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Italy on demand

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È proprio un vulcano di idee e, come per i vulcani appunto, sarebbe consigliabile starne lontano per non venir travolti dalla lava incandescente delle sue cazzate, o meglio sarebbe dire bullshit?

Perché un carattere irrinunciabile della filosofia e della comunicazione del ministro Franceschini è la passione per gli Usa e per il lo slang bassoimperiale, magari ritrasmesso con gli stilemi e gli accenti di altri due interpreti prestigiosi,  Mericoni e Rutelli, noto per aver compitato a stento il gobbo del pistolotto inneggiante al “giacimento”, alle miniere nostrane di bellezze e cultura da “sfruttare”, quelle che il detentore perenne del dicastero incaricato pensò di “valorizzare” a fini squisitamente turistici con una campagna intitolata Very Bello.

Mi capita spesso di tornare su questa figura di fantolino di quella provincia che da sempre è la fucina di una classe dirigente piccolo borghese che ha convertito in piccole virtù certi grandi vizi, ambizione, arrivismo, superficialità, spregiudicatezza, volubilità.

E non a caso si parla di lui, avvocatino dopo avvocatino, come aspirante a più alti destini, in virtù di una crisi alla quale, si mormora, avrebbe contribuito in veste di insider,  esibendo sotto traccia quella affaccendata abilità da mediatore che veniva coltivata nelle sue geografie di origine, per vendere maiali dei quali non si butta via niente proprio come per i beni culturali,  la stessa che dimostra in trattative con sponsor e mecenati coi quali ha capito che bisogna dimostrarsi cedevoli, quanto si deve invece essere intransigenti con tecnici, esperti, storici, lavoratori che non possiedono le necessarie qualità per imporre un brand e fare cassetta.

Che sia vero o no che ha scambiato una casacca con l’altra, è invece certo che si tratta di una creatura da Leopolda, con una vena speciale per la commercializzazione di tutto quel merchandising e di quella paccottiglia “ideale” che, sia pure con scarso riscontro elettorale,  ha contribuito invece accreditare un “pensierino” forte.

E’ quello dell’idolatria del mercato, della detenzione da parte di un ceto, superiore socialmente e dunque moralmente, della possibilità dinastica o di appartenenza di accentrare poteri decisionali, di delegittimare lo stato di diritto autorizzando corruzione e arbitrio a norma di legge,  della irriducibile subalternità all’amico americano, al suo stile di vita, al suo gergo, dell’ostinato atto di fede nell’Ue, nello schifiltoso disprezzo per il “popolo” che è lecito affamare offrendo in cambio cotillon al Colosseo, espropriare di beni e diritti elargendo mancette di consolazione, immeritevole com’è della bellezza che  è vantaggioso sfruttare o abbandonare in modo che il suo prezzo nell’outlet globale sia più conveniente per augusti compratori.

E difatti si tratta di un sacerdote della “valorizzazione” termine in voga per definire l’opera di moderna  razionalizzazione delle foreste amazzoniche abbattute per realizzare parquet esclusivi, per abituarci alla profittevole trasformazione del paesaggio della Sicilia in un lucrativo susseguirsi di campi da golf, per favorire la conversione di paesi e borghi in alberghi diffusi grazie al sostegno all’economia della multinazionale di B&B, sperimentata in via privata nella magione di famiglia, opportunamente “corretta” da casa vacanze in studentato, per ridurre tutela e salvaguardia a operazioni estemporanee di marketing.

Come succede a Pompei una volta di più minacciata  da un flusso magmatico ministeriale che offre spettacolari scoperte  a orologeria per celebrare il tandem tra titolare del dicastero e direttore ad interim del Parco Archeologico di Pompei,  come nel del “termopolio” già rivelatosi nel 2019 ma esibito in pubblica ostensione in occasione del Natale per nutrire l’immaginario dei fan dei masterchef frustrati dalle restrizioni,  ma soprattutto in non sorprendente coincidenza con le proteste del personale precario delle biglietterie senza cassa integrazione da mesi.

E non deve stupire, anche questo fa parte della concezione di ordine pubblico, quella che fa il camouflage ai grandi eventi e alle grandi opere infiltrate dalla criminalità, che lancia l’ipotesi di una Pompei smart-city per occultare nel percorso virtuale i crolli della mancata manutenzione, così come nasconde il martirio dei senza casa, senza lavoroe senza speranza del cratere del sisma dietro al repertorio di immaginette votive dei restauri prioritari al patrimonio ecclesiastico cui abbiamo  tutti doverosamente partecipato, in modo da consolidare il destino di quelle aree in  destinazioni del turismo sacro.  

Un ordine pubblico che si è arricchito della istanza sanitaria e dunque permette a un sindaco, quello di Venezia, di precettare le sovrintendenze restie per prolungare la chiusura dei musei civici limitando il rischio di pericolosi assembramenti davanti a Guardi e Canaletto, che consente a un governo che usa l’eccezionalità come cura salvavita  per tenere chiusi i rischiosi teatri ma aperti e esposti bus, tram, metro, che in maniera esplicita dichiara che il nostro patrimonio artistico e il nostro possiedono un’unica finalità e hanno un unico significato: quelli di prestarsi all’uso e all’abuso turistico e al consumo commerciale.  

E difatti, in modo che non ci siano dubbi,  abbiamo subito il sospirato avvio dell’aggiornamento del Colosseo in modo che possa ridiventare “un grande teatro popolare, dotato delle tecnologie più avanzate, montacarichi e complesse macchine di scena per dare vita agli spettacoli più emozionanti , cacce, combattimenti, per un periodo persino battaglie navali”, (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/12/26/hic-sunt-ladrones/ ), grazie all’incarico dato all’Invitalia di Arcuri per un bando da 18.5 milioni, con l’aggiunta di altra gara europea di importo di 411 mila euro per l’appalto del servizio di realizzazione e fornitura delle divise e dell’equipaggiamento da lavoro per il personale, che, per coerenza, potrebbero rievocare i costumi del Gladiatore, quello con Kirk Douglas.

E adesso con la dovuta solennità l’immarcescibile ministro lancia finalmente la promessa Netflix della cultura, la piattaforma digitale promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo insieme a Cassa Depositi e Prestiti e a Chili, per “supportare” il patrimonio artistico-culturale italiano con la realizzazione di “un palcoscenico virtuale” per estendere le platee e promuovere nuovi format per il teatro, l’opera, la musica, il cinema, la danza e ogni forma d’arte, live e on-demand, riservando forte attenzione ai nuovi talenti.

Seppellito l’arcaica formula del VeryBello già nel 2015 rinominata Very Flop, finalmente siamo approdati al più futurista e visionario  ITsArt che già dal nome vuole esprimere “la proiezione internazionale dell’iniziativa” e rimarcare, in forma inedita “lo stretto legame tra il nostro Paese e l’arte” partendo “da un concetto semplice e immediato che è al cuore del progetto: ‘Italy is art’ (l’Italia è arte)”. E lo si intuisce anche dal logo, che con una linea dinamica e moderna, quel punto davanti a It, sottolinea la vocazione digitale del progetto,  e che, con un richiamo al tricolore, evoca “l’italianità della sua visione”.  

 Gratta gratta,  alla fin fine il lieto annuncio riguarda in forma postuma la costituzione di una società per azioni, quelle buone che portano quattrini ai promotori, con Cassa Depositi e Prestiti in veste di socio maggioritario e Chili S.p.A., 88 dipendenti, oltre 30 dei quali saranno impegnati sullo sviluppo e la manutenzione dell’iniziativa, pensata e prodotta dall’immaginifico ministro insieme ai partner senza interpellare gli attori che dovrebbero muoversi sul “palcoscenico”.

Quanto all’impegno finanziario oltre ai 10 milioni previsti dal decreto Rilancio  , Cdp di suo ha versato 6,2 milioni, mentre Chili ha conferito in natura sei milioni di euro, un valore suddiviso in 5,5 milioni come sovrapprezzo e 490mila euro a titolo di capitale  mediante il conferimento della piattaforma tecnologica software di distribuzione di contenuti video e audio on demand, attraverso la quale saranno distribuiti i contenuti digitali culturali che includono prime di eventi e altri spettacoli teatrali, concerti, stagioni liriche, virtual tour e che, come è stato osservato, si pone in aperto conflitto con la funzione e il patrimonio multimediale sterminato della Rai.

 Più che privata la cultura, l’arte, la bellezza diventano intimiste così come il distanziamento sanitario è diventato sociale. Potremo goderceli comodamente da casa, tramite app, sul Pc o in televisione con un modesto canone, necessariamente obbligatorio come  ogni forma di obbedienza e appartenenza responsabile alla società. E allora non possiamo che augurarci che l’arrivo dell’intelligenza artificiale cancelli dal Bel Paese tanti malfattori naturali.


Dove vai, ragazzo in bicicletta?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando pedalo i problemi della vita spariscono. È una delle poche attività che mi permette di staccare completamente e non pensare ad altro”.

La dichiarazione ripresa da un libro uscito un anno fa “Lavoro alla spina, Welfare à la carte” è di un dipendente di un food delivery.

E la dice lunga su uno degli effetti corruttivi dell’occupazione offerta dalle piattaforme: la precarietà più sregolata, che combina caporalato e cottimo, viene intesa come una opportunità per godere di una certa “indipendenza”, grazie alla  quale ci si illude di poter  scegliere come e quando lavorare. E in virtù della quale ci si convince di essere autonomi: si interagisce virtualmente con un “padrone” immateriale, si è apparentemente esentati  dagli obblighi della subordinazione, che però è quella che garantisce le poche tutele ancora concesse in rapporti che sono sempre più caratterizzati da regole commerciali.

Il fatto che la relazione sia virtuale fa sottovalutare di essere soggetti a un sistema di controllo e verifica dell’efficienza e efficacia della prestazione ancora più  feroce, perché è quello a stabilire se il dipendente avrà chiamate, se macinerà chilometri e tagliandi oppure se verrà coinvolto sempre meno e con minor profitto, anche per via  della valutazione capricciosa dei clienti chiamati a dare un voto al “prodotto pony”.

Adesso che il Covid ha imposto l’amazonizzazione dell’economia, le cose sono peggiorate. Il sistema di commercializzazione, logistica e distribuzione delle  piattaforme ha perso qualsiasi  carattere che non sia quello della schiavitù, che permette ad Amazon  di trarre vantaggio dalla messa fuori gioco del commercio tradizionale accumulando 25 miliardi di dollari di profitti in più, con guadagni cresciuti del 197% e vendite aumentate del 37% superando i 96 miliardi di dollari, favorite dallo spostamento delle abitudini di consumo verso gli acquisti on line effetto del lockdown.

In realtà più del 50% dei suoi utili   non è dato dall’e-commerce, ma dalla vendita e dalla gestione di dati messi sul mercato, a significare che i dipendenti non sono il vero irrinunciabile motore del guadagno e il rendimento non ne soffre se sono maltrattati, umiliati, comprati e affittati a poco prezzo in un sistema che cresce e si muove e circola senza oggetti, prodotti, derrate e manufatti.  

Consiste in questo il grande successo del modello di Bezos che via via ha saputo combinare il capitalismo delle merci, quello speculativo e quello dell’informatizzazione, diventato il più fertile perché concorrono volontariamente all’accumulazione e ai guadagni dell’impresa tutti quelli che cedono e fanno circolare dati, una merce che non richiede lavoro ma che genera utili, in cambio di servizi che ritengono siano  gratuiti e regalati, come nel caso di Prime.

Intanto fuori dallo stabilimento di Amazon dell’Alto Polesine sostano da mesi i camper: sono quelli dove dormono, mangiano, vivono, se quella si può chiamare vita, i dipendenti a tempo determinato dell’azienda, che non hanno garanzie da esibire per affittare o mantenere una casa. Ma il contagio indiretto della barbarie della forma che ha assunto il gigantismo bulimico delle multinazionali si esprime in altri modi, condiziona scelte e consumi, influenza l’immaginario e consolida, oggi più che mai, la narrazione di masse avide e insaziabili di cibi, merci e fescennini da accontentare con l’edificazione di altri tempi nei quali bighellonare, guardare vetrine sognando acquisti e officiare i riti della socialità espulsi dalle piazze.

In Emilia Romagna  Bonaccini chiude i mercati e i mercatini mentre risparmia Coop e Gdo, Merola  a Bologna inaugura con pompa trionfalistica  il People Mover che  collega l’aeroporto di Bologna-Borgo Panigale – da mesi una cattedrale nella quale non si officiano né arrivi né partenze – con la stazione di Bologna Centrale, allegoria estemporanea dell’alleanza costruttivista tra pubblico e privato, e che replica l’insensato ampliamento dell’aeroporto di Parma sulla base di un progetto fotocopiato  da quello di Orio al Serio di Bergamo.

E nemmeno ci provano a dire che sarà al servizio del “turismo che non c’è”, visto che in meno di un giorno Amazon sceglie nelle vicinanze un lotto di oltre 10 mila mq e se lo compra per realizzare un centro smistamento, di cui si fa testimonial l’Unione Industriali che ne promuove il potere di attrazione per altre imprese di logistica, contribuendo ad allargare l’azionariato dello scalo, già aperto all’arrivo di un  partner estero, forse  Etihad, a imprese interessate al nuovo polo con contorno di concessioni, autorizzazioni e permessi.  

Così  si consolida il trionfo delle grandi catene commerciali, della  distribuzione compresi quelli take away, e  di intrattenimento come Netflix e  Prime, per promuovere il consumo da casa “prodotto”  da forza-lavoro sottopagata, sfruttata e talmente umiliata che in questi giorni si può leggere su Facebook lo stato  di una entusiasta dipendente di Amazon che celebra la ditta che “pensa” ai suoi lavoratori con una strenna di 300 euro, una mancia buttata in bocca agli affamati né più né meno delle elemosine e dei ristori governativi elargiti discrezionalmente  tutta quell’economia di prossimità che sta fallendo, ridotta alla fame insieme ai suoi addetti: turismo, ristorazione, artigianato, piccoli aziende alimentari e allevamenti.

Sarà anche vero che il capitalismo sta vivendo una crisi profonda, sarà anche vero che si sta accelerando quel processo autodistruttivo che potrebbe portarlo al suicidio.

Ma c’è da temere che sia più vero ancora che macina un successo dietro l’altro per quando riguarda la distruzione di ogni resistenza da parte degli sfruttati nel cui esercito sempre più informale  e precarizzato sono entrati a far parte,  inconsapevolmente,  anche soggetti qualificati e “creativi”  che si realizzano nell’ambito dell’informazione, della digitalizzazione  e della conoscenza, culturalmente più preparati e dunque potenzialmente  più emancipati, che non percepiscono o rimuovono di trovarsi nella stessa situazione del commesso o dell’operaio o del sottoccupato stabile, quello che si è ricavato una sua cuccia augurandosi di poterla mantenere o che addirittura, succede in Glovo, in Just eat, diventa “imprenditore” costruendosi una rete cui appalta il servizio di consegna che dirige dal Pc di casa.

Si tratta di categorie escluse dal sistema di protezioni e di garanzie del welfare tradizionale, esteso non più solo ai giovani e che è costretto a rivolgersi a forme di tutela aziendale e corporativa comunque privata, proprio quelle promosse da anni dalle multinazionali che hanno creato fondi pensionistici, assicurativi, assistenziali cui i dipendenti contribuiscono realizzando il prodigio di essere sfruttati due volte, con la intermediazioni dei sindacati ormai retrocessi a patronati e agenti adibiti alla commercializzazione di servizi.

Come siamo caduti in basso anche in materia di profezie con la verifica di quella di Buffett quando se ne uscì con la stranota battuta “la lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi”. La moltiplicazione delle forme di lavoro e dei contratti che le regolano, le disuguaglianze di trattamento e di accesso all’interno del mercato hanno ostacolato e ormai minato definitivamente la possibilità che si coaguli e agisca un soggetto collettivo unitario in forma di “classe”, difensiva e antagonista.

 Non lamentatevi di non avere il cenone di Natale “con i tuoi”, se non vi siete meritati quel “pranzo di gala”.  


Piccolo è morto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sembrano antichi lo slang e il repertorio di slogan degli anni ’70  e ’80, a vedere come si sono mangiati la Milano da bere, come hanno sistemato per le feste  in malora il “sistema Paese”, cosa è successo dei “distretti” del pingue NordEst e del loro modello di internazionalizzazione regredito per i più dinamici a qualche delocalizzazione infame.

E “piccolo è bello”? Piccolo è bello nella versione aggiornata dal Covid sta diventando “piccolo è morto”. La creatività italiana che aveva trovato applicazione in un tessuto di piccole e medie imprese guidate da imprenditori  intraprendenti era già in sofferenza, modesti segnali di vita erano rappresentati da qualche startup di ragazzi che si erano bevute le leggende di iniziative industriali e tecnologiche nate in garage e cantinette delle villette bifamiliari, selezionati per accreditare la fuffa dell’assistenza pubblica tramite Invitalia.

Per non parlare dei macroscopici interventi in favore delle imprese contenuti nel decreto legge 19 maggio 2020 n.34 (cosiddetto decreto ‘Rilancio’), grazie alla ripresa e il potenziamento di ‘Industria 4.0’ e l’affiancamento di analoghi incentivi per ‘Fintech 4.0’ e all’istituzione del Fondo (che ora ha già una dotazione di 44 miliardi di euro) gestito da Cassa Depositi e Prestiti per il sostegno pubblico alle aziende medio-grandi.

Medio- grandi appunto, perché Cassa Depositi e Prestiti svolge ormai il compito di dare sostegno al capitale di multinazionali presenti in Italia e delle grandi aziende italiane di nome più che di fatto, attraverso investimenti unicamente finanziari che non prevedono condizioni né interferenze e con limiti di tempo lunghi e favorevoli ai debitori.

Come è dimostrato anche del suo recente impegno in aiuto del settore alberghiero che si sta materializzando con l’acquisizione di resort  che vanno a far parte del pacchetto alberghiero di Valtur, con cospicui aiuti al gruppo Forte e con un progetto, che cade proprio a fagiolo di questi tempi, per la conversione di un ex ospedale di Venezia in  Hotel a cura del Club Med.

In realtà da anni che gli scandali bancari, i traffici delle casse di risparmio, i fallimenti e i salvataggi estremi raccontavano di finanziamenti a grandi imprese speculative possedute dagli spiriti animali dell’avidità e dell’accumulazione,  che dovevano coprire spericolati investimenti nel casinò azionario e borsistico,  di concessione di prestiti a fondo perduto a   locali  che vantavano corsie privilegiate in appalti opachi non sempre andati a buon fine, coperture avventate a ancora più sconsiderate operazioni di amministratori locali.

A dimostrazione che i quattrini vanno a chi li ha già o a chi “garantisce” che li farà, grazie a affiliazione, fidelizzazione clientelare, spregiudicatezza e sbrigativa indole trasgressiva.

E da anni sapevamo che questo principio valeva anche per le opportunità offerte dagli aiuti proibiti dall’Ue, principio liberista, che vieta ogni forma di intervento diretto dello Stato, a meno che non cambi nome grazia a uno stravolgimento semantico e legale che permette all’Italia di garantire il prestito alla Fca di 6,3 miliardi e al Mef di approvarlo. E che l’accesso ai programmi di sviluppo europei è stato pensato e realizzato per favorire le cancellerie e gli stati vassalli, ma anche selezionando realtà strutturate, che assicuravano appoggi e crediti “sicuri” da parte dei potentati nazionali.  

E mentre ancora ci si trastulla con la forma che dovranno assumere le elemosine condizionate per essere coerenti con la nuova austerità  la Commissione ha già pensato a un  bilancio e a strategie comuni per contribuire a riparare i danni economici e sociali immediati causati dalla pande­mia da coronavirus che dovrebbe mobilitare investimenti soprattutto privati (almeno 1500 miliardi di euro)in un’Europa verde, di­gitale, resiliente e dunque nei settori e nelle tecnologie fondamentali, dal 5G all’intel­ligenza artificiale, dall’idrogeno pulito alle energie rinnovabili.

 E per tornare a quelle belle formule socio-liriche degli anni passati non si capisce se si tratti del libro dei sogni di un ceto visionario o più probabilmente di una presa dei fondelli di una nomenclatura che ha contribuito per anni alla demolizione della ricerca volta all’innovazione, di un indifferenza ai temi ecologici volta a accreditare soluzioni di mercato e commerciali ai problemi prodotti dal mercato, e che adesso si sorprende di essere ridotta a espressione geografica e economica, subalterna a un impero in disfacimento.

Figuriamoci, se non sono pronte a questa sfide le imprese strutturate, le dinastie industriali, le multinazionali cannibali che comprano solo per mandare in rovina e levare dal mercato competitor molesti, tutti soggetti che da anni e anni non mettono un soldo in sperimentazione, cultura industriale, sicurezza, meno che mai possono farlo le piccole e medie imprese, quelle della catena, dei subappalti dell’outsourcing. Quelle che non possono nemmeno assicurarsi quel tanto di corruzione, monopolio dei grandi gruppi, per evitare controlli occhiuti esercitati quasi esclusivamente su scala minore, incravattati come sono dalle tasse senza possibilità di fuga alle Cayman.

Ci si è messo il Covid, o meglio le misure che hanno ovviamente esonerato le major, addette a attività essenziali, come le fabbriche di dispositivi bellici, le catene della grande distribuzione, immediatamente convertitesi al brand sanitario, i supermercati con le consegne online, impiegate ormai da case editrici,  vendite di prodotti cosmetici, abbigliamento (ormai ridotto a tute e biancheria adatta al domicilio coatto, come insegna Intimissimi).

Produzioni minori e vendite al dettaglio sono già finite e condannate e con esse i dipendenti, i lavoratori cui si immagina di elargire oboli diretti invece di pensare a investimenti per salvare l’attività, in contrasto con un altro delle massime del passato, che insegnava che bisogna aiutare i paesi sottosviluppati non regalando il pesce ma dando loro la lenza e l’amo.

Il nostro Terzo Mondo interno, quello dei piccoli, degli isolati,  invece dovrà patire tutte i mali dell’imperialismo, compresi gli usi mutuati dalla criminalità, quella apertamente illegale e quella che agisce a norma di legge.

Perché si sa che le emergenze piacciono alle mafie in coppola o con i colletti bianchi ben addestrati ai mondi di sopra e di mezzo: favoriscono l’allargamento dei pubblici su cui agire in veste di racket e di usura. E poi promuovono l’acquisizione di imprese in crisi, incravattate e pronte a essere fagocitate a basso prezzo nel grande outlet allestito ben prima della pandeconomia.


Awana ganassa, whats american boi

Schermata-2014-07-09-alle-11-36-31Temo non ci sia provincialismo più esplicito e becero di chi pensa di  essere cosmopolita perché usa il pidgin english turistico. E non c’è da stupirsi se siamo impestati di inutile e squallida anglofonia come surrogato di idee, come manifestazione di istintivo servilismo coloniale o come espediente semantico per nascondere la realtà. Il discorso sarebbe lungo, ma non è affatto un caso se andando a Venezia, Renzi abbia parlato per mezz’ora in un inglese maccheronico di cui il sito  “Vice.com” ha fatto un’esilarante traduzione che riporto alla fine del post.

Il premier di un Paese non dovrebbe esporsi al ridicolo in questo modo: o fa le cose bene oppure le affida ai professionisti, in questo caso agli interpreti che è assai più dignitoso. Tuttavia non possiamo ragionevolmente sorprenderci di questa abominevole mistura di narcisismo e incompetenza linguistica: il dilettantismo di cui Renzi fa sfoggio senza rendersene conto è lo stesso che guida le riforme: robetta da fenomeno della Terza C, ricerchine su Wikipedia, tanto l’importante è obbedire a quelli che lo hanno pompato e gonfiato sino all’inverosimile. Ed è naturale che facendo ancora volta il ganassa abbia cercato nel suo inglese da villaggio vacanze (nonostante abbia speso 17 mila  euro per corsi nella lingua non più di Shakespeare, ma di Hollywood ) di attingere una sorta di legittimità per il nulla che stava dicendo.

Non è mica l’unico, il Pd ha una lunga tradizione in questo senso e anche senza quell’immortale Pliz visit Italy di Rutelli, lo stesso fondatore del partito, ossia Veltroni che ha rotto le palle a tutto spiano con Kennedy, Clinton e la cultura americana, in realtà non sa ancora oggi una parola d’inglese e quando va nella grande mela dove ha acquistato una casa deve essere accompagnato costantemente dalla moglie o dalle figlie per fargli da interprete.

Tornando a Venezia è molto sgradevole che il premier abbia voluto escludere la grande massa dei suoi elettori – disgraziatamente italiani  e che l’inglese di certo lo conoscono come Veltroni – dalle straordinarie parole sul digitale e sulla banda larga, mentre quell’intellettuale dell’ex fidanzata del figlio di Napolitano, in arte Madia, assentiva con fare pensoso e convinto. Ma la ragione è ovvia, l’inglese è servito per parlare mezz’ora senza dire assolutamente nulla: anche sorvolando sul mucchio di amenità anglofone pronunciate, anche se fosse stato impeccabile, la vuotaggine e la povertà assoluta di idee, l’andare a tentoni, lo sparare banalità, nonché l’evidente ignoranza in fatto di digitale, sarebbero state meno divertenti, ma più comprensibili e inquietanti per i cittadini. Buona lettura.

Grazie grazie, così tanto per queste opportunità… ramente, veramente interessante anche perché, non perché, veramente preoccupato del tempo e del e del campanello. La tua campana.

Perché io penso in questi momento idee salveranno europa non limitazioni. Il ruolo dell’Europa attorno al mondo, non è un ruolo di… ehm… associazione di limitazioni, è uno spazio di libertà, Europa sarà utile attorno al mondo se fare dislocazione civile, è… eeeeewwww… veramente impegnata a a a fare più bello la globalizzazione. Questo è lo spazio per l’Europa, dell’Europa.

Se parliamo solo di limitazioni e solo di discussioni burocrocratiche, solo di fogli con i i i i i i diversi punti, dai singoli governi, noi perso opportunità e la mia opinione personale è che abbiamo, siamo veramente tipi buoni e tipi fortunati, solo perché abbiamo un’opportunità. Avere un’opportunità oggi non è facile ma questi sono impegni di sfida.

E grazie tante signor Rifkin. Io ricordo il nostro primo incontro a Firenze, ma il mio primo incontro con lei è, nel mio eeeeh, aaaah, heiheiheihei , iiiii lll leggendo i alcuni libri, penso che ha educato una generazione su questi, dos, questi, dos, sfide. E grazie tante per il suo discorso.

Venezia non è una città normale, Venezia è una città bella, limpido. Ma è la dimostrazione di una città che potrebbe salvare word [office?]. Per questa ragione, la mia gratitudine personale a organizzatori perché la scelta di Venezia è una provocazione anche per l’Italia. Perché se noi cancellare passato e noi consumiamo futuro, noi perdere noi stessi. E discutere internet tecnologia, chiare approccio ICT a Venezia è una buona provocazione.

È possibile cambiare l’Italia se in prossimi mille giorni, noi usiamo tecnologia per cambiare atteggiamento nei problemi tradizionali del nostro paese, per esempio “giustizia civile”. Ora noi cominciamo con un pro sesso nella rete, il pro sesso telematico per giustizia civile hanno due obiettivi: primo di ovolollo, questi il numero di mmmmm, eeeeeehmmm, pro sesso bloccati, cinque milioni pro sesso in Italia, civili pro sesso e dare lo stesso tempo della Francia, Germania, UK, nel nel cronometraggio dei pro sesso, oggi in Italia è mille giorni più o meno, novanta-cinquanta giorni, in Germania è trecento, trecento giorni.

Quindi rosse asce, la riduzione è possibile. Questo è il mio pubblico ufficio per il futuro [un Samsung spento], perché è impossibile abbracciare trenta minuti per stampare un documenti per l’identità di mammà. Se hai un problema di identità, questo è un problema psicologico. In Italia è un problema burocratico. Perché noi dobbiamo aspettare, circa trenta-quaranta minuti per stampare un certificato di identità. È sciocco.

Questo non è un problema di Commissione Europea, questo è un problema di persone italiani. Se presento le riforme come un diktat dell’Europa, io uomo terribile. Se io spiego a persone, se io pago la tasssciazione, io sono un corretto e civile gentleman, esattamente come nel wwwwrrraaaaaa resto del mondo, io presento una civico, civico idea, ideale condiviso con il resto delle persone, ma uso la tecnologia e posso continuare in questa direzione molto a seguire per lavori e per burocrazia, per l’educazione, per il governo più sopra, aperta trasparenza, voi spiegate nella vostra spiegazione su quello, per il calcio, per il calcio.

È molto interessante perché Europa è nata esattamente con il mercato comune [in italiano], il mercato unico, se pensi al posto, se se spieghi a persone giovani “ooooooh l’Europa è una creazione perché nel passato alcune visioni, uomini e donne visionari decidono di creare un posto in cui tutti scambia-condividono lo stesso pro papera. Loro pensano che questa è una creazione su Ebay, su Amazon, sulla troia, non dell’Europa.

Perché l’idea di spento Europa, Europa, per la prossima generez, per la prossima—Ohh la, tuooh ovviaamenwwwwkj—alcune compagnie, per la prossima generazione, one. Per la prossima generazione l’Europa non è semplicemente un posto economico, l’Europa è la libertà di movimento, è la stessa mmmm, nella mia esperienza personale l’Europa era mia madre che piangeva dentro la tv, mentre l’hashish, lei sentimento, lei sentiva le mura Berlino distrutte dalle persone, per me, per mia madre l’Europa è esattamente questi momento. Per mio figlio l’Europa è Champions League e normali [serie di facce agonizzanti] vita tutti i giorni.

Se con miei bambini, io parlato di Germania “aaah nel passato c’erano due Germania” miei figli guardano me “Daddy tu sei pazzo”. No nel passato il il il il tempo di cambiamento è assolutamente interessante e incredibili. Ma ora è il momento di un mercato unico digitale e autorità digitale.

E questa sarà la nostra rosa purpurea ad ottobre nel cancellare, ogni singolo euro investito in infrastruttura digitale deve casa della scatola, deve fuori dalle limitazioni (lei sembra aver capito), perché se io investo in una struttura digitale, investo nel futuro. Questo non è un costo, questo è un piscio di futuro e è impossibile di uscire da crisi semplicemente con la discussione, semplicemente con documenti.

Ashdaksd Quindi buona discussione tra 5 candidati, nessuno uno, nessuno uno, e quindi il numero, il io sono veramente interessante, perché alcune parti di persona mi hanno detto “Aaaaah tu ss, tu non accetti il risultato di elezioni” quindi sono molto, molto fiero perché il mio partito, io appartengo a un partito che è stato il più eletto partito in Europa. Undici punto due milioni di voti. Il partito democratico in Italia è stato il più votato in Europa. Quindi se pipì discutiamo di democrazia, noi siamo sopra il tavolo, molto impegnati a riguardo.

Meucci è un buon italiano, ma è anche, un a-ah pessimo storia, pessimo storia, perché Meucci è l’arcolaio inventore del mmmm, telefono. Mi dispiace con le persone americane presenti qui, ma anche il congresso degli stati uniti in 2002, 2001, non ricordavo, riconoscere il fondatore, l’inventore telefono è Antonio Meucci. Antonio Meucci è uomo incredibile per un periodo di tempo, lavorava nel teatro, nel più antico teatro d’ Europa: Teatro della Pergola. Lui era un lavoratore, quindi lui inventò il telefono per parlato del nel teatro… un genio… quindi per qualche ragione lui lasciò l’Italia e non poteva usare il copyright lezioni, come si dice brevetto?, licenza ottanta settanta uno, ottanta settanta due, non ricordavo precisamente quindi Graham Bell arriva e nella storia lui fu l’inventore e fondatore del telefono.

Quindi la relazione con Meucci è una buona relazione ma è anche rischio, perché per un uomo d’affari è chiaro, noi dobbiamo avere un buon idea, ma dobbiamo avere anche commerciale e marketing, perché l’idea senza di marketing commerciale ewwww sento eeeeemmmwww struttura, il il il il il il il il ras alt non sono buoni. Ma per il paese questo è anche la rappresentazione di possibilità, pipì non permettiamo a tutti di fare la stessa conclusione di Meucci, se c’è una buona idea, noi lottare assolutamente dobbiamo per questa idea, e amica questa idea.


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