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Sorpresa: ci sono ancora medici che curano

medicoPotrebbe sembrare modesto e improprio pubblicare il racconto di una dottoressa di base, in mezzo all’imperversare di luminari che dicono tutto e il contrario di tutto come banderuole al vento del mercato pandemico e vaccinale. Invece  è la scelta migliore perché sono questi i medici più a contatto con i pazienti, più vicini all’esperienza concreta nonché gli ultimi nella catena degli “investimenti” umani di Big Pharma e in generale di una medicina orientata al profitto . Dunque non hanno conflitti di interesse o comunque non così grossi da chiudere la bocca. Perciò mi piace riportare l’esperienza di una dottoressa bolognese, Grazia Dondini,  raccontata qualche tempo fa in un intervista e sulle pagine di Auret, Associazione autismo e terapie:_

“Noi medici di medicina generale, tutti gli anni, generalmente da ottobre a marzo, vediamo polmoniti interstiziali, polmoniti atipiche. E tutti gli anni le trattiamo con antibiotico. Si tratta di sintomi simil-influenzali – tosse, febbre, poi compare “senso di affanno” – che non si esauriscono nell’arco di qualche giorno.
 La valutazione del paziente e l’evoluzione clinica depongono per forme batteriche; si dà loro un antibiotico macrolide (e nei casi più complicati del cortisone) e, nell’arco di qualche giorno, si riprendono egregiamente con completa risoluzione dei sintomi.
 Quest’anno non è andata così.
Il 22 febbraio di quest’anno è stata comunicata la circolazione di un nuovo coronavirus.
 Il Ministero della Salute ha mandato un’ordinanza a tutti noi medici del territorio, dicendoci sostanzialmente che eravamo di fronte a un nuovo virus, sconosciuto, per il quale non esisteva alcuna terapia.
 La cosa paradossale è che fino a quel giorno avevamo gestito i medesimi pazienti con successo, senza affollare ospedali e terapie intensive; ma da quel momento si è deciso che tutto quello che avevamo fatto fino ad allora non poteva più funzionare. Non era più possibile un approccio clinico/terapeutico.
Noi, medici di Medicina generale, dovevamo da allora delegare al dipartimento di Sanità Pubblica, che non fa clinica, ma una sorveglianza di tipo epidemiologico; potevamo vedere i pazienti solamente se in possesso di mascherina FFP2, che io ho potuto ritirare all’ASL solo il 30 di marzo. Ma c’è una cosa più grave.
 Nella circolare ministeriale, il Ministro della Sanità ci dava le seguenti indicazioni su come approcciarci ai malati: isolamento e riduzione dei contatti, uso dei vari DPI, disincentivazione delle iniziative di ricorso autonomo ai servizi sanitari, al pronto soccorso, al medico di medicina generale. Dunque, le persone che stavano male erano isolate; e, cosa ancora più grave, il numero di pubblica utilità previsto non rispondeva.
Tutti i pazienti lamentavano che non rispondeva nessuno; io stessa ho provato a chiamare il 1500 senza successo. Un ministro della salute che si accinge ad affrontare una emergenza sanitaria prevede che i numeri di pubblica utilità non rispondano?
Un disastro.

In sintesi: le polmoniti atipiche non sono state più trattate con antibiotico, i pazienti lasciati soli, abbandonati a se stessi a domicilio. Ovviamente dopo 7-10 giorni, con la cascata di citochine e l’amplificazione del processo infiammatorio, arrivavano in ospedale in fin di vita.  Poi, la ventilazione meccanica ha fatto il resto. Io ho continuato a fare quello che ho sempre fatto, rischiando anche denunce per epidemia colposa e non ho avuto né un decesso, né un ricovero in terapia intensiva. Ho parlato con una collega di Bergamo e un altro collega di Bologna che hanno continuatoi a lavorare nel medesimo modo e nessuno di noi ha avuto decessi e ricoveri in terapia intensiva. 
Anche l’OMS ha dato indicazioni problematiche: nelle prime fasi della malattia ha previsto solo l’isolamento domiciliare, nella seconda e terza fase, quindi condizioni di gravità moderata e severa, l’unico approccio terapeutico previsto doveva essere l’ossigenoterapia e la ventilazione meccanica. A mio modo di vedere c’è una responsabilità anche dell’OMS, perché non ha dato facoltà al medico di valutare clinicamente il paziente.

 Poi c’è un altro problema. Si arrivava in ospedale, si faceva il tampone: tampone positivo, quindi veniva formulata la diagnosi di COVID-19. E si veniva trattati come tali. Punto. Qui a Bologna c’è stato anche altro: a pazienti con tampone negativo, venivano fatte una o più TAC toraciche e sulla base delle immagini di “ground glass” veniva formulata la diagnosi di COVID-19. Mi sono confrontata con una radiologa e mi ha confermato come queste immagini radiologiche non siano patognomoniche per COVID-19, poiché si evidenziano in molteplici altre patologie. E quindi si è finito per mascherare altri quadri clinici anche più gravi. Pertanto ritengo che innumerevoli condizioni cliniche non siano state trattate come avrebbero dovuto.

Il primo studio cinese del 24 gennaio afferma che, riguardo all’isolamento del SARS-COV-2, non sono stati rispettati i postulati di Henle-Koch, indispensabili per isolare effettivamente un virus o un batterio. A riguardo, sono andata in un laboratorio di ricerca, per chiedere informazioni, anche perché girava un documento da cui sembrava che si utilizzasse un primer per avviare questa amplificazione genica che avrebbe una sequenza complementare al cromosoma 8 umano (il che significherebbe 100% di falsi positivi). Mi è stato risposto che i postulati di Koch sono vecchi di oltre un secolo. Allora ho chiesto: scusate, voi lavorate con una sequenza genica; ma per allestire un vaccino avrete bisogno del virus intero. Mi è stato ribattuto che in questo caso, i postulati di Koch sarebbero necessari, perché per un vaccino avremmo bisogno dell’involucro virale. Mi sembra piuttosto contraddittorio. Bisognerebbe indagare bene su come vengano allestiti questi tamponi e ricordiamoci che lo stesso ideatore del test di amplificazione genica, il Dott. Mullis, ha sempre sostenuto che non dovesse essere utilizzato a fini diagnostici!

Noi riceviamo annualmente il report dell’influenza dell’autunno-inverno precedente. Ce lo consegnano nell’autunno successivo, in occasione dell’apertura della campagna vaccinale antinfluenzale. Quest’anno, stranamente, questo report è arrivato verso la fine di febbraio: questo significa che si era già deciso che tutte le forme influenzali/simil-influenzali dovevano essere battezzate come COVID-19. L’influenza è sparita, insieme a tanto altro. Io sono convinta che ci troviamo di fronte a numerose sovradiagnosi di COVID-19. Sui dati dei ricoveri e delle terapie intensive: non ci può essere chiarezza fino a quando non si specificherà chi sono queste persone e di cosa effettivamente soffrono. Dai dati comunicati non si capisce: non si fa questa necessaria operazione di definizione dei ricoveri. Si danno semplicemente dei numeri, come i numeri dei tamponi positivi in pazienti per la maggior parte asintomatici. E questo allontana dalla reale misura del problema, sempre che di COVID-19 si debba parlare. E’ evidente che si voglia ricercare solo quello.”

Mi verrebbe da dire che i coviddari non meritano medici così, ancora fedeli al giuramento di Ippocrate si dovrebbero curare solo presso i luminari della paura. Almeno diminuirebbero di numero


MiniMega

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non ci fu certo da gioire quando Gedi decise la chiusura di Micromega. Non c’è mai da rallegrarsi quando  chiude un giornale, anche se si trattò di un taglio lineare alla moda di Cottarelli più che di un atto censorio per zittire una voce scomoda e incompatibile con la linea editoriale della proprietà.

Qualcuno però si illuse che, una volta liberato da quel tallone di ferro, il periodico che tante gioie ci aveva dato in forma di petizioni e appelli che qualche nostalgico riconduceva alla cerchia radical chic, si sarebbe liberato dei panni impolverati del circolo dei nobili e  avrebbe intrapreso  un cammino  più laico rispetto ai tanti atti di fede ripetuti negli ultimi tempi, gli omaggi esuberanti ai due Papi, all’Europa, a un antifascismo di superficie che ha introiettato il caposaldo confermato dall’europarlamento condannando alla pari comunismo e fascismo e perdonando il totalitarismo di oggi, economico e finanziario.

Pare però che il problema non fosse la proprietà, ma l’indole dei fondatori, che si era rivelata fin dalla lontana scelta del nome MicroMega, ispirato al racconto di un sapiente venuto da Sirio che si propone di fare della maieutica aiutando i terrestri a sviluppare pensiero, speculazione filosofica e conoscenza.

Posseduti dallo stesso  smisurato ego collettivo che li ha persuasi della missione di convertire i connazionali a valori morali, spirituali e civili hanno ripreso le pubblicazioni, ed è un merito, nel segno della continuità.

 Difatti oggi mi arriva in posta elettronica la Rassegna di MicroMega che apre con una intervista di Cinzia Sciuto, autrice di un saggio intitolato Non c’è fede che tenga, a Dacia Maraini.

All’anima della laicità verrebbe da dire, a leggere il confronto tra le due dame saltate fuori dalla tappezzeria délabrée di un salottino dei Lumi, dopo che il Terrore ha tentato di scuotere le loro indefettibili convinzioni, ma invano. È che ormai tutto va alla rovescia a cominciare dalla lotta di classe mossa dai ricchi contro gli sfruttati, cosi a sferruzzare in Place de la Concorde non sono incollerite popolane, ma le aristocratiche che per criminalizzare i riottosi che minacciano l’ordine pubblico con scomposte manifestazioni infiltrate da fascistoidi, richiamano al primato dell’ottimismo progressista e della Ragione, come non fosse ormai noto che si tratta di optional in regime di esclusiva per chi arriva a fine mese e oltre.

E difatti la Maraini, autrice di  uno dei contributi del volume a più voci  dal titolo La scuola ci salverà, “un libro, cito dall’intervista,  che è una dichiarazione d’amore verso la scuola, considerata la chiave di volta del futuro di una società, verso gli insegnanti, che la sorreggono nonostante le mille difficoltà, e verso gli studenti, che la riempiono con le loro speranze, i loro sogni, la loro vitalità”, si è accorta come la Sciuto che a causa del Covid, l’istruzione attraversa una fase di terribile difficoltà, perché, “siamo tutti dentro un avvenimento inatteso e amarissimo che ci impone tanti nuovi comportamenti, spesso sentiti come ingiusti”. Ma “non serve lamentarsi, osserva la scrittrice che ormai parla come una di quelle vedove che diventano terziarie francescane e si dedicano alle operette di bene, bisogna insistere su un uso positivo dei mali di cui soffriamo…. trarne insegnamento: prendere la pandemia come uno shock che ci sta insegnando qualcosa di importante”.

Non c’è come chi vive di rendita, non c’è come chi gode di privilegi ereditati o conquistati con l’arruolamento volontario nell’establishment che voglia persuadere della bontà della sofferenza e della possibilità di edificante redenzione offerta dalla penitenza. E non stupisce che, se proprio bisogna prendersela con un totalitarismo, essendo quello in vigore intoccabile, la Maraini vesta i panni dell’eretica condannando la  “Chiesa, che ha sempre avversato l’istruzione come fonte di autonomia dello spirito, pericolosa anticamera all’ateismo”.

E spericolatamente aggiunge: “l’istruzione è stata vista come uno strumento del demonio che allontanava gli uomini dalla purezza…. Perfino oggi,  in certi Paesi in cui lo Stato si identifica con la Chiesa, si diffida dell’istruzione, a meno che non sia quella ecclesiastica, basata su una unica verità assoluta, buona per tutti”.

Ora, c’è da scommettere che si riferisca alla Turchia, ormai assurta a emblema del dispotismo confessionale e patriarcale, della repressione oscurantista e maschilista, perché nel suo ritiro spirituale  dal quale esce in occasione di interviste pedagogiche..

Si vede proprio che non deve esserle giunta la notizia che l’istruzione pubblica in Italia è stata demolita ben prima della gestione avventurista del Covid, da una riforma paradossalmente chiamata la Buona Scuola, che ha l’intento esplicito di imporre “una unica verità assoluta, buona per tutti”, quella della missione degli uomini al servizio del profitto e del mercato, e che a questo scopo, ha impoverito di valori, principi e risorse la scuola pubblica per incrementare la concorrenza sleale di quella privata, sostenuta finanziariamente e favorita socialmente e moralmente, persuadendo le famiglia della necessità di “investire” per assicurare ai giovani un posto al sole.

Peccato che il sole promesso, salvo si appartenga a cerchie sempre più esclusive e a dinastie sempre più impenetrabili, sia quello che picchia sulla testa dei rider, che non vedono i magazzinieri di Amazon e le cassiere del supermercato che ancora non hanno compreso la fortuna che è toccata loro di vivere in prima persona e in trincea il benefico choc pandemico.     


Parte dagli infermieri la riscossa della ragione

Forse potrà apparire superfluo ed inutile, ma voglio dare un piccolo contributo alla manifestazione organizzata per domani, in piazza del Popolo a Roma dagli infermieri che lottano contro  l’obbligo di vaccinazione del personale sanitario (pena anche il licenziamento) stabilito per decreto dal governo del “vile affarista”. Voglio innanzitutto far presente che non soltanto si tratta di un provvedimento anticostituzionale, ma che esso viene impugnato proprio da coloro che sono stati in prima linea contro il Covid, che hanno visto le cose da vicino e non attraverso le televisioni e i giornali di un regime ormai conclamato: la loro opposizione non è dunque “irresponsabile” come direbbero i cretini senza scampo, ma anzi andrebbe attentamente valutata dai cittadini come il sintomo del marcio che c’è nella narrazione pandemica e nella campagna vaccinale. Inoltre è chiaro che introducendo l’obbligatorietà per una categoria si apre la strada per rendere obbligatori per tutti vaccini  mai sperimentati prima, anzi in qualche caso sperimentati su cavie con risultati disastrosi e per giunta inutili a fermare i contagi per una patologia di tipo influenzale. 

Riporto qui quanto ha scritto Raffaele Varvara, infermiere e attivista che ha fondato con altri colleghi il comitato ” Di sana e robusta Costituzione per spiegare il senso di questa protesta:

“Mai avremmo pensato di vedere a rischio il nostro posto di lavoro, anni di studi e sacrifici.
Mai avremmo pensato di vederci privati della fonte di sussistenza della nostra vita.
Mai avremmo pensato di vedere il terreno sprofondare sotto i nostri piedi in uno stato di diritto.
Il punto di non ritorno è stato raggiunto. Da oggi migliaia di persone oneste che hanno da sempre dedicato la loro vita al servizio della persona umana e che nutrono dubbi su un trattamento sanitario sperimentale, sono fuorilegge e meritano di vivere ai margini della società.
Siamo all’angolo, come un pugile suonato. Il nostro umore è affranto, scarico, deflesso.
Si è portato a compimento un vero e proprio esperimento sociale. In questi mesi ci hanno “cotto” a dovere con le costanti minacce e le infusioni di panico. Hanno provato a manipolarci su tutti i fronti: datori di lavoro, esponenti di ordini professionali o di sindacati, televirologi, medici da salotto, giornalisti, opinionisti, politici (d’ora in poi vanno sotto il nome di “nemici”), tutti al servizio della dittatura delle multinazionali per portare avanti, tramite l’accettazione incondizionata di un trattamento sperimentale, l’instaurazione di una nuova società disumanizzata. Le minacce sono servite a verificare se esse da sole fossero sufficienti a coartare la volontà dei sanitari di sottoporsi al trattamento sperimentale. Così non è stato: siamo ancora tanti a RESISTERE! Ci hanno provato, usando il ricatto dell’ “obbligo morale” per giustificare l’ingiustificabile e accettare l’inaccettabile e ci sono riusciti: molti si sono sottoposti al trattamento, pur con tante paure, dubbi e incertezze solo per difendere il proprio posto di lavoro! Molti sono caduti in questa subdola e perfida trappola e questo è INACCETTABILE!
Se tre mesi di comunicazione terroristica non sono serviti a convincerci tutti con la forza, sono serviti a preparare loro il terreno all’obbligatorietà. Eppure il consiglio d’Europa, pronunciatosi a fine gennaio, aveva raccomandato agli stati membri di scongiurare l’utilizzo dell’obbligatorietà di legge per la copertura vaccinale. Certo, i nostri nemici eseguono le prescrizioni dell’€uropa solo quando si tratta di tagliare i nostri stipendi o i posti letto negli ospedali, MAI quando queste prescrizioni vanno a difendere e migliorare i nostri diritti!
L’ Obbligatorietà i nostri nemici avrebbero voluto scongiurarla con tutte le forze perché sentono che è a rischio la pace e la tenuta sociale. Ma se non concretizziamo questo rischio, se i nemici non vedono alcuna reazione di protesta, opposizione o resistenza andranno avanti spietati nel loro progetto di disumanizzazione!
Fino ad ora abbiamo lottato individualmente ciascuno nel proprio contesto. La lotta individuale è necessaria ma alla lunga finisce per mettere a dura prova le energie psico-fisiche del singolo. Ci siamo trovati a condividere la nostra frustrazione nei vari gruppi social, ma adesso è arrivato il momento di salire di livello nell’organizzazione dell’aggregazione. Adesso è fondamentale convogliare le lotte dei singoli verso un orizzonte comune con obiettivi comuni. Adesso è il momento che l’indignazione, l’agitazione e la frustrazione dei singoli converga in una forma più organizzata. Il comitato “Di Sana e Robusta Costituzione” nasce per aggregare, prima di tutto in un luogo di riparo, di primo soccorso solidale, non solo gli esercenti le professioni sanitarie ma tutte le categorie coinvolte nell’ obbligo. Uniti il comune malessere può essere accolto, protetto, condiviso, riconosciuto, valorizzato e infine rappresentato su un nuovo piano politico, tutto da costruire. Uniti possiamo dare vita ad azioni coordinate, collettive e organizzate. I tentativi di smontare per via giudiziaria questa legge, sono necessari ma non sufficienti; essi possono creare crepe nel muro del pensiero unico ma MAI, da soli, potranno disintegrare la dittatura sanitaria. Il prezioso lavoro dei nostri avvocati deve essere sostenuto da interventi sociali che diano segnali forti e tempestivi di dissenso.
Gli unici ostacoli che incontreremo sono dentro di noi. La peggiore è la percezione di impotenza. “Siamo pochi, cosa vogliamo fare?” Siamo la minoranza delle nostre rispettive categorie d’appartenenza ma insieme uniti possiamo cominciare questa divertente ed entusiasmante resistenza.
Adesso abbiamo una grande responsabilità sociale perché se non opponiamo resistenza, presto l’obbligo si estenderà a tutti! L’obbligo ad un trattamento sanitario sperimentale è il punto di non ritorno, i nostri concittadini ci osservano e ripongono in noi le loro speranze. Chiediamo ai cittadini massimo supporto non per una battaglia categoriale bensì per una battaglia di tutti, per la libertà di scelta.
“Di Sana e Robusta Costituzione” ha un doppio significato proprio perché vuole accogliere sia chi ritiene di essere di sana e robusta costituzione e ritiene di non aver bisogno del trattamento sia chi si è sottoposto al trattamento e ritiene che in forza della nostra sana e robusta Costituzione, la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.
Noi di “Di Sana e Robusta Costituzione” daremo il massimo per lottare con ogni forza affinché questa legge venga rigettata.
NON ABBIAMO PIÙ NULLA DA PERDERE: ORA O LOTTI CON NOI E TI RICONQUISTI LA VITA O RIMANI FERMO E MUORI LENTAMENTE!
W LA COSTITUZIONE
W LA DEMOCRAZIA”

C’è ben poco da aggiungere a queste parole, se non che l’obbligo vaccinale per il personale sanitario è del tutto superfluo e inutile visto che come asserito dagli stessi produttori di vaccini essi non impediscono a chi ha subito il trattamento né di diffondere il virus, né di contrarlo, sono in sostanza un mero e gigantesco affare.


Social, i gulag delle notizie

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è via di scampo, ogni ingresso su Facebook, ogni tentativo di pubblicare una notizia e dei dati viene sottoposto a occhiuta pratica di controllo della “congruità” con la comunicazione ufficiale.

Anche volendo stare solo a guardare lo struscio dal davanzale virtuale, tocca esultare per l’aggiornamento in tempo reale su contagi o decessi, ma se uno vuole collaborare alla conoscenza è tenuto a sapere che per la misteriosa applicazione di algoritmi arbitrari il suo contributo potrebbe essere rigorosamente cassato senza pietà.

A me è successo con un post  che riportava pedissequamente i risultati di accertamenti condotti dall’Oms, l’ente cioè cui viene fatto costante riferimento come  indiscutibile autorità in materia, giudicato una fake malgrado la fonte cui avevo attinto.

Ricordo che la prima volta che sono stata resa edotta del rischio sociale e morale costituito dalle “bufale”, lavoravo nell’informazione, scrivevo quotidianamente per un blog e frequentavo i social.

 Ero abbastanza disincantata da aver smesso da tempo di rimpiangere quegli uffici e quegli “ufficiali” un tempo presenti nei giornali con il compito di verificare autenticità e fonte delle notizie – il più famoso e tante volte ricordato era quello del New Yorker –  e anche da non nutrire più illusioni sulla coerenza della corporazione alle indicazioni per il responsabile esercizio della professione secondo Brecht, ma pure sul rispetto della regola delle 5 w, da quando con tanto di manifestazioni in piazza si è rivendicato il diritto e non il dovere di informare.

Chiunque fosse sufficientemente smaliziato aveva  capito da subito che non si trattava di una preoccupazione che riguardasse il pubblico e la gente comune: non a caso la richiesta di controlli, l’esigenza di “regolare” in modo da aiutare il senso di orientamento del popolo confuso da analisi e dati contraddittori ebbero inizio in occasioni “elettorali”, quando partiti, decisori e stampa mainstream cominciarono a nutrire il timore che di condizionamenti che avrebbe “adulterato”  la trasparenza dei pronunciamenti.

E’ successo proprio in coincidenza con referendum, che anticiparono emblematicamente la tendenza ormai irresistibile a dividere i cittadini in fazioni e tifoserie, con il risultato paradossale di far dimenticare i plebisciti traditi, dal nucleare all’acqua pubblica, così come quelli “rimossi” grazie a manipolazioni costituzionali a norma di legge o di Dpcm, come è accaduto da quando vige il dominio delle emergenze che trasformano ogni evento e ogni intervento in problema da fronteggiare con leggi eccezionali, commissari speciali e provvedimenti di ordine pubblico.

Non a caso gli squilli delle trombe dell’apocalisse in difesa della verità hanno segnato l’inizio delle campagne condotte contro i “nuovi media”, siti, blog, stigmatizzati e criminalizzati a causa della “libertà” lasciata ai lettori e ai produttori di pensiero e opinione, grazie anche ad accordi sottoscritti con i grandi operatori della rete da istituzioni sovranazionali (la Commissione Europea ad esempio) e autorità interne di regolazione dei vari Paesi, determinati a limitare espressione e divulgazione quanto si mostrano invece tolleranti con l’esuberanza commerciale e la mercatizzazione dell’informazione attuate dalle mayor diventate piazziste di svariate merci: valori, principi, consenso, paura, passioni, prodotti e soprattutto dati da raccogliere e rivendere profittevolmente.

Attività quest’ultima che sarebbe doveroso tutelare in quanto componente irrinunciabile della crescita, proprio come i rapporti che si tengono con altri despoti impegnati in stragi che vanno oltre quella ai danni della verità, in nome della implacabile real politick, mentre è vitale circoscrivere e punire gli operatori e anche i fruitori delle “camere dell’eco”, colpevoli della diffusione di messaggi e, peggio ancora, della loro disintermediazione che dovrebbe essere affidata unicamente addetti ai lavori “ufficiali” in grado di esercitare una efficace selezione.

Avessimo il tavolino a tre gambe chissà come sarebbe frastornato Orwell per il processo accelerato che ha subito la verifica delle sue profezie, grazie al sopravvento delle “politiche della verità” entrate a far parte dei sistemi di governo e alla concomitanza con il grande accidente occorso al mondo occidentale alle prese con un’epidemia i cui effetti sono dichiaratamente provocati oltre che aggravati dalla hubris del capitalismo che ha ammazzato il vecchio e impedisce al nuovo di nascere.

Non stupisce che uno dei paesi europei dove si è accanita di più la falange impegnata nella repressione delle bufale pre covid sia stata la Grecia, diventata anche grazie ai buoni uffici del nostro attuale presidente del consiglio il laboratorio per l’assassinio della democrazia anche grazie al veleno diffuso per demolire l’istituto referendario, per tacitare la controinformazione, per censurare qualità e numero delle vittime dell’austerità. Deve essere proprio una specie di legge del contrappasso che raccomanda il tradimento della storia per impedire il riscatto di oggi, se uno dei pilastri della democrazia, raccontato da Aristotele, consisteva nell’accesso libero  dei cittadini all’Agorà, con altrettanto libero diritto di parola per domandare conto alle autorità e ricevere risposte.

Ormai dappertutto, anche nella retorica, internet ha smesso di essere definito la piazza della polis globale, per limitarlo a essere la piazza del mercato, dove si commercia e negozia ogni cosa, convinzioni, opinioni, pareri, l’immagine di sé che si vuol dare, l’immagine degli altri che si vuol demolire, le icone a pronto consumo, il potere di influenza e quello di persuasione.

E d’altra parte non sorprende  che l’eutanasia delle ideologie del passato, sostituite dall’unica che abbia corso, il neoliberismo, abbia comportato  ogni forma razionale di argomentazione pubblica, preferendole le battute contate sui social su cui si forgia anche la comunicazione istituzionale con le sue varie declinazioni e le sue conseguenze  aberranti, se  agli scialbi ermetismi – che da ieri rimpiangiamo- di Draghi si oppone Cecchi Paone che forte del suo hastag “Mariorispondi”   viene ammesso in conferenza stampa, se ogni giorno Twitter è il teatro delle scaramucce e dei rinfacci di ministri e parlamentari, se per concedere un po’ di guazza al populismo youtube che chiude Byoblu apre ai filmati di Calenda che a guisa del celebre nonno mette in scena le sue diatribe vernacolari con un eroe di reality reo – e vorrei anche vedere – di contare su più follower di lui.  

In tutto questo marasma a rimetterci è la Verità, concetto tanto abusato da essere sfocato, ridotto com’è a stilema retorico e arcaico, che è moderno e ragionevole ridicolizzare, proprio come quando ogni pretesa etica diventa moralismo, proprio come quando il “pluralismo” nell’attuale eclissi democratica viene convertito nell’offerta di pareri e dati contraddittori, volutamente confusi, valorizzati come contemporanea e fertile adattabilità alla complessità del mondo. Proprio come succede da quando è più fecondo nutrire la sfiducia con la paura, in modo da instaurare la necessità di affidarsi ciecamente a autorità superiori e dogmatiche, inconfutabili e insindacabili, le religioni, insomma, le idolatrie che non concedono il dubbio, le divinità, dalla medicina al mercato, che poi, si sa, spesso coincidono. (segue)


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