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L’hanno detto in televisione

Anna Lombroso per il Simplicissimus

So di nonne che appendevano a una spilletta d’oro i dentini da latte dei nipotini sottratti alla fatina o al topolino. So di gente che conservava gelosamente i calcoli renali espulsi tra atroci tormenti. So di influencer che ci hanno risparmiato le doglie live, ma in compenso  ci hanno esibito tutte le ecografie del progressivo confezionamento di future star della rete.

In attesa che si possa usufruire di un corner di Fb nel quale aggiungere alle “storie”  la diretta dell’estrazione del molare o dell’esplorazione rettale della prostata, godiamo già delle immaginette votive delle vaccinazioni, con gli entusiasti “premuniti” che lanciano urbi et orbi messaggi di speranza e  senso civico, magnificando gli istantanei benefici sanitari, solidaristici e morali dell’operazione peraltro indolore.

E’ che ormai la spettacolarizzazione di ogni azione privata e pubblica  è arrivata a compimento. E difatti proprio oggi l’illeggibile Corriere della Sera ci regala invece una lectio magistralis su Debord dopo più di 50 anni, in due pillole. La prima riguarda un insegnante intento alla Dad che dimentica di spegnere la webcam e trasmette al pubblico dei suoi allievi una sua focosa prestazione sessuale  dopo quella professionale.

 L’altra notizia invece è apparentemente più edificante e racconta della potenza del “buon esempio” nell’era digitale: una studentessa di 20 di Livorno al secondo anno di giurisprudenza contende la palma alla Ferragni  con 53 mila follower su Instagram e 534 mila su TikTok, “riprendendosi” mentre studia. «Avevo problemi con lo studio”, racconta. “Il telefono mi deconcentrava. Allora l’ho piazzato davanti a me. La sua telecamera mi riprende mentre sono sui libri. Altri fanno la stessa cosa: si collegano e partecipano al mio live».  Secondo lei e l’estasiato cronista che ne esalta la potenza emulativa sul pubblico non pagante: “Se vedono una che studia staccano dai social e sono invogliati a studiare. O a leggere un libro».

Insomma si aprono nuovi orizzonti grazie alla virtualizzazione della società della spettacolo, finora inesplorati dalla profezia distopica orwelliana. Pensate agli effetti demiurgici su alunni asinelli di una ricostruzione artificiale dei pomeriggi di Alfieri legato alla poltrona, la proiezione obbligatoria della vita e delle opere di Di Vittorio comminata alla Bellanova,  o la “masterizzazione” della lettura del Grundrisse con la voce del giovane Karl a uso di Fusaro, o, meglio ancora, le riunioni dei padri costituenti teatralizzate per la Boschi, gli appunti di Olivetti per quello che ha “ereditato” immeritevolmente la sua impresa e così via.

A uno dei pensatori più malintesi e saccheggiati del Novecento, Guy Debord, trattato come uno sterile guastatore o come un teppista della filosofia, dobbiamo comunque delle intuizioni straordinarie che oggi trovano conferma.

Come quella di “falso indiscutibile”, che possiamo verificare ogni giorno grazie all’operosa solerzia di una informazione assoggettata che ci somministra  porzioni della realtà, sue manipolazioni, rivelazioni pilotate di falsificazioni confezionate dai poteri economici, finanziari, polizieschi, per imporre una verità, condannando all’ostracismo chi si ostina a chiedere, interrogarsi e approfondire i contenuti di una narrazione pubblica prodotta e messa in scena  come una pièce drammatica in cui fatti, numeri, statistiche, opinioni contrastanti e informazioni contraddittorie si sono accavallati dando luogo al paradosso di una tragedia collettiva che era necessario riconfermare ogni giorno e in ogni modo anche con sistemi repressivi, visto che veniva consumata da remoto, dentro agli antri della caste sacerdotali, in lazzaretti il cui personale veniva diffidato dall’esprimersi, nelle torri di cristallo più che nei laboratori delle aziende farmaceutiche, nei palazzi dei decisori.

E dunque proprio come per le tradizioni orali dei nibelunghi, era obbligatorio affidarsi a testimonianze, presunzioni di sapere, invettive e prediche dei sacerdoti, bersi l’amato calice dell’apocalisse incontrastabile in modo da essere distratti dalla consapevolezza che dopo anni di demolizione dello stato sociale e dello stato di diritto, la speranza di guarire da un virus, che nessuno realisticamente negava come non aveva mai negato influenze micidiali, polmoniti e altre patologie indotte o aggravate dal nostro “stile di vita”, consisteva nello starsene a casa, nello stesso stato di abbandono nel quale veniva lasciata la medicina di base, che grazie all’acquiescenza dimostrata nei confronti del mondo di impresa e del mercato, i soli luoghi a rischio sono le case nelle quali siamo stati confinati e che trasformiamo noi in focolai per via di insane inclinazioni, i musei, le scuole, benché a intermittenza, le biblioteche, i bar e i ristoranti, ma non la metro, i bus, le fabbriche, i supermercati. E che sono potenziali untori i camerieri, ma non i pony di Amazon, i ciceroni delle Gallerie statali, ma non gli esattori dell’Agenzia delle Entrate, autorizzata a esigere i pagamenti provvisoriamente sospesi.

E d’altra parte la società dello spettacolo si era retta fin dall’inizio sulla visione e dunque sulla televisione tanto che tycoon di tutte le latitudini hanno potuto arricchirsi anche con la creazione di una realtà parallela addomesticata e soprattutto “privatistica”, nella quale i processi erano celebrati nel tribunale di uno studio televisivo, i dibattiti parlamentari erano trasferiti nei talk show. Una realtà parallela artefatta e drammatizzata che adesso non è più addomesticata, al contrario si alimenta di contenuti millenaristici, essendo stata accertata la presa sicura che hanno le cattive notizie, l’intimidazione come sistema di governo, il ricatto come forma di persuasione e la minaccia come persuasione morale invincibile.

Così è tornato in auge il motto “l’ho sentito dire in televisione”, cara vecchia frase arcaica ripescata insieme all’amor patrio patria, all’unità di tutti sotto la bandiera e al canto di Bella ciao alternato a altri più orecchiabili inni, all’epica del viaggio della speranza dei vaccini nel quale è sfociata la mitologia dei nuovi eroi in trincea, medici purché entusiasti vaccinisti pena la radiazione, personale sanitario fino a ieri ricattato e umiliato, instancabili ministri impossibilitati a andarsene in meritate vacanze.

Tutto questo ha dato luogo all’irruzione  dell’immaginario all’interno della realtà, nella quale la percezione di quello che succede davvero vacilla e suscita dubbie die quali siamo invitati fermamente a sentirci in colpa,   la possibilità di distinguere tra ciò che è effettivo, concreto, plausibilmente vero e ciò che invece è apparente e plausibilmente fittizio, diventa sempre più labile.

Si capisce come per orientarsi l’unico espediente è infilarcisi in questa costruzione ormai più virtuale che vera, diventare protagonisti per molto meno dei 15 minuti di celebrità, farsi un selfie sperando in molti like in modo da guardarci e riconoscerci nel deserto silenzioso pieno di immagini e voci nel quale non siamo certi di vivere.


Nato con l’app

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Con scarsa tempestività e nessun senso dello spettacolo: poteva programmare la sua performance live la notte del 24 per realizzare una natività smart o in quella del 31 per inaugurare l’anno della digitalizzazione – e infatti gli encomi sono andati tutti al novello padre -,  una signora bolognese ha dato alla luce il suo pargoletto, Alex, 2,9 chili, seguita nel travaglio “da remoto”  da un’infermiera con l’ausilio  di FlagMe, l’Emergency Mobile link  “pronto all’uso che migliora tempi e qualità del call-taking grazie a innovative funzionalità basate su mobile”, modestamente autodefinitosi “l’app che salva la vita”.

Era già successo col bimbo di due anni che stava soffocando, salvato in diretta video da un infermiere del 118 che ha aiutato i genitori nella manovra di Heimlich, in attesa che giungessero i soccorsi. E adesso questo nuovo caso apre un meraviglioso orizzonte di prestazioni sanitarie e cliniche nel quadro delle nuove frontiere di un welfare virtuale, pronto, e dio sa se non ne sentiamo il bisogno, a fornirci i servizi di intelligenze e professionalità artificiali.

Il tutto in casa e do-it-yourself, come si addice a questi tempi e agli attuali frangenti che ci hanno insegnato che dopo sterili contatti con le autorità sanitarie è meglio curarsi tra le 4 mura con tachipirina e Vicks Vaporub,  che la prevenzione e l’assistenza sono state collocate in soffitta insieme alle arcaiche rivendicazioni di diritti e garanzie, che i pronto soccorso di tutto il mondo sono differenti dalle location dove si muovono i nostri eroi in camice,  Meredith Grey o Gregory House, che da noi, tra l’altro, sarebbero soggetti a un consenso intermittente, una volta martiri e una volta irresponsabili novax da licenziare su due piedi.  

È che pare ci sia bisogno di questi incoraggianti quadretti famigliari pronti per Spencer Tracy nonno, di questa propaganda del Bene contro il Male incarnato dal diabolico virus, di qualche eroe sceso tra noi dalle copertine della Domenica del Corriere.

Però, però è lecito che sorga il dubbio che dopo la demolizione della sanità pubblica, oggi interamente dedicata al contrasto immunizzante del Covid, tanto che non è legittimo ammalarsi d’altro, e per via dell’impoverimento generale e diffuso che limita il fastoso immaginario di sindacati, aziende e patronati promoter di assicurazioni e fondi costitutivi del diritto all’assistenza che ci siamo pagati con tasse e salario e riduce la possibilità per i comuni mortali di morire in sibaritiche cliniche private, le nuove frontiere siano queste, il simpatico interfacciarsi ora con un “operatore”, domani forse con un robot, dire 33 al risponditore che con voce metallica ti chiede di ripetere prima di premere cancelletto, di inviare il selfie delle tonsille arrossate e il messaggino vocale del tic tac cardiaco.

Procedure queste già in qualche modo sperimentate con medici di base, quelli soddisfatti di essere stati estromessi dall’apocalisse sanitaria -che  magari altri si sono ricordati del Giuramento di Ippocrate e si sono arrangiati a cercare di applicare qualche protocollo di cura inviso a testimonial dell’unico rimedio consacrata – che hanno scelto di prestarsi in forma notarile, da ufficiale postale,  da distributore automatico di ricette, abituati a frettolose consultazione telefoniche.

Si vede che non meritiamo molto più di un’app, se abbiamo acconsentito che i più fortunati dei nostri figli eseguissero delle pantomime didattiche davanti allo schermo “classista”, che si abituassero a giocare coi compagni su watsapp, se l’ora di ginnastica è stata trasformata in “educazione motoria” coi poveri fanciulli seduti con mascherina a sciropparsi i pistolotti dell’epica profilattica.

Se ci siamo fatti convincere che il caporalato e il cottimo virtuale fosse un progresso e non il voluto generarsi della confusione tra tempi di lavoro e tempo libero, in modo da attuare uno sfruttamento h 24, con tecniche più sofisticate di sorveglianza e controllo arbitrario delle prestazioni.

E se migliaia di donne si sono persuase della bontà del part time, sfruttate come lavoratrici precarie e come sostitute multitasking di servizi sociali e scolastici, proprio come succedeva con il lavoro nero davanti alla macchina da maglieria, a fare guanti e cucire tomaie.

A questo proposito, alcune femministe da cortile e da tastiera quelle che preferiscono superiorità, la loro però, all’uguaglianza che le condannerebbe a stare al fianco delle plebee, insegnanti frustrate, casalinghe disperate, operaie avvelenate che non meritano né carriere né giustizia e nemmeno un salario pari a quello maschile, si sono dispiaciute per le cronache rosa del lieto evento  che hanno magnificato con tinte pastellate soltanto la “prova” del giovane marito  “agitato ma bravo”, invece di tributare il doveroso omaggio all’eroica mammina.

Che a questo siamo, esigere il riconoscimento per la prestazione virtuale, invece di incazzarsi che nel 2021 siamo tornati ai tempi nei quali il parto era rischioso, invece di preoccuparsi che sia stata presa troppo sul serio al neo-retorica sul fatto che la gravidanza non è una malattia, in modo che possano moltiplicarsi i cesarei a comando per non intasare i reparti il 15 agosto, in modo da recuperare i sacri riti del parto in casa con la levatrice, così da far risparmiare quattrini al sistema sanitario, in modo che accertamenti e diagnostica prevedano liste d’attesa superiori ai 9 mesi, in modo che si possa lavorare fino al nono mese con contratti anomali e  lettere di licenziamento postumo nel cassetto, in modo che il lieto evento sia tale solo se puoi permettertelo nella clinica dove esercitano in molteplici attività gli unici obiettori di coscienza legittimati.

E invece di  battersi ogni giorno come non si sarebbe mai dovuto smettere di fare, perché essere madri non sia un lusso e un privilegio, perchè non comporti rinunce al talento, al posto, al salario, alle ambizioni  concesse unicamente a quelle che sono “sorelle” soltanto delle eventuali consanguinee e affini, selezionate per rendita, dinastia, fidelizzazione. Perché  se non c’è stata l’unione dei proletari di tutto il mondo anche quella di genere è proprio farlocca.


Gli “smartinitt” di Milano

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando si cominciò a parlare di industrie a rischio, dopo incidenti apocalittici, ci fu chi si rese impopolare ricordando come interi quartieri sorti ai confini di aziende inquinanti fossero frutto di una pratica negoziale tra abitanti e enti locali che avevano concesso varianti in modo, si diceva,  da accontentare i dipendenti delle fabbriche tossiche che volevano risiedere vicino al posto di lavoro, si trattasse della Farmoplant, dell’Olivetti, dell’Acna.  

E si citavano pendolari che prima abitavano lontano, madri di famiglia che potevano correre a casa per cucinare un pasto allattare i bambini o badare al nonno arrivato dalla campagna.

In realtà solerti amministratori appagavano i desiderata padronali: molti quartieri satellite erano di proprietà dei patron delle industrie, gli stessi che promuovevano allora asili e servizi privati con l’aspettativa, coronata oggi dal welfare aziendale, dai suoi fondi, dalle sue assicurazioni e  bolle, di sfruttare due volte, che è meglio di una volta sola. Con il risultato di raddoppiare cancro e patologie “professionali”, dentro alla fabbrica e fuori.

E difatti malgrado il passare degli anni, non è cambiato niente a vedere il destino di quartieri e popolazioni condannati a morte, per malattie, per esposizione a agenti inquinanti, oppure per la deindustrializzazione che ha spostato investimenti e produzioni, che gode di impunità e immunità, e perché, comunque, l’occupazione è talmente condizionata da ricatti e intimidazione che ha reso impossibile scegliere tra salute e ambiente oppure salario e posto.  E a vedere come ormai l’urbanistica e la pianificazione siano state definitivamente ridotte a trattativa, contrattazione tra poteri pubblici e interessi privati che alla fine hanno sempre il sopravvento.

Figuratevi quindi se non dovevamo aspettarci dall’operosa e dinamica Capitale Morale, dove vige l’imperativo: lavoro, guadagno, spendo pretendo, dove il mito del merito si traduce in negoziati per la cessione della città che ricompensano solerti sceicchi, cordate immobiliari e cementiere, una proposta per adattare lo smartworking in evidente difficoltà in una formula più domestica, ancora più “agile” e che ha anche il merito indiretto di ridurre la pressione sui mezzi di trasporto che da dieci mesi attendono una razionalizzazione ispirata principio di precauzione, invece applicato a scuole, musei, biblioteche, teatri,

 “Né in ufficio né a casa”, riferisce estasiato il Corriere della sera. E infatti “c’è una «terza via» per qualche migliaio di dipendenti comunali nel prossimo futuro”. Sarà  quella del “posto di lavoro di prossimità, l’ufficio di quartiere, del «nearworking» – è già pronta la definizione nel gergo imperiale – sintesi perfetta tra il salotto di casa e l’ufficio in centro”.

Ci ha pensato la Giunta del sindaco uscente e ricandidato, che deve a lui la suggestiva immagine di una città “dei 15 minuti”, di una metropoli cioè “in cui tutto ciò di cui si ha bisogno sia concentrato nel raggio di poche centinaia di metri”, grazie a questa  terza via che a detta dell’assessora Tajani “supera i limiti di un lavoro confinato nell’ambito domestico,  spostandolo nelle varie sedi decentrate del Comune o in uno dei settanta spazi convenzionati col Comune già attrezzati per il co-working”. Ma non solo, perché, chissà a che affitti, si sta lavorando insieme a Assolombarda “in modo che si possano mettere a disposizione spazi di grandi aziende in questo momento sottoutilizzati”.

Di questi tempi la statistica è definitivamente regredita a creativa trasposizione della teoria dei polli di Trilussa, ciononostante potrebbe essere illuminante conoscer il numero di dipendenti comunali che ancora risiedono dentro le mura di Milano, (d’altra parte Sala all’atto della firma dell’accordo con Fs per il  riutilizzo e la valorizzazione dei sette scali ferroviari “liberati dalla vecchia funzione”, rilasciò un’intervista con questa sprezzante premessa: “noi non facciamo case popolari”, a conferma del destino e dell’immagine di una città proiettata soltanto alle sua “visibilità” commerciale e alla sua appetibilità di marketing).

Sarebbe utile analizzare i dati dei censimenti che dimostrano la tendenza – con alti e bassi – in atto da più di dieci anni con una espulsione degli abitanti dal centro verso hinterland a fronte di uno sviluppo occupazionale soprattutto del terziario concentrato sul polo centrale urbano, e quelli dell’incremento del costo delle case della periferia in continuo aumento che spinge ancora più “fuori” gli strati popolare e genera crescenti movimenti di pendolari.

A volte c’è da chiedersi, mettendo da parte interessi opachi e l’adesione a un modello feroce, distante fino all’ostilità dalla realtà e dai bisogni della gente, se i “decisori” non vivano in una loro arcadia, con una percezione arcaica e letteraria popolata di Travet sottomessi, del popolino delle ringhiere di cucitrici, portinaie, del piccolo commercio di quartiere: lattai e prestinai,  dei trumbè e dei ferèe,  mentre il vigoroso ceto operaio si appaga di contribuire alla società risarcito con i corsi serali dell’Umanitaria. Esonerandosi così dalla loro stessa correità nella trasformazione del lavoro in precariato, della cancellazione di conquiste pagate care e pagate tutto e della demolizione di un edificio di garanzie e di diritti, quelli della dignità del salario, del “mestiere”, del tetto sopra la testa, del tram puntuale che sferragliando ti porta in ufficio, alla bottega, in fabbrica, a scuola.

Solo così si spiega la sfrontatezza venata di lirismo con la quale ancora una volta concorrono a  prenderci per i fondelli dopo mesi di celebrazione della magnifiche sorti e progressive dello smartworking che avrebbe dovuto garantire a un tempo la tutela di quel ceto medio impiegatizio, che probabilmente rappresenta il bacino elettorale della cricca progressista e assicurato i servizi dell’amministrazione sia pure in forma ridotta. E con un beneficio in più: quello di mettere le basi per la marginalizzazione di larghe fasce di lavoratori poco agili per età e formazione, preliminare a licenziamenti, conversioni in part time inabilitati alla sopravvivenza, tagli in busta paga legittimati dalla difficoltà di misurare le prestazioni.

E lo credo che come narra entusiasticamente l’assessora Tajani il bilancio di questi mesi di smart working  sia “positivo”, grazie allo schema dei 10-12 giorni di lavoro da casa,  a discrezione e su  “valutazione del dirigente” simpatica figura di kapò come piace al Jobs Act e alla Buona Scuola ,  che non avrebbe diminuito la “produttività” mentre promette di diminuire i salari, costringere a una disponibilità e reperibilità h 24, distorcere la gamma delle prestazioni e delle competenze.  

E lo credo che nello spirito del tempo come si applica il colonialismo all’interno dei paesi, regioni e ceti più forti che rivendicano il talento e le opportunità ingiustamente offerte per sfruttare geografie e popolazioni più deboli, allo stesso modo adottano le metodologie care all’imprenditorialità che ha contribuito a rendere la Lombardia la zona più esposta e ferita dell’emergenza sanitaria,  realizzando piccoli esodi quotidiani, complicati da un sistema territoriale di residenza, trasporti  e comunicazioni inefficiente e disorganico.

Non occorre certo essere complottisti per intuire che lo scopo sia quello solito, colpire chi lavora nella sua quotidianità, rendergli più incerta e amara l’esistenza, svalutare le competenze che ha maturato spostandolo come un numero o una pedina,  sradicarlo dalle abitudini e da quelle relazioni che potrebbero sortire l’inopportuno effetto di riconoscere in altri da sé l’umiliazione e lo sfruttamento. E ribellarsi.


Covidprop

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa ho commesso con infantile ingenuità la colpa di dire la verità, attribuendo al Governo, nel titolo di un post, la colpa della triste fine di un caffè, il Florian di Venezia, che in altri paesi godrebbe del trattamento riservato a siti, case di artisti e poeti conservate gelosamente come ambientazione di un’epoca, raccolte d’arte, archivi.

Apriti cielo, se i ritrovi storici, come d’altra parte musei, biblioteche, teatri sono chiusi e minacciati di fallire o scomparire, la colpa è del Covid, diventato in questa epoca, che si diceva soffrisse dell’eclissi del sacro, una divinità maligna, incontrastabile come un demone che si infiltra, detta politiche, impone restrizioni, punisce o forse addirittura fa giustizia colpendo qualche potente, però presto guarito.

Dopo anni in cui il culto era riservato al dio Mercato impegnato a fare danni e trovare soluzione, al dio Progresso che a differenza di Giano mostrava una sola faccia, quella delle magnifiche sorti della scienza produttrice di cure e medicamenti, della tecnica che dovrebbe risparmiare dalla fatica, del benessere che sparge le sue polverine d’oro prodotte dai padroni anche tra i poveracci, adesso tocca prodursi con sacrifici, rinunce e riti cruenti per appagare la crudele ferocia della malattia in modo da conservarsi la salute.

Inutile contestare che non è il Covid che ha obbligato a creare delle gerarchie e della graduatorie di “essenzialità” secondo le quali è doveroso negare accesso e godimenti del nostro patrimonio di storia e bellezza, tenendo invece aperti i nuovi templi della socialità: centri commerciali, catene di distribuzione di brodaglie, però da agevole asporto.

Che non è il Covid a determinare come si configurerà, se mai ci sarà, il dopo, scegliendo di investire in Grandi Opere, grandi aeroporti e stazioni oggi retrocesse a archeologie prefuturiste, Grandi Ponti e Grandi Eventi, utilizzando un modello che impone il ricorso a procedure d’eccezione e figure commissariali  irrinunciabili.

Che non è il Covid a raccomandare che il contrasto alla sua demoniaca potenza si offici non con protocolli di cure, bensì affidandosi a una soluzione finale di incerta efficacia,  e che non è il Covid che impone di dividere i cittadini in chi è tenuto a esporsi alla sua forza del male e in quelli che possono essere esenti non si sa bene per quali meriti antropologici, economici, sociali o morali.

Niente da fare, non c’è verso di indurre alla ragione i tanti, quelli che vivono restrizioni, limitazioni di libertà e domicilio coatto come un “sabbatico” ormai vicino all’anno, che esime da responsabilità, scelte, consapevolezza, posticipando i conti che si dovranno fare, quelli della spesa e delle rinunce a diritti: lavoro, istruzione, cultura, divertimenti,  viaggi.

O quelli che hanno abbracciato la fede nella scienza officiata da sacerdoti capricciosi e egocentrici, contraddittori e ingenerosi detentori del potere della conoscenza e alieni da dubbi e interrogativi, capaci dunque di infondere inossidabili certezze criminalizzando i perplessi e gli eretici o semplicemente togliendo loro la parola, compreso qualcuno subito colpito da operoso e frettoloso ravvedimento nel timore dell’estromissione dalla comunità accademica e televisiva, come accade a medici soggetti a espulsioni e sanzioni.

E poi ci sono quelli che hanno sostituito altre forme di militanza e critica, già negli anni sempre più cauta e prudente, con l’arruolamento nel pandidelogia, festosamente convertiti all’obbedienza che fino a qualche anno fa non  doveva più essere una virtù,  manifestata e professata con mascherine e distanziamento purché solo sociale in modo da schifare esemplarmente plebaglie disordinate e dissipate che vanno sui bus stracolmi si recano al lavoro fanno acquisti al supermercato anche in tarda età  invece di rifornirsi grazie alle grandi catene online promosse a salvifiche attività di servizio civile.

E anche quelli, (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/10/25/meglio-i-cattivisti/ ) che hanno aderito come espressione di una superiorità sociale e culturale, dunque morale, in contrasto con la ignoranza esternata dai miserabili che vengono doverosamente catalogati come novax e complottisti, i posseduti dai fantasmi di credenze popolari arcaiche che bisogna marginalizzare perché non nuocciano a se stessi e agli altri, magari con una bella stella gialla che li contraddistingua e che impedisca l’accesso ai pubblici concorsi, al lavoro nella Pa o a contatto con il pubblico.

Vien proprio da dire che c’è un complotto ordito ai danni di chi nutre  dubbi e riserva  critiche alla gestione del Covid condotta in modo da ridurre una tremenda emergenza sociale venuta da lontano in crisi sanitaria per far dimenticare il concorso e la correità passate e presenti in politiche di demolizione del sistema pubblico di cura e assistenza, la cancellazione delle garanzie del lavoro che ha sottoposto una moltitudine di lavoratori non solo precari a esporsi a quello che veniva presentato come un rischio mortale, l’irrazionale governo della mobilità urbana, il progetto riuscito di smantellamento definitivo della scuola pubblica.

Con lo slogan posto come incipit ad ogni dialogo monodirezionale e monocratico:“ma è possibile che tutto il mondo sia caduto nella trappola, che tutto il mondo abbia creduto a una favola dietro alla quale si nasconde una macchinazione?”, si è lavorato in questi mesi, se non per portare al successo una cospirazione, sicuramente per approfittare – e in Italia è un sistema id governo collaudato per promuovere austerità, rinuncia, colpevolizzazione, e poi, per realizzare in regime di eccezione opere e interventi attuati contro l’interesse generale –  di una emergenza e degli effetti che ne conseguono tanto che la massa è persuasa non solo a piegarsi ma addirittura a farsene interprete e testimonial entusiasta.

A partecipare in prima linea sono stati i media, già da anni convinti della bontà della prescrizione  trucida che solo le cattive notizie sono buone e dunque che più c’è dolore, più c’è sangue lacrime e raccapriccio e più si vende e si acquisisce prestigio e credibilità, che hanno abbandonato qualsiasi estro investigativo e tolto dalle app di sistema la calcolatrice per abbandonarsi trionfalmente  alla voluttuosa orgia delle cifre scombinate, della statistiche farlocche, del protagonismo dei guru apocalittici e dell’ostensione dei casi umani di direttori  e cronisti inviati nel tunnel della malattia, con tanto di suggestiva colonna sonora di lamenti e grida.

E non deve sorprendere che abbiano aderito e si siano allineati alla linea di dare addosso alla plebe quando le cose vanno male e di santificare qualche decisore nel raro caso si presenti l’eccezione positiva  che conferma la regola, anche quelli che compiono il rito della “critica” all’Esecutivo, che comunque rispondono indirettamente al governo in veste di portavoce di chi ha comandato e dettato le regole mentre Conte scriveva i Dpcm, cioè le proprietà editrici impure, Confindustria, quello che è ancora lecito chiamare padronato, le multinazionali che hanno moltiplicato profitti, le cordate di imprese che aspettano il rilancio su misura per loro.

Tant’è vero che le provvidenze per l’editoria, ritoccate in “meglio” grazie alle risorse destinate alla digitalizzazione incongrue per testate che vi fanno pagare anche l’accesso alle edizioni online, e che come minacciato, dovevano interrompersi, sono state prorogate facendo affluire il solito ricco budget di 125 milioni nel Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, destinato al sostegno dell’editoria e dell’emittenza radiofonica e televisiva locale, notoriamente collocato presso la Presidenza del Consiglio a assicurare appunto trasparenza, pari opportunità e libera espressione, che distribuisce le risorse con l’altro soggetto garante di indipendenza, il Ministero per lo Sviluppo Economico. E contravvenendo alla decisione di mettere fine all’erogazione  dei contributi diretti a favore delle imprese editrici di quotidiani e periodici,  e delle imprese radiofoniche private,  fino all’annualità 2024, i contributi saranno concessi sia pure con qualche “aggiustamento”.

Così adesso siamo nelle mani degli ubriachi che non sanno come liberarsi dai fumi delle bevande tossiche che ci hanno somministrato in una intermittenza di paura prevalente e speranza fideistica, i loro ripetitori variamente comprati e venduti ondeggiano tra il doveroso sostegno al miracolo della scienza e l’indole a gridare le cattive novelle, incerti se celebrare le cerimonie festose dei vaccini o i positivi a una settimana dalla liturgia, se glorificare le processioni di questuanti della salvezza nei rosei padiglioni o fare due conti sulla durata dell’operazione, valutata con questi ritmi in più di un decennio.

E noi stiamo come sull’albero le foglie mentre gli indecisori e i loro propagandisti esitanti se dismettere l’epica biblica dell’apocalisse o intraprendere il cammino incoraggiante e redentivo della salvezza, sia pure con vaccino, proprio solo quello, mascherine, isolamenti e restrizioni, domicili coatti, lavoro agile e didattica da remoto, mettono in pratica il loro “nulla sarà come prima”. E infatti sarà peggiore.


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