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La filastrocca quotidiana

Si poteva pensare che la vicenda pandemica avrebbe risollevato le sorti dei quotidiani, come è sempre accaduto nei momenti drammatici e invece in questo caso sei mesi di narrazione pandemica hanno portato a un ulteriore calo di vendite in edicola  che hanno portato la Repubblica degli Elkann sotto quota 100 mila. Se penso che ho iniziato la non carriera giornalistica in un giornale regionale di modesta diffusione che vendeva quasi 300 mila copie posso misurare a pieno l’entità del disastro. Ma d’altra parte quando si vivevano momenti d’eccezione i giornali fiorivano di notizie, di opinioni contrastanti, di dibattiti e di idee, mentre oggi sono megafoni di una verità unica e inderogabile: per quanti sforzi possano fare per darsi qualche appeal risultano ormai invisi a chi ama il libero dibattito, inutili per i sostenitori della verità unica e noiosi per tutti. Ormai i quotidiani servono esclusivamente come mezzo di ricatto e di pressione, servono ai loro editori padroni palesi o occulti più che ai lettori e benché possano essere scritti da poche persone, magari pure malpagate e ricattabili le spese incomprimibili della carta, della stampa e della distribuzione, non li rendono più imprese capaci di generare profitti a questi bassi livelli di vendita e perciò anche di tariffe pubblicitarie: dunque il fatto che in queste condizioni nascano nuovi giornali, come l’annunciato Il Domani di De Benedetti, non è affatto un segnale di buona salute, ma anzi denuncia il male oscuro dell’informazione al tempo del neoliberismo.

Non c’è nulla di strano se in primavera, sotto l’infuriare della religione pandemica ci sia stato un qualche segnale di risveglio delle vendite che poi è rapidamente rientrato: del resto perché spendere soldi per avere un ampio panorama di assolute cazzate scritte in ginocchio, sia che si tratti del virus, che degli avvelenamenti di Putin, della generosità dell’Europa come della cattiveria della Cina, della malvagità di Trump, dell’intelligenza di Biden o della ineffabile bontà dei miliardari filantropi. Persino il pesce si rifiuta di essere incartato da questa robaccia e dunque l’acquisto del quotidiano finisce per diventare episodico, qualcosa a cui ci arrende quando si viaggia in treno per esempio, mentre la loro totale omologazione non fa avvertire ai più l'”effetto bolla”  della lettura sul web vuoi per gli algoritmi che ci presentano in primo piano  quello che è più cliccato, vuoi per la tentazione di leggere  solo quello che momentaneamente ci interessa. Ormai da molti anni da tutte le parti compaiono analisi che tentano di capire perché i giornali siano sempre meno letti e si tirano i ballo di solito i prezzi e la concorrenza dei nuovi media, ma non appena si vanno a fare confronti tra le  varie testate occidentali si scopre che questi sono elementi abbastanza marginali perché il vero problema è quello dei contenuti che riflette poi la caduta di dibattito di idee e di libertà, qualcosa che in realtà riguarda tutta la comunicazione, ma che diventa più grave quando affligge un mezzo, come quello della scrittura su carta che generalmente è associato a una qualità più elevata: sul web o in televisione le cazzate te le aspetti, ma sui giornali hanno un impatto molto maggiore, specie se sono le medesime cazzate televisive mentre la la loro  densità è ormai intollerabile.

Se poi come in questi mesi occorre comprare una specie di bollettino di sussiegosi cassamortari intenti a sparare   cifre senza alcun senso, a turibolare le varie task force e una scienza che non sanno nemmeno dove sta di casa: uno spettacolo così indecoroso che nel tempo finirà per segnare la definitiva scomparsa del quotidiano che non è più la preghiera laica, ma la filastrocca del neo bambino occidentale.


Arancio meccanico

pappaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dovessimo giudicare lo stato e la tenuta di una democrazia dalle sue piazze, non ci sarebbe da stare allegri.

Personalmente nutro analogo fastidio per l’arruffapopolo ex militare cacciato dall’Esercito, passato attraverso le più squallide formazioni della “scontentezza”, pallida macchietta di Tejero più che di Pinochet, che per il piccolo arrivista senza né arte né parte se non quella in commedia sotto l’ala  protettrice di Prodi e dei petrolieri, che alterna pensose e troppo brevi  pause di riflessione con l’entusiastica militanza elettorale nell’area progressista, con la stessa aspettativa, un posto al sole, una poltrona, un reddito, l’unico ormai sicuro, sapendoci fare.

Certo l’uno schiamazza e articola grugniti bestiali con Casa Pound, né più né meno di acuti opinionisti o accreditati direttori di telegiornali che li hanno voluti accanto per dialogare in nome del pluralismo, certo l’uno ha dato vita a una calca incompatibile con l’emergenza ancora in corso, nè più né meno  di un pericoloso assembramento di autorità a accogliere festante  la connazionale infine liberata.

Ma diciamo la verità a suscitare biasimo nella pubblica opinione non è tanto la  performance di un attempato aspirante golpista, ex tutto dal Psdi ai forconi, nemmeno l’ostentazione ribellista contro le regole imposte dallo stato di eccezione, equiparata ai vergognosi rave, ai deplorevoli apericena ai Navigli, alle deprecabili grigliate in terrazza condominiale. E probabilmente nemmeno l’alzata di scudi contro il Governo, unanimemente considerato il migliore caduto dal cielo per la gestione dell’emergenza, meno che mai l’odio antistatalista, che aveva rappresentato fino a ieri il sentimento comune, consolidato la convinzione che si trattasse di un padre padrone, inefficiente, forte coi deboli e debole coi forti,  ridotto a erogatore di aiuti generosi ai ricchi e spietati e di assistenza pezzente ai parassiti.

No, è che ai generatori meccanici di indicatori della pubblica percezione, un ceto che conserva ancora qualche sicurezza, più o meno acculturato, grazie al succedersi di riforme perverse della scuola e dell’Università, più o meno informato, grazie a una stampa che via via si è ridotta all’Unico Grande Giornale degli italiani,   più o meno posseduto dal mito del progresso, malgrado qualche tentennamento recente, ammesso che si sia accorto della qualità modesta della nostra comunità scientifica, ecco a quel ceto che rivendica una superiorità sociale, culturale e morale, proprio non gli stanno bene queste piazze cialtrone, ignoranti, belluine che non conoscono il bon ton e le regole dell’educazione.

A ben guardare non gradiscono nemmeno altre piazze che dovrebbero invece appartenere alla loro formazione di cittadini probi, a giudicare dalla indifferenza, quando non riprovazione riservata alle manifestazioni di lavoratori in lotta, di immigrati irriconoscenti degli sforzi per introdurre il caporalato di governo, di No Tav o No Triv, retrocessi a molesti disfattisti che ostacolano sviluppo e lavoro avviato dei cantieri a beneficio di giovani altrimenti pigramente inoccupati.

Non hanno ricevuto il minimo sindacale di solidarietà dai reclusi del divano davanti a Netflix, nemmeno le manifestazioni e gli scioperi dei primi di marzo quando gli addetti costretti ad esporsi alla pestilenza hanno reclamato per ottenere dispositivi e misure di sicurezza.

E d’altra parte nessuno ha pensato di ricorrere agli strumenti messi a disposizione dalle democrazia per impugnare quei decreti di ordine pubblico che si sono susseguiti negli anni, che limitano il diritto di esprimere dissenso in nome del decoro alla pari  del contrasto a violenza insurrezionale e terrorismo, ancora pienamente vigenti e oggi rafforzati in virtù della crisi sanitaria che esige unità e coesione intorno all’esecutivo e ai suoi consiglieri speciali autorizzati a aggirare il controllo parlamentare.

Eh si, le uniche piazze legittimate sono  quelle in favore di governo e qualche governatore, che poi quelli che oggi non riscuotono consenso, sono comunque ammessi a restare al loro posto, oggetto al più di garbata satira, così come gli appelli degli intellettuali, primo caso in assoluto salvo lontane rimembranze che riecheggiano oggetto immediato di anatema.

Vige la pretesa di innocenza, così nessuno si assume la responsabilità di ammettere che piazze e critica sono stata consegnate nelle grinfie di innominabili, che ormai la Repubblica nata dalle resistenza e fondata sul lavoro ha perso il diritto di parola, salvo una, il si, pronunciato in segno di accettazione e fedeltà a un “potere” superiore allo Stato nazionale, che ci offre a caro prezzo la sua carità pelosa  inadeguata, come il Recovery Fund, il cui continuo rinvio conferma l’inconsistenza, per imporci come fatale il Mes, il rimborso senza sconti e i conti ingenti dei tagli della spesa pubblica e degli investimenti  sociali, della privatizzazioni dei servizi pubblici con relativi licenziamenti, delle imposte su patrimonio e immobili, della piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali, di una profonda e radicale revisione del sistema di contrattazione collettiva nazionale nel quadro di un contesto di riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali.

Nessuno dichiara la sua complicità nell’aver permesso che l’ideologia e la pratica neoliberista sconvolgessero il sistema di classe, senza abbatterlo, confondendo i confini delle geografie: proletari, piccola borghesia, segmenti sociali attivi nei settori produttivi e nella pubblica amministrazione sono stati persuasi, dopo la demolizione degli apparati politici e sindacali, della bontà di arruolarsi nell’esercito padronale, per poter godere del rancio e della paga del soldato.  Sono loro che dettano gli slogan del “buonsenso comune” nella piazza virtuale, per condannare alla marginalità, senza parole e senza diritti di cittadinanza, il popolo bue, ignorante, rozzo, rispetto al quale si ha l’opportunità di sentirsi superiori.

In attesa dell’assalto ai forni,  a mobilitarsi sono i ceti medi impoveriti, i piccoli imprenditori, i commercianti, i bottegai, oggetto di generalizzato disprezzo, assimilati a quella maggioranza silenziosa che ci ha consegnato a Berlusconi, mentre l’edificante proposta alternativa era l’avvicendamento di Prodi, D’Alema, Amato, Monti, bersaglio di schizzinosa condanna in quanto vittime predisposte del contagio del populismo e del sovranismo, in quanto restie all’approvazione suicida delle politiche razionali e severe dei tecnici e poco inclini a sentirsi rappresentati nella celebrazione del grande centro, tra destra e diversamente destra progressista, che prevede la gestione “neutrale” e concordata degli affari pubblici.

Vedrete come finiremo per aver perseguito la loro colpevolizzazione tramite ostracismo sociale e culturale, quando gli affamati faranno giustizia di chi pensa di poter conservare pane e denti, ma è già condannato a perdere entrambi avendo rinunciato alla consapevolezza e alla lotta.

Non ci fossero i gilet arancione, dovrebbero inventarli:  si deve a loro l’opportunità di assimilare ogni forma critica e di opposizione alla gestione della crisi sanitaria e di quella economica alle loro formazioni, di condannare ogni legittimo dissenso al silenzio della mascherina sulla bocca e sugli occhi.

 


Accoglienza in Sala d’aspetto

sala Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una sala di Palazzo Marino piena all’inverosimile, e tante persone in coda nella speranza di poter assistere all’incontro di  Mimmo Lucano con  la città e cui ha partecipato  il sindaco Beppe Sala che ha accolto l’ospite dicendo: “Mimmo, Milano è con te”. Un’occasione, per Sala, scrive la Repubblica, per parlare di immigrazione: “I sindaci fanno la loro parte, a Milano la nostra regola è quella di accogliere e in questo noi sindaci siamo soli. Da Milano stiamo facendo sentire la nostra voce, dicendo che i tempi sono troppo lunghi per decidere sulle richieste di protezione internazionale. Non si dica che i 35 euro al giorno sono messi solo per dare da mangiare, perché servono anche per l’integrazione e il lavoro. Mimmo ha fatto quello che avrei fatto io. La giustizia farà il suo corso, ma io al posto suo avrei fatto le stesse cose. La sua storia insegna molto”.

E speriamo perché lui deve aver avuto le sette malattie o deve aver marinato la scuola proprio nelle ore dedicate alla materia non più meritevole di tema in classe. La sua città nel passato è stata un modello di emarginazione e segregazione di immigrati venuti dal Sud, e non incolpiamolo altrimenti sarebbe responsabile anche degli incendi di rifiuti nell’hinterland, magari pure del malaffare intorno all’Expo, forse addirittura delle operazioni immobiliari speculative quasi  come la Raggi delle buche di Roma.

E per venire oggi è la capitale morale dove è buona abitudine delle forze dell’ordine organizzare repulisti in armi delle zone intorno alla stazione, dove gli immigrati vengono spinti verso aree già degradate che diventano teatro di guerre a bassa intensità tra poveri, che il destino di segregazione ed emarginazione accomuna stranieri e nativi, grazie a una politica di “sviluppo e valorizzazione” intenta ad espellere i residenti confinandoli in una periferia sempre più allargata per far posto a speculazioni in grande stile, con il marchio doc di sceiccati, cupole immobiliari e cementiere.

E se non si dimostra particolarmente accogliente con gli stranieri, salvo quelli che arrivano in aereo privato dal Qatar,  è più ospitale con gli aborriti  nei fascisti, non solo sotto forma di leghisti al governo della regione oltre che del Paese dove è stato loro concesso di adottare nuove leggi razziali delle quali sembriamo accorgerci solo oggi, ma anche in veste di festosi nazi cui di  volta in volta vengono  accordate piazze per festival rock e sagre paesane alla moda di Predappio, cimiteri monumentali, biblioteche per celebrare disdicevoli pedagogie e misticismi aberranti da Evola a Ramelli, guardati con tolleranza quando non con invidia per via del loro radicamento popolare e spesso invitati a improbabili contraddittori con forze  progressiste.

Ma perché stupirsi della volonterosa solidarietà del sindaco Sala espressa per il collega promosso ad eroe della disubbidienza quando si dovrebbero percorrere invece le strade dell’ubbidienza al dettato costituzionale, esigendo da un Parlamento eletto ancorché attraverso elezioni fortemente condizionate da regole non democratiche, di non votare misure infami (come quando il Pd ha appoggiato gli articoli sulla vendetta privata, come quando i 5Stelle appoggiano i decreti sicurezza e ordine pubblico) o utilizzando lo strumento referendario di  cancellarle.

Non si dirà mai abbastanza che questa forma che sta assumendo l’antifascismo ( ne ho scritto recentemente qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/28/fascimo-malattia-senile-del-capitalismo/) è foriera di inganni continuati, se finge che il nemico, il lupo feroce incarnato da un impresentabile in qualsiasi consesso civile, si contrasti condannando perlopiù da tastiere  remote, teatrini della propaganda e editoriali schizzinosi, così come è stato condannato e largamente liquidato quello di prima assecondando una legenda revisionista e pacificatrice che ne ricorda razzismo, xenofobia e repressione degli oppositori come incidenti di percorso che i più non sapevano intenti a sbarcare il lunario e a prendere treni in orario per raggiungere paludi bonificate, per omettere la complicità diffusa e l’acquiescenza di troppi a un ceto dirigente di  banchieri criminali, dirigenti corrotti, amministratori ladri, speculatori avidi e  burocrati  ottusi,  giornalisti servitori del potere finanziario, i soliti addetti ai lavori di un regime completamente asservito al potere capitalistico. Allora come oggi.

E lo credo che siamo tutti – a cominciare da esponenti di primo piano della categoria molto popolata di chi declina responsabilità personali come collettive, di chi sfodera una pretesa di innocenza magari da esili dorati dai quali guarda con il freddo e ingeneroso sguardo che l’entomologo riserva alle sue farfalle con lo spillone in corpo questo popolo indolente, confuso, infantile – incantati da un isolato gesto di coraggio che dovrebbe riscattarci dal reato di remissività docile o interessata, che ci ha resi permeabili a ricatti e intimidazioni, sicché bisogno, stato di necessità, perdita di beni che pare sia più gravosa del non averne mai posseduti, autorizzi la banalità del male sotto forma di ubbidienza, anche quando non diventa ferocia, violenza cieca, brutalità.

Infatti c’è un affaccendarsi nella cucina della storia in confezione quattro salti in padella (anche sullo scaffale della Murgia con tanto di test)  pronta a assolvere gli italiani brava gente da correità dal passato come del presente come se le leggi razziali del ’38 non avessero avuto il proprio terreno di coltura nel manifesto firmato da fior di accademici e intellettuali che avevano aderito per espellere molesti rivali, come se professionisti e commercianti non avessero gareggiato in concorrenza sleale, come se, insomma, non sarebbe servito il no di chi per incarico, formazione, studi, posizione aveva invece il dovere morale e civile di farsi interprete,  simbolo ed esempio. Maestrini dalla penna rossa esonerano da colpe di ieri e promettono di farlo oggi, quelli che malvolentieri hanno subito per paura di ritorsioni, botte e confino, come se ieri come oggi chi si ribella non rischiasse di essere denunciato fuori dai cantieri della Tav e della Tap, come se migliaia di cittadini non fossero già al confino privati di diritti, sradicati dalla speculazione e dagli espropri del lusso, come se come un tempo la Banca Romana e oggi il casinò della finanza non abbiano dato e diano scandalo con i loro crimini concessi e perdonati e le loro voragini prontamente riempite dai nostri quattrini.

Tanta irruenza contro un razzismo rivolto come un’arma contro chi arriva, ma che si sta già accanendo contro gli italiani di serie B, intermittente anche nei confronti di nostalgie colpevoli quanto tollerate con la generosa autorizzazione a occupare beni comuni, poco differente dalla loro svendita a esemplari in grisaglia, la dice lunga sul fatto che si tratta di un risveglio tardivo e di facciata, che non sa, ma soprattutto non vuole, disfarsi di convinzioni, legami, appartenenze, interessi e rendite, morali e non, con poteri che hanno preso la forma di un totalitarismo, quello economico-finanziario, con la sua cupola sovranazionale che ha manifestato la  vocazione a smantellare democrazie, abbattere l’edificio di garanzie degli stati di diritto, reprimere anche l’aspirazione a uguaglianza e giustizia, come fosse una colpa di chi vuole essere libero e che merita la “pena di vita”, se vogliamo continuare a chiamare così quello che ci aspetta.

 

 


Servitù allo stato gassoso

gasdotto_tap-420x235 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non facciamoci illusioni, ormai siamo un posto occupato manu militari e in ragione di ciò posseduto dalla paura. Paura di tutto: paura degli altri, paura di fare, paura di non fare, paura di aver fatto troppo o troppo poco, paura di dispiacere ai figli ingrati, ai genitori severi che non cacciano più un euro, ai condomini, al bancario che ti offre i fondi, ai condomini che non devo sapere che sei alla canna del gas, agli elettori e agli eletti, paura di piacere e suscitare appetiti o invidie, sicché quando arriva l’autunno con piogge sempre meno naturali anche se largamente prevedibili, visto che almeno in quello si sa di non aver fatto niente per contrastare il cambiamento climatico e l’estremizzazione dei suoi effetti, l’unica scelta obbligata è quella della paura di quel che può succedere e che può venir imputato e raccomandare ai cittadini di starsene a casa, tenere chiuse le scuole e i varchi delle metropolitane uscite indenni dai lazzi e salti di tifoserie esuberanti.

Siamo ammaestrati all’ubbidienza, a non dire mai di no, salvo una volta “una tantum” già dimenticata come cadute in oblio le pressioni indegne di chi voleva rafforzare un esecutivo in modo da rendere ancora più obbligatori i si successivi.

E perciò chiniamo la testa a opere faraoniche, opache e dannose quando non semplicemente inutili, che devono solo sortire l’effetto di  regalare profitti ai soliti noti, ci facciamo persuadere che acquazzoni e temporali, come i morti da terremoto, siano fenomeni naturali o effetti collaterali incontrastabili, che gli investimenti sono più produttivi se occupano in una eterna  ammuina lavoratori precari o a cottimo, piuttosto che impegnarli per salvaguardare il territorio, se ci restituiscono reputazione e credibilità da servi presso il padronato globale, piuttosto che riacquistare dignità e qualità di abitare, viaggiare, godersi paesaggio e bellezza, respirare. E ci convinciamo che è il prezzo da pagare, caro, per essere restare nel contesto civile, ammessi al club dei grandi il cui tesseramento costa in cemento, buchi e perforazioni in terra e mare, crudeltà coi poveri e assoggettamento coi ricchi e armi taroccate, aerei scamuffi e correità criminali o silenzi complici.

Se mi viene da spezzare una lancia in favore di questo governo che ha a che fare con i troppi si del passato, una eredità pesante e non voluta che in alcune città ha persuaso le coalizioni di passato a scegliere di perdere piuttosto che affrontare i danni precedentemente prodotti,  quella stessa lancia, gliela spaccherei in testa.

Le minacce di ritorsioni, le intimidazioni e i ricatti degli esattori europei e non, i rischi di sanzioni e multe comminate dagli esattori globali a proposito della Tap come di altri interventi dei quali non è mai chiarita l’efficacia e l’opportunità, anche grazie a una informazione abituata a passare le veline padronali, sono la tradizionale sceneggiatura dell’opera da tre soldi del racket imperiale. Come con la Tav, come con il Ponte di Genova e pure con l’unico davvero efficiente, quello sullo Stretto, come con il Mose di Mafia Serenissima, oggi all’onore delle cronache per via di una acqua alta eccezionale che comunque lo oltrepasserebbe,  come con lo Stadio della Roma, etc., etc., non solo ai cittadini è interdetta la consultazione dei progetti, il calcolo dei costi e  del rapporto costi/ benefici, lo stato di avanzamento, la natura e veridicità dei ritardi e dei cambiamenti in corso d’opera, provvidenziali per le cordate speculative e i valzer di poltrone dei loro manager dentro e fuori dalla porta girevole dei tribunali, ma soprattutto non è concesso l’accesso alle informazioni veritiere sulle penali e i costi della eventuale rottura di patti e contratti già largamente truffaldini all’origine.

Ora è necessario dire che un governo che accettasse il regime dei ricatti (siano sotto forma di sanzioni o risarcimenti a seconda della legenda che ne vuol dare il Sole 24 Ore, il ministro in carica, quello fortunatamente mai abbastanza decaduto) sarebbe un esecutivo che diserta al suo incarico di rappresentanza degli interessi dei cittadini, che abdica e che si rassegna al sì come sistema di comando. Oppure, come abbiamo detto dei governi del si che si sono succeduti, è prostituito e “venduto”.

La vicenda della Tav è il prodotto col marchio doc della fabbrica della menzogna che lavora per sfornare incessantemente corde con cui impiccare e strozzare i cittadini delle morenti democrazie che vuole abbattere definitivamente, se proprio l’Osservatorio Torino Lione ha dovuto dichiararne la “superfluità”:  “…non c’è dubbio, infatti, scrive in un rapporto del gennaio scorso, che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti, soprattutto per effetto della grave crisi economica di questi anni, che ha portato anche a nuovi obiettivi per la società, nei trasporti declinabili nel perseguimento di sicurezza, qualità, efficienza….Lo scenario attuale è, quindi, molto diverso da quello in cui sono state prese a suo tempo le decisioni e nessuna persona di buon senso ed in buona fede può stupirsi di ciò. Occorre quindi lasciare agli studiosi di storia economica la valutazione se le decisioni a suo tempo assunte potevano essere diverse”.

Vorremmo, una volta rispettato l’iniquo patto, non dover aspettare che gli studiosi ci storia confermino quello che sappiamo già a proposito della inutilità, che diventa danno, della Tap, il progetto fortemente appoggiato dall’UE “al fine di ridurre la dipendenza dal gas russo per ragioni geopolitiche e allo scopo (educativo?) di stimolare la competizione tra diverse fonti di gas” , e con l’obiettivo di far passare il messaggio che il gas è un combustibile “pulito” e un partner nelle risorse rinnovabili, portando nel nostro Paese il gas proveniente dall’Azerbaigian, attraverso Georgia, Turchia, Grecia e Albania:  gli otto chilometri «più lunghi del mondo », come recita lo slogan dei cittadini ribelli, che iniziano in località San Basilio, nel Comune di Melendugno, e arrivano alla Masseria del Capitano, a mezzo chilometro dalla spiaggia di San Foca, un piccolo gioiello difeso a spada tratta da ambientalisti e abitanti del posto e che non dovrebbero subire nemmeno l’onta di assoggettarsi alla direttiva Seveso sui requisiti di pericolosità e l’eventuale interazione con altre fonti inquinanti.

Non dovremo aspettare loro per sapere che l’Italia, vanta già un’offerta ben diversificata importando GNL e gas dalla Russia, dal Nordafrica e dal Mare del Nord, che i 10 mld mc che ci conquisteremmo a caro prezzo sono un volume marginale che, a proposito di stimolo alla concorrenza,  non scalfirà la quota di mercato di Gazprom. E che il costo stimato per portare gas azero in Europa attraverso il SGC è di 7-8 doll./MBtu, ossia il doppio del costo marginale sostenuto dalla Russia (3,5-4 doll./MBtu).

E non occorre avere la conferma della storia per farsi un’opinione sul prezzo nel lungo periodo di scelte così improvvide anche paragonate ad eventuali costi di penali e risarcimenti, rispetto al danno che si ripercuoterà per anni e attraverso più generazioni, prodotto all’ambiente e alla collettività.

Invece la storia ci dirà, ma già adesso possiamo avvalerci della cronaca, che bisogna dire dei no per lasciare una impronta che non sia quella lasciata dai faraoni, dai conquistatori, dai feudatari ai danni degli schiavi delle piramidi, dei nativi, dei cittadini oppressi e depredati. Che se non si comincia si è condannati a subire capestri, imperativi, avvertimenti mafiosi e costrizioni in fiammingo, francese, inglese, come si addice a cupole legali, che ci hanno già imposto pareggio di bilancio, accondiscendenza a una carità pelosa a nostro carico, cravatte e forche per il salvataggio di banche criminali.

Il rapporto dell’Corporate Europe Observatory sull’industria e la lobby del gas pubblicato un anno fa  informa che l’industria del gas che vuol costringere l’intera Europa a protrarre per oltre 40-50 anni la sua dipendenza dai combustibili fossili, con conseguenze disastrose per il clima, le comunità locali e per i territori lungo tutta la tratta del gas, infrangendo gli impegni presi in materia di cambiamenti climatici ed energia pulita, ha speso circa 100 milioni di euro nel 2016 per azioni di lobby dirette a influenzare le scelte dei governi nazionali e della Commissione Europea in materia  energetica e a tenere a bada le proteste, con truppe di oltre 1.000 lobbisti e un esercito di agenzie di consulenza e pubbliche relazioni.

Metterci insieme per fermare soprusi e prepotenze ai nostri danni, non costa niente e ci risarcisce in futuro e dignità.


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