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Giudice cura te stesso

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che in Europa cresca  l’insofferenza per la produzione normativa di emergenza in materia di contrasto all’epidemia. E siccome in paesi meno commissariati dall’alto del nostro non vige la legge marziale, non si pretende a gran voce la militarizzazione, sono i tribunali non ancora speciali a pronunciarsi.  

Qualche giorno fa il tribunale di Bruxelles ha chiesto la revoca entro 30 giorni “di tutte le misure Coronavirus”, in quanto la loro base giuridica sarebbe “insufficiente”. All’origine della sentenza c’è la causa intentata dalla  Lega per i diritti umani che contestava il ricorso reiterato a decreti ministeriali aggirando il Parlamento. Le disposizioni di emergenza si erano finora richiamate alla legge sulla sicurezza civile del 2007, che consente allo Stato di reagire tempestivamente in “circostanze eccezionali”, ma il giudice ha ora stabilito che quella disposizione non può costituire l’unica base di riferimento per i decreti ministeriali. 

In Austria, ne ha scritto ieri il Simplicissimus, dove il tribunale di Vienna si è pronunciato sull’efficacia dei tamponi dichiarando che non possiedono nessuna valenza scientifica e considerandoli “non idonei e diagnosticamente non rilevanti”, proprio come da mesi sostiene l’Oms nel silenzio di governi, autorità scientifiche e  media, la sentenza è stata anche l’occasione  per condannare esplicitamente il ruolo dei media  che hanno alimentato confusione  e generato allarme, contribuendo ad ostacolare corretta  valutazione scientifica della situazione epidemica.

Le notizie non hanno avuto grande eco sulla nostra stampa, così come è passata sotto silenzio la sentenza n.54/2021del Gip del Tribunale di Reggio Emilia che ha accolto l’opposizione di due cittadini accusati di aver dichiarato il falso in un’autocertificazione, decretando l’indiscutibile illegittimità dei Dpcm e appellandosi all’articolo 13 della Costituzione che prevede la doppia garanzia. Secondo il Tribunale “solo la Legge dello Stato è tenuta a  comprimere la libertà personale, mentre i Dpcm sono solo atti amministrativi”, e in ogni caso, anche qualora lo  Stato avesse legiferato nel merito, occorrerebbe un ordine motivato da parte dell’autorità giudiziaria “ in quanto la limitazione della libertà personale è conseguente solo ad un delitto commesso”.   

Ha invece avuto larga eco il recente pronunciamento della Corte Costituzionale, la cui interpretazione entusiastica da parte di autorità e fan dell’esuberante ricorso alla decretazione d’urgenza, dovrebbe persuadere che si tratti della definitiva legittimazione del ricorso a disposizioni e strumenti di eccezione.  

In realtà la Corte  non si è pronunciata sulla costituzionalità dei Decreti del Presidente del Consiglio, né in positivo né in negativo. Si è limitata a decretare in merito al riparto delle competenze legislative tra Stato e Regioni,  rispondendo a un ricorso, presentato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, per l’impugnazione della legge regionale della Regione Valle D’Aosta, motivato dal supposto contrasto delle norme regionali con quelle contenute nei Dpcm.

La sentenza ha dato ragione al Governo, stabilendo   che spetti allo Stato la competenza a legiferare in caso di emergenza e rilevando che, di fronte ad una malattia così diffusiva, «ragioni logiche, prima che giuridiche», giustificano una disciplina unitaria nazionale. E ha chiarito che non era in discussione in quel giudizio la legittimità dei Dpcm” bensì e unicamenteil divieto per le Regioni, anche ad autonomia speciale, di interferire legislativamente con la disciplina fissata dal competente legislatore statale” e rinviando il giudizio al   giudice amministrativo, trattandosi, sia nel caso dei Dpcm che del Dl da cui emanano,  di atti sindacabili solo in quella sede.

La logica e il buonsenso dovrebbero fa pensare che da questa decisione possa discendere quella di commissariare una Regione, un nome a caso? la Lombardia, che ha prodotto misure in aperto contrasto con quelle prese a livello nazionale, anche senza verificarne la legittimità e il rispetto del codice penale, ma suscitano il sospetto che la Corte così tempestiva nell’appoggiare la “filosofia”  che ha ispirato il Governo, sia più cauta nell’appoggiare la scelta della strumentazione normativa adottata.

E difatti basta pensare al credito  dato dall’ex Presidente Morelli  nel mese di Novembre, alla attribuzione, in forma decisamente autoritaria e indiscutibile, di “primato” assoluto al diritto alla salute rispetto agli altri diritti, fino a un anno fa, almeno nominalmente, fondamentali,  quando dichiarò che  “quando bisogna trovare un equilibrio tra il diritto alla salute, il diritto al lavoro e il diritto d’impresa (riferendosi al caso dell’Ilva. ndr)  non ce n’è uno da tutelare in maniera integrale a discapito di altri, ma, in una situazione di conflitto, ciascuno può essere sacrificato, sia pure nella misura minima possibile, per consentire la tutela degli altri”. E quindi e senza dubbio bisogna compiere  “un piccolo sacrificio di tutti i valori in campo” perché “in una situazione di conflitto, ciascun diritto può essere ridotto, per consentire la tutela degli altri”.

Si tratta di una considerazione che è servita e servirà per altre manomissioni del dettato costituzionale a cura di chi dovrebbe tutelarlo e salvaguardarlo, come dimostra la solerte applicazione dello stesso principio da parte della Cartabia momentaneamente traslocata a Via Arenula e non solo per mettere mano alle “riforme” ma per uniformare la produzione emergenziale di oggi e di domani a quello spirito di controllo e repressione della disobbedienza, allegoricamente riassunta nella relazione di sua mano in occasione della sentenza numero 5 del 2018, con la quale fu respinto il ricorso della Regione Veneto contro il decreto legge 7 giugno 2017 numero 73, che introduceva l’obbligo per dieci vaccinazioni, sei delle quali fino ad allora soltanto raccomandate.  

Scriveva allora la Cartabia che spettava al legislatore disporre “le modalità attraverso le quali assicurare una prevenzione efficace dalle malattie infettive, potendo egli selezionare talora la tecnica della raccomandazione, talaltra quella dell’obbligo, nonché, nel secondo caso, calibrare variamente le misure, anche sanzionatorie, volte a garantire l’effettività dell’obbligo“.  

E ora, un passo alla volta, il disegno si sta completando con l’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari, cui seguirà quello imposto ad altre categorie in aperto contrasto con le norme che regolano i trattamenti sanitari obbligatori, richiesti non a caso da chi vorrebbe imporli a chi abbia avuto l’ardire di contestare le scelte delle autorità, di sollevare dubbi sull’efficacia del vaccino, di interrogarsi sulla decisione di indirizzare sforzi e risorse unicamente su un preparato, che non garantisce l’immunità, ma che avrebbe unicamente il fine terapeutico di contrastare gli effetti letali della malattia, sottraendoli alla ricerca e all’adozione di un protocollo di cura da applicare grazie al rafforzamento della medicina di base.  

Quello che succede negli altri Paesei e quello che accade anche da noi in regime di semiclandestinità, dovrebbe invitare ogni cittadino a scegliere anche quella strada per difendere quei diritti che da un anno sono diventati secondari, oggetto di doverosa rinuncia, di “piccolo sacrificio” per usare il linguaggio della Corte.

D’altra parte è da tempo che i tribunali, oggi quasi tutti volontariamente vaccinati come ha ricordato Gratteri redimendosi da posizioni considerate novax, vengono chiamati a porre riparo, si pure in modo arbitrario e disuguale, ai danni della politica, alle sue mancanze, alle sue omissioni e ai suoi soprusi.

E da tempo i cittadini hanno imparato che questo potere sostitutivo si rivela inadeguato o inefficiente, soprattutto quando l’impotenza viene abilmente impiegata come alibi e criterio per ristabilire o mantenere lo squilibrio di quella maledetta bilancia.  

Spetta a noi, se non è troppo tardi,  smentire il sofista Trasimaco, che nel V secolo ebbe a scrivere:“la giustizia non è altro che l’utile del più forte… e che una volta che ha fatto le leggi  eccolo proclamare che il giusto per i sudditi si identifica in ciò che è utile per lui.. e chi se le allontana viene punito come trasgressore sia della legge che della giustizia..”.   


Impauriti, ricattati e disoccupati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Uno dei primi appuntamenti simbolici, troppo a lungo rinviato secondo Confindustria, del golpe bianco che ha portato al potere il proconsole imperiale è la fine del blocco dei licenziamenti fissato per giugno, che consiste oltre che in una estensione degli ammortizzatori sociali e della Cassa integrazione, nell’interdizione per i licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo e nella sospensione delle procedure di licenziamento collettivo.

Al fianco di Bonomi si sono schierati gli opinionisti che da anni pontificano sui quotidiani, ormai ridotti ad house organ del capitalismo liberal-meritocratico, Cottarelli in testa, per sostenere che solo mobilità e flessibilità possono rimettere in moto la macchina dello sviluppo e che per favorire l’occupazione bisogna liberare le imprese dal fardello dei diritti e delle conquiste die lavoratori, malgrado il blocco rappresenti notoriamente una misura di salvaguardia dei dipendenti a costo zero per le aziende, essendo combinata  con l’estensione della Cassa integrazione senza onere aggiuntivo, quindi a carico esclusivo dello Stato.

La tesi seppure aggiornata secondo i dogmi della pandeconomia è sempre la stessa: il divieto di licenziare lungi dall’essere un intervento funzionale a sostenere l’occupazione, comporta invece un irrigidimento del sistema economico, impedendo lo spostamento dei lavoratori verso settori più produttivi e trainanti e meno investiti dalla crisi. E anche la soluzione è sempre la stessa: si lasci agire liberamente il mercato che sa bene cosa si deve fare e che sceglie per il meglio, cioè quel profitto che – ce lo ripetono da Adam Smith in poi – per una legge naturale fa sì che la manina della provvidenza spolveri su tutti un po’ di benessere.

Senza andare lontano per dimostrare che si tratta di una delle più feroci baggianate inventate dal capitalismo, bastano i dati dell’Inps che mettono a confronto in una asettica verifica dell’efficacia i numeri relativi ai licenziamenti del 2019 e alle assunzioni effettuate nello stesso anno.

Ma, per restare nel campo delle esercitazioni accademiche, vale la pena di ripercorrere il lungo snodarsi di cosiddette “riforme del lavoro” a “sostegno dell’occupazione” messe in atto dal 2000, ben 47 fino al 2012, anno della prima modifica dell’articolo 18, seguite dalla Riforma Fornero e dal Jobs Act, maturando tassi di disoccupazione tra i più elevati d’Europa, a conferma che l’introduzione di fattori di “flessibilità” e precarizzazione servono solo a smantellare l’edificio della garanzie, a moltiplicare forme contrattuali anomale e a paralizzare il turnover generazionale grazie a “forme” negoziali arbitrarie.

Dobbiamo aggiungere ai danni provocati dalla logica liberista, l’abiura del mandato di rappresentanza dei sindacati che hanno permesso da noi, a imitazione degli Usa, la riduzione delle retribuzioni per ridurre i costi delle aziende, in concomitanza con quella del potere di acquisto, offrendo come “risarcimento” per promuovere i consumi, prestiti e prodotti finanziari tossici, basta pensare ai subprime che si era incaricato di venderci il promoter di Goldman Sachs oggi primo ministro, insieme alla paccottiglia del Welfare sindacale: assicurazioni per l’assistenza privata e fondi pensionistici integrativi.  

Sarà un’estate calda quella che si prepara quindi: lo sblocco dei licenziamenti non soltanto lascerà  le mani libere   al padronato, ma incrementerà le sue pretese in merito alla gestione degli ammortizzatori sociali con il superamento delle politiche che presuppongono la continuità del rapporto di lavoro, come, per l’appunto, la cassa integrazione, o alla richiesta di dirottare sempre di più le risorse delle politiche assistenziali in aiuti alle imprese forti e strutturate favorendo le concentrazioni a danno di quelle medie e piccole, promuovendo il debito buono, quello dei sussidi alle aziende, riducendo quello cattivo, dei sussidi ai lavoratori occupati e disoccupati.

Qualcuno si è preso la briga di contare quante volte il termine lavoro è comparso nel bric à brac  della distruzione creativa di Draghi al Senato, scoprendo che rispetto a pandemia (20), Paese (18), cittadini (12), donne (10), investimenti (10), giovani (9),  “lavoratori” è citato 9 volte, mentre il Lavoro viene nominato solo in riferimento alla mole che attendeva il Governo.

È che il nostro dottor Stranamore, che ama la bomba se può indirizzarla contro i poveri, molesti e immeritevoli, ci ha abituato che se deve entrare in contesti imbarazzanti, lascia la parola agli Speranza, ai Bianchi, ai suoi famigli insomma. Quindi possiamo aspettarci che il peggio che ci toccherà in sorte sarà prodotto dal Giavazzi-pensiero, esperto della necessità doverosa di fare scelte difficili, della virtù della moderazione  che impone rinunce e sacrifici personali e collettivi, a cominciare dalla democrazia e dai diritti costituzionali, per arrivare alla dignità, all’istruzione, che tanto il meglio che può aspettare i nostri figli è “entrare in Amazon” o diventare manager di se stessi in Uber o Glovo, subappaltando consegne e scegliendosi i percorsi come ultima forma di libertà concessa.

Dimenticavo, l’altra abdicazione già ampiamente richiesta è alla politica, come dimostra un governo che ha accoppiato i tecnici con le più abusate figurine dell’arco parlamentare  come una creatura mitologica della quale non si capisce chi è l’uomo e chi la bestia. A sancire l’inutilità della politica e il ruolo egemonico del “capitale” capace di autoregolarsi e risolvere i problemi che determina, facendone scontare il prezzo ai popoli, concedendo allo Stato, grazie alla mobilitazione dei grandi interessi privati promossa  dall’emergenza biopolitica, un’unica sovranità utile  e funzionale , quella di foraggiare e assistere i circuiti sempre più immateriali del dominio oligarchico.  E difatti li abbiamo già sentiti gli aedi del regime, prima del Grande Reset, pronti a scendere in campo contro “la tentazione statalista”, per impedire che la Nazione -come se non bastasse ancora nominalmente democratica – si sostituisca all’imprenditoria privata e ne controlli quei sacrosanti istinti ferini, “senza i quali non ci può essere alcuna ricostruzione”.

Li abbiamo già visti all’opera a interpretare la obbligatorietà della  “riduzione generalizzata delle tasse”  anticipandola con il condono, o riproporre il mantra della semplificazione per rimuovere le   “barriere appiccicose” della burocrazia, che impedisce “l’innovazione”. Possiamo aspettarci che ci pensi la zelante Cartabia a eliminare con un colpo di spugna l’invadenza giurisprudenziale di un “soffocante diritto penale” che condiziona la “vita sociale ed economica” addirittura con l’ostentata pretesa di perseguire i padroni che violano la legge.

E non dite che non ve l’avevamo detto che bisognava stare in guardia da queste brave persone, che salutano sempre i vicini, che non indosserebbero mai una felpa, lasciando le divise ai loro generali, che vanno in pasticceria per le pastarelle la domenica e in macelleria, un posto gradito e non solo per comprarci il brasato.


La maleficenza dei potenti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare ormai che l’ultima traccia di quella lotta della quale sono stati espropriati gli sfruttati perché funzionasse alla rovescia, sia la “classe” universalmente riconosciuta all’ultimo monarca, a definire pregio ed  eleganza esclusiva ereditata o consolidata  grazie alla frequentazione del Gran Mondo.

Una qualità sociale e perfino morale che è attribuita al Cavaliere malgrado le tante affinità tra il tycoon venuto su dal niente e l’altro appartenente a cleptocrazia. Lo credo, il puttaniere affetto da priapismo anche mentale doveva pagare le sue accompagnatrici mentre le signore di tutti i ceti che entravano nel letto del proverbialmente taccagno re di Torino erano appagate dalla referenza del suo gradimento da citare in interviste e memorie.

Per non dire della capacità di Agnelli di non dover subire l’onta di innumerevoli processi per reati analoghi e  paragonabili con quelli di Berlusconi – qualcuno anche moralmente più deplorevole (il Cln accusò invano  i vertici Fiat  di aver collaborato con il regime fascista, ma l’intervento degli angloamericani garantì l’assoluzione), avendoli sempre delegati a tutori e    amministratori da Valletta a Romiti a Mattioli, al fratello Umberto, a Ghidella, anche quando Mani pulite scoperchiò il vaso di Pandora di vecchi crimini sui quali si era eroicamente ma quasi inutilmente accanito il pretore Guariniello: dai trecentocinquantamila dossier e schedature illegali di altrettanti lavoratori, sindacalisti, giornalisti, insegnanti, comuni cittadini e, in una cassaforte, un gran numero di mazzette che l’azienda aveva già predisposto per quei poliziotti e carabinieri che si fossero adoperati per fornire all’azienda le informazioni riservate, all’inchiesta a carico del responsabile per gli enti locali della Fiat,  Umberto Pecchini, per tangenti poi “abbonate” come finì in un nulla di fatto con la sentenza in appello al processo a carico dei fratelli Agnelli per la vendita irregolare di auto all’estero.  

E sempre Guariniello nel 1989 scoprì violazioni dello Statuto dei lavoratori e presunti abusi nelle sale mediche aziendali aprendo un procedimento nei confronti di Gianni Agnelli, di Cesare Romiti e di tre dirigenti di Fiat Auto. Non sorprendentemente l‘iter processuale si chiuse  prematuramente per l’intervento di un provvedimento di amnistia.

La differenza è anche segnata dalle frequentazioni eccellenti: vuoi mettere la protezione di uno stalliere in odor di mafia con quella del banchiere Cuccia che contribuisce generosamente al “risanamento” dell’azienda, i cui conti, si disse, erano avvelenati dalle lotte di potere interno, malgrado si trattasse di una impresa che attraverso  l’Iveco, la Fisia, la Fiat Ferroviaria Savigliano, la Cogefar Impresit, Impregilo, agiva in regime di monopolio.

Per non parlare delle altre imprese, epiche, quelle di una corruzione che ha interessato tutti i partiti, amministratori locali, soggetti di vigilanza, quelle del riciclaggio e  dell’evasione. Eppure anche il quel caso la dinastia dimostra la sua signorilità superiore, con la famosa gita sociale del 1993 a Vaduz, dove qualche tempo prima era stata trasferita la documentazione relativa a conti opachi, e dove il vertice torna per selezionare il materiale da offrire alla magistratura come merce di scambio per ottenere sconti di pena.

E’ che deve essere sancita la differenza tra padroni e padroni nelle aule giudiziarie ma anche nei tribunali popolari che riservano commossa partecipazione e indulgenza a eventi che in altri casi vengono giudicati come il fallimento di principi educativo, come una gestione disastrosa delle relazioni famigliari, stabilendo il divario tra il rovinoso cupio dissolvi di un delfino ambientato in un contesto da tragedia greca e  il caso umano del povero tossico finito a bucarsi al Valentino.

A commento di un mio ritrattino dell’Avvocato (a proposito, chiunque altro sarebbe stato oggetto di deplorazione per abuso di titolo), qualcuno ha avuto da ridire (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/03/13/100-anni-di-lupi-in-forma-di-agnelli/ )quella famiglia, non solo ha dato da lavorare a tante gente, preclara qualità sociale attribuita anche a Mediaset, ma ha fatto anche “tanto del bene” con il prodigarsi in enti benefici, la beneficenza e il mecenatismo.

E’ ovvio che questo pensare comune è frutto di quella tirannia della “compassione”, che ha confuso artatamente la pietà con la solidarietà, la benevolenza con la giustizia e gli sponsor con i protettori delle arti, cosa che succede di continuo anche con appena appena  meno prestigiosi benefattori, da Armani a Della Valle a Berlusconi che paga gli effetti speciali del G8 o dona la protesi alla vecchina terremotata, tutti circonfusi dall’aura che permette l’oblio della ponderosa attrezzatura fiscale che rende così profittevole essere buoni.

Ma è comunque davvero prodigioso vedere il modo, diffuso in tutte le latitudini, grazie al quale imprenditori sciacalli, fondazioni di banche criminali usano il denaro di cui lo Stato si priva, per abbattere lo Stato. Fin troppo facile riferirsi ora al monopolio della bontà di Gates, che ha aiutato a espropriare stati e nazioni della ricerca per farne il business di organizzazioni private e aziende farmaceutiche in regime di esclusiva.

Il processo viene da lontano e difatti – ne parla diffusamente con dovizia di esempi Marco d’Eramo nel suo libro Domini, al quale rimprovererei soltanto il sottotitolo: La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, perché mi pare sia invisibile solo per chi non la vuol vedere – a cominciare dalla istituzione della Fondazione Carnegie nel 1905, o della Rockfeller nel 1913, l’impegno sociale si è tradotto in un sostanzioso e profittevole business, tanto che solo il 10% dei redditi delle organizzazioni benefiche deriva dalle donazioni, mentre il 90% proviene da “guadagni” frutto della concessione del nome e della “testimonianza” a fini pubblicitari, da attività di servizio e da vendita di prodotti.  

Aveva visto giusto Theodor Roosevelt che si era battuto contro i benefici concessi a questi enti quando disse “Nessuna somma spesa da queste fortune in beneficienza può compensare in alcun modo le iniquità nell’acquisirle”.  E più puntuale ancora fu il commento di un confederato sindacale a proposito della proposta di Rockefeller di creare un nuovo organismo filantropico poco dopo aver mandato la Guardia Nazionale contro i minatori in sciopero che avevano resistito tutto l’inverno alla fame al freddo, con un’azione che costò la vita di 13 operai e di 11 bambini e donne. “La sola cosa che il mondo accetterebbe grato da Rockefeller sarebbe il finanziamento di un’istituzione che insegnasse agli altri a non essere come lui”.

Eppure ancora oggi artisti, intellettuali, ministri, preti, vanno a mendicare un obolo concreto o morale da grandi avvelenatori,  narcotrafficanti, riciclatori che, si dice, svolgono un ruolo sostitutivo rispetto a stati che non sanno praticare equità e giustizia. Così Gates o Buffett e perfino Soros sono oggetto di civica  riconoscenza e ammirata gratitudine, oltre che di emulazione e invidia estesa ai poveracci per giunta vittime.

Si mette in dubbio- Cacciari docet – che gente che è già così ricca voglia lucrare dimenticando che la cifra di speculatori e predoni è l’avidità, si mette in dubbio che siano così perversi da produrre per profitto merci dannose perfino quelle che dovrebbero tutelare la salute, si mette in dubbio che gente che manda i pacchi doni negli asili, condanni i genitori dei piccoli beneficati a remunerazioni talmente insufficienti da non poter loro garantire la mensa, le medicine, i libri, con la correità di sindacati che si sono liberati dell’onere della rappresentanza di bisogni e interessi per abbracciare la professione di agenti assicurativi e procacciatori di fondi e derivati.

Come al solito siamo andati peggiorando, dopo essere stati ostaggio del sogno della ‘500 adesso siamo ostaggio dell’incubo di Big Pharma.


Arcuri, finché c’è virus c’è speranza

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non si fa in tempo a tirare un sospiro di sollievo che ti arriva un’altra bastonata. Così c’è da temere che in vena di commissariare l’indegno vertice della Regione Lombardia il grande timoniere collochi al suo posto un ammiraglio o altro generale, purché non della Guardia di Finanza, che anche coi competenti è meglio non esagerare.

Resta da immaginare che prestigioso incarico si troverà per il reprobo e i suoi cari, in veste di boiardi o boia che dir si voglia, se Domenica Arcuri cui sono stati riservati gli encomi d’obbligo, resta in sella inviolabile,  inalienabile e anche un bel po’ incazzato per la rimozione ingiustificata, in Invitalia,  l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di proprietà del Ministero dell’Economia, e candidato non smentito per Cassa Depositi e Prestiti, le due major dell’assistenza a chi ha a spese di chi non ha.

Non si può certo dire che sia stato catapultato dalle stelle alle stalle, il Wolf “risolvo problemi” di Conte, che conserva la facoltà di eseguire il mandato- lo chiede l’Europa- di dare rinnovato vigore alla vocazione di uno stato espropriato di sovranità a elargire investimenti pubblici per sostenere le imprese, accuratamente selezionate secondo i criteri della distruzione creativa che prepara il grande reset. Affondando quindi i piccoli navigli, favorendo megalomani concentrazioni e dando pane per i denti di multinazionali bulimiche che ormai fanno affari autoriproducendosi con la circolazione di dati, così da non aver bisogno di dipendenti molesti visto che noi stessi contribuiamo al loro business, da utenti, clienti e informatori.

Tanto più che resterà nel contesto- quello dei brand della pandeconomia- nel quale ha fatto valere le sue qualità di manager, se verranno confermati i fatti dai quali hanno preso le mosse alcune procure a proposito della fornitura di mascherine e sul ruolo di broker come tal Benotti, le cui conversazioni con il Commissario,  che le ha smentite facendo intendere che si trattasse di uno stalker, sedotto dal suo ineguagliabile carisma,  in numero di oltre 1000 fanno sospettare mallevadorie e traffici opachi quantificabili in 70 milioni.

E non abbandonerà nemmeno l’altro business, quello che gli è costato lacrime dopo che ha versato il sangue dell’abnegazione continuamente rivendicata.

E d’altra parte mica è colpa sua se, dopo aver promesso vaccinazioni eque e solidali, universali e pure leggiadre, da eseguire in aggraziati padiglioni a forma di fiore, siamo precipitati nell’abisso del rischio, dopo Romania,Grecia, Polonia, Portogallo, oltre a Norvegia, Svezia, Finlandia, Slovacchia, Slovenia e Lituania, le grandi case, con le quali aveva trattato con piglio e arroganza padronale in veste di campione dell’Europa, sono venute meno all’impegno, ancorchè minacciate  di azione penale dal burbanzoso indignato.

Vedrete che supererà lo   smacco di vedere infrangersi il suo sogno davanti all’ipotesi che la salvezza venga concessa in caserma a cura di dimessi militari. che aver addirittura stanziato sibaritiche risorse  per rifornire il personale della somministrazione di apposito outfit da esibire nelle primule del costo di circa 400 mila ciascuna, quando dalla poltrona di Invitalia per la quale ha diritto a una remunerazione eccessiva perfino per gli standard indulgenti della Corte dei Conti, potrà dedicarsi alle trattative già intraprese per favorire l’ascesa monopolistica nazionale del vaccino di  Reithera sul quale ha investito   81 milioni di euro, acquisendo  una partecipazione al capitale  dell’azienda accreditata come fiore all’occhiello della ricerca  patria.  

In realtà non occorre il giornalismo investigativo per scoprire che quella che la stampa ha definito la innovativa società medicale romana e che ha conquistato il grosso della filiera di sperimentazione e produzione sul suolo italiano anche grazie ai  finanziamenti ricevuti dalla Regione Lazio, è in realtà controllata al 100% da Keires AG (società svizzera di diritto privato). Accaparrati i quattrini di Invitalia, Reithera  ha dichiarato di voler impiegare 69,3 milioni di euro nelle attività di ricerca e sviluppo per la validazione e produzione del vaccino anti-Covid allo scopo di raggiungere una capacità produttiva di 100 milioni di dosiall’anno, investendo il resto nell’ampliamento dello stabilimento di Castel Romano.  

Ecco spiegato perché dinamici marpioni restano inamovibili al loro posto, quando corrispondono alle esigenze combinate di sviluppare un comparto che si presenta promettente dal punto di vista economico, sociale e perfino morale, da quando la missione della politica consiste nella salvaguardia della salute come unico diritto e nell’investimento nel mercato della produzione dei farmaci come unico motore di competizione e profitto, e di ridurre poteri e sovranità della Stato all’obbligo di entrare direttamente nel capitale aziendale delle imprese, secondo la consuetudine che vuole le perdite a carico della collettività e i profitti a beneficio dei privati.

Insomma per i nostri Arcuri a ogni latitudine, finché c’è virus – c’è speranza.

Informazione di servizio: abbiamo aperto un canale Telegram all’indirizzo https://t.me/simplicissimus2


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