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Archivi tag: Stato

Flusso ematico zero

de-girolamo-alfano-lorenzinSullo scippo dell’Ema Anna Lombroso ha  già scritto in questo blog suggerendo che proprio il marcio uscito fuori con l’Expò il cui nocchiero è oggi sindaco della città, è stato il contesto e il pretesto in cui è maturato lo sgambetto dell’Olanda, reso peraltro un gioco da ragazzi dall’inettitudine dei nostri negoziatori che rispondono ai nomi di Alfano, Lorenzin, Gozi, Maroni. Oddio non è che l’Agenzia europea del farmaco, nata con l’esplicita intenzione di rendere più facile la vita alle aziende farmaceutiche, sostituendo le varie agenzie nazionali e dunque la necessità di superare molti più test, si sarebbe trovata poi male in compagnia degli speculatori dell’Expò, vista anche la figuraccia fatta dall’Ema quando si è rifiutata di rivelare i dati sui farmaci antiobesità dichiarati validi, ma insomma l’argomento dell’improvvisazione e dei ritardi forse lucidamente voluti per favorire lavori in emergenza, il suo ruolo l’ha giocato.

Certo è strano che il vittimismo italiano si eserciti su questa vicenda, peraltro abbastanza marginale (l’Agenzia è solo un organismo burocratico, la ricerca si fa altrove in migliaia di laboratori e dunque le ipotesi della famigerata Bocconi che le canna tutte, riguardo a un ritorno di 1 miliardo e 700 milioni, sono quanto meno sconcertanti per la superficialità ancorchè proprio per questa loro natura riprese da tutti i fogli e fogliacci dello stivale) mentre sia praticamente passato sotto silenzio il trasferimento della Fiat ad Amsterdam che da ogni punto di vista è molto più importante e strategico: ma questo non è che l’effetto della perdita di prospettiva e di sensus sui di un Paese che strepita per uno scippo in tram e se resta zitto zitto quando gli svuotano il conto in banca.

Però non tutto il male viene per nuocere e da questa vicenda possiamo trarre due evidenti insegnamenti: il primo è che in Europa non contiamo più nulla, come del resto ci si può aspettare quando si dispone di un ceto politico servile e cialtronesco per dire il meno, disposto ad accettare e incassare qualsiasi cosa nella consapevolezza della propria nullità, dello stato in cui ha ridotto il Paese e anche del fatto che la sua legittimità proviene più da Bruxelles che dalle urne.  Il secondo è che l’Europa è un coacervo di interessi contrapposti dove vige la legge del più forte oltre che quella della monetina, dove governano camarille e accordi sottobanco, pasteggiano lobbisti e oligarchi, dove l’Unione è spesso solo un pretesto per far valere prospettive globaliste di caduta sociale. Perché non è esattamente vero che le tesi neo liberiste vedano gli stati come il fumo negli occhi: sono le comunità, le cittadinanze democratiche, i popoli, le nazioni  il loro vero nemico, ma la capacità di controllo e repressione sia all’interno che all’esterno esercitato dagli stati per sostenere lo status quo sono i benvenuti. Proprio pochi giorni fa discutevo sull’effetto paradosso che sta avendo l’egemonia culturale neo liberista che da una parte considera solo gli individui, quasi negando l’esistenza stessa della società e dall’altro sta mettendo in piedi meccanismi di sorveglianza e “padronanza” che la Stasi nemmeno poteva immaginare.

Comunque sia è difficile lamentarsi della difficoltà che incontriamo ad accreditarci come virtuosi dopo essere divenuti il Paese dei pasticci e felici fruitori di un ceto politico senza nessuna credibilità e indisponibile a battere i pugni o anche a far valere le potenzialità italiane, nemmeno quando esse sono evidenti come in questa vicenda dell’Ema: la nostra industria del farmaco è seconda solo a quello della Germania anche se le aziende e il loro contenuto di sapere sono quasi tutte finite in altre mani grazie ai buoni uffici del signor Berlusconi Silvio e dei suoi stallieri politici, dunque la collocazione della burocrazia europea del settore a Milano aveva un senso. Ma sapendo come vanno le cose da noi proprio questa logica ha finito per nuocere. Siamo davvero i punitori di noi stessi.

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Intelligenza artificiale e stupidità umana

artificial-intelligence-0303-640x400In queste due settimane ho avuto modo di scontrarmi con l’intelligenza artificiale, ovvero con la stupidità silicea, meglio la stupidity, visto l’ambito, la mentalità e la cultura in cui sta incubando: per due volte mi sono messo nel ginepraio di Paypal, evidentemente costruito per rendere le cose difficili agli uomini e facile alle macchine presunte intelligenti, per chiedere che cosa ne fosse stato di un modestissimo pagamento che mi era arrivato tramite questa sorta di scambiatore immateriale. Ma tutte e due le volte non ho avuto alcuna spiegazione ritagliata sul mio caso: il sistema mi ha inviato per due volte il medesimo polpettone di spiegazioni generiche riguardanti molte situazioni diverse tra le quali poter scegliere un’ipotesi, senza sapere se è quella giusta. In realtà il sistema, mentre permette alla società di fare molti risparmi sul personale e regalare profitti stratosferici, mette in piedi sistemi intelligenti che in definitiva sfruttano l’intelligenza oltre che la pazienza dei clienti .

Il lato nascosto della cosiddetta intelligenza artificiale che è essa è appunto intelligente in un mondo istupidito o per uscire dal gioco di parole, lo è solo nel mondo che essa stessa crea e in qualche modo, grazie alla forza dei suoi padroni, impone. E’ nata come tentativo di dare alle macchine una sorta di comportamento umano, ma lo ha fatto a partire da comportamenti già schematizzati e standardizzati, anzi, se volessimo andare a fondo, da comportamenti e modalità standardizzate all’interno di una certa società e dei suoi rapporti. Non a caso i primi successi sono arrivati nei giochi di strategia, come scacchi o go dove la maggiore potenza di calcolo di un computer è vincente all’interno di regole stringenti nelle quali  la programmazione può facilmente coprire molte possibilità e l’eventuale autoapprendimento si svolge su binari molto rigidi. Analogamente il successo della guida automatica richiede che tutta la viabilità e le strade si adattino ad essa e che i comportamenti di guida siano estremamente standardizzati, ovvero che non ci siano più guidatori umani in grado di avere azioni e reazioni imprevedibili o irrazionali. Nello stesso modo l’intelligenza artificiale immessa nei servizi, richiede una normalizzazione dell’essere umano e della società oltre che uno spaventoso impoverimento delle lingue e del loro contenuto.

Sono la persona forse più lontana dal misoneismo o da ciò che viene comunemente definito luddismo, anche se il fenomeno è stato radicalmente differente da ciò che ci viene raccontato nelle narrazioni capitaliste ad uso popolare visto che la distruzione delle macchine non tendeva affatto ad eliminarle in sé, ma a combattere il vuoto di dignità e di diritti che esse avevano creato grazie alle gestioni padronali. Tuttavia in un certo senso ci troviamo in una situazione in cui le nuove tecnologie di ogni tipo servono a espellere la gente dal lavoro, a creare una sorta di standard comportamentale ed emotivo funzionale ad ammansire le masse e plagiare gli individui perché accettino un modello predefinito dalle oligarchie. Il fatto è che queste rivoluzioni concentriche e simili ad una matrioska al contrario, si sono sviluppate, non certo a caso, proprio nel momento in cui la dialettica sociale e politica è venuta progressivamente meno e dunque il controllo sul nuovo è stato completamente sottratto alle comunità, agli stati, al discorso pubblico per essere lasciato solo agli interessi privati che finiranno per determinare a loro piacimento le logiche in cui esso si incanalerà. E che possono essere facilmente delineate visto che già sono in atto: un basso impero con grandi masse disoccupate e sfruttate, che vivono di sussidi, di poco panem et molti circenses perché dopotutto bisogna vendere la produzione o magari impegnate in guerre di sfoltimento demografico. Ma senza alcuna dignità, speranze o futuro, in una condizione sempre più passiva simile a quella di celebri distopie.

In realtà non c’è alcuna necessità storica che sia questo l’esito infausto: al contrario l’intelligenza artificiale e le tecnologie ad esse collegate potrebbero invece dar vita a molti e diversi modelli tra cui anche quello di produzione diffusa, visto che questa non necessità più della concentrazione fordista che coniuga insieme disumanizzazione, sfruttamento, profitto e potere. Tutte le pinzillacchere condite di anglicismi insensati e utilizzati proprio per nascondere la realtà anche a se stessi, con le quali ci si vorrebbe illudere che il lavoro perso in fabbrica e in ufficio sarà sostituito da nuove mansioni sono pure sciocchezze, visto che il rateo di sostituzione, ben che vada, sarà di 10 a 1 inizialmente e molto superiore in seguito: si tratta del tentativo di far credere che tutto potrà essere assorbito all’interno della società neoliberista.  Ma senza nuove iniziative politiche, nuove prospettive, nuovo protagonismo dal basso sarà praticamente impossibile deviare il cammino che ci impone la logica dell’accumulazione capitalista in un mondo però in cui questa non si presenta più come necessità storica, ma come abuso. Anzi paradossalmente come anacronismo.


Il vaso di Pandora dell’Europa

catalogna-spagna-barcellona-referendumNon c’è alcun dubbio che le questioni poste dalla vicenda catalana hanno almeno un merito storico: quello di aver aperto il vaso Pandora dove hanno fermentato, lontane dalla vista, nascoste nella penombra indistinta, le contraddizioni dell’europeismo e delle istanze di interessi materiali e/o politici che ad esso fanno riferimento. Qualcuno mi dovrebbe spiegare alcune cose: perché la richiesta di indipendenza della Catalogna dovrebbe esprimere un infimo sovranismo, mentre lo stesso sovranismo diventa buono e auspicabile se applicato a Madrid? Perché la repressione poliziesca di massa contro l’indipendenza è dichiarata legittima in Catalogna o al massimo un affare interno della Spagna, mentre, al netto delle orrende menzogne che sono state dette per togliere d’impaccio i leader europei di allora, è stata motivo di intervento in Jugoslavia o di altre ingerenze umanitarie o ancor meglio disumanitarie? Se è vero che bisogna superare gli Stati con tutte le loro sciocche istanze che inceppano il cammino del neoliberismo per costruire un superstato in mano alla dittatura della finanza, per quale motivo si scende poi a difendere a priori l’integrità territoriale di uno di essi?

Si potrebbe continuare a lungo sulla strada di queste antinomie, ma non c’è bisogno di allungare eccessivamente la lista per comprendere che dietro tutto questo c’è solo la fragilità di idee da gran lunga  ridotte a polvere e tuttavia opportunamente rimaste a fare da trompe l’oeil per nascondere alla vista tutt’altro scenario, ovvero un sistema monetario istituzionale totalmente tecnocratico che genera da una parte l’egemonia del centro contro la periferia e dall’altro la progressiva caduta della democrazia in favore di un’oligarchia non elettiva, la messa in mora dei diritti del lavoro. la rovina dei salari, la precarietà e la distruzione del welfare che avviene dovunque. Dunque il giudizio si adegua sempre alle opportunità e agli interessi del momento senza bisogno di alcuna coerenza o linearità: si tratta pur sempre di uno scenario che può essere cambiato ad ogni atto, purché non si veda cosa c’è dietro.

Ciò che stupisce però non è che questa evanescenza di giudizio faccia parte della tattica e della strategia del potere,  ma che ad essa si accodino anche quelli che dovrebbero essere contro di esso o quanto meno si pèresentano come alternativa: a leggere molti siti e pagine della sinistra l’ultima settimana la vicenda catala è stata uno psicodramma con asini di Buridano indecisi se abbeverarsi alla straordinaria partecipazione popolare che il governo di Madrid ha impedito con la forza di manifestarsi pienamente nel voto, oppure rifugiarsi nella nicchia ideologica più vetusta e accontentarsi del lesso internazionalista. Così abbiamo assistito a sottili e compiaciuti distinguo simili alle discussioni sul sesso degli angeli, a imbarazzi metafisici, a funanbolismo sui dati dovendo condannare la repressione e al tempo non riconoscere alcuna valenza politica e progressiva alla mobilitazione popolare che tra l’altro in Catalogna ha visto la sinistra agire da protagonista. In qualche caso questo turbamento è stato giustificato col non dare corda al semi separatismo nostrano come se fosse possibile una qualche analogia con l’indipendentismo catalano che ha secoli di storia dietro le spalle e momenti gloriosi come quelli della guerra di Spagna contro lo stesso franchismo, oggi riesumato da Rajoy, e le pagliacciate di cialtroni italioti.

Eppure come ho già avuto modo di dire la questione catalana è ormai diventato un nodo centrale e ineludibile che non più possibile esorcizzare, non tanto in sè, quanto come contenitore di contraddizioni della democrazia continentale destinate a esplodere dovunque: la questione separatista non né necessaria né sufficiente, è solo una condizione nella quale i disegni di potere e le lotte possibili contro di essi appaiono più chiaramente  in filigrana. E’ insomma un punto di partenza per ripensare il contesto e accorgersi che molti Paesi sono per qualche verso Catalogna, è un vaglio per distinguere il grano dal loglio delle destre nazionaliste che dopo tanto can can sospetto contro l’Europa si riscoprono dalla parte di Madrid e di Bruxelles, è anche un modo per ripensare alla cittadinanza e alla partecipazione.


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