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Partono i bastimenti

sir03 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma vi ricordate, non poi troppo tempo fa, quando dovevamo  essere tutti pronti a raccogliere la formidabile sfida della globalizzazione, dove tutti i paesi sono mondo, dove possono circolare e essere valorizzate intelligenze, creatività, know how e prodotti?

Quando a questa scommessa- erano queste le formule gergali in uso del coglionario liberista: sfida, scommessa, sistema Paese, giacimenti culturali – bisognava preparare i propri virgulti in modo che sapessero l’idioma indispensabile, ben prima della lingua madre considerata un arcaico optional, per mettersi in vetrina nel mercato, a tale fine si dovevano iscrivere alle costosissime scuole private americane e tedesche insieme a altri rampolli scelti nel delfinario del privilegio e della rendita del latifondo e della comunicazione, per quello li dovevate sottoporre a quel tirocinio alla convivenza con altre etnie non a Lampedusa bensì tramite l’Erasmus e i master acchiappacitrulli della Luiss e della Bocconi, vedendoli già – proprio come le mamme ebree di Ovadia, che indicano i due gemellini in passeggino: questo è Davide l’ingegnere e questo è Albert l’avvocato –  nella city o a wall street a buggerare gli avidi ingenui?

E invece adesso tutti a frignare per i  poveri virgulti costretti a andare a cercar fortuna proprio alla stregua di altri poveretti estratti dalla lotteria naturale nel Sud del mondo al quale l’Europa, eufemismo scelto per chiamare in altro modo il più perverso  liberismo, ci ha condannati a essere annessi a Catanzaro come a Milano. Ma con una differenza rispetto a tunisini, libici, nigeriani, che da loro il fenomeno si chiama disperazione e paura e alternativa alla morte certa per una probabile, mentre da noi viene rivendicato come necessaria fuga dei cervelli e legittima aspettativa di esprimere il proprio talento.

C’è da temere che il risultato sia lo stesso, che i ragazzi e i non ragazzi che se ne vanno nelle capitali dell’occidente siano parimenti destinati a un rifiuto e a una emarginazione magari più educata e ce ne vorrà prima che conquistino tutti i diritti, pizzaioli a Londra, informatici a Seattle, interior designer a Berna, dove vigono altri tipi di decreti sicurezza 1 e bis

Giova ricordare che tra il 1901 e il 1923 emigrarono in America 4.711.000 italiani, di questi, 3.374.000 dal Sud. Già allora si effettuavano rilevazioni statistiche, c’è da scommettere più attendibili di quelle odierne, che dividevano i “partenti” tra settentrionali, in cerca di “miglior fortuna” e meridionali spinti dalla fame. Così oggi  potremmo sostenere che siamo i settentrionali  a fronte dei meridionali di un Sud ancora  più  esasperato, oppresso e in guerra di quello incarnato allora dagli abruzzesi ai quali si limitava la pratica della   transumanza, dai campani esausti per le espropriazioni effetto dei patti agricoli e per la malaria, dai lucani affamati dell’entroterra montano, proprio quelli  che dettero il più alto contributo all’emigrazione, quando nel 1911 la popolazione della Basilicata si riduce del 3, 58% e i suoi giovani vanno verso le Americhe sul Sirio, non  più sicuro dei barconi di oggi.

Dal 1861 agli anni Settanta del Novecento circo ventisette milioni di italiani si sono trasferiti all’estero. Scriveva Nitti: “… quel capitale circolante che la borghesia ha vanamente richiesto allo Stato mercé sgravi fiscali, opere pubbliche diffusione del credito oggi lo va formando il popolo mercé i risparmi sugli alti salari guadagnati all’estero e inviati in patria“, proprio come Romania, Polonia, Ucraina si sono conquistati l’ingresso in Europa, con i risparmi delle donne delle pulizie, della badanti, dei manovali e dei muratori al nostro servizio.

Ma allora   i governi tentarono di fermare l’esodo alla rovescia di quello di oggi non attraverso misure di sviluppo dell’occupazione o di sostegno all’istruzione o di accesso ai servizi sociali, bensì con la repressione invitando le autorità a contrastare l’emigrazione clandestina e a ostacolare quella regolare, per impedire un fenomeno che riduceva l’esercito di manodopera disponibile nelle campagne. Almeno fino agli  anni ’50 e ’60 quando l’industrializzazione promuove i flussi di emigrazione interna dal Sud al Nord verso il triangolo industriale pari a almeno  5 milioni in venti anni.

Cui corrispondeva – ma era cominciato prima –  un altri tipo di spostamento interno, quello degli intellettuali e degli acculturati del Mezzogiorno che occupano l’amministrazione centrale, lasciando sguarnite le periferie e accentando il distacco tra una dirigenza ministeriale e burocratica a prevalente formazione giuridica e il contesto decisionale economico e industriale, finendo per indebolire il rapporto tra Stato e società al Sud e tra politica e  comparto produttivo al Nord.

Adesso abbiamo solo i frutti avvelenati dello “sviluppismo” iniquo all’occidentale e all’europea e della distopia globalista che pare non siano stati scalfiti dalla crisi, visto che pare sia proibito ormai cimentarsi in una speranza alternativa al sistema, visto che pare sia vietato  ripensare a uno Stato nazionale e unito in grado di reagire all’egemonia del capitale privato transnazionale, alla espansione e occupazione dei mercati riconquistando un ruolo regolatore e autonomo, pena la condanna in quanto ottusi sovranisti.

A questo vogliono persuaderci quelli che spacciano le pillole di globalizzazione come fosse cosmopolitismo, i raffinati neoliberisti progressisti che trattano il tema della demoralizzazione e disperazione come fosse un’ubbia di un popolino retrogrado e passatista, attaccato al campanile e al ragù della domenica, obbligato al suo piccolo mondo ristretto da vizi che farebbero parte dell’autobiografia nazionale: accidia, indolenza, provincialismo, viltà, impermeabile alla cucina fusion della greppia alimentata dalle merci e dai miti trasportati dall’alta velocità e offerta a chi mostra di sapere ubbidire e di fidelizzarsi di buon grado.

Ci vedono e ci vogliono cafoni, straccioni, coscritti a forza e costretti a andarcene, impoveriti e defraudati. Forse allora dovremmo farci briganti.

 

 

 

 

 

 

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In guerra

En-Guerre-700x430La gioia con cui  il Tg3 ha dato notizia del quarto tentativo di golpe da parte di Guaidò quando ancora sperava che andasse in porto fa piena luce su cosa abbia significato  la sinistra di governo e sottogoverno in questo Paese: un impasto di leninismo per quanto riguarda la difesa delle rendite di posizione e di globalismo servile appena ricoperto dalla sfoglia di cioccolato di un internazionalismo fumoso e di politicamente corretto. Non importa se Kissinger avesse già spiegato molte volte e in maniera specifica cosa significasse globalismo ovvero  il sistema americano esteso a tutto il mondo, quel nuovo ordine mondiale millenario del neoliberismo che oggi si sta disgregando: questi hanno fatto orecchie da mercante, in maniera quasi letterale e hanno cercato di confondere fischi con fiaschi o forse nemmeno loro capivano la differenza.

A questo proposito vorrei consigliare a tutti un film francese dell’anno scorso, In Guerra di Stéphane Brizé nel quale si narra la lotta e la sconfitta dei lavoratori nel tentare di salvare un’azienda dalla delocalizzazione, ma anche quella degli stati e dei poteri statali ridotti a prigionieri del mercato globale se non in suoi agenti sotto copertura pubblica.  Lo consiglio non solo perché è un  buon film anche se non comparirà mai nei contenitori di pura spazzatura, i Netflix, gli Sky, gli Amazon  e compagnia cantante con cui il sistema ci rimbecillisce e ci infantilizza, ma anche perché mostra con chiarezza e senza retorica  cosa significa il mercato globale, quali sono i suoi scopi e il suo breviario ripetuto a ipnoticamente dai suoi parroci  e dai suoi cardinali affinché i fedeli ne ripetano le parole e se ne convincano. A questo proposito non si comprende come possa essere accaduto che la sinistra europea abbia scambiato i dazi come qualcosa di contrario agli interessi dei lavoratori, quando è assolutamente evidente che essi tra i loro effetti hanno proprio quello di difendere il lavoro locale e dunque anche le possibilità di evolvere una battaglia sociale. Che tutti i lavoratori abbiano gli stessi interessi finali non significa affatto che abbiano gli stessi scopi immediati, né che percepiscano lo sfruttamento nello stesso modo: questa confusione era possibile quando si pensava che la rivoluzione mondiale fosse questione di pochi anni e non si trattasse invece di un grenz begriff , ma oggi è priva di qualsiasi senso e infatti riprende in maniera sospetta le giaculatorie neo liberiste contro lo stato, con il risultato di dare il maggior potere possibile alla multinazionali private che oramai legiferano apertamente. 

Però invece di imparare dal senno di poi ci si ostina ripetere i miti di ieri e i tanti sentieri interrotti.  Il cosmopolitismo delle merci e della mercificazione serve solo a sottrarre diritti e lavoro dove esso è meglio pagato per trasferirlo dove lo è meno e dove si può attuare il maggior sfruttamento possibile: un meccanismo che agisce nei due sensi privando entrambe le parti dei propri diritt e lasciandoli in balia di qualunque ricatto. Sperare ingenuamente ( o magari solo far finta per poter esercitare  il doppio gioco) che tra qualche decennio la situazione sia parificata e l’uguaglianza del massimo sfruttamento porti a un radicale cambiamento e a un esplosione rivoluzionaria è qualcosa che appartiene al passato perché dovrebbe essere ormai chiaro che la sola e fondamentale precondizione per cui  una rivoluzione possa nascere non consiste tanto in una precisa situazione oggettivo-infrastrutturale, quanto in un certo livello di consapevolezza e di volontà ideale, vale a dire di conoscenza che proprio il sistema penserà a mettere nel tritacarne, anzi lo sta già facendo da tempo.

Il film mostra chiaramente la dinamica delle cose, la subalternità dello stato e delle persone, la lontananza di certe posizioni di comodo e infine la necessità di reintrodurre la complessità rimproverata a Gramsci e Lucaks, in un mondo dove economicismo e delirante determinismo la fanno da padrone sia tra dominati che tra i dominanti, come se invece di voler costruire un mondo, si fosse costruiti dal mondo. Comunque buona visione.


Notre Dame, miliardari generosi con i soldi di tutti

imagesDue anni fa, secondo l’ultima anamnesi conosciuta,  Notre Dame, cadeva a pezzi,  decine di doccioni ottocenteschi si erano sfaldati o erano caduti in mille pezzi che venivano gelosamente conservati in vista di un futuro migliore, molte balconate erano sostenute da improvvisati accrocchi di legno, la guglia divorata dalle fiamme una settimana fa era stata dichiarata pericolante, ma non si trovavano i soldi per restaurare la cattedrale e tanto meno per dotarla di sistemi di sicurezza che avrebbero potuto evitare il rogo. Era ed è la medesima situazione di almeno un’altra decina di chiese parigine, così come di centinaia di beni culturali francesi che sono vittime,  al pari di quelli di tutto il continente, delle regole di bilancio europee che non permettono sforamenti, ma ancor più della mentalità degli squali neo liberisti secondo cui il patrimonio artistico e ambientale, non è che un bene economico, al quale devono badare i privati con le sponsorizzazioni, le donazioni in conto pubblicitario, insomma il business.

Però dopo l’incendio i miliardari francesi, i Bettencourt, gli Arnault, i Pinault, la Total che ha già in mano il Louvre, più altri minori e una banca come il Credit Agricole, hanno improvvisamente aperto le borse e promesso di offrire qualcosa come più di ottocento milioni di euro per rimettere a nuovo Notre Dame. Cosa è accaduto in 24 mesi per passare dal nulla a cifre stratosferiche? Tre cose: la prima è che il clima nel Paese è cambiato come dimostrano i gilet gialli e i grandi ricchi hanno tutto l’interesse a travestirsi da squali in amabili e nobili delfini che accorrono in aiuto dei simboli nazionali; la seconda è che l’incendio in diretta mondiale costituisce un boccone pubblicitario e promozionale molto più ghiotto di prima, che promette grandi ritorni di immagine e di affari; la terza è la speranza o per meglio dire il ricatto o la tracotante richiesta che le detrazioni fiscali per le cifre donate arrivino al 90%, cosa che Macron ha già adombrato di voler fare. In questo modo l’apparente donazione si riduce di molto, se proprio non si risolve in un vero e proprio guadagno immediato grazie a qualche artificio di bilancio. Già oggi con sconti fiscali per le “donazioni liberali” in Francia vanno dal 60 al 66 per cento, a seconda che si tratti di aziende o di privati:  le donazioni costituiscono senz’altro un ottimo affare, tanto che se fanno in Francia per un miliardo l’anno che di fatto si traducono in almeno 630 milioni di pura elusione benefica, senza nemmeno ipotizzare altre operazioni e ovviamente senza considerare i vantaggi di immagine e di legittimità sociale che tali donazioni comportano, compresa in sostanza una privatizzazione del patrimonio comune.

Ora qualcuno dirà, va bene, questi trovano il loro tornaconto nelle donazioni per il salvataggio del patrimonio artistico e simbolico, ma almeno si raccolgono i soldi necessari. Ed è qui l’errore che si è portati a fare dopo decenni di condizionamenti ideologici che hanno portato al gretinismo generale: poiché il sacrificio di Notre Dame dimostra che le donazioni ci sono solo grazie ad enormi sconti fiscali e occasioni promozionali di particolare interesse, in pratica è sempre lo stato che paga, ovvero i comuni cittadini che sgranano gli occhi di fronte a tanta generosità, senza accorgersi che i grandi ricchi stanno mettendo le mani nelle loro tasche lucrandoci pure. Insomma ci troviamo  di fronte a un grottesco circolo vizioso nel quale le regole di bilancio e più ancora lo spirito stesso dei trattati europei impediscono di fatto grandi interventi della mano pubblica stato e suggeriscono la via privata per il salvataggio dei patrimoni culturali e ambientali, ma la strada del privato è percorribile solo se a quest’ultimo  vengono concessi fortissimi sconti fiscali oltre ai benefici promozionali. Dunque è sempre la collettività che ci mette il grosso, come del resto e accaduto e accade nel multiforme mondo delle deregolamentazioni e privatizzazioni in generale. Ma il tutto è nascosto da un falso ideologico: l’eredità culturale, estetica, spirituale viene pagata in sostanza da tutti, ma via via diventa di fatto privata e con investimenti reali minimi rispetto ai valori in campo e alle potenzialità di sfruttamento.

Non bisogna dimenticare che multinazionali e grandi ricchi oltretutto sfruttano a fondo le sponsorizzazioni per portare avanti i loro business: per esempio la Total che di fatto è padrona del Louvre, organizza mostre e manifestazioni a seconda degli affari che ha per mano in un  determinato momento, come è accaduto per gli Inca e le prospezioni nei Paesi andini e la stessa cosa fa la BP con il British Museum, sponsorizzando mostre che le servono, come ad esempio quando ha favorito l’acquisizione di opere di aborigeni australiani, con relativa mostra, proprio quando era al centro di un acceso dibattito sulla opportunità di prospezioni petrolifere nel continente – isola, oppure come quando ha organizzato in pompa magna una prestigiosa mostra sull’Egitto, quando si trattava di ottenere via libera per succhiare oro nero nel Paese delle Piramidi. E si potrebbe proseguire all’infinito. I grandi musei spergiurano sul fatto che loro mostre e iniziative non sono dettate dai loro sponsor, si riempiono di “carte etiche” il cui valore concreto non sembra essere distante dai rotoloni regina. Tuttavia su tutto questo non esiste alcun dibattito: dopo lo scandalo Ahae (qui per i curiosi) che ha coinvolto il Louvre e altre prestigiose istituzioni museali di Francia, il presidente del Palazzo di Versailles, Catherine Pégard, che viene dai giornali di proprietà del miliardario Pinault, dunque informata in corpore vili dei fatti, non trovò altro da dire se non “Non siamo qui per sospettare di persone benestanti”.

Per carità i ricchi non si colpiscono nemmeno con un fiore. Soprattutto con i fiori comprati con i sacrifici dei poveracci.


Buon anno del porco

cinAnna Lombroso per il Simplicissimus

Gioviale cosmopolitismo? Pittoresca adesione a un ideale di accoglienza? Da ieri Via Condotti a Roma è addobbata a festa per celebrare il Capodanno cinese, Altrettanto succede a Milano e in altre città.

Ci sono ricorrenze che minacciano di scomparire, la cui data sul calendario da rossa diventa nera non a caso, 25 aprile, 2 giugno, per intenderci, diventate fastidiosi obblighi da assolvere sbrigativamente o meglio ancora da rimuovere in qualità di minaccia per la pace sociale. Altre si sono trasformate in un paradosso, come il Primo maggio che solennizza il Lavoro che non c’è e il lavoratori che al massimo possono rievocare quello che hanno perduto. Per il resto come si sa qualsiasi anniversario è stato convertito in fescennino  commerciale con tanto di bottiglia di cognac e cioccolatini, mimose, colomba e panettone, perfino zucca da quando il culto die morti è diventato ilare occasione per pizza e birra, dolcetto e scherzetto, come l’8 marzo memore di un incendio funesto, e via via le feste dei papà, delle mamme, dei nonni, spunto per appositi consigli per gli acquisti, svendite d’occasione e deplorazione per chi non ha ricordato la giuliva solennità, in attesa che le promozioni per il giorno della memoria prevedano le praline “Perlasca” o peggio il brandy Terezin.

Personalmente ho in antipatia i festoni di Natale che campeggiano sulle vie del centro, impolverati e malinconici fino a  febbraio inoltrato fino a ora sostituiti da altrettanto desolate cascate di stelle filanti e lancio di coriandoli, poi da vetrine invase da sconsolati pulcini interrotte anticipate da mazzolini di mimose, con il loro indimenticabile sentore di marcio e cimitero.

Meglio dunque qualche drago, qualche stendardo rosso che almeno fa allegria. E fa anche giustizia di quell’instancabile chiacchiericcio a riprovazione di un’invasione non del tutto pacifica: e non se ne può più, si sente dire, di quei negoziacci  a 1 euro che hanno abbassato il livello delle strade cittadine. È ora di finirla che al posto dei nostri bacari, delle nostre hosterie, dei trani e della pizzerie si vedano “La città imperiale”, “Mandorli in fiore”, e aleggi dappertutto il puzzo irrancidito degli involtini primavera! E giù a protestare come non si è fatto con la sostituzione della trattoria sotto casa con il “Burgher”, del supermercato francese dove si vende il parmesan al posto del prestinaio e del pizzicarolo, per non parlare dell’italiano rimpiazzato da un gergo per cretini globali di tutte le latitudini. Peggio mi sento quando di parla di prodotti informatici, dell’anatema contro smartphone e cellulari esplicitamente made in China cui sarebbe doveroso preferire quelli prodotti là ma pudicamente distribuiti da imprese tedesche, inglesi, scandinave che non ricordano nemmeno più cosa vuol dire studiare, sperimentare, applicare ricerche e brevetti e si accontentano di attaccare etichette, stoccare e fare i magazzinieri e i postini, e quando chiunque acquisti su internet o in un centro commerciale, tutti ormai dichiaratamente stranieri, è abilitato a sapere cosa si cela dietro a certi made in Italy, o made in England: nel migliore dei casi un’attività di assemblaggio di parti o un marchio pagato per aggirare ostacoli all’importazione e far pagare di più i citrulli che ci cascano.

Non stupisce che mentre è in corso il definitivo declino, politico e morale, dell’impero Occidentale tra le “promesse” trumpiane di olocausti atomici, guerre di rafforzamento istituzionale purché altrove, tra repressione di tentativi e sussulti democratici, di autonomismi e separatismi, bolle che scoppiano e fallimenti bancari, il cittadino medio di quest’area dopo aver perso tanto, si compiaccia di possedere ancora un’insensata percezione della sua superiorità retaggio di più fauste ere coloniali, alimentato da impresari del sospetto, della paura e dell’isolamento, che si invigoriscono creando demoni, alimentando conflitti e concorrenza sleali nelle quali siamo condannati a perdere, perché è inevitabile succeda così se non si vuol vedere oltre il guardare, se ci si convince che non si ha nulla da apprendere dagli altri. E se si pensa di conservare una malintesa identità  grazie alla cooptazione economica dell’Europa nei trattati di cooperazione che altro non sono che di dipendenza e subalternità, ancora più risibili oggi che dopo una serie di colloqui informali, si attende a fine mese l’incontro tra Trump e Xi Jinping, che la Cina ha in corso di approvazione una legge sugli investimenti esteri che permette agli operatori oltre confine di avere la maggioranza e di non trasferire tecnologia, che i servizi e i prodotti finanziari americani avranno accesso al mercato cinese, mentre parte del risparmio cinese (nell’ultimo decennio pari  al 492% del pil, con il debito societario salito al 188% del pil) approda a Wall Street.

Proprio non si vuol capire che non è un caso che i colossi statali abbiano nel 2018 hanno fatturato 4300 miliardi di dollari, 1/3 del pil cinese, a conferma dell’importanza dello Stato nell’economia, della sua forte programmazione economica, centralizzata e regionale, della sua  capacità di orientamento, investimento  e redistribuzione, proprio l’esatto contrario di ciò che ha imposto il mercato come unico decisore, autore dei danni cui si chiedono soluzioni e panacee. Con alcune recenti misure licenziate a fine anno le detrazioni  fiscali mensili ammontano  a 400 yuan (50 euro) per master o corsi di formazione, 1.000 yuan per spese affitto, 1.000 yuan per ciascun figlio a scuola, 1.000 yuan per cura di ciascun genitore e detrazioni annuali per spese mediche pari a 60 mila yuan (7.500 euro). La sanità è a carico dello stato al 70% e per il 30% del lavoratore che anticipa mensilmente le spese mediche in previsione di un credito di imposta pari al costo sostenuto alla fine dell’anno. Questo in vista della promozione del sistema universale della sistema dell’assistenza che mutuerà la formula italiana e francese.

Così magari saranno soddisfatti quelli che pensano che i cinesi sanno solo copiare e taroccare. Mentre noi ci beviamo tutto, che siano comunisti, che siamo meglio di loro, noi che gli imitiamo perfino il Capodanno.. per quanto questo sarà l’anno del maiale e sui porci non temiamo concorrenza.


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