Bologna e la violenza dei renzoidi

f87bb12144705e6e5383ae65906c86ba-kt9c-656x369corriere-web-nazionale_640x360Fanno benissimo gli studenti di Bologna, dopo le manifestazioni dei giorni scorsi, a chiedere l’allontanamento del rettore Ubertini: non tanto per aver chiamato la polizia a dare lezione ai cosiddetti facinorosi,  quanto per il fatto che egli rappresenta a pieno la mutazione renzusconiana della scuola, ovvero quella sedicente modernità da scopiazzatura di altri modelli che poi si traduce nella privatizzazione degli studi e nel contempo nel mantenimento di tutte le opacità baronal – politiche come residuo nazionale. Insomma come personaggio che incarna a pieno questi due capisaldi della contemporaneità didattica italiana. Il primo simbolizzato dai tornelli come controllo degli accessi, il secondo dalla “promozione” a professore emerito di un docente colto ad aver plagiato un libro, fatto che ha avuto un’eco mediatica disastrosa per la più antica università del mondo.

La stessa elezione a sorpresa due anni fa di Ubertini, appena 46 anni dunque il rettore più giovane sotto il premier più giovane, ingegnere e con una serie di pubblicazioni non folgoranti, per giunta quasi tutte firmate come ultimo autore, il che per chi conosce qualcosa della ricerca e dell’università, sa cosa significa, con due fratelli entrambi docenti e entrambi di materie ingegneristiche, moglie docente confermata presso la medesima  università, un  padre anche lui ex docente di peso a Roma, non sembra davvero incarnare quel cambiamento sempre citato, raramente attuato e comunque mai pensato al di là della sua vuota natura di leit motiv.

Non è tanto importante dare credito alle voci che a suo tempo volevano il giovane candidato alla poltrona membro dell’Opus dei o massone o ancora affiliato a Comunione e liberazione (tre appartenenze peraltro abbastanza comuni al contrario di quanto non sembri), né dedurre qualcosa dal fatto che la sua elezione sia stata dovuta soprattutto ai voti del personale amministrativo, ma sono importanti altre cose: il sovrano silenzio che ha accompagnato i rilievi della Corte dei Conti la quale ha riscontrato una giungla di irregolarità e di misteri nella galassia dell’Ateneo, un intrico che va da società consociate e partecipate nelle quali gli amministratori sono più dei dipendenti, la confusione assoluta per cui alcune di tali società svolgono compiti analoghi a quelle di altre o ancora agli aumenti ingiustificati ad amministratori e consiglieri. Oppure il fatto che il bilancio di previsione 2016 – 2018 sia stato presentato al senato accademico in ritardo e con la pretesa di approvazione immediata nonostante mancassero le informazioni basilari su tutto anche sul ricorso all’indebitamento sul mercato finanziario, con violazione di ogni regola, quelle stesse a cui ci si appella per chiamare la polizia a tornellare. L’ipocrisia dell’operazione trasparenza in seguito alla quale è stata enfaticamente annunciata ai media l’accessibilità pubblica ai documenti del senato accademico, mentre nel provvedimento si dice che essi sono riservati ai dipendenti dell’Ateneo con un’interpretazione restrittiva dello Statuto e persino della legge Gelmini.

Insomma si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un renzoide con tutti gli annessi e connessi  del caso e con un probabile, analogo esito disastroso. Il problema non è dunque quello di un movimento studentesco che si batte per meno tornelli, per un sapere più diffuso e disponibile anche per chi non può pagarselo, per un’Università con servizi più aperti, qualunque cosa ne pensino i conformisti compulsivi per i quali non c’è cura, quanto la soppressione tout court del dissenso a cui fa da pendant un nulla progettuale, ovvero un mucchio di chiacchiere che ancora una volta si appellano al nuovo senza specificazioni o ragioni ma che hanno come obiettivo unico la privatizzazione senza moralizzazione.

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