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Gli Intoccabili

int Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una breve in cronaca economica è passata inosservata anche se riguarda un danno per l’erario e dunque per noi rilevante quanto la metà di un altro prodotto avvelenato della speculazione e della corruzione, il Mose, quanto circa un terzo della spesa globale per il nuovo lotto di F35, quanto più di un  quarto degli stanziamenti per la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia.

La Corte dei Conti nel rendere note le motivazioni per le quali era arrivata  in Cassazione per almeno una delle vertenze aperte con la banca americana Morgan Stanley,  i cui  derivati finanziari stipulati con il Tesoro tra il 1994 e il 2012 hanno comportato una perdita  di 3,8 miliardi, grazie all’applicazione di una serie di “clausole capestro” inserite in quei contratti speculativi e accettate dallo Stato Italiano, ha fatto un’offerta per chiudere la vicenda con la richiesta di 2,9 miliardi di risarcimento.  Alla quale la Banca ha risposto di no.

La pronuncia della Corte parlava di  procedure complicate, strumenti inadeguati, risorse professionali scarse e, nel migliore dei casi,  impreparate, si, nel migliore dei casi perché sarebbe stato accertato che  quelle “adottate dal ministero violavano le norme di contabilità generale dello Stato” e “in diversi casi sembravano orientate unicamente e senza un valido motivo a favorire la banca” tanto che per almeno due contratti, la ristrutturazione fu “proposta da Morgan Stanley senza validi motivi e accettata dal Mef senza esercitare alcun ruolo attivo”, nel corso di operazioni che hanno mutuato le regole dal tavolo del casinò dove è sempre il banco a vincere.

La Corte dei Conti sperava di chiudere la partita con la Holding senza rimettere in discussione la sentenza del 2018 che riconosceva invece  la legittimità del versamento fatto dal ministero dell’Economia a Morgan Stanley tra fine 2011 e fine 2012, di circa 3 miliardi, in applicazione di una clausola di “Additional Termination Event” presente in alcuni contratti derivati, un pronunciamento che aveva fatto tirare un sospiro di sollievo ai vertici del Tesoro: il ministro in carica nel 2011, Vittorio Grilli, il suo predecessore Domenico Siniscalco, l’ex direttore del debito pubblico, Anna Maria Cannata, il direttore generale Vincenzo La Via. La stessa Corte in quel caso aveva infatti  riconosciuto il «difetto di giurisdizione», che stabilisce  che i giudici non possano sindacare le scelte discrezionali dei funzionari, se sono prese “nel rispetto della legge”.

Non passa giorno quindi che non si abbia conferma che la bilancia della giustizia, civile, penale, amministrativa pende sempre dalla stessa parte. Quella del “regime”, quello vero, totalitario, quello che detta e risponde solo alle sue stesse leggi che fa scrivere ai grandi studi al servizio del sistema finanziario, delle banche, delle multinazionali e adottare ed applicare da governi e parlamenti svuotati di poteri e competenze e da macchine statali ridotte alla ratifica notarile.

Era meglio nel Far West, dove sulla testa della Morgan Stanley sarebbe stata messa una bella taglia, dando ai cacciatori di criminali l’opportunità di sparare al ricercato portando alle autorità una reliquia in cambio della ricompensa.

Perché non ci voleva un tribunale, nemmeno quello allestito nel saloon, un giudice in sè solo negli intervalli tra una bevuta e l’altra, per capire che di quei malfattori era meglio non fidarsi. Bastava guardare alla sua storia:  nata come banca d’affari fondata dai due capostipiti,  Henry S. Morgan   e Harold Stanley, costretta dal Glass-Steagall Act che imponeva la separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento  a scegliere in quale settore agire, decise di operare come banca commerciale. E così sviluppa le ste stretgie tossiche tra alterne vicende: nel dicembre 2007 il 10% della banca viene acquistato dal governo cinese tramite la China Investment Corporation, poi a  seguito dell’insolvenza dei mutui subprime, che l’aveva travolta nella sua onda lunga insieme a Lemhan Brothers e Goldman Sachs,   dal 22 settembre 2008 cambia status diventando una holding bancaria con facoltà di raccogliere anche depositi a risparmio posta sotto la supervisione della Federal Reserve Bank (FRB) e della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC).

Un curriculum che conferma come gli untori della peste, che in maniera assolutamente prevedibile è partita come nel 1929 proprio da là e che ha contagiato tutto il mondo, rimangano  gli unici immuni insieme alla loro cricca di produttori di virus, sotto forma di fondi, subprime, hedge, niente di più che fiches della grande roulette globale, aiutati dalle agenzie di rating – le agenzie internazionali di valutazione del credito che classificano l’affidabilità di soggetti privati e pubblici – delle quali sono generosi finanziatori in modo da poter essere controllati e controllori.

È così che si salvano sempre, ricattando o comprando consenso favorito da quello stuolo di economisti al loro servizio, qualche volta prestati alla politica in modo da diventare sponsor e testimonial,  sulla cui buona fede è meglio non scommettere, di  misure acrobatiche  e di equilibrismi azzardati.

E come si potrebbero chiamare altrimenti  le disposizioni che hanno dato luogo ai  47 miliardi stimati di potenziale esborso  fra il 2011 e il 2021 per tutti i derivati sottoscritti dallo Stato italiano? O la manovra da giocatori delle tre carte grazie alla quale ci è stato fatto digerire come una panacea la manovra imposta proprio dal Morgan Stanley affinchè  i rischi sull’Italia – “accertati” dalle agenzie di rating – scendessero da 4,9 a 1,5 miliardi in tre giorni, grazie alla esecuzione,  consigliata dall’alto e da fuori,  ad alcune “modifiche relative alla ristrutturazione di contratti derivati”? modifiche che sono costate al nostro Paese, allora sotto l’oculata guida di Mario Monti, E l’Italia, circa 3,4 miliardi.

I cacciatori di taglie avrebbero il loro bel da fare andando indietro nel tempo, perché era a  gennaio 1994, appena insediato il governo Dini, che il Tesoro aveva stipulato quel  contratto capestro con il racket, una specie di ombrello sotto il quale dare “riparo” a tutte le operazioni speculative  che le due parti avrebbero poi sottoscritto negli anni successivi.

Non li riavremo quei 2,9 miliardi. E non sarebbe male cominciare a appendere ai muri delle nostre città quei volantini con scritto wanted e le foto dei ministri (defunti compresi, per non dimenticare) e dei capi dei governi che si sono succeduti: Andreotti, Formica, Amato, Reviglio, Ciampi, Berlusconi, Tremonti, Prodi, Visco, Padoa Schioppa e quel Siniscalco che da Ministro aveva  concluso i contratti per conto dello Stato italiano per poi pretenderne il pagamento una volta diventato prestigioso consulente della controparte.

Sarebbe una misura minima da mettere in atto, attaccare quei manifesti con quelle facce da galera    sui muri dei nostri comuni e delle nostre regioni, comprese quelle che pretendono autonomia dopo queste buone performance, che hanno partecipato a questa orgia bulimica e suicida, istigati dai governi nazionali, ricattati dai diktat europei, vuoi per  racimolare fondi a fronte dei tagli ai bilanci sempre più consistenti, vuoi per difendersi dai rischi di aumento dei tassi di interesse sui soldi presi in prestito  tramite mutui o emissioni di titoli obbligazionari e che scelsero di ricorrere alla finanza creativa.

È grazie a questo che si allunga la lista dei comuni falliti, grazie a questo che viene rivendicata l’impotenza a agire nel nostro interesse, mentre i croupier fanno girare la pallina della roulette truccata e escono i numeri vincenti dei bari.

 

 

 

 


Joker. I poveri sono matti

Joker.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per via di una antica idiosincrasia nei confronti dei fenomeni di moda, con l’aggiunta di un certo pregiudizio snobistico e radical chic che nutro verso i fumetti normali o supereroici, solo ieri mi sono inflitta la visione collettiva con la redazione di questo blog di Joker.

Neppure perdo tempo ad osservare che non esiste prodotto hollywoodiano che riesca a liberarsi dal peso dei complessi maturati nell’infanzia, che motivano e giustificano innocenze perdute, compresi i bombardamenti in varie geografie del mondo, nemmeno mi soffermo sul talento delle major di trasformare in merce patinata le valanghe di immondizia reale e virtuale che popolano le Gotham City occidentali di ieri e di oggi, dalle quali inizialmente veniva rimosso qualsiasi sprazzo di rosso che avrebbe potuto evocare pericolosamente il comunismo.

Cerco invece di spiegarmi il successo nostrano del povero pagliaccio  promosso a incarnazione di una   ribellione che esplode dopo una incubazione di anni e anni, frutto di umiliazioni, emarginazione, dileggio. Non deve stupire, autori e interpreti americani sanno il fatto loro e è per quello che si capisce da subito che l’unica forme di rivolta e ammutinamento all’ordine costituito è quella concessa ai matti, poveri ovviamente e quindi presto o tardi privati di quella alta forma di controllo sociale rappresentata dall’assunzione di grandi quantitativi di psicofarmaci, meglio se spostati anche per appartenenza dinastica a ceppi di bipolari mitomani, meglio ancora se ingannati da narrazioni riguardanti prestigiosi lignaggi che potrebbero restituirli al consorzio civile e, ovviamente, sano di mente.

Insomma la ribellione è sdoganata e autorizzata seppure solo in forma virtuale, epica o letteraria, unicamente se viene esercitata nelle sue forme eversive e violente dai residenti delle corti dei miracoli contemporanee, pazzi, nani, schizofreniche, magari usando le forme eufemistiche imposte dall’ideologia politicamente corretta: disturbati, diversamente alti, fan depresse di Virginia Woolf.

E difatti sia pure presa dalle atmosfere del film, dopo un po’ ho immaginato che si trattasse di un lungo e sapiente spot elettorale in favore delle Sardine con la maiuscola come scrive ormai la stampa ufficiale, inteso a mostrare in una profetica ostensione i rischi e i danni dell’osceno manifestarsi della rabbia degli ultimi, della violenza degli emarginati, della collera irrazionale degli ignoranti. E per rappresentare invece la bellezza del conformismo piccolo borghese, capace di elevarsi fino a far diventare i suoi eroi positivi sindaci e consiglieri regionali, della sua potenza trascinante in grado di coagulare masse e portarle in gita, ai corsi Erasmus, in master per acchiappacitrulli, in scampagnate con il valore aggiunto di raccogliere bottigliette di plastica, possibilmente cantando Bella Ciao il cui abuso ha ormai ha una forza simbolica di gran lunga inferiore  a Azzurro per non parlare del Ragazzo della Via Gluck che è troppo pure per Greta.

Ben contenti di non aver prodotto giù per li rami degli insani disadattati pronti  a andare a manifestare per la nazionalizzazione dell’Ilva, contro la Tav o il Mose o le Grandi Navi, contro la Nato e la sua occupazione militare del suolo italico, contro l’acquisto scapestrato degli F35, quella sì una forma evidente di follia irrazionale e suicida, proprio ieri due dignitari a vario titolo dell’impero hanno reso omaggio alla “contestazione” calda comoda e convenzionale, all’attivismo passivo e benpensante del movimento più fermo che si sia mai visto.

Così Concita De Gregorio ha sfoderato la faccia di tolla dei suoi insuccessi ai danni del giornale fondato da quel Gramsci, che l’Europarlamento depennerebbe dai testi di storia, per celebrare il valore più forte che ispira e intride la specie ittica più presente e festeggiata negli acquari di regime, quel chiamarsi fuori da ogni processo di pensiero e decisionale, per affidarsi in regime di totale delega ai “competenti”, facendo rimpiangere a tutti quelli che la domenica mattina andavano casa per casa a fare proselitismo per la lotta contro lo sfruttamento con l’Unità in mano, che non abbia fatto lo stesso, consegnando la direzione del giornale a qualcuno appena appena più capace di lei, e ci voleva poco.

Subito dopo, peggio mi sento, è sceso in campo – anzi sarebbe pronto a scendere in piazza –  Mario Monti cui il sindaco Wayne spiccia casa pensando a misure inique, sopraffazione sobria ma feroce, subalternità ottusa alle divinità di Gotham:  “Le guardo con molto interesse, queste sardine. – ha dichiarato in un talk show Rai – Mi sembra che stiano dando gambe e voce ad esigenze molto elementaridi una società che però nella politica italiana sono state abbastanza dimenticate, cioè che si ragioni e si parli delle cose in modo pacato, che chi governa se possibile non sia totalmente privo di competenze“. E ancora:  “Sono punti un po’ dimenticati, è un po’ paradossale che occorra andare nelle piazze per farli valere“.

Mi viene proprio da dargli ragione pensando a che lavoro straordinario hanno fatto lui, la sua cerchia, i suoi padroni e i suoi successori, se le piazze non si sono riempite in occasione della cessione di sovranità economica imposta dai cravattari, del salvataggio di banche criminali e dei loro managemet, della famigerata Legge Fornero, del Jobs Act, della Buona Scuola, della partecipazione a missioni “umanitarie” armate fino ai denti, delle misure di rifiuto e discriminazione degli ultimi, stranieri e non, tutte ancora implacabilmente in vigore malgrado l’auto defenestrazione del ministro che incarnerebbe il male oscuro della società.

I poveri sono matti, si diceva. Da quel brutto film si potrebbe allora tirar fuori la minaccia che spaventa di più Monte, De Gregorio, Salvini, Conte, Renzi, Zingaretti, le sardine arriviste e la “buona politica” del bon ton cui aspirano, Boschi e Bellanova, Meloni e Di Maio, quella che i poveri matti che sono sempre di più occupino le piazze, le strade e i palazzi di Gotham City che poi è la loro città.

 

 


Ue, prognosi infausta

mario-monti-660x400Che l’Unione europea fosse entrata in una crisi involutiva senza scampo non è certamente un mistero, anzi è un’evidenza troppo a lungo nascosta con ostinazione e pervicacia: dopo la mutazione neoliberista avvenuta negli anni ’90 all’indomani della celebrata caduta del muro e concretatasi nella moneta unica, alla proclamata solidarietà si è sostituita la dialettica dell’egemonia sia in senso verticale sull’asse basso – alto della configurazione sociale, sia su quello orizzontale di una vera e propria battaglia di aree per la supremazia e il comando. Il fatto è che adesso lo dice persino Mario Monti, il muezzin italiano di questo disegno economico politico e lo rivela a “Stasera Italia” di fronte alle facce sbigottite dei soliti venditori di caramelle informatiche ( vedi qui ) che mai si immaginavano di sentirle.

Vale la pena assistere al breve spettacolo del sicumerico circo mediatico completamente spiazzato dal professore da cui si attendevano nuvole di incenso e non l’impensabile blasfemia nei confronti delle verità di fede e/ o di redazione. Ma vale la pena soprattutto perché Monti dice pari pari ciò che molti si ostinano a non credere e a non vedere: la crisi dell’Europa sarebbe dovuta al fatto che è venuto meno l’appoggio degli Stati Uniti ” che ci avevano creato”. Insomma viene picconata da uno che sa quel che dice, anche se non sa quel che fa, una delle leggende metropolitane che dall’inizio e fino ad oggi hanno alimentato il corpus  argomentativo dell’europeismo nella sua versione simil sinistra, ovvero che la Ue sarebbe servita anche ad affrancarsi dagli Usa, che sia stata una costruzione sorta per motu proprio degli europei alla ricerca di una propria autonomia politica ed economica. Disgraziatamente non è certo casuale che l’estensione dell’Unione coincida con quella della Nato e che non c’è stato disegno degli Usa, anche il più assurdo e il più lontano dagli interessi europei o dalla semplice dignità politica a cui l’Ue si sia sottratta, nemmeno quando è sta aggredita la Jugoslavia che era ed è europa: anzi la quasi coincidenza fra Maastricht e la sconsiderata adesione alle guerre etno culturali  balcaniche, l’esatto opposto degli ideali europei, potrebbero essere presi  come spartiacque tra il prima e il dopo, tra l’illusione e la realtà.

Nel contesto della vicenda jugoslava va anche vista la nascita o comunque la manifestazione delle tentazioni egemoniche della Germania, l’unico Paese europeo che abbia partecipato alla divisione delle spoglie senza alcuna remora poiché corrispondeva in sostanza alle antiche direttrici di espansione obbligate dell’impero austroungarico e anche di Berlino  come finestra sul mediterraneo e contenimento delle aspirazioni russe. Spesso il passato non passa se il futuro è nebuloso e il presente colmo di infingimenti. Ad ogni modo ormai la malattia è conclamata se uno dei medici di famiglia come Monti arriva a dire “se va avanti così non sopravvive”:  vuol proprio dire che il paziente è allo stremo.  Naturalmente come ogni buon luminare di una scuola al tramonto, il professore vorrebbe spingere l’acceleratore sui fantomatici Stati Uniti d’Europa in uno slancio di ottimismo della volontà più futile e di  pessimismo concreto della ragione, vorrebbe che Trump non avesse messo in forse il credo globalista, rimane fermamente piantato come una cozza allo scoglio e vede la marea ritirarsi da ogni parte senza poter cambiare posizione ma tuttavia pur chiuso nel guscio sente che le chiacchiere stanno a zero, che ormai è questione di sopravvivenza del Paese, cosa che sta diventando chiarissima con le modifiche al Mes fatte apposta perché lo sgangherato complesso bancario tedesco, gravato da enormi debiti nelle sue espressioni più grandi come Deutsche e Commerz bank, ma anche da quelli delle banche locali, tenute al di fuori  dei controlli, possa salvarsi mettendo le mani sul risparmio italiano. Un obiettivo la cui realtà è dimostrata anche dall’improvvisa disponibilità di Berlino  ad accettare l’assicurazione europea sui depositi, a cui si era  sempre opposta per “non pagare i default delle banche meridionali”. Insomma il danno e la beffa a cui  le signorine sissignore del governo e del’opposizione, non riusciranno a dire di no.


Draghi di cartapesta

cor Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’Europa e l’Italia, rappresentate ai massimi livelli a Francoforte, hanno concluso ieri con una cerimonia solenne gli otto anni di presidenza di Mario Draghi alla Bce.

È stata l’occasione per riconoscimenti unanimi:  «Draghi ha salvato l’euro restando sempre dentro le regole»   hanno ricordato l’ex presidente Ue Romano Prodi,  la Cancelliera Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron. Non è mancata l’autorevole presenza del  Capo dello Stato Sergio Mattarella giunto insieme al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. E figuriamoci se il giorno dopo gli esiti delle elezioni in Umbria che costituiscono il trailer del disfacimento della coaliziozne sgangherata che guida- si fa per dire il governo in nome e per conto delle cancellerie – sarebbe mancata la comparsata pastorale del Presidente alla pubblica celebrazione, con l’intento non solo simbolico di aggiungere alla qualità di «civil servant» di chi, lo scrive il Corriere della Sera, “ha dato volto all’Italia migliore, fatta di competenza ed etica del bene comune”, l’indiscusso ufficio di Uomo della Provvidenza e Salvatore della Patria in Europa.

Le foto ufficiali con le strette di mano e gli abbracci “accademici” sembrano proprio anticipare di poco l’augurabile replica desiderata da tutti del  già visto quando  esattamente 9 anni fa Napolitano nominò senatore a vita Monti per permettere la sua ascensione a Palazzo Chigi mettendo alla porta l’ormai molesto Berlusconi per sostituirlo con un grigio funzionario della troika. In questo caso l’eterno candidato, che Fubini sprecando un coccodrillo definisce spericolatamente “il Timoniere” come un Mao qualunque, si presenta con ancora più credenziali: dottorato in Economia al Massachusetts Institute of Techonology, accademico di rango, direttore del Tesoro di un Paese del G7, banchiere di Goldman Sachs, governatore della Banca d’Italia, una vera incarnazione del solerte servitore degli apparati del totalitarismo economico e finanziario nella colonia dell’impero.

Si vede proprio che i padroni anche stavolta non si accontentano delle stantie alleanze prone al loro servizio dopo i proclami di indipendenza fatti apposta per accreditarsi come successivi reprobi pronti alla cieca ubbidienza, dopo le rivendicazioni di sovranismo a coprire l’indole alla cortigianeria ben impersonata da un giullare, da un guappo tracotante e da un bullo di provincia e vogliono andare sul sicuro con un loro agente che garantisca il sacrificio totale dell’Italia senza cincischiare con referendum, crisi e consultazioni, meno che mai con elezioni delle quali ormai è stata sancita la costosa superfluità e assicuri la cessione di competenze, poteri, autodeterminazione e democrazia, realizzando praticamente uno slogan e una raccomandazione a lui cari, quando senza tanti giri di parole sentenziò la necessità che gli stati si disfino della loro “sovranità”, evidente ostacolo alla crescita oltre che all’appartenenza al contesto dei grandi.

Diciamo che in tema di “disfarsi” abbiamo a che fare con un esperto: dobbiamo a lui la promozione di una delle più  efficaci svendite dell’industria pubblica italiana, compiuta a tempi di record per allinearsi ai criteri e ai  parametri richiesti dall’ingresso della moneta unica. Si tratta di una operazione condotta con spregiudicatezza sfrontata che gli varrà poi la vicepresidenza elargitagli dall’acquirente, Goldman Sachs,  quando cede  l’immenso patrimonio immobiliare e il know how tecnologico dell’Eni a poco più di un terzo del valore di mercato: alberghi, palazzi, imprese turistiche, l’area di Rho Pero che poi accolse la nuova Fiera, appartamenti e uffici e un patrimonio di ricerca e applicazione tecnica.

Ci aspettano tempi bui, se la glorificazione di Draghi lo farà recedere dalla prudenza per inseguire il suo sogno di potere assoluto non disgiunto da conseguente status e rendite invidiabili. Si tratta di una di quelle montature cui ci ha abituato la società dello spettacolo, di un personaggio creato ad arte per meritarsi uno di quei Nobel fasulli, quando non si dovrebbe dargli nemmeno l’Oscar per la interpretazione del cattivo cui si riferì quando coniò l’espressione  whatever it takes, presa da un western, per definire la sua strategia di difesa dell’euro a ogni costo.

E infatti il suo è un curriculum di educati insuccessi, come ebbe a dire qualche tempo fa in un suo articolo  Angelo de Mattia, ex direttore centrale di Banca d’Italia e del Direttorio durante la gestione di Antonio Fazio, sostenendo che il timoniere avrebbe registrato un primo flop,  nell’unica vero ruolo affidato alla Bce, quello di ancorare l’inflazione sotto, ma vicino, al 2%, un limite mai raggiunto, se, ricorda, “negli ultimi mesi l’inflazione nell’eurozona sta sempre più calando, con quella italiana quasi a livello di deflazione, 0,3%”.

Per non parlare di un altro ruolo cruciale affidato alla Bce quello da svolgere in collaborazione con le autorità nazionali, di  responsabile del funzionamento efficiente e coerente della vigilanza bancaria, che in Italia ha permesso il ricorso al bail in per le banche criminali in aperta violazione dell’articolo 47   della Costituzione in merito alla tutela del risparmio e che ha prodotto lo scempio del sistema finanziario italiano e della sua reputazione, salvando i crediti deteriorati mentre generava la  fuga di capitali verso altri Paesi. E dire che nelle referenze di Draghi c’era già qualche segnale che avrebbe dovuto mettere in allarme se da governatore della Banca d’Italia aveva abiurato al cosiddetto assenso preventivo e vincolante dell’istituto  in occasione di fusioni e acquisizioni, autorizzando o girando la testa davanti a  procedure opache e irregolarità.

Insomma c’è poco da fidarsi anche quando si fa titolare dell’esigenza di dare avvio a un tenace e determinata “politica fiscale e di espansione” che ponga termine alla “differenza tra Europa e Usa”, si, proprio così, per assomigliare a una economia sostenuta unicamente dal credito speculativo da decenni, per avvicinarci  agli standard di dove sono nate e si sono sviluppate le bolle avvelenate, i sub prime  concessi anche a chi non disponeva di reddito, gonfiando sempre di più l’indebitamento delle famiglie per poi strangolarle, quegli stessi mutui cartolarizzati tra l’altro dal suo vecchio padrone, Goldman Sachs, per farne titoli negoziabili venduti dalla stesse banche sotto forma di prestiti da cravattari a soggetti già gravati dalla pressione speculativa, dai debiti contratti per l’assistenza, la casa, gli studi. O delle sue necessarie future  riforme strutturali nell’eurozona,  a imitazione di quelle che  hanno prodotto la flessibilizzazione e precarizzazione dei mercati del lavoro, all’esplosione della disoccupazione e al decremento dei salari che peggiorerà grazie alla svolta umanitaria dell’Europa che mira a determinare una competitività in basso al livello di chi arriva e è ancora più ricattabile nei lavoratori italiani.

Eppure una speranza c’è, non quella di una Greta invocata da Monti per chiamare a raccolta i militanti intorno al tema del debito pubblico, a conferma che certi santini finiscono per servire soprattutto all’establishment. Perché un foto che gira in rete dimostra che i potenti sono soggetti alla paura, che non serve un San Giorgio per piegare i draghi, basta lo sberleffo di una  ragazza che in piedi sul tavolo di una prestigiosa presidenza  fa piovere addosso a lui terrorizzato una cascata di coriandoli per dirgli che non ci sta alla sua quaresima.


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