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Gli Usa e la schizofrenia di elite

091904792-2c323171-9837-4971-ba85-ef478e1b9decCome noi tutti sappiamo ogni  giorno on Usa un nero viene ammazzato dalla polizia e un quarto di loro senza alcuna giustificazione plausibile, mentre è del tutto evidente che, se appena si esce dal 10 per cento più ricco della popolazione del resto formata quasi interamente da bianchi  e per l’ottanta per cento da bianchi anglosassoni e protestanti, la discriminazione fra censo, etnie, generi, inclinazioni sessuali  è una realtà palpabile, tanto che non passa giorno senza che vi siano da qualche parte denunce in tal senso: un giorno Uber viene accusata di discriminare le donne, Harvard di marginalizzare gli studenti asiatici, alcune compagnie aeree i gay e mille altri casi in una continua girandola di scandali e scandaletti  che coprono come un sudario di correttezza la realtà concreta, la discriminazione vera; solo il 2 per cento di neri e latini accede all’istruzione di medio livello che in Usa è appannaggio esclusivo delle scuole private, il reddito medio di un nero è il 61% inferiore rispetto a quello di un bianco. mentre quello delle donne è complessivamente del 30% più basso,  i neri colpiti da attacchi cardiaci hanno possibilità molto minori rispetto ai bianchi di essere sottoposti a interventi opportuni, i bianchi hanno cinque volte più possibilità dei neri di ricevere un trattamento anticoagulante di emergenza per l’infarto, le donne nere hanno quattro volte più possibilità delle bianche di morire di parto, tutte cose queste ultime dovute più al censo che al colore della pelle in una società dove l’intervento pubblico è ridotto al mimimo indispensabile

Mi fermo qui, sono cose che tutti sappiamo e la cui documentazione può essere reperita dovunque. Ma vediamo – questa è la cosa interessante perché in qualche modo ci riguarda da vicino –  come reagisce l’elite americana di fronte a tutto questo visto che da una parte non può mettere in discussione il sistema stesso come fonte strutturale di disuguaglianza e al tempo stesso non può apertamente rinunciare alla mitologia fondativa dell’America. Come si vede benissimo nelle università dove si forma la classe dirigente, la via d’uscita dalla contraddizione è un’ossessivo formalismo simil – egalitario, la cui dose dev’essere sempre aumentata fino a che non sfocia nella patologia, ovvero in una sindrome di Tourette al contrario. La malattia nella sua fase conclamata è cominciata da una decina d’anni, quasi in contemporanea con la prima crisi economica sistemica e ha avuto il suo episodio simbolo nel tentativo da parte degli studenti della Purdue University in Indiana di far cacciare un loro collega che per mantenersi agli studi faceva il bidello: la colpa di cui si era macchiato era quella di stare leggendo un libro contro il Ku Kux Klan sulla cui copertina figuravano degli incappucciati: ciò faceva star male le aninule di questa razza padrona in formazione. Poì è stato tutto un franare verso il coma intellettuale la cui forma è una sorta di censura contro le cosiddette “microaggressioni”. Per esempio ad Harvard gli studenti hanno vietato l’uso della parola violare in tutte le sue accezioni perché il verbo li sprofonda nell’angoscia, oppure parlare dell’America come melting pot è una microaggressione  contro coloro che non vogliono integrarsi, per alcune associazioni di studenti asiatici la frase “voi siete bravi in matematica” sottintende una velata discrimazione razziale, oppure nelle università della California dire a qualcuno che parla bene inglese” sarebbe un’offesa perché sottintende che l’interlocutore non sia un vero americano. Come se questa poi fosse un’offesa e non un titolo di merito.

Come si vede benissimo da quest’ultimo esempio si tratta di una correttezza ipocrita e ambivalente  che  vieta di dire alcune cose, di leggere libri, di discutere senza paraocchi e ritualità, nel timore che questo rappresenti  o simboleggi una qualche discriminazione e dunque sostenga una qualche superiorità che non viene negata, ma che deve essere semplicemente sottaciuta. Tutto questo verminaio di bon ton farisaico sta esplodendo in situazioni grottesche, non soltanto perché la simil – correttezza paranoide sta rendendo angosciosa la vita universitaria (gli sudenti hanno chiesto, tanto per fare un esempio su mille, il licenziamento della sociologa Laura Kipnis rea si aver scritto “Avances indesiderate – la paranoia sessuale imperante nei campus”) ma esercita censure anche sui libri e le opere fondamentali e  ha anche un risvolto psichiatrico: il contatto con frasi “inappropriate” o la lettura di Ovidio, Fitzgerald, Shakespeare, Mark Twain, Euripide o Virginia Wolf, tanto per citare i casi più in vista  (ma non Stephen King cosa che la dice molto lunga su questa sub cultura inevitabilmente soap) provoca spesso il ricorso a terapie psicologiche: la domanda di aiuto psichiatrico è aumentata di  sette volte negli ultimi dieci anni.

E’ chiarissimo che i rampolli della razza padrona, cercano in maniera inconscia di isolarsi dal mondo grande e cattivo che dovranno perpetuare, attraverso facili formule, abracadabra che rinviano alla creazione di una propria favola, di fare tribù perché ogni loro intervento sul mondo reale  sarebbe al contempo un  atto contro i loro privilegi. Non siamo di fronte a un fatto di costume, ma a una schizofrenia politica di classe dove la massima apertura comincia a coincidere con la massima chiusura e il cui avversario non è affatto quello che appare o viene scelto come tale perché fa parte della medesima area di interessi, anche se non dello stesso linguaggio: il vero nemico è una diversa concezione della società. Sarebbe interessante fare un paragone con il ’68 europeo in cui i figli della buona borghesia chiedevano maggiore libertà per loro a nome dell’intera articolazione sociale, ma quello che importa qui è vedere come il contratto sociale stesso si stia sfasciando con la separazione dei suoi corpi  si stia palesemente separando, proprio mentre si invoca una sorta di orrendo conformismo globale che si nutre di formule e di infingimenti, come possiamo vedere ogni giorno, ogni minuto anche in rete, ovvero dell’esatto contrario della libertà.

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