Annunci

Archivi tag: armi nucleari

Heil, mister Trump

2017-04-14T015019Z_2131108455_RC18C37C6FA0_RTRMADP_3_NORTHKOREA-USA-komC--835x437@IlSole24Ore-WebL’elezione di Trump è stata una manna: ci mostra l’America com’ è, senza gli abiti dell’imperatore, senza il bon ton politico ideologico, senza mitologie e leggende accumulatesi in un secolo. Ci mostra l’America di Monroe e della sua dottrina, quella di Benjamin Harrison che ne mise a punto gli strumenti, quella di William McKinley che inaugurò con la guerra cubana un colonizzazione tanto più tracotante quanto più dissimulata; ci indica gli States di Woodrow Wilson e la sua prima riduzione in ceppi dell’Europa o quelli di Coolidge che portarono al Crollo di Wall street o quelli di Eisenhower, di Johnson, della famiglia Bush. Lincoln e Roosvelt giacciono come soprammobili, fanno da alibi alle teorie dell’eccenzionalità americana, ma  alla fine salta fuori per bocca del presidente che “rimarremo sempre il paese più potente al mondo!”. Heil.

La crisi coreana se così la vogliamo chiamare mette finalmente allo scoperto tutto questo verminaio: si minaccia la distruzione atomica per chi volesse mettere a punto armi potenzialmente un grado di colpire gli Usa, già questo basta per costituire una minaccia e giustificare l’Armageddon. Poco importa se queste minacce abbiano solo una remotissima probabilità di realizzarsi e siano anzi una dimostrazione di debolezza,  il fatto centrale della vicenda è che la tracostanza americana non risponde a minacce dirette, è completamente gratuita e ormai non ha nemmeno bisogno di pretesti per manifestarsi. Ma non è nemmeno originata dalla rozzezza di Trump il quale alla fine non fa che interpretare le sanzioni votate quasi all’unanimità dal congresso. Francamente non riesco a capire perché il solo possesso di armi di nucleari di cui dispongono ufficialmente o meno (vedi Israele) ormai molti Paesi debba essere di per sé  una minaccia. Se così fosse allora gli Usa stessi che sono fra l’altro gli unici ad averle effettivamente usate, dovrebbero guardarsi come una minaccia se solo fossero in grado di guardarsi allo specchio sena le lenti di un’ipocrisia e di una favola senza limiti. Per fortuna che questi, seguiti dall’intero occidente, costituirebbero il mondo libero e democratico, l’impero del bene e dei valori universali che poi si  concretizza in guerre, stragi, menzogne, in capitalismo petrolifero e semplice vecchia rapina come quella dei conquistadores.

Tutto questo non data da ieri, ma oggi si spalanca senza più freni in un manicheismo a doppia faccia, ridicolo nelle sue pretese infantili e ottuse, tragico nelle sue conseguenze e che rassomiglia molto a una sorta di Armageddon giocato al computer. Purtroppo la progressiva infatilizzazione delle popolazioni occidentali, necessaria alla lotta  di classe al contrario e all’intaurazione di oligarchie globali, rende tutto questo efficace perché solo giocando scioccamente al bene e al male si può indurre a credere sul serio che il capitalismo è un buon sistema, che Cuba è un gulag tropicale, Assad  peggio di Hitler e che la Corea del Nord minaccia il mondo: siamo alla barbarie che vuole sconfiggere la barbarie come assicurato da intellighentie che rassomigliano più a capi scout , ovvero cretini vestiti da bambini e che tengono bordone alla straordinaria avidità dei ricchi e dei complessi militar industriali. Naturalmente il risultato di tutto questo lo pagheranno le persone comuni, quelle che ingenuamente continuano a credere, per inveterata pigrizia e passività da televisione, intorpidite dal politically correct, a questa presunta intimità con il bene e all’ America benefattrice o comunque bene intenzionata.

E’ proprio questo fattore che rende molto arduo l’allontamento degli americani da queste orrende logiche e che finisce per paralizzare ogni inziativa in questo senso. Un documentario di Lionel Rupp presentato recente al festival di Locarno e incentrato sulla campagna per la nomination di Bernie Sanders restituisce in maniera immediata e vivida la sconfitta della buona volontà quando essa non riesce ad organizzarsi dal basso e rimane prigioniera delle logiche volutamente esclusive sia (in questo caso) del Partito democratico sia della eccezionalità Usa. Così  la “rivoluzione politica” sperata si è arenata sulla ricomposizione del profondo scollamento tra le fasce popolari e le il bipartitismo istituzionale. E ora siamo di nuovo alla Corea, voluta dal congresso.

Annunci

La jihad americana

C_2_fotogallery_3010703_0_imageIeri mi sono preso la briga di mettere in luce la figuraccia delle armi americane nella tentata distruzione dell’aeroporto siriano di Al Sharyat, sul quale sono caduti solo 23 dei 59 missili lanciati, provocando danni del tutto marginali in rapporto alla forza usata. Una cosa che non si accorda certo con la tesi mediatica ex post dell’attacco “simbolico” e dimostrativo visto che solo un pugno di idioti avrebbe pensato di ottenere questo scopo mettendo in forse l’efficienza del gigantesco apparato militare a stelle e strisce e la vantata precisione dei Tomahawk, mostrando che non è tutto oro quel che riluce. Ma che questo “incidente”  sia stato dovuto alla vetustà dei missili in questione, a imperfetta manutenzione, a superficialità produttive o  magari più plausibilmente a contromisure elettroniche russe di insospettata efficacia o all’intercettazione non prevista dei missili o infine a tutti questi fattori collegati, credo che sia importante in questo momento prendere le esatte misure della effettiva potenza americana e dei suoi limiti in conflitti che non siano ad alta dissimetria.

Cullarsi su questa idea di potenza assoluta e inscalfibile è molto pericoloso soprattutto per  le colonie europee le cui opinioni pubbliche sono indotte a sottovalutare i venti di guerra, a non pensarsi a rischio dietro il fantomatico scudo Usa e a non allarmarsi per la tendenza dei loro governi ad assecondare gli stranamore d’oltreoceano.  Proprio pochi giorni fa il principale di questi, ovvero il generalissimo Joseph Votel, comandante in capo del Pentagono,  ha sostenuto davanti alla commissione forze armate del congresso che: ” si devono cercare le opportunità di destabilizzare l’Iran, sia attraverso  strumenti militari che di altri tipi” poiché in questa visione ormai delirante Teheran rappresenterebbe “la più grande minaccia a medio termine per la stabilità”. Si buttano insomma a mare gli accordi del 2015 e si ricomincia a parlare strumentalmente del pericolo nucleare iraniano nonostante il fatto che tutte e 17 le agenzie di intelligence a cui può far riferimento il Pentagono neghino l’intenzione iraniana di dotarsi di armi nucleariE’ fin troppo chiaro che siano di fronte a una sorta di paranoia e di delirio di onnipotenza, che non ha bisogno di nessun confronto con la realtà e che in effetti rappresenta un’infinita jihad degli Usa timorosi di perdere l’egemonia mondiale e assieme ad essa anche quella monetaria ed economica che provocherebbe la caduta delle elites di comando, di quel feudalesimo democratico che è il tratto distintivo delle istituzioni americane, se appena si esce dalle mitologie.

Ma siccome nel delirio non mancano mai aspetti paradossali ecco che la rinnovata belligeranza anti iraniana dello stranamore di Washington, viene anticipata di qualche giorno da un grottesco video dell’Isis, inviato a Khamenei  nel quale il Califfato dichiara guerra all’Iran colpevole non soltanto di perseguire l’eresia sciita, ma anche di ” tollerare gli ebrei”. Certo questi vaneggiamenti fanno impressione, ma non sono poi così diversi da quelli del dipartimento di stato che considera Putin alla stregua di Hitler, demonizza i rapporti commerciali e gli scambi tecnologici fra Mosca e Teheran, sembra davvero credere alle proprie stesse favole dell’aggressione russa  in Ucraina e nell’Europa dell’Est. E’ una situazione pirandelliana  nella quale non si distingue più il confine tra finzione e follia bellica e, come nell’Enrico IV, il ruolo focale passa dal protagonista agli amici e alla servitù del personaggio che ne possono determinare la guarigione o la dissoluzione: finché daranno corda alla follia, essa continuerà a svilupparsi e a produrre sempre nuovi deliri, mentre solo se resisteranno, se avranno la forza di contraddirlo e sostenere la realtà potranno sperare di allontanare concretamente deflagrazione di un conflitto globale che tra i suoi effetti assolutamente certi avrà la distruzione del continente.

Ma con l’Europa di Bruxelles che si rivela sempre più una creatura della finanza sorretta non dal consenso, ma dalla Nato, tutto questo è fantascienza: continueremo a dire di sì alla jihad americana cullandoci in illusorie certezze, confidando che gli 8 milioni di Tomahawk  siano invincibili.


L’intelligence di Putin

Si è vero, la Russia ha gli S 500 di fronte ai quali i patriot americani sono roba da comprare al negozio di modellismo, ha il Topol M, il missile più veloce del mondo che può incenerire qualsiasi obiettivo in una manciata di minuti senza alcuna possibilità di difesa, ha l’ SS18 il più potente razzo balistico in circolazione con la capacità di portare 1o bombe H ciascuna destinata a un obiettivo diverso, ha sottomarini nucleari (costruiti assieme alla Cina)  in grado di eludere la sorveglianza anche a distanza molto ravvicinata e scaricare come e quando vogliono il loro carico di morte. E infatti tutti i giochi di guerra fatti dal pentagono negli ultimi due anni, partono da una superiorità Nato sulla carta, ma giungono come risultato a una vittoria russa.

Però la vera arma segreta di Mosca è Putin che ha reagito con tempismo e astuzia al tentativo di risucchiare l’Ucraina nel cono della Nato ed è poi passato al contrattacco in Siria, mettendo l’alleanza atlantica di fronte al suo stesso caos. Non è certo che zar Vladimir sia uno statista illuminato o più intelligente dei suoi avversari, ma è semplicemente uno che viene dai servizi segreti, ossia da quelle organizzazioni che ormai hanno ramificazioni ovunque, persino in molte associazioni dette umanitarie e hanno assunto un peso determinate nelle decisioni delle elites politiche da quando queste ultime non rappresentano più nessuno se non i gruppi di potere economico e finanziario.

Del resto esiste pure un ragione per la quale spioni e controspioni hanno assunto la fausta denominazione di intelligence; un po’ per giocare le opinioni pubbliche presumibilmente restie a dare eccessivo credito a tesi e notizie provenienti dal sistema spionistico, ma semanticamente più inermi se qualcosa ha a che fare con l’intelligenza; un po’ per marcare il ruolo centrale e più politico assunto dai servizi segreti dentro una geopolitica dove i grandi gruppi di pressione hanno assunto la parte di protagonisti.

Putin conosce a memoria tattiche e strategie dei suoi avversari, sa leggere le mosse più di quanto non possano farlo le elites occidentali e fa le sue contromosse, scioccamente interpretate dai media occidentali. Quando ha accennato alle armi nucleari da usare contro l’Isis era chiaro che avvertiva la Turchia e la Nato a non pensare nemmeno per un momento di chiudere i Dardanelli o quando ha lodato, sia pure in modo abbastanza vago e in certo senso fuori onda,  il candidato Donald Trump, lo ha fatto per spostare verso il basso il livello di russofobia dei candidati più accreditati e destare sconcerto proprio nei servizi che certo vorrebbero un presidente più guerriero che politico, ma che sono di fatto i tessitori della politica anti russa. Senza dire che un pragmatico selvaggio alla Casa Bianca farebbe molto più comodo a Mosca di ciechi reazionari come Ted Cruz personaggio che soffre della feroce sindrome di integrazione dell’immigrato “speciale” oltre che essere tra i fortunati vincitori della lotteria anticastrista tra le famiglie in vista dell’apparato di Fulgencio Batista. Insomma rappresentante di una certa idea dell’America che ne sintetizza il peggio, ovvero l’interventismo e l’eccezionalismo di marca democratica coniugato al reazionarismo del Tea Party.

Certo non occorre chissà quanta astuzia per comprendere che Putin fa il suo gioco anche quando parla delle elezioni americane e che di certo non loda Trump in quanto candidato antropologicamente più vicino, come nella tesi a giornali unificati. Ma andare oltre significherebbe mettere in luce la povertà della politica americana, la sua dipendenza da altri interessi e/0 dagli assunti imperiali che la determinano. Per questo Putin ha un vantaggio decisivo nella partita a scacchi, anticipare e condizionare le mosse dell’avversario molto più di quanto non possano fare le elite occidentali che devono ricorrere a vari piani di manipolazione tra l’azione e la sua giustificazione, tra la realtà e l’immagine.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: