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Buon anno del porco

cinAnna Lombroso per il Simplicissimus

Gioviale cosmopolitismo? Pittoresca adesione a un ideale di accoglienza? Da ieri Via Condotti a Roma è addobbata a festa per celebrare il Capodanno cinese, Altrettanto succede a Milano e in altre città.

Ci sono ricorrenze che minacciano di scomparire, la cui data sul calendario da rossa diventa nera non a caso, 25 aprile, 2 giugno, per intenderci, diventate fastidiosi obblighi da assolvere sbrigativamente o meglio ancora da rimuovere in qualità di minaccia per la pace sociale. Altre si sono trasformate in un paradosso, come il Primo maggio che solennizza il Lavoro che non c’è e il lavoratori che al massimo possono rievocare quello che hanno perduto. Per il resto come si sa qualsiasi anniversario è stato convertito in fescennino  commerciale con tanto di bottiglia di cognac e cioccolatini, mimose, colomba e panettone, perfino zucca da quando il culto die morti è diventato ilare occasione per pizza e birra, dolcetto e scherzetto, come l’8 marzo memore di un incendio funesto, e via via le feste dei papà, delle mamme, dei nonni, spunto per appositi consigli per gli acquisti, svendite d’occasione e deplorazione per chi non ha ricordato la giuliva solennità, in attesa che le promozioni per il giorno della memoria prevedano le praline “Perlasca” o peggio il brandy Terezin.

Personalmente ho in antipatia i festoni di Natale che campeggiano sulle vie del centro, impolverati e malinconici fino a  febbraio inoltrato fino a ora sostituiti da altrettanto desolate cascate di stelle filanti e lancio di coriandoli, poi da vetrine invase da sconsolati pulcini interrotte anticipate da mazzolini di mimose, con il loro indimenticabile sentore di marcio e cimitero.

Meglio dunque qualche drago, qualche stendardo rosso che almeno fa allegria. E fa anche giustizia di quell’instancabile chiacchiericcio a riprovazione di un’invasione non del tutto pacifica: e non se ne può più, si sente dire, di quei negoziacci  a 1 euro che hanno abbassato il livello delle strade cittadine. È ora di finirla che al posto dei nostri bacari, delle nostre hosterie, dei trani e della pizzerie si vedano “La città imperiale”, “Mandorli in fiore”, e aleggi dappertutto il puzzo irrancidito degli involtini primavera! E giù a protestare come non si è fatto con la sostituzione della trattoria sotto casa con il “Burgher”, del supermercato francese dove si vende il parmesan al posto del prestinaio e del pizzicarolo, per non parlare dell’italiano rimpiazzato da un gergo per cretini globali di tutte le latitudini. Peggio mi sento quando di parla di prodotti informatici, dell’anatema contro smartphone e cellulari esplicitamente made in China cui sarebbe doveroso preferire quelli prodotti là ma pudicamente distribuiti da imprese tedesche, inglesi, scandinave che non ricordano nemmeno più cosa vuol dire studiare, sperimentare, applicare ricerche e brevetti e si accontentano di attaccare etichette, stoccare e fare i magazzinieri e i postini, e quando chiunque acquisti su internet o in un centro commerciale, tutti ormai dichiaratamente stranieri, è abilitato a sapere cosa si cela dietro a certi made in Italy, o made in England: nel migliore dei casi un’attività di assemblaggio di parti o un marchio pagato per aggirare ostacoli all’importazione e far pagare di più i citrulli che ci cascano.

Non stupisce che mentre è in corso il definitivo declino, politico e morale, dell’impero Occidentale tra le “promesse” trumpiane di olocausti atomici, guerre di rafforzamento istituzionale purché altrove, tra repressione di tentativi e sussulti democratici, di autonomismi e separatismi, bolle che scoppiano e fallimenti bancari, il cittadino medio di quest’area dopo aver perso tanto, si compiaccia di possedere ancora un’insensata percezione della sua superiorità retaggio di più fauste ere coloniali, alimentato da impresari del sospetto, della paura e dell’isolamento, che si invigoriscono creando demoni, alimentando conflitti e concorrenza sleali nelle quali siamo condannati a perdere, perché è inevitabile succeda così se non si vuol vedere oltre il guardare, se ci si convince che non si ha nulla da apprendere dagli altri. E se si pensa di conservare una malintesa identità  grazie alla cooptazione economica dell’Europa nei trattati di cooperazione che altro non sono che di dipendenza e subalternità, ancora più risibili oggi che dopo una serie di colloqui informali, si attende a fine mese l’incontro tra Trump e Xi Jinping, che la Cina ha in corso di approvazione una legge sugli investimenti esteri che permette agli operatori oltre confine di avere la maggioranza e di non trasferire tecnologia, che i servizi e i prodotti finanziari americani avranno accesso al mercato cinese, mentre parte del risparmio cinese (nell’ultimo decennio pari  al 492% del pil, con il debito societario salito al 188% del pil) approda a Wall Street.

Proprio non si vuol capire che non è un caso che i colossi statali abbiano nel 2018 hanno fatturato 4300 miliardi di dollari, 1/3 del pil cinese, a conferma dell’importanza dello Stato nell’economia, della sua forte programmazione economica, centralizzata e regionale, della sua  capacità di orientamento, investimento  e redistribuzione, proprio l’esatto contrario di ciò che ha imposto il mercato come unico decisore, autore dei danni cui si chiedono soluzioni e panacee. Con alcune recenti misure licenziate a fine anno le detrazioni  fiscali mensili ammontano  a 400 yuan (50 euro) per master o corsi di formazione, 1.000 yuan per spese affitto, 1.000 yuan per ciascun figlio a scuola, 1.000 yuan per cura di ciascun genitore e detrazioni annuali per spese mediche pari a 60 mila yuan (7.500 euro). La sanità è a carico dello stato al 70% e per il 30% del lavoratore che anticipa mensilmente le spese mediche in previsione di un credito di imposta pari al costo sostenuto alla fine dell’anno. Questo in vista della promozione del sistema universale della sistema dell’assistenza che mutuerà la formula italiana e francese.

Così magari saranno soddisfatti quelli che pensano che i cinesi sanno solo copiare e taroccare. Mentre noi ci beviamo tutto, che siano comunisti, che siamo meglio di loro, noi che gli imitiamo perfino il Capodanno.. per quanto questo sarà l’anno del maiale e sui porci non temiamo concorrenza.

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E adesso beccatevi Pillon

Movimento-per-la-vita-maggio-2013 Anna Lombroso per il Simplicissimus

A beneficio di chi pensa che tutto sia cominciato con Pillon e che la recessione morale sia cominciata con questo governo , voglio raccontare un episodio che non ha trovato spazio sulla stampa che ha scoperto in questi giorni il fascismo, il rigurgito patriarcale, il razzismo (ma solo nei confronti degli immigrati).

Il teatro è l’Ospedale di Treviso e gli attori che si fronteggiano sono da una parte un gruppo di pie donne e anche qualche maschio,  dall’altra le donne e gli uomini del collettivo ZTL Wake Up!. È il marzo 2014 e i rappresentanti del Movimento con Cristo per la Vita occupano alcuni spazi fuori dal nosocomio con un loro presidio per dimostrare contro il “delitto” di interruzione di gravidanza che si consuma nella struttura pubblica in applicazione di una legge dello Stato. Pregano, anche piuttosto rumorosamente, innalzano cartelli con immagini cruente di feti pieni di sangue o conservati in barattoli,  gridano slogan contro le assassine e i loro complici. Il loro è un appuntamento fisso che si ripete nei giorni nei quali si effettuano le interruzioni di gravidanza, messo in atto con ferocia per colpevolizzare e incriminare. E’ per questo che i militanti del collettivo decidono un giorno di organizzare un contro-presidio pacifico, invitando il Movimento a scegliere sede più acconcia per pregare e ricevendo la solidarietà del personale ospedaliero. Non ci sono scontri né contatti fisici, ciononostante nove persone del collettivo vengono querelate per violenze private e oggi a distanza di cinque anni saranno condannate dalla Cassazione in via definitiva: i denuncianti manifestavano legittimamente .

Come sempre succede la perdita di beni si accompagna a quella dei diritti, anche il più doloroso, mentre invece si arricchisce il repertorio di sopraffazioni, intimidazioni e ricatti.

Come sempre succede chi rivendica di rappresentare una maggioranza non si accontenta del consenso degli elettori e insegue l’appoggio dei poteri forti, comprensivi delle gerarchie ecclesiastiche e di un Papa che considera le donne creature di Dio, si, ma forse di un dio minore, il libero arbitrio una facoltà perlopiù maschile da esercitare comunque con parsimonia, i tribunali dello Stato trascurabili rispetto a quello del cielo, in particolare per quanto riguarda quei cosiddetti temi sensibili monopolio esclusivo della morale confessionale, tanto da promuoverla a etica pubblica. Operazione riuscita, se la Corte di Cassazione in questo caso come in altri, riconosce facoltà e prerogative speciali a chi se ne fa interprete di parte, e dunque il diritto di fare di uno spazio pubblico e collettivo luogo non di preghiera, ma di propaganda.

Come sempre succede dietro ai dogmi c’è sempre un affare o più di uno. Succede a Treviso, ma in molte altre parti dove tanta devota deplorazione si mette al servizio di interessi opachi. In testa ci sono regioni nelle quali una formazione politica è impegnata da sempre a riservare un trattamento di favore alla sanità privata, dove esimi obiettori si esercitano sottobanco per non perdere la mano con qualche aborto, camuffato da necessità terapeutica, con qualche inseminazione  proibita in Italia, come certi chef che sperimentano il curry e i felafel per stare al passo coi tempi e coi gusti del pubblico pagante più raffinato.

E come sempre succede, hanno la solidale accettazione di chi intravvede l’opportunità di conquistare l’approvazione di una comunità di fede che in forma di cittadini chiamati al voto si è espressa chiaramente, a dimostrazione che è sempre tempo per vanificarne la volontà referendaria: basta pensare a quanti negli anni in forma bipartisan hanno suggerito restrizioni all’attuazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza con i più fantasiosi pretesti, compreso il presidente Amato, socialista proprio come Loris Fortuna, ma anche molti, troppi laici per caso e a intermittenza. Per via, è sicuro, della pretesa di intervenire e intromettersi in ogni contesto della nostra esistenza che accomuna in un delirio di onnipotenza bipartisan chi assume un ruolo di comando, compresa una poltrona in qualche società editoriale com’è successo a ex direttori e giornalisti folgorati in età avanzata dalla religione: quando la carne se frusta, l’anima se giusta, impegnati a aggiustare anche le nostre, di anime. Ma ancora di più perché la restaurazione riguarda anche la triade Dio, Patria e Famiglia con la sua ideologia autoritaria e i suoi capisaldi aggiornati secondo le regole dell’economia imperiale, per creare una nuova e moderna coscienza che sappia approfittare del progresso e dei suoi successi, anche se a beneficiarne sono solo alcuni, che sa rinunciare a certe conquiste, quelle di diritti, garanzie democratiche e stato sociale, nel doveroso rispetto dello stato di necessità, che si apre al mondo quando si tratta di accogliere prodotti, lavoratori a basso costo, abitudini culturali e di consumo, o di esportare, guerre e armi comprese, ma che si arrocca quando si tratta di esprimere solidarietà, e che così fa proprio il messaggio di un’altra coesione, quella impossibile tra dominanti e dominati, tra padroni e sottoposti, tutti sulla stessa barca, anche se nemmeno sul Titanic si affogava senza gerarchie di classe.

Adesso poi si sono create le condizioni per arricchire di altri valori tutto questo ciarpame di risulta: la nuova coscienza deve ispirare la nuova famiglia, attenta al rispetto della tradizione e della conservazione di valori irrinunciabili legati alla salvaguardia e manutenzione della nostra superiore civiltà, ma al tempo stesso impegnata a godere dei benefici della contemporaneità: tecnologia sotto forma di selfie e cellulari, lavoro parcellizzato che non ha bisogno delle ubbie della rappresentanza e del sindacato, partecipazione e voto come all’Isola dei Famosi. Eh si la famiglia ideale dovrebbe essere formata preferibilmente da nonni malsopportati che non hanno più diritto alla lungodegenza, ma obbligati a contribuire alle spese comprese quelle dei fondi pensionistici per la progenie, mamme in casa a garantire la discendenza e il futuro della razza bianca, anche sotto forma di pizzaioli a Londra e piloti di droni, in festosa e dinamica sostituzione di ogni forma di welfare ormai superfluo, essendo stato riconosciuta magnanimamente alle femmine quella qualità multitasking che ne sancisce la pubblica utilità. E gli uomini? Gli uomini, quelli non ancora delocalizzati, arruolati nell’esercito di magazzinieri,  autisti di auto a noleggio, fattorini di pasti a domicilio, incaricati della consegna della spesa, steward allo stadio, garanzia di carriera luminosa, ancora meglio quelli che possono “unire potere dei computer e lavoro freelance”, appagati della precaria autonomia di lavoratori che ormai vengono definiti “alla spina” al di fuori di qualsiasi occupazione stabile e di qualsiasi ombrello protettivo di garanzie e tutele.

E siccome siamo dentro al paradosso che combina l’obbedienza ai dettami della modernità con il ritorno allo stato di primitivi, Dio ha il barbone come nei Dieci Comandamenti e pare più preoccupato del presepe, del rispetto delle comuni radici cristiane dell’Europa, della difesa dalla invasione degli infedeli che dalla loro morte per guerra, fame, sete, miseria o annegamento, ora che la religione dell’amore si accontenta di un po’ di carità. E  la Patria è il posto dove si sta, dove si pagano le tasse e il mutuo della casa, e che in ragione di ciò va difesa con confini, muri, respingimenti, ma da dove ci si augura possano andarsene i figli in cerca di fortuna né più né meno di quello che pensano migliaia di disperati più disperati, anche per nostra corresponsabilità.

Chi meglio di  Pillon poteva incaricarsi di mettere in scena questa sacra rappresentazione, per il suo curriculum: dalla denuncia del complotto gender e del disegno di occupazione dei gangli de potere da parte dei gay, fino alla volontà di cancellare a forza una legge dello stato; all’allarme per supposto esercizio della stregoneria nelle scuole dove si leggono (e già quella è una colpa) le fiabe dei fratelli Grimm in barba a Propp. E per la sua militanza di fede: è perfino membro del Cammino neocatecumenale. Come per l’esperienza maturata: consigliere nazionale del Forum delle associazioni familiari, membro della commissione adozioni internazionali presso la Presidenza del consiglio dei ministri,  direttore del consultorio familiare “La Dimora” a Perugia, organizzatore dei tre Familiy Days.  E perfino per la somiglianza per il garrulo organizzatore di matrimoni. Chi meglio di lui poteva incarnare la “restaurazione” di un ordine sociale basato su stereotipi di genere e relazioni di potere diseguali e contrarie perfino agli obblighi internazionali in materia di diritti umani mediante  una compressione della libertà delle persone coinvolte e condannando le donne in una posizione di subordinazione al maschio.

Però non stupitevi, non pensate a lui come a un incidente di percorso imprevedibile, se non si sa fare di meglio che sostituire alla lotta di classe la “guerra dei sessi” come nei film con Doris Day che rivisitavano Lisistrata, se le dame del senonoraquando dopo tanto fervore contro l’uso del corpo della donna sono approdate a battaglie più ugualitarie magari con l’abuso anche di quelli maschili, nella progressiva realizzazione di alte velocità, se  quelle invece più apparentemente più avvedute pensano che la soluzione consista in un partito di donne che trasformi il corporativismo di genere in soggetto politico, se chi rivendica un’appartenenza di sinistra, si è convinto che certi diritti sono nostri, conquistati e inalienabili, così da potersi dedicare all’accesso a quelli “accessori”, in misura cauta del minimo sindacale, come se tutti i diritti non fossero fondamentali, come se toglierne uno, l’aborto, o due, il lavoro e l’assistenza, esaltasse gli altri e li rendesse disponibili anche agli ospiti.

 

 

 


Cartoline dall’ inferno

kafka-angosciatoL’equazione è semplice, anzi semplicistica come è ormai d’habitude per le sinistre da happy hour che  sono costrette a non pensare per esistere e abbandonarsi al bon ton neoliberista: se il nemico è lo stato nazionale da svendere al miglior offerente insieme a tutti gli arredi, lingua e cultura compresi, allora ben venga non opporre resistenza ai regionalismi speciali che saranno anche sentine di specialissima corruzione e benedette prebende per le varie corti dei miracoli e benvenute anche le finte ribellioni di sindaci che aspirano alla gestione dell’immigrazione o all’acquisto di qualche specchio di Dorian Gray politico, esattamente come avveniva tempo fa al contrario con l’ostentazione di xenofobia.

Questo anti statalismo si è via via ingrossato come un tumore maligno a partire dal vecchio Pci che, sentendosi vittima di una conventio ad escludendum fu regionalista per poter governare almeno alcuni pezzi di Paese e fu anche in qualche misura localista perché si aspettava di poter trarre vantaggio da organismi e istituzioni più vicine ai cittadini, dunque meno controllabili e più scalabili. Non c’era però in quell’atteggiamento alcuna intenzione di convergere nel “campo del capitale” tanto che il partito comunista era assolutamente anti europeista, sia per ragioni geopolitiche legate alla guerra fredda, sia per istintiva diffidenza verso classi dirigenti che volevano l’unità nel segno dell’accumulazione di capitale e in nome del mercato, come era non solo chiarissimo nell’evoluzione concreta delle cose, ma anche nei tanto vantati presupposti ideologici. Poi con la caduta dell’Urss tutto questo ha cambiato di segno, si è trasformato da tutela dei ceti popolari a breviario dell’individualismo neoliberista che nel caso specifico è divenuto appoggio incondizionato all’Europa e ai suoi diktat di natura in apparenza economica, ma eminentemente politica, lasciando come sola via di fuga una vacua e sconcertante ipotesi di cambiamento continentale.

In realtà facendo la guerra allo stato in nome di idee e pratiche che hanno completamente cambiato di senso non si fa altro che minare le basi della democrazia, della rappresentanza e dei diritti costituzionali,  alleandosi così alle multinazionali, alle lobby finanziarie ed economiche nonché a tutto ciò che esse hanno prodotto: sembra impossibile che la chimerica ossessione “no border” si accompagni con un elusivo silenzio sulle cause delle migrazioni che sono in sostanza il prodotto di un feroce neocolonialismo di quegli stessi poteri che dovrebbero sostituire gli stati. Mi permetto di osservare che questo passaggio è stato abbastanza indolore per sinistre abituate da sempre a pensare che il dover essere fosse in quanto tale l’essere e in pratica che l’obiettivo da raggiungere fosse il presupposto per il suo raggiungimento: un tipico esempio di questo corto circuito è l’internazionalismo che così si è facilmente mutato in globalismo che appare simile, ma ne è l’esatto contrario. In questi giorni gira su Facebook una citazione del sub comandante Marcos, vecchio idolo da ammirare e al tempo stesso da rinnegare che suona come un monito: “Il progetto neoliberista esige questa internazionalizzazione della storia; pretende di cancellare Ia storia nazionale e farla diventare internazionale; pretende di cancellare Ie frontiere culturali. II costo maggiore per I’umanità è che per il capitalismo finanziario non c’è niente. II capitale finanziario possiede solo dei numeri di conti bancari. E in tutto questo gioco viene cancellato il concetto di nazione. Un processo rivoluzionario deve cominciare a recuperare i concetti di nazione e patria” (vedi qui) .

Capisco che sia difficile invertire i fattori di equazioni da sempre recitate, ma questa è la storia nella quale, per dirla con la matematica, vettori e tensori cambiano di segno mentre si tenta di risolvere l’operazione, ma non è certo un caso che in questa sinistra di fantasia l’agognato cosmopolitismo planetario o continentale del denaro e del potere, conviva con un localismo cartolinesco ovvero con qualcosa che al contrario degli stati non ha alcuna possibilità di contrapporsi allo schiacciasassi capitalista e all’onnipresente mercato. Ma del resto si tratta di posizioni che partecipano della medesima dimensione sommessa e sottomessa, di questa ipocrita arcadia. Ben presto arriverà la cartolina ricordo: ” tanti saluti da…”


Impara l’Arte di metterla da parte

grande legnoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Finalmente una buona notizia: pare che gli intellettuali esistano e litighino tra loro come ai tempi della scapigliatura, dell’interventismo o del neo realismo colpevole di mettere in cattiva luce il Bel Paese. Stavolta a far baruffa non sono pifferai senza piffero , scalmanati per l’astinenza da talkshow più che da senato e camera, cronisti di nera che si improvvisano storici revisionisti, monache smonacate che vanno dove le porta il cuore, politologi schizzati che scrivono contro Berlusconi ma pubblicano da Mondadori,  stavolta il tafferuglio vede di fronte Montanari e Daverio, noti ambedue al grande pubblico per felici esperienze televisive ed anche per le loro discese in campo più o meno fortunate, e cui si sono accodati altri  che non resistono alla tentazione di commettere un reato di piaggeria.

Il tema non è marginale, tratta del possesso privato e della libera circolazione di beni artistici e culturali che per la loro natura dovrebbero possedere la qualità di patrimonio  di tutti, quindi soggetto a criteri di sorveglianza e tutela in modo che si possa goderne liberamente e consapevolmente.

La più celebrata delle damazze milanesi, oggetto in anni lontanissimi di pruriginosi gossip per via di intrinsechezze con irsuti antagonisti di allora, oggi sobri pompieri, poi passata alla leggenda per via del suo impegno di fondatrice e presidente del Fai, il fondo nato con lo scopo di ‘tutelare e valorizzare il patrimonio d’arte e natura italiano, educare e sensibilizzare la collettività, vigilare e intervenire sul territorio’, sic,  ha deciso di mettere in vendita un suo Burri che campeggiava sullo scalone monumentale  della proprietà milanese dell’augusta mecenate in Corso Venezia, dove è alloggiata una formidabile collezione che annovera anche due Canaletto da  far invidia a Elisabetta II.

Per farlo ( il Grande legno e rosso  potrà dunque essere battuto all’ asta da Phillips a New York il 15 novembre con una stima tra i 10 e i 15 milioni di dollari)  ha potuto approfittare di una disposizione contenuta nella riforma che regola l’esportazione dei beni culturali, che ha introdotto la modifica all’articolo 68 del Codice dei Beni culturali (Codice Urbani 2004) sulla circolazione internazionale delle opere d’arte, ( e che ha aumentato da 50 a 70 anni la soglia per la valutazione da parte della Soprintendenza ai fini del “rilascio dell’attestato di libera circolazione”), salutata come un “traguardo”   nell’azione di valorizzazione dei nostri giacimenti, del nostro petrolio, per usare il mantra dei talebani de noantri.

Tanto per far capire chi avrebbe beneficiato della riforma del ministro incaricato degli outlet,  ci pensò allora proprio il  Sole 24 Ore, che ci informò di come le nuove regole fossero state  frutto della instancabile pressione esercitata dal gruppo d’interesse Apollo 2 che rappresenta case d’aste internazionali, associazioni di antiquari e galleristi di arte moderna e contemporanea e soggetti operanti nel settore della logistica di beni culturali, ben rappresentato dall’avvocato Giuseppe Calabi di Milano, avvocato di fiducia di Sotheby’s. A riconferma di chi è che fa le tendenze dell’arte e della post-arte con le macchine rottamate davanti a Palazzo Grassi non è il pubblico, non sono gli appassionati, non è il tempo che premia o punisce mecenati ma anche trattori che hanno scambiato un Van Gogh per una pasta e patate, è invece quella cricca che fa il “mercato” dell’arte, che ha occupato la critica e l’editoria di settore, che produce Grandi Eventi con grandi coperture assicurative per le trasvolate di quadri, statue, guglie del Duomo comprese da mettere in mostra con i salami di Eataly, che condanna musei e gallerie statali a fare da location per reggiseni o per convention aziendali.

A Montanari non è andata giù l’operazione condotta dalla Signora Crespi che non ha ritenuto opportuno rivolgersi al Mibact per saggiarne la eventuale volontà di acquisire il quadro, scegliendo invece, cito,  “la via dell’alienazione all’estero, per massimizzare il profitto senza alcuno scrupolo culturale e morale: l’opera è stata esportata senza dichiarare esplicitamente il nesso storico con la famiglia Crespi”.

Rintuzza il Daverio, cominciando con l’appellarsi alla privacy offesa dal Montanari che come un Travaglio qualsiasi si è fatto dare sottobanco la documentazione e giudicando l’invettiva dello storico dell’arte, prodotto di un’ideologia nazionalista arcaica degna “del mascellone di Predappio”, forse in odor di sovranismo e populismo, a fronte, inutile dirlo del linguaggio universale dell’arte e delle leggi ormai anche scritte della globalizzazione. E dando alla Crespi tutti i meriti passati e recenti: quelli dell’acclarato mecenatismo  (è probabile, sostiene l’ex assessore della Giunta Formentini che si sia risolta a vendere un’opera che le era cara per sviluppare la sua attività munifica) e quelli dell’intuito che le ha permesso di comprare a poco quello che ora vale molto. Vendere oggi a milioni di euro, di sterline o di dollari le opere della nostra contemporaneità, scrive il Daverio che negli anni deve aver abbracciato entusiasticamente le teorie di chi la cultura la vede bene tra due fette di pane, venduta come il petrolio, comprata da chi se la merita per censo e rendita, da custodire in manieri o in caveau come inalienabile investimento,  non depriva il patrimonio nazionale, visto che di Burri c’è un intero museo a Città di Castello, ma contribuisce invece a ristabilire un onore nazionale che viene quotidianamente avvilito dalla stupidità che regna sovrana, purtroppo anche sulla carta stampata”.

Inutile dire che ha ragione Montanari, che prendendo spunto dalla brutta avventura di chi “vuole essere canonizzato in vita per meriti verso il patrimonio, e poi farsi bellamente gli affari propri”,  condanna l’ideologia che ha ispirato la gestione di un Ministero e del patrimonio che deve salvaguardare e promuovere, ma che ha scelto invece la strada del marketing, dello “sfruttamento commerciale”, dei direttori di museo manager, dei campi da golf in Sicilia di fianco alla Valle dei Templi, dell’offerta in comodato del Colosseo come marchio aggiuntivo di mocassini, della esaltazione del ruolo dei privati in qualità di padroni assoluti nella gestione, nella manutenzione e nel valore pedagogico delle nostre risorse.

Ha ragione, anche se la contesa nata intorno all’equivoco della “fruizione artistica”  del popolo  ci fa tornare ai tempi di Guttuso e Trombadori, quando Gramsci si conosceva per qualcosa di più dell’odio agli indifferenti su Wikiquote, quando c’erano gli operatori culturali e i vituperati stabili in mano al Pci, quando Rinascita promuoveva ogni anno un artista promettente dedicandogli la copertina, insomma quando l’arte stava meglio e forse un po’ anche noi. E se pensiamo che quel Burri è stato mostrato al pubblico fino ad oggi una sola volta in una personale, che da cinquant’anni potevano goderne solo gli ospiti eletti della venerabile patrona, che il dicastero al quale si tagliano per primi fondi e personale è quello che dovrebbe salvare la nostra reputazione e la nostra storia, che mirabili raccolte giacciono in cantine senza essere mai state nemmeno catalogate per mancanza di professionisti, che una biblioteca di straordinaria importanza è stata saccheggiata a beneficio di persona cara a un uomo politico di primo piano, che comuni  e regioni investono quattrini pubblici per la realizzazione di esposizioni e mostre  di cassetta, come blockbuster,  grazie all’eco di film dozzinali o all’impegno di promoter commerciali.

Altro che Mao, la rivoluzione culturale l’hanno fatta loro: prendi l’arte e mettila in cassaforte.


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