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Gli ultras dell’ultimo stadio

calcio Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da pensare che ci meritiamo quello che ci capita, se c’è ancora qualcuno che crede che il calcio sia uno sport popolare e domestico, come nei film dopo Mediterraneo di Salvatores, allegoria di pacificazione  e del riconoscersi in una identità nazionale, come nei campetti delle parrocchie,  se ci stupiamo che gruppi violenti malavitosi e solo apparentemente nostalgici intimoriscano e condizionino società, tifoserie, club, guardati con l’ indulgenza riservata alle inoffensive prodezze di ragazzoni intemperanti, se ancora di più ci stupiamo che il troppo influente Ministro dell’Interno si propone di incontrarli per stabilire relazioni pacificatrici e costruttive di reciproca collaborazione.

Ormai è un gioco da “grandi”, anzi un Grande Gioco, proprio come le Grandi Opere e i Grandi Eventi pensati e realizzati per macinare corruzione, quella fisica e quella morale, che concede tollerante o invidioso interesse per i divi milionari del pallone, persuade che uno stadio sia indispensabile e che i ritardi nella sua realizzazione ne facciano una emergenza da fronteggiare con misure eccezionali,  deroghe, favori e regalie a personaggi pluri indagati, investimenti accreditati come necessari per far accedere ai circenses la plebe anche quella svantaggiata delle periferie marginali e oltraggiate cui si riconosce questo unico diritto, andare a far cagnara dentro e soprattutto fuori dal circo.

Ormai è un gioco da “grandi” e infatti lo stesso energumeno all’Interno è solo uno e non certo l’ultimo dei “grandi” nazionali andato un paio di mesi fa a rendere omaggio col cappello in mano ai potenti del Qatar, stavolta addirittura immortalato col mitra in mano che con tutta evidenza e per fortuna non sa nemmeno come si imbraccia, lui prima e dopo tanti altri a cominciare dalla Pinotti che era corsa a dimostrare stima e riconoscenza per gli acquisti eccellenti di 7 navi di Fincantieri e di   24 caccia Typhoon del consorzio Eurofighter di cui Leonardo-Finmeccanica, altra società controllata dal Tesoro, e con l’intento di ammollare agli emiri una patacca all’italiana, la svendita di un immobile dello Stato sede del capo di stato maggiore della Difesa. Da noi  la Qatar Investment Authority, il fondo sovrano del Paese, e la Mayhoola for Investment, la holding che fa direttamente capo all’emiro Al-Thani, hanno fatto man bassa negli hotel di lusso e nella moda (nel 2012 l’emiro ha speso 700 milioni per acquisire il Valentino Fashion Group), in Costa Smeralda (alberghi, golf, il cantiere di Porto Cervo per almeno 600 milioni, più i successivi lavori) e a Milano (rilevato al 100 per cento il progetto di sviluppo del quartiere Porta Nuova, un investimento di sicuro superiore al miliardo). Per questo l’emiro è stato ricevuto con gran pompa a Roma per la sua prima visita di Stato con al seguito una delegazione di ministri che hanno firmato con i loro omologhi una serie di accordi nel campo della sanità, dell’agroalimentare, dei giovani, della ricerca, e dello sport.

E come potrebbe essere altrimenti, il  Qatar che ospiterà nel 2022 i Mondiali (nei cantieri in allestimento si sta consumando una strage  sarebbero quasi 2000 gli operai morti per incidenti e infarto su un milione, provenienti principalmente da India e Nepal, con turni di lavoro di sedici ore, ridotti in condizioni di schiavitù che lavorano con temperature che raggiungono anche 50 gradi all’ombra), da anni ha dimostrato interesse tangibile per questo sport  divenendo (attraverso l’azione del  Qatar Sports Investment,  il braccio operativo in ambito sportivo del Qatar Investment Authority istituito dall’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani per investire i petro-dollari di Doha e che ha acquisito in poco tempo quote di rilievo, tra le altre, in Airbus, Volkswagen, Lagardere, Hsbc, Credit Suisse e Veolia Environnement) il soggetto leader del football finanziario e industrializzato, rivelatosi a  pieno titolo “strumento geopolitico di soft power e   metodo più efficace di legittimazione internazionale”, come recita la stessa stampa che fino a poco tempo fa  descriveva le truci complicità del nemico pubblico n.1 con il terrorismo, raccontando come nel Paese troverebbero generosa ospitalità  almeno otto dei principali finanziatori di gruppi quali il Fronte al-Nusra, al-Shabaab, al-Qaeda ed ISIS.

Comunque c’è poco da chiamare soft power l’occupazione coloniale del calcio attuata in grande stile secondo il dettami  di un programma di sviluppo, il “Qatar National Vision 2030” che stabilisce i principi per uno “sviluppo sostenibile ed equilibrato” del quale fa parte appunto la “Sport Sector Strategy”: il Qatar compra e sponsorizza squadre (Barcellona, Psg, etc,), atleti, arbitri, senza alcun rispetto per il tradizionale fair play che dovrebbe caratterizzare il mercato calcistico e lo sport in generale, affitta ultras da infiltrare nelle partite, all’interno della Fifa compra i voti dei presidenti delle società calcistiche per aggiudicarsi la riffa dei Mondiali, conquistata anche grazie a accordi per forniture agevolate di gas,  al suo  7 per cento di Volkswagen, al suo 10 per cento di Deutsche Bank, alle quote importanti di Harrod’s, dell’aeroporto di Heathrow e di British Airways, di Credit Suisse e di Royal Dutch Shell.

Altro che calciopoli, calcioscommesse, cocaina, veline e giocatori. Ormai anche crimini, reati e interessi sono da grandi. Basta pensare alle partite che si giocano più sugli stadi che negli stadi: quelli “pubblici”, i tre sotto il controllo dei club,  lo Juventus Stadium, la Dacia Arena dell’Udinese e il Mapei Stadium del Sassuolo, quelli che pare indispensabile fare, Roma e Firenze, quelli che vorrebbero primi cittadini posseduti da una insana megalomania, Venezia, tutti comunque dentro la partita ancora più grande, quella della trasformazione, sancita con legge del 1996, delle società calcistiche da associazioni che avevano come scopi quelli connessi all’esercizio della pratica sportiva a imprese con fini di lucro, con la possibilità di quotarsi in borsa.

Molte società di calcio, che in precedenza appartenevano a imprenditori locali, come nelle commedie all’italiana, sono state acquistate da investitori finanziari.  Il 78% della Roma è di due società del Delaware, paradiso fiscale degli USA; il Bologna è del canadese Joey Saputo, uno dei 300 uomini più ricchi al mondo; il Venezia è di una cordata rappresentata dall’americano Joe Tacopina, impegnati a conseguire l’obiettivo primario   di generare profitti da distribuire agli azionisti, da raggiungere solo in parte con le sponsorizzazioni e la cessione dei diritti televisivi, sempre di più con investimenti finanziari e immobiliari.

Si deve al governo Letta la svolta che ha dato spazio alle peggiori speculazioni locali e internazionali con un provvedimento per favorire non solo la costruzione o il rifacimento degli stadi, ma l’edificazione al loro intorno, se non al loro interno, scavalcando così gli enti locali obbligati a dichiarare “di interesse pubblico” i progetti dei privati, aumentando il potere ricattatorio degli investitori privati, nel caso specifico dei padroni delle società calcistiche. E poi al governo Renzi l’estensione dell’applicazione dei favori  alle squadre di serie B cosicché nel 2016 un protocollo di intesa tra Invimit (Investimenti Immobiliari Italiani), B Futura (società di scopo interamente partecipata dalla Lega B) e l’Istituto per il Credito Sportivo adotta “lo strumento del Fondo Immobiliare,  per la promozione di operazioni di valorizzazione di stadi e impianti sportivi”.

Figuriamoci se in questo contesto qualcuno può davvero pensare di criminalizzare la violenza negli stadi quando dentro e fuori, intorno e sopra i circhi della nostra contemporaneità, profitto, sfruttamento, corruzione, prevaricazione, intimidazione e ricatto hanno dato un calcio allo sport come esercizio di convivenza civile per farne un business avido e feroce, e gli imperatori piegano il pollice per godersi lo spettacolo dei gladiatori e del pubblico, noi, mangiati dai leoni.

 

 

 

 

 

 

 

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I giorni del Calenda-rio

calendaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il conflitto di interesse si dispiega in almeno due forme: c’è quella più rozza ed esplicita, quella di Berlusconi, preclaro esempio diventato un’antonomasia, quello della Boschi, quello cioè di uomini .. e donne di stato e di governo che grazie a leggi e misure su misura tutelano rendite e profitti  personali,  carriere e privilegi.  E ce n’è uno che apparentemente non produce  immediate ricadute dirette, in termini di guadagni e soddisfazione di ambizioni e arrivismo individuale, ma non meno deplorevole ed esiziale. È  quello che caratterizza i fan sfegatati di una ideologia che ispira comportamenti e azioni al servizio dell’establishment e contro il popolo, quelli del vero ceto dirigente che comanda, una  oligarchia di finanza, multinazionali, gruppi di pressione e lobby che usa i governi e i parlamenti come solerti impiegati ai suoi ordini.

Dunque su ILVA sostengo la lobby del carbone contro quella del gas e su Tap quella del gas contro quella del carbone. E quei poveracci della lobby del petrolio? con la iattanza spocchiosa che distingue i prodotti di quella fucina di giovanotti viziati e maleducati della compagine governativa, quel salottificio di moscardini tracotanti coi deboli e supini agli ordini dei forti,  il ministro Calenda esce dal grigio e compassato anonimato del passato, così consono  al suo blasone dinastico, e rivela l’intento di assumere un ruolo strategico nel “dopo”, auspicato da quella élite di elevati ragionieri prestati all’Europa, ma perfino da Bersani che a suo tempo lo “candidò” a premier rispettabile e presentabile nelle grazie di rottamati anziani quanto vendicativi, e pure dal Cavaliere, e ci mancherebbe.

I petrolieri sono tranquilli, il ministro preferito dai lobbisti, a vedere la lista di incontri, abboccamenti – trasparenti e dichiarati, per carità, confronti e dialoghi, non li ha certo trascurati, pensando alla accertata simpatia per le trivelle, conforme alla tradizione “ambientalista” del Pd rivendicata da Renzi nella quale splendono come gemme i fondi per le grandi opere della corruzione a discapito del risanamento e consolidamento del territorio, il trattamento speciale e le licenze concesse a Eni e Enichem nel contesto delle fake news sulla promozione delle rinnovabili o l’infame Decreto legislativo 104  che rende la valutazione di impatto ambiente un “affare” riservato,  oggetto contrattazione e negoziato  tra imprese e governo.

Che carriera la sua. Famiglio tra i prediletti di Montezemolo alla Ferrari tanto da diventare tanto  suo assistente e direttore dell’area strategica e affari internazionali allorché quest’ultimo fu presidente di Confindustria, tra il 2004 e il 2008. Abbonato a tutte le stagioni del teatrino neo lib dei think tank, non se ne perde uno: lo si nota nell’organigramma di Italia Futura, associazione politica fondata nel 2009 che annovera tra gli entusiasti Gianfranco Fini, Enrico Letta e Andrea Riccardi,  poi firmatario di spicco  nell’ottobre 2012 del manifesto   Verso la Terza Repubblica, insieme a uno dei più accaniti affossatori del lavoro, l’allora segretario CISL Raffaele Bonanni  e alla sacerdotessa della precarietà Irene Tinagli. Una presenza quella che lo conduce a candidarsi con Scelta Civica, senza successo, però. Ma poco male, l’enfant prodige evidentemente merita un risarcimento, così Letta lo nomina vice ministro allo Sviluppo e poi Renzi lo fa stare sereno, ma davvero riconfermandolo a aggiungendo al suo carnet anche la delega al Commercio Estero. È in quella veste di promettente agente alle vendite, che il virulento atlantista si fa riconoscere durante una missione a New York, quando invita alcuni investitori in qualità di mecenati a aggiudicarsi a prezzi stracciati qualche settore del comparto industriale italiano approfittando del momenti favorevole e si spreca come ultrà di TTIP e Ceta. Sarà parso troppo perfino a Renzi? Fatto sta che tra i due, il rampollo di buona fam9glia romana e il provincialotto rifatto dell’hinterland toscano, non scorre buon sangue e il premier  lo promuove per rimuoverlo  spedendolo a ricoprire l’incarico diplomatico prestigioso quanto futile di  Rappresentante permanente presso l’Ue, da dove lo richiama Gentiloni all’atto di formare il governo in qualità di irrinunciabile figura di spicco.

Si dice che covi in animo il segreto proposito di accreditarsi come il Macron de noantri, che ritenga di aver pazientato abbastanza e ora voglia spiccare il volo verso più alti destini che combinino premierato e leadership. E infatti ad onta   del carisma di “uno straccio umido” (come si disse di un altro notabile comunitario) , di fattezze indistinguibili come si addice a quel Gotha di “tecnici” che pensano di interpretare sobrietà, severità e competenza vestendosi come gli esattori del gas di una volta, l’uomo è invitato in veste di star in tutti in talk.

E poi ci si lamenta della svolta populista che minaccerebbe una democrazia invecchiata senza diventare adulta. Ma come non comprendere chi guarda a   questo personale di governo, come a nemici, che hanno tradito scegliendosi un ruolo di cravattari e tagliagole, di sciacalli e iene, della fatta di quella dirigenza europea che ha perpetrato nei confronti della ribellione greca la più atroce, feroce e ottusa  vendetta e che qui meditano di fare altrettanto per punirci del nostro No.  Qui, dove il grande freddo di una crisi prevedibile e manovrata per stabilire l’egemonia di un impero contro le democrazie, ha colpito di più, impoverendo e declassando persone, lavoro e prerogative, trasformandoli in schiavi, in precarietà senza valori, in elargizioni arbitrarie, tanto che dovremmo essere grati del minimo concesso in forma di “buoni”, mancette e morte dignitosa in presenza di vite senza orgoglio e decenza.


Matteo affonda nel mediterraneo

renzi-la-barca-affondaLe flebili proteste dello sgoverno Gentiloni per l’assenza di qualsiasi sostegno europeo nell’affrontare la migrazione e persino la minaccia di bloccare l’ingresso nei porti ai pescherecci di carne umana delle ong, hanno avuto conseguenze estreme per il mondo contemporaneo, ossia lo spuntare di qualche verità rimasta nascosta: sia la Bonino rimasta silente fino a pochi giorni fa, sia Mario Mauro ex ministro della difesa del governo Letta, hanno rivelato che furono Renzi e il suo esecutivo con l’eminente appoggio di Alfano a volere che i migranti fossero tutti sbarcati in Italia in cambio probabilmente di un po’ di flessibilità sui conti pubblici da parte di Bruxelles. E proprio per questo l’Italia non si è nemmeno fatta avanti per chiedere che l’Europa estendesse il piano da sei miliardi per indurre la Turchia a chiudere la rotta balcanica in maniera da comprendere anche Egitto e Tunisia fra le aree di sosta forzata.

Insomma la tragedia del mediterraneo si sta riducendo a un impressionante mercato delle vacche di cui finora non si sapeva poco o nulla e che guarda caso viene fuori non appena c’è un tentativo di rialzare la testa, dovuto peraltro solo al sospetto che la perdita di voti del Pd sia in parte dovuta all’incapacità assoluta di gestire l’immigrazione lasciando tutto al buonismo salottiero, alla sulfurea xenofobia piccolo borghese e alle varie mafie interne ed esterne che gestino il traffico di uomini. Non si tratta solo di cinismo e di totale assenza etica, ma anche di inettitudine: la stessa Bonino che ha fatto le sue rivelazioni a orologeria ammette che “Non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli. Un po’ ci siamo legati i piedi.  Francamente abbiamo sottovalutato la situazione”. Così adesso dobbiamo raccogliere tutti i profughi e i migranti che si mettono in mare, portarli in Italia, tentare di identificarli, provvedere a mantenerli e allo stesso tempo imprigionarli in un punto zero della storia evitando che vadano altrove come la stragrande maggioranza di loro vorrebbe fare. Non si potrebbe immaginare situazione peggiore.

Altrettanto francamente l’ errore di valutazione ammesso candidamente dalla Bonino non nasce solo dalla pochezza di un ceto politico che essendo di fatto “irresponsabile” per aver delegato tutto alle oligarchie di comando può permettersi di essere inetto e corrotto. Nasce anche dal fatto che i governi occidentali dell’Europa non vogliono prendere atto che sono le loro cattive azioni, le loro guerre, il loro sfruttamento, i loro neo colonialismi all’ombra del padrone americano che determinano la migrazione dal Medio Oriente e dall’Africa: l’impossibilità politica di denunciare questo legame diretto e di sottrarsi a questo gioco al massacro, assieme al rifiuto ideologico di riconoscere il rapporto di causa ed effetto tra problemi derivanti in ultima analisi dalle logiche neoliberiste, corrobora ogni stupidità così come ogni apparente furbizia non solo dei parlamentari, ma di tutta la classe dirigente. Solo separando schizofrenicamente gli effetti dalle cause si poteva pensare che si trattava di un problema di una sola estate.

E si resta senza fiato a sapere che fu proprio il governo Renzi a contrattare l’onere di portare tutti i migranti in Italia, in cambio evidentemente di concessioni che avrebbero tenuto in piedi il suo esecutivo, ricordando le dichiarazioni del guappo mentitore all’indomani dello scandalo delle ong: “Noi siamo accoglienti e salviamo vite umane ma non possiamo essere presi in giro da nessuno, né in Europa, né da Ong che non rispettano le regole. C’è un problema europeo, che prima o poi verrà fuori. Non è possibile che l’Europa abbia 20 navi che prendono e portano solo in Sicilia”. Ora sappiamo che fu lui stesso a creare questo stato di cose, provocando come primo effetto il complice silenzio sulla faccenda del suo house organ, ovvero Repubblica e dintorni oltre che dei altri giornaloni i quali vogliono soffocare uno scandalo nel quale si è impigliato come primo attore il guappo di Rignano, ma che mostra di pasta sia il ceto politico nel suo complesso. Di fronte all’evidenza di tutto questo sembra davvero una barzelletta di cattivo gusto  quella secondo cui il No al referendum dimostrebbe la poca volontà di cambiamento degli italiani: ne hanno eccome, ma non di rottamare la Costitutuzione, bensì questa massa di cinici cialtroni.


Dissesto idrogeologico, il Piano di Renzi fa acqua

Alluvione, di Alfred Sisley

Alluvione, di Alfred Sisley

Anna Lombroso per il Simplicissimus

…l’onda spaventosa, dal cataclisma biblico, che è lievitata gonfiandosi come… Sì come un immenso dorso di balena, ha scavalcato il bordo della diga, è precipitata a picco giù nel burrone, avventurandosi, terrificante bolide di schiuma, verso i paesi addormentati. E il tonfo nel lago il tremito della guerra, lo scrole dell’acqua impazzita, il frastuono della rovina totale, coro di boati stridori, rimbombi, cigolii, scrosci, urla, gemiti, rantoli, invocazioni, pianti? E il silenzio alla fine, quel funesto silenzio di quando l’irreparabile è compiuto, il silenzio stesso che c’è nelle tombe? L’apocalisse del Vajont descritta da Dino Buzzati per il Corriere della Sera, il giorno dopo la catastrofe che costò duemila vittime, recita: Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi.

Non sono bastate l’Aquila, l’Emilia a chi ritiene che l’adozione di criteri antisismici sia un molesto costo aggiuntivo che riduce il bottino del malaffare. Così non è bastata quell’apocalisse agli smaniosi delle Grandi Opere. Perché la diga voluta dalla Sade proprio là, malgrado  denunce di pericolo degli abitanti, additate come bubbole di ignoranti, malgrado l’allarme degli esperti, uno dei quali veniva addirittura da un geologo figlio del progettista e autore dell’opera, ing. Semenza, frutto della stessa hybris che anima i nostri profeti del “fare”, è ancora il simbolo anticipatore della stessa smania, anche se la diga, che allora era la  più alta del mondo a doppio arco,  ha resistito, è ancora là, vanto avvelenato di una ingegneria  che si esprime nella sua geometrica potenza dimostrativa, proterva e indifferente alla sua nefasta pressione sull’ambiente, sul suolo, sul territorio.

I disastri, i morti, le colpe non servono e non insegnano nulla. Anzi, si direbbe che siamo andati peggiorando se l’ultimo a tentare di programmare con un piano organico le strategie e le misure contro il dissesto idrogeologico, nell’ormai lontano 2012, fu un ministro, poi in odor di scandali, quindi rimosso perfino dalla memoria, se il dicastero dell’Ambiente fu successivamente espropriato di gran parte delle competenze in materia, passare a un organismo alle dirette dipendenze di Palazzo Chigi affidato a figure improbabili, una delle quali ben presto passata a carriera giornalistica altrettanto poco brillante. E se adesso il titolare Galletti, noto solo per disinvolte dichiarazioni sul rischio industriale e sugli altri morti di sviluppo illimitato, si delizia per le magnifiche sorti e progressive  di quel Grande Piano  contro il dissesto idrogeologico 2015-2020 da 9 miliardi che il padroncino un anno fa non si peritò di definire una rivoluzione copernicana, ma che finora, malgrado un magniloquente e fiero annuncio al suono di grancassa al pesto, durante un immancabile appuntamento referendario a Genova, ha impegnato unicamente  una spesa  di 70 milioni, stanziati dal sereno predecessore, per il Bisagno.

Ma siccome il Galletti che canta nel pollaio di Renzi,  è benevolo e comprensivo dei problemi che deve affrontare il collega del Tesoro,  ha dato il suo ragionevole e pragmatico contributo dal bilancio del ministero dell’Ambiente insieme al  Fondo di sviluppo e coesione, per trasformare il Grande Piano in pianini stralcio, del modico costo di 1, 3 miliardi finalizzati alla realizzazione di “interventi di mitigazione del rischio alluvionale nelle aree metropolitane”, ripartiti in 666,31 milioni di euro al Nord, 116,2 al Centro, 280,96 al Sud; nessun intervento previsto in Calabria e circa il 50% delle somma stanziato per le aree metropolitane di Genova e Milano.

Mai contenti, direte voi. È che anche quella cifra è annunciata come nei costumi del governo, e virtuale, perché, informa il Tesoro, “la scarsità delle risorse disponibili per il triennio 2016-18 non ha consentito a questa amministrazione di effettuare una programmazione strutturata per la mitigazione del dissesto idrogeologico”, passando la mano alle promesse: dopo i soldi del Bisagno, arriveranno altri quattrini pochi e nemmeno subito, una sessantina di milioni per  il  piano di gestione del rischio alluvioni da completare entro l’anno, e altri  350 milioni da qui al 2018,anche quelli stanziati da Letta nel 2013, 150 quest’anno, 50 nel 2017 e 150 nel 2018, che c’è da temere vadano a finanziare soltanto la redazione dei progetti esecutivi, previsti per l’avvio delle procedure di affidamento dei lavori, in forma di “aperitivi”.

Altro che Ponte, altro che Mose, altro che Tav, altro che Olimpiadi, altro che autostrade inutili e passanti deserti. Non gli sono bastate le alluvioni di Sarno e Quindici, non gli sono bastati i morti di Genova,  Benevento, della Calabria ionica e del Cadore, non gli sono bastati gli allarmi di organizzazioni “contigue” come Legambiente che ha denunciato nel suo rapporto 2016 come 7 milioni di cittadini siano esposti al pericolo frane e alluvioni,  le previsioni dell’Ispra altrettanto inquietanti, secondo le quali il totale dei comuni italiani interessati da aree con pericolosità da frana e/o idraulica risultano 7.145, pari all’88,3%, mentre i comuni non interessati da tali aree risultano solamente 947,  i conteggi dei consorzi di bonifica che hanno calcolato che occorrono almeno 8 miliardi per la sola “messa in sicurezza”.

I richiami alla ragione di chi chiede che al posto dei progetti tossici delle grandi opere, in nome di un’occupazione dequalificata ed effimera, si dia forma a un New Deal di interventi distribuiti sul territorio di tutela, custodia, salvaguardia e prevenzione, capace di creare posti di lavoro non a termine e specializzati, vengono derisi come ubbie di parrucconi e misoneisti. In compenso, coerentemente con la pratica compassionevole della beneficenza a spese nostra tramite elargizioni e mancette, una delle generose majorette  del premier si è presa cura di promuovere uno stanziamento di 800 milioni per il risarcimento di chi è stato colpito da calamità naturali: agli immobili privati   fino all’80% dei danni; alle aziende fino al 50% per gli edifici e 80% per i macchinari, anche quelli sulla carta da agosto quando l’annuncio ha riguardato le prime formalità relative a macchinose procedure per le istruttorie. Perché risarcire è più conveniente che prevenire. E se poi si può contare su una momentanea sospensione della decantata semplificazione, grazie a iter complessi e magari ispirati da una certa discrezionalità allora meglio ancora. E se poi i soldi, invece di erogarli si rivelano come un vaticinio, allora è proprio una cuccagna.

Che tanto ormai per noi la pacchia è restare vivi, asciutti, incazzati.

 

 

 


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