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Lavoratori, votate per chi vi sfrutta

bandAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio non ci sia strada virtuosa per il potere, mica occorre far man bassa dei fondi pubblici, evadere, riciclare, comprare e vendere consenso. A volte anche grandi illusioni che avevano alimentato grandi aspettative si fanno corrompere da presunti stati di necessità, da emergenze nutrite  apposta per consentire soluzioni eccezionali e per dare spazio a commissari, tecnici e plenipotenziari agli affari sporchi addetti a farci digerire pozioni maligne.

Proprio mentre l’Ilo, Organizzazione Internazionale del Lavoro  pubblicava il suon rapporto periodico intitolato in questo caso World employment and social outlook, “Prospettive occupazionali e sociali nel mondo”, una campana a morto senza speranze a cominciare dalla denuncia esplicita che la maggior parte dei lavoratori nel mondo vive al di sotto delle soglie di sicurezza e benessere materiale, psicologico e morale, senza alcuna possibilità di conseguirli e tantomeno di esprimere vocazioni e talenti, i sindacati insieme a Confindustria lanciano un Appello per l’Europa.

Quando qualcuno, io tra questi, ha osato esprimere il proprio sdegno per la prima apparizione ufficiale di Landini nella Triplice ricostituita in piazza insieme a un campionario confindustriale, venne accusato di iconoclastia, vantando il curriculum di operaio promosso alla rappresentanza dell’ex segretario della Fiom, come garanzia indubitabile della sua tenace appartenenza al ceto sfruttato e dunque della sua autorevolezza e credibilità che non sarebbe stata contagiata dal virus del partito del Pil, che da decenni vuol persuaderci che siamo sulla stessa barca, noi, loro e Adam Smith, tutti potenzialmente beneficiati dalla manina della Provvidenza che sparge come una polverina d’oro anche sugli ultimi i frutti dei profitti dei primi, tutti richiamati all’ordine dallo stato di necessità che costringe alla volontaria rinuncia a diritti e conquiste.

Adesso anche i più restii a prenderne atto dovranno capire che siamo irreparabilmente soli, come lo sono stati e lo sono i cassintegrati, o quelli che una mattina si sono presentati in fabbrica e hanno trovato i capannoni vuoti, che baracca e burattini erano stati trasferiti in geografie più favorevoli, o gli operai della Fiat abbandonati quando affrontarono la più grave crisi della storia dell’industria nazionale, intimoriti e ricattati a Pomigliano e Mirafiori  e colpevolizzati per la loro resistenza in modo da legittimare il trasferimento dell’azienda all’estero.

Soli, come lo sono i dipendenti di qualsiasi azienda e impresa e scuola e ospedale, che hanno perso anche l’autorizzazione al lamentarsi perché c’è chi sta peggio, convinti perfino dai loro rappresentanti che le restrizioni e i rischi sono ineluttabili, che l’austerità è un incidente, un evento naturale e imprevedibile che si è abbattuto su tutti e che tutti dobbiamo sopportare con uguale responsabilità. E che chi si oppone si mette fuori dal consorzio civile e dal progresso per tutti.

Soli, come lo sono i lavoratori precari, per loro stessa natura condannati alla competizione e alla concorrenza più feroci per mantenersi il contratto strappato al pensionato intimidito dallo stalking telefonico, esautorati della possibilità di unirsi per la difesa delle proprie prerogative, costretti a un isolamento coatto e agonistico che mina qualsiasi forma di coesione e solidarietà.

Soli come sono ormai anche quelli che si sono rifugiati in quegli impieghi che offrono la chimera di una autonomia che permetterebbe loro di essere imprenditori di se stessi, perché si auto organizzano le consegne dei pasti a domicilio, che ormai anche secondo i tribunali i pony express e quelli di Foodora sono “lavoratori autonomi”, o perché   esercitano l’accoglienza correndo da un B&B all’altro, o perché appartengono al ceto dei vaucher che si adatta a tutti i lavoretti flessibili compresi quelli del taylorismo digitale, o perché  circolano negli spazi spuri del coworking dove la socialità e la solidarietà si esprime attraverso la connessione e alla fidelizzazione a una aspettativa di guadagno. Soli anche quando si muore sul posto di lavoro, disapprovati in qualità di fattore umano irrazionale e incompetente, che crea danno all’impresa e ostacola la modernità.

Soli come lo è la classe disagiata, sempre più estesa della quale fanno parte quelli che sofforno la perdita di beni, sicurezze e garanzie, quelli che giurano ogni giorno, di mese in mese e di anno in anno, che il loro sotto-impiego è soltanto «temporaneo» e  serve alla sopravvivenza, ma poi.., quel 90% di ricercatori che secondo una statistica proprio della Cgil ha abbandonato l’università italiana, quella zona grigia che  tira avanti finché durano i risparmi di famiglia, i contratti precari e gli assegni di disoccupazione, che si vergogna di chiedere il reddito di cittadinanza e che aspetta che si liberi il posto che credono di meritare perché hanno studiato e preso una laurea, in aperto conflitto con le migliaia  che si sono adattati a stare in un call center, a fare i manovali o i pizzaioli perché non hanno nessuno alle spalle e che hanno perso con la speranza anche la loro identità.

Soli come quelli che non hanno goduto delle mancette e degli 80 euro e che si sentono dire che il reddito di cittadinanza è “illegittimo”  perché è troppo generoso rispetto ai salari italiani. Condannandolo invece di condannare trattamenti iniqui, disuguali e umilianti. Soli come quelli che ricorrentemente si sentono dire da chi ha il culo al caldo che sono indolenti, mammoni, viziati, inadeguati e impreparati dopo che è stato smantellato l’edificio dell’istruzione pubblica, dopo che le riforme che si  sono susseguite hanno realizzato la distopia dei diplomifici privati, hanno creato una falsa concorrenza tra Università statali e private, le ultime adatte a selezionare per censo, fidelizzazione al mercato, rendita il personale da immettere nell’apparato imperiale, comprese quelle tipologie di occupazioni inutili, quell’ammuina di occupazioni svalutate se le svolgiamo noi, valorizzate se a coprire quei ruoli fasulli è qualche delfino, uniti comunque dallo status di sudditi.

Si, soli se chi doveva rappresentarci e testimoniare di noi si appaga di una costruzione elitaria e feroce definendola come un progetto demiurgico  “cruciale per affrontare le sfide e progettare un futuro di benessere per l’Europa che è ancora uno dei posti migliori al mondo per vivere, lavorare e fare impresa”. Come se la lotta condotta contro le democrazie da una unione che le deplora in quanto nate da lotte di resistenza e dunque macchiate dalla colpa di essere “socialiste” non fosse motivo sufficiente per volerne star fuori. Come se i vincoli, i diktat, le estorsioni, le minacce e le cravatte del rigore non siano stati pensati e attuati per dividere i paesi e nei paesi, per limitare diritti, autonomie e libertà, per condannare al malessere e all’ubbidienza. Come se la rivendicazione di giustizia sociale fosse una manifestazione di populismo ignorante e primitivo e  la pretesa di indipendenza e autodeterminazione fosse  una espressione di arcaico e irragionevole sovranismo. Come se che denuncia la globalizzazione e i suoi guasti contribuisse alla decrescita della nazione e della regione, come se fosse vero che “dove passano le merci non passano i cannoni”, come dimostrerebbero ex Jugoslavia,  Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina, Venezuela.

L’appello concorde e condiviso di sindacati ha la natura di una letterina a Babbo Capitale in tre paragrafi: “Unire persone e luoghi”, forse grazie all’Alta Velocità, e all’Apprendistato europeo, una festosa rivisitazione dei sogni di Poletti,  “Dotarsi degli strumenti per competere nel nuovo contesto globale”, sulla linea direttrice tracciata dal duo Reagan-Thatcher con la libera circolazione dei capitali e degli eserciti di schiavi? e infine “Potenziare la rete di solidarietà sociale europea”), nel quale ci si piega alla opportunità di offrire un sostegno europeo al reddito  purché non pesi sulle imprese.

Ah però, ma allora meglio soli che male accompagnati.

 

 

 

 

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Materie oscure, anzi proprio buie

dmd-trailer-720px.gifLa fine dell’anno ci porta almeno una buona notizia: si comincia finalmente a smontare qualche capitolo di quella fisica “narrativa” così cara alle scuole americane e non facilmente confutabile dal momento che esse godono del potere assoluto di pubblicazione così che senza passare attraverso di esse e i vari baronati yankee che le gestiscono non si va da nessuna parte nelle carriere accademiche e scientifiche anche nel resto del mondo. Ma questa faccenda della materia oscura (con energia oscura associata),  invisibile e irrilevabile, inventata per non dover mettere mano alle equazioni della gravità viste le anomale riscontrate nella rotazione delle galassie, era davvero troppo semplice, automatica e ” magica”  per poter reggere a lungo, nonostante la caduta di capacità critica che ha prodotto tonnellate di ipotetiche narrazioni su di essa. Il fatto è che alcune osservazioni astrofisiche non possono essere spiegate alla luce di questa neo mitologia e inducono perciò a un ripensamento che sarà tuttavia estremamente difficoltoso e combattuto come è accaduto in altri casi. Che ne sarà del dark matter day fatto coincidere con Halloween tanto per non lasciare vergine di buffonerie anche questo?

La più parte delle persone non si rende di tutto questo perché è portata generalmente a sacralizzare ciò che viene dalla scienza o a rifiutarlo quando non coincide con le proprie convinzioni di carattere fideistico o con i propri pregiudizi: si tratta di due atteggiamenti opposti, ma nello stesso paralleli (lo spazio mentale è evidentemente più complicato di quello fisico, per così dire) che comunque non toccano e dunque nemmeno possono incidere sul problema reale che si compone di una molteplicità di fattori che fanno miscela: egemonia culturale, privatizzazione della ricerca, nepotismo, concentrazione del potere editoriale, scuole baronali, tendenza alla narrazione tipica di una cultura e di percorsi accademici legati al potere, uso disinvolto della matematica, classificazioni quanto meno sospette. Si tratta di fattori che si intrecciano allo sfruttamento intensivo delle intelligenze in maniera intricata e complessa, ma il cui risultato è evidente man mano che le discipline si fanno meno dure: Il caso contro la scienza è semplice: gran parte della letteratura scientifica, forse la metà, può essere semplicemente falsa. Studi inconsistenti,analisi non valide, conflitti di interesse, oltre all’ossessione di perseguire delle tendenze dubbie, la scienza ha deciso di percorrere una strada buia”, ha scritto la rivista Lancet una delle più quotate in ambito medico biologico, ma anche l’unica parzialmente al di fuori dell’imperialismo editoriale e Marcia Angeli, non appena  lasciato l’incarico di supervisore del New England Journal of medicine, ha dichiarato: “non è più possibile credere alla gran parte della ricerca clinica”. 

Addirittura c’è una ricerca scientifica conclusasi  tre anni fa che dimostra l’inaffidabilità di molte ricerche nel campo della psicologia sociale e delle scienze cognitive: 270 studiosi di tutto il mondo hanno tentato di riprodurre i risultati di 100 studi appartenenti a questi due campi di ricerca che sono di solito i più scivolosi e il 50% delle scoperte in scienze cognitive e il 75% in psicologia sociale non hanno potuto essere replicate e non hanno trovato alcun riscontro. Non che il rimanente debba per forza essere vero, ma diciamo che il falso “correttamente applicato”  è diventato il vero motore delle carriere accademiche. E a questo possiamo aggiungere l’opinione del premio nobel per la medicina, il biologo cellulare  Randy Schekman per il quale le maggiori riviste scientifiche , Nature, Cell e Science sono come tiranni: “pubblicano in base all’appeal mediatico di uno studio, piuttosto che alla sua reale rilevanza scientifica. Da parte loro, visto il prestigio, i ricercatori sono disposti a tutto, anche a  modificare i risultati dei loro lavori, pur di ottenere una pubblicazione”. E naturalmente questo non si ferma qui, si estende ai pagamenti in solido che università e gruppi in concorrenza tra loro o addirittura organizzazioni ad hoc effettuano per poter venire alla ribalta.  Paradossalmente il publish or perish  che le capre nostrane, incompetenti e/o subornate da modelli superficiali considerano il massimo della modernità è in realtà alla radice di tutto questo e non solo dei falsi o delle superficialità, ma anche della normalizzazione della scienza perché nessuno è così pazzo da sfidare il potere. Così ipotesi puramente riempitive come quelle della materia oscura, una volta uscite sulle riviste di riferimento e con firme di tutto rispetto, diventano oggetti mitologici che trascinano tutti al suono del piffero di Hamelin.

Del resto una rivoluzione riguardo alla gravità metterebbe in crisi non solo la relatività nel momento in cui anche la quantistica è in crisi riguardo alla coerenza interna, ma anche a cascata, tonnellate di ricerche, di carriere, di nomi, di ipotesi divenute chiavi interpretative a cominciare dai buchi neri. Niente di tutto questo andrebbe perso, ma si aprirebbe una stagione di crisi nella quale, come sempre accade, le centralità acquisite e le egemonie stabilite sarebbero a rischio. Tutto questo ci dice che il metodo scientifico per essere davvero efficace si deve accompagnare nel suo complesso anche alla massima libertà dai poteri economici, cosa certo non facile visti gli investimenti necessari, ma chiaramente il sistema iperprivatistico basato sul profitto  con la sue ossessioni, deviazioni, manipolazioni e  le muse fasulle della facile creatività, del merito ingannevole sta facendo scivolare anche la ricerca di base  in un buco nero di immobilismo creativo, così come nella quasi totalità delle attività umane.


Ema, Milano perde sangue

cerusicoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Squalificati nel calcio ( i nostri rappresentanti non hanno mancato di notare le coincidenze: è come  perdere ai mondiali con la monetina, hanno osservato) e pure nelle finali della riffa europea per la sede dell’Agenzia del farmaco, possiamo consolarci pensando che da nazione mite, come la definivano i pensatori risorgimentali, siamo diventati nazione vittima.

Non della fortuna cieca, perché come in tutti i giochi di azzardo e pure nell’assegnazione delle casette per i terremotati del Centro Italia, il ricorso al bussolotto è sospetto. Ma certo della cattiva reputazione presso il “pingue” Nord e i leoni delle cancellerie che fanno sempre la loro parte e che confermano di averci già respinto giù giù e non solo simbolicamente verso un terzo mondo che stiamo sperimentando anche al nostro interno.

Non stupisce d’altra parte, a vedere la compagine, pardon la “squadra” compatta e autorevole, che ha svolto la trattativa all’Europa Building; Alfano, Lorenzin, e in patria : Sala, Maroni, associazioni industriali.

Se per un momento volessimo far finta che all’Europa Building le scelte venissero compiute sulla base di valutazioni trasparenti, ispirate a finalità sociali e all’intento di premiare i virtuosi interessi di stati e  popoli, dovremmo attribuire lo scarso impegno internazionale a nostro sostegno, alla considerazione che Milano è una delle città più infiltrate dalle organizzazioni mafiose, ad onta della sua autoproclamazione a capitale morale, o che in Italia ogni grande evento (Emo scambio: la città paga anche così il flop Expo) , grande opera, grande business è variamente condizionato e esposto a malaffare e corruzione, o che il sindaco della città candidata è sotto osservazione della magistratura nella sua qualità di commissario disattento di un evento internazionale, o che il presidente della regione che sventola la bandiera dell’autonomia dall’unità nazionale e pure dall’Europa, ha visto finire nelle patrie galere il suo braccio destro padre, guarda un po’, della riforma sanitaria.

O che, non ultima riflessione, l’agenzia del farmaco sarebbe stata ospite del Paese che insieme alla Grecia vanta il miserabile primato di tagli all’assistenza, all’accesso alle cure e in più quella di immondi traffici centrali e locali che hanno sortito l’effetto di dirottare gli investimenti e le risorse trasmesse alle regioni su beneficiari privati in forma di cliniche, baroni, manutengoli, personale delle Asl, costruttori, aziende di sistemi e attrezzature, abituali frequentatori di appalti opachi e che, tanto per fare un esempio, le industrie, una in particolare  godette degli onori della cronache nere, non si limitano a stringere patti oscuri  con amministratori pubblici e enti ospedalieri, ma pure coi medici, censiti secondo le preferenze in apposite mailing list per l’erogazione personalizzata di strenne.

Il fatto è che le motivazioni che spingono a certe scelte non sono mai ispirate da ragioni morali e nemmeno di buonsenso, ma solo dalla potente pressione esercitata da soggetti forti e più credibili o influenti presso l’impero con le sue agenzie di rating, le sue organizzazioni finalizzate ad autoalimentarsi di compiti che legittimino incarichi, prebende, consulenze, remunerazioni, con le sue multinazionali di riferimento, tanto poliedriche da somministrare pesticidi e anticancro, veleni e antidoti.

E se è solo retorico dire che più che dell’agenzia del farmaco avremmo avuto bisogno di un’agenzia, o meglio, di un ministero della salute, potremmo aggiungere, proprio come il saggio: chi ti dice che sia una disgrazia.

Perché nella giornata del rimpianto non è peregrino dare un’occhiata ai compiti che avrebbe dovuto svolgere a Milano l’organismo scippato da Amsterdam: realizzare studi e rapporti per facilitare lo sviluppo di nuovi farmaci e l’accesso da parte dei cittadini. Provvedere alla valutazione sulle domande di autorizzazione per nuovi farmaci: in particolare, quelli derivanti dalle biotecnologie e quelli destinati alla cura di cancro, diabete e malattie rare, attraverso una procedura centralizzata concessioni basate   sul parere, vincolante, di un apposito comitato interno all’Ema. Effettuare periodici controlli sulla sicurezza dei farmaci esistenti. Provvedere a tenere informati ed aggiornati sui medicinali nuovi ed esistenti medici, operatori sanitari e pazienti.

Adesso veniteci a dire che abbiamo perso una formidabile occasione, che la nostra ricerca sarà orbata delle opportunità di sviluppare sperimentazioni e le successive casistiche. Insomma che qualcuno di noi, popolo di sani e malati, giù depredati del necessario sia in materia di prevenzione che di contrasto a malattie e naturali fenomeni di invecchiamento o innaturali patologie provocate   dall’inquinamento, dal cambiamento climatico,  dalle produzioni avvelenate, da un progressivo impoverimento che ha fatto delle cure un lusso,  avrebbe avuto un ritorno, un autentico beneficio, diretto o indiretto. Mentre invece si tratta dello stesso meccanismo che in nome del nostro interesse di risparmiatori ci obbliga a finanziare e salvare le banche criminali. Mentre tutta quella gamma di attività altro non è che un bacino di profitto e guadagno per industre – quelle solo italiane si contano ormai sulla punta delle dita, di lobby, di fondazioni e istituti di ricerca privati, di cricche legate e università che effettuano studi e indagini futili, propagandati nei quiz televisivi e con la stessa attendibilità delle rilevazioni e delle preferenze di voto.

È che a  fare i conti della serva sono stati gli inarrestabili produttori della fabbrica delle patacche che ha annunciato i numeri del fruttuoso movimento che comporta l’Ema: una dote di quasi 900 dipendenti, 36mila visitatori con il loro bagaglio di notti in hotel e pranzi al ristorante, un budget da 325 milioni di euro tra stipendi e spese, insieme a un ricco indotto da un miliardo e mezzo l’anno,  quantificato dalla fantasiosa Bocconi, vocata a dare forma a radiose previsioni ad uso di banche, privati, imprese e lobby e ben collocate sotto l’ombrello ambizioso della “capitale della sanità”.

Ma che a guardar bene altro non sono che la prospettiva di trasferire anche in questo contesto il modello imperante di un paese convertito in contenitore di vari parchi tematici, condannato a ondate turistiche altrettanto “tematiche”, in questo caso quelle dei funzionari, dei lobbisti, e con i residenti ridotti a inservienti, affittacamere, ciceroni.

“Ema avrebbe portato ampi benefici perché le riunioni giornaliere avrebbero garantito un flusso costante di visitatori internazionali di alto livello, è oggi il commento di fonte bocconiana. Milano può garantire mille camere al giorno nel giro di un chilometro dal Pirellone. Se ipotizziamo un costo medio di 150 euro a camera a notte, arriviamo a 150mila euro al giorno potenziali”.

E se non bastava l’indotto per locandieri, ci sarebbe stato anche quello immobiliare: “Le imprese farmaceutiche progressivamente avvicinerebbero i loro quartier generali a Ema” con una festosa proliferazione di sedi, uffici, sale convegno, ospitate in palazzoni in vetro, dove specchiare le trasandate miserie e le infermità sottostanti.

No, non lamentiamoci, può darsi che la fortuna stavolta ci abbia visto bene.

 

 

 


Alieni e alienati

0_0_l_alieni02C’è vita oltre la terra? Chi lo sa, nessuno ce lo può dire e men che meno, anche se può sembrare paradossale, scienziati interessati a mantenere posti accademici, fondi per la ricerca, giganteschi investimenti in nuovi strumenti spaziali o terrestri e che quindi sono portati a barare con se stessi diffondendo a piene mani ipotesi e brividi alieni, anche solo per la presenza di acqua, per creare un’atmosfera favorevole ai finanziamenti. Ora io sono lontanissimo da qualunque atteggiamento misoneista, ma i 20 miliardi spesi nell’ultimo decennio (spese di gestione e di contesto a parte) per sapere se su Marte è mai apparso un mezzo microbo o se ci sono in giro per la galassia altri pianeti simili alla terra, mi sembrano un po’ troppi, soprattutto perché questa massa di soldi potrebbe essere più efficacemente utilizzata per proteggere meglio la vita sulla terra e cercare di far restare abitabile il pianeta.

Ciò che sappiamo sulla nostra forma di vita è che ci ha messo 2 miliardi di anni per evolversi da uno stato di molecole autoreplicantesi a organismi in grado di ultilizzare la fotosintesi, un altro miliardo e mezzo per dar vita strutture complesse animali e vegetali, mentre ci sono voluti altri 700 milioni di anni perché uno di questi esseri acquisisse la coscienza razionale dell’essere, tanto per usare un gioco di parole. In quest’ultimo periodo sul quale ovviamente conosciamo di più, vi sono state numerose estinzioni di massa o l’innesco di condizioni planetarie sfavorevoli alla vita, cosicché il problema non è se ci sono i presupposti per la vita (i composti organici e pure l’acqua sono diffusi ovunque nell’universo) o se essa abbia avuto un qualche inizio, ma quante probabilità ci siano che essa attecchisca per tutto il tempo necessario a strutturarsi e a creare una diversa organizzazione che chiamiamo mente. Da un punto di vista statistico, abbiamo fatto pochissimi progressi perché mentre l’universo si è allargato, si sono complicate anche le condizioni per la nascita e il mantenimento della vita per così lunghi periodi e dunque anche per trovare pianeti realmente in grado di proporsi come gemelli, fratelli o cugini della terra che peraltro non siamo in grado di raggiungere. Non parliamo poi di intelligenze aliene che oltre ad essere sempre più improbabili in una porzione di spazio relativamente vicino hanno anche l’ostacolo temporale, ossia quello di poter essere sparse e isolate in eoni di tempo come isole alla deriva.

Così, visto che fra l’altro le tecnologie per scoprire esopianeti sono ormai alla portata di tasche amatoriali, almeno per quanto riguarda i nostri dintorni galattici, non si vede la ragione per uno sforzo così massiccio e così costoso come se potessimo  andare a colonizzare altri pianeti la prossima settimana. Ma il fatto che questo tema sia divenuto così popolare e anche così mal -trattato a cominciare dagli stessi scienziati, pone anche il problema di una scienza divenuta una sorta di industria mondiale, la quale ogni giorno scopre qualcosa, ma è allo stesso tempo stagnante perché il suo allargamento elefantiaco favorisce la burocratizzazione accademica e finisce per sistemare tutto dentro i modelli standardizzati, senza mai metterne in discussione i principi. Cinquecento anni fa bastarono le osservazioni empiriche dei navigatori transoceanici, inspiegabili nel modello tolemaico e l’invenzione del telescopio per dare inizio a una rivoluzione intellettuale gigantesca. Oggi con tutti gli strumenti che abbiamo non facciamo un passo al di là della relatività e della meccanica quantistica, aggiustando, aggiungendo particelle, superando le difficoltà con l’introduzione di nuove ipotesi non esperibili come materia ed energia oscura.

Ad ogni modo non capisco perché si possano spendere cifre gigantesche a fondo perduto (semmai una qualche utilità è questione di parecchie migliaia di anni) per la ricerca degli esopianeti o della vita nel nostro sistema,  mentre sembra impossibile spendere cifre assai più modeste, per esempio nello studio di malattie rare, trascurate anzi esorcizzate dalle aziende del farmaco perché contrarie all’etica del profitto. Oppure per mettere a punto e diffondere tecnologie pulite o per migliorare quelle le cure che spesso vengono orientate dalle possibilità speculative. O per altre migliaia di imprese scientifiche utili alla vita sulla terra, anche se mi rendo conto che la cosa ha meno fascino. Forse questo disturba il mercato e il profitto, introduce variabili indesiderate all’oligarchia mentre i soldi pubblici vengono incanalati verso settori senza alcuna possibilità di ritorno? Se gli alieni ci dovessero giudicare da questo ci considererebbero alienati.

 


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