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La fattoria degli animali

zL4JDRzwIl buonismo del boia

C’è da non crederci, ma qualche quotidiano riporta il paradossale  “Rapporto sul traffico delle persone” uno dei tanti ballon d’essai americani che non valgono la carta sul quale  sono scritti, il quale  “declassa”  l’Italia in questo particolare campo. Ora, per quanto la battaglia sull’ immigrazione abbia acquisito un importanza centrale per l’impossibilità ideologica di trattare i problemi a monte dell’immigrazione stessa, non ha alcun senso dare la minima credibilità a questa proterva robaccia che viene da un’amministrazione impegnata nella costruzione del grande muro al confine del Messico, che affama per  la popolazione venezuelana al solo scopo di far cadere il governo chavista, che impone regimi reazionari e/o sanguinari ,che adotta sanzioni in ogni dove provocando povertà e disastri umanitari, che arma e poi abbandona mercenari per le proprie guerre le quali sono alla radice del traffico umano. Non a caso il rapporto è stato presentato da Mike Pompeo uno dei guerrafondai più illustri, quello che assolutamente vuole la guerra all’Iran. Anche solo citare queste orrende ipocrisie significa dal loro un qualche impossibile credibilità.

La terra dei Draghi

Al forum dei banchieri di Sintra, alle porte di Lisbona, si è assistito al silente psicodramma dell’Europa unita e reazionaria: il governatore della Bce, ormai in via di lasciare il posto, ha espresso in maniera contorta e anguillesca il vicolo cieco economico e politico del neo liberismo: “Se la crisi ci ha insegnato qualcosa è che noi useremo tutta la flessibilità disponibile entro il nostro mandato per rispettare il nostro mandato. Nelle  recenti deliberazioni, i membri del Consiglio direttivo hanno espresso la loro convinzione su come riportare inflazione vicino al 2%. Proprio come il nostro quadro politico si è evoluto nel passato verso nuove sfide, così può farlo di nuovo. Nelle prossime settimane, il Consiglio direttivo delibererà su come i nostri strumenti possano ridurre il rischio di danni alla stabilità dei prezzi”. Ciò che voleva dire è che si farà il possibile per superare la stagnazione e raggiungere un’inflazione del 2%, che sarebbe appunto l’obiettivo di base della Banca centrale, ma anche il possibile perché questa cifra non venga superata. Ora questa idea dell’economia e della società in funzione del monetarismo è già di per se patologica, ma ancora più patologiche sono le cifre: perché il 2% di inflazione e non il 5 o il 6, necessario per recuperare il tempo perduto, immettendo nell’economia e non solo nelle banche o nella speculazione economica tutte le risorse? Semplice: l’inflazione a livelli medio bassi consente alle banche e alle società finanziarie, come ad esempio i fondi pensione di guadagnare al massimo senza per questo suscitare allarme sociale. Un’inflazione più alta avrebbe invece tre effetti: smobilizzerebbe capitali aumentando il tasso di crescita, farebbe crescere gli investimenti pubblici, ridando centralità allo stato, ma farebbe anche calare rapidamente la capacità di acquisto di salari e stipendi mettendo in moto reazioni politiche non facilmente controllabili. Tutte e tre sono cose che non piacciono affatto all’oligarchia europea che preferisce rimanere immobile perché nulla cambi.

Passate le elezioni, gabbati i gretini

Al consiglio europeo è saltato l’accordo sul clima che prevedeva come obiettivo di massima l’assolutamente impossibile, ovvero un’ Europa a zero emissioni nette di CO2 entro il 2050. Ufficialmente l’accordo è saltato per l’opposizione di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca ed Estonia, ma questo lo si può credere solo se si è dei Candide affetti da cecità, perché l’obiettivo era talmente ambizioso da ridursi in effetti a poco più di un libro dei sogni visto che per raggiungerlo bisognerebbe vietare l’uso di qualsiasi veicolo o riscaldamento non elettrico e contemporaneamente non produrre più energia con petrolio, gas o carbone, ma affidarsi esclusivamente al nucleare e alle rinnovabili. Un simile cambiamento è del tutto impossibile in soli trent’anni non fosse altro che gli investimenti necessari, del tutto al di fuori della portata delle economie continentali e per i tempi di realizzazione degli impianti. Ma non è la prima volta nella storia che l’annuncio di obiettivi troppo ambiziosi per essere realizzati coincide con la volontà di non fare proprio nulla, nemmeno ciò che si potrebbe effettivamente fare. Del resto queste buone intenzioni erano abbastanza ipocrite poiché si scontravano con  gli straordinari aumenti dell’uso di carbone per la produzione di energia elettrica per compiacere la deliranti sanzioni di Washington nei confronti della Russia e del suo gas (vedi qui).    Così la politica verde divenuta cuore dell’europa per la breve stagione elettorale e la sua profetessa bambina vanno a farsi friggere.

Gli inganni del marketing

In questi giorni è stata presentata al pubblico una nuova Hasselblad medio formato, questa volta con mirino elettronico e nuove circuitazioni di bordo che si potrà possedere per appena una decina di migliaia di euro. Il prezzo è alto, ma va pagato perché la nuova macchina, come dice la brochure di presentazione.  “è fatta a mano in Svezia”, nulla a che vedere dunque con quelle prodotte in Asia. Sono le frasi ingannevoli del marketing perché chiunque abbia anche una vaga idea dei processi costruttivi nell’elettronica – e le fotocamere di oggi sono tutte elettronica a parte le lenti – sa che fatto a mano è sinonimo di pessima qualità visto che i componenti necessitano di assemblaggi  micrometrici che solo macchine evolute possono garantire. Quindi la frase è purissimo acchiappa citrullismo. E lo è ancora di più quando si scopre che la Hasselblad non è svedese manco per niente: nel 2004 è stata acquistata dalla giapponese Shiro, unico modo per poter accedere ai nuovi sistemi di elettronica e da due anni è passata alla cinese Dji: insomma al massimo mette inseme pezzi, dai sensori Sony, agli obiettivi zeiss agli otturatori Seiko e via dicendo. Del resto Hasselblad aveva cominciato la sua attività nel 1890 come distributrice dei prodotti fotografici di Kodak e dell’italiana Murer & Duroni, ma di svedese ha sempre avuto assai poco a cominciare dagli obiettivi Zeiss che ne sono stati il cuore, per finire alla sua fotocamera ancestrale, la 1600 F, nata nel dopoguerra la quale era una copia quasi perfetta della Kiev 88 prodotta in Urss dalla Arsenal come macchina per fotografia aerea (anche la Hasselblad  si occupava del campo durante il conflitto). Paradossalmente quando alla fine degli anni ’50 uscì la Salyut, primo prodotto civile dell’azienda sovietica, sembrò che fosse stata copiata dalla Hasselblad.  Insomma pare che le cose fatte a mano siano ben altre.

 

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Ma che bell’ambiente

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Hanno proprio ragione,  Zizek,il più godibile tra i pensatori acchiappacitrulli che offrono filosofia un tanto al metro,    che se la ride dei popoli che si aspettano la salvezza da fuori dei confini con preferenza per i marziani, o la protagonista del grazioso film italiano che  crede che le sorti sue e del mondo siano nelle mani di Jeeg Robot, i cui superpoteri sono stati suscitati da un’immersione nelle acque fetide e tossiche del Tevere.

In attesa di questi interventi esterni, pare ci si accontenti facilmente di leadership per lo più create ed alimentate dalla macchina propagandistica imperiale o nutrite da capacità comunicative autoreferenziali.

E allora diononvoglia che si  infranga qualche tabù,  che si bestemmi il nome della fanciullina mandata con una certa spregiudicatezza a fare da avanscoperta, e  testimonial presso i potenti della terra, della green economy, la forma più impunita e sfacciata di un ecologismo che vorrebbe convincerci che i danni del mercato si possano risolvere attraverso il mercato. O che ci si permetta di smascherare l’icona del metalmeccanico promosso a notabile che ha da tempo smesso di promettere l’ingresso in paradiso alla classe operaia. Insomma guai a tirare giù dal piedistallo re e regine,  ledere il divieto sacrale  di sollevare ragionevoli obiezioni su simboli inviolabili, specialmente se in quota rosa, sia l’intoccabile onorevole Boldrini o la Michela Murgia, ambedue riscattate, in qualità di fiere oppositrici dell’infamone agli Interni, da qualche intemperanza o ipocrisia, oppure su altri monumenti infrangibili:   Saviano  o Notre Dame, ong, comprese quella di Soros, l’expo della Capitale morale inattaccabile rispetto a quella corrotta, anche se i vizi sono comuni, buche comprese, l’alta velocità del neo futurismo, i futuri colossei per tifosi espropriati di pane e  meritevoli di circenses.

Si dirà che si tratta di figure indispensabili per classi disagiate che hanno conosciuto la demoralizzazione, la malinconia per la perdita di beni che si consideravano inalienabili e la riduzione di slancio morale, che vivono il disincanto democratico avendo da tempo smessa la fiducia nella rappresentanza e negli eletti, che delega loro perfino il pensiero oltre che l’azione, placando così coscienze pigre e giustifica la disaffezione.

Perlopiù invece si tratta di burattini i cui fili sono tirati da abili burattinai o di marpioni mossi da altri superiori marpioni che hanno l’incarico non di pacificare i nostri sensi di colpa, al contrario, quello di biasimarci e di addossare a noi le responsabilità per comportamenti personali e collettivi:  scarsa attitudine all’accoglienza di chi si permette di stare addirittura peggio dei residenti di Bastogi, riluttanza a fare la differenziata cui si attribuisce  effetto demiurgico in assenza di riduzioni delle emissioni di industria ei Stato e non, ostinazione criminale nel recarsi al lavoro in auto, reato moralmente e ambientalmente più  deplorevole della licenza a ammazzare dell’Ilva,  obiezione di coscienza della lotta alla criminalità organizzata che fa disertare la denuncia del racket  dei malfattori piccoli mentre quelli grandi che ne sarebbero incaricati dallo stato si occupano d’altro,  a cominciare dal decoro cittadino compromesso da poveracci che chiedono la carità, frugano nell’immondizia,  manifestano per la casa.

Qualcuno, Marcuse,  che ebbe grande seguito in tempi nei quali addirittura si poteva criticare il sistema e anche i  modi con i quali lo si criticava,  espresse il concetto di tolleranza repressiva, come mezzo per perpetuare il dominio degli oppressori sugli oppressi, affermando che, all’interno di una società che sfrutta e soffoca, i movimenti progressisti che accettano le regole del gioco diventano essi stessi strumenti di schiavitù.

E infatti quando eravamo consumatori ci è stato permesso di scaldarci d’inverno e di condizionarci d’estate, di liberare le casalinghe con le stoviglie usa e getta e di caricarsi di confezioni di bottiglie di plastica più leggere di quelle in vetro, di fare innumerevoli e meritate lavapiatti e lavatrici, di impiegare dissipatamente Pampers e Lines come delle scellerate, di coronare i sogni di potenza di maschi frustrati con auto sempre più veloci.

Mentre oggi è tutta una riprovazione per questi consumi dissoluti ai quali siamo stati persuasi  in cambio della diserzione dalla cittadinanza e dalla responsabilità che ne consegue, tutto un minacciarci di catastrofe imminente se non assolviamo e subito gli obblighi connessi alla conservazione della specie: riciclare, pedalare, stare alternativamente al freddo e  al caldo come in una doccia scozzese punitiva del malcostume ecologico, lavare a mano montagne di panni ma al tempo stesso risparmiare la risorse idrica forse facendo tornare le donne al ruscello. Ruscello però inquinato, perché non a caso gli inviti alla fratellanza con sorella Terra sono rivolti alle periferie riottose e non ai residenti agostani di Capalbio, alle massaie rurali e non alla Marcegaglia, agli utenti di Eni, Enel, Acea e non alle aziende pubbliche e private che rincarano servizi sempre più inefficienti e che hanno fatto delle imprese una macchina da corruzione in patria e fuori a nostre spese, a chi abbandona il sacchetto puzzolente con le lische di pesce fuori dal cassonetto e non ai signori dell’export dei rifiuti o delle discariche e nemmeno agli amministratori che hanno sempre lucrato sulle emergenze della monnezza, ai pendolari in auto e motorino e non al monopolio ferroviario che taglia rami e tratte indispensabili per concimare l’albero marcio  dell’alta velocità.

Perché, diciamo la verità, il cambiamento climatico che tutti in un’economia di scala delle responsabilità dovremmo contrastare, a noi fa male ma per altri fa profitto, grazie ai meccanismi di mercato individuati per commerciare le emissioni in modo da dare licenza e a basso prezzo alle industrie di avvelenare e contribuire al riscaldamento globale, grazie alla diffusione sempre più necessaria di sistemi di protezione dagli eventi estremi, grazie anche agli effetti della guerra che il clima muove contro la terra ingrata. Perché delle misure di riparazione e ricostruzione possono approfittare i soliti noti, quelli che guadagnano dall’eterna ammuina, sempre gli stessi che sporcano e danno una mano di vernice, che scavano e riempiono, che abbattono e tirano su dighe, ponti, raccordi, quelli che ci ammalano e poi ci fanno pagare i loro fondi assicurativi per curarci, quelli che delocalizzano in posti dove si inquina senza limiti come il loro sviluppo auspicato, costringendoci a essere competitivi grazie a salari sempre più bassi e polmoni sempre più sporchi.

È proprio uno slogan della tolleranza repressiva quello, lanciato dal piccolo totem con le treccine, della giustizia climatica,  ad uso di un umanitarismo della compassione, di una solidarietà della beneficienza, di una mobilitazione per diritti accessori, lanciati ai cani affamati come ossi,  quando quelli fondamentali sono stati minati e rubati, quando dovremmo reclamarli tutti e uguali per tutti, di una crociata contro il Moloch feroce del maltempo e dell’afa malsopportata anche in Costa Smeralda, all’Argentario, a Palm Springs e che dovrebbe unire tutti vittima e carnefici, oppressi e sfruttatori, oltrepassando altra lotta meno gradita, quella di classe retrocessa a irresponsabile passatempo per reduci e nostalgici. In attesa che diventiamo nostalgici  e reduci dalla terra dalla quale ci hanno cacciato senza speranza di vita  su Marte.

 


Mettere la testa nel sacchetto

mrsaccoNon c’erano dubbi che Legambiente sarebbe stata favorevolissima alla tassa sui sacchetti biocompostabili, anzi sugli shopper come dice questa organizzazione dal nome italiano, ma sulla cui pagina se si va a vedere ” chi siamo” compare una lunga, anodina e vacua pappardella in inglese, quando il sito ha già una sua versione in quella lingua.  Questo tanto per inquadrare in senso lato il rispetto che questa onlus ha degli italiani e probabilmente per indicare anche la provenienza dei suggerimenti e delle tesi. Ma andando poi a leggere i nomi che compongono gli organismi dirigenti scopriamo una marea di ex piddini dell’appennino, di quelli con le mani in pasta sul territorio per intenderci e un coordinamento scientifico che presenta qualche anomalia come collegamento impropri con aziende alimentari o enti di produttori agricoli.

Il fatto è che Legambiente scrive in inglese, ma è italianissima avendo all’attivo potenziali conflitti d’interesse che da una parte si configurano incompatibili con lo status di onlus e dall’altro anche con la consistenza e la neutralità che ci si dovrebbe attendere. Tutte cose di cui la onlus va invece fiera: fiera di detenere la maggioranza di Azzero Co2 che ha come clienti non si sa bene a che titolo Enel, Edison e Sorgenia, fiera del fatto che una “struttura decentrata” come il Kyoto Club abbia come presidente quella Catia Bastoli che è presidente di Terna, amministratore delegato di Novamont che produce il materiale per i famosi sacchetti (realizzati poi da decine di aziende diverse) , di Matrica Spa una joint venture con Enel, nonché membro della giunta e del comitato direttivo di Federchimica, di quello  di Plastics Europe – Italia e dulcis in fundo  consigliere di amministrazione di Fondazione Cariplo. Insomma un bel centro di interessi attorno a cui ruota tutto il meccanismo di aziende, onlus, colossi della chimica e fondazioni che poi ungono i meccanismi della politica.

Questa premessa era necessaria per parlare dei famosi sacchetti del supermercato e per allontanare ogni possibile credulità popolare o politica in merito al fatto che si tratti di una misura ecologica che va a favore dell’ambiente. Non lo è per sei fondamentali e incontrovertibili motivi: che la fabbricazione di questi sacchetti richiede più energia e acqua di quelli in normale plastica biodegradabile, consuma insomma più ambiente; che la loro compostabilità è per ora limitata al 40%; che per questo devono in ogni caso finire in impianti ad hoc per il loro smaltimento visto tra l’altro che non sono adatti né alla produzione di biogas né agli impianti normali che ne vengono intasati; che la produzione richiede ancora più consumo di terreno agricolo, il che – come è accaduto per i biocarburanti – è un incentivo al supersfruttamento della terra con uso senza limiti di chimica e di ogm; che l’utilizzo limitato ai banchi di frutta e verdura dei supermercati li rende di fatto inutili, eliminando solo una parte marginale in peso dei normali biodegradabili; che il furbesco divieto di dotarsi di sacchetti non usa e getta finisce per aggravare il problema invece di attenuarlo. Purtroppo si tratta di argomenti, ovvero di veleni mortali per l’italiota tipo.

La realtà è che si ci troviamo di fronte a una tassazione surrettizia che costerà dai 20 a 50 euro a famiglia, che parte da un pretesto ecologico fasullo, passa all’incasso attraverso una serie di aziende amiche e ritorna in qualche percentuale ai valorosi legislatori che hanno messo assieme questo colpo e che vengono difesi a spada tratta proprio da Lega Ambiente che ha le mani in pasta. La pretesa che non si tratti di una imposta occulta come ciancia la nostra onlus perché i sacchetti si pagavano anche prima senza che ce ne si accorgesse è il tipico sillogismo della mutua perché il costo occulto rimane esattamente quello di prima e ora se ne aggiunge uno ulteriore visibile. In realtà tutta l’operazione, come del resto molto del nostro ecologismo nostrano, si basa esclusivamente su affari e suggestioni: c’è l’obbligo dei sacchetti bio a pagamento, ma che importa un piccolo sacrificio di fronte all’ambiente. Verissimo, ma bisogna però essere sicuri di fare la cosa giusta e questa non lo è per nulla: se davvero si voleva proteggere l’ambiente si poteva fare ciò che raccomanda l’Onu e come si fa sostanzialmente nel resto d’Europa, ovvero usare sacchetti concepiti per essere usati moltissime volte obbligando i supermercati alla loro vendita e i clienti al loro uso, oppure si poteva decidere di rendere obbligatorio il biocompostabile per tutti i sacchetti di qualunque tipo. Ma quest’ultima non era un’operazione percorribile perché dopotutto l’Ad di Novamont è anche presidente dei plastificatori euro italiani, mentre la prima avrebbe danneggiato gravemente gli interessi della filiera produttiva che abbiamo visto all’opera.

Però c’è molta gente contenta di pagare la campagna elettorale del Pd e di Renzi facendo per giunta qualcosa per l’ambiente: un vero peccato che proprio il governo italiano mentre preparava questa mossa abbia entusiasticamente collaborato a Bruxelles ad affossare gli accordi di Parigi e rimandare tutto alle calende greche. Questo non lo troverete nel sito di Lega ambiente: però chi vuole mettere la testa nerl sacchetto è servito.


Primavera cinese

large_yLHHBbtb9U0sJ04UNSdhazkTZVCLHRiNT_TL8VnoWaE-kvEH-U43330231093270AyE-593x443@Corriere-Web-SezioniCiò che agli inizi del secolo scorso affascinava gli orientalisti era da una parte lo stupefacente progresso tecnologico del Giappone che in meno di cinquant’anni dopo la sua forzosa apertura era riuscito a recuperare il gap che lo separava dal mondo industrializzato e la straordinaria longevità del celeste impero che, nonostante invasioni e infinite vicissitudini interne, durava grosso modo sullo stesso immenso territorio dal 221 avanti Cristo dimostrando così una stabilità senza paragoni. L’altro impero di dimensioni paragonabili più longevo, quello romano, sembra quasi una meteora al confronto: la costruzione della grande muraglia cominciò nel 215 ac, all’epoca della prima guerra punica quindi appena all’inizio della conquista del mediterraneo da parte della repubblica romana ed era indirizzata alla difesa contro gli Nsiung Nu una popolazione, anzi un complesso di popolazioni nomadi che dopo due secoli di alterne vicende e sostanzialmente sconfitte invertirono la rotta e si diressero verso occidente grosso modo nel periodo della guerra civile tra Mario e Silla. Quando gli Nsiung Nu, col nome Unni arrivarono alle porte dell’Europa, l’impero romano era di fatto già finito.  Anzi la sua fine fu accelerata proprio da questa spinta unna che costrinse le tribù germaniche, slave e sarmatiche ad assaltare il limes. E mancano ancora ottocento anni a Marco Polo.

A questo proposito è molto interessante anche per l’oggi considerare che nei Paesi di lingua romanza, Italia, Francia, Spagna, Romania quella degli Unni viene considerata un’invasione, mentre per quelli di tradizione germanica si parla di migrazione. Ma questo è tutt’altro capitolo: per ora ciò che mi preme  sottolineare è la straordinaria stabilità cinese che si pone anche come elemento di stabilizzazione e di progresso anche all’esterno e che comunque costituisce un elemento da mettere in primo piano in un mondo da tempo ai confini della guerra. Naturalmente due secoli di benevola cineseria laccata e molti decenni di propaganda prima contro la Cina della rivoluzione maoista poi contro il gigante industriale che impaurisce l’occidente cercano di dare un’impressione del tutto contraria.  Per esempio, tanto per affrontare un argomento che volente o nolente sarà quello contro cui si scontreranno frontalmente le contraddizioni del pensiero unico liberista,  si dice che la Cina sia il maggiore inquinatore del pianeta e in un certo senso è vero se si considera che l’impero di mezzo fabbrica per il mondo. Ma se andiamo a leggere i dati in maniera più sensata ci accorgiamo che non è affatto così, che la Cina produce 8 tonnellate per abitante di gas serra e inquinanti di vario genere contro i 10 della pulitissima Europa e i 20 degli Stati Uniti.

In realtà è proprio sul piano ambientale che la Cina dimostra la sua possibilità di essere un modello e la sua modernità in tutti i sensi essendo passata dalla repressione finanziaria delle industrie inquinanti adottata in Occidente secondo meccanismi puramente mercatista a vasti piani piani per il recupero della qualità dell’aria nelle aree urbane, per la tutela della biodiversità e per la riconversione energetica. Non solo è di gran lunga il maggior produttore di energia idroelettrica, ma è anche il Paese più avanzato in fatto di rinnovabili come dimostra la recente inaugurazione della prima megacentrale solare gallegginate a Huainan vicino a Shanghai, qualcosa che finora non ha paragoni. Per di più sta creando delle “città foresta” come quella di Liuzhou capace di ospitare 35 mila persone, 40 mila alberi di 23 specie diverse che praticamente costituiscono una sorta di coperta termica la quale permette oltretutto di assorbire  1.000 tonnellate di anidride carbonica all’anno e 57 tonnellate di sostanze inquinanti, mentre produce 900 tonnellate di ossigeno. La città ovviamente è completamente autonoma grazie all’energia solare e a quella geotermica. Si tratta di un progetto pilota a cui ne seguiranno immediatamente altri tre molto più grandi nella regione di Nanchino.

Questo per non parlare delle nuove tecniche agricole che tendono a preservare sia l’ambiente che la futura produzione. Ma anche in un settore discusso e discutibile come il nucleare, Pechino è tornata ai suoi vecchi progetti e punta adesso alle centrali a fusione di sali, ovvero centrali al torio che hanno alcuni vantaggi fondamentali: la possibilità di uno spegnimento immediato a seguito di un incidente o di un malfunzionamento, cosa oggi impossibile  e una produzione di scorie 1000 volte inferiore a quelle prodotte da una centrale a uranio. Questi impianti nonostante gli enormi vantaggi non vengono più considerati in occidente sia per mancanza di fondi delle major del nucleare, sia per la pressione delle lobby militar-industriali che vogliono materiale fissile per le bombe e uranio impoverito per i proiettili, tutte cose che le centrali al torio “purtroppo” non producono. Si potrebbe dire che gli Unni hanno continuato a spostarsi verso occidente, magari a bordo di qualche galeone pellegrino, ma non c’è dubbio che su uno dei temi fondamentali del prossimo futuro la Cina è tornata ad essere il centro propulsivo del mondo, anche se si fa di tutto per nasconderlo e anzi far apparire il contrario. O peggio si cerca di esorcizzare realizzazioni possibili solo con una programmazione dello stato e del tutto inconcepibili nel puro mercato. Forse qualcuno dovrebbe cominciare a togliersi gli occhiali deformanti dell’esotismo da una parte e del pensiero unico dall’altro e a riconoscere nuovi modelli possibili da trasformare e riadattare, ma che comunque sono in campo e che si richiamano a modelli inclusivi così diversi da quelli di bastone e carota adottati dall’occidente e in particolare dall’impoero anglosassone.


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