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Le nozze d’oro del Divorzio

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A poche cose ci si abitua subito come alle conquiste raggiunte da altri prima di noi e senza la nostra partecipazione. Diritti per i quali tanti hanno patito, sono morti, sono stati emarginati e perseguitati diventano come un arto del quale ci accorgiamo solo quando ci duole.

O almeno succedeva così perché da anni ha avuto la meglio una ideologia della rinuncia in virtù della quale sono doverose l’abdicazione e la cessione di prerogative come contrappasso per aver avuto troppo, o anche, in tempi recentissimi, la riduzione di libertà in cambio del bene supremo della salute.

Così pare abbia vinto chi ci vuol fare credere che alcune vittorie sofferte siano talmente inalienabili e consolidate che si può limitare l’opera di manutenzione, che si può riporle nell’archivio del secolo breve con la necessaria naftalina dell’oblio mentre ci si impegna per altre “aggiuntive”, che concernono sfere più personali e individuali.

Oggi togliamo le palline di canfora dal divorzio in occasione del cinquantenario, dopo anni nei quali sono diventati terreni di negoziato altri matrimoni o succedanei del sacro vincolo, altre forme di riconoscimento giuridico di un sodalizio affettivo, tanto che quella legge, della quale si è assunta la paternità o maternità un movimento-partito che ha fatto la sua fortuna con un emancipazionismo senza lotta di classe,  promossa invece da un partito di tradizione laica  e socialista, sembra il risultato di un naturale evolversi dei tempi, un obiettivo di carattere culturale.

Perché in pochi ricordano che battaglia sia stata contro stereotipi che non avevano soltanto una connotazione  “sociale”, mettendo in discussione il concetto di famiglia, la subalternità e gregarietà del ruolo femminile contro la concezione patriarcale di quello maschile, la tutela dei minori,  il contributo delle mogli alla costruzione dei fondamenti economici e culturali del consorzio famigliare, i valori del mutuo soccorso che traducono un legame in vincolo d’amore e senza i quali diventa una galera nella quale si è costretti a coabitare per ragioni di censo, reputazione o economiche.

Ecco a distanza di 50 anni e di questi tempi c’è da chiedersi se quella battaglia, oggi, la si vincerebbe come allora a come 4 anni dopo con un referendum popolare confermativo.

Oggi che sembra sia scemato quel “bisogno di diritti” dei quali ha tanto scritto Stefano Rodotà, visto che accettiamo vengano sottoposti a gerarchie e graduatorie.

Oggi che, per via di un incidente della storia che ha assunto un carattere di emergenza per via di una crisi creata e alimenta per adottare e applicare un ordine mondiale basato sulle disuguaglianze e la repressione, veniamo ammaestrati a isolarci in un lodevole solipsismo, a venir meno ai patti generazionali, di cura e gratitudine nei confronti di genitori e nonni.

Oggi  che per alcune minoranze il riscatto  sembra limitarsi al riconoscimento di status giuridico  o nella celebrazione di rituali conformisti e consumisti con confetti e liste di nozze.

Oggi che alle coppie eterosessuali che non li desiderano, quel riconoscimento è negato, che tanto possono sposarsi come tutti. Oggi, soprattutto, che il matrimonio è un lusso per pochi, per carenza di un reddito che consenta autonomia dal nucleo famigliare di origine, di alloggi, di garanzie, quelle che negano la procreazione e la genitorialità matura e consapevole.

Oggi che, infine, si sta insieme per dividere le spese, perché separarsi è uno sfoggio di sfarzo proibito, perché l’amore extraconiugale, peraltro malvisto dagli epidemiologici, è una licenza sopportabile solo se resta nella clandestinità, magari conosciuta ma tollerata dall’offeso/a  per motivi “aziendali” o per reciprocità.    

E oggi che il bisogno porta a disconoscere la parità di diritti e di dignità di uomo e donna e dei coniugi, se uno dei due, lei abitualmente, è costretta concretamente e moralmente alla rinuncia di talento e vocazione professionale, in vista di una disparità di trattamento economico tra sessi che continua a sussistere, se quindi a uno dei due, lei abitualmente,  viene concessa l’illusione convenzionale di poter scegliere tra lavoro e famiglia, quando in realtà come a conferma di un destino biologico e etico è richiesta la sua totale abnegazione in sostituzione di servizi sociali, se ancora di più uno dei due, lei abitualmente, “gode” recentemente dell’opportunità di svolgere le funzioni poliedriche di cura della casa, dei figli, degli anziani, del marito, quello della riproduzione e insieme quello della produzione, grazie a part time molto incentivate moralmente e poco commercialmente, grazie al lavoro agile, che, perfino il giornale di Confindustria lo denuncia, penalizza le lavoratrici.

D’altra parte anche questo fa parte della strategia messa in atto per nobilitare le mansioni e i ruoli servili dando loro un significato redentivo e edificante nella famiglia  e nella società.

Tanto che in nove mesi funzioni penalizzate e mortificate hanno vissuto una temporanea apoteosi in qualità di “essenzialità” civile, come incarnazione di spirito di servizio e dunque condanna all’abnegazione e al sacrificio, comprese le donne, custodi del focolare nel quale siamo costretti a stare per amor nostro e degli altri, grazie alla tuta o divisa cucita addosso da un potere maschio, bianco, padrone e padre, che se  il modo di produzione avvantaggia i capitalisti, il modo “domestico” va a beneficio dei maschi.

Da anni ormai si sta recuperando la triade un tempo oggetto di triplice culto quasi alla pari, Dio, Patria e Famiglia, con tutte le sfumature del caso: divinità promosse alla fede monoteista come il Mercato, Stato nella sua funzione di assistenzialismo di chi ha già e aspira ad avere di più o di severo irrogatore di pene, sanzioni, il più possibile discriminatrici e arbitrarie, aziende domestiche cui viene attribuito l’incarico di conservare e trasmettere valori, quell’ideologia e del pensiero unico e valute, quei risparmi che hanno finora costituito l’edificio sussidiario su cui si è tenuta in piedi la società.

Si tratta di concetti dai quali è stata estrapolata qualsiasi componente emotiva, sentimentale, affettiva e  dunque sociale. La religione ha stabilito il primato della carità sulla solidarietà, riducendo i messaggi d’Amore alla pietas che accomuna le dame di San Vincenzo e Soros, la revisione della teologia della liberazione per modernizzarla e adattarla al dinamismo dello Ior e del Cardinale Becciu. E la Famiglia si è uniformata alle regole dettate dal marketing, dalla mercificazione di lavoro, corpi, aspettative, desideri, come un’azienda sofferente e considerata parassitaria, è vero, ma utile al mantenimento dello status quo.

A distanza di 50 anni sorprende come un prodigio che poco più di un ventennio dopo la sua adozione, la Costituzione avesse ripreso allora vita risorgendo dall’imbalsamazione già avviata,  offrendo il modo al legislatore di dare concretezza ai bisogni etici, spirituali e affettivi delle persone comuni, modificando la gerarchia delle fonti giuridiche (per il Diritto l’amore non esiste, nel codice la parola non compare mai, segno di una insofferenza forse reciproca, di un’astrazione formale della regola giuridica che la rende remota dai cittadini), e ponendola al di sopra di tutte le altre, e di quelle confessionali, delle quali finalmente si contestavano il primato temporale e l’egemonia usurpata.

È stato un momento luminoso, spento dai “fantasmi della libertà” che, già dopo Piazza Fontana e prima del rapimento Moro, erano intenti a tacitare il dissenso, a reprimere le azioni di lotta dei lavoratori e a far intendere che il benessere capitalistico comprendesse la conquista e la tutela dei diritti, quando  le licenze concesse dalle oligarchie costituiscono un ostacolo e una potenziale minaccia per tutte le libertà.  

Non era bastato il ’68  a mettere in luce la qualità  apocalittica e rivoluzionaria  delle relazioni affettive nell’organizzazione sociale, a contestare il diritto nella sua veste di  strumento di disciplinamento delle relazioni sentimentali che non lascia spazio all’amore.

Non è a tutt’oggi bastato il femminismo a mostrare come il rapporto di coppia, alla faccia delle riforme del diritto di famiglia,  sia stato  ed è riconosciuto in funzione di qualcosa che non ha nulla a che vedere con i sentimenti: la stabilità sociale, la procreazione, la prosecuzione della specie, la superiorità di un sesso sull’altro anche secondo un modello che stabilisce la proprietà e sancisce il “possesso” come romantica variabile dell’eros ma pure del bilancio familiare, secondo  un format oggi in grande recupero grazie a quella logica di disciplinamento delle pulsioni, che combina regole sanitarie e leggi di mercato, avvertite come leggi di natura immodificabili, tutte assimilate ai cosiddetti “valori non negoziabili” a quei “temi eticamente sensibili”, che comprendono la salute diventata l’unico diritto superiore, la “produttività” e dunque il profitto che ne deriva.

Si, c’è davvero da chiedersi come utile esercizio civile, se il Paese oggi sopporterebbe quel benefico urto  ai tabù catto-togliattiani oggi ripresi da fermenti che invece di rappresentare i margini, le periferie oltraggiate e umiliate, testimoniano della istanza di tutela dei privilegi dell’establishment. È probabile di no, se invece sopporta di buon grado il distanziamento sociale.      


Onnipresenti & Indecenti, Boiardi & Boia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A chi meglio che al dinamico Arcuri potrebbe adattarsi la definizione marinettiana di “simultaneista” , quella più arcaica di “ubiquo”?

Lui, il Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica COVID-19, in quanto tale pusher di banchi a rotelle, di app,  di mascherine, di vaccini, di tachipirina, le cui produzioni ha selezionato con quell’ingegnosa lungimiranza che gli deriva dall’incarico di Ad di Invitalia, con principeschi emolumenti, che perfino la scafata Corte dei Conti ha ritenuto esagerati, commisurato all’efficacia degli interventi realizzati dall’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa S.p.A.,  società partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia.

Una volta li chiamavano boiardi, oggi sbrigativamente potremmo definirli boia, visto che gran parte delle azioni intraprese da enti come Invitalia (o Cassa Depositi e Prestiti)  e gestite da faccendieri (come Arcuri) approfittano della fine ingloriosa di aziende nazionali per favorire l’infiltrazione  a norma di legge di multinazionali e colossi sfrontati e tracotanti che applicano le leggi economiche del colonialismo anche nei Terzi Mondi interni all’Occidente.

E difatti da un po’ anche prima del Covid che ha riportato alla ribalta un vecchio attore del varietà che era stato retrocesso a trovaroba o a cercare polli da spennare per finanziare l’opera dei pupi, gli elzeviristi del Sole 24Ore o del giornale unico della Gedi raccomandano una ripresa ardimentosa degli “investimenti” non solo come   fattore a sostegno della domanda aggregata ma anche “come motore funzionale alla produttività di lungo termine e alla crescita potenziale”, combinando risorse pubbliche e risorse private. E meglio se, queste ultime, sono garantite dai bilanci statali “ospiti” e beneficati, sia pure con forme e diciture che le differenzino dai proibitissimi aiuti di Stato, concessi solo se cambiano nome grazie a stravolgimenti semantici graditi alle cancellerie.

E così anche se la radiosa visione cui guarda l’Esecutivo e la cui concretizzazione è appunto a affidata a questo poliedrico uomo della Provvidenza è quella di un Paese digitalizzato, dello sviluppo di infrastrutture e settori ad alto contenuto innovativo (ad esempio la banda larga ultraveloce) e che sappia “ridurre drasticamente le emissioni di gas clima-alteranti e migliorare l’efficienza energetica dell’economia”, come annunciò a Villa Pamphili Conte anticipando il suo Programma nazionale di riforma (Pnr), canovaccio del Recovery Plan, da offrire come atto di fede alla Commissione, tocca occuparsi anche di certi vecchiumi lasciati impolverarsi negli anni sotto strati di fuliggine tossica.

Così sia pure a malincuore, la Ministra del Lavoro si è piegata a definire “strategico per la crescita e l’occupazione il settore siderurgico e insieme ai colleghi   Gualtieri e Patuanelli ha dialogato in teleconferenza  con i Sindacati dei metalmeccanici sulle complesse questioni del gruppo Ilva oggi in locazione (propedeutica all’acquisto) ad Arcelor Mittal (riluttante a pagare il fitto dopo gli oltraggi subiti con la messa in discussione delle doverose immunità e impunità )  tramite la sua controllata AmInvestco Italy.

E ecco saltar fuori dal cilindro del prestigiatore come il proverbiale coniglio (il paragone è voluto a vedere l’ardimentosa  baldanza dimostrata nelle sue varie funzioni) proprio l’Arcuri stavolta con la casacca di Invitalia,  che informando sui progressi  ottenuti dalla  trattativa che potrebbe portare la sua società nel capitale di AmInvestco, anche con quote di maggioranza, ha delineato la sua strategia per Taranto che punta a al revamping dell’Altoforno n.5, uno dei maggiori d’Europa per capacità e ormai spento da anni, e dell’Altoforno n.1, tuttora in esercizio, e con l’acquisizione di 2 forni elettrici per conservare una capacità produttiva di 8 milioni di tonnellate annue, “in grado di mantenere gli attuali livelli occupazionali”, che non sappiamo se si riferiscano a prima o dopo la dinamica ristrutturazione prevista da Arcelor Mittal: oltre cinquemila licenziamenti (come previsto nel piano industriale a fronte della richiesta di 2 miliardi)   anticipati dai tre di questi giorni e da 250 lettere di sospensione per gli operai che si sono macchiati del reato di “solidarietà”  .

Prende proprio uno stanco scoramento ad assistere alle acrobazie miserabili che compiono gli equilibristi in forza al  padronato imperiale. Si sa che Arcelor Mittal ha deciso di comprarsi quello che aveva definito un ferrovecchio unicamente per isolare e poi far morire un concorrente molesto dei suoi siti in Europa,  Dunkerque e Fos sur mer in Francia, si sa che per questo e grazie all’impunità concessale non intende investire in sicurezza, compatibilità ambientale e bonifiche, si sa che i cordoni della sua borsa sono talmente stretti da non sganciare nemmeno i quattrini del fitto.

Eppure Invitalia munificamente è disposta a entrare nel capitale di Aminvestco Italy, caricandosi della perdite e dei debiti che non ha prodotto senza pretendere che vengano ripianate dai responsabili.

Eppure pur diventando socio di maggioranza, forse per quella modestia che caratterizza il suo vertice o per non scontentare da subito il bizzoso partner, non ha stabilito in capo a chi verrebbe affidata l’effettiva conduzione.  Eppure non ci sarebbe  stata alcuna previsione concreta e fattibile  sui volumi produttivi cui si aspira rispetto a quelli attuali (meno di 4 milioni di tonnellate e con un sanguinoso ricorso  alla cassa integrazione), se l’ipotesi di riportarla ai desiderabili  8 milioni si scontra con gli interessi concorrenti dell’avido socio e non chiarisce quali sarebbero poi le relazioni con gli atri produttori di acciaio italiani.

Eppure se fosse vera la promessa di mantenere i livelli occupazionali, che fine farebbero i fisiologici “esuberi”  estromessi dall’acquisizione dei forni elettrici?

Eppure non avrebbe dovuto essere preliminare alla promozione di negoziati, la predisposizione di una strategia per la messa in sicurezza, la bonifica a carico dei responsabili, il risarcimento, tutte azioni che si dovranno obbligatoriamente perseguire quale che sia il destino della fabbrica e della città martire che ha patito il suo destino?

Devo fare autocritica, per anni ho scritto convintamente che il futuro dell’Ilva non poteva che essere quello della statalizzazione. Ma era davvero un’attesa fideistica e illusoria, non era un’utopia era semmai un tranello acchiappacitrulli nel quale come altre anime belle era caduta con le scarpe, pensando davvero che questi “servitori dello Stato”  dalle loro scrivanie, dai loro uffici con le piante di ficus, dopo aver regalato la pubblica Italsider ai Riva, avergliela tolta per affittarla ai Mittal, diventassero i demiurghi capaci di conciliare profitto, tutela dell’ambiente e garanzie per i lavoratori.

Era davvero una chimera  non ritenere che la soluzione al problema stesse nel far tornare in mano pubblica un’attività strategica così incautamente privatizzata, perché davvero era quella la “soluzione”, ma convincersi che quel processo potesse essere portato avanti da un ceto di lestofanti, di inetti, di criminali in guanti gialli, che praticano l’assistenzialismo a beneficio dei ricchi perché diventino sempre più ricchi e spietati e noi sempre più poveri e umiliati.


La smania della Regione genera mostri

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tornei, giostre, duelli, tenzoni cavalleresche, non sono mica guerre. In quelle ci mandano a morire i soldati semplici, mentre la recita bellica dei signori e padroni di solito non è cruenta, non sgorga sangue dalle ferite dei paladini del teatro dei pupi e le spadone di latta fanno un gran rumore di ferraglie, ma non feriscono.

Teniamolo a mente in questi giorni nei quali va in onda con gran “tenetemi che l’uccido” e “vile, te la faccio pagare” o “guai ai vinti” la battaglia del governo contro le regioni e delle regioni contro il governo. E la verità è che in questa commedia delle parti tutti abbaiano e menano colpi, attenti però a non farsi male, funzionali come sono gli uni agli altri.  

Non fosse così, un Presidente del Consiglio potrebbe esercitare le facoltà e i poteri per commissariare una regione e un assessore reo di incompetenza, infedeltà alla sua missione, conflitti di interesse.

E’ successo – e inutilmente si è chiesto dopo le prestazioni di Fontana e Gallera – in casi di evidente emergenza, sanitaria, ambientale. Con una certa attenzione riservata alle regioni del Sud – forse antropologicamente  infiltrate o condizionate da poteri opachi a differenza della laboriose omologhe del Nord che, tanto per fare un esempio calzante, i rifiuti tossici e l’inquinamento lo esportano in zone meridionali un tempo fertili e felici? –  come racconta la storia recente. 

Ma a conferma che il teatro della politica copia i talkshow, con i figuranti che inveiscono a beneficio del pubblico non pagante, tutti si prestano a recitare il solito copione che prevede uno scaricabarile reciproco che non faccia danni a nessuno degli attori delle compagnie di giro.

C’è chi suppone che per evitare scomode rivelazioni di antica inettitudine, la Regione Lombardia avrebbe esagerato l’emergenza sanitaria con la complicità delle lobby farmaceutiche, imponendo all’esecutivo di seguire la sua pista. Fatto sta il governo da parte sua ha steso una cortina di nebbia in Val Padana, lasciando correre su colpe passate e contemporanee, approfittando dell’opportunità di imporre uno stato di eccezione che fa rimpiangere la normalità malata di prima.

Che poi se invece si colloca una testa di legno a fare l’amministratore, il parafulmine, il commissario, quando non se ne sceglie uno di prestigio e moralità inattaccabile candidato a rapide dimissioni dopo aver saggiato l’amaro dell’impotenza (c’è da immaginare che sia capitato ultimamente a uno degli avvocati dello Stato chiamato a gestire opere e conti del Mose), allora è meglio che la selezione del personale, se non ha pronto un fedelissimo, ben disposto a eseguire ordini e fare affarucci,  individui un improbabile, un incandidabile per evidente carenza di meriti, uno disposto a essere esibito nelle fiere per il gioco di tre palle un soldo. Come è capitato al povero generale Cotticelli, costretto alla gogna per aver ingenuamente dichiarato di essere l’uomo sbagliato al posto sbagliato, ignaro che fosse in carico a lui, commissario alla Sanità in Calabria, la predisposizione del Piano per l’emergenza Covid, ora affidata a nuova autorità nota solo per aver dettato le regole in materia di durata profilattica e cautelativa dei baci . 

E figuriamoci se non capitava nelle periferie meridionali. Doveva essere proprio inadeguato il prescelto se non ha pensato di fare copia incolla con il piano d’azione, che ne so, della solerte Lombardia, della scrupolosa Val d’Aosta, del coscienzioso Piemonte o di altre risparmiate dalla lettera scarlatta (dal Veneto, all’Emilia Romagna, alla Campania) che si sono rivelate alla prova dei fatti pasticcione, inidonee, come minimo “arruffone”, dopo anni  nei quali erano state invece “arraffone”, incamerando fondi che non bastavano mai anche perché si spargevano in fiumi sotterranei di malagestione, clientelismi, incapacità, speculazioni, ruberie e generose mance ai privati.

Alcune di queste, per ora tre, incuranti delle loro vergognose performance hanno ripreso a muso duro la loro pretesa di indipendenza in modo da avere più mezzi per demolire con ancora maggiore determinazione la scuola, la sanità, l’università.

Si tratta di una secessione ancora più disonorevole di questi tempi, che  accomuna la Lega e il Pd sotto forma di Bonaccini e pure della sua coraggiosa vice presidente dall’audacia limitata se non ha dichiarato la sua estraneità al progetto, alla quale si stanno accodando  altri federalisti dell’ultima ora.  , grazie a un progetto che ha l’intento preciso di incrementare  le tremende diseguaglianze già in atto nella sanità, istruzione, cultura, disoccupazione, giovani, condizione femminile, trasporti, reddito, ricchezza, grazie al fertile distacco dei ricchi in modo da condannare alla miseria la  zavorra del Sud che di fatto ostacolerebbe il  Nord nell’espressione delle sue potenzialità.

Più che favorire il passaggio ad un  sistema “cooperativo”, utile al Sud e al Nord, sono aumentati i conflitti territoriali  assecondati dallo Stato e dai potentati economici, a volte in condivisione con quelli criminali, alimentando un regionalismo disordinato che ha impedito la crescita sincrona delle due realtà.

Infatti la delega delle responsabilità di spesa dallo Stato centrale alle amministrazioni regionali ha prodotto un’espansione del debito pubblico, peggiorando la “qualità” delle politiche sociali, anche grazie a quella Riforma del Titolo V della Costituzione che  rovescia completamente il rapporto di forza tra Stato centrale e Regioni a favore di queste ultime, che non contente  cominciano a pretendere la proprietà indiscussa e il potere di spesa dei residui fiscali, riponendo in soffitta l’attuazione di quei principi inapplicati dal tema della cosiddetta solidarietà territoriale, alla determinazione delle prestazioni di competenza esclusiva dello Stato.

E su quella  ci sarebbe oggi più che mai da ragionare pensando a come è stato svelata dall’emergenza sanitaria, l’emergenza sociale in cui versa il nostro sistema sanitario smantellato dalla  sistematica opera di demolizione dei punti cardine della Riforma Sanitaria, Legge 833, del 1978, al fine di favorire potenti interassi privatistici. Basta riflettere  sul danno prodotto dal referendum del 1993 che ha determinato la scissione tra competenze sanitarie e ambientali,  come sanno bene i cittadini di Taranto chiamati a scegliere tra salario e salute o sugli effetti prodotti dalla conversione delle Unità Sanitarie Locali (USL) in Aziende (basterebbe la denominazione di Azienda per capire meglio il fine della “riforma”) Sanitarie (ASL), ispirata non a criteri di servizio sociale, ma a vincoli economici, di bilancio.

Ormai è chiaro a tutti che a fronte di un limitato potere decisionale, le Regioni in Italia sono  centri di potere burocratico e clientelare, che esigono di “trattare” non solo le materie di competenza e i capitoli di spese come Stati autonomi, esprimendo il paradosso di una onnipotenza virtuale in contrasto con una impotenza concreta, proprio di soggetti a un tempo troppo forti nominalmente e troppo deboli giuridicamente, diventando fattori di squilibrio in un contesto dove la pluralità è divergente e centrifuga.

Ma altrettanto paradossalmente questo potenziale destabilizzante fa comodo a  esecutivi inetti, impotenti e gregari, che possono usarlo come alibi per il “non fare”, per la delega dell’incapacità passata ad altri altrettanto condizionati da poteri superiori extranazionali, i cui comandi sono raccolti e eseguiti come atti di fede incontestabili.

Però basterebbe sottrarsi al destino dei vasi di coccio.  


Ilva. Compra, ruba e scappa

illAnna Lombroso per il Simplicissimus

La crisi del 2008 aveva riportato alla ribalta un attore costretto negli anni a stare in disparte, relegato come certe attricette di scarso talento, all’eterno ruolo di sostituto.  E con  la pandemia (in pieno lockdown il presidente Conte mentre scavalcava il Parlamento e perfino l’Esecutivo delegando la strategia della rinascita a task force di manager venuti su a profitti e marketing,  lanciava la nazionalizzazione dell’Alitalia) è sembrato che i finanziatori e il gestore del teatro volessero dargli una parte consona al suo spessore.

Ma come accade nel mondo dello spettacolo si è capito subito (è bastato a convincerci la contraffazione in successo della resa ai Benetton sul Ponte di Genova, mentre nulla si dice del caso Adriatica, la A14  con code che si prolungano fino ad otto ore consecutive) che erano gli impresari a recitare fuori dalla scena.

Lo Stato, di questo si parla, che in caso di crisi viene tirato dentro dal mercato a risolvere  i problemi creati dal mercato, non conta nulla se non per  accontentare le “pretesa” dei padroni dell’economia e della finanza  di socializzare le loro perdite,  come è successo con il succedersi di crack ai tavoli del casinò, quando grandi banche di investimento e altre istituzioni finanziarie fallite o agonizzanti per via di gestioni criminali hanno ottenuto che gli Stati,  negli USA attraverso la Federal Reserve, in Europa attraverso la BCE , comprassero la loro spazzatura e coprissero le loro falle, scaricando il loro dissipato malaffarismo privato sulle casse e le tasche pubbliche.

Così il Governo mentre scrive nei decreti della sua pandeconomia, quello che  i grandi suggeriscono,  segna definitivamente la condanna a morte del decantato piccolo è bello, delle Pmi che hanno costituito l’impalcatura del sistema produttivo italiano, continuando nel frattempo a rafforzare quel capitale fittizio che occorre per investire delle opere, nei cantieri, attraverso il sistema “diversamente” privato della Cassa Depositi e Prestiti, i cui investimenti replicano pedissequamente il modello speculativo e le logiche di mercato, o Invitalia, ‘Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di proprietà del Ministero dell’Economia. La cui mission (confermata dalla rivelazione  che i finanziamenti l’agenzia versava per lo stabilimento FCA di Termini Imerese, da riconvertire all’auto elettrica, erano in realtà distratti per fare speculazioni finanziarie), sembra essere quella di fornire assistenza a grandi imprese e multinazionali parassitarie.

E non è casuale dunque che il dossier Ilva sia stato consegnato per accertamenti a Invitalia e che la potenziale uscita di Arcelor Mittal sia condizionata all’intervento della Cassa Depositi e prestiti, per decidere poi se un eventuale intervento pubblico dovrà essere solo finanziario o anche industriale.

Quante volte di fronte ai crimini commessi contro il lavoro, l’ambiente la salute a Piombino, a Taranto, a Terni, quando i governi si sono prestati a farsi prendere per i fondelli dalle proprietà feroci e sanguinarie prendendo per i fondelli a loro volta cittadini, operai, si è detto che l’unica soluzione era la nazionalizzazione, il passaggio allo Stato come unico garante della messa in sicurezza, del risanamento e della sanità, dell’occupazione e del risarcimento di città martiri.

Quante volte a chi lo sosteneva si è sentito rispondere che ci sono casi nei quali non si deve sottoporre un Paese a quella aberrante alternanza tra nazionalizzazioni e privatizzazioni che ha come unico effetto quello di scaricare sul sistema pubblico i costi economici,  sociali e politici delle ristrutturazioni. Che non è ragionevole ed equo subire la pressione iniqua esercitata dla capitale  che ci costringe a subirei danni e a risarcire le vittime e tutta la società  dei suoi fallimenti economici, sociali, ecologici, così mentre noi paghiamo lui fa cassa.

È che viene un momento nel quale bisognerebbe fare i conti con le responsabilità collettive, perfino quelle minime, che sembrano personali,  che comporta dare il voto e quindi il consenso a partiti, governi e amministrazioni. Il 9 agosto Conte  a Ceglie Messapica in provincia di Brindisi partecipando all’evento ‘La Piazza… la politica dopo le ferie‘ (sic) durante il quale ha benignamente  “ricevuto” associazioni di cittadini di Taranto, ha rivendicato di aver detto pubblicamente che “è assolutamente inaccettabile che alla comunità tarantina sia prospettata una scelta tra diritto alla salute e diritto al lavoro. Sono due diritti che devono essere entrambi realizzati e perseguiti”, anche se, coerentemente con i pilastri dello stato di eccezione che ha incarnato in questi mesi, ha aggiunto: “la salute è l’unico diritto che dalla Costituzione viene dichiarato fondamentale”.

Dovremmo avvertirlo che in realtà ai cittadini che vivono all’ombra delle fiamme avvelenate dell’Ilva quell’alternativa non è stata data, che hanno negli anni perso il diritto al lavoro retrocesso a diritto alla fatica, e quello alla salute, negata dentro e fuori dalla fabbrica.

E che se è vero che ha ereditato un “dossier”, come ha ritenuto di definirlo, che si trascina da anni,  è altrettanto vero che le ipotesi di intervento dello Stato adesso, sono quantomeno sospette, che fanno immaginare come è avvenuto in altri casi, che così la Nazione entri in gioco in veste di becchino incaricato di mettere una pietra sepolcrale su una fabbrica che non è più redditizia, sui veleni e sui delitti senza pena, a pensare che si è elargita immunità e impunità agli assassini, affondandoli sotto l’acquario promesso come opportunità di sviluppo e occupazione.

Intanto: “E’ prematuro dire quale sarà l’esito del negoziato con ArcelorMittal, ma potete stare tranquilli”, Conte ha “rassicurato” così i rappresentanti dei 5000 cittadini che gli hanno scritto per motivare la richiesta di chiudere l’azienda anche in presenza dei dati sul raddoppio dell’inquinamento da benzene nei primi sei mesi dell’anno. “Il governo, ha dichiarato,  sta facendo di tutto per garantire le massime condizioni di salute e sicurezza dell’intera comunità tarantina, e per garantire la piena transizione energetica dello stabilimento. Stiamo ancora lavorando sul piano industriale e continueremo ad aggiornarvi”.

C’è da dubitare che sia riuscito nell’impresa di tranquillizzare i tarantini, che in 50 anni, hanno visto l’acciaieria prima occupare il corpo cittadino, poi produrre acciaio e lavoro  ma pure devastazione ambientale e morte e poi ridursi a accozzaglia di rottami arrugginiti fin dall’acquisizione  nel 1995, da parte della dinastia Riva che l’ha pagata quattro soldi, la fa lavorare al massimo quanto sfrutta i dipendenti e non investe nella sostenibilità e nella sicurezza dirottando i molti utili in conti offshore che nessuna forza politica dell’arco parlamentare si è mai arrischiata  di andare a cercare.

E oggi il concessionario che vorrebbe comprare ma non compra, che esige l’impunità ma non risana e non bonifica, che col pretesto del Covid esige aiuti per quasi 2 miliardi, ma intanto specula perfino sui reflui, che non si mette d’accordo sul “compromesso” ma  intanto per la seconda volta non versa il fitto “pattuito”, che propone un piano industriale ma  proroga a tempo indefinito la realizzazione del nuovo altoforno,  ha la sfrontatezza di presentare un piano industriale che “sacrifica” 5000 “esuberi”.

Adesso vedremo come reagirà Landini che in nome della tutela dell’occupazione aveva accusato il Governo di non mostrare la doverosa cedevolezza nei confronti delle richieste della multinazionale. Adesso che i sindacati e il Consiglio di Fabbrica ha avvertito che in mancanza di risposte certe, disporranno l’autoconvocazione dei lavoratori nelle sedi istituzionali.  Adesso che appare chiaro che il colosso indo… non  aspirava al rilancio della produzione di acciaio a Taranto, ma a cannibalizzarla grazie ai servigi della più feroce tagliatrice di teste in azione, al Morselli una carriera di migliaia di vittime dei suoi repulisti ,in modo che potesse cadere  preda della concorrenza, per poi chiuderla,   eliminando da un mercato saturo una quota produttiva ancora rilevante, perlomeno in Europa.

Ma allora il vecchio baraccone avvelenato potrebbe essere ancora competitivo, allora una volta risanato come in ogni caso di deve fare, allora una volta “ristrutturato”, una volta sottratto agli artigli della feroce tagliatrice di teste, la collezionista di guadagni conseguiti sul ceppo del boia, quella Morselli che prima fu incaricata da Calenda poi da Di Maio di condurre trattative, diventando infine Ad di Arcelor Mittal Italia, è lecito pensare e agire per ridarle il ruolo di produzione strategica per il Paese.

Certo non è facile, perché si tratta di rovesciare il pensiero dominante che si sorregge sulla accondiscendenza ai format di redditività e produttività basati sul profitto avido delle proprietà e degli azionariati, proprio come succede per la stesa pubblica, intesa come un bacino messo a disposizione del parassitismo, cui è doveroso essere ostili, liberisti o progressisti, austeri o frugali,  quando riguarda i servizi pubblici e l’Welfare da offrire e favorevoli, proprio come di questi tempi quando invece concerne le agevolazioni alle imprese privare.

Si tratta di cominciare a calcolare non solo col pallottoliere delle rendite e dei tornaconto per gli azionisti, il “profitto” sociale dell’occupazione di migliaia di dipendenti, dei volumi di denaro e effetti economici a cascata che vengono messi in circolazione, della possibilità non remota che un’azienda organizzata, dove sono rispettai requisiti di efficienza, sicurezza, innovazione diventi concorrenziale con altre che traggono vantaggi dallo sfruttamento dei lavoratori, dalle retribuzioni disonorevoli, dalla violazione di standard ambientali.

Perché non si tratti solo di utopia e di illusioni visionarie, bisogna cominciare, i cittadini italiani e i tarantini in primo luogo, a ragionare diversamente dai padroni, non sottostare alle loro regole, per non essere talmente schiavi da pensare come loro.


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