indubbia complicità data anche sotto forma di preferenza elettorale o  ovazione in piazza, la codardia disincantata che condanna a sopportare il Male nel timore che arrivi il Peggio. E guai a chi, ne abbiamo un esempio in questi giorni, si sottrae all’unanime compianto per esprimere un giudizio politico a posteriori su una personalità discussa e discutibile: viene soggetto a ostracismo e censura manco fosse un maramaldo che uccide un uomo – o una donna – morti.   

E c’è anche un’altra variante dell’ipocrisia, quella in quota rosa che ispira comprensione e solidarietà per le donne, grazie a un pregiudizio di  genere che non è soltanto emotivo e irrazionale, ma diventa ben presto disastrosamente deleterio, quando le lacrime della killer degli aspiranti pensionati incutono una comprensiva tenerezza,  quando si attribuisce a domestici sentimenti di amor filiale il salvataggio di banche e manager criminali, quando una sacerdotessa della negazione die diritti  e del neoliberismo economico, testimonial attiva degli interessi del totalitarismo finanziario e digitale, diventa  la paladina di quella scrematura di femmine di potere che spezza il soffitto di cristallo a colpi di ingiustizie apprese alla scuola di Wall Street.

Per restare sul caso in oggetto si corre un altro pericolo, a leggere le pensose riflessioni che girano in rete.

Jole Santelli, malata di cancro che in campagna elettorale rilascia interviste dichiarando la sua malattia – e diamole atto che la confessione non avesse il connotato propagandistico di riscuotere compassione da convertire in consenso – si candida e viene eletta malgrado le sue condizioni di salute siano precarie, con l’appoggio dei partiti dichiaratamente di destra.

Dopo meno di otto mesi al governo della sua sventurata Regione muore precocemente, sicché prefiche ma anche persone abitualmente ragionevoli accollano la prematura dipartita allo stress del suo incarico che sarebbe stata spinta ad accettare per abnegazione ma anche sollecitata dalla sua parte politica che l’avrebbe mandata allo sbaraglio per preparare ben altra successione, e si vede,  per usarla come madonna addolorata da esibire per coprire magagne, e si vede, secondo uno di questi giochi di potere dei maschi.

Il risultato è quello solito,  la condanna genetica e morale delle femmine al ruolo di vittime o almeno di gregarie, così introiettato da piegare ambizioni, talenti,  intelligenze al servizio dell’egemonia culturale patriarcale, fino a accantonare quel patrimonio di qualità e virtù muliebri: sensibilità, gentilezza, dedizione, capacità di ascolto e spirito di sacrificio.

Se una colpa ha il senatore Morra è quella di essersi scusato. E dire che era stato fin troppo blando se andiamo a vedere i tratti della dinamica e volitiva Santelli, decantata per essere una “tosta”, apprezzata per la sua aggressività bellicosa e il piglio irruente, se esaminiamo la sua militanza rivelatasi nella fucina dei giovani craxiani e poi diventata brillante e inarrestabile  carriera in Forza Italia,  se come è giusto, prendiamo atto di una certa disinvolta indole al “pluralismo” che la porta a diventare sottosegretaria di stato al Ministero del Lavoro nel Governo Letta. Ma soprattutto se diamo anche una superficiale scorsa alla sua azione politica in materia di intercettazioni, da oscurare in coincidenza di pruriginose rivelazioni sulle abitudini del suo leader, di atti di riforma del codice penale, anticipatori della feroce direttrice segnata da Minniti/Salvini, di regolamentazione della presenza e influenza di sacerdoti di religioni “altre”, e di matrimoni “misti”, “semplificazione” delle procedure di riconoscimento dei clandestini giunti sul nostro sacro suolo, solo per citarne alcune.

E anche se andiamo a rileggerci il florilegio di dichiarazioni e convinzioni espresse in tanti anni di esposizione al pubblico da “donna di legge” quando parla delle sentenze sul G8 di Genova, da “studiosa di diritto” quando guida la protesta contro gli immigrati “untori”, da responsabile del suo partito in tema di sicurezza quando ripetutamente chiede il pugno di ferro per contrastare l’invasione e perché no? da donna, quando si compiace della battuta del Cavaliere “sceso” in Calabria per sostenerla che dichiara “la conosco da vent’anni e non me l’ha mai data”,  e “ride di gusto” prendendo in giro il “femminismo d’antan” che non sa godere di questo garbato humor.  

Ascoltando le prime dichiarazioni di Biden abbiamo appreso che anche negli stati Uniti non è più in uso l’abitudine di chiedere ai candidati a importanti incarichi l’esibizione di una documentazione che certifichi il perfetto stato di salute, garantendo così di essere in gradi di adempiere ai propri obblighi elettivi e istituzionali con efficacia e efficienza.

In realtà dovrebbe essere un obbligo rispettato da chi si accinge a diventare un servitore dello Stato o un rappresentante della volontà popolare, autonomamente  per la consapevolezza che l’impegno che si accetta deve essere assolto come un servizio speso nell’interesse generale. Ma da qualche mese ancora più di prima, abbiamo invece appreso che i doveri vanno regolamentati e imposti di volta in volta, essendo stata dimostrata la incapacità e inadeguatezza antropologica degli italiani a assumersi responsabilità individuali e collettive, che chi transige deve essere deplorato moralmente, amministrativamente e penalmente.

E quindi, anche se non è gradita l’ipotesi che tra poco col certificato di buona condotta dovremo esibire anche l’app Immuni sul telefonino e il patentino di vaccinazione per accedere a pubblici concorsi, non sarebbe del tutto vana la pretesa che chi si propone per svolgere un servizio per la comunità e l’interesse generale sia cosciente e tenga conto di eventuali limitazioni e ostacoli che potrebbero ridurre l’esercizio delle sue funzioni. E non si parla solo di problemi sanitari, ma di legami opachi, come quelli che univano in una rapporto di antica intrinsechezza la Santelli e l’iper-votato Tallini già arruolato nella lista degli “impresentabili” dalla Commissione Antimafia, che confermano che è ancora forte il rischio sanitario di contagio rappresentato da Berlusconi e i suoi cari.  

Fatto sta che regna una gran confusione. E così chi denuncia la malattia viene perseguito dai “negazionisti” bipartisan che si sentono disonorati dalla verità.


La notte dei morti viventi

La-notte-dei-morti-viventi-1990-featured-1200x675Il passato si può comprendere o se non altro interpretare, il futuro si può immaginare, ma ciò che ci rimane misterioso è il presente che appare sempre indecifrabile sebbene lo si abbia sotto gli occhi. Pure la nuova Europa più solidale e unita che viene spacciata nel salotto buono dell’informazione ha il suo mistero e  porta con sé la notte dei morti viventi, la resurrezione non solo dei padri ignobili di questa Italia, ovvero Prodi e Berlusconi,  osanna nell’alto dei cieli e sulla terra delle cene eleganti, ma persino della compagnia di giro, dei Brunetta, dei Letta padre e figlio fino ad arrivare a personaggi come la moglie di Mastella:  tutti vengono mobilitati pur di arrivare ad eseguire gli ordini della Merkel. Sembrerebbe quasi che senza queste mummie il nuovo non possa avanzare e per una buona ragione:  perché è un nuovo che nei suoi contorni essenziali non è andato oltre l’estate del  ’92 quando sul Britannia il Paese è stato svenduto.

Dovremmo avvertire l’odore di morte che si aggira attorno a queste presenze che riemergono quasi che scavassero con le unghie la terra delle cronache adagiatasi sopra di loro eppure l’Europa e la finanza hanno ancora bisogno di loro per prevalere. Questo nonostante la paralisi cognitiva della quale siamo preda: quella dei miliardi europei, del grande e magnifico sforzo di cui i 27 Paesi sono stati capaci per aiutarci. La cosa fa ridere perché sono proprio le cifre a decretare la fine ingloriosa dell’Europa: 360 miliardi di prestiti nell’arco di 7 anni più altri 390 di partita di giro dunque reperibili da tasse e distribuiti per tutto il continente, rispettivamente 128  e 81 miliardi per l’Italia: qualcosa di simile per grandezza alla perdita di pil del solo anno in corso. Praticamente nulla se confrontato con gli stanziamenti pro capite degli Usa, del Giappone della Gran Bretagna per far fronte a una pandemia della narrazione che finirebbe in un solo istante nel momento in cui Trump dovesse essere sconfitto alle elezioni.  Ma anche molto poco agli stanziamenti che alcuni Paesi europei hanno deliberato in proprio; oltre 330 miliardi la Francia, quasi 600 miliardi la Germania Anche se confrontato con le linee interne, le partite di giro, chiamate ridicolmente prestiti a fondo perduto, e i prestiti a strozzo rivelano la loro natura elemosinaria: il bilancio dello stato italiano è infatti di 900 miliardi e dunque tutti gli “aiuti” messi insieme, di circa 30 miliardi l’anno, non sono che un trentesimo del bilancio dello stato. Anzi a dire la verità sono anche appena un decimo delle emissioni in titoli che lo stato fa ogni anno e che ammontano a circa 300 miliardi. Robetta indecorosa:  è vero che su 120 miliardi pagheremo lo 0,5 % di interessi, invece dell’1% dei titoli del tesoro, ma qui siamo sotto alla mancia che diamo al lavavetri del semaforo. Ma per questa magnanima cifrona che tra l’altro rischia di arrivare tropo tardi  o magari di non arrivare affatto perché qualche parlamento non ratifica – come sospetta persino l’insospettabile Mario Monti –  dovremo sopportare che il governo del Paese e le scelte politiche siano completamente devolute alla troika e alle sue riforme anti sociali. Così per rimediare ai danni di un’epidemia che ha rivelato lo stato comatoso di una sanità assassinata dai tagli, dovremo tagliare ancora sulla salute.  E’ questa la vera Europa che non vi dicono, quella volgarmente astuta che vuole eliminare un concorrente con il pretesto della “competitività” e quella che vuole mettere piede nel mediterraneo, semplicemente mettendoci parte come la Grecia e adesso pretende che anche un solo stato, magari piccolo e odioso come l’Olanda, paradiso fiscale,  possa bloccare i prestiti micragnosi perché non convinto della bontà delle nostre riforme.  E del resto il fatto stesso che la gestione dei fondi passi non per la Commissione, ma per il Consiglio europeo, formato dai ministri e dai capi di governo dei singoli stati, è l’aspetto chiarissimo di una dissoluzione in atto nella quale facciamo la parte della vittima sacrificale.

Così un progetto del tutto deludente che dimostra l’inadeguatezza materiale, morale e ideale dell’Ue ed anzi la sua natura basata non sulla solidarietà, ma sulla concorrenza spietata, viene fatta passare come un grande successo e addirittura come svolta storica: casa che in realtà è vera, ma nel significato esattamente contrario a quello che viene presentato all’uomo della strada: l’impossibilità per l’Ue di cambiare la propria natura di ensemble unicamente governato dall’economia neoliberista e logiche di dominio. Così vengono arruolati da Conte  – Romero anche i morti viventi perché una simile pagliacciata vada in porto come l’antico Britannia di 30 anni fa e non possa subire guasti o contrattempi.

 


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