Piccolo è morto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sembrano antichi lo slang e il repertorio di slogan degli anni ’70  e ’80, a vedere come si sono mangiati la Milano da bere, come hanno sistemato per le feste  in malora il “sistema Paese”, cosa è successo dei “distretti” del pingue NordEst e del loro modello di internazionalizzazione regredito per i più dinamici a qualche delocalizzazione infame.

E “piccolo è bello”? Piccolo è bello nella versione aggiornata dal Covid sta diventando “piccolo è morto”. La creatività italiana che aveva trovato applicazione in un tessuto di piccole e medie imprese guidate da imprenditori  intraprendenti era già in sofferenza, modesti segnali di vita erano rappresentati da qualche startup di ragazzi che si erano bevute le leggende di iniziative industriali e tecnologiche nate in garage e cantinette delle villette bifamiliari, selezionati per accreditare la fuffa dell’assistenza pubblica tramite Invitalia.

Per non parlare dei macroscopici interventi in favore delle imprese contenuti nel decreto legge 19 maggio 2020 n.34 (cosiddetto decreto ‘Rilancio’), grazie alla ripresa e il potenziamento di ‘Industria 4.0’ e l’affiancamento di analoghi incentivi per ‘Fintech 4.0’ e all’istituzione del Fondo (che ora ha già una dotazione di 44 miliardi di euro) gestito da Cassa Depositi e Prestiti per il sostegno pubblico alle aziende medio-grandi.

Medio- grandi appunto, perché Cassa Depositi e Prestiti svolge ormai il compito di dare sostegno al capitale di multinazionali presenti in Italia e delle grandi aziende italiane di nome più che di fatto, attraverso investimenti unicamente finanziari che non prevedono condizioni né interferenze e con limiti di tempo lunghi e favorevoli ai debitori.

Come è dimostrato anche del suo recente impegno in aiuto del settore alberghiero che si sta materializzando con l’acquisizione di resort  che vanno a far parte del pacchetto alberghiero di Valtur, con cospicui aiuti al gruppo Forte e con un progetto, che cade proprio a fagiolo di questi tempi, per la conversione di un ex ospedale di Venezia in  Hotel a cura del Club Med.

In realtà da anni che gli scandali bancari, i traffici delle casse di risparmio, i fallimenti e i salvataggi estremi raccontavano di finanziamenti a grandi imprese speculative possedute dagli spiriti animali dell’avidità e dell’accumulazione,  che dovevano coprire spericolati investimenti nel casinò azionario e borsistico,  di concessione di prestiti a fondo perduto a   locali  che vantavano corsie privilegiate in appalti opachi non sempre andati a buon fine, coperture avventate a ancora più sconsiderate operazioni di amministratori locali.

A dimostrazione che i quattrini vanno a chi li ha già o a chi “garantisce” che li farà, grazie a affiliazione, fidelizzazione clientelare, spregiudicatezza e sbrigativa indole trasgressiva.

E da anni sapevamo che questo principio valeva anche per le opportunità offerte dagli aiuti proibiti dall’Ue, principio liberista, che vieta ogni forma di intervento diretto dello Stato, a meno che non cambi nome grazia a uno stravolgimento semantico e legale che permette all’Italia di garantire il prestito alla Fca di 6,3 miliardi e al Mef di approvarlo. E che l’accesso ai programmi di sviluppo europei è stato pensato e realizzato per favorire le cancellerie e gli stati vassalli, ma anche selezionando realtà strutturate, che assicuravano appoggi e crediti “sicuri” da parte dei potentati nazionali.  

E mentre ancora ci si trastulla con la forma che dovranno assumere le elemosine condizionate per essere coerenti con la nuova austerità  la Commissione ha già pensato a un  bilancio e a strategie comuni per contribuire a riparare i danni economici e sociali immediati causati dalla pande­mia da coronavirus che dovrebbe mobilitare investimenti soprattutto privati (almeno 1500 miliardi di euro)in un’Europa verde, di­gitale, resiliente e dunque nei settori e nelle tecnologie fondamentali, dal 5G all’intel­ligenza artificiale, dall’idrogeno pulito alle energie rinnovabili.

 E per tornare a quelle belle formule socio-liriche degli anni passati non si capisce se si tratti del libro dei sogni di un ceto visionario o più probabilmente di una presa dei fondelli di una nomenclatura che ha contribuito per anni alla demolizione della ricerca volta all’innovazione, di un indifferenza ai temi ecologici volta a accreditare soluzioni di mercato e commerciali ai problemi prodotti dal mercato, e che adesso si sorprende di essere ridotta a espressione geografica e economica, subalterna a un impero in disfacimento.

Figuriamoci, se non sono pronte a questa sfide le imprese strutturate, le dinastie industriali, le multinazionali cannibali che comprano solo per mandare in rovina e levare dal mercato competitor molesti, tutti soggetti che da anni e anni non mettono un soldo in sperimentazione, cultura industriale, sicurezza, meno che mai possono farlo le piccole e medie imprese, quelle della catena, dei subappalti dell’outsourcing. Quelle che non possono nemmeno assicurarsi quel tanto di corruzione, monopolio dei grandi gruppi, per evitare controlli occhiuti esercitati quasi esclusivamente su scala minore, incravattati come sono dalle tasse senza possibilità di fuga alle Cayman.

Ci si è messo il Covid, o meglio le misure che hanno ovviamente esonerato le major, addette a attività essenziali, come le fabbriche di dispositivi bellici, le catene della grande distribuzione, immediatamente convertitesi al brand sanitario, i supermercati con le consegne online, impiegate ormai da case editrici,  vendite di prodotti cosmetici, abbigliamento (ormai ridotto a tute e biancheria adatta al domicilio coatto, come insegna Intimissimi).

Produzioni minori e vendite al dettaglio sono già finite e condannate e con esse i dipendenti, i lavoratori cui si immagina di elargire oboli diretti invece di pensare a investimenti per salvare l’attività, in contrasto con un altro delle massime del passato, che insegnava che bisogna aiutare i paesi sottosviluppati non regalando il pesce ma dando loro la lenza e l’amo.

Il nostro Terzo Mondo interno, quello dei piccoli, degli isolati,  invece dovrà patire tutte i mali dell’imperialismo, compresi gli usi mutuati dalla criminalità, quella apertamente illegale e quella che agisce a norma di legge.

Perché si sa che le emergenze piacciono alle mafie in coppola o con i colletti bianchi ben addestrati ai mondi di sopra e di mezzo: favoriscono l’allargamento dei pubblici su cui agire in veste di racket e di usura. E poi promuovono l’acquisizione di imprese in crisi, incravattate e pronte a essere fagocitate a basso prezzo nel grande outlet allestito ben prima della pandeconomia.

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2 responses to “Piccolo è morto

  • M Jama Farah

    per tornare a quelle belle formule socio-liriche degli anni passati non si capisce se si tratti del libro dei sogni di un ceto visionario o più probabilmente di una presa dei fondelli di una nomenclatura che ha contribuito per anni alla demolizione della ricerca volta all’innovazione, di un indifferenza ai temi ecologici volta a accreditare soluzioni di mercato e commerciali ai problemi prodotti dal mercato, e che adesso si sorprende di essere ridotta a espressione geografica e economica, subalterna a un impero in disfacimento.

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  • Piccolo è morto – infosannio

    […] (Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Sembrano antichi lo slang e il repertorio di slogan degli anni ’70  e ’80, a vedere come si sono mangiati la Milano da bere, come hanno sistemato per le feste  in malora il “sistema Paese”, cosa è successo dei “distretti” del pingue NordEst e del loro modello di internazionalizzazione regredito per i più dinamici a qualche delocalizzazione infame. […]

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