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Archivi tag: studenti

Ecco la democrazia secondo Bruxelles

CatturaOggi me la voglio prendere comoda e pubblico semplicemente un video, che ha fatto il giro del mondo e si mostra come la polizia abbia trattato gli studenti impegnati nella protesta contro la riforma della scuola e dell’università in senso privatistico. Come si può vedere le scene sono da campo di concentramento e mostrano il volto vero del macronismo che è poi lo stesso dell’Europa che lo ha voluto in quanto enfant prodige del mondo finanziario. In quelle immagini si scorge oltre ogni dubbio una mentalità e un progetto di società servile che porta con sé lo stesso fascismo e autoritarismo che dice di voler combattere con la marea di ipocriti che assentono con la testa che suona come le maracas al carnevale di Rio. L’imbarazzo del governo francese è stato palpabile, non tanto per i 146 arresti quanto per il fatto che le immagini sono scioccanti,  visto che non riprendono la violenza durante lo scontro che è deprecabile, però in qualche modo comprensibile, ma mostrano quella successiva nella quale i “prigionieri” vengono messi al muro e fatti inginocchiare, totalmente al di fuori dell’adrenalina del corpo a corpo. Sembra di vedere scene sudamericane o quelle della Francia di Vichy e riproducono in qualche modo quelle del G8 di Genova.

La scusa addotta dalla ministra della Difesa, Florence Parly,  è stata quella della violenza che ha costretto i poliziotti ad intervenire. E’ una miserabile giustificazione, una fuga per la tangente perché intanto le immagini si riferiscono a momenti molto successivi agli scontri e poi perché questi avvengono proprio perché le persone si sentono private della partecipazione e si trovano a vedere calata all’alto ogni cosa da parlamenti che hanno ormai una rappresentatività solo mediatica e non reale. Quindi l’accusa ancorché pretestuosa va restituita al mittente.

 

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Gli Usa e la schizofrenia di elite

091904792-2c323171-9837-4971-ba85-ef478e1b9decCome noi tutti sappiamo ogni  giorno on Usa un nero viene ammazzato dalla polizia e un quarto di loro senza alcuna giustificazione plausibile, mentre è del tutto evidente che, se appena si esce dal 10 per cento più ricco della popolazione del resto formata quasi interamente da bianchi  e per l’ottanta per cento da bianchi anglosassoni e protestanti, la discriminazione fra censo, etnie, generi, inclinazioni sessuali  è una realtà palpabile, tanto che non passa giorno senza che vi siano da qualche parte denunce in tal senso: un giorno Uber viene accusata di discriminare le donne, Harvard di marginalizzare gli studenti asiatici, alcune compagnie aeree i gay e mille altri casi in una continua girandola di scandali e scandaletti  che coprono come un sudario di correttezza la realtà concreta, la discriminazione vera; solo il 2 per cento di neri e latini accede all’istruzione di medio livello che in Usa è appannaggio esclusivo delle scuole private, il reddito medio di un nero è il 61% inferiore rispetto a quello di un bianco. mentre quello delle donne è complessivamente del 30% più basso,  i neri colpiti da attacchi cardiaci hanno possibilità molto minori rispetto ai bianchi di essere sottoposti a interventi opportuni, i bianchi hanno cinque volte più possibilità dei neri di ricevere un trattamento anticoagulante di emergenza per l’infarto, le donne nere hanno quattro volte più possibilità delle bianche di morire di parto, tutte cose queste ultime dovute più al censo che al colore della pelle in una società dove l’intervento pubblico è ridotto al mimimo indispensabile

Mi fermo qui, sono cose che tutti sappiamo e la cui documentazione può essere reperita dovunque. Ma vediamo – questa è la cosa interessante perché in qualche modo ci riguarda da vicino –  come reagisce l’elite americana di fronte a tutto questo visto che da una parte non può mettere in discussione il sistema stesso come fonte strutturale di disuguaglianza e al tempo stesso non può apertamente rinunciare alla mitologia fondativa dell’America. Come si vede benissimo nelle università dove si forma la classe dirigente, la via d’uscita dalla contraddizione è un’ossessivo formalismo simil – egalitario, la cui dose dev’essere sempre aumentata fino a che non sfocia nella patologia, ovvero in una sindrome di Tourette al contrario. La malattia nella sua fase conclamata è cominciata da una decina d’anni, quasi in contemporanea con la prima crisi economica sistemica e ha avuto il suo episodio simbolo nel tentativo da parte degli studenti della Purdue University in Indiana di far cacciare un loro collega che per mantenersi agli studi faceva il bidello: la colpa di cui si era macchiato era quella di stare leggendo un libro contro il Ku Kux Klan sulla cui copertina figuravano degli incappucciati: ciò faceva star male le aninule di questa razza padrona in formazione. Poì è stato tutto un franare verso il coma intellettuale la cui forma è una sorta di censura contro le cosiddette “microaggressioni”. Per esempio ad Harvard gli studenti hanno vietato l’uso della parola violare in tutte le sue accezioni perché il verbo li sprofonda nell’angoscia, oppure parlare dell’America come melting pot è una microaggressione  contro coloro che non vogliono integrarsi, per alcune associazioni di studenti asiatici la frase “voi siete bravi in matematica” sottintende una velata discrimazione razziale, oppure nelle università della California dire a qualcuno che parla bene inglese” sarebbe un’offesa perché sottintende che l’interlocutore non sia un vero americano. Come se questa poi fosse un’offesa e non un titolo di merito.

Come si vede benissimo da quest’ultimo esempio si tratta di una correttezza ipocrita e ambivalente  che  vieta di dire alcune cose, di leggere libri, di discutere senza paraocchi e ritualità, nel timore che questo rappresenti  o simboleggi una qualche discriminazione e dunque sostenga una qualche superiorità che non viene negata, ma che deve essere semplicemente sottaciuta. Tutto questo verminaio di bon ton farisaico sta esplodendo in situazioni grottesche, non soltanto perché la simil – correttezza paranoide sta rendendo angosciosa la vita universitaria (gli sudenti hanno chiesto, tanto per fare un esempio su mille, il licenziamento della sociologa Laura Kipnis rea si aver scritto “Avances indesiderate – la paranoia sessuale imperante nei campus”) ma esercita censure anche sui libri e le opere fondamentali e  ha anche un risvolto psichiatrico: il contatto con frasi “inappropriate” o la lettura di Ovidio, Fitzgerald, Shakespeare, Mark Twain, Euripide o Virginia Wolf, tanto per citare i casi più in vista  (ma non Stephen King cosa che la dice molto lunga su questa sub cultura inevitabilmente soap) provoca spesso il ricorso a terapie psicologiche: la domanda di aiuto psichiatrico è aumentata di  sette volte negli ultimi dieci anni.

E’ chiarissimo che i rampolli della razza padrona, cercano in maniera inconscia di isolarsi dal mondo grande e cattivo che dovranno perpetuare, attraverso facili formule, abracadabra che rinviano alla creazione di una propria favola, di fare tribù perché ogni loro intervento sul mondo reale  sarebbe al contempo un  atto contro i loro privilegi. Non siamo di fronte a un fatto di costume, ma a una schizofrenia politica di classe dove la massima apertura comincia a coincidere con la massima chiusura e il cui avversario non è affatto quello che appare o viene scelto come tale perché fa parte della medesima area di interessi, anche se non dello stesso linguaggio: il vero nemico è una diversa concezione della società. Sarebbe interessante fare un paragone con il ’68 europeo in cui i figli della buona borghesia chiedevano maggiore libertà per loro a nome dell’intera articolazione sociale, ma quello che importa qui è vedere come il contratto sociale stesso si stia sfasciando con la separazione dei suoi corpi  si stia palesemente separando, proprio mentre si invoca una sorta di orrendo conformismo globale che si nutre di formule e di infingimenti, come possiamo vedere ogni giorno, ogni minuto anche in rete, ovvero dell’esatto contrario della libertà.


Bologna e la violenza dei renzoidi

f87bb12144705e6e5383ae65906c86ba-kt9c-656x369corriere-web-nazionale_640x360Fanno benissimo gli studenti di Bologna, dopo le manifestazioni dei giorni scorsi, a chiedere l’allontanamento del rettore Ubertini: non tanto per aver chiamato la polizia a dare lezione ai cosiddetti facinorosi,  quanto per il fatto che egli rappresenta a pieno la mutazione renzusconiana della scuola, ovvero quella sedicente modernità da scopiazzatura di altri modelli che poi si traduce nella privatizzazione degli studi e nel contempo nel mantenimento di tutte le opacità baronal – politiche come residuo nazionale. Insomma come personaggio che incarna a pieno questi due capisaldi della contemporaneità didattica italiana. Il primo simbolizzato dai tornelli come controllo degli accessi, il secondo dalla “promozione” a professore emerito di un docente colto ad aver plagiato un libro, fatto che ha avuto un’eco mediatica disastrosa per la più antica università del mondo.

La stessa elezione a sorpresa due anni fa di Ubertini, appena 46 anni dunque il rettore più giovane sotto il premier più giovane, ingegnere e con una serie di pubblicazioni non folgoranti, per giunta quasi tutte firmate come ultimo autore, il che per chi conosce qualcosa della ricerca e dell’università, sa cosa significa, con due fratelli entrambi docenti e entrambi di materie ingegneristiche, moglie docente confermata presso la medesima  università, un  padre anche lui ex docente di peso a Roma, non sembra davvero incarnare quel cambiamento sempre citato, raramente attuato e comunque mai pensato al di là della sua vuota natura di leit motiv.

Non è tanto importante dare credito alle voci che a suo tempo volevano il giovane candidato alla poltrona membro dell’Opus dei o massone o ancora affiliato a Comunione e liberazione (tre appartenenze peraltro abbastanza comuni al contrario di quanto non sembri), né dedurre qualcosa dal fatto che la sua elezione sia stata dovuta soprattutto ai voti del personale amministrativo, ma sono importanti altre cose: il sovrano silenzio che ha accompagnato i rilievi della Corte dei Conti la quale ha riscontrato una giungla di irregolarità e di misteri nella galassia dell’Ateneo, un intrico che va da società consociate e partecipate nelle quali gli amministratori sono più dei dipendenti, la confusione assoluta per cui alcune di tali società svolgono compiti analoghi a quelle di altre o ancora agli aumenti ingiustificati ad amministratori e consiglieri. Oppure il fatto che il bilancio di previsione 2016 – 2018 sia stato presentato al senato accademico in ritardo e con la pretesa di approvazione immediata nonostante mancassero le informazioni basilari su tutto anche sul ricorso all’indebitamento sul mercato finanziario, con violazione di ogni regola, quelle stesse a cui ci si appella per chiamare la polizia a tornellare. L’ipocrisia dell’operazione trasparenza in seguito alla quale è stata enfaticamente annunciata ai media l’accessibilità pubblica ai documenti del senato accademico, mentre nel provvedimento si dice che essi sono riservati ai dipendenti dell’Ateneo con un’interpretazione restrittiva dello Statuto e persino della legge Gelmini.

Insomma si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un renzoide con tutti gli annessi e connessi  del caso e con un probabile, analogo esito disastroso. Il problema non è dunque quello di un movimento studentesco che si batte per meno tornelli, per un sapere più diffuso e disponibile anche per chi non può pagarselo, per un’Università con servizi più aperti, qualunque cosa ne pensino i conformisti compulsivi per i quali non c’è cura, quanto la soppressione tout court del dissenso a cui fa da pendant un nulla progettuale, ovvero un mucchio di chiacchiere che ancora una volta si appellano al nuovo senza specificazioni o ragioni ma che hanno come obiettivo unico la privatizzazione senza moralizzazione.


Panebianco raffermo e salami

bpAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che ormai non solo non ci siano più gli intellettuali, organici o non, apocalittici o integrati, ma non ci sia più nemmeno lo spettro dell’annoso confronto su di loro, sul perché siano perfino caduti in disuso gli appelli con le loro firme in calce, sul come ci siamo accontentati che a fare opinione e esercitare una dotta ma blanda critica bastasse una bustina di fiammiferi, sull’eclissi, ma non è detto che sia una disgrazia,  perfino di quelli che Bauman aveva definito l’ intellettuale  “legislatore”, quell’arbitro autorevole che, grazie a un sapere superiore, poteva scegliere e guidare nella controversia tra opinioni diverse,  generando e promuovendo valori destinati a essere imposti e osservati dallo Stato e dai suoi sudditi.

Non è che ne siano circolati molti anche in tempi passati. E meno ancora sono stati i maestri, quelli che con l’esempio sono capaci di accendere le luci del libero pensiero, di svegliare coscienze a di far mettere le gambe alle idee, quelli che animavano le nostre vita e le illuminavano di visioni, fantasia, solidarietà, grazia civile, ma anche di critica e censura caparbia, combattendo l’anestesia delle coscienze e l’idolatria dei consumi. Olivetti, Dolci, Capitini, Rossi, Bobbio, Napoleoni, Caffè, Venturi, Cherchi, scrivendo i nomi degli sconfitti si prova rimpianto e vergogna, perché nessuno è capace o vuole essere il “sale” nelle nostre vite, parlando e scrivendo parole scomode, amicizia, pensiero, minoranza, disubbidienza, diritti, da quando la postmodernità sempre più inclusiva di pochi e esclusiva dei tanti, feudale,  barbara  e ferina ha sostituito la modernità curiosa, sorpresa e sorprendente, quella che voleva che il progresso riducesse il peso del particulare  a vantaggio del comunitario, che promuovesse la liberazione degli oppressi e la costruzione di un ordine sociale più equo, giusto e solidale.

Qualcuno dirà che è colpa della rete, dell’accesso indiscriminato a una comunicazione grezza, perentoria, che aiuta la persuasione e la formazione di opinioni e convinzioni in tempo reale, della globalizzazione  e della complessità che ha prodotto, riducendo la capacità di controllo e di previsione, per non dire dell’azione ordinatrice, sicché resta solo il potere limitato di interpretare attraverso indicatori, criteri e modelli effimeri,   relativi, specialistici e tecnici. Così accade che si attribuisce autorevolezza alla popolarità, alla rivendicazione di un sapere circoscritto, alla visibilità che sostituisce la reputazione, alla tribuna dalla quale ci si esprime rispetto alle idee che prendono forma e vengono offerte: opinionisti, esponenti di quelle indecifrabili professioni assimilate a scienze: sociologia, economia, psicologia, ormai perché no? filosofia, giornalisti, produttori di fortunati instant book, storici della tempestiva immediatezza, intrattenitori, comici, soubrette predilette per fare dei loro tinelli la sede istituzionale per dichiarazioni di guerra o di pace, chef, viaggiatori a pagamento e così via.

Peccato che Pinotti e Gentiloni non siano Sonnino o Corridoni, e nemmeno Boccioni o Marinetti, peccato che l’odierno irredentismo sia quello a tutela di affari più o meno opachi, altrimenti verrebbe da rimpiangere la querelle tra interventisti e neutralisti.

Invece c’è stato un affaccendarsi a difesa della libertà di parola di un “intellettuale” simbolico della decadenza aberrante del prestigio della categoria, quell’Angelo Panebianco, docente di Scienza politica all’ateneo bolognese, l’“Alma Mater”, la più antica università del mondo, ma più noto come editorialista del Corriere, che, mentre svolgeva una delle lezioni del suo corso è stato interrotto da un gruppo di studenti che lo hanno accusato di essere un guerrafondaio. Purtroppo viviamo in un Paese nel quale se dice che un fascista è fascista, si viene querelati. Peccato che il crimine che va sotto il nome di apologia di reato non venga perseguito se il reato ascritto è la propaganda del regime e della sua ideologia. Peccato che abbiamo talmente collocato il pacifismo e il ripudio della guerra, forse perché sancito da una carta costituzionale che si vuole rimuovere con violenza bellica, nel novero delle esangui manifestazioni del pensiero debole di disfattisti sfiduciati e arcaici, così essere come Panebianco un fervente “guerrafondaio”, convinto e convincente, pervicace e indefettibile, un ultrà della curva sud delle azioni militari in difesa della superiore civiltà occidentale con tutti i mezzi, soprattutto i più cruenti e sanguinosi, un sostenitore dell’obbligatorietà della rinuncia alle libertà in cambio della sicurezza,  diventa virtuoso, necessario e lungimirante. Ma soprattutto pragmatico e realistico, come  se compito dello studioso, del docente, del pedagogo, soprattutto del politico, fosse quello di spennare le ali delle idee, della prospettiva storica applicata al presente, per piegare ogni atto alla realpolitik, al compromesso in nome della necessità improrogabile, al dinamismo del fare in sostituzione del pensare e prevedere.

È un gran brutto segno che la dice lunga sul nostro mondo accademico e sul nostro giornalismo scesi in campo penne in resta per schierarsi a fianco dell’autore del volume – nel caso ci fossero dubbi – “Guerrieri democratici”, richiamando a illuminati valori di tolleranza, libertà, moderazione, compostezza, ragionevolezza mai tanto abusati e vilipesi, contro i fantasmi eversivi nascosti dietro alla contestazione di ragazzi che hanno osato dire la verità, che per una volta – e non succede più tanto spesso – hanno rovesciato il tavolo e non hanno voluto stare a sentire, leggere un fondo di giornale, fare si con la testa davanti a un’autorità ufficializzata dalla sua autoreferenzialità e dall’appartenenza a un ceto che possiede e gode di tutte le ultime tribune concesse in esclusiva da un padronato sovranazionale.

In tanto buio delle menti e dei cuori, deve confortarci la ribellione degli studenti bolognesi che non sono stati sull’attenti davanti al barone colonnello, all’aedo di Bush, al cantore delle guerre umanitarie. Forse grazie a loro, che sono poi quelli in prima linea nella guerra condotta contro la democrazia, il lavoro, l’umanità, abbiamo la speranza di salvarci se non dalle bombe, almeno dalla vergogna.

 

 


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