Dunque alla fine la battaglia navale nel Golfo c’è stata, come avevo supposto. L’altro ieri gli Stati Uniti hanno fermato una petroliera iraniana vuota, proveniente dall’Oceano Indiano e diretta verso un porto della costa del Golfo di Oman. L’Iran ha reagito attaccando tre cacciatorpediniere statunitensi, il Truxton, il  Mason e il Rafael Peralta  che sembravano intenzionati ad attraversare lo stretto di Hormuz da est a ovest per raggiungere il Golfo Persico. Droni e motovedette veloci  hanno attaccato i tre battelli a stelle e strisce che sono stati costretti a rispondere al fuoco e a scappare dalla zona. Secondo quanto riferiscono funzionari americani che vogliono rimanere nell’anonimato, lo scontro è durato diverse ore: le navi da guerra americane e gli aerei di supporto hanno messo in atto una difesa a più livelli, sparando con i loro cannoni navali da cinque pollici e con i loro sistemi d’arma a corto raggio. Gli elicotteri Apache e caccia di supporto hanno lanciato missili Hellfire e le mitragliatrici calibro .50 sono state utilizzate dai ponti delle navi. Le forze iraniane dal canto loro hanno lanciato droni e missili durante lo scontro. Ovvio che questi funzionari hanno detto che le navi americane non hanno subito alcun danno, cosa difficile da credere visto che alla fine hanno dovuto ritirarsi in tutta fretta e due di esse sembrano dirigersi verso la lontana base di Diego Garcia per leccarsi le ferite. 

In effetti a distanza ravvicinata è poco credibile che i missili iraniani imbarcati non abbiano fatto danni, anzi le imbarcazioni di Teheran erano così vicine e così numerose da poter facilmente affondare i cacciatorpediniere statunitensi, per cui – ed è questa la novità di oggi – le forze di Teheran hanno evitato di colpire fino in fondo per lasciare una speranza di concretizzarsi a un eventuale tavolo delle trattative. Dopo il fallimento del tentativo di impadronirsi dell’uranio arricchito iraniano, con 12   aerei ed elicotteri persi nel deserto, dopo il fiasco del “Progetto Libertà”, questo è stato il terzo tentativo di operazione militare tattica da parte degli Stati Uniti in cui la parte iraniana ha prevalso.

Ciò conferma la recente valutazione “trapelata” della comunità dell’intelligence statunitense secondo cui l’Iran può sostenere questo conflitto  e dispone di riserve sufficienti per molti mesi, se non anni, di combattimenti continui. Un’analisi riservata della Cia, consegnata questa settimana ai responsabili politici dell’amministrazione, conclude che l’Iran può sopravvivere al blocco navale statunitense per almeno tre o quattro mesi prima di dover affrontare difficoltà economiche. Questa conclusione peraltro piuttosto ottimistica solleva nuovi interrogativi sulle illusioni di Trump riguardo alla fine della guerra. L’Iran, secondo questo rapporto di cui sono trapelate alcune parti, conserva circa il 75% delle sue scorte prebelliche di lanciatori mobili e circa il 70% delle sue scorte prebelliche di missili; sono stati inoltre recuperati e riparati quasi tutti i depositi sotterranei e assemblati nuovi missili. Tale valutazione, sia pure fin troppo prudente e volta a non suscitare le ire trumpiane, conferma la conclusione che Teheran ha finora vinto questa guerra, cacciando l’amministrazione americana in una situazione senza uscita: gli Usa non possono accettare la sconfitta, ma non dispongono nemmeno di mezzi o strategie ragionevoli per evitarla.

Il tempo gioca a favore dell’Iran. La sua economia è abituata a funzionare sotto sanzioni e pressioni. L’economia statunitense (e globale) non può fare a meno del petrolio, del gas, dei fertilizzanti e dei minerali attualmente bloccati nel Golfo Persico. Gli Usa non possono vincere militarmente e stanno perdendo economicamente. Qualche giorno fa Trump ha pubblicato su X un fotomontaggio (quello in apertura del post) in cui compare con un mazzo di sei carte in mano, come a dire che lui ha tutti gli assi nella manica, ma in realtà non ne ha nessuno e anche l’ultima battaglia lo dimostra. Paradossalmente e freudianamente l’immagine si riferisce però a un gioco in cui vince chi non ha più carte in mano: e in effetti The Donald non ha altra strada che ritirarsi e trovare un pretesto per  cantare vittoria. Un vero canto del cigno.