Archivi tag: Prodi

La notte dei morti viventi

La-notte-dei-morti-viventi-1990-featured-1200x675Il passato si può comprendere o se non altro interpretare, il futuro si può immaginare, ma ciò che ci rimane misterioso è il presente che appare sempre indecifrabile sebbene lo si abbia sotto gli occhi. Pure la nuova Europa più solidale e unita che viene spacciata nel salotto buono dell’informazione ha il suo mistero e  porta con sé la notte dei morti viventi, la resurrezione non solo dei padri ignobili di questa Italia, ovvero Prodi e Berlusconi,  osanna nell’alto dei cieli e sulla terra delle cene eleganti, ma persino della compagnia di giro, dei Brunetta, dei Letta padre e figlio fino ad arrivare a personaggi come la moglie di Mastella:  tutti vengono mobilitati pur di arrivare ad eseguire gli ordini della Merkel. Sembrerebbe quasi che senza queste mummie il nuovo non possa avanzare e per una buona ragione:  perché è un nuovo che nei suoi contorni essenziali non è andato oltre l’estate del  ’92 quando sul Britannia il Paese è stato svenduto.

Dovremmo avvertire l’odore di morte che si aggira attorno a queste presenze che riemergono quasi che scavassero con le unghie la terra delle cronache adagiatasi sopra di loro eppure l’Europa e la finanza hanno ancora bisogno di loro per prevalere. Questo nonostante la paralisi cognitiva della quale siamo preda: quella dei miliardi europei, del grande e magnifico sforzo di cui i 27 Paesi sono stati capaci per aiutarci. La cosa fa ridere perché sono proprio le cifre a decretare la fine ingloriosa dell’Europa: 360 miliardi di prestiti nell’arco di 7 anni più altri 390 di partita di giro dunque reperibili da tasse e distribuiti per tutto il continente, rispettivamente 128  e 81 miliardi per l’Italia: qualcosa di simile per grandezza alla perdita di pil del solo anno in corso. Praticamente nulla se confrontato con gli stanziamenti pro capite degli Usa, del Giappone della Gran Bretagna per far fronte a una pandemia della narrazione che finirebbe in un solo istante nel momento in cui Trump dovesse essere sconfitto alle elezioni.  Ma anche molto poco agli stanziamenti che alcuni Paesi europei hanno deliberato in proprio; oltre 330 miliardi la Francia, quasi 600 miliardi la Germania Anche se confrontato con le linee interne, le partite di giro, chiamate ridicolmente prestiti a fondo perduto, e i prestiti a strozzo rivelano la loro natura elemosinaria: il bilancio dello stato italiano è infatti di 900 miliardi e dunque tutti gli “aiuti” messi insieme, di circa 30 miliardi l’anno, non sono che un trentesimo del bilancio dello stato. Anzi a dire la verità sono anche appena un decimo delle emissioni in titoli che lo stato fa ogni anno e che ammontano a circa 300 miliardi. Robetta indecorosa:  è vero che su 120 miliardi pagheremo lo 0,5 % di interessi, invece dell’1% dei titoli del tesoro, ma qui siamo sotto alla mancia che diamo al lavavetri del semaforo. Ma per questa magnanima cifrona che tra l’altro rischia di arrivare tropo tardi  o magari di non arrivare affatto perché qualche parlamento non ratifica – come sospetta persino l’insospettabile Mario Monti –  dovremo sopportare che il governo del Paese e le scelte politiche siano completamente devolute alla troika e alle sue riforme anti sociali. Così per rimediare ai danni di un’epidemia che ha rivelato lo stato comatoso di una sanità assassinata dai tagli, dovremo tagliare ancora sulla salute.  E’ questa la vera Europa che non vi dicono, quella volgarmente astuta che vuole eliminare un concorrente con il pretesto della “competitività” e quella che vuole mettere piede nel mediterraneo, semplicemente mettendoci parte come la Grecia e adesso pretende che anche un solo stato, magari piccolo e odioso come l’Olanda, paradiso fiscale,  possa bloccare i prestiti micragnosi perché non convinto della bontà delle nostre riforme.  E del resto il fatto stesso che la gestione dei fondi passi non per la Commissione, ma per il Consiglio europeo, formato dai ministri e dai capi di governo dei singoli stati, è l’aspetto chiarissimo di una dissoluzione in atto nella quale facciamo la parte della vittima sacrificale.

Così un progetto del tutto deludente che dimostra l’inadeguatezza materiale, morale e ideale dell’Ue ed anzi la sua natura basata non sulla solidarietà, ma sulla concorrenza spietata, viene fatta passare come un grande successo e addirittura come svolta storica: casa che in realtà è vera, ma nel significato esattamente contrario a quello che viene presentato all’uomo della strada: l’impossibilità per l’Ue di cambiare la propria natura di ensemble unicamente governato dall’economia neoliberista e logiche di dominio. Così vengono arruolati da Conte  – Romero anche i morti viventi perché una simile pagliacciata vada in porto come l’antico Britannia di 30 anni fa e non possa subire guasti o contrattempi.

 


Il Curatore Fallimentare

arcurino Anna Lombroso per il Simplicissimus

Giuseppe Conte ha nominato super commissario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia, in qualità di “figura tecnica e non politica”, incaricato di  gestire, da  sottosegretario ad hoc che farà capo al presidente del Consiglio,  soprattutto la fase del post emergenza,.

E siccome è stato sottolineato che da lui ci si aspetta molto in futuro, nella fase postbellica,  “per rafforzare la distribuzione di strumenti sanitari e impiantare nuovi stabilimenti”, non è detto che finita l’epidemia, gli verrà dedicata una statua, come ad un’omonima starlette, che però non figura tra le sue parentele illustri tra ex mogli e  mogli vigenti.

Peccato, che con quel curriculum brillante merita davvero appropriati riconoscimenti: nel 1986, nello stesso anno della sua laurea alla Luiss in Economia e Commercio, è già magicamente all’IRI per occuparsi delle aziende del gruppo che si occupano di telecomunicazioni, informatica e radiotelevisione. Nel 1992 passa in Pars, di cui diventa Amministratore Delegato solo due anni dopo. È partner responsabile italiano di Telco, Media e Technology nel 2001, mentre dal 2002 è in Amministratore Delegato in Deloitte. Ma è dal  2007 che spicca il voto assumendo ancora una volta il ruolo di Amministratore delegato di Invitalia, poltrona che gli viene riconfermata più volte anche negli anni successivi visti i folgoranti successi nella gestione delle misure di agevolazione che lo Stato propone alle imprese e negli interventi per la reindustrializzazione delle aree in crisi.

Non mi sono nemmeno presa la briga di virgolettare tutti gli encomi entusiastici che ho citato e che accomunano la stampa oggi che plaude alla felice scelta. Felicissima, anzi,  se molto opportunamente invece di selezionare un superpoliziotto o un manager collaudato nella protezione civile, il presidente Conte ha dato la preferenza a un “curatore fallimentare”, come confermano la natura e le performance delle varie società nelle quali è approdato sempre ai vertici e riportandole, cito ancora ad “alti standard di visibilità”. E che, per quelli che non sono abbonati al Sole 24 Ore, ricordano la vocazione e le mansioni dell’indimenticato protagonista di Pretty Woman, da addetti all’acquisizione di aziende per poi cannibalizzarle, per comprarle per conto di istituzioni statali mettendoci un bel po’ di soldi pubblici, per poi farle marcire in modo da rivenderle a dinamici licenziatori e delocalizzatori.

Per dir la verità gli agiografi oggi impegnati nel ritrattino del commissario non si sprecano con gli esempi celebrativi: ho riperticato qualche dichiarazione in perfetta sintonia con la paccottiglia cara a Calenda o anche a Barca jr., ad esempio in merito alla conversione del Mezzogiorno in Smartland, impegno così appassionatamente visionario in assenza di rete, fibra banda larga e nemmeno cellulari, da garantirne la totale irrealizzabilità. E infatti si deve a lui il lancio nel 2015 del programma Smart&Start Italia della sua agenzia governativa Invitalia, che “sostiene la nascita e la crescita delle startup innovative ad alto contenuto tecnologico per stimolare una  nuova cultura imprenditoriale legata all’ economia digitale, per valorizzare i risultati della ricerca scientifica e tecnologica e per incoraggiare il rientro dei «cervelli» dall’estero”, seducente iniziativa che a guardare il test effettuato da virus sulle opportunità del telelavoro, della telescuola, della organizzazione del settore sanitario, perfino della programmazione della vendita e delle consegne di prodotti alimentari ordinati online non pare abbia mostrato applicazione e dato conferme incoraggianti.

Va forse meglio, per capire la selezione effettuata, andarsi a vedere il brand/obiettivo della cultura del management di queste agenzie, che ricordano da vicino il talento di quelle di rating, soggetti ed enti incaricati di valutazioni (e interventi) neutrali e oggettivi, che operano invece al servizio del capitalismo, in veste di portavoce e portaordini di un mercato finanziario integrato.  Così si capisce meglio che si tratta degli “attrezzi” meglio perfezionati del liberismo, di soggetti deputati a attuarne il fondamento,   l’illimitata circolazione internazionale dei capitali, autorizzati a  entrare e uscire liberamente da un Paese, con la possibilità di delocalizzare qualsiasi produzione, delegati a richiamare quelli esteri con ogni sorta di blandizie,   agevolazioni fiscali, leggi ad hoc,   sussidi   pubblici, quei sostegno cioè che qualcuno ha definito l’assistenza all’imperialismo delle  multinazionali, legittimate a prendersi il bottino e scappare.

E per capirne di più basta pensare all’azione intrapresa da Prodi per smantellare l’Iri in modo da avviare un vasto programma di privatizzazioni, in festosa coincidenza con l’affiliazione all’Ue, basta  ricordare che si è saputo e taciuto sul fatto che i quattrini che Invitalia offriva a Fca per favorire la riconversione all’ibrido, erano invece impiegati per giocare alla roulette del gioco d’azzardo finanziario, o rammentare la prestigiosa operazione che aveva portato la Rolls Royce a insediare uno stabilimento a spese di Invitalia  a Avellino, o rammentare la pompa con la quale il governo Renzi prima e Gentiloni avevano magnificato il pacchetto di contratti di sviluppo per il quale erano stati stanziati un miliardo e mezzo, pari  al 75% del budget iniziale, mentre nulla si è saputo per la necessaria riservatezza del restante 25, a conferma che la vocazione e il compito attribuito all’agenzia di “proprietà” del Ministero dell’Economia – già solo questo la dice lunga  a dimostrare la sua esenzione al controllo almeno parlamentare – creata durante il governo D’Alema,  accusata dalla Corte dei Conti di elargire stipendi troppo alti a fronte di un rosso vertiginoso, sotto la dizione di attrattore di  investimenti esteri, è quello di invitare, lo dice il nome stesso,  parassiti e speculatori forestieri, mentre poi le risorse sono italianisssime doc ed escono dai nostri portafogli.

Direte che non sono mai contenta, ma se penso alla svendita della costa sarda in cambio di una clinica extralusso per magnati e sceicchi in vacanza, se penso alle indecenti disparità di costo delle attrezzature sanitarie e degli investimenti in strutture e servizi che hanno beneficato gli apparati regionali, se penso che le startup ingegnose e alacri di cui si favoleggia non sono riuscite a produrre una mascherina, lasciando il campo libero all’aggiotaggio e alla sciacallaggine delle industrie e dell’Europa, non mi sento rassicurata che i destini dei salvati siano affidati a un guardiano dei valori e degli interessi della peste da ben prima del coronavirus.


Ely Shining

elAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ho ricevuto un’educazione confessionale e così non ho fatta mia la consuetudine di conservare nel portafogli una immaginetta sacra incaricata di proteggere il fiducioso possessore da ogni sorta di pericoli.

Tra l’altro, negli anni, il target di numi tutelari si è via via esteso ed anche l’esibizione dei loro ritratti in vari formati, materiali e media: poster e foto sul profilo del Che, ma anche di rapper, sindaci disubbidienti, vignettisti, replicati ed esposti in funzione di ispiratori, maestri di pensiero e modelli di vita e comportamento.

E’ quindi naturale che nei periodi di crisi si assista alla ricerca di icone di culto e ultimamente la preferenza è stata  riservata a figurine femminili, portatrici naturalmente di speciali valori attribuiti al codice di genere: sensibilità, indole all’ascolto, alla cura e all’accoglienza, legate indissolubilmente alla funzione materna, dei quali peraltro avrebbero dovuto essere dotate, oltre a Carola o Greta  o Sanna, anche la Fornero, la Lagarde, la Clinton.

È di oggi per esempio la notizia che il segretario del Pd candida alla presidenza del partito la sindaca di Marzabotto, affiancata da due vicepresidenti Anna Ascani e Debora Serracchiani (quella che lo stupro indigeno è meno  deplorevole di quello forestiero), che vanta nel suo curriculum politico e di amministratrice lodevolissime iniziative a sostegno della memoria dell’eccidio e niente più, a conferma che ormai conta  la “facciata” più di esperienza, competenza, programmi considerati controindicazioni a suscitare consenso e approvazione e delegati interamente a addetti ai lavori, tecnici, kapò e caporali.

E infatti la liturgia, in piena eclissi del sacro presso le sinistre tradizionali, propone l’ostensione  di una nuova Giovanna d’Arco, che unisce all’ardimento della guerriera, alla tenacia delle suffragette e all’instancabile perseveranza dei pellegrini, dimostrata, tra l’altro,  mettendosi a capo della campagna slowfoot, una mobilitazione collettiva, fatta a piedi e in mezzo alla gente per far girare l’ideale europeo in una simpatica riedizione del cammino di Compostela o della via Franchigena.

Parlo naturalmente di Ely Schlein, scesa in terra a miracol mostrare, incarnando il meglio della religione del politicamente corretto: impegnata femminista, appassionata ecologista, fervente europeista, orgogliosa omosessuale. E poi creativa (al Dams e negli anni di università si occupa di comunicazione, grafica e organizzazione di eventi)   cosmopolita per nascita, studi, esperienze e per la militanza sul campo, quello di Obama, alla cui elezione contribuisce formando i volontari durante la campagna elettorale. E anche pluridecorata al merito nientepopòdimeno che con il premio Maraini al Liceo di Lugano  per i migliori risultati dell’anno di maturità 2004 e nel 2017 come “miglior deputato europeo” dell’anno (cito dal suo sito).

Non le manca niente insomma per ricoprire un ruolo salvifico: ha dato vita  a Occupy Pd per denunciare le larghe intese che affossano la candidatura di Prodi a Presidente della Repubblica, europarlamentare dal  2015 nelle liste del Pd,  a seguito di fratture insanabili con il vertice, lascia il partito  insieme a Pippo Civati e con lui lancia  Possibile, che diventa ufficialmente partito nell’aprile 2016. Infine con la lista Emilia Romagna Coraggiosa, insider virtuale delle sardine, contribuisce al successo di Bonaccini entrando a far parte della sua squadra di governo regionale.

E infatti Left, che si autodefinisce spericolatamente l’unico giornale della sinistra, ci informa in estasi  che è stata animatrice qualche giorno fa di un costruttivo confronto  tenutosi “nell’ambito delle iniziative che precedono e accompagnano il percorso verso il congresso che terrà Sinistra Italiana”, e nel quale numerosi esponenti politici e personalità della cultura sono intervenuti: “dal messaggio di Cuperlo, alle appassionate analisi di Vendola, Mussi, Fratoianni, tra le più lucide riflessioni sullo stato della sinistra e insieme coniugate a tangibili sentimenti e passioni, mai scaduti in sterile nostalgia”.   

Non stupisce dunque che tutti quei simpatici attrezzi sopravvissuti a ogni tempesta e a ogni corrente,  contagiati dal suo ardore e ardire, abbiano convenuto sull’opportunità di estendere a tutto il Paese e in tutte le tornate elettorali il suo format vincente sul quale la record-woman di preferenze scommette per – sono le sue parole – “spostare a sinistra il Pd …. grazie al giusto equilibrio tra le spinte civiche e le forze politiche che hanno sostenuto il progetto di Coraggiosa: Articolo 1, Sinistra italiana, È Viva e Diem25 di Varoufakis”.

Rivendica il raggiungimento del suo obiettivo ambizioso la nuova vice presidente della giunta, ringraziando Bonaccini per essersi fatto contagiare dalla sua audacia per “coniugare in modo nuovo e incisivo la lotta alle diseguaglianze che segnano la nostra società e la transizione ecologica”,  incaricandola di prestarsi con “un impegno diretto sulle politiche sociali e sul coordinamento del Patto per il clima che abbiamo lanciato durante la campagna elettorale, con una forte vocazione europea e l’obiettivo di allineare le politiche regionali al raggiungimento dei nuovi obiettivi ONU per lo Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030”.

A guardare il suo sito, a leggere le innumerevoli interviste, a prendere atto del suo poliedrico attivismo che sconfina nel simultaneismo marinettiano, dal volontariato alla regia, dalla presenza nel gruppo per la riforma del trattato di Dublino  a quella in ben 5 Commissioni europarlamentari, si può capire che le sia sfuggito qualcosa. Che nel suo fervore che non si sia accorta che la regione nella quale si accinge a coprire un ruolo strategico si propone di sperimentare un non nuovo  e nemmeno originale esperimento di disuguaglianza sociale, economica, morale, culturale, con la richiesta – allineata perfettamente all’avanguardia leghista di Veneto e Lombardia – di una autonomia regionale che spaccherà l’unità del Paese, penalizzerà le regioni meridionali, favorirà l’arrembaggio dei privati in settori già largamente “infiltrati” grazie alle riforme dei governi di centrosinistra, assistenza sanitaria, scuola e università.

Si può capire che probabilmente mentre era a Roma a unire i progressisti intorno alle parole d’ordine dell’ambientalismo non sia stata informata che il suo presidente ha sollecitato un incontro con il governo per contrastare  la  proroga dello stop all’attività estrattiva, che  “non porta con sé alcuna soluzione concreta e strutturale, aggravando le difficoltà e lasciando in una pericolosa incertezza l’intero comparto ravennate”,  replicando così il già visto a Taranto e in altri siti industriali nazionali, nei quali viene imposta come inderogabile l’infame alternativa ricattatoria tra occupazione o ambiente, salute o salario.

Adesso direte che non ci va mai bene niente. Ed è vero perché niente va bene nella resa al capitale e al mercato e alle loro regole ormai assunte a leggi naturali, alla constatazione che dovrebbe suscitare rabbia  e ribellione che al momento destra e sinistra “tradizionale” sono come giano, due facce del liberismo, che il riformismo, che raccoglie consenso negli strati più elevati in termini di reddito e di educazione delle classi medie ha svenduto i suoi valori dimostrando che le sue riforme non erano aggiustamenti per addomesticare la bestia feroce del capitalismo, ma al contrario medicine per tenerlo in vita senza critica, opposizione e reazione delle classi più penalizzate, anestetizzate dal bisogno e criminalizzate anche moralmente in quanto ignoranti, rozze, viscerali, perché se non sappiamo immaginare una salvezza di tutti, allora ci si adopera per il “si salvi chi può”, ognuno a modo suo e per i proprio miserabili interessi. Sicché la supposta contrapposizione destra e sinistra si riduce a quella tra compassione e cinismo, modernità e passatismo.

E niente va bene nella trasformazione del solidarismo comunitario in individualismo e leaderismo, dell’internazionalismo proletario in cosmopolitismo borghese, nell’egualitarismo in meritocrazia, nella interpretazione della sovranità di popolo convertita in trogloditico sovranismo e arcaico populismo. O nella riduzione del riscatto di genere in rivendicazione di parità perché se sfruttamento e repressione, lavoro di cura, rigida divisione di compiti e ruoli non verrebbero superati con la morte del “capitalismo”, meno che mai si aggirano con la sostituzione nei posti chiave di femmine al posto dei maschi, di sopraffazioni femminili su maschi e pure su donne che non possono aspirare all’appartenenza e all’affrancamento appannaggio di un ceto privilegiato.

Niente va bene nello sperare di addolcire la pressione del totalitarismo come si configura oggi, si rabbonirlo entrando al suo interno, di cambiarlo dall’interno come volevano persuaderci di poter fare quelli come Ely che non sappiamo quanto in buona fede promettono un’altra Europa grazie alla loro augusta presenza nelle segrete e nelle intendenze della fortezza, se ormai Sanders, Podemos, soggetti isolati che una volta  sarebbero stati l’incarnazione di un pacifico e inoffensivo riformismo nemmeno “strutturale” oggi paiono antagonisti e insurrezionalisti a fronte di certe piccole, grandi slealtà.


Ilva, costituzionalmente immune

il   Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da ieri è all’esame dei giudici costituzionali l’immunità penale e amministrativa del “commissario straordinario, dell’affittuario o acquirente e dei soggetti da questi funzionalmente delegati”, dei vertici passati e presenti, quindi, dell’Ilva, attribuita loro con una legge del 2015.

La questione è stata sollevata dal gip di Taranto che ha rilevato “un contrasto della norma con numerose disposizioni costituzionali, in primis il principio di uguaglianza” introducendo una “irragionevole disparità di trattamento» rispetto alla generalità delle altre imprese.

Ad aprile Di Maio, in visita pastorale a Taranto, si era impegnato con quella determinazione verbale assertiva che gli era cara, promettendo che in base a Dl Crescita l’immunità sarebbe scaduta il 6 settembre. Provvidenzialmente per lui la crisi l’ha risparmiato dall’obbligo di mantenere la parola data e dunque  in base alle disposizioni vigenti assassini trascorsi e quelli che ne hanno raccolto il testimone saranno esentati dalle responsabilità sino al completamento del piano ambientale, ad agosto 2023, in modo che con tutta tranquillità abbiano la licenza di commettere reati penali e amministrativi giustificati dalla necessità di adempiere  “alle migliori regole preventive in materia ambientale, di tutela della salute e dell’incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro”, che, si vede, senza quel benestare  non potrebbero essere ottemperate.

Come scrissero i giornali allora, e non solo il foglio rosa confindustriale, Arcelor Mittal  reagì legittimamente contestando quella speciosa questione “in punta di diritto”, così la definirono,  che rischiava di  compromettere il rilancio dell’ex Ilva acquisita dal colosso siderurgico che aveva posto come condizione preliminare alla riconversione ambientale dell’acciaieria   il mantenimento delle «tutele legali» previste dal decreto Ilva concepito dall’ esecutivo guidato da Gentiloni.

Così, come ormai avviene di frequente, la politica demanda e delega le scelte che non ha il coraggio di fare, scegliendo la strada della “legalità” percorsa e officiata nei tribunali non sapendo percorrere quella della legittimità e della giustizia.

D’altra parte non c’è da stupirsi, in ogni cessione, privatizzazione e svendita di una impresa è sempre stato allegato alla strenna il gadget dell’impunità, appunto per mettere in condizione l’acquirente di non essere penalizzato neppure per incauto acquisto della roba sottratta a noi, di godere di un regime di placet e autorizzazioni eccezionali dovute per essersi accollato un peso morto, un ramo secco, una cattedrale nel deserto, beni comuni lasciati in stato di abbandono e colpevole trascuratezza proprio per permetterne il conferimento a prezzi stracciati.

L’Ilva ne è un simbolo:   quando acquisì  l’Italsider di Taranto, a Prodi che ne promosse la vendita e che l’aveva definita un gioiello, Riva, rispose di rimando che si accollava un “ferrovecchio” al  prezzo di poco più di 2 mila miliardi di lire, per una valutazione complessiva della società di circa 4.000 miliardi di lire, secondo quanto rese noto l’Iri, 1.500 miliardi di debiti, a fronte di un fatturato di 9 mila miliardi e 11.800 dipendenti).

Da vero padrone delle ferriere ha instaurato un regime tirannico (ebbe due condanne per discriminazione), impose turni e condizioni di lavoro inumane, fece di Taranto un città martire contaminando la fabbrica e la città con emissioni, reflui, rifiuti nocivi, seppelliti dentro e sotto al fortezza avvelenata e provocando migliaia di malati e centinaia di morti, traendo profitti miliardari (in lire e poi in euro) che ha indirizzato verso remoti paradisi fiscali, mentre non ha mai investito in tecnologia, sicurezza, sostenibilità,   beneficando degli aiuti dello Stato italiano per farle contribuire alla catastrofe infrastrutturale e ambientale, senza impegnare un quattrino per modernizzare e risanare gli impianti.

Il tutto, illustrato icasticamente nelle indagini della magistratura di Taranto all’atto del sequestro nel 2012  come “disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose”, con la benedizione delle stirpi illuminate dei Dini, dei Ciampi,dei Prodi e di certi loro delfini immeritevoli perfino delle loro nequizie, i Calenda, che hanno  smontato e sfasciato l’Iri,  tolto al governo il controllo sulla Banca centrale, per rinunciare a ogni responsabilità e funzione di gestione del patrimonio comune, industriale, infrastrutturale, dei servizi e culturale, per cederlo ai privati facendoci relegare nei bassifondi sfigati e umilianti dello “sviluppo”, e con il tacito o fragoroso assenso di amministratori locali e regionali, organismi di controllo e vigilanza che pensarono bene di ritoccare il termometro per dire che nessuno aveva la febbre.. o il cancro.

Non ci resta che sperare in un pronunciamento della Corte che stani i ricattatori,  quelli dell’accordo infame: tutti licenziati da riassumere dopo aver fatto fuori i molesti “esuberi”, quelli dell’ambientalizzazione farlocca con la copertura dei parchi minerari in cimiteri perenni e avvelenatori.

Non si resta che sperare che dalle intimidazioni passino ai fatti e che si disfino dell’acquisizione avida e perciò scriteriata, in modo da arrivare naturalmente all’unica soluzione possibile, l’assunzione da parte dello Stato del diritto e del dovere della gestione degli impianti, la mobilitazione di investimenti perché proseguano nell’attività senza inquinare e ammalare avvelenare la città. Se è vero come è vero che l’Italia ha bisogno della siderurgia, se è vero, come è vero, che altri Paesi dimostrano che è sano, profittevole, giusto, salvare i propri gioielli, siano banche o imprese, e tenerseli cari come si deve fare con un bene comune, come la Commerzbank, come la Opel, come la Peugeot, e se è vero come è vero  che è possibile bonificare i territori e riconvertire un impianto siderurgico da  9 milioni di tonnellate, come a  Duisburg, se si costringono perfino imprese dai trascorsi criminali (in quel caso la Thyssen-Krupp ) a rispettare le regole, che possono perfino rivelarsi  più redditizie dei delitti se uno stato di diritto sa come rendere fertili le pene.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: