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Arancio meccanico

pappaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dovessimo giudicare lo stato e la tenuta di una democrazia dalle sue piazze, non ci sarebbe da stare allegri.

Personalmente nutro analogo fastidio per l’arruffapopolo ex militare cacciato dall’Esercito, passato attraverso le più squallide formazioni della “scontentezza”, pallida macchietta di Tejero più che di Pinochet, che per il piccolo arrivista senza né arte né parte se non quella in commedia sotto l’ala  protettrice di Prodi e dei petrolieri, che alterna pensose e troppo brevi  pause di riflessione con l’entusiastica militanza elettorale nell’area progressista, con la stessa aspettativa, un posto al sole, una poltrona, un reddito, l’unico ormai sicuro, sapendoci fare.

Certo l’uno schiamazza e articola grugniti bestiali con Casa Pound, né più né meno di acuti opinionisti o accreditati direttori di telegiornali che li hanno voluti accanto per dialogare in nome del pluralismo, certo l’uno ha dato vita a una calca incompatibile con l’emergenza ancora in corso, nè più né meno  di un pericoloso assembramento di autorità a accogliere festante  la connazionale infine liberata.

Ma diciamo la verità a suscitare biasimo nella pubblica opinione non è tanto la  performance di un attempato aspirante golpista, ex tutto dal Psdi ai forconi, nemmeno l’ostentazione ribellista contro le regole imposte dallo stato di eccezione, equiparata ai vergognosi rave, ai deplorevoli apericena ai Navigli, alle deprecabili grigliate in terrazza condominiale. E probabilmente nemmeno l’alzata di scudi contro il Governo, unanimemente considerato il migliore caduto dal cielo per la gestione dell’emergenza, meno che mai l’odio antistatalista, che aveva rappresentato fino a ieri il sentimento comune, consolidato la convinzione che si trattasse di un padre padrone, inefficiente, forte coi deboli e debole coi forti,  ridotto a erogatore di aiuti generosi ai ricchi e spietati e di assistenza pezzente ai parassiti.

No, è che ai generatori meccanici di indicatori della pubblica percezione, un ceto che conserva ancora qualche sicurezza, più o meno acculturato, grazie al succedersi di riforme perverse della scuola e dell’Università, più o meno informato, grazie a una stampa che via via si è ridotta all’Unico Grande Giornale degli italiani,   più o meno posseduto dal mito del progresso, malgrado qualche tentennamento recente, ammesso che si sia accorto della qualità modesta della nostra comunità scientifica, ecco a quel ceto che rivendica una superiorità sociale, culturale e morale, proprio non gli stanno bene queste piazze cialtrone, ignoranti, belluine che non conoscono il bon ton e le regole dell’educazione.

A ben guardare non gradiscono nemmeno altre piazze che dovrebbero invece appartenere alla loro formazione di cittadini probi, a giudicare dalla indifferenza, quando non riprovazione riservata alle manifestazioni di lavoratori in lotta, di immigrati irriconoscenti degli sforzi per introdurre il caporalato di governo, di No Tav o No Triv, retrocessi a molesti disfattisti che ostacolano sviluppo e lavoro avviato dei cantieri a beneficio di giovani altrimenti pigramente inoccupati.

Non hanno ricevuto il minimo sindacale di solidarietà dai reclusi del divano davanti a Netflix, nemmeno le manifestazioni e gli scioperi dei primi di marzo quando gli addetti costretti ad esporsi alla pestilenza hanno reclamato per ottenere dispositivi e misure di sicurezza.

E d’altra parte nessuno ha pensato di ricorrere agli strumenti messi a disposizione dalle democrazia per impugnare quei decreti di ordine pubblico che si sono susseguiti negli anni, che limitano il diritto di esprimere dissenso in nome del decoro alla pari  del contrasto a violenza insurrezionale e terrorismo, ancora pienamente vigenti e oggi rafforzati in virtù della crisi sanitaria che esige unità e coesione intorno all’esecutivo e ai suoi consiglieri speciali autorizzati a aggirare il controllo parlamentare.

Eh si, le uniche piazze legittimate sono  quelle in favore di governo e qualche governatore, che poi quelli che oggi non riscuotono consenso, sono comunque ammessi a restare al loro posto, oggetto al più di garbata satira, così come gli appelli degli intellettuali, primo caso in assoluto salvo lontane rimembranze che riecheggiano oggetto immediato di anatema.

Vige la pretesa di innocenza, così nessuno si assume la responsabilità di ammettere che piazze e critica sono stata consegnate nelle grinfie di innominabili, che ormai la Repubblica nata dalle resistenza e fondata sul lavoro ha perso il diritto di parola, salvo una, il si, pronunciato in segno di accettazione e fedeltà a un “potere” superiore allo Stato nazionale, che ci offre a caro prezzo la sua carità pelosa  inadeguata, come il Recovery Fund, il cui continuo rinvio conferma l’inconsistenza, per imporci come fatale il Mes, il rimborso senza sconti e i conti ingenti dei tagli della spesa pubblica e degli investimenti  sociali, della privatizzazioni dei servizi pubblici con relativi licenziamenti, delle imposte su patrimonio e immobili, della piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali, di una profonda e radicale revisione del sistema di contrattazione collettiva nazionale nel quadro di un contesto di riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali.

Nessuno dichiara la sua complicità nell’aver permesso che l’ideologia e la pratica neoliberista sconvolgessero il sistema di classe, senza abbatterlo, confondendo i confini delle geografie: proletari, piccola borghesia, segmenti sociali attivi nei settori produttivi e nella pubblica amministrazione sono stati persuasi, dopo la demolizione degli apparati politici e sindacali, della bontà di arruolarsi nell’esercito padronale, per poter godere del rancio e della paga del soldato.  Sono loro che dettano gli slogan del “buonsenso comune” nella piazza virtuale, per condannare alla marginalità, senza parole e senza diritti di cittadinanza, il popolo bue, ignorante, rozzo, rispetto al quale si ha l’opportunità di sentirsi superiori.

In attesa dell’assalto ai forni,  a mobilitarsi sono i ceti medi impoveriti, i piccoli imprenditori, i commercianti, i bottegai, oggetto di generalizzato disprezzo, assimilati a quella maggioranza silenziosa che ci ha consegnato a Berlusconi, mentre l’edificante proposta alternativa era l’avvicendamento di Prodi, D’Alema, Amato, Monti, bersaglio di schizzinosa condanna in quanto vittime predisposte del contagio del populismo e del sovranismo, in quanto restie all’approvazione suicida delle politiche razionali e severe dei tecnici e poco inclini a sentirsi rappresentati nella celebrazione del grande centro, tra destra e diversamente destra progressista, che prevede la gestione “neutrale” e concordata degli affari pubblici.

Vedrete come finiremo per aver perseguito la loro colpevolizzazione tramite ostracismo sociale e culturale, quando gli affamati faranno giustizia di chi pensa di poter conservare pane e denti, ma è già condannato a perdere entrambi avendo rinunciato alla consapevolezza e alla lotta.

Non ci fossero i gilet arancione, dovrebbero inventarli:  si deve a loro l’opportunità di assimilare ogni forma critica e di opposizione alla gestione della crisi sanitaria e di quella economica alle loro formazioni, di condannare ogni legittimo dissenso al silenzio della mascherina sulla bocca e sugli occhi.

 


Magro che Colao

colao Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pensate a quanti dovremo riconoscenza per essersi prestati generosamente per la nostra sopravvivenza ai tempi del virus.

Non parlo ovviamente di medici, un centinaio è morto, esposto a contagi e infezioni non rare nei nostri nosocomi, né del personale paramedico, immeritevole, pare, di statistiche, costretto a prestazioni eroiche, dopo essere stati per anni bistrattati, umiliati, favorendo l’esodo verso strutture private.

Non parlo di chi è in trincea (il linguaggio bellico ci sta bene): milioni di lavoratori nelle fabbriche, alla guida di metro e bus dove viaggiano stipati altri lavoratori, funzionari negli uffici, commesse, cassiere delle catene di supermercati, magazzinieri della distribuzione, facchini e pony, senza protezioni e tutele, salvo il minimo elargito dai padroni grazie a una accordo unilaterale e non vincolante, obbligati a prodigarsi in modo che altri possano restare agli arresti domiciliari in una realtà parallela di confinamento, repressione e militarizzazione, ricattati dal bisogno di conservare il posto e dal miraggio che l’indispensabilità temporanea generi garanzie per dopo.

Parlo invece delle affaccendate autorità governative, scientifiche, tecniche, organizzative, sulle cui prestazioni è lecito sollevare qualche dubbio, ma che  sembrano trarre dalla infausta contingenza  una potenza superiore e una formidabile efficienza per assicurare la protezione della loro cerchia, la continuità della loro presenza e influenza, tra uomini d’ordine, uomini de panza, omminicchi tutti convertiti dalla stampa ufficiale in uomini di Stato.

Per garantir loro la nostra riconoscenza, dovremo farci largo tra le figurine Panini dell’album dedicate alle task force. Fino a ieri l’unico super commissario era Domenico Arcuri (ne avevo scritto quihttps://ilsimplicissimus2.com/2020/03/13/il-curatore-fallimentare/) incaricato in particolare di “rafforzare la distribuzione di strumenti sanitari e impiantare nuovi stabilimenti”, anche nel “dopo pandemia”, adesso il ruolo fiduciario di ministro della Postbellica, come fu a suo tempo Emilio Sereni nel 1945, con qualche differenza trascurabile per i plenipotenziari attuali, è stato attribuito a una sua fotocopia meglio riuscita, vantando minori esiti fallimentari, Vittorio Colao, una versione più severa, più “internazionale”, dei  Golden Boys della cupola economico-finanziaria al servizio dell’impero.

È lui, messo a capo da Conte, di un’altra task force  (presto saranno innumerevoli come i format delle autocertificazioni e come i comparti essenziali) che affianchi gli scienziati per “far ripartire l’Italia”, ripensando  i modelli di lavoro, l’organizzazione degli spostamenti, i regolamenti dei mezzi pubblici, che collaborando con il governo nel programmare con schemi nuovi la graduale riapertura del Paese, con suggerimenti di ogni natura, sociologici, psicologici, di economia del lavoro.

E siccome dovrà lanciare la Fase 2 “avvalendosi, è stato detto,  delle migliori strategie e competenze possibili”, affiancheranno Colao, tra gli altri,  Enrico Giovannini, economista, statistico e accademico italiano, ministro del Lavoro nel governo di Enrico Letta, ex Istat (magari, chissà, potremo avere qualche dato statistico decente sull’andamento dei contagi),  il presidente della Cassa depositi e prestiti, Giovanni Gorno Tempini,  Raffaella Sadun, docente di Business Administration alla Harvard Business School,  Enrico Moretti, italo-americano, docente di economia presso la University of California a Berkeley, Marianna Mazzuccato, professore all’Università di Londra in Economia dell’innovazione e del valore pubblico e fondatrice-direttrice dell’Institute for Innovation and Public Purpose, insomma quelli che i maligni potrebbero definire gli appartenenti al Gotha peracottaro da Wall Street alla City alla Bocconi.

E infatti è proprio da quella fucina che esce Colao, bresciano (è stata sottolineata la sua appartenenza all’area più “martoriata” dal Covid 19, a conferma che ci metterà “più cuore” nel governo del post emergenza, anche se il suo curriculum non ne conferma la presenza nel suo organismo rigoroso, austero e tetragono a emozioni e mollezze sentimentali), bocconiano,  che vanta referenze di successo, da Omnitel a Vodafone  , dove ha scalato tutti i gradi gerarchici fino a diventare l’Ad (a 17 milioni l’anno di stipendio).

Quelle che agenzie e giornali hanno, forse involontariamente, trascurato sono due prestigiose referenze  che dimostrano come la scelta di Colao sia perfettamente coerente e funzionale all’era che si sta preparando, quando arriverà il grande sciacallo, l’Eletto incaricato di replicare la sua grandiosa performance greca qui da noi.

Non sarà certo un caso quindi che la accurata selezione di un manager che combini rigore, austerità e spregiudicatezza abbia portato a scegliere chi ha iniziato la sua carriera prima in Morgan Stanley, come Siniscalco e Roscini,  e poi  in McKinsey come Corrado Passera e Alessandro Profumo.

Si, la Morgan Stanley, nata come banca d’affari   costretta dal Glass-Steagall Act che imponeva la separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento  a  operare solo come banca commerciale che sviluppa n quella veste le sue strategie velenose, fino al crack dei mutui subprime, che la travolge nella sua onda lunga insieme a Lemhan Brothers e Goldman Sachs,  per diventare nell’anno della crisi una holding bancaria. Si, quella Morgani Stanley i cui  derivati finanziari stipulati con il Tesoro tra il 1994 e il 2012 hanno comportato una perdita per l’Italia di di 3,8 miliardi, grazie all’applicazione di una serie di “clausole capestro” inserite nei suoi contratti speculativi e accettate dallo Stato Italiano, grazie proprio ai vertici ministeriali, da Grilli a Siniscalco e che, è il Sole 24Ore a elogiarne l’imprenditorialità, e diventata sempre più il nostro “main partner bancario internazionale”.

E che dire di McKinsey & Company, società di “consulenza manageriale e di strategia”, che focalizza la sua attività nel risolvere “problemi d’interesse per il top management di grandi aziende e organizzazioni” da anni al centro di attività investigative e inchieste, tra le quali la più nota condotta  dal Financial Times, alzava il velo sulle sue iniziative speculative  in grado di condizionare, più di governi e Borse, l’economia globalizzata, il mondo delle aziende multi- nazionali e quello della finanza.

E che dire ancora delle aspirazioni della nostra Cassa Depositi e Prestiti?  – il presidente, contiguo all’area che fa capo nel Pd a Franceschini.  non a caso fa parte della task force di nuova istituzione –  di collocarsi sulla stessa direttrice operativa della McKinsey, agendo come collocatore dei titoli di Stato, ma anche come «serbatoio» manageriale – replicando il ruolo che la società di consulenza ebbe venti anni fa nelle aziende private – per ruoli apicali di società pubbliche e istituti finanziari, proponendo in questa veste candidati eccellenti provenienti, ma sarà una coincidenza,  dal pantheon di JP Morgan, Merrill Lynch, Goldman Sachs, tanot per fare qualche nome: Palermo, del Fante, Nola.

La stampa estatica esulta per la nomina di un uomo ruvido, che avrebbe un difetto imperdonabile: l’onestà. Come a dire che non farà la cresta sulla spesa.

Contenti loro. È  che ci sarebbe molto da discutere ancora una volta sull’inflessibile morigeratezza di chi non ci sfila le banconote dal portafogli, ma si presta a fare il cane da guardia per chi ce l’ha già svuotato. Di chi non ha l’indole del ladruncolo ma partecipa del Grande Sacco, nell’interesse del totalitarismo economico e finanziario, per consolidare la vittoria della teocrazia ultraliberista.

Proprio vero niente sarà come prima perché sarà molto peggio, con il definitivo indebolimento delle capacità di intervento dello Stato, del governo e del Parlamento, in virtù del fiscal compact, anche grazie all’irruzione sulla scena, preparata da anni, del suo inventore e coautore  della Raccomandata a carico del destinatario con la quale l’Europa intimava alla sgangherata Italia, come misure improrogabili al fine di riconquistare la fiducia degli investitori, la “profonda revisione della pubblica amministrazione”, la “privatizzazioni su larga scala”, la “piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali” e poi la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, la riduzione dei salari; la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; l’applicazione di “criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità”, l’attuazione di “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali” e, vogliamo forse dimenticarlo proprio ora? i tagli alla spesa sanitaria.

E se  “la pandemia del coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche”, Draghi ha ridotto la sua Legge a un solo comandamento, perché il sistema bancario è Dio e lui il suo profeta, così nella sua chiesa a officiare, a far entrare i mercanti e a svuotare la cassetta delle elemosine, c’è un clero fedele e obbediente nei secoli.

Sarà mica un caso che Colao ha fatto la naja, e lo rivendica,  come carabiniere?

 

 

 


A lezione di ignoranza

mioAnna Lombroso per il Simplicissimus

Bisogna fare attenzione a non lamentarsi troppo che un nostro bene comune è trattato come una Cenerentola, trascurato come un corpo estraneo nell’agenda politica  e sociale. Di solito è il primo passo per farne una emergenza da trattare come tale adottando misure eccezionali, incaricando autorità supreme, applicando regole    per poi affidarlo alle cure di gente pratica delle leggi del mercato e della concorrenza.

Così è lecito pensare che lasciare all’incuria un patrimonio altro non sia che un sistema per cederlo a poco prezzo, come sta succedendo proprio con il più prezioso che dovrebbe stare sopra agli altri, l’istruzione affidata alla scuola pubblica.  Tempi di studio ridotti, edifici fatiscenti, insegnati vecchi, o precari, o demotivati o tutte questo cose insieme non sono casualità, non sono incidenti accaduti oggi e prodotti dalla crisi, bensì gli ingredienti della ricetta per avvelenare e far morire la scuola pubblica e fare spazio a quella privata che realizzi la distopia neoliberista di una “formazione” manageriale, commerciale e competitiva per preparare al mondo del lavoro.

Non a caso, come succede con i convertiti che si rivelano più entusiasti esecutori della dottrina appena rivelatasi dei suoi tradizionali sacerdoti,  la riforma che ha dato il via al processo non è tanto quella firmata Moratti o quella della Gelmini che si sono dimostrate ferventi interpreti del progetto messo a punto da Berlinguer, il vero faro nel percorso di aziendalizzazione della scuola e dell’Università, esemplarmente riassunta dalle tre I della Buona Scuola di Renzi &Giannini & Fedeli: Impresa & Inglese & Internet.

E per consegnarla a chi se ne intende e a prezzi stracciati hanno convertito la crisi in emergenza grazie a tagli di risorse (alla Gelmini si deve quello diventato proverbiale di 8 miliardi), alla progressiva demoralizzazione del personale, all’imposizione di un format di sapere utilitaristico, all’esaltazione del merito promosso dall’appartenenza a ceti privilegiati e alla rassegnazione e accettazione delle disuguaglianze, sancite dalla opportunità per chi ha di pagare di tasca propria gli optional più favorevoli per l’affermazione della propria dinastia. Non è andata meglio con il passato governo che nel ridurre perfino con la propaganda l’utilità del titolo di studio, del sapere e della conoscenza, ha voluto accentuare l’aspetto familistico e caritatevole della scuola primaria e secondaria, come di una istituzione che dà asilo ai giovani  e ne protegge l’innocente ignoranza.

Altro che “organo costituzionale” come ebbe a definirla Calamandrei e altro che sede per il riscatto, per la liberazione e l’affrancamento come sognavano quelli persusasi della sua potenza  nell’incidere sulle predestinazioni sociali, illusi che la scuola, frutto di un sistema     divisivo potesse non riprodurre al suo interno le disuguaglianze, le differenze e le sopraffazioni. La speranza più realistica affidava alla conoscenza questa funzione di consapevolezza, di critica e di redenzione, ma si sa che la speranza realistica è sostituita interamente dalla realpolitik che vuole infilare la cultura tra due fette di pane in modo che sia produttivistica, che “si possa mangiare”, più ancora che “dia da mangiare”.

E cosa c’è di meglio che imbandire la tavola dell’istruzione per rispondere all’avidità dei privati in modo che possano giovarsene secondo fame e gusto? E non si tratta solo del governo della scuola, dei finanziamenti per le scuole parificate, ma di affermare una ideologia che vuole  che i suoi luoghi diventino  i laboratori e le fabbriche della  “cultura d’impresa”, fondata sui valori del mercato e della sua rivendicazione  di forgiare le nostre vite coi principi dell’interesse personale, dell’ambizione, dell’egoismo e della competizione.

Come avevamo ampiamente previsto ci pensa l’asse Pd-Lega: «Se ha senso che sia la regione a definire gli assetti sulla scuola e il numero studenti, allora è giusto che sia il presidente della regione a stabilire se una classe deve avere 15 o 25 studenti sulla base delle caratteristiche territoriali, la demografia, su cosa accade nelle valli». La frase che non lascia dubbi, l’ha pronunciata qualche giorno fa il ministro degli affari regionali Francesco Boccia al termine dell’incontro con il governatore della regione Lombardia Attilio Fontana, che ha così riaperto la porta alla “regionalizzazione” della scuola, uno dei fondamenti dell’autonomia dei ricchi che prevede la cessione delle competenze organizzative, didattiche e di gestione anche delle remunerazioni dei docenti dallo Stato alla Lombardia e al Veneto e che era stata ostacolata  nel governo precedente dal movimento 5 Stelle.

Non  a  caso che sulla scia delle più prime tre,  Emilia, Lombardia e Veneto, anche Marche e Umbria avanzano pretese di autonomia differenziata proprio sulle materie dell’istruzione e della formazione tecnica e professionale, oltre che dell’università ampliando le competenze trasmesse alla  possibilità di intervenire sul curriculum degli studenti e sull’alternanza Scuola-Lavoro, per promuovere quella “sinergia tra istruzione ed impresa, caposaldo irrinunciabile per fare della scuola il luogo dell’addestramento delle giovani generazioni alle competenze richieste dalle aziende del territorio”, come chiedono l’Europa, la Confindustria, i padroni e i progressisti al loro servizio a tempo pieno con più solerzia dei conservatori.

In attesa dei test e degli Invalsi anche all’asilo e alla primina preliminari alla scuola dell’ignoranza, ci vuol poco infatti a capire che questo  disegno replica su scala nazionale quello delle due velocità dell’Europa, il Settentrione evoluto, progressivo, competitivo, che ha i numeri per stare alla pari con il pingue e biondo  Nord, e il Meridione parassitario, indolente indegno di crescere e migliorarsi e che non merita di accedere all’istruzione e a lavori dignitosi. Il primo con un Pil più elevato (e pure un’adeguata evasione) messo in condizione  di disfarsi degli ostacoli frapporti da regole unitarie: contratti collettivi di lavoro, valore legale del titolo di studio, ad esempio, e di impiegare in forma indipendente e arbitraria  parte rilevante del gettito fiscale. Il secondo condannato a corrispondere agli stereotipi di geografie predestinate all’accoglienza di stranieri in forma di profughi, cottimisti soggetti al caporalato, braccianti che non hanno la fortuna o l’abilità di diventare ministri,  o turisti, espropriate di speranze e consegnate alla malavita, che peraltro da tempo ha pensato di occupare profittevolmente altri siti più adatti alle sue pretese e dove trova alleati che dividono le sue stesse consuetudini al ricatto, all’intimidazione e alla sopraffazione.

 

 


Istinto arrendista

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei secoli i poteri imperiali,  economici o militari o religiosi, si sono guadagnati un successo collaterale utile a coagulare consenso intorno alle loro opere e ai loro misfatti. Comportamenti illegittimi e immorali si sono magicamente trasformati in arti, quella della guerra che ha avuto maestri e sacerdoti da Machiavelli al generale Sun Tzu, quella del persuadere variamente interpretata da Blaise Pascal a Prezzolini fino a Piattelli Palmarini, quella di vendere e di vendersi, tradotta in manuali per piazzisti di merci e di sè stessi, che va d’accordo  con quella del compromesso, a indispensabile e doveroso corredo della politica, in modo da convertirla nel più pratico e disincantato esercizio della realpolitik.

Via via però abbiamo compreso che mentre un tempo venerabili maestri e astuti consiglieri indottrinavano i principi in procinto di salire al trono, spietati generali si chinavano sulle mappe insieme a ufficiali ambiziosi per studiare strategie e tattiche e smaliziati mentori addestravano ambasciatori e diplomatici per istruirli a condurre delicate trattative e faticose transazioni senza che le parti in causa fossero autorizzate a reazioni esuberanti e irragionevoli, oggi i nuovi arrivati che fanno irruzione sulla scena dell’esercizio della cosa pubblica arrivano già imparati, legittimati alla spregiudicatezza, alla prepotenza o,  peggio ancora, alla rinuncia anche vergognosa di convinzioni, all’abiura di fede e patti sottoscritti, fino al tradimento e alla resa. Giustificata per sedicenti fini nobili, in nome dell’interesse generale, se  il compromesso significa l’assoggettamento a chi viene riconosciuto come il più forte: un atteggiamento che ha caratterizzato la sinistra che ha deposto da tempo le armi contro il nemico di classe nella confortevole e conveniente persuasione che fosse possibile anche solo immaginare una alternativa allo status quo.

Oggi assistiamo ad una esemplare esercitazione dell’arte del compromesso come virtù e prodotto della ragionevolezza, del buonsenso e dell’attenzione al bene del popolo peraltro irriconoscente tanto che a gran voce chiede il rispetto di antiche promesse, decantata come necessaria, imprescindibile e fatale da chi ha raggiunto obiettivi importanti personali o di gruppo proprio grazie alla critica feroce  ai sistemi e alle cattive abitudini della cerchia dei “politicanti”  delle sue prassi illegittime in nome del numero di voti conquistati e di maggioranze legali ma spesso “illegittime”.

Non si capisce cosa vi sia di sensato nel consegnarsi, grazie alle mosse e alla furbizie di un mediatore che ha già dimostrato una certa navigata spregiudicatezza di montare  su un carro per assicurarsi il passaggio, a un avversario con l’aspettativa di farne un alleato meno ombroso, meno ingovernabile, meno prepotente di quello precedente,  che è riuscito a rivelare la fragile costituzione fisica e programmatica  dell’alleato, costretto via via alla capitolazione.

Non si capisce come potranno essere conciliabili i “punti fermi” del movimento, già soggetti a ripensamenti e cedimenti con le referenze del futuro compagno di strada che vanta tutta la serie di “risultati” oggetto della ferma opposizione del passato, così tenace allora da aver prodotto consenso e esiti elettorali grazie alla condanna di misure antipopolari: dal Jobs Act, alla Buona Scuola, dalla legge  Fornero alle disposizioni in materia di tutela del territorio che avevano ridotto la partecipazione di cittadini alle scelte e premiato l’avidità dei privati, oggi in attesa di ulteriori regali grazie alla secessione delle regioni ricche.

Non si capisce come, diminuita la potenza elettorale, il movimento 5Stelle possa sentirsi in grado di resistere alla pressione di un soggetto che, proprio grazie alla protervia brutale di Salvini e alla arrendevolezza del partner d governo, si è ritagliato una credibilità umanitaria, a suon di tweet, visite sul red carpet di imbarcazioni solidali, contraddetta in realtà dai suoi precedenti rappresentati dalla strategia del ministro Minniti in materia di controllo dell’immigrazione, di accordi con entità fantoccio in Nord Africa, di ordine pubblico inteso come persecuzione degli ultimi per rassicurare i penultimi.

O come potrà contrastare la tenacia di chi Tav, trivelle, militarizzazione delle isole, grandi opere e piccola salvaguardia a posteriori, non li ha subiti di buon grado, ma fortemente voluti e promossi nel quadro del definitivamente assoggettamento al disegno di riduzione della sovranità, dell’autodeterminazione,  pronto per questo a intervenire vigorosamente sulla Costituzione per vendicarsi dell’affronto subito in via referendaria e per portare i frutti delle sue rapine di democrazia  da mettere sotto i denti dei vampiri imperiali.


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