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I Traditori

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni tanto nell’attuale buio della ragione qualcuno sente la mancanza degli Intellettuali, costretti ultimamente, per dare una prova di esistenza in vita, a firmare appelli in sostegno di un governo e a guardare con fiducia alle minacce del successivo.   Ogni tanto per fortuna abbiamo qualche consolazione. Una ce l’ha offerta Luciano Canfora parlando del mestiere che si è trovato il Pd, quello di argine malridotto a sbrindellato contro populismo e sovranismo, che il professore liquida a proposito dell’appoggio al governo con una definizione  icastica: un partito portaborse di Draghi.  

Ma ancora meglio a dimostrare come certe intelligenze e il sapere maturato con lo studio e la conoscenza dovrebbero servire a far affiorare qualche pensiero “contro”, anomalo e eretico, dalla spirale del silenzio, che tacita le opinioni minoritarie e i pensieri difformi, timorosi di subire ostracismi e isolamento, lo storico si è pronunciato sul Sovranismo,  “una parola inventata e priva di contenuto. Dire che la sovranità nazionale è un disvalore è una stupidaggine. Se una cosa è giusta, anche se la dice un uomo di destra, non cessa di essere giusta. Ad esempio, la difesa della sovranità nazionale di fronte al capitale finanziario non è sbagliata”. 

È davvero un sollievo raro che qualcuno che possiede ancora una autorevolezza non partecipi al coro, non intoni le marce militari che inneggiano alla guerra di patria formalmente “antifascista” che, per disinnescare le possibili bombe sociali delle nuove povertà che si aggiungono a quella antiche, deve disarmare i populismi ed i sovranismi, colpevoli di aver demolito la “seconda Repubblica”.

Per dir la verità, proprio come quando il Cavaliere si sgolava a chiamare a raccolta contro il pericolo comunista, sono rimasti in pochi a mettere in guardia dagli ismi  incompatibili con la democrazia, adesso che ne sono stati sospesi chissà fino a quando anche l’ultimo rituale e i suoi cerimoniali, e da quando i loro profeti sono stati beatamente e meritatamente ammessi al consorzio civile e beneducato segnato dai confini del nuovo esecutiva del quale sono i cortigiani più premurosi,   assolti, quindi, e addirittura blanditi e omaggiati per i loro maturi e responsabili voltafaccia, con tanto di atti di fede nei confronti dell’Europa e del commissariamento della nazione e di festoso tradimento di principi  costituzionali. Si completava così il disegno varato da Conte al secondo mandato quando rassicurò orgogliosamente i controllori che il suo esecutivo  certificava la distruzione del fronte populista e sovranista, assorbito beneficamente dal contesto progressista, del quale ora fa parte con onore il più riottoso degli avversari, salutato entusiasticamente dal Sole24 Ore con un trionfale titolo in prima:  «L’Europa? Sia un impero potente al servizio di buoni propositi».

Ci sono dichiarazioni, slogan, programmi che un tempo avrebbero meritato l’accusa di tradimento, con relativa impiccagione nei confronti della Nazione,  perché vale la pena di ricordare che c’è un articolo della Carta, quel patto dello stato democratico coi cittadini che spiace alle cancellerie comunitarie in quanto frutto di lotte di liberazioni “socialiste”, che permette “limitazioni” e non rinunce alla sovranità, a parità con altre nazioni, solo nel caso siano “necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. E anche dello Stato, retrocesso dalla funzione di garante degli interessi generali, a strumento per aprire la strada e dare assistenza ai predoni multinazionali, privatizzando beni e servizi, deregolamentando i flussi finanziari, riducendo le tasse ai super ricchi, tagliando sulla spesa sociale primaria e sui diritti dei lavoratori.

E quindi dovrebbe diventare materia per i pronunciamenti della Corte Costituzionale la carriera del Presidente del Consiglio:  il suo impegno profuso  nella svendita di tanta parte del patrimonio e dell’apparato industriale italiano come cavallo di Troia per far entrate l’Italia nell’Euro, la pressione golpista esercitata per introdurre il fiscal-compact nella Costituzione italiana e l’auspicio di un bilancio unico europeo,  il continuo richiamo alla necessità della cessione di competenze e poteri statali rappresentati allegoricamente dall’affidamento alla Mc Kinsey dell’elaborazione del Piano Nazionale per accedere al Recovery Fund, secondo la stessa formula di attribuzione di “competenze” che gli permise da manutengolo di Goldman Sachs di appioppare anche da noi i subprime tossici, in modo che spetti a una organizzazione estranea  fare da interprete di istanze lobbistiche multinazionali, condizionando alle loro pretese l’erogazione dei prestiti che dovremo ripagare.

Dovremmo almeno definire slealtà la convinzione tenace  di chi giura fedeltà a una sovrastruttura super-statuale che sta realizzando da 30 anni, a colpi di trattati comunitari, diktat e “raccomandazioni” sempre più ultimative il trasferimento di poteri politici dagli Stati nazionali alla struttura con sede a Bruxelles o a Francoforte, per instaurare un regime trasversale feroce e punitivo   nei confronti dei lavoratori “fissi” e precari, dei disoccupati, dei pensionati, dei giovani, delle donne, dei malati, dei disabili, e di chi è arrivato figurandosi paradossalmente di trovare accoglienza da chi ha ordinato e prodotto le bombe fatte cadere sulla sua testa in patria.

Chi ha contestato i due governo Conte almeno quanto aveva criticato i governi precedenti, il succedersi di piccoli cesari da Craxi in poi, Berlusconi, il figlioccio, il gran nipote lecca-lecca oggi leader- indiscusso che il nulla non è oggetto di dibattito, D’Alema il bellicista, è autorizzato a pensare che abbiamo raggiunto i vertici dell’abiura con l’avvento dei cicisbei dell’Ue e del duetto Usa- Nato, che hanno esaltato l’indole gregaria e la natura filoimperialista dei precedenti,  preoccupati dell’intollerabile ma inevitabile spostamento dell’asse commerciale dell’Italia verso la Russia e la Cina e intenti a espropriare del potere decisionale la politica, addomesticata dalle lusinghe del vassallaggio, mettendolo nelle mani della finanza  e dei “mercati”, secondo il disegno che ha avuto il più solerte degli esecutori in Prodi, oggi passato agli “eurodubbiosi” e nel suo scherano Draghi dalla tolda del Britannia.

La politica e le istituzioni democratiche possono governare  se possiedono gli strumenti per gestire l’economia e la finanza, se possono investire per sostenere il proprio tessuto produttivo,  se sono in grado di difenderlo    da una concorrenza basata sulla corsa al ribasso del costo del lavoro, sull’inosservanza di regole di tutela della sicurezza e dell’ambiente, se possono promuovere occupazione qualificata assumendo nel pubblico impiego e rinforzando settori di pubblico interesse, come sanità, istruzione, trasporti, cultura.

Ma se per legge votata dal Parlamento rinunciano a tutte queste competenze e a questi poteri, se subiscono condizionamenti e influenze che impediscono l’esercizio di queste funzioni, a cominciare dalla separazione tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia del 1981, siamo di fronte a una cessione di sovranità imposta per rafforzare una entità esterna cui attribuisce superiorità legale ma non legittima la comune appartenenza all’ideologia liberista, che ha come caposaldo l’estromissione dello Stato dall’economia e a poco a poco dalla società, fatte salve quelle multinazionali alle quali deve assicurare protezione e assistenza.

Basta pensare alle porte girevoli dalle quali entra e escono i loro ragionieri e usceri, Draghi che arriva dalla Goldman Sachs e Barroso che ci va dopo il mandato, l’assunzione dell’ex vice cancelliere tedesco Gabriel alla Deustche Bank, i manager di imprese monopolistiche momentaneamente prestati all’esecutivo coi loro vergognosi e inattaccabili conflitti di interesse, per avere conferma della denuncia di Canfora: l’oligarchia che si vanta di essere investita del compito morale di salvare la nazione dai sovranisti Bannon o da Salvini, estromettendoli o meglio ancora introiettandoli, dovrebbero essere giudicati per quel che sono: traditori della patria venduti al nemico.     


I Competenti: e se fossero stupidi?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dubito che sia un caso fortuito che pochi mesi dopo che 945 parlamentati hanno approvato la cancellazione del tema di storia dalle prove della maturità, i protagonisti di un fermento ittico che ha occupato le prima pagine e qualche piazza lanciassero un appello rivolto ai competenti chiedendo a gran voce che si prodigassero per salvarci dalla brutalità,  dall’ignoranza, dall’inettitudine e dal dominio di chi trovava ascolto nelle pance di un popolino antropologicamente, ancor prima che socialmente e culturalmente  e dunque moralmente, inferiore.

Dopo il  passaggio meteorico di Mario Monti e del suo esecutivo, avevamo avuto modo di consolarci dell’eclissi del mito leggendario dei tecnici prestati alla politica, degli esperti cui affidare il funzionamento degli ingranaggi della macchina  pubblica, ridotti ormai a somministrare  le loro diagnosi e le loro prescrizioni dalle colonne della stampa ufficiale, con quella spocchia irriducibile e  incurante dell’inanellarsi di fallimenti accumulati in una trentina di anni: scommettendo sull’UE, sulla “disciplina” dei conti, sull’austerità espansiva, sul rispetto dei trattati, sulla doverosa riduzione del debito, sulla bontà delle privatizzazioni, sull’adesione cieca all’atlantismo, sulla coltivazione irragionevole del primato dell’Occidente da salvaguardare dal meticciato e dalle mire espansive di nuovi attori incompatibili con la democrazia e la crescita sostenibile.

Tanto che abbiamo ritenuto si potesse configurare come una naturale reazione alla loro occupazione del sistema, la fiducia data a soggetti di comprovata inesperienza, che rivendicavano la loro impreparazione come una virtù e la loro imperizia come la dimostrazione della estraneità ai vizi e alle contaminazione della combinazione tra malapolitica e malaffarismo.

D’altra parte contava anche il gap generazionale, quello  tra i notabili incrollabili e finora inamovibili e gente che quella stessa nomenclatura aveva condannato a “buone scuole”, università e “esperienze” formative, volontariati e avvicendamento scuola-lavoro, mirate a produrre ignoranti  specializzati, iniziati predisposti a premere lo stesso tasto durante l’intera carriera professionale, tanto da far tornare in auge i fasti dei praticoni diplomati con Radio Elettra.

E come dargli torto se il mantenimento delle leve del potere doveva e deve restare in altre stanze, altri uffici, altri palazzi, e se come, scriveva Rosa Luxemburg, doveva e deve essere accentrato nella mani dei “custodi del tempio del sapere” che è quello accumulato e limitato alla conservazione del dominio economico e dei privilegi che ne conseguono, e amministrato da un esercito di funzionari e burocrati.

Ci voleva l’incidente della storia prevedibile, ma, pare, incontrastabile, di una epidemia diventata una minaccia apocalittica e in quanto tale impiegata per creare una situazione di emergenza civile e uno stato di sospensione dei diritti, per sfrenare la fantasia della corte dei miracoli che propone la salvezza attraverso un redentore in veste di tecnico super partes, che spazzi via, insieme agli avventizi e ai dilettanti, tutte le comparse in scena nelle meschine repliche del teatro della politica,  a sancire definitivamente che il peso e la parola degli uni deve avere più forza di quella di altri una volta, finalmente,  tolte di mezzo le arcaiche regole democratiche (ne ho scritto nella prima parte, qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/02/10/i-competenti-la-corte-del-re-taumaturgo/ ).

Eppure qualche dubbio si è sollevato in passato: il filosofo marxista Costanzo Preve molto esibito dalla destra che si aggiorna sui risvolti di copertina e ancora meno letto dalla sinistra, ebbe a dire che “gli intellettuali sono più idioti degli altri”, intendendo è meglio non fidarsi troppo degli esperti, degli studiosi che basano il loro giudizio e la loro interpretazione sul sapere accumulato più che sulla realtà che li circonda, restii come sono ad ammettere che possa esserci qualcosa che sfugge loro, qualcosa  che non conoscono e che sfugge al loro controllo.

E in effetti questo spiega tutti gli effetti che non hanno previsto, gli errori che non hanno evitato e anche il fatto che le loro profezie, i loro moniti e i loro allarmi siano stati largamente inascoltati.

Un libro stimolante “Radical Choc” di Raffaele Alberto  Ventura riporta il parere del padre della teoria del Cigno nero Nassim Nichlas Taleb – secondo la quale un singolo evento sia pur raro è sufficiente a invalidare un convincimento frutto di un’esperienza millenaria, persuaso che l’incapacità di prevedere il prevedibile insieme all’uso “accademico” di sostenere una tesi basandosi su dati non accertati, di parte susciti il legittimo sospetto che intellettuali e esperti siano stupidi.  Ed è la sociologia che parla di “incapacità addestrata”, riferendosi a quel paradosso secondo il quale a una maggiore competenza corrisponde una superiore incapacità di reagire a situazioni anomale e inattese. Proprio come un eccesso di specializzazione finisce per dare luogo a soluzioni più dannose del problema che si voleva affrontare, confermando un antico proverbio veneto secondo il quale quasi sempre xe pezo el tacon del sbrego (è peggio il rammendo dello strappo).

Tesi questa quanto mai puntuale pensando al ruolo svolto dalla scienza di fronte all’incidente della storia dell’epidemia di Covid, che, con buona pace di Taleb, non può essere definito un cigno nero se da anni era stata preconizzata, se erano state poste tutte le premesse perché un contagio diventasse globale, se le condizioni dei sistemi sanitari nazionali non erano da tempo adeguati gestire un’emergenza.

E difatti mentre le discipline scientifiche, medicina, virologia, dovrebbe essere i territori della ricerca, del dubbio e del confronto di metodi che devono precedere e accompagnare ipotesi, verifiche e sperimentazioni, abbiamo visto i competenti del settore accecati da pregiudizi e posseduti da vanità e deliri di onnipotenza esprimersi per dogmi, dare responsi contraddittori, ricorrere a procedure azzardate che non hanno avuto conferme o sono state addirittura sconfessate, imponendo così scelte politiche, condizionando la giurisprudenza, determinando gerarchie di diritti e garanzie, intervenendo sulle decisioni economiche e gli investimenti.

La potenza  degli esperti e dei tecnici nei momenti di crisi è tale da assumere una rilevanza morale: in questi mesi chiunque osasse contestare la loro influenza esercitata sul processo decisionale è stato prima accusato di ignoranza e primitività, poi automaticamente arruolato nelle file della destra più bieca, quella che nega, insieme alla storia, le conquiste del Progresso, i successi della tecnologia, tutti quei trionfi “innocenti” anche quando la loro traduzione nella realtà comportano disuguaglianze, tremendi effetti collaterali, guerre di rapina, dissipazione di risorse, fame e sete per altri lontani e rimossi. 

Per questo, in nome della fiducia che va concessa ai detentori della conoscenza, a una aristocrazia che abbiamo colpevolmente contribuito a accreditare come élite e che si dimostra nei casi migliori esecutrice grigia e impersonale di dati, procedure e modelli formalizzati da esponenti superiori della classe dominate, oggi siamo stati richiesti di ripetere lo stesso atto di fede nei confronti di un “esperto” della più inesatta, arbitraria, improbabile  e poco plausibile delle discipline, l’economia, esercitata con poderosa autoreferenzialità malgrado abbia nei secoli inanellato fallimenti,  capacità di previsione inferiore a quella degli astrologi, dipendenza ideologica e partica dai poteri, tecnicismi e primato della teoretica.

E così si conferma la convinzione di Bakunin sulle élite di chi vanta delle competenze e le vende sul mercato, in modo da mettersi al servizio del potere in modo che “chi sa di più domini chi sa meno”, ma anche l’intuizione di tanti di noi che hanno capito che il potere simbolico e morale di certi esperti e la loro influenza sia strettamente connessa con la loro dimostrata capacità di garantirsi posti, rendite e prestigio.

Si apre però da ieri la possibilità di diventare noi, da cittadini “dilettanti” a autorevoli psichiatri chiamati a diagnosticare un nuovo caso clinico, quello di un soggetto di studio affetto di delirio di onnipotenza che si crede Napoleone, con in testa lo scolapasta, la mano nel panciotto e la sveglia al collo, che ha messo insieme una accozzaglia di diversamente abili ora forniti di acconcio dicastero, di matti con manie di grandezza, di maniache religiose, di xenofobi compulsivi, persuaso di primeggiare su questa armata di relitti in attesa di diventare primario del manicomio e di poter spendere e spandere il contenuto del forziere dei pirati, anche quello frutto di fantasia malata.  

E magari scopriremo che hanno ragione Preve e Taleb: i competenti potrebbero essere semplicemente idioti. (Fine)


Quella lettera ci dice chi è Draghi e qual è il suo programma

Non c’è da credere ai propri occhi e alle proprie orecchie leggendo e sentendo dei contorcimenti di una politica totalmente subalterna che cerca di giustificare il salto sul carro di Draghi dopo averne detto peste e corna. Questa nobile gara di arrampicata sugli specchi è a dir poco patetica soprattutto per quelle formazioni come la Lega che proprio il governo Draghi – o forse sarebbe meglio dire “progetto Draghi”  con riferimento alle forze che hanno portato avanti l’operazione – si propone di azzerare. Ma forse il leader della Lega  è vittima di un settore industriale incapace di visione che ha l’unica ambizione di essere la futura Polonia della Germania, la futura area basso costo. Per non parlare poi dei peana che prendono spunto dal prestigio del personaggio, come era accaduto anche per Monti, per in durre ad accettare a scatola chiusa la in mora della democrazia o per rendere credibile la rivelazione di piani salvifici che la stampa di regime produce perché il popolo applauda prima di essere portato al macello. Ora Draghi è certamente personaggio di grande autorevolezza  visto che svendendo a un terzo del valore il patrimonio dell’Eni a Goldman Sachs si è conquistato la vicepresidenza di questa banca d’affari che forse è la più grande del mondo. Visto che è stato uno degli inventori dei i titoli derivati da cui è scaturita la crisi del 2008 diventata endemica. Visto che come  governatore di Bankitalia ha chiuso occhi ed orecchie sull’ affare Antonveneta. visto infine che ancor prima di prende possesso della presidenza della Bce ha architettato la vicenda dello spread che poi è sfociata nella chiamata di Monti.

Quando si parla di prestigio si dovrebbero mettre in conto anche queste cose ed è per questo che ripropongo  qui in veste integrale la famosa lettera del 5 agosto 2011 con qui Draghi ha ricattato il Paese, una lettera che i festanti di oggi vorrebbero dimenticare o nascondere ma che ahimè è storia:

Caro Primo Ministro,
Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.
Il vertice dei capi di Stato e di governo dell’area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell’euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali». Il Consiglio direttivo ritiene che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali.
Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.

Nell’attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:
1.Vediamo l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l’aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro.
a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.
b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

2.Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.
a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.
b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.
c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l’assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo.

Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.
3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.
Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate.
Con la migliore considerazione,

Mario Draghi, Jean-Claude Trichet

Questo è il vero programma Draghi, quello che Conte non poteva permettersi si imporre perché non era tanto prestigioso da imporre un’ammucchiata politica disposta a firmare qualsiasi diktat finanziario e nemmeno era culo e camicia con la grande finanza.

 


La favola del santo svenditore

Il Messaggero ha rivelato la buona novella di un Mario Draghi intenzionato a fare tutto quello che aveva adombrato  nell’estate scorsa sul Financial Times come ricetta generale per superare lo choc della pandemia, ovvero una politica di spesa che in Italia si concreterebbe come un sostengo le grandi aziende, una diminuzione della tassazione per i redditi bassi e sussidi vari e addirittura l’assunzione di 500 mila persone nella pubblica amministrazione. Il tutto dovrebbe essere pagato, come ormai sento dire fin da quando ero bambino attraverso la lotta all’evasione fiscale. Ma di chi? Quella delle grandi multinazionali Big Tech che evadono miliardi ogni anno con la complicità dei nostri governanti? Oppure quella di commercianti e artigiani la maggior parte dei quali è ormai in crisi nera e sta per fare bancarotta? Bastano questi interrogativi per capire che il piano Draghi, è forse un bel po’ diverso dall’opera di fantasia prodotta dal giornale  romano a compimento della narrazione agiografica che circonda l’ex capo della Bce come un nube risplendente e che ha pagare i provvedimenti di emergenza destinati a mettere una pezza sulle voragini economiche causate da una sventata e quasi criminale gestione della pandemia, saranno i pensionati presenti e futuri e i milioni di poveracci col muto casa sul quale graveranno nuove tassazioni. Che poi di striscio questo possa colpire anche qualche area di rendita parassitaria sarà solo un non voluto effetto collaterale al quale si cercherà certamente di porre rimedio visto tra l’altro che il premier e sua moglie dispongono di un ingente  patrimonio immobiliare sparso fra l’Umbria, Roma e il Veneto

Ma il grosso verrà dai prestiti condizionali che arrivano dall’Europa, da quelli reperiti sui mercati che almeno hanno interessi quasi nulli e dalla svendita del restante patrimonio del Paese che proprio Draghi aveva iniziato nel ’92 sul Britannia, in maniera che il Paese, esattamente come la Grecia venga di fatto governata dalla troika. Anzi si potrebbe dire che Draghi la compendia e ne fa le fa le veci cercando di organizzare la totale dissoluzione del Paese e di occuparlo politicamente per evitare che a qualcuno possa venire in mente di ricostruire un futuro, di mettersi sulla strada di un moneta nazionale che man mano sostituisca l’euro, di sfruttare in qualche modo la nuova multipolarità per superare la crisi endemica che grava ormai da trent’anni sul Paese e di ristabilire un nuovo equilibrio con l’Europa. Insomma la sua funzione è quella di cane da guarda affinché non ci siano reali possibilità di riscossa, dando però l’illusione di poterle incarnare. Qualcuno pensa e probabilmente non a torto che Draghi sia stato imposto non solo per giocare una faccia  più credibile, ma soprattutto per rallentare la velocità di caduta che con Conte rischiava di innescare invece che assuefazione un ulteriore ondata di rifiuto del globalismo e dell’europeismo di marca ordoliberista. Non dimentichiamoci che il personaggio è anche quello che ha affidato a BlackRock, il massimo investitore internazionale nel settore bancario, la conduzione degli stress tests degli istituti di credito comunitari generando un conflitto di interessi gigantesco dentro il quale sono state salvaguardate le banche tedesche decotte, che è altresì l’uomo che ha lanciato e gestito il quantitative easing in maniera che le aziende tedesche ne ricevessero dei vantaggi asimmetrici.

Di certo se avesse voluto favorire il rilancio del Paese come ha sostenuto nel suo discorso di accettazione dell’incarico di formare il governo, avrebbe potuto operare in questo senso anche da prima quando invece da sempre ha lavorato contro questo Paese a servizio della finanza predona. Sarebbe quanto meno educato che ora non ci venissero a raccontare favole e piani davvero troppo distanti dalla realtà, anche perché se davvero Draghi volesse realmente attuarli sarebbe il primo a sapere che non glielo lascerebbero fare, perché alla fine non è altro che un governatore pro tempore come lo è stato a suo tempo Monti.


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