Anna Lombroso per il Simplicissimus

Intorno agli ultimi anni del secolo breve, le grandi agenzie e organizzazioni globali aggiornarono slogan e contenuti di uno dei loro temi più frequentati, cambiando la “guerra alla povertà” con la dichiarazione di guerra ai poveri. Raccomandarono già allora i governi di modernizzare regole, soggetti e strumenti di mantenzione dell’ordine pubblico  e di preparare la “pace sociale” grazie a guerre di “bassa intensità” ma permanenti che contrastasse il pericolo  sempre più ferino che minacciava le calde e comode case, gli ordinati boulevard, i giardinetti ben pettinati della città.

Perché ormai l’uomo stava diventando un animale metropolitano e i capi di battaglia sarebbero stati quelli, con i quartieri residenziali costretti a difendersi con acuminati dispositivi che saltan su dal cemento per forare le ruote dei camper dove i più fortunati vivono, con guardiani pronti a sparare proiettili di gomma e non solo su audaci guerrieri della notte che si spingono fuori dalle loro bidonville, dalle loro favelas, dai loro abitacoli di lamiere e cartoni, per sfidare e intimorire gli abitanti dei ghetti di lusso, arroccati e assediati da marmaglie sfrontate che hanno allestito le loro baraccopoli fino a sfiorare la Casa Bianca o l’Eliseo.  

Si suggeriva ai governi di dotarsi di polizie anche private, di estendere alla tutela dell’ordine pubblico le competenze degli eserciti, di irrobustire il quadro normativo delle leggi di sicurezza per prevenire il rischio di sommosse e saccheggi in una condizione bellica difensiva e offensiva senza sosta.

Sono passati gli anni, la guerra a bassa intensità si adegua ai nuovi tempi e ai criteri dettati dall’orizzonte del Grande Reset e le diplomazie imperialistiche e i loro Sun tzu raccomandano di adattare le sue arti in modo da trasferire i conflitti in altri contesti, impiegare altre armi, altre strategie e altre tattiche, quelle messe a disposizione dalla tecnologia. Ne parlano di continuo i cortigiani della Nato, incoraggiati dal nuovo corso che vuole ridare vigore  al protagonismo del guardiano del mondo agonizzante messo nelle mani di un demente esaurito dalla scalata alla Casa Bianca che sdrucciola giù dalle scalette dell’Air Force One e che le definiscono “guerre ibride”.

Contrassegnate dall’irrinunciabile impegno di strumenti bellici tradizionali, per via di quel riarmo permanente che da sempre costituisce  la chiave di volta per far ripartire ad ogni crisi l’economia Usa e che il tremulo nonnino ha deciso di potenziare con la demonizzazione fanatica dell’eterno nemico, sconfineranno e infiltreranno altri contesti economici e sociali, espropriando e danneggiando il “nemico”, danneggiando i suoi apparati informativi, impegnandolo in guerriglie interne grazie all’impiego di terroristi mercenari e contractor addestrati per spaziare dagli omicidi di personalità influenti all’accreditamento di attività illegali e criminali.

Nell’ultimo consiglio dei ministri della Nato che ha prodotto oltre all’ atto di fede  di questa dichiarazione congiunta:  La Nato è il fondamento della nostra difesa collettiva: insieme riaffermiamo il nostro solenne impegno nei confronti del Trattato di Washington, compreso che un attacco contro un Alleato sarà considerato un attacco contro tutti noi, come sancito dall’articolo 5″,  un volonteroso impegno   nell’acquisto di armamenti, con particolare interesse per scarti messi in liquidazione dal padrone e offerti a caro prezzo ai satelliti più citrulli, Italia in testa con un investimento nel “comparto” di 1,6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente, i partner hanno concordato sulla necessità “in risposta a un ambiente di sicurezza più pericoloso e imprevedibile” di rafforzare  le capacità di deterrenza e difesa, grazie a uno sforzo economico e tecnologico comune per disporre “di  forze più capaci e pronte, dispiegamenti significativi in missioni e operazioni e impegno più profondo con i partner”.  

Si riconferma così la volontà espressa negli ultimi consigli atlantici  di prepararsi a impiegare tutti i mezzi “compresi quelli aerei, marittime o terrestri per dissuadere e difendersi da  attacchi cibernetici”, per tutelare l’egemonia delle grandi imprese commerciali e industriali occidentali che potrebbero esserne insidiate, come se il vero attentato alla supremazia non abbia tutte le caratteristiche del suicidio da quando l’economia produttiva è stata sostituita volontariamente dal gioco d’azzardo della finanza, da quando gli investimenti per l’innovazione sono stati dirottati e impegnati nelle competizioni borsistiche, da quando scuola, istruzione sono state retrocesse a diplomifici per l’ingresso nel mercato del lavoro di esecutori specializzati in un’unica mansione servile.

Certe  guerre gli Usa e l’Europa, il colonialismo e l’imperialismo le hanno perse quando per miopia, vanagloria e incompetenza hanno sottovalutato l’iniziativa e la capacità creativa e imprenditoriale di Cina, Giappone, Corea,  India, quando i profitti delle imprese sono stati garantiti dall’abbassamento dei salari dei dipendenti, dai risparmi delle risorse che dovevano essere mobilitate per la ricerca, da quando gli investimenti statali sono stati demonizzati perché avrebbero contribuito all’aumento del debito pubblico, in modo da incrementare privatizzazioni e svendite di imprese e bei comuni.

Ma con ostinazione cieca e dissennata proprio in coincidenza con le esternazioni da matto con lo scolapasta in testa di Biden  il Segretario generale Jens Stoltenberg aveva invitato a collegarsi  in videoconferenza, studenti e “giovani” leader (Letta? Renzi? Sandro Gozi?) dei paesi dell’Alleanza perché proponessero «nuove idee per la Nato 2030», cercando un terreno favorevole per rinvigorire i capisaldi della nuova guerra fredda contro quello che resta il principale nemico, seguito gerarchicamente da pericolo giallo: le crescenti fide alla sicurezza poste dalla Cina, le cui attività economiche e tecnologie possono avere «un impatto sulla difesa collettiva e la preparazione militare nell’area di responsabilità del Comandante Supremo Alleato in Europa (nella persona di un generale Usa nominato dal Presidente degli Stati Uniti).

Più o meno in quei giorni le anime belle del pacifismo senza redenzione dall’imperialismo e senza lotta di classe, si beavano per l’entrata in vigore del Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari, atto necessario, ma che è segnato oltre che dalla ridotta autorevolezza e credibilità dell’ente promotore  all’impressione che trasmette di un gesto dall’alto contenuto retorico a fronte di una efficacia destinata a restare sulla carta e a premiare le false coscienze, se l’Italia dove a proliferare sono i cartelli fuori da ogni Rio Bo: paese denuclearizzato, concede da anni da decenni il proprio territorio per lo schieramento di armi nucleari Usa,oggi decine di bombe B61, che tra non molto saranno sostituite dalle più micidiali B61-12, come poligono di tiro, come piazzola di addestramento e per test e esercitazioni, come rampa di lancio.

Ma soprattutto siamo certi che ci sia da aver più paura della Bomba che delle armi messe in campo a norma di legge e in favore della Costituzione, se proprio l’alta Corte attribuisce a una epidemia la potenza di una guerra di invasione, concedendo alle autorità licenza di instaurare uno stato di eccezione con tanto di leggi speciali, di sanzioni, di salvacondotti e encomio per i delatori?

Se già da prima del Covid l’ordine pubblico basato sul consolidamento di un trattamento differenziato dei cittadini da sottoporre a repressione è stato considerato precondizione per il benessere. E se con il Covid che ha accelerato la transizione verso il digitale, verso nuovi modello di produzione, commercio, interazione e controllo sociale si considera fatale e inevitabile che avrà un vantaggio politico economico e sociale chi possiede il controllo delle tecnologie con cui si  definiscono e si scrivono le leggi, i tempi e i paradigmi di uno sviluppo sempre più disuguale, così mentre i poteri dominanti inseguono i programmi globali dell’accumulazione finanziaria spetta allo stato farsi promotore e garante del Welfare e ai cittadini sanare i danni del mercato, non comprando da Amazon, raccogliendo lattine contro il “cambiamento climatico”,  rispondendo con la compassione e la carità ai crimini delle discriminazioni.

E se il progetto che ci presentano le autorità addette al nostro commissariamento e alla nostra liquidazione sono firmate con il sangue di una rinnovata Caporetto sociale e morale, che ci retrocede a capitale umano da sfruttare o barattare o cedere, che ci condanna alla rinuncia di diritti incompatibili con la lotta al morbo e con la successiva rinascita all’insegna di definitive soluzioni finali: concentrazione di imprese “sane” e morte di quelle che non cedono all’intimidazione, al ricatto e all’assorbimento, che ci attribuisce un valore commerciale distinguendo tra essenziali e inutili, che ci ha dichiarato colpevoli di aver chiesto e voluto troppo e ci propone la redenzione a mezzo di abiure e sacrifici. E che destina i nostri figli alla beata  ignoranza, per dar loro un futuro da rider, pony, magazzinieri, addetti alla logistica quando non piloti di droni, in modo da scaricare bombe con un clic in geografie remote, senza dover invidiare  automi, robot e intelligenze artificiali più sveglie e consapevoli di quelle naturali, ormai obsolete e moleste.