2 giugno, il giorno prima del 3

andrà (1)Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mentre si attendono le sentenze europee sul volume reale di “aiuti” a rendere, concessi benevolmente a fronte di  “riforme” che come anticipato dal trailer dell’horror greco e da quella lettera a firma congiunta Trichet- Draghi, si tradurranno automaticamente in tagli a salari, pensioni e spese sociali, scorrerà, nel silenzio rotto solo dal rombo dalle Frecce Tricolori, la festa del 2 giugno.

Niente parata, niente carri armati, niente trionfale marcia dei bersaglieri salutata dagli applausi sempre più flebili di una folla sempre più ridotta negli anni e di un parterre decimato dalle defezioni di autorità con poca dimestichezza con storia e memoria.

Meglio così, dopo mesi di squilli di trombe per la sveglia all’amor patrio da celebrare sul divano di casa, dopo mesi di appelli all’unità nazionale grazie all’omissione di una divisione in due, i salvabili e qualche milione di sommergibili addetti alle attività essenziali, dopo mesi di orgoglio per il test di cittadinanza compiuto con lo scrupoloso uso delle mascherine e con il doveroso atto di fede quotidiano nei confronti dell’intrepido esecutivo e dei suoi consulenti scientifici, officiato con la santa liturgia delle conferenze stampa a reti unificate o quasi, e dopo il passaggio in clandestinità del 25 aprile, liberazione secondaria rispetto a quella di domani con il via libera per il raggiungimento legittimo e autorizzato delle seconde case, c’è  proprio bisogno di guarire dall’epidemia di retorica.

Davanti a casa ci ha pensato anche il vento, che ha arrotolato lo stendardo steso sulla gru dei lavori della metro C riducendo lo slogan della resistenza anno 2020: Andrà tutto bene, allo scarno e sobrio Andrà.

Che è già un risultato di cui compiacersi, tanto siamo abituati a ridurre aspettative e auspici, da invogliarci a sperare nella ripresa della routine, nel ristabilimento di una normalità, che si sa già essere stata l’origine di morte e sofferenze, che ha permesso restrizioni delle libertà e delle relazioni, in modo da costringere tutti nei limiti dell’angusto presente rimuovendo i danni e le colpe del passato e l’attesa del futuro.

A pensarci bene se questa ventata epica fosse stata autentica avrebbe potuto riportare a galla qualcosa di quel 25 aprile e poi di quel 2 giugno, avrebbe potuto dissipare quella coltre di nebbia conformistica che si stende sul concetto di stato, di nazione, di sovranità, parole ormai soggette a anatema, sebbene siano così presenti in quella Costituzione che piace tanto come prodotto letterario, purché sia disposta a farsi accartocciare, mutilare, manomettere e scavalcare in nome delle emergenze ricorrenti, aggirare in virtù di interessi personali e di lobby.

Ma non era più possibile, l’operazione più poderosa condotta dalle oligarchie è consistita proprio nell’istillare la sfiducia nello stato, esattore feroce coi poveracci e benevolo mecenate dei ricchi, creando il mito della  efficienza del “privato” a confronto con la macchina farraginosa dell’assistenzialismo, doveroso nei confronti delle grandi imprese nazionali e non, delle banche e delle assicurazioni, maltollerato se concesso a “bisognosi” da anni retrocessi a parassiti, anziani non profittevoli, giovani indolenti.

Tanto che le prestazioni fallimentari delle regioni, e dei comuni, vengono interpretate come la conferma di una impotenza strutturale, di una negligenza nel controllo e nella gestione della cosa pubblica.

Tanto che addirittura qualcuno si compiace della accertata superiorità di partner tracotanti che dimostrano che lo Stato, e la nazione, si meritano un trattamento disonorevole, esteso al popolo.

Ha proprio avuto successo il tentativo di criminalizzare perfino le parole Stato, Nazione, Repubblica (ormai accoppiata con il casco di frutti esotici) per farli regredire a scontati e miserevoli sottoprodotti ideologici, nazionalismo, sovranismo.

Contro di essi è necessario battersi alla stregua di razzismo o omofobia, con l’effetto di  assimilare le cause nobilissime che un tempo erano quelle dell’antifascismo vero e non solo di superficie, a quella della sopravvivenza dell’ineluttabile contesto europeo, della sovra-nazione nei cui confronti è obbligatorio ripetere l’atto di fede senza condizioni, pena l’espulsione dalla cerchia dei Grandi, che pure sembra sempre più estemporanea e improbabile in un momento nel quale la globalizzazione perde la sua potenza anche culturale e “ideale” e sembra riacceso il contenzioso predatorio e coloniale  fra singoli stati e blocchi di stati per accaparrarsi  risorse e mercati.

Così come succede con l’appartenenza alla Nato, irrinunciabile anche sotto forma di partecipazione a operazioni militari, a campagne di repressione dei diritti e dell’autodeterminazione di intere popolazioni, di acquisti obbligatori di armamenti e di concessione di territori in qualità di poligoni di tiro e di laboratori di sperimentazione di dispositivi bellici.

E infatti basta pensare alla sorte toccata a Nazione, in nome di un preteso legame – assolutamente antistorico – con il fascismo che l’identificava col partito e col regime, così da trascinarla nella catastrofe come succede d’altra parte anche oggi, quando i governi hanno appreso la lezione di privatizzare profitti e vittorie e socializzare perdite e sconfitte.  Così si è raccomandata caldamente la rinuncia all’interesse nazionale, preferendo quello individuale certo, ma soprattutto quello padronale.

Perché se è vero che, come qualche anno fa ha scritto acutamente uno storico, Emilio Gentile: “attraverso la nazione e lo Stato nazionale, milioni di esseri umani hanno subito le più feroci persecuzioni con l’annientamento della dignità, della libertà e della vita” è altrettanto vero che “attraverso la nazione e lo Stato nazionale, milioni di esseri umani hanno conquistato un più alto livello di dignità, di libertà e di benessere..”  e che oggi, a un decennio di distanza paghiamo per gli imperativi, i ricatti, le intimidazioni di poteri sovranazionali, sotto i cui talloni sono state mosse crociate, impoverite classi intere, commesse ingiustizie e disuguaglianze insanabili.

C’è proprio voluta una formidabile azione di manomissione storica per far dimenticare che i concetti di  nazione, come quello di patria retrocesso a abusata immaginetta da relegare in una taschina del portafogli ideale, sono stati dei capisaldi della Resistenza, per conseguire la stessa finalità che ha voluto esaltare di quella lotta solo la liberazione dallo straniero e dal regime, omettendo o trascurando l’aspirazione a un modello sociale, politico, culturale libero dallo sfruttamento, quel modello “socialista” che ha suscitato la preoccupazione dell’Europa impegnata a demolire le democrazie nate allora e incompatibili con il suo disegno e la sua ideologia.

Non a caso è stato un presidente della Repubblica “bancario”, che ha incarnato l’ideale europeista e con esso la cessione di sovranità economica a dare vigore alla propaganda muscolare di una nazione che sfila dove passarono i due tiranni, con gran spolvero di carri armati, truppe, alpini e crocerossine, bersaglieri e corpi speciali, tra folla e autorità inneggianti, in una platica raffigurazione epica e eroica di uno Stato convinto che per conseguire la pace occorra armarsi e fare la guerra, che per questo è doveroso arruolarsi in associazione non temporanea con prepotenti partner, investire in campagne di occupazione e esportazione di una democrazia che così perde il suo senso, ridotto a forma di governo in amministrazione controllata.

La Resistenza che si voglia o no, era una lotta di classe, che si vuol cancellare sostituita dalla lotta per la pagnotta, quella contro il virus, quella contro le invasioni,   quella contro l’ignoranza maleducata preferendo quella garbata degli indifferenti che nutrono ancora illusioni sulla loro superiorità di status e morale.

E quel 2 giugno lontanissimo nella storia e nei nostri pensieri, quel riscatto era già insidiato, eppure chi lo aveva interpretato e testimoniato credeva che dopo aver fatto l’Italia si potesse lavorare per fare gli italiani. È doloroso pensare che si sbagliava.

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