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Sala da pranzo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il sindaco Sala ha detto una solenne sciocchezza e chiosarla o interpretarla servirebbe solo a dare sostegno alla tesi invereconda che a parità di crimini umanitari e ambientali, Anna Frank e Greta Thunberg  siano due vittime, o a parità di comportamenti e impronta nella storia, siano due  esempi di coraggio.

La povera Anna ha scritto un diario spesso disconosciuto dai soli meritevoli della definizione di negazionisti, senza immaginare né pretendere che diventasse un documento storico ed è stata condotta alla morte in un lager senza lontanamente concepire di proporsi come simbolo di uno degli eventi più neri ed efferati della vicenda umana.

Anche della giovane Thunberg potremmo dire “povera Greta”, perché la sua trasformazione in figura allegorica è frutto di una operazione di sfruttamento della sua immagine, programmato probabilmente tra le pareti domestiche, se le sue gesta sono state riprese e trasmesse urbi et orbi fin dalle origini, quando la figlia di una cantante e di un attore è diventata un prodotto commerciale dello star system, i cui sit in del venerdì sono stati esibiti e propagandati grazie a una muscolare strategia comunicativa e pubblicitaria, che ha avuto il suo acme con le sue visite pastorali presso i Grandi della Terra.

Il tutto grazie a un impiego formidabile di risorse retoriche e con una pervasività altissima finalizzati a persuadere la gente della potenza dell’innocenza violata dal profitto e incarnata da una bambina o quasi  che fa tremare i potenti e cui è doveroso credere e affidare un messaggio. In realtà tutto quello che attraverso di lei veniva pronunciato era funzionale alle esigenze di una parte avanzata del sistema capitalistico mondiale, alla sua epica di un’utopia green redentiva, e alla preparazione delle coscienze delle masse a qualche nuovo sacrificio individuale e collettivo.

Non stupisce che anche ora che il mito ha perso smalto, ora che la narrazione si è spostata su altre apocalissi intese a far crescere il senso di colpa collettivo non perché si realizzi un vero cambiamento del modello di sviluppo, che nessuno sembra volere,  ma perché invece  venga esaltata la capacità del potere di generare conformismo, di convincere, influenzare, sottomettere,  mescolando scienza, paura, retorica della catastrofe, insieme a  visioni redentive di sviluppo generatore di benessere, le gerarchie dominanti più basse rispolverino l’immaginetta pop con le treccine, ormai diciottenne, a miserabili copertura di misfatti ambientali e non solo.

Il sindaco Sala non è nuovo a questa pantomima, è quello che riceve in gran pompa il sindaco Lucano  glorificandolo quale figurazione plastica dell’antirazzismo pochi giorni dopo non avere obiettato ai pogrom delle forze dell’ordine contro i clandestini e i barboni in Stazione Centrale. E d’altra parte come insegna Cassius Clay che smise di essere negro quando divenne campione del mondo, un contro è pregare da straccione in una cantina del Giambellino e un altro conto è disporre di una finanziaria reale che si compra a basso prezzo intere porzioni della città per spericolate invasioni costruttive e immobiliari comprensive di pie moschee e gallerie di grandi forme, minareti e grattacieli che nei paesi di origine non svettano più, in segno di riscatto da una architettura arcaica e provinciale come tutta l’obsoleta paccottiglia ideologica occidentale.

E difatti rispolvera l’ambiente nella regione che vanta il record di consumo di suolo, uno dei territori più inquinati del mondo i cui livelli di nocività hanno contribuito all’incremento accertato di decessi, nella città che ha un altro record, quello della gentrificazione, dell’espulsione cioè degli abitanti spinti verso un hinterland sempre più vasto e remoto, per far posto al terziario, alla speculazione delle multinazionali immobiliari e del lusso, agli uffici delle holding finanziarie, che specchiano la loro feroce avidità nelle pareti di cristallo, secondo un incubo bulimico sorpassato dalla attuale contingenza.  

Il gretino di rito ambrosiano l’abbiamo visto esultare ( ne ho scritto anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/02/16/milano-da-mangiare/)  per la nomination al più insensato dei Grandi Eventi che qualsiasi città civile ormai rifiuta come la più cruenta forma di suicidio economico e sociale, che un superstite del Grande Flop dell’Expo dovrebbe evitare come un altissimo rischio, poi l’abbiamo visto col cappello in mano andare a chiedere l’obolo per non dismettere ragionevolmente quella malsana idea anche in tempi di pandemia, nella convinzione che la sua ricandidatura e il suo secondo successo possa essere positivamente condizionata da un ulteriore dissipato sperpero, da un altro intervento incompatibile con ogni presupposto di tutela e salvaguardia, da opere e azioni che in passato hanno dimostrato di essere esposte per la loro eccezionalità a infiltrazioni malavitose e malaffaristiche.

Pensate alla faccia di tolla di chi ha concorso a istituire nel quadro normativo per l’organizzazione dei Giochi il  Forum per la sostenibilità dell’eredità olimpica, con il compito di tutelarne l’eredità, promuovendo iniziative per l’utilizzo a lungo terminedelle infrastrutture realizzate per i Giochi, nonché per consentire il perdurare dei benefici sociali, economici e ambientali sui territori, derivanti dagli stessi, quando ancora non si sa cosa ci sia sotto i terreni dell’Expo, 50 mila metri quadrati acquistati dall’Ospedale Ortopedico Galeazzi oggetto di una diatriba in merito a bonifiche non realizzate, come non si conosce lo stato  dei siti  utilizzati  per i cantieri dell’alta velocità, viabilità dell’Anas, parcheggi della fiera, tenendo conto delle interazioni con le attività industriali di Rho,  quando alcuni dei padiglioni e delle strutture giacciono fuori Milano abbandonati sotto forma di archeologia degli eventi.

E quando dal 2017 è solo sulla carta  il progetto del   Parco della Scienza, del Sapere e dell’Innovazione, comprensivo dello Human Technopole gestito dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova e del Campus delle Facoltà Scientifiche dell’Università Statale di Milano, che doveva prevedere interventi di rigenerazione urbana dell’intera area ex-Expo di 1 milione di mq  con un diritto di superficie per 99 anni per costruzioni comprese tra i 250.000 e i 480.000 mq di slp, mentre non veniva definita la quota minima di verde non è definita, confermano l’intento speculativo e i dubbi sulla pressione ecologica prodotta dalla cementificazione dell’area  denunciati dalle analisi di impatto ambientale e Vas.

Quelli che voteranno Sala non potranno dire di non aver saputo che dopo i sindaci della Milano da bere, lui è il primo cittadino della Milano mangiata.


Mala tempora currunt

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il maltempo si è abbattuto sull’Italia: precipitazioni  nevose sui settori alpini, colpiti il Veneto e il Friuli investiti da  raffiche di bora e mareggiate,  in Toscana voragine nel grossetano, nubifragio a Roma, a Ostia il vento ha devastato lo stabilimento della Vecchia Pineta dove si recavano i gerarchi e le loro signore e finora rimasto intatto, fenomeni a carattere temporalesco al Centro-Sud  dove notevoli accumuli di pioggia che hanno ingrossato i fiumi, portando esondazioni e frane in Campania, Basilicata e Calabria, venti forti  sulle regioni meridionali e sulle isole maggiori. In Sardegna è esondato esonda lo stagno di S’Ena Arrubia nell’Oristanese, tanto da richiedere la chiusura della strada provinciale. E a Venezia “San Marco non regge più” dice il Procuratore della Basilica.

 Nel  calendario lunare  cinese, ogni anno è legato a un animale. Fosse così in Italia, questo per le autorità sarebbe l’anno del cigno nero, tanto è loro cara l’applicazione  della  metafora che descrive così un evento non previsto, che prende di sorpresa con ricadute rilevanti e drammatiche. Così una crisi sociale che dura da anni e che si è concretizzata in emergenza sanitaria viene razionalizzata come un accadimento fulminante e fatale e non come l’esito certo di una catena di fattori di propagazione e incremento dei danno di una malattia, dall’inquinamento alla inadeguatezza del sistema sanitario a prevenire, curare assistere.

E benché ad ogni autunno un paese malandato, trascurato, trasandato, oggetto di sfruttamento delle risorse e del territorio, di consumo di suolo, speculazione e abusivismo, celebri un rito di rovina e di morte, la reazione è quella della sorpresa inaspettata, cui seguono gli atti ogni volta ripetuti e sempre uguali, richiesta del riconoscimento della stato di emergenza che produce misure speciali, commissariamenti di territorio, poteri eccezionali e risorse buttate senza risparmio per la riparazione che – lo sanno anche gli amministratori di condominio, costa di più dell’ordinaria manutenzione, e che viene affidata con agguiramenti di regole e controlli.

Quest’anno non viene riservato nemmeno il doveroso pensiero ad eventuali vittime, non catalogabili in assenza di opportuno tampone, così anche i titoli e  le passerella delle tv del dolore fanno scivolare il maltempo tra le brevi in cronaca.

Non desta sorpresa che ormai il maltempo sia, alla pari della criminalità, un elemento unificante del Paese troppo lungo: al nord operoso come nel mezzogiorno renitente crollano strade, franano montagne, si aprono voragini, straripano fiumi e torrenti, nella Calabria diventata allegoria del malgoverno come nell’operosa Lombardia dove il piano per il risanamento e la messa a regime di Lambro, Seveso e Olona giace nei cassetti ministeriali e regionali da ben più di trent’anni,  nella Sicilia i cui dirigenti politici sono concentrati sul ponte dei miracoli che dovrebbe collegarli a un sogno di sviluppo fatto di cemento, soldi sporchi, pastette e rischi, come nel Veneto diventato un posto dove si stoccano in discariche abusive rifiuti tossici, dove il brand del prosecco largamente infiltrato dalla mafia contribuisce  al dissesto di un territorio un tempo felice e pingue.

E per caso vi ricordate quando lo storico inglese Donald Sassoon sostenne che il buongoverno in Italia veniva percepito come una specificità̀ tipicamente emiliana, grazie a un modello di governo locale   capace di promuovere il benessere attraverso la stabilità politica e un’efficace azione amministrativa?

Qualcuno attraverso i dati di centri studi sostiene che la vittoria alle elezioni regionali di Bonaccini sulla candidata di Salvini sia dipesa da un “tesoretto” di fiducia che ancora resiste  nei confronti delle istituzioni locali e delle associazioni di rappresentanza con livelli di credibilità di Comuni e la Regione superiori al dato nazionale.

Verrebbe da chiederlo agli abitanti di Nonantola a quanto ammonta il gruzzolo di autorevolezza su cui conta il ceto dirigente locale, dopo lo straripamento del Panaro, la falla di 70 metri degli argini del  fiume che ha richiesto 4 squadre di operai, 150 mezzi pesanti per il trasporto di 4500 tonnellate di materiali   e chissà quanti quattrini in previsione dei fondi statali richiesti immediatamente dal presidente, partner con i colleghi di Lombardia e Veneto della sempre più singolare pretesa di autonomia dal governo centrale.

Anche Nonantola alluvionata deve essere stata una tremenda e inattesa rivelazione, malgrado nel 2017 il modenese fosse stato investito da fenomeni altrettanto estremi, malgrado la Padania, espressione cara a a pari merito ai leghisti con l’elmo con le corna in testa mentre suggono l’acqua benedetta del sacro fiume, come ai progressisti/riformisti reduci del sogno rosso, abbia dimostrato di essere una zona a rischio di eventi climatici e pure sanitari, che, si sa, le due cose non sono estranee l’una all’altra.

Le persone, le famiglie e le attività colpite sappiano che la Regione è al loro fianco, da subito- ha dichiarato Bonaccini nello spirito della rinascita tempestiva, un po’ come quella di Conte che ha annunciato urbi et orbi all’Avvenire che dalla primavera “decollerà la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia!”.   La cosa più importante, ha detto, è fare tutto ciò che è necessario per tornare in pochi giorni alla maggiore normalità possibile, facendo rientrare nelle proprie case chi le ha dovute lasciare e far ripartire pubblici esercizi e piccole attività, cominciando da chi era già stato penalizzato dalle misure restrittive anti-Covid”. 

E difatti ha stanziato nel ruolo di elemosiniere due milioni di euro per i ristori economici dei pubblici esercizi colpiti: commercio, piccoli negozi, bar e ristoranti, combinando le mancette della carità pandemica con quelle altrettanto arbitrarie della beneficienza climatica. Non è stato altrettanto sollecito nel fornire dati e preventivi su misure di tutela e salvaguardia del territorio, malgrado abbia a capo della sua compagine in qualità di vice presidente la grande speranza del progressismo “coraggioso”, quella copertina dell’Espresso della Gedi che rivendica di avere al primo posto tra i suoi “valori” l’ambiente.

E come non dare ragione a Chico Mendes quando diceva che  “l’ ambientalismo senza la lotta di classe è giardinaggio”, infatti par di vederla la Elly Schlein con cappelluccio in testa come una eroina di Barbara Pym che zappetta audacemente tra i rosai mentre il suo capo esige che venga rivisto il regime di autorizzazioni per le trivelle davanti ai litorali della regione, mentre mobilitava più di 70 unità mobili specializzate per girare in tutta la regione, provincia per provincia, per andare a cercare chi si sottraeva agli obblighi di isolamento, i positivi renitenti alla quarantena.

O mentre perfino in piena pandemia reclamava a fini turistici una nuova stazione della linea di Alta Velocità in corrispondenza della Fiera di Parma che faccia da pendant con quella di Reggio Emilia, o mentre autorizza la realizzazione di un polo logistico ad Altedo, una distopia costruttiva da  400.000 mq di superficie utile pari a 80 campi da calcio, al centro di una zona priva di collegamenti ferroviari, o mentre si espone personalmente, lui si che è un ardito, per rivedere la legge del 2017 sul consumo di suolo in modo da  renderla ancora più consona alla spirito della semplificazione, quindi più permissiva.

È che l’ambientalismo che piace alla gente che piace è quello della gran balla della green economy che pretende di sanare i guasti del mercato con il mercato, facendo raccogliere lattine, promuovendo il commercio delle licenze di inquinale e eliminando il famigerato olio di palma, è quello che denuncia lo scioglimento dei ghiacci nelle zone artiche, mentre si scioglie di gratitudine per costruttori e immobiliaristi, è quello che si commuove per le foche ma ha girato lo sguardo dallo spettacolo degli allevatori colpiti da terremoto del 2012 che hanno dovuto indebitarsi per rimettere in piedi stalle e attività.

Eh si hanno davvero un bel coraggio, la regione Emilia Romagna diversamente leghista e gli altri gaglioffi di Veneto e Lombardia,  a esigere, dopo le prestazioni in campo sanitario a ambientali come fosse meritata la secessione dei ricchi per liberarsi dalla zavorra meridionale e proprio in materia appunto di salute, istruzione, università, ricerca scientifica e tecnologica, lavoro, giustizia di pace, beni culturali, tutela dell’ambiente, rifiuti, bonifiche, caccia, difesa del suolo, governo del territorio, infrastrutture stradali e ferroviarie, rischio sismico, servizio idrico, commercio con l’estero, agricoltura e prodotti biologici, pesca e acquacoltura, politiche per la montagna, sistema camerale, coordinamento della finanza pubblica regionale, enti locali.

È che il coraggio dobbiamo averlo noi invece, di stanarli e poi confinarli perché non nuocciano gravemente alla salute e all’onore.


Bar Baretta

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da trasecolare: Pier Paolo Baretta, candidato espresso dal Pd per la poltrona di sindaco di Venezia, esibisce come referenza significativa  nel suo sito di propaganda elettorale, che vale una visita non fosse altro che per  lo slogan C’è un altro modo, insieme,  una combinazione vintage di scoutismo e sardine, Veltroni e Zaccagnini,   e della cara antica e rimpianta ipocrisia della Dc e del politicamente corretto dei riformisti – i suoi natali nel sestiere  di Cannaregio.

Ciononostante ci ha fatto sapere che, in nome della stessa ragionevolezza che impone di completare la più poderosa macchina da corruzione creata in Italia, quel prodigio ingegneristico chiamato  Mose, che non ha salvato né salverà la Serenissima dalla furia del mare, ma ha garantito una beata sopravvivenza a una lunga lista di beneficiari di tutte le formazioni politiche, non si può realisticamente dire di No al passaggio delle Grandi Navi e alla breve sosta dei loro forzati, per gli innegabili benefici che portano all’economia cittadina e alla vocazione dell’intero Paese di diventare un luna park globale.

Così il brav’uomo – il compendio di soluzioni che immagina per la “sua” città gli meriterebbe il soprannome di “Banal Grande” appioppato a suo tempo a leader confindustriale cui oggi potremmo addirittura guardare con una certa nostalgia – dice di essere impegnato a esaminare lodevoli compromessi tra transiti alternativi con scavo e allargamento di canali, creazione visionaria di futuristi porti d‘altura, tutte ipotesi che prevedono la doverosa gratificazione  dei veri padroni di Venezia, Consorzio, nuova Agenzia “facciotuttoio” sostituta privatistica del Magistrato, cordate   del conflitto d’interesse occupate a scavare e riempire, dell’inquinamento e delle bonifiche.

Il fatto è che il tradimento da che mondo è mondo si sviluppa e declina in tanti modi, oggi addirittura più sfrontati da quando l’accesso e la circolazione delle informazioni lo rende più sfacciato e spudorato.

Basta pensare a politiche e ministre, che finiscono per legittimare il sondaggio sotto l’ombrellone dei leghisti che si sentono autorizzati per non aver mai espresso ministre dell’istruzione per evidente e incompatibilità, e che a misure e provvedimenti lesivi dei diritti dei lavoratori hanno  accompagnato il valore aggiunto della penalizzazione di genere.

Basta pensare a sindacalisti  che una volta dismessa la tuta, una volta abbandonati i solchi bagnati di servo sudor, si agitano a fare da relatori alle “riforme” di cui sopra, a spendersi per la cancellazione di garanzie e prerogative, come se abiura delle origini e della militanza diventasse una virtù del politico.

Basta pensare a pedagoghi e accademici che una volta saliti al soglio del dicastero di competenza, riescono a fondere impotenza a agire e onnipotenza a ipotizzare precetti in sfregio del diritto all’istruzione e in difesa della loro corporazione.

Basta pensare a cittadini esemplari, forgiati da battaglie per il territorio, che una volta alle prese con bilanci comunali e con le pressioni speculative, si parano dietro ai vincoli di spesa per motivare incapacità, inadeguatezza e assoggettamento a imposizioni private opache.  E mettiamoci anche personalità selezionate da cerchie intellettuali, professionali, tecniche (Venezia ne ha conosciuto un bell’esemplare) che alla prova dei fatti con schizzinosa solerzia vogliono dimostrare il loro disprezzo per elettori, sostenitori e concittadini, per il loro mediocri bisogni, per le loro miserie umane e per l’irriconoscenza per fatica che dimostrano nel condividere provvisoriamente  i loro meschini orizzonti campanilistici e provinciali.

Mica solo Grandi Navi, a ben vedere in tema di disconoscimento, rinuncia simbolica, eresia, il Baretta rivendica un talento speciale,  studente lavoratore (ma riconosciamogli di non ostentare un diploma di laurea mai conseguito) getta alle ortiche il proposito di laurearsi in Sociologia a Trento, sbocco formativo ideale di una cospicua frangia di giovani militanti cattolici, per lavorare brevemente in fabbrica come propedeutico fastidioso ma necessario a farsi accogliere nel ventre opimo della Cisl, dove “testimonia” per ben trent’anni nella lenta parabola discendente dell’organizzazione esemplarmente incarnata da Bonanni, contiguo anche per frequentazioni amichevoli al Sacconi di “siamo tutti nella stessa barca, imprenditori e lavoratori” . Tanto che si attribuisce alcuni successi che la dicono lunga sulla sua missione di rappresentanza e negoziale, a cominciare dalla “ristrutturazione” di Porto Marghera, una delle operazioni più ignominiose condotte ai danni degli operai, della città, dell’ambiente mai condotte e che ha messo il marchio del capitalismo più spregiudicato,  infetto e tossico su un sito industriale che non doveva nascere e che è stato fatto languire nel peggiore dei modi.

Dal 2008  il nostro ha rappresentato Venezia, cito, “sia da deputato che da Sottosegretario all’Economia, ruolo che tuttora ricopro, ho lavorato a diversi provvedimenti per la città e in particolare al rifinanziamento, dopo anni, della legge speciale…. Grazie all’apporto del governo che  è stato in questi 5 anni di 1 miliardo e 300 milioni”.

Trasferito giovani in terraferma, poi nella Capitale, per più alti destini, doveva essersi distratto o forse ci siamo distratti noi, fatto sta che abbiamo potuto godere del suo pudico silenzio, in mezzo al brusio mondiale sulla morte della sua città, in merito alla vicenda del Mose e agli scandali che l’accompagnano, a cominciare dalla sua accertata inutilità e dannosità, alla cacciata dei residenti dal centro storico, processo di gentrificazione che a Trento avrebbe potuto studiare con profitto, alle concessioni e svendite del patrimonio comune a dinastie e cordate private.

E vorrei ben vedere, perché il suo riserbo è stato rotto in accoppiata con Gasparri a tutela di una delle lobby più voraci e più intoccabili, quella dei gestori degli stabilimenti balneari che grazie a loro, oggi complice anche la pandeconomia del Covid che ha cancellato le spiagge libere,  hanno visto riconfermare i loro privilegi illegittimi.  

E dire che dopo sindaci arrivati a Venezia, che se li scaricavi a Piazzale Roma avevano bisogno del navigatore per giungere a destinazione a Ca’ Farsetti, sede storica del municipio, si poteva sperare in un candidato che avesse a cuore la sorte delle due città in una, quella insulare condannata a diventare museo a cielo aperto e quella di terraferma altrettanto destinata a appendice di servizio al sito turistico.

Invece … Ora vi domanderete perché dopo la conclusione forzata del mandato del sindaco Orsoni, espressione, c’è da sorridere per il paradosso, della virtuosa società civile, dopo l’esperienza a dir poco pittoresca di Brugnaro, il Pd candidi una figura scialba, sconosciuta ai più, catapultata in Laguna malgrado l’origine.

Presto detto, siamo all’ennesima applicazione del format Giachetti, la presentazioni di un improbabile più che impresentabile, senza programma se non l’esibizione di una lista di pensierini insignificanti, luoghi comuni dozzinali di quelli dei discorsi da bar, senza ideali e senza idee come è normale se si vuole riconfermare l’adesione cieca al sistema e alla sua ideologia, così è garantita la riconferma o il successo del competitor, che divide gli stessi interessi e le stesse aspettative, ma che si espone e viene sostenuto con maggiore audacia da chi ha capito che può trarre un bel po’ di profitto dalla “patata bollente”.


Ecologia in maschera

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte viene proprio da ringraziare un accadimento che occupa lo spazio pubblico con la sua potenza apocalittica se ci risparmia dall’inanellarsi di baggianate rituali a scadenza annuale.

Impegnati tutti sul Covid 19 ci hanno  graziati delle liturgie della green economy senza olio di palma, delle narrazioni pedagogiche dei patron dei rave di raccolta di lattine  e dei moniti severi degli sporcaccioni globali che finanziano il pallottoliere ecologico a cura dell’organizzazione di ricerche ambientali Global Footprint Network incaricato di misurare le risorse consumate dai dissipati popoli della terra e “estinte” in previsione dell’Earth Overshoot Day.

E siccome quasi nulla può aspirare a stare alla pari con gli scenari rovinologico-sanitari della pestilenza passa senza grande risonanza l’arrivo in Louisiana dell’uragano Laura, più violento e sterminatore di Katrina, che minaccia  quelle che i meteorologi hanno descritto come inondazioni letali e danni diffusi se già 300 mila abitazioni e attività commerciali sono senza elettricità. E d’altra parte a Palermo, a Verona si sono verificati quegli eventi estremi che sono la conseguenza accertata del cambiamento climatico, retrocessi ad allarmi di serie B per via di un ridotto impatto sanitario o percepiti come la declinazione pittoresca contemporanea delle piaghe bibliche che si starebbero accanendo sull’umanità.

In pochi mesi il tema è sprofondato nelle brevi in cronaca e la figurina apologetica di Greta non popola più l’immaginario giovanile   che rinvia i volonterosi assembramenti dei  Fridays For Future a venerdì migliori.

E’  stata anche retrocessa a sterile e irresponsabile argomentazione da complottisti e negazionisti la teoria che possa esserci un rapporto evidente tra pressione antropica, smog,  inquinamento industriale e la superiore incidenza di contagi in Lombardia, registrata anche successivamente alla “riapertura” e, pare, non imputabile all’arrivo di immigrati.

Eppure numerosi articoli presenti in letteratura scientifica (tra l’altro è italiano uno “specialista” autorevole, Mario Menichella che da anni analizza le correlazioni tra condizioni ambientali e patologie) hanno informato che le particelle di particolato fine e ultrafine agirebbero da vettori fisici “leggeri” nei confronti del virus, in grado di portarlo assai più lontano rispetto a quelli  tradizionali.

Eppure, e non a caso, Wuhan, New York, Pianura Padana, che risultano tra le aree più colpite dal Covid-19, sono proprio quelle che  da decenni hanno sviluppato una forte concentrazione di industrie e grandi impianti inquinanti che contribuiscono più di altre sorgenti al loro inquinamento atmosferico per la maggior parte dell’anno, causando di conseguenza un’elevata incidenza fra la popolazione di cancro, malattie cardiovascolari(infarto, ictus, etc.), patologie respiratorie croniche o comorbidità spesso letali.

Eppure nella Pianura Padana da anni si registrano anche a causa della nebbia,  concentrazioni  anomale di varie sostanze nocive (diossine, polveri sottili, particolato fine e ultrafine, gas tossici, etc.), che ristagnano e si accumulano al suolo e che insieme alle emissioni causate dal dissennato ricorso a impianti di biomassa e biogas fanno di questi territori delle zone a alto rischio epidemiologico, come dimostrato dalla incidenza e letalità di malattie respiratorie e polmonari.

Ma la pandemoniaca gestione del virus influenzale del 2020 ha prodotto un effetto mortale in più, quello di cancellare dal nostro vocabolario la formula in passato abusata della qualità della vita, in favore della necessità della sopravvivenza. Proprio come la sopravvalutazione della imprevedibilità ed eccezionalità  di questo incidente della storia è servita a  esercitare una pietosa rimozione delle responsabilità di decenni di  smantellamento della sanità pubblica e di pudico silenzio sugli investimenti che grazie alla carità europea di sarebbero dovuti programmare per il futuro, così la colpevolizzazione dei comportamenti collettivi e individuali è stata brandita come un’arma per distrarre dalle negligenze e dai crimini dei grandi inquinatori, fonti industriale esonerate dal pagamento per i loro crimini e reati grazie a varie forme di immunità e impunità e licenze che intere aree del paese pagano da ben prima del Covid 19 con il loro martirio. 

Vaglielo a dire a Galli della Loggia che, in perfetta consonanza con la ministra Azzolina, attribuisce il marasma nel quale si agitano i responsabili dell’istruzione, allo strapotere dei sindacati, vaglielo a dire ai nuovi predatori pronti a comprarsi risorse e opportunità a prezzi scontati grazie a ristrutturazioni farlocche che promuovono espulsione  di lavoratori e  riduzione della sicurezza e delle tutele.

Vaglielo a dire alle associazioni imprenditoriali che vogliono persuaderci che la perdita stimata di almeno un milione e 1,4 di posti di lavoro – l’Inps fa sapere che gli occupati a fine maggio erano circa 750 mila in meno rispetto a un anno prima e oltre mezzo milione di precari sono spariti dal mercato del lavoro-  sia un incontrastabile effetto collaterale della crisi che deve far abbassare le ali alle pretese di garanzie e protezione, quindi di legalità, arretrata a optional quando non a capriccio incompatibile con la gravità del momento.

Vaglielo a dire a quelli che ancora credono che la partita di giro delle elargizioni dimostri che l’Ue è riformabile e che le condizioni che verranno imposte debbano essere accettate per riguadagnare la reputazione perduta da un popolo che ha voluto troppo.

E vaglielo a dire a Confindustria che reclama riforme strutturali, come se tra “Pacchetto Treu”, Legge 30/2003,  misure del Sacconi dello stare tutti sulla stessa barca, “Jobs Act non ne avessimo avute abbastanza per far regredire il lavoro a precarietà e poi a servitù e che indica tra le priorità la cancellazione del Decreto Dignità.

Ma non è mica l’unica cosa che si vuol cancellare, a guardare il senso profondo del Decreto Semplificazioni che in previsione dell’unica strategia partorita da Villa Pamphili, dalle task force e dal governo per la Ricostruzione (130 grandi cantieri di infrastrutture, stadi compresi, e Grandi opere) propone la demolizione di ogni sistema di controllo, vigilanza e sorveglianza sugli interventi per favorire quella libera iniziativa che non vuole ostacoli, ubbie da anime belle del movimentismo e intralci di antagonisti e anarco-insurrezionalisti.

Basterebbe quello a dimostrare che la tutela dell’ambiente è un optional incompatibile con lo sviluppo, come d’altra parte quella della salute, salvaguardata a suon di mascherine della Fca e di guanti di silicone, e che prevenzione e cure sono lussi che non meritiamo.

E quindi vaglielo a dire a quelli del “niente dovrà essere come prima” se l’unica novità in agenda sono gli interrogativi sullo smaltimento delle mascherine, plausibili a fronte del formidabile incremento della produzione di amteria palstiche a uso “sanitario”, a quelli che davanti allo spettacolo dell’arcadia pandemica, auto in garage, aziende chiuse, città deserte, pensavano che fossimo all’inizio di una beata era delle decrescita felice. A quelli che si illudevano che magicamente fosse arrivato il momento per  ripensare  il modello produttivo e consumistico, liberandoci dalla fatale dipendenza economica e morale del mito della crescita immaginando di sanare i danni del mercato globale con meccanismi di mercato, commercializzazione dei diritti di emissione, import-export dei veleni verso vittime affamate, ricattate e consenzienti o con una ecologia domestica che addossi il peso sui cittadini secondo la prassi della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti.

Vaglielo a dire ai giardinieri dell’ambientalismo senza lotta di classe che la catastrofe rimossa è vicina, che il sistema non è più emendabile e che il rotolare inarrestabile del pianeta verso la rovina travolgerà tutti, lupi e agnelli, rane e scorpioni.


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