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Scuola a rotelle

scuola Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quella che ci ostiniamo a chiamare sinistra malgrado certi abusi e tradimenti, ha commesso un errore di sottovalutazione del neoliberismo, riferendosi a esso come a una “teoria” economica, una declinazione forse suicida del capitalismo, destinata a avvitarsi intorno alla sua avidità feroce e immateriale. La spocchia è stata punita  e vien bene dire che il suo contagio è stato così potente da innervare tutto, tanto che quella egemonia intellettuale contamina giudizi e valori ai quali si finisce per  attribuire una qualità commerciale in termini di profitto e redditività, individuale e collettiva.

Per questo bisognerebbe resistere alla banalizzazione che viene fatta di alcuni concetti e alcune certezze che sembravano inespugnabili e che costituivano la cassetta degli attrezzi culturali di chi si batteva a nome e per conto degli sfruttati, a cominciare dalla consapevolezza che  la conoscenza e il sapere venissero loro negati per condannarli a uno stato di assoggettamento e subordinazione.

Tema che, di questi tempi, avrebbe dovuto assumere un particolare rilievo, ridotto invece a una insensata polarizzazione: delle convinzioni chi ha scelto di compiere un atto di fede cieco nella scienza, addirittura nei suoi sacerdoti e nei loro assiomi -ancorché marchiati della abiura al caposaldo fondamentale di ogni disciplina, il dubbio, e chi invece il dubbio lo vive e lo esprime nella convinzione maturata da secoli che si tratti di  materie soggette a condizionamenti, che dottrine, ricerche, speculazioni e sperimentazioni non possono mai essere “neutrali” e che è doveroso e responsabile contrastare l’imposizione, sempre oscurantista, di teorie che, direttamente o indirettamente, confermano il pensiero di Rosa Luxembourg: dietro a ogni dogma c’è un affare da difendere e mettere a reddito.

Così ormai dire che cultura e sapere non solo recano un marchio di classe. Ma addirittura che, contrariamente a quello che ci si aspettava dal Progresso, la diffusione di livelli di benessere e l’accesso alla scuola pubblica non hanno saputo emancipare e liberare dall’ignoranza, ma l’hanno solo addomesticata fornendo a una gran massa di cittadini strumenti elementari utili a sancire l’appartenenza al consorzio civile, mentre ormai da anni il “sistema” lavora per restringere la potenza dell’istruzione riducendola a formazione preliminare al lavoro, determinando  specializzazioni secondo le quali l’eccellenza consiste nella ripetizione meccanica di atti decisi altrove.

Basta pensare alle otto competenze chiave europee (dette anche di cittadinanza) che gli individui dovrebbero acquisire per garantirsi il  pieno sviluppo, individuate dall’Unione Europea e che dovrebbero rappresentare un punto di riferimento per la normativa nazionale soprattutto in tema di scuola e didattica, tra le quali non è annoverata quella di pensare con la propria testa per essere  in grado di interrogarsi sulla società e di criticarla, di partecipare del proprio presente e di crearsi una indipendente aspettativa per il futuro.

E se la scuola che è stata concepita in questi anni reprime l’indipendenza intellettuale in favore dell’ubbidienza, oggi altri fattori concorrono a farci pensare che perfino un’istruzione pubblica destinata a forgiare il ceto dirigente del domani, eliminando via via gli inabili e immeritevoli per nascita o indole a conquistarsene le carriere è troppo per il nostro sistema, troppo costoso e troppo rischioso, perché c’è sempre il pericolo che il dissenso si annidi e si sviluppi tra il personale didattico, nelle famiglie, tra gli alunni compromettendo quell’unità desiderata di soldati della fatica e del consumo.

Da mesi ormai tutto ruota intorno  al rispetto delle norme sul distanziamento fisico in assenza di un sufficiente numero di docenti, personale ATA e aule, sulla imposizione di mascherine (adesso c’è la lirica raccomandazione degli esperti rivolta alle imprese del nuovo brand sanitario, di produrle “trasparenti” per bambini e insegnanti, che “il volto e il sorriso sono fondamentali per la comunicazione”), ai contenziosi aperti tra dirigenza e personale, tra ministero e sindacati intenti a sabotare,  alle immaginifiche proposte di individuare soluzioni logistiche creative collocando la didattica in B&b, alberghi sottratti temporaneamente al fallimento. Per mesi   abbiamo assistito al teatrino dell’assurdo di una ministra impegnata a reperire tre milioni di banchi monoposto su ruote, allegoria oscena di una scuola affetta da gravissimo handicap che la costringe all’immobilità, sfociata nella felice epifania di un  bando d’acquisto (europeo, perché la quantità assorbe cinque anni di normale produzione nazionale) con undici  vincitori, che, pare,  forniranno i materiali entro fine ottobre, dopo la ipotetica riapertura, dopo le elezioni, e mentre ancora si sentono echi di guerra sempre più allarmanti su focolai, contagi, untori, colpe cioè da scontare con nuove restrizioni, isolamenti, esemplarmente rappresentati dalla decisione, nel caso di un bambino sottoposto a accertamenti e “affetto” dai sintomi del Covid, che si isolino con lui anche i compagni di classe e gli insegnanti.

È che mentre Confindustria e pubblica amministrazione cianciano di lavoro agile, smartworking, dorati e profittevoli part time elastici e flessibili, la soluzione scelta per la scuola è quella più arcaica e rigida, contraddetta da innumerevoli sperimentazioni didattiche. I

ll  Corriere della Sera ha entusiasticamente proposto un video formativo per illustrare le proprietà dei banchi-gabbietta, pensato da single, celibi, nubili, che hanno scelto di abiurare alla genitorialità mostrando quei ripiani dove potrebbe stare il calamaio e la penna di Enrico, ma non certo i quadernoni e le vagonate di testi con cui vengono stipati gli zaini delle nuove leve, prefigurando una scuola si finisca per impiegare soltanto un tablet, indicando nel digitale l’unica desiderabile  fonte di conoscenza e esercizio pedagogico, perfettamente coerente con il disegno che sta prendendo forma di una didattica a interruzione, accorciata secondo le disposizioni eccezionali “richieste” dal contenimento del virus, dove la socialità già colpita da mesi di distanziamento e isolamento, con la criminalizzazione del contato fisico,  viene ulteriormente penalizzata.

Succede così che si metta fine a qualsiasi forma di inclusione e riproducendo altre discriminazioni, la prima delle quali è quella economica, che separa le famiglie che possono esercitare attività e sostegno “sostitutivo” aiutando i figli nelle lezioni, contribuendo all’acquisto di materiale, assicurando collaborazione,   e quelle che stanno vivendo  la perdita di beni, lavoro, assistenza. Ma altre se ne aggiungono se pensiamo alle gerarchie arbitrarie tra scuole e classi meritevoli di docenti di serie A e quelle destinate dalla lotteria ministeriale e periferica a  ricorrere agli avventizi, se nonostante gli annunci trionfali del governo che si vanta di avere strappato al Mef quasi 85 mila nuovi insegnanti di ruolo, a settembre nelle scuole ne arriveranno molti meno, se da anni, soprattutto al Nord, per materie come matematica e sostegno, le graduatorie sono vuote, se già a settembre del 2019 su 53 mila nuove assunzioni previste, ne sono andate a buon fine meno della metà (in Lombardia un terzo, a Milano un quarto), se saranno davvero    40 mila i supplenti in più (oltre a 10 mila bidelli) che Azzolina  promette che fanno stimare che nel prossimo anno si raggiunga  la cifra record di 250 mila supplenti (quasi un docente su tre).

È difficile dire se sia peggiore la probabilità che tutto questo venga mostrato e dimostrato per legittimare la fine della scuola pubblica, autorizzando chi può a rivolgersi al settore privato, che tra l’altro gode delle provvidenze pubbliche, chi non può, a accontentarsi di strutture fatiscenti, personale frustrato e demotivato, parcheggio per la bassa forza, per chi è già condannato a attività servili e abituato ormai a una vita e desideri sottocosto.

O se e più allarmante questo tirocinio che concretizza quello che deve essere la didattica quando l’unico diritto conclamato è quello alla “salute”, dove prevale sull’educazione, la pedagogia, l’insegnamento alla responsabilità, alla indipendenza di pensiero, alla consapevolezza dei propri doveri ma anche del diritto a esercitare talento e vocazioni,  la necessità di adeguarsi al sistema della sorveglianza e alle sue regole, fondato sul controllo individuale e collettivo. E che oggi si realizza con i tamponi, i test sierologici, le telecamere e il filo spinato in attesa di rimpatri dei soggetti a rischio, il deterrente delle sanzioni e dell’isolamento coatto, e poi con l’enfasi data alla obbligatorietà della digitalizzazione, quando la rinuncia alla privacy  diventa il prezzo volontario da pagare per ricevere informazione, accesso alla rete, servizi e con essi l’annessione alla società, dove lo Stato, il settore pubblico: scuola, università cura, rappresentano sono dipinti come gli ostacoli al benessere, alla libera iniziativa, alla affermazione di ambizioni e al conseguimento di profitti.

Tra profezie e horror, pestilenze e cure prodigiose perlopiù offerte dagli untori, finiremo per preferire sostituire la conoscenza con qualche algoritmo e i maestri con utili automi che risparmino ai nostri figli la fatica del sapere e della libertà

 


A lezione di ignoranza

mioAnna Lombroso per il Simplicissimus

Bisogna fare attenzione a non lamentarsi troppo che un nostro bene comune è trattato come una Cenerentola, trascurato come un corpo estraneo nell’agenda politica  e sociale. Di solito è il primo passo per farne una emergenza da trattare come tale adottando misure eccezionali, incaricando autorità supreme, applicando regole    per poi affidarlo alle cure di gente pratica delle leggi del mercato e della concorrenza.

Così è lecito pensare che lasciare all’incuria un patrimonio altro non sia che un sistema per cederlo a poco prezzo, come sta succedendo proprio con il più prezioso che dovrebbe stare sopra agli altri, l’istruzione affidata alla scuola pubblica.  Tempi di studio ridotti, edifici fatiscenti, insegnati vecchi, o precari, o demotivati o tutte questo cose insieme non sono casualità, non sono incidenti accaduti oggi e prodotti dalla crisi, bensì gli ingredienti della ricetta per avvelenare e far morire la scuola pubblica e fare spazio a quella privata che realizzi la distopia neoliberista di una “formazione” manageriale, commerciale e competitiva per preparare al mondo del lavoro.

Non a caso, come succede con i convertiti che si rivelano più entusiasti esecutori della dottrina appena rivelatasi dei suoi tradizionali sacerdoti,  la riforma che ha dato il via al processo non è tanto quella firmata Moratti o quella della Gelmini che si sono dimostrate ferventi interpreti del progetto messo a punto da Berlinguer, il vero faro nel percorso di aziendalizzazione della scuola e dell’Università, esemplarmente riassunta dalle tre I della Buona Scuola di Renzi &Giannini & Fedeli: Impresa & Inglese & Internet.

E per consegnarla a chi se ne intende e a prezzi stracciati hanno convertito la crisi in emergenza grazie a tagli di risorse (alla Gelmini si deve quello diventato proverbiale di 8 miliardi), alla progressiva demoralizzazione del personale, all’imposizione di un format di sapere utilitaristico, all’esaltazione del merito promosso dall’appartenenza a ceti privilegiati e alla rassegnazione e accettazione delle disuguaglianze, sancite dalla opportunità per chi ha di pagare di tasca propria gli optional più favorevoli per l’affermazione della propria dinastia. Non è andata meglio con il passato governo che nel ridurre perfino con la propaganda l’utilità del titolo di studio, del sapere e della conoscenza, ha voluto accentuare l’aspetto familistico e caritatevole della scuola primaria e secondaria, come di una istituzione che dà asilo ai giovani  e ne protegge l’innocente ignoranza.

Altro che “organo costituzionale” come ebbe a definirla Calamandrei e altro che sede per il riscatto, per la liberazione e l’affrancamento come sognavano quelli persusasi della sua potenza  nell’incidere sulle predestinazioni sociali, illusi che la scuola, frutto di un sistema     divisivo potesse non riprodurre al suo interno le disuguaglianze, le differenze e le sopraffazioni. La speranza più realistica affidava alla conoscenza questa funzione di consapevolezza, di critica e di redenzione, ma si sa che la speranza realistica è sostituita interamente dalla realpolitik che vuole infilare la cultura tra due fette di pane in modo che sia produttivistica, che “si possa mangiare”, più ancora che “dia da mangiare”.

E cosa c’è di meglio che imbandire la tavola dell’istruzione per rispondere all’avidità dei privati in modo che possano giovarsene secondo fame e gusto? E non si tratta solo del governo della scuola, dei finanziamenti per le scuole parificate, ma di affermare una ideologia che vuole  che i suoi luoghi diventino  i laboratori e le fabbriche della  “cultura d’impresa”, fondata sui valori del mercato e della sua rivendicazione  di forgiare le nostre vite coi principi dell’interesse personale, dell’ambizione, dell’egoismo e della competizione.

Come avevamo ampiamente previsto ci pensa l’asse Pd-Lega: «Se ha senso che sia la regione a definire gli assetti sulla scuola e il numero studenti, allora è giusto che sia il presidente della regione a stabilire se una classe deve avere 15 o 25 studenti sulla base delle caratteristiche territoriali, la demografia, su cosa accade nelle valli». La frase che non lascia dubbi, l’ha pronunciata qualche giorno fa il ministro degli affari regionali Francesco Boccia al termine dell’incontro con il governatore della regione Lombardia Attilio Fontana, che ha così riaperto la porta alla “regionalizzazione” della scuola, uno dei fondamenti dell’autonomia dei ricchi che prevede la cessione delle competenze organizzative, didattiche e di gestione anche delle remunerazioni dei docenti dallo Stato alla Lombardia e al Veneto e che era stata ostacolata  nel governo precedente dal movimento 5 Stelle.

Non  a  caso che sulla scia delle più prime tre,  Emilia, Lombardia e Veneto, anche Marche e Umbria avanzano pretese di autonomia differenziata proprio sulle materie dell’istruzione e della formazione tecnica e professionale, oltre che dell’università ampliando le competenze trasmesse alla  possibilità di intervenire sul curriculum degli studenti e sull’alternanza Scuola-Lavoro, per promuovere quella “sinergia tra istruzione ed impresa, caposaldo irrinunciabile per fare della scuola il luogo dell’addestramento delle giovani generazioni alle competenze richieste dalle aziende del territorio”, come chiedono l’Europa, la Confindustria, i padroni e i progressisti al loro servizio a tempo pieno con più solerzia dei conservatori.

In attesa dei test e degli Invalsi anche all’asilo e alla primina preliminari alla scuola dell’ignoranza, ci vuol poco infatti a capire che questo  disegno replica su scala nazionale quello delle due velocità dell’Europa, il Settentrione evoluto, progressivo, competitivo, che ha i numeri per stare alla pari con il pingue e biondo  Nord, e il Meridione parassitario, indolente indegno di crescere e migliorarsi e che non merita di accedere all’istruzione e a lavori dignitosi. Il primo con un Pil più elevato (e pure un’adeguata evasione) messo in condizione  di disfarsi degli ostacoli frapporti da regole unitarie: contratti collettivi di lavoro, valore legale del titolo di studio, ad esempio, e di impiegare in forma indipendente e arbitraria  parte rilevante del gettito fiscale. Il secondo condannato a corrispondere agli stereotipi di geografie predestinate all’accoglienza di stranieri in forma di profughi, cottimisti soggetti al caporalato, braccianti che non hanno la fortuna o l’abilità di diventare ministri,  o turisti, espropriate di speranze e consegnate alla malavita, che peraltro da tempo ha pensato di occupare profittevolmente altri siti più adatti alle sue pretese e dove trova alleati che dividono le sue stesse consuetudini al ricatto, all’intimidazione e alla sopraffazione.

 

 


Nuova sanità, apre il Sieteaspassofratelli?

091526276-6434ed74-ba46-49d5-9d14-e3c510f74d39Anna Lombroso per il Simplicissimus

Immaginate di essere Alberto Sordi che la sera di San Silvestro, in smoking per il veglione, si imbatte nel malconcio che si lamenta sotto il monumento del re d’Italia. È sicuro che il vostro pellegrinaggio compassionevole di ospedale in nosocomio avrebbe ancora meno successo del suo, che finisce di nuovo sotto re vittorio emanuele, col malconcio abbandonato dove era stato rinvenuto. Forse se siete in vena di recare aiuto umanitario a tutti i costi, vi conviene emigrare con il vostro malconcio, portarlo in Franca (magari  i fan della Tav pensano di farne un treno per ricoveri d’urgenza, una specie di treno bianco per Lourdes), o in Slovenia, o in Austria, evitando magari la Grecia che, così dicono ma non so se ci sia da crederci, sta messa peggio di noi.

Dal 25 ottobre entra infatti in vigore la direttiva 2011/24 che “definisce una cornice per i diritti dei pazienti nell’accesso all’assistenza sanitaria transfrontaliera; che garantisce la qualità e la sicurezza delle prestazioni di assistenza sanitaria fornite in un altro Stato dell’UE; e che promuove la cooperazione in materia di assistenza sanitaria tra gli Stati membri”. Ma l’emigrazione sanitaria, non è prevedibile che europei particolarmente spericolati vogliano sottoporsi alle nostre liste d’attesa, incontrerà molti ostacoli, anche a frontiere aperte. Da mesi in tutti i Paesi sono alle prese con adempimenti complessi:   tariffari ancora da costruire, sistema autorizzativo da definire, certificati e fatture in tutte le lingue dell’Unione, punti di contatto e censimento delle strutture che erogheranno l’assistenza, che si dovrebbero concludere in raccordo continuo con i vari livelli amministrativi e territoriali.

L’import-export delle cure resta per ora un brand marginale. L’Italia al momento attuale è in saldo negativo per 25 milioni: i connazionali che vanno all’estero per curarsi sono più numerosi dei pazienti che arrivano da oltreconfine. In euro, circa 75 milioni in uscita a fronte di circa 50 milioni in entrata. Briciole, rispetto all’impatto in termini economici della mobilità interregionale italiana, che muove un giro da 3,7 miliardi di euro, in viaggi della speranza, ricerca di liste d’attesa meno disumane, esodo da ospedali talmente impoveriti da non garantire l’indispensabile, aspettative riposte in specialisti molto celebrati.

E c’è da capirlo, in presenza di un sistema sanitario che rappresenta il laboratorio sperimentale e sperimentato di voragini di bilancio, di spese inutili, di corruzione, laddove la libera concorrenza è costituita dai divari osceni nel costo delle prestazioni delle varie regioni e nel primato di inefficienza, lungaggini burocratiche, spinta alla legittima disaffezione degli operatori.

Ma torniamo al nostro malconcio. Speriamo che il suo sia un malore di lieve entità, una banale indigestione, un malanno di stagione. Perché invece se per caso lo hanno investito sul Lungotevere, c’è da sconsigliargli di recarsi, traffico permettendo, al Fatebenefratelli, quello dell’Isola Tiberina, con vari servizi chiusi, tra cui la dialisi, quattro attività sanitarie ridimensionate e 170 lavoratori a casa, secondo il piano industriale  approvato dal cda dell’ospedale, che, se la Regione Lazio non troverà una soluzione entro la fine del mese, entrerà nella fase operativa. A chiudere, salvo un “miracolo”, saranno, oltre alla dialisi (che conta 60 pazienti), il Servizio psichiatrico di Diagnosi e cura (500-600 pazienti) e il Servizio trasfusionale, che ‘lavora’ circa 11 mila sacche l’anno, e serve anche altre strutture. Dicono i sindacati che a fronte di un volume di attività rimasto pressoché invariato, dal 2005 al 2012, l’ospedale ha subito un abbattimento tariffario e decurtazione di budget per un totale di 70 milioni, 9 milioni solo nel 2012. E dire che nei rpogrammi del Fatebenefratelli c’era un progetto di recupero del primo degli ospedali “sacrificati” sugli altari dello stato di necessità,  il San Giacomo  di via del Corso.

E non va meglio se il nostro malconcio ha uno sfogo, un fastidioso brufolo, perché   soffre più di lui l’Idi, l’istituto dermatologico della Congregazione di quei Figli dell’Immacolata Concezione che hanno concepito una operazione per niente immacolata, appropriandosi  di una cifra che si aggira    intorno ai 14 milioni di euro  e portando al disastro il fiore all’occhiello della sanità vaticana,  doverosamente convenzionato con le Asl.

Per non parlare del  San Raffaele, gioiello dell’immarcescibile e intoccabile ras delle cliniche Angelucci,  che chiuderà 13 cliniche, mandando in mobilità duemila dipendenti e mettendo a rischio  migliaia di pazienti ricoverati nelle strutture specializzate in riabilitazione, cui la Regione Lazio “nega”  l’erogazione dei  finanziamenti a suo tempo pattuiti.

Uniti nel collasso ospedali pubblici e strutture convenzionate, parlano lo stesso linguaggio, con le parole dello spreco, delle clientele, dei concorsi truccati, degli appalti opachi, degli incarichi oscuri. Secondo la Corte dei Conti cresce il costo medio degli assistiti, arrivato a 1.914 euro a paziente, e con un disavanzo complessivo nazionale di settore pari a 1 miliardo. Ma soprattutto “il settore sanitario continua  a presentare fenomeni di inappropiatezza organizzativa e gestionale che opportunamente ne fanno un ricorrente oggetto ai fini di programmi di tagli alla spesa, mentre frequenti episodi di corruzione a danno della collettività  continuano ad essere segnalati”.

Povero malconcio e poveri noi: la Lorenzin ha ritirato le dimissioni fingendo di credere alla promessa di non dare corso al taglio di 4,6 miliardi per ambulatori e farmaci, promessa subito mancata come annunciano oggi i quotidiani, e poco ci vuole per sospettare aumenti di ticket, riduzioni e contrazioni, ridimensionamenti e razionalizzazioni. L’intento esplicito per non dire dichiarato è probabilmente quello di rispondere con pragmatica determinazione agli indimenticati suggerimenti a togliersi di torno rivolti da  Madame Lagarde ai vari pesi morti della società, vecchi, malati, così improduttivi che non sono utili nemmeno per l’auspicato prelievo forzoso. Ma soprattutto è quello cje abbiamo imparato a conoscere bene e che vale per tutti i settori della nostra società, scuole, spiagge, università, enti di ricerca, beni comuni, energia, acqua, beni artistici, paesaggio, isole, coste: impoverire, ridurre alla rovina, in  modo che diventino facile preda per ogni scorreria, terreno di conquista a basso prezzo per ogni predone italiano o straniero, cassaforte spalancata per le mani rapaci di privati, cui offrire tesori, conoscenza, saperi, competenza a condizioni stracciate di liquidazione, in modo da promuovere forme di selezione antiche e tornate di moda.


Demonticrazia cristiana

9bb8ef850d6ffb8bbada8516fcdf5fcbVedere Berlusconi e scambiarlo per giovane è la stessa cosa che vedere Monti e scambiarlo per nuovo: o si è orbi, o si è in malafede. E se Silvio per le sue cene eleganti deve ricorrere alla pompetta o a chissà quale intruglio, Monti è imbottito di viagra da Bruxelles o Berlino per reggere questa notte italiana. La benedizione del Vaticano al premier uscente, entrante, amletico, indeciso a tutto, salvo che ai massacri sociali, è la prova del nove che tutta la novità del professore consiste in una riesumazione della Democrazia Cristiana, delle sue prassi e della sua idea di governance. La legge di stabilità con le sue opache distribuzioni di soldi, salvezze e prebende è la fotocopia ingiallita di un governo Fanfani, Rumor o Andreotti. Quasi un fax arrivato dal passato.

In un certo senso sono simili anche le circostanze in cui si  sviluppa l’azione: se la Dc conservò così a lungo il suo potere anche se non soprattutto grazie a un compromesso geopolitico che passava sopra teste degli italiani, il tentativo neoguelfo di Monti è parimenti appoggiato dall’esterno in nome di necessità geofinanziarie,  che sono estranee all’elettorato, alla vita e agli stessi interessi del Paese. La sconsiderata campagna con cui Bersani cerca di accreditarsi presso i giornali finanziari come un fedele dell’ortodossia ne è una paradossale e grottesca dimostrazione. Con la differenza che nel periodo della crescita la matrice di conservazione includeva necessariamente, anche se tortuosamente un appello ai diritti, mentre oggi l’orizzonte è quello di stracciarli uno a uno. E insieme a essi il welfare: scuola e sanità si avviamo ad essere privatizzati con quella lentezza  necessaria a non far percepire il movimento.

Ma non voglio esagerare e dire che Monti non sia portatore di qualche carattere originale: un cambiamento c’è perché la sua neo Dc manca del tutto di quel carattere sociale e popolare che il mondo cattolico aveva espresso nel secolo scorso e che in qualche modo era rappresentato pure nelle gerarchie della Chiesa: oggi abbiamo un Papa reazionario che accusa i gay addirittura di attentare alla pace e invece dell’Isolotto o dei preti operai, abbiamo i parroci di Lerici e i Pontifex che richiamano le donne al casto vestire e soprattutto al dovere di starsene a casa fare la calzetta. La nuova democrazia cristiana tecnocratica perché incapace di pensiero innovativo e oligarchica nello spirito, va in perfetto accordo con il ritorno all’arcaismo nella chiesa che del resto non fa mancare il suo appoggio: sono due fenomeni paralleli.

Ma anche due fenomeni che si svolgono alla luce del tramonto: i frutti della fase finanziaria del capitalismo sono ormai maturi e già marci, c’è uno sconosciuto nuovo che batte alle porte, tutto da creare e da lottare, da lontano si sente il rimbombo degli stivali della storia come diceva Hegel: ma la classe dirigente chiede al Paese di turarsi le orecchie come piace alla Fornero e affida ai media il compito di fare baccano per fungere da tappi di cera. Il nuovo che ci viene presentato è solo un aggrapparsi al vecchio, un respirare l’aria viziata da trent’anni di pensiero unico, un ansimare di interessi dentro la palude che è diventata l’intera Europa. La Demonticrazia cristiana, con il suo simbolo  eurocrociato e la sua agenda non “salgono” da nessuna parte: è la politica ad essersi talmente abbassata da scambiare se stessa per tecnica e da permettere a un cortegiano di rincalzo della finanza di farla scendere ancor di più col suo stesso peso. A volta sembra che i palloni gonfiati salgano, ma è solo perché siamo noi a scendere.

 


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