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La notte dei morti viventi

La-notte-dei-morti-viventi-1990-featured-1200x675Il passato si può comprendere o se non altro interpretare, il futuro si può immaginare, ma ciò che ci rimane misterioso è il presente che appare sempre indecifrabile sebbene lo si abbia sotto gli occhi. Pure la nuova Europa più solidale e unita che viene spacciata nel salotto buono dell’informazione ha il suo mistero e  porta con sé la notte dei morti viventi, la resurrezione non solo dei padri ignobili di questa Italia, ovvero Prodi e Berlusconi,  osanna nell’alto dei cieli e sulla terra delle cene eleganti, ma persino della compagnia di giro, dei Brunetta, dei Letta padre e figlio fino ad arrivare a personaggi come la moglie di Mastella:  tutti vengono mobilitati pur di arrivare ad eseguire gli ordini della Merkel. Sembrerebbe quasi che senza queste mummie il nuovo non possa avanzare e per una buona ragione:  perché è un nuovo che nei suoi contorni essenziali non è andato oltre l’estate del  ’92 quando sul Britannia il Paese è stato svenduto.

Dovremmo avvertire l’odore di morte che si aggira attorno a queste presenze che riemergono quasi che scavassero con le unghie la terra delle cronache adagiatasi sopra di loro eppure l’Europa e la finanza hanno ancora bisogno di loro per prevalere. Questo nonostante la paralisi cognitiva della quale siamo preda: quella dei miliardi europei, del grande e magnifico sforzo di cui i 27 Paesi sono stati capaci per aiutarci. La cosa fa ridere perché sono proprio le cifre a decretare la fine ingloriosa dell’Europa: 360 miliardi di prestiti nell’arco di 7 anni più altri 390 di partita di giro dunque reperibili da tasse e distribuiti per tutto il continente, rispettivamente 128  e 81 miliardi per l’Italia: qualcosa di simile per grandezza alla perdita di pil del solo anno in corso. Praticamente nulla se confrontato con gli stanziamenti pro capite degli Usa, del Giappone della Gran Bretagna per far fronte a una pandemia della narrazione che finirebbe in un solo istante nel momento in cui Trump dovesse essere sconfitto alle elezioni.  Ma anche molto poco agli stanziamenti che alcuni Paesi europei hanno deliberato in proprio; oltre 330 miliardi la Francia, quasi 600 miliardi la Germania Anche se confrontato con le linee interne, le partite di giro, chiamate ridicolmente prestiti a fondo perduto, e i prestiti a strozzo rivelano la loro natura elemosinaria: il bilancio dello stato italiano è infatti di 900 miliardi e dunque tutti gli “aiuti” messi insieme, di circa 30 miliardi l’anno, non sono che un trentesimo del bilancio dello stato. Anzi a dire la verità sono anche appena un decimo delle emissioni in titoli che lo stato fa ogni anno e che ammontano a circa 300 miliardi. Robetta indecorosa:  è vero che su 120 miliardi pagheremo lo 0,5 % di interessi, invece dell’1% dei titoli del tesoro, ma qui siamo sotto alla mancia che diamo al lavavetri del semaforo. Ma per questa magnanima cifrona che tra l’altro rischia di arrivare tropo tardi  o magari di non arrivare affatto perché qualche parlamento non ratifica – come sospetta persino l’insospettabile Mario Monti –  dovremo sopportare che il governo del Paese e le scelte politiche siano completamente devolute alla troika e alle sue riforme anti sociali. Così per rimediare ai danni di un’epidemia che ha rivelato lo stato comatoso di una sanità assassinata dai tagli, dovremo tagliare ancora sulla salute.  E’ questa la vera Europa che non vi dicono, quella volgarmente astuta che vuole eliminare un concorrente con il pretesto della “competitività” e quella che vuole mettere piede nel mediterraneo, semplicemente mettendoci parte come la Grecia e adesso pretende che anche un solo stato, magari piccolo e odioso come l’Olanda, paradiso fiscale,  possa bloccare i prestiti micragnosi perché non convinto della bontà delle nostre riforme.  E del resto il fatto stesso che la gestione dei fondi passi non per la Commissione, ma per il Consiglio europeo, formato dai ministri e dai capi di governo dei singoli stati, è l’aspetto chiarissimo di una dissoluzione in atto nella quale facciamo la parte della vittima sacrificale.

Così un progetto del tutto deludente che dimostra l’inadeguatezza materiale, morale e ideale dell’Ue ed anzi la sua natura basata non sulla solidarietà, ma sulla concorrenza spietata, viene fatta passare come un grande successo e addirittura come svolta storica: casa che in realtà è vera, ma nel significato esattamente contrario a quello che viene presentato all’uomo della strada: l’impossibilità per l’Ue di cambiare la propria natura di ensemble unicamente governato dall’economia neoliberista e logiche di dominio. Così vengono arruolati da Conte  – Romero anche i morti viventi perché una simile pagliacciata vada in porto come l’antico Britannia di 30 anni fa e non possa subire guasti o contrattempi.

 


Manicomio Italia

pappalrdoSapete una delle cose che più mi convincono della gestione tutt’altro che limpida della vicenda  epidemica e dei suoi fini eterogenei rispetto alla tutela della salute, della sua enfasi assurda, delle decisioni incoerenti dal punto epidemiologico, del cabaret dei sedicenti virologi da salotto e dell’ostentazione della morte a cui non fanno alcun riscontro i dati, è che la protesta nascente sia in qualche modo rappresentata da un personaggio come il generale Antonio Pappalardo, una specie di incrocio fra Tejero e Pulcinella. Sarà un’antica maledizione, ma ogni qualvolta questo Paese è alle prese con una svolta o una presa di coscienza o una protesta profonda, il sistema nel complesso dei suoi poteri e delle sue logiche tira fuori da un cilindro un personaggio adatto a illudere, a depistare o a metter in ridicolo chi si oppone allo status quo. Ed è sempre peggio.

Trent’anni fa si scoperchiò il vaso di Pandora della corruzione politica, ma il risultato di questa ondata di indignazione è stata la lunga stagione berlusconiana ossia quella guidata da uno dei maggiori corruttori del Paese. Poi dopo la crisi del 2008 cominciò a serpeggiare la contestazione contro il globalismo e la finanziarizzazione che tuttavia non ha trovato una vera elaborazione politica poiché stata fin da subito monopolizzata da un comico e da una specie di guru perigliosamente orbitante tra distopie correnti nella peggiore pubblicistica e il meraviglioso mondo dei think tank della finanza. Adesso che un governo, si può dire eletto da nessuno e comunque eletto con tutt’altre intenzioni, ha sfruttato una epidemia parainfluenzale per distruggere l’economia del Paese tanto quanto basta per tenerlo nelle grinfie  delle oligarchie europee, ecco che salta fuori dalla Tunisia dove vive per ragioni fiscali, il generale Pappalardo. Ora io non voglio assolutamente negare che egli sia – come ha sostenuto con il Corriere della Sera  “uno dei più grandi musicisti del mondo”, che le sue opere siano eseguite “in luoghi dove avevano accettato solo Mozart e Beethoven” e che Trump gli abbia commissionato una composizione in suo onore. Mi guarderei bene dal negare che egli sia “un genio illuminato da Dio” o che sia in contatto con gli alieni, benché si direbbe che sia più a suo agio con gli alienati. Sta di fatto che la contestazione della pandemia, o meglio della sua narrazione apocalittica, alla quale ha partecipato tutto l’arco incostituzionale della politica è affidato a questo uomo che a quanto pare è una macchia di Rorschach ambulante.

C’è chiedersi come egli, in queste condizioni, sia arrivato alla carica di generale dei carabinieri, abbia navigato nei sottoscala della politica da tempo immemorabile arrivando persino ad essere viceministro dele finanze, sebbene per appena due settimane, abbia impunemente messo in scena farse come il tentato arresto di Mattarella, senza subirne alcuna seria conseguenza, ma c’è anche da chiedersi come, nonostante le severissime misure di segregazione e di distanziamento sociale quest’uomo sia stato in grado di andare e venire dalla Tunisia, sia stato libero di spostarsi per tutto il Paese  e tanto per aggiungerci un tocco di complottismo frou frou ci si potrebbe domandare come mai egli abbia scelto l’arancione  per il suo Movimento di Liberazione Italia, un colore che è  notoriamente simbolo della Open society di Soros e dei movimenti che nascono nel suo seno, altrettanto generoso, quanto nascosto agli sguardi indiscreti. Di fatto grazie, a questa libertà di movimento di cui ha goduto non si sa bene a quale titolo, forse in onore di Mozart o dei templari o dei marziani,  è diventato in sostanza, almeno per il grande pubblico il punto di riferimento non solo dei dubbi in merito alla pandemia, ma anche del rifiuto del Mes e del meccanismi europei. Insomma è come se il sistema avesse liberato un pazzo che si crede Napoleone per mostrare di che pasta e di che livello siano coloro che usano violare i tabù. Così come una volta era un invidioso e un comunista chi vedeva nei confitti di Berlusconi la radice di quella corruzione che era stata la molla che lo aveva portato sulla scena politica e come era populista oltreché  privo di cultura politica chi seguiva Grillo anche se poi il personaggio si è rivelato addirittura più contiguo al potere reale dei suoi avversari. Insomma ogni stagione ha il suo normalizzatore o depistatore di voti o buffone destinato a mettere in ridicolo gli “infedeli”, gli  Alcibiadi distruttori delle erme sacre della narrazione ufficiale. E’ chi meglio di Pappalardo per sembrare di stare all’opera dei pupi? Così i dementi che ci governano possono sembrare savi.

 


Dicono di Lei

jusAnna Lombroso per il Simplicissimus

« Non mostrare così tanta pelle, nasconditi. Lascia qualcosa all’immaginazione. Non fare la tentatrice. Gli uomini non riescono a controllarsi. Gli uomini hanno dei bisogni. Rilassati. Mostra un po’ di pelle. Sembra sexy. Sembra hot. Non essere così provocatoria. Sii pura. Non fare la puttana. Agli uomini non piacciono le mignotte. Non fare la puritana. Non essere così conservatrice. Ridi di più. Sii innocente. Sii zozza.  Tirati su le tette. Appari naturale. Non essere così autoritaria. Non essere così emotiva. Non piangere. Piega i suoi vestiti. Preparagli la cena. Dagli dei figli. Non vuoi figli? Un giorno li vorrai. Cambierai idea. Non dire di sì, non dire di no…».

Un inventario disordinato di raccomandazioni contraddittorie, di quelle che vengono somministrate al gentil sesso da riviste patinate, psicoterapeuti di coppia un tanto al chilo, poste del cuore, coach (adesso vengono impiegati anche filosofi aziendali) che devono aiutarci a sopportare l’esistenza ai tempi del colera, è diventato ormai virale in rete. E adesso, per par condicio, mi aspetto il corrispettivo maschile affidato a George Clooney, anche lui, come la fine dicitrice di Be a Lady They Said, impegnato in focose battaglie sociali e pronto al grande passo in politica: «…fai l’uomo, non piangere. Piangi come Obama e ti daranno un Nobel. L’omo ha da puzza’. Con quel profumo non dovrai chiedere mai. Tutte le donne sono un po’ puttane. Rispettale come fossero tua madre e tua sorella. A quelle piace l’uomo forte. Mostrati tenero e le conquisterai. Dicono no, ma vogliono dire si.  Non riuscirai mai a capirle, dà loro sempre ragione. Non hanno mai ragione perché sono emotive. Il maschio deve essere cacciatore. Il vero uomo non ha paura dei sentimenti e di mostrarli…. ».

Perché la paccottiglia che accompagna la teoria delle relazioni e la retorica della guerra dei sessi non è una scomoda cassetta degli attrezzi messa a diposizione solo delle donne, anche i maschi sono perseguitati da stereotipi che condizionano la loro vita, come fossero un carapace che li deve proteggere da sentimenti e passioni che potrebbero minare il loro ruolo genetico e sociale di sopraffattori secondo natura.

E anche in questo campo vigono le regole del potere, delle armi, comprese quelle della seduzione, del denaro che incanta, del prestigio che affascina, della giovinezza che stordisce, della maturità che rassicura, della fama che abbaglia. Tanto che nel caso di Weinstein come in quello di Polanski (ne ho scritto quihttps://ilsimplicissimus2.com/2020/03/02/polanski-il-jaccuse-delle-quote-rosa/) si è giustamente imputato ai due reprobi di avere impiegato reputazione e celebrità per ricattare e adescare. E nel caso italiano la condanna per il vergognoso puttaniere che circuiva vigorose maggiorenni, alle quali è stata elargita indulgenza anche se non è credibile la pretesa di innocenza delle ospiti dell’allegro condominio delle olgettine e delle loro mamme, è servita a mettere in ombra altri oltraggi ai danni di democrazia,  legalità, beni comuni e interesse generale.

È umiliante, per tutte quelle e quelli che hanno creduto che il movimento di liberazione delle donne fosse una parte insostituibile e necessaria della lotta di classe, che doveva portare al riscatto dallo sfruttamento e della mercificazione di lavoro, valori, corpi, creazioni artistiche, cultura, paesaggio, risorse, il successo riscosso da un prodotto commerciale così mediocre.

Andiamo peggiorando: in Italia ben prima del ’68 era la stampa rosa a offrire quello stesso tipo di “pedagogia” e a minare quella ideologia  furono certamente gli echi del maggio francese o di Berkley, gli incendi dei reggiseni e poi via via la rivendicazione del possesso del proprio corpo, o sputare su Hegel, ma anche la pervicacia di donne oggi dimenticate, scrittrici che non hanno diritto di celebrazione e memoria come certe mogli celebri, Alba de Cespedes, Brunella Gasperini, che con modestia hanno contribuito a indurre la coscienza del sé e dei proprio diritti favorendo il successo di battaglie per i diritti, dei quali hanno beneficato parimenti donne e uomini, e che sarebbero inorridite del successo di questo spray  Pinkwashing .

D’altra parte non poteva che venire dagli Stati Uniti, che dimostrano ancora una volta di avere la potenza pestifera di colonizzare anche il nostro immaginario, questo scadente manufatto.

Cosa potevamo aspettarci? da un posto dove il riscatto delle donne, pubblico, e privato in caso di corna presidenziale, è stato affidato a Hillary Clinton, la quota rosa del neoliberismo, dove dopo ogni “esportazione di democrazia” nel Golfo e altrove le loro femministe, Naomi Wolf in testa, elogiano le soldatesse americane impegnate zone di guerra e conquista per aver generato “rispetto e perfino paura” e per aver portato avanti la lotta per i diritti delle donne, dove Donna Haraway o Maria Galindo attaccano le resistenze ai conquistadores di Maduro, Morales, Camacho, accusati di sessismo e omofobia.

Cosa potevamo aspettarci? in un posto dove sono riusciti a consumare perfino il mito della libertà sessuale esperita con il dongiovannismo alla rovescia di Erica Jong, perfino l’erosione della narrazione puritana compiuta non tanto con la sua scopata senza cerniera, ma con l’apostolato per un erotismo sfacciato, licenzioso e provocatorio che non ha bisogno della giustificazione dell’amore per esprimersi, perché si tratta di un istinto umano che è lecito e necessario svincolare dalla cultura patriarcale che lo limita alla attività riproduttiva.

E infatti la nuova frontiera dell’autocoscienza è ambientata nelle strade e nei teatri di posa di Sex and the City, incarnata da quattro animali metropolitani di New York, che, leggendo la voce su Wikipedia, risponde all’esigenza di  raccontare “la vita sentimentale e sessuale di quattro amiche, tre delle quali intorno ai 35 anni ed una, Samantha, intorno ai 40,  spesso trattando argomenti di rilevanza sociale come lo status delle donne nella società e il loro ruolo nella famiglia”. E infatti le vicende e le chiacchiere del gineceo sono l’occasione per l’ostensione solenne di status symbol irrinunciabili, il cui acquisto: abiti, scarpe, in una coazione a comprare, e la cui frequentazione: caffè, ristoranti, gallerie d’arte, teatrini off, presentate come sottomarche dei topoi della Manhattan di Allen, accessibili a quel ceto medio urbano con velleità creative e modaiole, dovrebbero  confermare che ormai tutto può essere a portata di mano delle donne, se hanno l’ambizione e le qualità per pretenderlo e consumarlo.

E infatti, girato per il magazine di moda Girls Girls Girls  “scritto” da Camille Rainville, autrice di un blog  esperssione di una “donna molto arrabbiata”,  Be a lady, They said! (che tradotto vuol dire Comportati da signora, dicono), è recitato da Cynthia Nixonl’attrice nota per aver interpretato Miranda nella serie e nei film che ne sono stati tratti. E (cito dai periodici femminili italiani, che titolano “interrompete quello che state facendo e guardate questo video”) avrebbe il nobile il proposito di risvegliare le guerriere,  riportando senza commento quello che “dicono di noi e su di noi” e “tutto quello che ogni donna subisce a livello di pressione sociale e di violenza emotiva, grazie a una provocazione a scopo di denuncia nei confronti di chi vuole sminuire la figura delle donna, proponendo immagini forti”.

Le “immagini forti”  altro non sono che quelle delle pubblicità che popolano le stesse pagine dei rotocalchi, che invitano a consumare, che scelgono testimonial tra le unte del signore che hanno fatto carriera sulla pelle delle altre donne, perché la vera vocazione di questo, che viene definito un proclama femminista, è sempre la stessa, la denuncia sia pure sacrosanta della mercificazione dei nostri corpi come se la riduzione a oggetti, a macchine da produzione oltre che da riproduzione, come se la rinuncia a diritti e prerogative e l’imposizione di funzioni e ruoli sociale fosse solo un rischi e una condanna di genere che si contrasta con una “rivoluzione” culturale.

Io quelli che lo chiamano video femminista li denuncerei per abuso. Abuso del termine e abuso di posizione, perché le lezioni di donne e uomini che vivono nel privilegio conservato a chi non può più conservare neppure i requisiti minimi di sopravvivenza, autodeterminazione e libertà,  costituiscono obiettivamente un sopruso umiliante. In Italia potremmo dire che mezzo e slogan sono quelli delle sardine, lo scioglimento di qualche punta superficiale dell’iceberg dello sfruttamento per tornare  a invitare a quelle aggregazioni di piazza che abbiamo conosciuto con il senonoraquando, indicando quali sono le licenze, le rivendicazioni, perfino le violenze ammesse, no a quelle sessuali, ma si ai contratti atipici, al caporalato del part time, no al femminicidio dei mariti, e ci mancherebbe, ma la rimozione di quelli in mare, a Calais, nei posti dove andiamo a fare da intendenze in guerre coloniali, nei campi del Mezzogiorno dove si crepa di fatica.

Lo chiamano “femminismo” ma si tratta dei “valori” di una classe professionale-manageriale, di donne relativamente privilegiate che stanno provando a farsi strada nel mondo degli affari  o dei media o delle professioni, con l’intento di scalare la gerarchia aziendale per essere trattate allo   stesso modo degli uomini della loro stessa classe, con la stessa paga e lo stesso rispetto, anzi meglio in nome di qualità specifiche o della rivalsa per antichi torti, invitate a  farsi avanti grazie allo sfruttamento di altre donne, sottopagate, spesso migranti, alle quali subappaltare i lavori di cura inevasi dal Welfare.

È questa la voce aggiuntiva nel bilancio in rosso del neoliberismo, della finanziarizzazione, della globalizzazione, che ha infiltrato la sfera della riproduzione sociale, e cioè tutte le attività e i programmi che supportano le persone e la loro riproduzione: dalla nascita e la crescita dei figli, alla cura degli anziani e al lavoro interno alle abitazioni private, oltre a altri campi, come l’educazione pubblica, l’assistenza sanitaria, i trasporti, le pensioni, il mercato immobiliare per trarne rendita. E infatti se sembra sostenere che le donne debbano essere impiegate a tempo pieno nella forza lavoro remunerata per incrementare il profitto per il capitale, tace sul taglio delle spese sociali attuato per tener fede ai programmi di austerità.

Il video non racconta che Sheryl Sandberg, Ceo di Facebook, 50 anni, che onorata di una copertina di Sette, rivendica “io decido da leader, non da donna” proclamandosi femminista, offre alle dipendenti la meravigliosa opportunità di congelare gli ovuli con lo slogan: “Dateci i vostri anni migliori, dedicate i 30, 40, 50 a far carriera; quando sarete meno produttive, fate figli”.

Non femminismo quello, se l’emancipazione che è poi una sottospecie della consapevolezza, dell’autodeterminazione e della liberazione vengono retrocesse al riconoscimento di meriti, dando più opportunità a chi ha dimostrato talento e ambizione, garantendo che posizione, reddito e diritti siano assicurati a chi per nascita, rendita, privilegi, status è già in possesso del capitale sociale, culturale ed economico necessario a affermarsi. E a quelle che sono nate “signore”.

 


L’eterna giovinezza dei soldi

elsa Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che un certo pugile ha smesso di essere un negro quando è diventato Cassius Clay, l’invincibile.

Si sa che giovinetti efebici e sensibili diventati il bersaglio di lazzi e sberleffi sono passati dal dileggio all’adorazione all’atto di assunzione nell’empireo del fashion. E che uomini repellenti, sgraziati e rozzi hanno potuto intraprendere una carriera di sciupafemmine, appena con la pinguedine si è ingrassato anche il loro portafogli di titoli.

E infatti Berlusconi non sarà mai un vecchio da confinare nell’ospizio dove ha svolto il suo servizio sociale obbligatorio, non per gli effetti demiurgici di lifting, parrucchini e stimolanti delle funzioni vitali di organi di cui probabilmente non ricorda più la funzione, bensì per la sovrannaturale potenza di denaro e del potere che ne consegue.

Più o meno allo stesso modo accade che delle stupide mettano a frutto quell’istinto gregario che viene attribuito al loro sesso per farne una referenza indispensabile per un prestigioso curriculum, in qualità di zelanti esecutrici di disposizioni inique e criminali. Ne ho in mente proprio una che malgrado sia stata la kapò incaricata delle operazioni di macelleria, o forse proprio a motivo di ciò, viene interpellata e ha diritto di parola davanti a uditori estatici e ammirativi dell’audacia della sua faccia come il culo, per rivendicare l’opportunità, anzi la doverosa necessità delle azioni criminogene che ha condotto.

Non mi piace l’esercizio della pubblica umiliazione, spesso esercitata nei confronti di difetti fisici, di questi tempi esplosa per l’ignoranza riferita solo alla parte avversa di chi ha prodotto guasti irreparabili all’istruzione, o per non aver conseguito prestigiosi titoli di studio, dei quali altri “arrivati” in favore dell’establishment pare non abbiano bisogno grazie alla frequenza nell’università dell’ubbidienza al miglior offerente.

Però mi verrebbe voglia di incidere la colonna infame delle donne che hanno esultato per certe quote rosa governative,  di esporre al pubblico ludibrio il compiacimento per la promozione a importante dicastero di una ministra che pare abbia mostrato la determinazione nella difesa dal delitto di lesa maestà, soltanto di un brutto vestito, avendo dimenticato il mandato conferitole dalle lavoratrici della terra.

E ho la tentazione spesso di andare a disseppellire da Google, l’emozionato consenso  offerto alle lacrime di quella madonna del pianto. Quelle ostentate in mondovisione all’atto della condanna di un folto target di lavoratori a concludere la loro esistenza terrena in un limbo senza redenzione, né lavoratori né pensionati né cassintegrati  né assistiti, e tutti quanti  indifferenziatamente all’inferno della negazione dei loro contributi, delle loro quote di remunerazione accantonate, di quei diritti maturati da esigere, come è giusto, una volta raggiunta l’età nella quale si potrebbe meritare il riposo, il godersi piaceri rinviati, hobby, letture, passeggiate, bocce e perfino lo stare a consigliare e criticare gli stradini che fanno i lavori di manutenzione, attività  concessa solo a statisti irriducibili, presidenti emeriti che  si intromettono a tutela degli sciagurati e delle sciagurate iniziative che hanno promosso in piena vigenza.

Perché, per tornare a quanto detto,  c’è una bella differenza tra essere anziani e essere venerabili maestri,  tra essere rottami o invece vegliardi  dispensatori di saggezze mai sperimentate, ma suffragate da carriere immeritate, tanto che viene offerta una tribuna a Cincinnati mai arresi, a prescritti senza vergogna, a testimonial di accertati fallimenti personali e pubblici, redenti per le tempie candide, fatti salvi il ritinto Cacciari e la calvizie di Cirino Pomicino.

Infatti in questi giorni nessuno ha palpitato per i “vecchi” morti non per l’ultima pestilenza, ma per patologie suppostamente sottovalutate, trascurate o oltrepassate con la fretta e l’indifferenza riservate a chi non serve più, non fa profitto e può essere conferito senza rimpianti né rimorsi, a conferma che quelle del mercato sono state promosse a leggi naturali incontrastabili e incontrovertibili, e che la sanità pubblica non dà garanzie e dunque è preferibile, finchè si può, pagare per approvvigionarsi dei servizi privati.

Eh sì, quelli erano solo dei vecchi, mica Camilleri, Kirk Douglas e nemmeno la Lachrimosa di cui sopra, che pur appartenendo ormai a un pubblico a rischio, ne nega l’affiliazione, credendosi non a torto, come succede alle quote del privilegio ereditato, pagato o conquistato a forza di dire si,  esente e con tutta probabilità immortale.

E infatti proprio a lei, Elsa Fornero, in perfetta consonanza con un’altra esponente dei quel genere che sarebbe dotato di superiore e specifica indole all’accoglienza, alla cura, alla sensibile solidarietà femminea,  Madame Lagarde, dobbiamo la pensosa constatazione che gli anziani sono un peso troppo gravoso per i bilanci pubblici, per la società tutta e in particolare per i giovani, compresi quelli i cui Erasmus sono pagati da nonni, o i mantenuti da mamme e da babbi non inquisiti o sotto osservazione per reati bancari.

D’altra parte le due gemelle siamesi di pensiero separate alla nascita grazie, c’è da ritenere alla riuscita asportazione di cervello e cuore, sono le portavoce di una ideologia che ha favorito la rottura dei patti generazionali, incolpando chi ci ha preceduto di approfittare di “leggi e privilegi che si scaricano sulle giovani leve”, di avere goduto dissipatamente di un benessere immeritato, di aver scialacquato beni e risorse, anche quelle ambientali – colpa questa dalla quale, anche grazie a fanciulline più o meno innocenti e inconsapevoli,  sono esentate industrie e governi, di aver vissuto al di sopra delle possibilità. Dimenticando che si deve a loro, alle loro tasse, ai loro contributi che ci siano musei e scuole, la cui distruzione viene alimentata proprio per far scordare che si tratta di “roba nostra”,  che si devono a loro la Resistenza, e poi il boom, lo Statuto dei Lavoratori, l’articolo 18, il diritto di sciopero, quello alla scuola obbligatori, a quelle conquiste che grazie a chi è venuto prima e le aveva in prestito, sembravano inalienabili, mentre siamo noi, noi generazioni correnti che ce le siamo fatte scippare in cambio   di qualche illusione in prestito.

Tutto congiura, Renzi che a  40 anni suonato o Di Maio a 33, età in cui mio papà era comandante partigiano, Pertini al confino e Gramsci morto, sono promettenti ragazzini, mentre un operaio dell’Ilva  o dipendente dell’Alitalia è un rottame obsoleto, immeritevole di essere “salvato” per la sua indolenza che non gli fa comprendere le magnifiche sorti e progressive della dinamica precarietà, della generosa mobilità.

E se Isabelle Huppert o Fanny Ardant si lagnano perché gli sceneggiatori non premiano la loro esperienza con parti adatte alla loro bellezza matura, ci sono centinaia di commesse espulse perché la perdita dell’avvenenza combinata con la presa di coscienza le rende incompatibili alle vendite, e centinaia di   uomini che in assenza di investimenti in formazione sono messi alla porta perché non si adattano alla grande occasione offerta dallo  storm work, magari in assenza di fibra e banda larga, come succede in quasi tutto il Mezzogiorno.

Per amor di verità ci sarebbe da essere grati al Grande Sternuto, che pone fine al ricorso all’eufemismo del politicamente corretto, quello degli audiolesi al posto di sordi,  del non vedente al posto di cieco, di esuberante al posto di licenziato.

Adesso vecchio non è una parola pericolosa o riprovevole. Per le merci usurate e da buttar via non occorre cercare perifrasi pietose, anzi pare sia venuto il tempo, grazie ai buoni uffici dei comandi sovranazionali, già sperimentati presso i nostri vicini e che invece dovrebbero funzionare da test e trailer, di accogliere con sollievo una selezione “naturale” un po’ più accelerata,

 

 

 


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