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Malarie occidentali

Caravaggio_Bacchino_malatoOggi mi propongo di trattare un argomento delicato che non ho visto comparire per nulla sui media mainstream italiani ed europei, salvo qualche marginalissima eccezione: ovvero il fatto che alcuni ricercatori cinesi dell’università di Qingdao hanno effettuato in gennaio e febbraio dei trial dai quali risulta l’efficacia della clorochina ( qui )  nel contrastare il Covid 19 e specialmente le sue manifestazioni polmonari. Ora questa cosa è ovviamente tutta da approfondire, ma di certo non va esclusa tout court come si sta facendo. Anzi  quando il professor Didier Raoult, scopritore della famiglia di mimivirus ed esperto di livello mondiale in fatto di malattie infettive, ha sollecitato ricerche sugli effetti di questo composto (vedi qui)  normalmente usato per la profilassi malarica (probabilmente molti di noi l’avranno presa per qualche periodo) e anche per contenere la proliferazione di alcune famiglie virali,  attorno a lui e a qualche altro collega sparso per il continente che gli ha dato manforte, è calato un silenzio di tomba. Ma la reazione dei ricercatori, nei pochi casi in cui c’è stata, è apparsa piuttosto strana e tale da indurre il sospetto che proprio non se ne voglia sapere nulla: si è infatti lasciata cadere la cosa con il pretesto che la clorochina ha notevoli effetti collaterali. Assolutamente vero, ma questo non toglie che ogni anno milioni di persone che vanno in zone a rischio malarico la prendano, spesso associata ad altri farmaci,  per un periodo di tempo certamente molto superiore a quello indicato nei trial cinesi  per contenere il virus, ovvero 10 giorni.

Naturalmente io posso giudicare solo da osservatore, ma noto che mentre si mettono in giro favole assolute, come il fantomatico vaccino israeliano, ampiamente riportate dalla stampa cogliona che esiste si, ma è sperimentato solo sui polli e per coronavirus dei polli ( ma in fondo potremmo anche esserlo) che niente hanno a che vedere con il Covid 19, mi chiedo che cosa ci sia dietro questa congiura del silenzio. Il catastrofismo mediatico al quale si sono prontamente convertiti tutti, compresi quelli che di solito resistono alla tentazione di fare coro e mucchio, dovrebbe spingere non a sottovalutare le possibili cure, anzi al contrario a sopravvalutarle e a investirle di speranze per lo più indebite e a volte miracolistiche. Dunque che cosa si oppone a prendere in considerazione anche la clorochina che peraltro viene già usata contro i virus erpetici e dunque non è come curare il cancro col bicarbonato come è purtroppo accaduto in questo disgraziato Paese? Diciamo che le ragioni sono due, la prima è che le ricerche sono state condotte esclusivamente in Cina, da ricercatori che hanno pubblicato i loro risultati su riviste specialistiche cinesi e non in una “prestigiosa” rivista peer-reviewed occidentale, il che non è solo una ferita per l’ego di quelli che ancora si ritengono i padroni del mondo, ma spezza una sudditanza finora assolutamente comoda per tenere sotto controllo ciò che si fa altrove, magari appropriarsene e imporre in cambio della pubblicazione qualche nome di contorno tanto per fare presenza, ribadire il potere e fare i propri giochi accademici. Non è un caso che della clorochina non si parli , ma essa venga usata  quasi sottobanco alla periferia dell’impero, ovvero in Lombardia dove sembra aver già dato risultati positivi. Questo però è solo il contesto socio scientifico del silenzio: la ragione vera è che la clorochina  costa pochissimo tra i 10 e i 30 centesimi a pillola e per di più i suoi brevetti sono ampiamente scaduti: dunque semmai si dimostrasse una sua reale efficacia le multinazionali farmaceutiche che già sbavano per l’epidemia, si vedrebbero togliere di bocca un gigantesco osso. Peraltro, ve lo dico en passant, si sta valutando, ma ancora i risultati non sono stati pubblicati, anche la possibile azione della quercetina  una sostanza con proprietà immunomodulanti utile contro le infiammazioni, le virosi, le aggregazioni piastriniche, i disturbi venosi e che entra anche nei cocktail delle chemioterapie anticancro, ma che comunemente viene liberamente  venduta come generico antiossidante. Disgraziatamente anche questa ha un costo abbastanza contenuto. Forse è per evitare che questo tipo di cure a basso costo entrino prima o poi nell’armamentario medico che si è dichiarata la pandemia, a situazione immutata, anzi in regresso rispetto all’inizio, ma strumento che permetterà di usare vaccini non sperimentati e in grado quindi proporre utili all’altezza delle aspettative.

Ora io non so se la clorochina possa davvero funzionare e in quale misura, ma nel momento stesso in cui si fanno le più fosche e millenaristiche previsioni, basate peraltro su un sostanziale fraintendimento dei dati cui nessuno si sottrae,  non si vede perché non si debbano studiare a fondo tutti i composti che sembrano avere un effetto positivo anche se il loro prezzo non consente soddisfacenti speculazioni le operazioni mercato come di solito accade. Ma se anche un azione benefica di qualche sostanza  fosse dimostrata i poteri che stanno soffiando sul fuoco in vista di interessi molto diversi dalla salute pubblica non ce lo direbbero adesso: prolungare il periodo fra il segnale in questo caso l’epidemia e la sua possibile cura o comunque attenuazione venne chiamata da Pavlov “inibizione transmarginale” e serve a spezzare la resilienza delle persone che nell’attesa e nella paura diventeranno più docili. Già lo si vede chiaramente.


Fate pace col cervello

pesAnna Lombroso per il Simplicissimus

Fate pace col cervello! si consiglia a Roma, intendendo che non si tratta di un nemico, neppure di un arredo superfluo all’interno della scatola cranica, che ne so, come l’appendice della quale abbiamo contezza solo quando duole. Ma che , al contrario è utile per mettere insieme conoscenze, informazioni in modo da effettuare scelte e maturare convinzioni consapevoli e razionali.

Rivolgo lo stesso appello a tutti quelli che sotto sotto hanno dato ragione a Zaia e sospettato che nelle fattezze del pollo in agrodolce si celasse il micetto della sora Nina, a quelli che per anni hanno denunciato l’infiltrazione orientale misteriosa e enigmatica in quartieri delle nostre città, diventata tollerabile solo quando con una bella valigetta di contante si sono comprati la casuccia di nonna a Piazza Vittorio, quelli che non leggono le etichette delle merce per paura di scoprire che il prodotto elettronico comprato da Euronics   è solo “assemblato” nella civile Germania, e che pensano che la roba importata da là non dura niente, salvo, si direbbe, il Covid19.

Insomma mi rivolgo a quelli che oggi magnificano usi e comportamenti della lontana potenza segnati beneficamente dal collettivismo comunista, che ci hanno dato un esempio di civiltà, coesione, efficienza.

Parlo anche a quelli che oggi cascano dal pero perché è stata resa esplicita una linea di condotta che dovrebbe ispirare scelte decisive per la sopravvivenza di alcuni target rispetto a altri, secondo criteri riguardanti età e pregresse condizioni di salute. E che non devono aver mai avuto a che fare  con liste di attesa per la diagnostica di anziani genitori, con la loro permanenza prolungata nei pronto soccorso dei nosocomi, con la oculata prescrizione di farmaci a carico del servizio sanitario a fronte del  dissipato invito al consumo di integratori miracolosi in sostituzione di medicinali, o della festosa conversione degli stessi in prodotti aggiuntivi in modo da non permetterne il rimborso.

O a quelli che non si sono interrogati sulle legittimità di scelte suggerite dalla Chiesa: gestante o nascituro? o dalle imprese: cinquantenne competente ma sindacalizzato o giovane inesperto e ricattabile? Tanto che una selezione malthusiana per liberarci dal peso gravoso di parassiti, anziani e invalidi veri oltre che presunti, sul sistema previdenziale è diventato un valore portante dell’ideologia e della prassi di istituzioni e autorità governative.

Perché non è certo da oggi che alternative vergognose, intimidazioni e minacce sono diventate sistema di gestione della cosa pubblica e privata, legalizzate e moralmente autorizzate dalla necessità e da nuovi stati di eccezione, che vanno dal contrasto al terrorismo, al prevalere di crisi  alimentate proprio per introdurre e applicare disposizioni speciali e anomale, fino, appunto, ad epidemie, che diventano apocalittiche perché disfunzioni, riduzione degli investimenti, inefficienze combinate con clientelismi e corruzione hanno convertito cura e assistenza in territori per le scorrerie dei predoni o obsolescenze da chiudere per far posto all’iniziativa privata.

E mi indirizzo a quelli che fino a ieri si dibattevano tra la condanna delle generazioni passate per aver vissuto sopra le proprie possibilità, che hanno così ridotto le opportunità di quelle a venire, e la tutela dei vecchietti che vanno conservati e tutelati perché contribuiscono agli studi e ai fondi pensioni  dei nipoti, da sottrarre alle vogliose aspirazioni di badanti, togliendo loro carta di credito e conto in banca, che tanto prima o poi non ci staranno più con la testa, e che oggi li vogliono nativi digitali, chiusi a casa ma idonei a farsi la spesa con Easycoop, a pagarsi le bollette online, a abbonarsi a un servizio di pony che provveda a recapitare farmaci d’urgenza.

Insomma a approfittare delle solidaristiche occasioni offerte dal commercio in rete, fino a ieri osteggiato perché uccide le relazioni umane, sfrutta la manodopera, promossa repentinamente a forza lavoro doverosamente dotata di spirito di servizio e abnegazione. Che poi sono gli stessi che propalavano la buona novella della fine della fatica grazie lo Storm Work e l’automazione, che si compiacevano del telestudio e oggi  si lagnano per scuole e università chiuse, come se non fosse evidente a tutti che certe soluzioni, certi comportamenti e responsabilità collettive sono praticabili soltanto  se esiste un tessuto sociale e organizzativo sano, se un paese conserva autodeterminazione e sovranità senza doversi assoggettare a imperativi economici e culturali imposti dall’altro e da fuori.

E come non pensare a tutti quelli che fino all’altro giorno attribuivano ai fondamenti sani della società la possibilità di salvarci dalla miseria economica e soprattutto  morale, mettendo in cima gli affetti, i sodalizi familiari, i patti generazionali, sicché il mammismo deplorato dagli studiosi del familismo amorale – e pure da ministre nell’espletamento delle loro funzioni pubbliche invece praticato tra le mura di casa e dell’università dove raccomandare rampolli renitenti allo studio – è stato sdoganato in qualità di ammissibile succedaneo di sistemi sociali deperiti. E che oggi davanti al mesto ritorno al Sud di ragazzi costretti non all’Erasmus al Nord, ma a contratti precari della scuola a Lecco se sono di Ricadi, come un tempo i carabinieri, chiedono a gran voce sanzioni, gogna e riprovazione per i vigliacconi che minacciano la salute di regioni, alle quali negli anni sono stati negati investimenti, scuole, ospedali, strade e treni. Tanto che la fuga, senz’altro incosciente, per carità, è durata il tempo dell’incubazione e quello del completamento della Salerno-Reggio Calabria.

Ovviamente parlo anche a quelli che prima sono andati dall’omeopata, dal santone, dal riflessologo, per dimostrare icasticamente la sfiducia nei medici tradizionali, a quelli che hanno accettato e concorso alla fine della sanità pubblica, scegliendo e pagando a caro prezzo le prestazioni miracolistiche di cliniche con trattamento alberghiero, di prestigiosi sacerdoti della medicina poco inclini alla fattura, anche nelle funzioni di maghi, che solo in caso eccezionale si affidano al caro vecchio pronto soccorso anche per il brufolo, e che da qualche giorno esigono che tutto fili liscio, che le strutture ospedaliere e gli addetti impoveriti e umiliati tornino ad essere missionari ed eroi, o pretendono che, dopo che per anni la ricerca scientifica sia stata avvilita e delegata a enti privati finanziati dall’industria farmaceutica, volonterosi e geniali studiosi rimasti non si sa come in Italia a fare i bidelli, gli analisti negli ambulatori, i docenti di materie tecniche, magari nel garage di casa come il guru dell’informatica, trovino la cura per tutti i mali.

Che poi sono quelli che, vivendo in quelle geografie ancora protette, che un bel tomo chiama “classe signorile” intendendo anche quelli appena al di sopra delle condizioni di povertà, hanno a torto ritenuto che sarebbero stati risparmiati, che si sarebbero salvati con le assicurazioni private, con i fondi, e pure votando quelli che li esprimono e rappresentano, esponenti di un ceto modestamente acculturato, che può pagarsi qualche vacanza e Netflix, che interpreta il cosmopolitismo come accesso a voli low cost, a Airbnb e l’Erasmus dei figli, che si riconosce con gli arrivati sperando di farcela perchè  si è arreso a essere retrocesso da cittadino a consumatore. O meglio a topolino di quelli che si arrampicano tutto il tempo su e giù per le scalette dei mutui, delle tasse, delle bollette.

Non ho mai creduto che a un ceto dirigente corrotto, incapace, inadeguato facesse da contrasto una società civile virtuosa. Anche se ci sono tante attenuanti a spiegare la decadenza, la riduzione da popolo a massa, il disincanto democratico voluto e promosso da chi ha messo a punto una ideologia e una pratica per togliere forza alla volontà popolare in nome della condanna del populismo e poteri agli stati e ai parlamenti in nome della condanna del sovranismo. Anche se il marasma che ci agita è prodotto da una informazione avvelenata, incorporata, intimidita e condizionata. Anche se uno dei cardini del pensiero corrente consiste nel persuadere della bontà del male minore per farci dimenticare che comunque si tratta di un male.

Stavolta il male è qui, un male perfetto perché nasconde e rivela tutti i mali, i contagi, le ferite, le cancrene del tempo passato e quelle di oggi. I vaccini per quelli ci sarebbero, ma per impiegarli bisogna usare senso critico, autonomia di pensiero, ragione e, appunto, il cervello.

 

 

 


Extraterrestre, portaci via

ext Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma ve lo immaginate il proverbiale marziano che scende dalla sua navicella a Roma il 6 marzo 2020?

Ve lo figurate?  che gira per il centro fantasma dove i negozi chiudono mestamente alle 18 come se il virus riprendesse vigore all’ora dell’apericena, o che si ritrova alla Romanina o a Euroma 2 dove bighellonano torme di ragazzini in vacanza coatta da scuola, giunti là con metro e bus? Oppure  fermo e stupefatto davanti a vetrine che espongono caftani etnochic castigati da signore à la page per la rischiosa origine e il temerario viaggio lungo la Via della Seta?  o che esibiscono il must irrinunciabile per fashion victim al tempo del colera, la prestigiosa mascherina firmata Fendi a 190 euro al pezzo?

Lo pensate mentre con il Google stellare cerca di farsi largo tra la massa acritica e contraddittoria dell’informazioni sulla stampa e in rete, compreso l’agile volumetto messo a punto dal Sole 24 Ore con le istruzioni antipanico o il pamphlet prodotto in tempo reale – o forse magicamente profetico?- dell’unico “scienziato”  in regime di esclusiva papale del catastrofismo, autoincaricatosi in funzione di autorità indiscussa e suprema di governare la comunicazione  e l’azione di biomolecolari,  biologi, epidemiologi, medici, statistici, i nutrizionisti, immunologi, farmaceutici  ridotti sdegnosamente al silenzio dal Burioni? Che possiamo solo sperare stiano nel frattempo cimentandosi nella sperimentazione di un vaccino, malgrado da decenni la ricerca sia penalizzata, le istituzioni e gli enti  pubblici affamati, le università statali condannate a morte. Anche se forse faranno prima le mamme di milioni di bambini  variamente parcheggiati, attrezzandosi col piccolo chimico, stufe di sentirsi accusare perché si sono permesse di lamentarsi per i figli a casa per un mese o forse di più, da quelli che da anni provvedono a smantellare tutta la rete di servizi “pubblici” essenziali, nonni compresi.

Perché prima o poi anche l’extraterreste avrà cognizione che, in perfetto allineamento con la filosofia di Madame Lagarde e della professoressa Fornero, sta per imporsi una forma di selezione malthusiana incaricata di decimare la popolazione anziana, salvo qualcuno che per censo, potenza di solito oscura, notorietà usurpata, può contare sull’eterna giovinezza, anche grazie a una certa ucronica interpretazione del tempo e delle età secondo la quale Renzi e Macron sono promettenti ragazzoni.

Perché se gli ultrasessantacinquenni che hanno imparato a loro spese che la narrazione sulla obbligatorietà della prevenzione, che la cura e la manutenzione del fisico sono privilegi per pochi, che la diagnostica è considerata un capriccio di dissipati parassiti, e cui oggi è dolcemente ma inesorabilmente imposto l’isolamento in casa, non schiatteranno di virus, cui sono condannati non dalla livella cinica della pestilenza, ma appunto da patologie spesso trascurate per via di quella che l’Accademia della Crusca nelle edizioni per marziani definirebbe “malasanità”, verranno abbattuti dalla signora con la falce per abbandono, solitudine, proverbialmente malattie della vecchiaia.

Perché – può arrivare a immaginarselo anche Et,  finiscono le riserve in dispensa e in freezer, i pacchi di pasta e i pelati arraffati all’inizio della crisi, e mica vorranno evadere per fare la spesa? Perché se lamentano un malanno in aree somatiche estranee al Covid19, cuore, stomaco, prostata, in mancanza di telemedicina, mica vorranno fare gli untori al pronto soccorso? dove comunque dovrebbero recarsi non accompagnati come da misura di legge, e se la dovranno cavare con la camomilla, in casa, soli,  che mica vorranno mettere a rischio i congiunti? e dove tra un po’, in mancanza della doverosa dimestichezza con home banking e servizi online, verranno tagliati luce, gas e acqua, che mica vorranno andare a contagiare i concittadini alla posta?

Ma siccome c’è da supporre che, malgrado la malaugurata iniziativa di venire tra noi, lo strano visitatore sia dotato di una superiore intelligenza, e ci vuol poco, io me lo immagino stranito davanti a quello che sta succedendo con la pandemia apocalittica o con la banale influenza, a seconda che sia interpretata da una o dall’altra delle tifoserie epidemiologiche.

E che comunque, come succede sempre nel nostro Paese, si presta a inevitabili scopi propagandistici e elettorali, con grande dispiego di mezzi a disposizione delle curve di fan ai vari livelli territoriali, governo, opposizione e diversamente opposizione, regioni, tra quelle che esigevano l’autonomia e rese remissive dal virus pretendono aiuti dal vituperato centro, che postulavano la superiore efficienza dei privati e la rendevano irrinunciabile e irreversibile grazie alla progressiva devastazione della sanità pubblica, oggi inclini a implorare come una grazia qualche servizio di clinici e cliniche d’oro, E  pure quelle che senza autonomia hanno fatto come se ci fosse già per loro, venendo meno ai dettati costituzionali e aprendo la strada all’aziendalismo, ai serbatoi di voti spendibili e commerciabili,  come nel Lazio dove i posti letto di terapia intensiva (quelli che dovrebbero garantire la salvezza degli appestati) sono in numero di 590, con un rapporto di 1 per 10 mila abitanti.

Si stupirebbe il marziano che venga dato credito ai due sbruffoni che reclamano l’investitura a gestire lo stato di eccezione dichiarato dalle autorità e pure da qualche interprete di Carl Schmitt un tanto all’etto,  preoccupato che l’emergenza proclamata ad uso imperiale porti a una riduzione o compressione dei diritti, come se non fosse già stata esercitata in nome dell’austerità, del contrasto al terrorismo islamico, del rispetto di trattati e convenzioni sovranazionali, proprio quelle che rendono impossibile governare la crisi e le sue declinazioni, raffreddori, pestilenze, ricoveri ospedalieri, diagnostica e ricerca, in modo che i governi passati e presenti possano rivendicare la loro impotenza come rispetto delle leggi naturali imposte dall’appartenenza all’Occidente, all’Ue, alla Nato.

Il fatto è che lo stato di eccezione – lo capirebbe anche Et, piangendo per la nostalgia di casa,  funziona se un ceto dirigente al servizio dei poteri economici e finanziari padronali ne sapessero approfittare, se non si trattasse dei ciechi della parabola, di una banda di ubriachi dinamici che saltellano su un piede solo per dimostrare la tenuta alcolica promulgando  “delibere” e “protocolli” su scala Regionale, Provinciale o Comunale con una coazione a ripetere che ha fatto dimenticare anche di cambiare le intestazioni nella fotocopia di disposizioni frutto di una ebbrezza regolamentare, improvvisando soluzioni estemporanee e improvvisate, oscillanti tra raccomandazioni allarmistiche di chiudersi in casa e minimizzazioni del rischio, università e teatri chiusi, ma outlet aperti, per non fermare l’impeto progressivo  di commercio e turismo.

E così si chiudono le scuole, vedi caso in coincidenza con il rinnovo del contratto dei docenti, per lanciare l’obiettivo desiderato dell’auspicata preparazione delle nuove leve allo smartworking (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/02/26/a-scuola-di-smart-virus/), quando la Buona Scuola si è attrezzata solo per la fine dell’istruzione e la transizione alla preparazione dei ceti abbienti alle funzioni di attendenti in multinazionali e eserciti e i poveracci a lavori precari e frustranti, tanto che telestudio potrebbe consistere nell’offerta tramite RaiPlay delle lezioni del Maestro Manzi.

Non ci resta che corrergli dietro mentre si affretta a risalire sulla sua astronave, canticchiando con la poca voce che ci resta: extraterreste portami via.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Lavoratori, votate per chi vi sfrutta

bandAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio non ci sia strada virtuosa per il potere, mica occorre far man bassa dei fondi pubblici, evadere, riciclare, comprare e vendere consenso. A volte anche grandi illusioni che avevano alimentato grandi aspettative si fanno corrompere da presunti stati di necessità, da emergenze nutrite  apposta per consentire soluzioni eccezionali e per dare spazio a commissari, tecnici e plenipotenziari agli affari sporchi addetti a farci digerire pozioni maligne.

Proprio mentre l’Ilo, Organizzazione Internazionale del Lavoro  pubblicava il suon rapporto periodico intitolato in questo caso World employment and social outlook, “Prospettive occupazionali e sociali nel mondo”, una campana a morto senza speranze a cominciare dalla denuncia esplicita che la maggior parte dei lavoratori nel mondo vive al di sotto delle soglie di sicurezza e benessere materiale, psicologico e morale, senza alcuna possibilità di conseguirli e tantomeno di esprimere vocazioni e talenti, i sindacati insieme a Confindustria lanciano un Appello per l’Europa.

Quando qualcuno, io tra questi, ha osato esprimere il proprio sdegno per la prima apparizione ufficiale di Landini nella Triplice ricostituita in piazza insieme a un campionario confindustriale, venne accusato di iconoclastia, vantando il curriculum di operaio promosso alla rappresentanza dell’ex segretario della Fiom, come garanzia indubitabile della sua tenace appartenenza al ceto sfruttato e dunque della sua autorevolezza e credibilità che non sarebbe stata contagiata dal virus del partito del Pil, che da decenni vuol persuaderci che siamo sulla stessa barca, noi, loro e Adam Smith, tutti potenzialmente beneficiati dalla manina della Provvidenza che sparge come una polverina d’oro anche sugli ultimi i frutti dei profitti dei primi, tutti richiamati all’ordine dallo stato di necessità che costringe alla volontaria rinuncia a diritti e conquiste.

Adesso anche i più restii a prenderne atto dovranno capire che siamo irreparabilmente soli, come lo sono stati e lo sono i cassintegrati, o quelli che una mattina si sono presentati in fabbrica e hanno trovato i capannoni vuoti, che baracca e burattini erano stati trasferiti in geografie più favorevoli, o gli operai della Fiat abbandonati quando affrontarono la più grave crisi della storia dell’industria nazionale, intimoriti e ricattati a Pomigliano e Mirafiori  e colpevolizzati per la loro resistenza in modo da legittimare il trasferimento dell’azienda all’estero.

Soli, come lo sono i dipendenti di qualsiasi azienda e impresa e scuola e ospedale, che hanno perso anche l’autorizzazione al lamentarsi perché c’è chi sta peggio, convinti perfino dai loro rappresentanti che le restrizioni e i rischi sono ineluttabili, che l’austerità è un incidente, un evento naturale e imprevedibile che si è abbattuto su tutti e che tutti dobbiamo sopportare con uguale responsabilità. E che chi si oppone si mette fuori dal consorzio civile e dal progresso per tutti.

Soli, come lo sono i lavoratori precari, per loro stessa natura condannati alla competizione e alla concorrenza più feroci per mantenersi il contratto strappato al pensionato intimidito dallo stalking telefonico, esautorati della possibilità di unirsi per la difesa delle proprie prerogative, costretti a un isolamento coatto e agonistico che mina qualsiasi forma di coesione e solidarietà.

Soli come sono ormai anche quelli che si sono rifugiati in quegli impieghi che offrono la chimera di una autonomia che permetterebbe loro di essere imprenditori di se stessi, perché si auto organizzano le consegne dei pasti a domicilio, che ormai anche secondo i tribunali i pony express e quelli di Foodora sono “lavoratori autonomi”, o perché   esercitano l’accoglienza correndo da un B&B all’altro, o perché appartengono al ceto dei vaucher che si adatta a tutti i lavoretti flessibili compresi quelli del taylorismo digitale, o perché  circolano negli spazi spuri del coworking dove la socialità e la solidarietà si esprime attraverso la connessione e alla fidelizzazione a una aspettativa di guadagno. Soli anche quando si muore sul posto di lavoro, disapprovati in qualità di fattore umano irrazionale e incompetente, che crea danno all’impresa e ostacola la modernità.

Soli come lo è la classe disagiata, sempre più estesa della quale fanno parte quelli che sofforno la perdita di beni, sicurezze e garanzie, quelli che giurano ogni giorno, di mese in mese e di anno in anno, che il loro sotto-impiego è soltanto «temporaneo» e  serve alla sopravvivenza, ma poi.., quel 90% di ricercatori che secondo una statistica proprio della Cgil ha abbandonato l’università italiana, quella zona grigia che  tira avanti finché durano i risparmi di famiglia, i contratti precari e gli assegni di disoccupazione, che si vergogna di chiedere il reddito di cittadinanza e che aspetta che si liberi il posto che credono di meritare perché hanno studiato e preso una laurea, in aperto conflitto con le migliaia  che si sono adattati a stare in un call center, a fare i manovali o i pizzaioli perché non hanno nessuno alle spalle e che hanno perso con la speranza anche la loro identità.

Soli come quelli che non hanno goduto delle mancette e degli 80 euro e che si sentono dire che il reddito di cittadinanza è “illegittimo”  perché è troppo generoso rispetto ai salari italiani. Condannandolo invece di condannare trattamenti iniqui, disuguali e umilianti. Soli come quelli che ricorrentemente si sentono dire da chi ha il culo al caldo che sono indolenti, mammoni, viziati, inadeguati e impreparati dopo che è stato smantellato l’edificio dell’istruzione pubblica, dopo che le riforme che si  sono susseguite hanno realizzato la distopia dei diplomifici privati, hanno creato una falsa concorrenza tra Università statali e private, le ultime adatte a selezionare per censo, fidelizzazione al mercato, rendita il personale da immettere nell’apparato imperiale, comprese quelle tipologie di occupazioni inutili, quell’ammuina di occupazioni svalutate se le svolgiamo noi, valorizzate se a coprire quei ruoli fasulli è qualche delfino, uniti comunque dallo status di sudditi.

Si, soli se chi doveva rappresentarci e testimoniare di noi si appaga di una costruzione elitaria e feroce definendola come un progetto demiurgico  “cruciale per affrontare le sfide e progettare un futuro di benessere per l’Europa che è ancora uno dei posti migliori al mondo per vivere, lavorare e fare impresa”. Come se la lotta condotta contro le democrazie da una unione che le deplora in quanto nate da lotte di resistenza e dunque macchiate dalla colpa di essere “socialiste” non fosse motivo sufficiente per volerne star fuori. Come se i vincoli, i diktat, le estorsioni, le minacce e le cravatte del rigore non siano stati pensati e attuati per dividere i paesi e nei paesi, per limitare diritti, autonomie e libertà, per condannare al malessere e all’ubbidienza. Come se la rivendicazione di giustizia sociale fosse una manifestazione di populismo ignorante e primitivo e  la pretesa di indipendenza e autodeterminazione fosse  una espressione di arcaico e irragionevole sovranismo. Come se che denuncia la globalizzazione e i suoi guasti contribuisse alla decrescita della nazione e della regione, come se fosse vero che “dove passano le merci non passano i cannoni”, come dimostrerebbero ex Jugoslavia,  Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina, Venezuela.

L’appello concorde e condiviso di sindacati ha la natura di una letterina a Babbo Capitale in tre paragrafi: “Unire persone e luoghi”, forse grazie all’Alta Velocità, e all’Apprendistato europeo, una festosa rivisitazione dei sogni di Poletti,  “Dotarsi degli strumenti per competere nel nuovo contesto globale”, sulla linea direttrice tracciata dal duo Reagan-Thatcher con la libera circolazione dei capitali e degli eserciti di schiavi? e infine “Potenziare la rete di solidarietà sociale europea”), nel quale ci si piega alla opportunità di offrire un sostegno europeo al reddito  purché non pesi sulle imprese.

Ah però, ma allora meglio soli che male accompagnati.

 

 

 

 


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