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Il ritorno di Monti

MONTI-VAMPIROLa notizia farà certamente piacere a qualcuno, ai Renzi, ai Mattarella, ai Berlusconi e insomma a tutti gli avvoltoi che volano intorno alla preda moribonda in forma di Stivale,  ma  completamente a sorpresa Mario Monti è stato chiamato a presiedere una commissione per la Salute e lo Sviluppo sostenibile  varata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità con il compito di “ripensare le politiche” nel contesto della pandemia. Perché di questo si tratta visto che che la commissione sarò formata oltre che da ex capi di stato e di governo anche da “protagonisti” del mondo economico e delle istituzioni finanziarie.  Ora non si vede quale legittimità decisionale sui governi nazionali possa avere un’agenzia dell’Onu di fatto privatizzata da Big Pharma e da quei despoti contemporanei che vengono chiamati filantropi , ma  soprattutto quale competenza abbia in campo economico. Ancor più singolare è che sia un ultraliberista fedele al dogma della crescita infinita ad occuparsi di sviluppo sostenibile, visto che è semmai un insuperabile di declino insostenibile. E infine costituisce un’ offesa agli italiani visto che questo personaggio, è stato quello che ha apportato i maggiori tagli alla sanità, cosa del resto ininfluente visto che gli italiani ormai sopportano qualsiasi cosa.  Ma queste perplessità e interrogativi sono in fondo ingenui: in realtà la commissione diventa un ennesimo indizio di come la governance globale abbia sfruttato una banale epidemia simil influenzale , di quelle che in altri anni è passata passata del tutto inosservata, per trasformarla in peste bubbonica che attenta alla vita di tutti e attraverso di essa provare ad  arginare il disastro incipiente dell’economia dove i valori nominali di borsa e quelli relativi ad ogni tipo di scommessa  non hanno più alcuna relazione con i valori reali.

Non era certamente possibile tentare un riequilibrio della situazione rialzando i tassi di interesse del denaro come si è timidamente tentato due anni fa da parte della Fed perché questo avrebbe provocato un cataclisma senza precedenti e rovinato molti dei protagonisti della commedia finanziaria che non più fare a meno di droga monetaria a basso costo. No occorreva poter pompare ancora più soldi, quantità gigantesche di denaro a tasso  zero o addirittura ad interesse negativo senza tuttavia rischiare di aumentare significativamente l’inflazione che avrebbe portato al medesimo disastro sia pure in tempi più lunghi e a probabili quanto indesiderati risvegli sociali. Così si è cercato un modo per congelare in qualche modo l’economia e permettere a tonnellate di salvifico denaro di  riversarsi liberamente verso i soggetti egemoni dell’economia del denaro impoverendo ulteriormente le popolazioni e migliorando, attraverso una paura irrazionale, il loro controllo su di esse. Cosa essenziale quando ci sarà la reazione di una società impoverita e respinta verso il livelli di sussistenza.

La scaletta di questa “sceneggiatura”  si è costruita praticamente da sola nel crescendo di una logica ineludibile e peraltro ben visibile: a settembre è arrivato tra gli altri l’autorevole allarme della Banca per i regolamenti internazionali circa la tenuta dell’economia, in ottobre i potenti del mondo economico si sono riuniti per celebrare Event 201, ovvero una simulazione pandemica dovuta a un coronavirus e nel gennaio successivo, nel vertice di Davos è forse scattata l’idea di sfruttare la nuova infezione facendone il perno di una nuovo e definitivo tentativo di ingegneria sociale. Vorrei scacciare l’idea che si sia trattato di un lucido piano predisposto a tavolino da qualcuno: è stato piuttosto il confluire di vari spezzoni della macchina di dominio e di controllo sociale in una grande nuova narrazione sotto l’incalzare di un probabile naufragio del sistema. La cosa appare chiarissima non appena ci si focalizzi sulla totale incoerenza di misure prese più per raffreddare l’economia che per fermare il virus: scuole chiuse, ma supermercati aperti, molte fabbriche in funzione, ma uffici pubblici chiusi, arresti domiciliari generalizzati a tutto il Paese invece che alle sole zone “infette” esagerazione apocalittica della gravità del virus e mascherine e distanziamento sociale che sono delle assolute incongruenze visto che il virus in ambienti chiusi di diffonde ben al di là dei due metri.

E’ per questo che ci ritroviamo Monti e non un medico o un ricercatore ( del resto nemmeno il capo dell’Oms ha qualcosa a che vedere con la medicina)  a capo di una commissione Oms per l’Europa con il chiaro quanto illegittimo compito di cercare soluzioni di assetto economico alla nuova condizione. Possiamo facilmente immaginare quali saranno le soluzioni del professore e questo in mancanza di qualsiasi opposizione. Ecco ciò che significa realmente negazionismo: a poco a che vedere col virus, ma molto con l’economia e i precetti del neoliberismo.


Criminali Frugali

frugAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare vada così,  grazie alla semantica dell’eufemismo quelli che sarebbe sacrosanto chiamare stati canaglia sono definiti  frugali, termine che suscita l’entusiasmo di Monti che aveva fatto della grigia sobrietà rigorista la sua bandiera. E se la resa viene presentata come ardua arte della mediazione, l’ipocrisia e l’uso politico della menzogna sono elogiati come doverosa sottomissione alla realpolitik.

Succede almeno da quando si chiamò Unione un’associazione non temporanea di imprese costituite dalle cupole dell’èlite tecnico finanziaria, da azionariati che avevano sostituito il sistema produttivo, rappresentate da governi assoggettati pronti a rinunciare per la loro sopravvivenza alla sovranità non solo economica.

Ormai abituati a usare,   come alibi della loro impotenza, inadeguatezza e incapacità, la necessaria obbedienza a un soggetto super-patria che non ha il carattere di unità, che tiene insieme i partner in forma non paritaria grazie a una moneta (uno dei suoi autori, Attali, ebbe a dire: “per imporla abbiamo scritto regole che impediranno a chiunque di uscirne”).  E  che non ha alle spalle un governo, né tantomeno un Parlamento –  quello che c’è è dotato solo di un ruolo di rappresentanza simbolica “culturale”  che gli permette di equiparare nazi-fascismo e chi lo ha combattuto, e alla pressione esercitata dal tallone di ferro di una Banca Centrale che assunto via via il ruolo di governo effettivo, grazie a una surroga egemonica della quale gli Stati nazionali vengono informati con intimazioni  via lettera in grado di imporre cambi di esecutivo svincolati da qualsiasi espressione di volontà popolare strappando il velo sul carattere pleonastico del voto… e della democrazia.

C’è da pensare che quello stravolgimento semantico abbia interessato anche fautori entusiasti del liberismo che sia pure in forma sempre più ridimensionata a cauta si definiscono appartenenti all’area di “sinistra’ e che più che abbracciare la fede l’hanno imposta con crociate il cui primo effetto è stato quello di dimezzare il valore reale dei salari e di promuovere una ristrutturazione del sistema elettorale che permette di vincere le elezioni, pur perdendole, di nominare parlamenti esautorati di poteri decisionali, di condannare il popolo colpevole di populismo consegnandolo nelle mani della destra esplicita già definita costola della sinistra da illustri pensatori.

E deve essere della stessa marca la trasformazione dal gaio giardinaggio in ambientalismo anche grazie all’impiego degli strumenti del mercato per riparare il danni del mercato, tramite la commercializzazione dei diritti a inquinare, le campagne di propaganda delle imprese senza olio di palma, la raccolta di lattine ricicla-coscienza.

Prima del test-generosità solidale dei frugali verso i Pigs, rimasti tali a conferma della loro proverbiale indolenza fanciullesca che richiede che vengano guidati e indirizzati per il loro stesso bene, avevamo appreso che Madame Lagarde, che prede proprio la pazienza coi vecchi che proprio non vogliono sacrificarsi per l’interesse generale,  ha collocato tra i primi punti dell’agenda politica della Bce l’acquisto di obbligazioni “green” come atto di buona volontà  nel contrasto al cambiamento climatico, in concorrenza costruttiva con Ursula von der Leyen che ha lanciato il suo  Green Deal europeo   per condurre l’Europa verso “un impatto climatico zero” entro il 2050 e mentre l’World Economic Forum comunicava il Great Reset, un programma  globale per la gestione dei  beni e delle risorse comuni.

Peccato che poi si sia dovuto fare i conti con le inopportune esigenze avanzate da stati sofferenti quanto irriguardosi dei meriti di altri più consapevoli dei diritti e dei doveri di appartenenza espressi tra l’altro in qualità di benevoli ospiti degli investimenti fantasma del mondo, sicché  il bilancio comune ha subito tagli severi proprio nei settori della tutela ambientale, ormai largamente delegata alla beneficenza e alla carità, come nel caso di illustri premiate giovinette che mettono a disposizione di lauti assegni erogati da cattive coscienze a Ong attive, perlopiù remote e sconosciute.

Si deve quindi soprassedere  all’ambizioso progetto della Commissione che si era proposta di elevare del 5% i finanziamenti previsti nel Quadro finanziario pluriennale (QFP) o Multi-Financial Framework, per l’integrazione dell’ambiente in tutti i programmi UE, convogliando un 25% della spesa comunitaria a favore degli obiettivi climatici.

Pare sia giusto così, aumentare gli sconti dei partner, sobri quanto si dice lo fosse  Juncker: nei prossimi sette anni i Paesi Bassi otterranno 1921 miliardi di rimborsi (+25% rispetto al precedente budget), la Svezia, 1.069 miliardi (+62%), l’Austria 565 milioni (+120%) e la Danimarca 377 milioni di euro (+280%), in cambio dell’impoverimento del bilancio pluriennale dell’Unione del 2021-2027, annacquando i riferimenti alla lotta al cambiamento climatico e al rispetto dello stato di diritto, riducendo portata e obiettivi dei  programmi comuni (Life, Horizon, Just Transition Fund) legati alla ricerca, alla sanità, all’innovazione, alla transizione “sostenibile” e digitale.

Nella Grande Partita di Giro, rilancio, ricostruzione, salvaguardia dell’ambiente, sanità, ricerca, vengono improvvisamente restituiti agli stati, buoni o cattivi, con differenti elargizioni degli stessi finanziamenti cui provvedono, provvisoriamente affidati alla loro amministrazione con l’impegno a renderli più avanti, ma sempre sotto l’alta osservazione e vigilanza dell’autorità suprema che esige di allineare le prestazioni e i risultati ai desiderata della Germania e dei suoi assidui valvassori.

Inutile dire che vien buona per condannare a priori gli inadempienti, per punirli con la sfiducia alle loro democrazie che si materializza con la possibilità riconosciuta a una scrematura di quelli serie A  di abbattere i governi in carica per commissariare paesi e popoli, esigendo pagamenti in tagli dei diritti, in svendite dei gioielli di famiglia, in deleghe sempre più ampie concesse a tecnici cui adesso si può aggiungere una comunità scientifica opportunamente selezionata,  delle ipoteche concesse.

È proprio arrivato il momento di dire che il commissariamento progressivo sempre più violento  e oppressivo non è solo “l’Europa che ce lo chiede”, se il nemico è in casa, ha chiuso da democrazia fuori dai cancelli delle fabbriche, delle scuole, degli ospedali, dichiara come unico diritto la conversione del dovere di obbedire per garantirsi salute, sicurezza, un pasto caldo, un tetto in pericolo di alienazione,  in cambio dell’appartenenza a un’espressione geografica che si proclama civiltà “superiore”.


Gli Intoccabili

int Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una breve in cronaca economica è passata inosservata anche se riguarda un danno per l’erario e dunque per noi rilevante quanto la metà di un altro prodotto avvelenato della speculazione e della corruzione, il Mose, quanto circa un terzo della spesa globale per il nuovo lotto di F35, quanto più di un  quarto degli stanziamenti per la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia.

La Corte dei Conti nel rendere note le motivazioni per le quali era arrivata  in Cassazione per almeno una delle vertenze aperte con la banca americana Morgan Stanley,  i cui  derivati finanziari stipulati con il Tesoro tra il 1994 e il 2012 hanno comportato una perdita  di 3,8 miliardi, grazie all’applicazione di una serie di “clausole capestro” inserite in quei contratti speculativi e accettate dallo Stato Italiano, ha fatto un’offerta per chiudere la vicenda con la richiesta di 2,9 miliardi di risarcimento.  Alla quale la Banca ha risposto di no.

La pronuncia della Corte parlava di  procedure complicate, strumenti inadeguati, risorse professionali scarse e, nel migliore dei casi,  impreparate, si, nel migliore dei casi perché sarebbe stato accertato che  quelle “adottate dal ministero violavano le norme di contabilità generale dello Stato” e “in diversi casi sembravano orientate unicamente e senza un valido motivo a favorire la banca” tanto che per almeno due contratti, la ristrutturazione fu “proposta da Morgan Stanley senza validi motivi e accettata dal Mef senza esercitare alcun ruolo attivo”, nel corso di operazioni che hanno mutuato le regole dal tavolo del casinò dove è sempre il banco a vincere.

La Corte dei Conti sperava di chiudere la partita con la Holding senza rimettere in discussione la sentenza del 2018 che riconosceva invece  la legittimità del versamento fatto dal ministero dell’Economia a Morgan Stanley tra fine 2011 e fine 2012, di circa 3 miliardi, in applicazione di una clausola di “Additional Termination Event” presente in alcuni contratti derivati, un pronunciamento che aveva fatto tirare un sospiro di sollievo ai vertici del Tesoro: il ministro in carica nel 2011, Vittorio Grilli, il suo predecessore Domenico Siniscalco, l’ex direttore del debito pubblico, Anna Maria Cannata, il direttore generale Vincenzo La Via. La stessa Corte in quel caso aveva infatti  riconosciuto il «difetto di giurisdizione», che stabilisce  che i giudici non possano sindacare le scelte discrezionali dei funzionari, se sono prese “nel rispetto della legge”.

Non passa giorno quindi che non si abbia conferma che la bilancia della giustizia, civile, penale, amministrativa pende sempre dalla stessa parte. Quella del “regime”, quello vero, totalitario, quello che detta e risponde solo alle sue stesse leggi che fa scrivere ai grandi studi al servizio del sistema finanziario, delle banche, delle multinazionali e adottare ed applicare da governi e parlamenti svuotati di poteri e competenze e da macchine statali ridotte alla ratifica notarile.

Era meglio nel Far West, dove sulla testa della Morgan Stanley sarebbe stata messa una bella taglia, dando ai cacciatori di criminali l’opportunità di sparare al ricercato portando alle autorità una reliquia in cambio della ricompensa.

Perché non ci voleva un tribunale, nemmeno quello allestito nel saloon, un giudice in sè solo negli intervalli tra una bevuta e l’altra, per capire che di quei malfattori era meglio non fidarsi. Bastava guardare alla sua storia:  nata come banca d’affari fondata dai due capostipiti,  Henry S. Morgan   e Harold Stanley, costretta dal Glass-Steagall Act che imponeva la separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento  a scegliere in quale settore agire, decise di operare come banca commerciale. E così sviluppa le ste stretgie tossiche tra alterne vicende: nel dicembre 2007 il 10% della banca viene acquistato dal governo cinese tramite la China Investment Corporation, poi a  seguito dell’insolvenza dei mutui subprime, che l’aveva travolta nella sua onda lunga insieme a Lemhan Brothers e Goldman Sachs,   dal 22 settembre 2008 cambia status diventando una holding bancaria con facoltà di raccogliere anche depositi a risparmio posta sotto la supervisione della Federal Reserve Bank (FRB) e della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC).

Un curriculum che conferma come gli untori della peste, che in maniera assolutamente prevedibile è partita come nel 1929 proprio da là e che ha contagiato tutto il mondo, rimangano  gli unici immuni insieme alla loro cricca di produttori di virus, sotto forma di fondi, subprime, hedge, niente di più che fiches della grande roulette globale, aiutati dalle agenzie di rating – le agenzie internazionali di valutazione del credito che classificano l’affidabilità di soggetti privati e pubblici – delle quali sono generosi finanziatori in modo da poter essere controllati e controllori.

È così che si salvano sempre, ricattando o comprando consenso favorito da quello stuolo di economisti al loro servizio, qualche volta prestati alla politica in modo da diventare sponsor e testimonial,  sulla cui buona fede è meglio non scommettere, di  misure acrobatiche  e di equilibrismi azzardati.

E come si potrebbero chiamare altrimenti  le disposizioni che hanno dato luogo ai  47 miliardi stimati di potenziale esborso  fra il 2011 e il 2021 per tutti i derivati sottoscritti dallo Stato italiano? O la manovra da giocatori delle tre carte grazie alla quale ci è stato fatto digerire come una panacea la manovra imposta proprio dal Morgan Stanley affinchè  i rischi sull’Italia – “accertati” dalle agenzie di rating – scendessero da 4,9 a 1,5 miliardi in tre giorni, grazie alla esecuzione,  consigliata dall’alto e da fuori,  ad alcune “modifiche relative alla ristrutturazione di contratti derivati”? modifiche che sono costate al nostro Paese, allora sotto l’oculata guida di Mario Monti, E l’Italia, circa 3,4 miliardi.

I cacciatori di taglie avrebbero il loro bel da fare andando indietro nel tempo, perché era a  gennaio 1994, appena insediato il governo Dini, che il Tesoro aveva stipulato quel  contratto capestro con il racket, una specie di ombrello sotto il quale dare “riparo” a tutte le operazioni speculative  che le due parti avrebbero poi sottoscritto negli anni successivi.

Non li riavremo quei 2,9 miliardi. E non sarebbe male cominciare a appendere ai muri delle nostre città quei volantini con scritto wanted e le foto dei ministri (defunti compresi, per non dimenticare) e dei capi dei governi che si sono succeduti: Andreotti, Formica, Amato, Reviglio, Ciampi, Berlusconi, Tremonti, Prodi, Visco, Padoa Schioppa e quel Siniscalco che da Ministro aveva  concluso i contratti per conto dello Stato italiano per poi pretenderne il pagamento una volta diventato prestigioso consulente della controparte.

Sarebbe una misura minima da mettere in atto, attaccare quei manifesti con quelle facce da galera    sui muri dei nostri comuni e delle nostre regioni, comprese quelle che pretendono autonomia dopo queste buone performance, che hanno partecipato a questa orgia bulimica e suicida, istigati dai governi nazionali, ricattati dai diktat europei, vuoi per  racimolare fondi a fronte dei tagli ai bilanci sempre più consistenti, vuoi per difendersi dai rischi di aumento dei tassi di interesse sui soldi presi in prestito  tramite mutui o emissioni di titoli obbligazionari e che scelsero di ricorrere alla finanza creativa.

È grazie a questo che si allunga la lista dei comuni falliti, grazie a questo che viene rivendicata l’impotenza a agire nel nostro interesse, mentre i croupier fanno girare la pallina della roulette truccata e escono i numeri vincenti dei bari.

 

 

 

 


Joker. I poveri sono matti

Joker.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per via di una antica idiosincrasia nei confronti dei fenomeni di moda, con l’aggiunta di un certo pregiudizio snobistico e radical chic che nutro verso i fumetti normali o supereroici, solo ieri mi sono inflitta la visione collettiva con la redazione di questo blog di Joker.

Neppure perdo tempo ad osservare che non esiste prodotto hollywoodiano che riesca a liberarsi dal peso dei complessi maturati nell’infanzia, che motivano e giustificano innocenze perdute, compresi i bombardamenti in varie geografie del mondo, nemmeno mi soffermo sul talento delle major di trasformare in merce patinata le valanghe di immondizia reale e virtuale che popolano le Gotham City occidentali di ieri e di oggi, dalle quali inizialmente veniva rimosso qualsiasi sprazzo di rosso che avrebbe potuto evocare pericolosamente il comunismo.

Cerco invece di spiegarmi il successo nostrano del povero pagliaccio  promosso a incarnazione di una   ribellione che esplode dopo una incubazione di anni e anni, frutto di umiliazioni, emarginazione, dileggio. Non deve stupire, autori e interpreti americani sanno il fatto loro e è per quello che si capisce da subito che l’unica forme di rivolta e ammutinamento all’ordine costituito è quella concessa ai matti, poveri ovviamente e quindi presto o tardi privati di quella alta forma di controllo sociale rappresentata dall’assunzione di grandi quantitativi di psicofarmaci, meglio se spostati anche per appartenenza dinastica a ceppi di bipolari mitomani, meglio ancora se ingannati da narrazioni riguardanti prestigiosi lignaggi che potrebbero restituirli al consorzio civile e, ovviamente, sano di mente.

Insomma la ribellione è sdoganata e autorizzata seppure solo in forma virtuale, epica o letteraria, unicamente se viene esercitata nelle sue forme eversive e violente dai residenti delle corti dei miracoli contemporanee, pazzi, nani, schizofreniche, magari usando le forme eufemistiche imposte dall’ideologia politicamente corretta: disturbati, diversamente alti, fan depresse di Virginia Woolf.

E difatti sia pure presa dalle atmosfere del film, dopo un po’ ho immaginato che si trattasse di un lungo e sapiente spot elettorale in favore delle Sardine con la maiuscola come scrive ormai la stampa ufficiale, inteso a mostrare in una profetica ostensione i rischi e i danni dell’osceno manifestarsi della rabbia degli ultimi, della violenza degli emarginati, della collera irrazionale degli ignoranti. E per rappresentare invece la bellezza del conformismo piccolo borghese, capace di elevarsi fino a far diventare i suoi eroi positivi sindaci e consiglieri regionali, della sua potenza trascinante in grado di coagulare masse e portarle in gita, ai corsi Erasmus, in master per acchiappacitrulli, in scampagnate con il valore aggiunto di raccogliere bottigliette di plastica, possibilmente cantando Bella Ciao il cui abuso ha ormai ha una forza simbolica di gran lunga inferiore  a Azzurro per non parlare del Ragazzo della Via Gluck che è troppo pure per Greta.

Ben contenti di non aver prodotto giù per li rami degli insani disadattati pronti  a andare a manifestare per la nazionalizzazione dell’Ilva, contro la Tav o il Mose o le Grandi Navi, contro la Nato e la sua occupazione militare del suolo italico, contro l’acquisto scapestrato degli F35, quella sì una forma evidente di follia irrazionale e suicida, proprio ieri due dignitari a vario titolo dell’impero hanno reso omaggio alla “contestazione” calda comoda e convenzionale, all’attivismo passivo e benpensante del movimento più fermo che si sia mai visto.

Così Concita De Gregorio ha sfoderato la faccia di tolla dei suoi insuccessi ai danni del giornale fondato da quel Gramsci, che l’Europarlamento depennerebbe dai testi di storia, per celebrare il valore più forte che ispira e intride la specie ittica più presente e festeggiata negli acquari di regime, quel chiamarsi fuori da ogni processo di pensiero e decisionale, per affidarsi in regime di totale delega ai “competenti”, facendo rimpiangere a tutti quelli che la domenica mattina andavano casa per casa a fare proselitismo per la lotta contro lo sfruttamento con l’Unità in mano, che non abbia fatto lo stesso, consegnando la direzione del giornale a qualcuno appena appena più capace di lei, e ci voleva poco.

Subito dopo, peggio mi sento, è sceso in campo – anzi sarebbe pronto a scendere in piazza –  Mario Monti cui il sindaco Wayne spiccia casa pensando a misure inique, sopraffazione sobria ma feroce, subalternità ottusa alle divinità di Gotham:  “Le guardo con molto interesse, queste sardine. – ha dichiarato in un talk show Rai – Mi sembra che stiano dando gambe e voce ad esigenze molto elementaridi una società che però nella politica italiana sono state abbastanza dimenticate, cioè che si ragioni e si parli delle cose in modo pacato, che chi governa se possibile non sia totalmente privo di competenze“. E ancora:  “Sono punti un po’ dimenticati, è un po’ paradossale che occorra andare nelle piazze per farli valere“.

Mi viene proprio da dargli ragione pensando a che lavoro straordinario hanno fatto lui, la sua cerchia, i suoi padroni e i suoi successori, se le piazze non si sono riempite in occasione della cessione di sovranità economica imposta dai cravattari, del salvataggio di banche criminali e dei loro managemet, della famigerata Legge Fornero, del Jobs Act, della Buona Scuola, della partecipazione a missioni “umanitarie” armate fino ai denti, delle misure di rifiuto e discriminazione degli ultimi, stranieri e non, tutte ancora implacabilmente in vigore malgrado l’auto defenestrazione del ministro che incarnerebbe il male oscuro della società.

I poveri sono matti, si diceva. Da quel brutto film si potrebbe allora tirar fuori la minaccia che spaventa di più Monte, De Gregorio, Salvini, Conte, Renzi, Zingaretti, le sardine arriviste e la “buona politica” del bon ton cui aspirano, Boschi e Bellanova, Meloni e Di Maio, quella che i poveri matti che sono sempre di più occupino le piazze, le strade e i palazzi di Gotham City che poi è la loro città.

 

 


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