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Ecce Bimbi

JANES ADDICTION LIVE AT FABRIQUE MILANO 15 GIUGNO 2016 © DIVINCENZOELENA Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi ero sbagliata nei post dedicati loro, quando sono emersi dai fondali.

Più che alle adunate dei  rave party il movimentismo delle sardine li fa assomigliare di più al popolo degli accendini ai concerti di Laura Pausini, che anche Woodstock o l’Isola di Wight dei raduni hippie risulterebbero troppo trasgressivi, almeno quanto mettere un fiore nei nostri cannoni, per festosi militanti della piacevolezza, se, come è stato ampiamente riportato, anche Greta ne esce come una sovversiva a leggere le dichiarazioni del leader Santori, in vena di costituire un suo partito come un qualsiasi Calenda, e che, richiesto in quel di Taranto di esprimersi su quale proposta abbia in serbo sulla tutela dell’ambiente,  risponde: «Non spetta a noi fare proposte in tema ambientale. Siamo troppo giovani e non siamo un movimento politico».

Chissà se il giovanotto, molto vezzeggiato soprattutto da pensosi intellettuali annoverabili nella cerchia dei venerabili maestri che respirano così una boccata di giovinezza né più né meno di Humbert Humbert o succhiano sangue fresco come il conte transilvano per riproporsi indigesti quanto i peperoni sulle pagine dei quotidiani,  è solo un gran marpione che omette di ricordare che di ambiente si è occupato professionalmente, eccome, (il Simplicissimus di ha informati qui https://ilsimplicissimus2.com/2019/12/01/le-sardine-dei-petrolieri-dal-rottamatore-al-trivellatore/) schierandosi entusiasticamente in veste di giovane Attila  in favore dello Sblocca Italia renziano che aveva dato via libera alle prospezioni ed estrazioni al largo delle nostre coste, comprese appunto quelle tarantine.

Oppure se si tratta solo dell’incarnazione vivente e dinamica di intere generazioni devastate dalle rovinose riforme della scuola di marca progressista, che hanno fatto rimpiangere Gonella e pure la Moratti, e  promosse da quella stessa cerchia di cui sopra che accusa i rottami della “sinistra neo qualunquista” preferendo i qualunquisti rottamatori, appiattita sul modello formativo e pedagogico statunitense, tanto il loro immaginario è stato occupato e posseduto da miti e icone che hanno coperto il più bieco e sanguinario imperialismo moderno e modernista, in un pantheon che mette insieme la New York di Gekko e quella redentiva di Woody Allen,  come se Trump (e Salvini da noi, e Orban e Erdogan e Macron) fosse un incidente sorprendente e inaspettato della storia.

Sono gli stessi che guardano con invidiosa ammirazione ai college come format didattico e brevetto educativo, dove la cultura umanistica è secondaria rispetto al baseball, dove si creano o perpetuano gerarchie sociali aiutate dal fervido bullismo delle corporazioni che ammaestrano a quelle che comandano nel totalitarismo economico e finanziario, dove accanite lettrici di Silvia Plath e Germaine Greer sognano solo di far carriera come Hillary Clinton, sostituendo ineffabili kapò maschi con più feroci kapò femmine.

Il fatto è che quella colonizzazione ha intriso dei suoi veleni tutto il contesto sociale, culturale, formativo, persuadendo soggetti vulnerabili della bontà del precariato, dell’iniquo volontariato, dell’avvicendamento scuola-lavoro, dei part time infami e ricattatori quanto il cottimo,  come forme progressive di indipendenza e libertà. E difatti nelle interviste i leader delle sardine rivendicano di dedicarsi a una non meglio identificata e desiderabile  combinazione di impegno professionale e palestra, di prestazioni in associazioni umanitarie e “creatività”, proprio come gli eroi di Ecce Bombo che girano, vedono gente, si muovono, conoscono, fanno cose,  e che hanno capito che li si nota di più se vengono piuttosto che se non vengono per niente.

Proprio in queste ore l’Ocse ci fa sapere dopo averci informati che saremmo gli ultimi negli investimenti statali nella pubblica istruzione e penultimi per numero di laureati, seguiti soltanto dal Messico, che siamo anche riusciti a applicare quel modello anglosassone   in forma addirittura peggiorativa, dando forma a una  indistinta  scuola “professionale” dove la cultura, l’insieme di discipline in cui si declina il sapere del nostro tempo,  è ridotta unicamente ad apprendistato  di “competenze” imposte agli studenti per accedere al lavoro, un tirocinio alla  servitù   nel  quale  la specializzazione serve a produrre in serie addetti abilitati unicamente  a  premere quel  tasto, magari quello di un Pc che sgancia una bomba a n. chilometri di distanza.

E infatti l’indagine dell’Ocse denuncia che gli studenti italiani di 15 anni hanno competenze scientifiche inferiori a quelle che avevano i loro coetanei dieci anni fa. In matematica mantengono un livello medio sufficiente, in linea con quello dei coetanei dei paesi industrializzati, ma per quanto riguarda le scienze il risultato medio è “significativamente inferiore” alla media Ocse con un punteggio che  non si differenzia da quello di Svizzera, Lettonia, Ungheria, Lituania, Islanda e Israele. Mentre le province cinesi di Beijing, Shanghai, Jiangsu, Zhejiang e Singapore ottengono un punteggio medio superiore a quello di tutti i paesi che hanno partecipato  alla rilevazione.

Uno studente su 4 “non sa la matematica” nemmeno a livello di base, e uno su 4 è insufficiente in scienze. Ma l’aspetto più preoccupante consiste nel fatto che è la lettura, intesa come apprendimento e interpretazione dei dati, rappresenta un ostacolo.  La maggior parte del campione raggiunge appena il livello minimo di competenza in lettura analoga alla percentuale media internazionale con il rischio di incontrare difficoltà a confrontarsi con materiale a loro non familiare o di una certa lunghezza e complessità. Come recitano i titoli dei giornali che riportano i risultati della ricerca “Gli studenti italiani non capiscono quello che leggono” e almeno uno su 4   non riescono ad identificare e capire l’oggetto e il tema centrale di un testo di media lunghezza.

E così si capisce come mai emergano e si affermino le ambizioni di che è stato addestrato a non capire,  a restare sul pelo dell’acqua rivendicando  una superficialità impolitica e dunque incivile, come mai riscuotano tanto consenso nei palazzi e nelle piazze quelli che propagandano l’attivismo dell’esserci e quello dell’avere, piuttosto che la forza più impetuosa della critica e del pensiero. Li hanno voluti e costruiti così, “pratici”, “divertenti”, “creativi”, in una parola degli utenti della servitù.

 

 

 


Huawei, il piccolo diavolo

0038-0001Non si sa bene dove si nascondano Dio o il diavolo secondo le varie versioni in cui l’uno o l’altro stanno nei particolari, ma di certo se sostituiamo ai termini metafisici quelli di verità o falsità possiamo concedere ai particolari un grande spazio. Certo la mente umana non lavora come un computer, a dispetto dei modelli standard che vedono nel cervello una macchina di Turing, né è strettamente legata alla logica booleana dove gli operatori sono solo  and, not, or avendone anche altri che sono quasi, forse, qualche, come se, in parte , a dimostrazione della sua “aleatorietà” che si esprime nelle lingue naturali dove la realtà non è mai disgiunta da un’alea di possibilità. Ehm… mi stavo facendo prendere la mano fresco di letture sulle interpretazioni analitiche della dialettica hegeliana, ma torno subito al dunque: queste caratteristiche della mente permettono spesso di mischiare verità generali e menzogne particolari (e viceversa ovviamente) mettendo cartelli indicatori sbagliati sulle strade della realtà e  condizionando in tal modo i giudizi.

Ieri mi sono trovato esattamente di fronte a un particolare fuori posto che stravolge completamente il discorso: il Wall Street Journal riferisce infatti che Huawei, colpita dalla maledizione del faraone Trump oltreché dello spione planetario Google sulla vicenda 5G avrebbe deciso  produrre smartphone senza componenti statunitensi, utilizzando quelli europei. Qualcosa di vero c’è, ma sono i particolari completamente sbagliati perché si fa credere che il colosso cinese dopotutto dipenda dagli Usa o dall’Europa e dunque dall’occidente. Invece manco per niente, in parte non si tratta di componenti, ma di macchine operatrici per la produzione di processori a 7 nanometri sviluppati dalla Tsmc di Taiwan che ha battuto sul tempo Intel e Amd. L’azienda di Taipei per produrre i chip di ultima generazione  si serve di macchinari tedeschi, quindi non ricade sotto le grinfie a stelle e strisce, ma per quanto riguarda i processori collaterali alla cpu dei telefonini, con architettura Arm (nata in Inghilterra, ma oggi controllata dalla Softbank giapponese che non si sogna di mettere divieti)  Huawei è stata costretta a cambiare fornitori in tempi strettissimi e dunque ora acquista dell’olandese NXP Semiconductors, in pratica una branca della Philips di cui fa parte anche la italo francese Stm microelectronics. Da notare che in ogni caso questi chip comunque siano marchiati, americano, giapponese o europeo  vengono costruiti in Cina e dunque il problema è essenzialmente societario, non tecnologico. La verità in qualche modo è l’esatto contrario di quanto l’articolo del Wall street journal suggerisce, sia pure in modo indiretto e a livello di suggestione  perché Huawei è completamente autonoma dagli Stati Uniti, ma in definitiva lo è anche la Cina nel suo complesso mentre ad essere dipendenti . Del resto il fondatore e amministratore delegato di Huawei, Ren Zhengfei, ha detto  ai primi di novembre  che Washington potrebbe mantenere la sua azienda “per sempre” su una lista nera perché si può “sopravvivere bene senza gli Usa”.

Credo che la situazione sia stata analizzata nel suo complesso da un uomo insospettabile, ovvero David Goldmann, autore di libri sulla civilizzazione,  editorialista per l’Asia del gruppo Spengler nonché collaboratore assiduo di Tablet magazine, una pubblicazione di ispirazione sionista, insomma un concentrato di occidentalità neo capitalista: “Il guaio è che non riusciamo ad ammettere a noi stessi che la Cina ci sta battendo. Per anni ci siamo raccontati che i cinesi non inventano nulla, ma semplicemente rubano le tecnologie degli altri e che un sistema economico statalizzato non può competere con le nostre economie di mercato. La modernizzazione cinese non è un’enclave della modernità borghese, come in India, bensì un movimento che si estende fin nei capillari della società. Gli imprenditori nei villaggi cinesi si connettono al mercato mondiale tramite i loro cellulari, vendono i loro prodotti e ne acquistano altri su Alibaba, e ottengono finanziamenti dalle piattaforme di microcredito. i flussi di informazione e di capitali scendono fino alle radici dell’economia e i prodotti rifluiscono sui mercati del mondo. Nel 1987, il pil pro capite cinese era di 251 dollari, secondo la Banca mondiale. Nel 2017, era cresciuto a 8.894 dollari, ossia si era moltiplicato trentacinque volte. Niente di simile si è mai verificato in tutta la storia economica. E non sono stati soltanto i redditi individuali, a essere cresciuti. I treni superveloci cinesi, le super autostrade, i grattacieli, i trasporti di massa urbani e i porti sono mastodontici monumenti alla nuova ricchezza del paese. In confronto, gli aeroporti, le ferrovie e le strade americane sembrano dei relitti del Terzo mondo”.

La vicenda Huawei, ma soprattutto la sua rappresentazione s’informazione occidentale, si condisce di particolari che tendono a obliterare questa nuova realtà. E così rimaniamo col dubbio iniziale: cosa si nasconde nei particolari? Un diavolo da esorcizzare o è il diavolo che cerca di esorcizzare  la propria sconfitta?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8 ammesso e mon conecesso allora


Il Supplizio di Venezia

il ponte della libertà visto dall'altoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ho sempre pensato che le pulsioni alla scissione fossero sintomi di gravi malattie non solo infantili della politica, tanto che l’unica secessione che mi aveva appassionato era quella viennese. Ma avevo cambiato idea in vista del referendum che doveva tenersi a Venezia l’1 dicembre per la separazione dell’enclave storica dalla terraferma.

A persuadermi non era soltanto l’offerta informativa della stampa ufficiale che a posteriori titola entusiasticamente: ennesimo flop, come se la scarsa affluenza costituisse un segnale di maturità democratica,  suffragata dalle sollecitazioni del sindaco in carica che mandava avanti i suoi scherani di giunta perché a lui veniva da ridere come nelle barzellette, nemmeno i nomi eccellenti dello schieramento per il No, compreso  gli ex sindaci Cacciari che ha generosamente definito il pronunciamento “una puttanata da poveretti” proprio come aveva fatto in occasione del referendum costituzionale, quando aveva scrupolosamente e coerentemente votato Si, invitando da ora a occuparsi attivamente della città alla cui mercificazione ha ampiamente contribuito, e Costa convertitosi da primo cittadino in patron non disinteressato dei corsari delle crociere e della opere in fieri per perpetuare il loro sconcio. E compreso il governatore Zaia in campo per ben altra secessione più gradita a una ampio spettro di fan leghisti e riformisti.

Sarebbe bastato quello, appunto, ma invece a convincermi è stata l’immagine di un supplizio in voga in tempi altrettanto barbari, quando un condannato veniva abbracciato a un morto, in modo che la sua corruzione infettasse l’altro. E infatti la morte decretata per la Venezia insulare impone analogo destino alla Venezia di terraferma, quella nata dagli imbonimenti che hanno strappato la terra alla laguna per far crescere un impero sul fango (si dice che Marghera derivi dal veneziano “mar ghe jera”, letteralmente “mare c’era”) nel 1917 con l’istituzione della società del  Porto industriale di Venezia,  per la costruzione del porto e del quartiere residenziale,  nel quadro di quella unione  “artificiale” sancita da Mussolini tra la città d’arte da valorizzare con il consumo turistico/culturale grazie ai grandi alberghi della Ciga, alla Biennale e ai Festival e quella industriale e commerciale, con lo sviluppo del porto industriale, del Petrolchimco, del Canale dei petroli, che si aggiungeva ai primi insediamenti produttivi: il Punto Franco, il Cotonificio, i Tabacchi, il Mulino Stucky, le Conterie.

In un caso e nell’altro a beneficiare dei profitti della distopia era la cerchia economico-finanziaria fascista così come oggi a godere dei proventi della  Venezia che deve piacere alla gente che piace sono le cordate del Consorzio abilitate ad avere nuovo illimitato accesso alla greppia del Mose che “si deve finire a tutti i costi”, oltre che alla mangiatoia delle vie d’acqua che garantiscano che le Grandi Navi “passino a tutti i costi”, saranno i compratori del patrimonio pubblico sulle orme dei Benetton introdotti proprio da Cacciati in qualità di spregiudicati conquistadores, e pure le multinazionali dell’accoglienza tra le quali spicca la  Coima sgr, società di gestione patrimoniale di fondi di investimento immobiliare per conto di investitori istituzionali italiani e internazionali Qatar compreso, gestore  del fondo “Lido di Venezia II che si è annesso  il portafoglio alberghiero composto dall’Hotel Excelsior, dall’Hotel Des Bains, da Palazzo Marconi, dalle concessioni sulle spiagge e dai beni ancillari (non meglio definiti) dei due alberghi.

Ed è per quello, in nome di quella coincidenza di interesse di pochi a spese di molti, che quella divisione non si aveva da fare. In modo che i quattrini che è doveroso mobilitare per il patrimonio dell’umanità vadano a finanziare la prosecuzione di un’opera che si è accreditata per essere la madre di tutte le corruzioni e del malaffare, a contribuire a soddisfare gli appetiti di immobiliaristi e costruttori impegnati a realizzare il progetto visionario e fallocratico della città verticale per «favorire azioni di recupero, rigenerazione e densificazione dei tessuti urbani»,  per fare della terraferma e fare di Mestre il «cuore amministrativo e culturale dell’ area metropolitana e del Nordest, «dove inserire un abitare sostenibile, terziario e terziario avanzato, giovani start-up e innovazione», facendo rientrare nello sviluppo in altezza anche il Quadrante di Tessera, in qualità di area “per il divertimento e i nuovi impianti sportivi”.

Si tratta del ricorso ormai consueto all’eufemismo per definire la rinuncia a qualsiasi identità urbana, a qualsiasi vocazione e a qualsiasi destino civico della città di terraferma, ridotta a immenso dormitorio per residenti e visitatori, condannata a hub infrastrutturale, alberghiero, burocratico al servizio del museo a cielo aperto, che anche in virtù del Mose ha breve vita in stato di emersione, ma si è arricchito di nuovo appeal a vedere le frotte di turisti attratti dall’acqua alta, come trailer della spettacolare immersione della nuova Atlantide. E non trascuriamo come questo orizzonti di sviluppo andranno a beneficio delle mafie, prima di tutte quella dei rifiuti che ha scelto il Veneto come nuova frontiera, resa più appetibile in previsione del piano di bonifica di Porto Marghera.

Insomma l’asse di interessi si è spostato, è profittevole lasciare la città lagunare al declino perché la sua agonia mantiene la città di terraferma, ammesso che per ambedue sia ancora lecito l’uso del termine città, se dovrebbe definire secondo la Treccani un “centro abitato di notevole estensione, con edifici disposti più o meno regolarmente, in modo da formare vie di comoda transitabilità, selciate o lastricate o asfaltate, fornite di servizî pubblici e di quanto altro sia necessario per offrire condizioni favorevoli alla vita sociale”. Mentre quello che è stato un prodigio urbanistico assiste all’espulsione dei suoi abitanti, alla rimozione della sua memoria e del suo futuro, alla conversione in parco tematico, forse acquatico come a Acqualandia, condannata a una inarrestabile morte insieme a un nucleo cui era stata imposta una vocazione artificiale e un destino altrettanto sintetico, come due prodotti contraffatti messi sul mercato in confezione sotto vuoto con il marchio dell’Unesco.

 

 

 

 

 

 


F 35: armarsi per essere disarmati

03Con tardiva resipiscenza e a cose concluse, il Manifesto si chiede per firma di Alberto Negri, perché un Paese disastrato debba spendere 14 miliardi per dotarsi degli F35, l’ultima ciofeca dell’industria bellica Usa, il cui scopo non è quello di avere un caccia in grado di opporsi ai suoi avversari, che gli sono superiori in tutto, ma principalmente di sferrare il “primo colpo”, configurandosi  essenzialmente come un’ arma nucleare tattica destinata all’attacco, tanto che nella dottrina militare Usa l’ F35 essa dovrebbe operare sempre sotto la protezione di altri caccia da superiorità aerea. Naturalmente l’obiettivo del Manifesto non è tutta la disgraziata operazione che ci ha portato all’acquisto di questo aereo sulla quale il “giornale comunista” ormai solo nella più accesa fantasia, ha sempre traccheggiato in modo imbarazzante, ma di colpire i Cinque stelle una volta ferocemente contrari all’acquisto ma che oggi “voterebbero qualunque cosa pur di restare in sella”. Con l’aggiunta di voler fare un favore a Trump, quando tutti sanno che la vicenda F35 si è vergognosamente dipanata durante il regno di Obama, il grande buana bianco della “sinistra” di governo ancorché fosse nero.  Insomma mentre il Paese viene aggredito da ogni parte, dagli F 35 come dal Mes non si riesce ad uscire dalla polemica delle comari e dei vari clan di potere, cui corrisponde una risposta popolare debole, schizofrenica, quando non evasiva ed completamente eterodiretta .

La vicenda degli F35 al contrario  dovrebbe indurci finalmente a fare i conti con la storia e a renderci conto che la nostra spesa militare, ancorché molto gravosa e in aumento del 4 per cento nell’ultimo anno, arrivando alla bellezza di quasi 90 milioni al giorno, non è costruita per la difesa del Paese, bensì come forza di appoggio al complesso militare Usa: gli acquisti di armi ci vengono imposti perché esse servono al complesso militare americano anche se per noi sono completamente inutili:  l’F35 è un caso di scuola con le sue scarse capacità di caccia, ma con la sua vocazione al first strike nucleare. Tuttavia noi non abbiamo atomiche, vi abbiamo rinunciato sempre a causa dello statuto coloniale, mentre abbiamo 70 testate made in Usa stanziate sul ostro territorio e sulle quali non abbiamo alcun concreto controllo. Dunque appare in tutta la sua chiarezza che un no alla richiesta di foraggiare la Lockeed  sarebbe stato doveroso, anche da un punto di vista costituzionale, e tuttavia impossibile a causa della forza del partito americano che permea ogni livello delle nostre istituzioni. Ma quale nemico dovremmo fronteggiare per spendere 14 miliardi più altri 10 che se ne andranno in aumenti dei costi e in manutenzione quando siamo alla canna del gas e non riusciamo nemmeno a racimolare i soldi necessari  per le emergenze territoriali che ci colpiscono? Naturalmente quello che di volta in volta decide Washington con effetti che sarebbero esilaranti se non fossero drammatici: la Libia che è dietro l’angolo e dove abbiamo consistenti interessi economici ci prende a pesci in faccia, ci abbatte i droni e nemmeno chiede scusa, mentre siamo andati a spendere morte e miliardi in Afganistan per una guerra feroce, perdente e oltretutto completamente inutile rispetto ai nostri interessi. In sostanza surroghiamo il tesoro americano per mantenere forze armate che altro non sono se non un corpo coloniale, incapace di qualsiasi autonomo intervento non solo in termini politici, ma anche militare. Possiamo anche impegnare tutta la vuota retorica Nato, ma non possiamo sfuggire a questa realtà.

Perciò è fuori luogo strapparsi le vesti per l’obbligo di raschiare il fondo del barile e acquistare i caccia più costosi e più scadenti di tutta la storia dell’aviazione, visto che da settant’anni siamo dentro questa logica di occupazione militare con l’obbligo  di  armarci  secondo le necessità altrui e rispondendo senza fare un fiato alla strategia fondamentale della Nato post muro di Berlino  che è quella di offrire copertura politica alle avventure americane e nello stesso tempo, in caso di conflitto generalizzato, di assorbire parte della risposta nucleare degli avversari riducendo il danno in Usa. In questo senso non sono gli Stati Uniti che ci difendono dalle minacce che essi stessi creano, ma siamo noi che difendiamo gli Usa come prigionieri che debbono prendersi le prime pallottole. Stranamente, anzi non tanto conoscendo il ceto politico che ci ritroviamo, più cresce la multipolarità nel mondo e quindi le possibilità di allentare questa cattività babilonese, più andiamo a ficcarci in una situazione di dipendenza assoluta grazie alla quale ci armiamo fino ai denti per essere disarmati.


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