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Sinistra organica e umida

arcimb Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è un aspetto particolarmente miserabile e desolante che colpisce nella grottesca vicenda dei “sacchetti”.

Ed è lo sprezzo altezzoso con il quale hanno trattato la protesta, forse arruffona e ingenua, anche soggetti abitualmente critici nei confronti di soprusi e balzelli governativi, una spocchia maturata grazie a  acquisti equi e solidali, a baratti con deliziati procacciatori di uova da covate armoniose, salamini derivanti da maiali liberi e festosi, oli da olive brucanti e gioviali,  alla frequentazione di  folcloristici mercatini a km zero, a sedani ridenti e carote giocose che escono da reticelle e borse intrecciate nelle geografie scelte per vacanze intelligenti. Nulla a che fare con i brutali e maleducati forzati dei supermercati, con le loro spese irresponsabili e infantilmente viziate,  con l’autodafè  dei carrelli cigolanti, stracolmi di sughi pronti e pizze surgelate.

Non c’è da stupirsi di certi schizzinosi e della loro acquiescenza smorfiosa a  una retorica ambientalista, interpretata magistralmente da una dirigenza verde che con  la raccolta degli shopper in spiaggia si redime  del consenso accordate a indecorosi sacchi del territorio, condoni,  “sblocca italia”, Valutazioni di impatto ambientale piegate alle ragioni egemoniche dei privati, della loro accettazione come incontrastabili della Terra dei Fuochi, dell’Ilva e pure dei conflitti di interesse, dazio da pagare per stare nel progresso con la speranza che la “manina” distribuisce qualche beneficio grazie alla generosità di imprenditori innovativi.  O  della sprezzante rivendicazione di superiorità e consapevolezza,  rispetto a plebei tumulti egoistici e fermenti micragnosi che si agitano intorno a 20 infimi  20 centesimi, dei fedeli a un’Europa anche quella irrinunciabile.

Ma nemmeno tanto sotto c’è il timore di venire assimilati ai beceri populismi, agli odiati 5stelle, ai forconi, agli assalti ai forni, a quel malcontento legittimo, ma così maleducato, interpretato da nuovi straccioni che in passato hanno avuto troppo e che viene su dalla pancia, in specie se è vuota, incontenibile come un borborigmo e volgare e ignorante e perciò molesta e riprovevole da chi pensa ancora a una innegabile superiorità di movimenti tradizionali, di organizzazioni strutturate ancorché  liquide, quelle stesse che vivono grazie alla ostensione pubblica e reiterata della impossibilità di un’alternativa e che hanno platealmente eseguito la rinuncia e il tradimento di qualsiasi ideologia che non sia la sudditanza al pensiero nei liberista. Convinti che lo status quo brutto disonorevole e condiviso per vigliaccheria, sia meglio di un ignoto forse promettente seppure sconosciuto e imprevedibile. Persuasi che sia rispettabile e decoroso ripiegare su quello che viene continuamente accreditato come il meno peggio,  quella feroce “concretezza” della realpolitik, quegli imperativi implacabili della necessità e opportunità e quindi  la improrogabile cancellazione anche dall’orizzonte immaginario di una alternativa a quello che abbiamo intorno e ci viene imposto come fatale.

Sono loro che guardano, affacciati alla loro finestrina angusta, lo svolgersi degli eventi, la dissoluzione di esperienze, quella del Brancaccio definita icasticamente un’Isola dei Famosi, il riaffacciarsi delle solte mutrie, i colpi di coda di mostri riluttanti a recedere e si sa che alla fine cercheranno riparo sotto l’ombrello del partito unico, con tanti spicchi colorati che nascondo un cielo cui non sanno guardare. Aspettiamoci i soliti caldi inviti dunque a non disperdere voti che  favorirebbe una destra –  fantasmatica e indefinibile rispetto alla loro così evidente? Aspettiamoci la disincantata bonarietà con cui condannano al limbo delle anime belle programmi e aggregazioni volonterose.

Chi oggi pensa che il meglio non sia nemico del bene. Che non ci si deve arrendere al meno peggio, sarà opportuno che sia meno schizzinoso, per timore di non piacere a intellettuali e commentatori che hanno bisogno del  Viagra movimentista per rimanere giovani. Non basta redigere un quadro generoso dei cosa vogliamo, un inventario degli ideali e delle aspirazioni, quello che hanno disegnato con giovanile e entusiasta potenza i tanti che in 140 assemblee stanno facendo circolare i propositi di Potere al Popolo: 15 punti  o meglio obiettivi fondativi  dalla “rottura” dell’Unione Europea dei trattati all’uscita dalla Nato, dalle nazionalizzazioni/ripubblicizzazione di banche e aziende strategiche, all’amnistia per i reati connessi alle lotte sociali e sindacali, che dovrebbero  consolidare legami e strategie comuni con lavoratori in lotta: da quelli di Almaviva, di Sky, di Atac,    ai metalmeccanici delle acciaierie di Terni, agli autoconvocati della scuola, e tanti altri ancora,con i precari, i disoccupati, gli occupanti, gli sfruttati, i licenziati… e più in generale con chi subisce la crisi voluta e generata da chi ha e vuole sempre di più.

Potere al Popolo fa irruzione in una campagna elettorale nella quale i contendenti ancora una volta ricorrono al manuale Cencelli o alla sua conversione online, non può essere questo nemmeno il primo traguardo intermedio e nemmeno il banco di prova, perché si sarebbe destinati a una mesta ritirata in un contesto avvelenato e truccato, nella totale eclissi dell’informazione, nel ridicolo cui viene condannata qualsiasi iniziativa di rottura degli equilibri mai abbastanza precari dell’establishment.

Guardare a oggi e a domani ben oltre la scadenza notarile del 4 marzo, senza pregiudizi e senza chiudere la porta in faccia a nessuno per intercettare consenso e promuovere un coagulo di pensiero e forza, è necessario per verificare la fondatezza di quel progetto di sindacalizzazione territoriale che non basta da sola ma che è preliminare a un nuovo modo di fare politica, quella combinazione di buone ‘pratiche’ che prefigurano modalità altre di relazioni produttive, della tutela e del godimento dei beni comuni e del patrimonio naturale che vedono la loro avanguardia in resistenze lontane da noi eppure così vicine, quelle irriducibili dei popoli indigeni, dei contadini, delle popolazioni impoverite e di quanti non hanno smesso di usare il proprio cervello e il proprio coraggio, seppure oscurati dai media, quelle di chi non cede bendandosi gli occhi e tappandosi le orecchie, con un attendismo fatale e prescritto,  alla minaccia dell’affermazione definitiva e catastrofica della superpotenza delle imprese transnazionali, dei conglomerati industriali-finanziari.

Qualcuno ha detto che ormai la sinistra rappresenta o i mendicanti, invisibili, o l’alta borghesia, appartata nelle sue enclave, avendo segnato ormai la sua separazione dal popolo. e dai suoi bisogni, dalle sue paure, dai suoi desideri, Eppure sarebbe ancora possibile tornare a parlare di bene e di male, di giustizia e solidarietà, di accoglienza e redistribuzione. di amicizia e interesse comune, di ideali e di idee, quelle che di solito non trovano mai posto sui manifesti elettorali.

 

 

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Opera di massima sicurezza

scala 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma  li avete visti coi loro pomposi abiti di scena, tutti imbellettati come mascheroni, incoraggiati ad esibire diamanti e zibellini dalla messa in sicurezza del teatro convertito in fortezza blindata contro lo sciagurato antagonismo che osava minacciare la vice ministra entrata alla chetichella, ben contenti di ascoltare un’opera soporifera che aveva il merito ai loro occhi di mettere in luce i danni delle rivoluzioni che oscurano la ragione e pure la poesia?

Parevano  usciti dall’album di famiglia della maggioranza silenziosa, spaventata ma arrogante, con le  nuove Luisa Ferida, i commendatori e le loro sciure, qualche festosa creativa in cerca dei 5 minuti di notorietà, banchieri marginali, una Milano da bere retrocessa al vermuttino in galleria con in testa il sindaco molto indagato e ciononostante irriducibile nella narrazione  di quella  credenza talmente ben propagandata da essere entrata a buon diritto nell’album  della nostra autobiografia nazionale: il mito cioè della capitale morale alla quale si dovrebbero affidare le redini del paese per restituirgli autorevolezza e credibilità internazionale, fama e prestigio nel mondo dell’economia, e perfino della cultura, dopo il conclamato fallimento politico e civile di Roma, segnata da una gestione occasionale e scalcinata, e che, ad onta di antiche  nomee – Capitale corrotta, nazione infetta – viene diffusamente presentato come fenomeno patologico nuovo, originale e inguaribile.

Una leggenda difficile da smentire, altro che fake news, malgrado si sia saputo il perché dell’esito dell’estrazione a sorte dell’Ema, ospite d’onore presto sostituito nell’immaginario dell’establishment dalla Goldman Sachs,  benché si sprechino notizie che raccontano come l’hinterland sia infiltrato capillarmente da varie tipologie mafiose, malgrado la questura abbia impresso un giro di vite per contrastare l’occupazione militare del racket nei bar e ritrovi del gran Milan.

Perché se è vero che, come disse una volta un capitano dei carabinieri, tutto quello che non è Calabria, Calabria è destinato a diventare, ci sono analisi dell’antimafia che confermano la profezia sull’esposizione di istituti di credito a ingressi di colletti bianchi della ‘ndrangheta, sulle acquisizioni da parte di clan mafiosi di aziende sofferenti da trasformare in comodi prestanome, sulla potenza del racket che impone la sue rete di gorilla e buttafuori, vigilantes anche nelle vesti di incendiari, che taglieggia negozi fino a che i proprietari e esercenti si arrendono e li cedono a qualche organizzazione malavitosa spesso al servizio di imprese multinazionali e firme insospettabili, e che rivelano perfino  primati guadagnati nel mercato dei permessi falsi per immigrati. A conferma che si tratta di un territorio e di un tessuto sociale che non possiede i necessari eppur conclamati anticorpi, anzi…

Per quello colpisce la fiducia attribuita all’apparizione di Pisapia nella grotta dei madonnari in cerca di un leader di elevata statura morale, alla guida di una sinistra garbata ed educata ma capace di imprimere una svolta sia pure gentile e addomesticata.
Mentre le sue prestazioni dopo le promesse di rottura col passato all’atto della candidatura a sindaco, non avrebbero  dovuto persuadere nessuno  a cominciare dalle sue responsabilità nell’esecuzione minuziziosa dell’Expo in veste notarile, da addetto alla  concretizzazione e conformità del grande evento con il dettato della grande sponsor Moratti, per non dire della definitiva trasformazioni di Milano nella capitale della deregulation urbanistica, grazie all’attenzione riservata alle pretese dei veri dominatori della città: finanzieri, corporazioni commerciali, imprenditori e impresari edili, tanto che a detta di urbanisti ed architetti non ancora arresi al dominio proprietario, se  c’è oggi una città esemplare della licenza edificatoria come una volta Roma, è Milano.

Favorita anche dalla consegna megalomane dei luoghi alla progettualità di star straniere, estranee alla storia e ai contesti urbani, quelle che, senza un piano particolareggiato,  hanno  “integrato” i tre (uno è in ritardo) insensati grattacieli di una City Life (la prima «Nuova Milano») sull’area dell’ex-Fiera, attorniati  da impressionanti cataste di falansteri che qualcuno ha paragonato  alle mostruose navi da crociera che ogni giorno attraversano pericolosamente il corpo di Venezia, replicando così il paesaggio di Dubai, di Doha, del Quatar, perfettamente congruo peraltro, visto che è il fondo sovrano del Qatar il proprietario unico di quella parte di Milano.

Sono  di quella risma i nuovi padroni di casa – così  si sono auto definiti in occasione della fastosa inaugurazione. E non stupisce se si considera che gli abitanti se ne vanno dal centro, per gli stessi motivi per i quali vengono espulsi i veneziani, che lo sviluppo occupazionale riguarda è vero il comune centrale, ma che, dopo che l’industria manifatturiera ha abbandonato il capoluogo almeno a partire dagli anni ‘70, per motivi di ristrutturazione, di riconversione ma soprattutto di delocalizzazione, è  sempre più rivolto ai servizi finanziari, di comunicazione e della moda e non essendo in grado di incrementare  in modo significativo un terziario qualificato che non sia quello puramente commerciale.

Una Milano senza milanesi, una città senza cittadini, è così che la vogliono quelli che ieri sera erano asserragliati nella loro cittadella del privilegio, mezze figure che trovano il loro Andrea Chenier in Fabio Volo, il loro Stendhal in Severgnini, la loro Brera nelle vetrine delle grandi firme di Montenapoleone. Ma sotto sotto hanno una gran paura che prima o poi arrivi Robespierre.


Siamo uomini o caporali?

arance_675Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei giorni scorsi  sono state arrestate sei persone nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di fatica di Paola  Clemente, 49 anni, bracciate nei campi intorno ad Andria con una paga di 2 euro all’ora. La sua giornata cominciava  alle 2 di notte, quando andava a prendere l’autobus per arrivare alle 5.30 a San Giorgio Jonico (ne avevamo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2015/08/05/a-sud-di-nessun-nord/).   A casa, dove la rivedevano non prima delle 3 del pomeriggio, in alcuni casi anche alle 6, portava  27 euro al giorno.

Nel provvedimento cautelare che ha portato al fermo di tre dipendenti di un’agenzia di lavoro interinale di Noicattaro, il titolare della ditta addetta al trasporto delle braccianti agricole e una donna che aveva il compito di controllare le lavoratrici sui campi, tutti residenti nel Barese e nel Tarantino, si può leggere il racconto di un’altra bracciate  che conferma   la natura criminale dello   sfruttamento a cui sono sottoposti  i lavoratori anche da parte delle agenzie interinali: “Una volta sul pullman, nel momento in cui venivano distribuite le buste paga, ha detto la testimone, alle nostre lagnanze perché i conti non tornavano, ci hanno risposto che non dovevamo lamentarci. Così nessuna ha più parlato, anche perché si ha paura di perdere il lavoro, anche io adesso ho paura di perdere il lavoro e di essere chiamata infame”.  Infame perché il ricatto e l’intimidazione svelati potrebbe farlo perdere anche a altri finiti nella  rete assassina degli stessi gangster.

Meglio di niente si dirà. Un po’ conforta che, sia pure nel timore di una prevedibile “indulgenza” tramite prescrizione,  siano stati assicurati alla giustizia i più appariscenti addetti al caporalato, quelli che sfruttano a pari titolo italiani e quelli che pare vengano qui a portargli via  la stessa fatica bestiale,  per una volta uguali nella disuguaglianza iniqua che è ormai la cifra del nostro sviluppo. Un po’ consola anche se finisce per redimere un governo e una politica che si sono occupato del caporalato più appariscente e cruento, quello arcaico perseguito con molte cautele e molti distingua grazia a un provvedimento tardivo e riduttivo che  “punisce con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato, chiunque recluta manodopera per destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori, e chi utilizza, assume o impiega manodopera, anche mediante l’attività di intermediazione di caporali, sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno”.

Mentre continuano ad essere legali e dunque impunite  altre forme di caporalato, quella  miriade di “modelli” contrattuali, tutti imperniati su discrezionalità, arbitrarietà, elusione delle regole, ricatti e capestri, vaucher, tagliole, lettere in bianco e così via che animano il mercato del lavoro in una società che non lo promuove, non lo produce, non lo rispetta, non lo tutela, non lo vuole. Dove è preferibile la servitù,  con la sua mortificante instabilità, con lo stato di perenne incertezza, con una mobilità umiliante e spaesante che investe luogo e  status, determinando un  senso di isolamento e solitudine che condanna i lavoratori non sindacalizzati, persuadendoli  che la loro esistenza dipende da altri, che la libertà ha perso senso se non si hanno più diritti, diventati, nel migliore dei casi, elargizioni benevole.

E non sono mica meno cruenti questi altri profili  di “esaurimento” del lavoro e dei lavoratori, che assume forme patologiche fisiche e mentali fino ad arrivare al suicidio. Ma che trasforma in malattia la vergogna di subire, il senso di inadeguatezza, l’umiliazione di non veder riconosciuti talenti e esperienza, la mortificazione di prestarsi a un volontariato di chi non ha a beneficio di chi ha già troppo., l’onta di essere condannati allo status di addetti “accessori”, senza altro diritto che quello di accedere a “buoni”, quei vaucher che col loro successo infame hanno decretato la fine legale e giuridica di ogni speranza di garanzia e tutela,  se il 75% dei nuovi rapporti di lavoro sono precari, se l’occupazione secondo il jobs act è stata ridotta a un assistenzialismo statale alle imprese in un’economia senza domanda, grazie alla diffusione  dilagante di mansioni vincoli temporanei, provvisori e soggetti a minacce e coercizioni dentro e fuori il perimetro del lavoro subordinato e al  trasferimento di ingenti risorse pubbliche alle aziende.

Non è meno sanguinoso e crudele il processo di censura e autoregolamentazione imposto  ai cittadini e che deve convincere a chi vuole entrare nel mercato delle necessità di rinunciare a dignità, aspirazioni, aspettative, fino all’abiura di quella identità sociale data dall’appartenenza a comunità che si riconoscono a vicenda, che comunicano e esprimono speranze, bisogni e rivendicazioni.

Secondo un’aberrante mutazione che dovrebbe farci dimenticare la coscienza di classe e l’auspicio che non sia per sempre e inesorabilmente  quella che, pur stando dalla parte giusta, è dunque e per questo condannata alla sconfitta. Non arrenderci lo dobbiamo a Paola, a milioni di sfruttati, a noi stessi.

 

 


Benvenuti nel capitalismo dell’oppressione e nel confusionismo

la-fine-della-storia-1Pubblico un lungo intervento di Robert Charvin  sullo stato delle cose che mi pare allo stesso tempo efficace e semplice nella forma, privo del birignao e dell’evasività di molti intellettuali nostrani, ossessionati dai bilancini e dalle alchimie di sopravvivenza editoriale. Charvin è uno specialista di diritto internazionale, decano della facoltà di  diritto e di economia dell’università di Nizza e membro esecutivo dell’Associazione Nord – Sud XXI, organismo consultivo dell’Onu  e in questo lungo excsursus si occupa in primo piano della Francia e del drammatico momento dello “stato di urgenza”, ma attraverso di essa fa un ritratto sintetico e tuttavia molto incisivo  di ciò che è divenuto il mondo e su ciò che ci attende. Buona lettura.

“Se c’è un ideologia dominante in Francia e in numerose aree del mondo questa è il “confusionismo”. Le questioni principali che determinano i comportamenti vengono nascosti dentro un miscuglio di riferimenti pseudo morali e religiosi per cancellare le diseguaglianze sociali, la precarietà sempre più normale, la frattura Nord – Sud, l’incapacità del sistema economico ad affrontare la distruzione dell’ambiente. Non abbiamo di fronte un mondo nuovo, ma quello vecchio che si degrada velocemente e accentua tutte le sue perversioni, con la ricchezza che si concentra in sempre meno mani, con una grave crisi sociali e ambientale a cui il sistema non offre alcuna soluzione.

In Sudamerica, dopo una dozzina d’anni di vittorie progressiste che hanno permesso a diversi Paesi di affermare la loro indipendenza dagli Usa, il nuovo allargamento della povertà ha dato le ali alla reazione che si presenta come confusa alleanza fra estrema destra, conservatori e socialdemocratici. La Bolivia di Evo Morale resiste, ma il Venezuela chavista s’indebolisce, mentre l’Argentina cambia di campo annunciando il ritorno degli States e delle sue multinazionali.

In Africa il disordine e la miseria hanno raggiunto livelli drammatici dopo la distruzione della Libia che ha destabilizzato molti Paesi vicini. Le disuguaglianze, il malgoverno, gli interventi esterni rinforzano il caos e si esprimono attraverso i conflitti religiosi.

In Asia la Cina che ha come suo obiettivo la creazione di una potente economia interna, non sembra ancora avere una strategia leggibile a livello planetario, La sua tradizione esclude qualsiasi precipitazione o fretta nel campo politico ed è difficile comprendere quali saranno gli sviluppi futuri.

Gli Usa sempre più divisi tra ultraconservatori e democratici sempre più moderati, le cui posizioni variano da uno stato all’altro, perseguono, qualunque sia la presidenza, una  politica egemonica facendo ricorso alla forza o all’ingerenza morbida per mantenere i propri interessi economici e strategici, mascherata dietro il velo di un umanitarismo adulterato: l’eccezionalismo esclude qualsiasi rispetto del diritto internazionale.

Gli stati europei che si sono imprigionati nella Ue e nella sua struttura affarista al servizio delle lobby dei più ricchi, sono politicamente malati. Malgrado la retorica democratica l’Unione accetta passivamente governi sostenuti da movimenti di ispirazione fascista (come l’Ungheria e la Lettonia) e si propone di accettare anche l’adesione della Turchia autoritaria, islamista e opportunista dell’ Akp così come non ha esitato a distruggere la sinistra greca vincitrice delle elezioni con un totale disprezzo per la democrazia rappresentativa. La socialdemocrazia che in anni non lontani governava gran parte del continente non è stata in grado di modificare una situazione sociale in via di deterioramento e anzi si è spesso associata alla destra conservatrice come in Germania che è diventata il modello politico per la Francia e per gli altri Paesi europei.

La Francia infine ha ormai perso tutti i suoi riferimenti e non c’è alcuna modernizzazione della vita politica, malgrado le pretese di certi sedicenti socialisti. Al contrario c’è un impoverimento di tutti i valori e il tradimento di ogni principio sotto l’egida di un tripartitismo i cui componenti Front National, socialisti e Ump hanno programmi praticamente identici. Ps e Ump hanno integrato la linea anti immigrazione e le rivendicazioni autoritarie del lepenismo, mentre quest’ultimo ha recuperato qualche elemento del programma sociale della sinistra: non ci pensano nemmeno a scontrarsi, anzi attendono un riallineamento miracoloso dell’elettorato e delle alleanze, comprese quelle contro natura.

Il fascismo imbecille del Daesh, aumenta l’influenza in Francia e in Europa dei peggiori nemici dell’Islam che perseguono il razzismo ant arabo come sostituto del vecchio antisemitismo, imbellettandosi con i colori dei laicismo e della difesa della civiltà. Nessuno può  ritrovarsi in tutto questo, compresa l’intellighentia malata di uno pseudo umanitarismo ossessivo e inefficace. Intellighentia che peraltro è colpevole di un’opacizzazione delle realtà politico – economiche e della lotta di classe (concetto divenuto osceno) che tuttavia sotto forma più complessa e nuove bandiere prosegue, malgrado la mediatizzazione a oltranza della società. Questa pseudo ideologia, questo “confusionismo” contribuisce a uccidere la politica spingendo i cittadini al privato e all’indifferenza verso le lotte sociali, preparando così la via  a un futuro di tipo neofascista, anche se i modi, le circostanze, il linguaggio paiono differenti.

L’apatia politica è coltivata dall’incultura di massa, da spettacoli rozzi, da giochi stupidi. L’emotività rimpiazza la ragione. Il controllo sociale in un format conservatore, rimpiazza la repressione resa per altro facile grazie al controllo della rete. E qualsiasi cosa cosa viene intrapresa pur di cancellare i contropoteri rimasti: l’ordine giudiziario, i sindacati non ancora sbiancati, gli stessi partiti e gli intellettuali critici. Del resto non c’è nemmeno più bisogno di leader autentici per conquistare le folle: un bel faccino o l’immagine di conformismo familiare sono più che sufficienti per manipolare efficacemente  le persone e, ricorrendo alle sinergia della paura, asservire lo Stato e la società ai soli interessi dei poteri dominanti.

L’intossicazione da paura è raggiunta semplicemente denunciandola continuamente e assimilando il coraggio al fatto si continuno a frequentare i dehor dei bistrot. La disoccupazione, la precarizzazione generalizzata, la repressione antisindacale selettiva, il reclutamento a tutti i livelli dei conformisti, compresi i docenti di economia, la valorizzazione costante dei fattori militari e polizieschi, sempre e comunque applauditi, assicurano la diffusione della paura in individui sempre più isolati gli uni dagli altri.

I ciechi assalti del terrorismo sono ancora più determinanti: essi impongono la ricerca di protettori, vale a dire dei più potenti. E tuttavia L’Isis e i suoi complici sono combattuti nell’ambiguità delle alleanze contro natura con L’Arabia Saudita e il Qatar per esempio e con gli “stati di urgenza” che divengono permanenti. Ma gli “esperti” scelti dai cortigiani del potere compaiono in fila attraverso tutti i media, imponendo l’idea che il disordine è “naturale” e che scelte diverse sarebbero peggiori o irrealiste.

D’altronde gli stessi programmi dei partiti sono semplicistici e privi di realismo: la battaglia politica si degrada a scontri di facce e non di progetti. Questi ultimi, a partire dai sondaggi, sono costruiti esclusivamente per piacere e poco importa se finiscono in carta straccia. Ma di fatto in molti Paesi d’Europa le destre estreme sfruttano a loro vantaggio questo clima sociopolitico confuso, ma pervasivo. Il font national per esempio si fa portatore sia delle rivendicazioni popolari, sia delle reazioni popolari più istintive e primitive, tra la compiacenza dei media e dei partiti di governo che si astengono da qualsiasi intervento forse nella speranza di percorrere la medesima strada.

Dalla parte opposta in Daesh non ha per nulla una generazione spontanea: le potenze occidentali hanno distrutto gli anticorpi presenti nel mondo arabo. La Francia e la Gran Bretagna hanno fabbricato dopo la prima guerra mondiale il Medio Oriente con criteri artificiali, strumentalizzando le minoranze e esaltando le differenze etniche o religiose: il risultato è stato un mosaico ingovernabile e soprattutto inespugnabile dalla democrazia il cui carico è stato preso dopo il 1945 dagli Stati Uniti, con il loro interventismo. Proprio gli occidentali hanno eliminato tutte le forze che davano loro fastidio; prima i comunisti e i progressisti, poi i nazionalisti di tipo nasseriano per  ridursi a sostenere i militari e i loro colpi di stato. Inevitabile che alla fine ci sia stata una marea islamista (in qualche caso finanziata direttamente dagli americani come i Fratelli Mussulmani in Egitto) a cui guardano le società meno miserabili e meno sottomesse.

Ma questo non è che un aspetto dello stato confusionale nel quale viviamo e che ha prodotto in tutto il continente  la convergenza di socialisti e destre conservatrici  entrambe profondamente rispettose del sistema capitalistico quali che siano i risultati e i danni che provoca. La democrazia sta male e peggiora: e in Francia si sta tentando di instaurare attraverso lo stato di urgenza un regime ultra presidenzialista, senza un opposizione reale, il tentativo di attuare artificialmente la “fine della storia”, vale a dire quella delle delle libertà e delle conquiste sociali che sono sopravvissute fino ad oggi. Comanda il profitto, comandano gli affari. La Confindustria francese ha condannato il Front National per il suo programma politico e sociale denunciato come “di estrema sinistra”, ma è rimasta del tutto indifferente al suo autoritarismo di tipo neo fascista: tanto un accordo si può sempre trovare come accadde in Germania con l’associazione fra l’industria pesante e il nazismo o in Italia con la conversione al fascismo dell’aristocrazia  nonostante il suo disprezzo di classe.

 

Il mondo degli affari e della finanza non è dogmatico: può sostenere indifferentemente sia la destra che la falsa sinistra o tutte le forze politiche simultaneamente se  questo appare utile e non sono certo ostili per principio all’instaurazione di un regime autoritario. Per gli affaristi che si riconoscono come nuova aristocrazia “la democrazia sommerge le elites con le onde della mediocrità e dell’incompetenza”. Sono “per una società stabile e funzionale che ha bisogno di autorità dall’alto e di responsabilità dal basso. Bisogna favorire il merito e non ostacolarlo”. Tutte cose che in qualche forma sentiamo ogni giorno e che appartengono nella stesura originaria al Mein Kampf.

Quel mondo ha il culto della libera concorrenza che tuttavia è sempre finta. Per contro essa è fin troppo reale tra i singoli individui che sono spinti alla guerra di tutti contro tutti per la sopravvivenza. Così tutte le strutture collettive collassano per il maggior profitto dei potenti che sono l’unica classe . ormai casta – coerente e legata al privilegio. Chi sta sotto viene disarmato: gli attentati islamisti del Daesh, finanziati dagli alleati della Francia e spesso chiamati “guerra” relegano la crisi sociale in secondo piano. Gli elogi continui alla forze dell’ordine e i metodi repressivi delle libertà aiutano allo sviluppo di un clima securitario, nel quale sono svalutate la giustizia, la scuola, r tutto il welfare che invece subisce critiche sistematiche. Il sistema mediatico informativo nelle mani dei grandi gruppi finanziari, non è più il quarto potere ma nient’altro che il megafono dello spirito del tempo.

Insomma ci sono tutti gli ingredienti del fascismo: il “capitalismo della seduzione” reso possibile dai “30 gloriosi” (gli anni dalla fine della guerra alla soglia degli ’80 ndr)  con il consumo di massa, non funziona più e la casta dominante si orienta verso un “capitalismo dell’oppressione”. E per meglio avallare questo passaggio si rafforza il fasto del del potere che assume caratteri mussoliniani più che repubblicani. Il grado di durezza con cui questa nuova oppressione verrà imposta dipenderà dalle reazioni più o meno forti che susciterà: nell’attesa il sistema si serve di qualsiasi evento e pretesto  per presentare un orizzonte infausto e per discreditare i contropoteri residuali e a trattare con disgustosa condiscendenza le autentiche opposizioni rimaste nello stesso modo con cui la Commissione europea ha ridotto all’impotenza ieri Syriza e in cui si appresta a ridurre Podemos. Del resto nessuna prospettiva di progresso o di crescita con ritorni sociali ha un qualche realismo nel quadro del capitalismo finanziario. Egli non può che provare a produrre le narrazioni manipolatrici o a colpire.

Molti non ci credono ancora in questa regressione come se le dittature e gli autoritarismi ci siano solo per gli altri: c’è un’amnesia sull’Europa degli anni ’30 e ’40, c’è ignoranza su molte realtà dell’est Europa, c’è la volontà di non sapere cosa davvero accade nel Sud del mondo. Non vi è che una stupida  lamentela sui progressi della Cina e sulla volontà della Russia di riprendere il suo posto nel concerto delle nazioni, come se fossero per questo stesso nemici. Tutto è sistemato in modo da far apparire gli arcaismi politici e le economie più artefatte come il vertice della modernità.

C’è un solo ostacolo, fortunatamente non così considerato: l’intelligenza e la mobilitazione dei cittadini.”


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