Archivi tag: sovranismo

Meglio i cattivisti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Allora un’intelligence che sta ancora a rimestare su Ustica, Piazza Fontana, Stazione di Bologna, Via dei Georgofili, e un’informazione che fa giornalismo investigativo gironzolando su Google news, in tempo reale di hanno fornito analisi e diagnosi, mandanti e infiltrati, provocatori e manovali dei tumulti di Napoli (ne ho parlato qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/10/24/covid-affiliato-alla-camorra-lo-dice-la-dia/ ) e di Roma.

Presto fatto: dietro a quelli che un sociologo un tempo apprezzabile chiama i “fermenti dei margini”, posseduto oggi dal timore degli sconvolgimenti che potrebbero provocare nella sua placida e serena maturità gli effetti del malessere urlato scompostamente dalla plebe inferocita dalle nuove e antiche miserie, ci sarebbero in una ben individuabile joint venture non temporanea, la criminalità organizzata, i naziskin orbati dei loro festival musicali e delle celebrazioni di terroristi neri nei cimiteri monumentali, le curve del calcio e quelle dei centri sociali a pari merito, qualche reduce dei flash mob di Pappalardo e Montesano.

E per aggiungere un po’ di dadaismo alla narrazione sarebbero anche colpevoli a un tempo di non usare le mascherine e di andare in piazza col volto mascherato.

Non è difficile capire chi sono i profeti della pubblica riprovazione che non a caso ancora una volta come banchi di sardine virtuali fanno di tutta l’erba un fascio, è proprio il caso di dirlo, condannando la violenza ovunque e comunque perché in qualche remoto anfratto, nascosta tra le pieghe e soffocata dalla censura, potrebbe recare il marchio deplorevole della “lotta di classe”.

Sono perlopiù i soliti attrezzi che solo Salvini e Berlusconi si ostinano a definire di sinistra, diventati sempre più funzionali al sistema  e chiamati a svolgere la funzione degli «utili idioti», come li definisce a ragione Carlo Formenti, in qualità di appartenenti a strati di classe che non pagano il prezzo della crisi sulla propria pelle.

Sono quelli che rivendicavano il primato della carità, più confortevole della solidarietà, e da esportare in terre lontane tramite un terzo settore, con preferenza nostalgica accordata alle cooperative, che il terzo mondo interno lo evitavano e lo rimuovevano, meritevole com’era di vedersi aggiungere bruttezza a bruttezza e disperazione importata e disperazione autoctona.

E sono quelli che un giorno chiamavamo  piccolo- medio borghesi che preferiscono assistere cristianamente i singoli migranti, piuttosto che allargare i cordoni della borsa per sostenerne i Paesi di provenienza e che hanno sostituito il buonismo al pacifismo e alle lotte contro l’occupazione del nostro territorio dei signori della guerra che esigono il nostro prodigarci per le loro missioni di pace.

Ma per dir la verità rischiano di non essere utili a se stessi, perché mentre guardano la Casa di Carta e pontificano contro chi denuncia la gestione di una emergenza, che è “sanitaria” unicamente perché i virus come tutte le patologie capitalistiche si sviluppa, rafforzato, nella crisi sociale, sono diventati a rischio anche loro, per via degli inevitabili tagli in busta paga, della riduzione del potere d’acquisto, della vulnerabilità contrattuale, di un’assistenza anche privata che viene indirizzata a fronteggiare il virus mentre tre milioni di accertamenti e esami diagnostici sono stati cancellati.

Ci deve essere un vaccino misterioso che ha funzionato e è quello che mette al riparo da autocritica e senso di responsabilità. Anche oggi a margine di post critici della lettura data dei tumulti, c’è tutto un fervore di commenti a firma degli esponenti dall’antifascismo benpensante, con qualche pennellata di lieve intemperanza, comprensibile eh,  che invita a imbracciare il mitra contro i generatori di disordine.  

Così a nessuno di loro viene da interrogarsi sul proprio carico personale e collettivo nell’aver consegnato la testimonianza del dolore dei sommersi agli unici che provano minor disgusto, per furbizia o somiglianza, nel mischiare i propri versi bestiali e rozzi con i suoni delle pance vuote, della collera degli sfruttati inascoltati.

A nessuno di loro vien fatto di pensare che quella marmaglia urlante che chiede aiuti non ha poi molta meno dignità degli officianti dell’atto di fede nell’Europa, che vanno, cappello in mano, a chiedere l’elemosina, oculatamente  condizionata, concessa grazia alla partita di giro dei contributi nazionali.

A forza di condannare il populismo sono riusciti nell’impresa di condannare  il popolo del quale rifiutano di far parte, preferendo chiamarsi “società civile”, fisiologicamente e naturalmente virtuosa e educata secondo le regole del bon ton imposte dall’ideologia del politicamente corretto.

E a forza di condannare il sovranismo hanno raggiunto l’obiettivo, anche quello ammodo e rispettoso, di condannare qualsiasi resistenza a rinunciare a competenze, poteri  e sovranità di uno Stato retrocesso a elemosiniere del sostegno a imprese e azionariati che investono nella roulette finanziaria, mentre guardano con interesse alle ipotesi di rafforzamento istituzionale di regioni, una poi che rappresenta la nostalgica continuità con una narrazione del passato,  che pretendono un’autonomia di marca secessionistica intesa a favorire le privatizzazioni in settori strategici.

Purtroppo è quella là la loro “alternativa”, l’idea che hanno del futuro da quando il riformismo e il progressismo hanno deposto le armi già spuntate perché non facessero troppo male, da quando hanno dismesso la possibilità che si possa anche solo immaginare qualcosa di diverso dallo status quo, da quando i produttori di sapere e cultura sono stati colonizzati dall’ideologia neoliberista, appagati di appartenere alla sfera dei creativi dei Navigli, delle start up della Grande Illusione venute su dai garage e sortite dalle cantine, del mondialismo cosmopolita delle vacanze intelligenti e degli Erasmus.

Costruire il blocco sociale fra terzo stato e classi medie impoverite e sempre più minacciate dalla globalizzazione,  dovrebbe essere l’obiettivo di un  pensiero e di un movimento di sinistra. Incompatibile dunque con chi disprezza chiunque al momento sia un gradino sotto al suo nella scala sociale, culturale e quindi anche morale, quello che comporta la rivendicazione della propria superiorità rispetto a commercianti, baristi, ristoratori, ma pure teatranti, musicisti diventati inutili forse molesti, non essendo addetti alle attività essenziali.

Per una estensione del principio della meritocrazia anche loro sono diventati come il resto della plebaglia precaria, non garantita, quindi immeritevoli di riconoscimento e ascolto, probabili piccoli evasori, meno prestigiosi dei finanziatori delle Leopolde, probabili eversori, in quanto attentano all’ordine pubblico che da sempre esige una giustizia differenziata e una repressione che criminalizzi gli ultimi per rassicurare loro, i penultimi, uno status già minacciato, ma da quelli che stanno più su.  


Che fatica fare il Popolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il signor Presidente del Consiglio ha saggiamente ritenuto di soprassedere alla decisione di indirizzare, dall’autorevole tribuna di Domenica In,  un messaggio alla nazione  inteso a augurare un  fervido in bocca al lupo  agli studenti che da lunedì torneranno sui banchi di scuola.

Non sappiamo se la decisione sia stata presa dopo che un preside ha reagito, pare scompostamente – si sa che la plebaglia è fatto così –  quando in odor di polemiche aveva rassicurato sulla “tenuta” dell’istruzione pubblica dichiarandosi talmente fiducioso da accompagnare lui stesso suo figlio a scuola! Sentendcosi rispondere che in quello come in altri istituti mancano manutenzione, sanificazione, aule, banchi, mascherine, e pure insegnanti.

Ma in fondo che cosa pretendiamo da un governo il cui ministro incaricato dell’istruzione affida il suo messaggio  a una tee shirt con su scritto “che fatica fare la ministra”.

Non sappiamo se invece a sconsigliarlo siano state le polemiche della cosiddetta opposizione che ha denunciato l’utilizzo “scandaloso” del mezzo pubblico per una uscita di chiara marca elettorale.

Sappiamo invece che a nessuno è passato per l’anticamera del cervello di obiettare sul fatto che sia considerato normale che la comunicazione ufficiale del capo dell’esecutivo sul tema più controverso e delicato che interessa milioni di cittadini avvenga in una trasmissione di intrattenimento e non sui canali istituzionali.

Ma in fondo cosa pretendiamo se si tratta di funzioni e attività attribuite a un reduce del Grande Fratello, lo show, non l’attualissimo libro di Orwell, che ha contribuito all’affermazione di principi di partecipazione democratica digitale e che oggi è ancora al centro di alate disquisizioni per via della possibile partecipazione di un augusto fidanzatino.

Il fatto è che paradossalmente come le accuse di sovranismo provengono da chi ha agito e agisce per demolire l’edificio di poteri e competenze nazioni, per darle in consegna a una sovranità autoritaria e antidemocratica “superiore” agli stati partner, così quelle di populismo sono a cura di chi sta alimentando istinti primordiali a cominciare dalla paura, per passare al sospetto e al risentimento, per far retrocedere anche il concetto di popolo a marmaglia ignorante da addomesticare con un po’ di circenses al posto del pane sempre più scarso, affidati a rottami dello spettacolo che ostentano ignoranza e grossolanità come virtù doverose in chi vuol fare audience e in chi cerca consenso.

Ma in fondo cosa pretendiamo se il successo decretato di questo governo di salute pubblica nasce proprio da questo.

Nasce dal trattare i cittadini come bambinacci che devono essere guidati, indirizzati, ripresi severamente e governati con molto bastone e poca carota, in forma di bonus e mancette, dal criminalizzare comportamenti e atteggiamenti critici del suo operato come eresie disfattiste e irresponsabili, dal creare una incontrastabile gerarchia di diritti e prerogative in testa alla quale è stata collocata la salute intesa come sopravvivenza del corpo, purchè già sano – che ormai pregresse patologie vengono condannate come espressione di scarso spirito civico e  istinto alla dissipazione parassitaria di risorse pubbliche – e non importa se affamato, umiliato dalla condanna alla servitù comminata grazie alla cancellazione di altri diritti, istruzione, abitazione e emolumenti dignitosi, socialità.

E dire che ci vorrebbe poco a capire che questa gestione dell’emergenza, trattata come un imprevedibile incidente della storia che nulla avrebbe a che fare con la globalizzazione e i sui effetti perversi in grado di scatenare elementi e diffondere alla velocità del lampo mali e malanno, che nulla avrebbe a che fare con una antropizzazione che ha prodotto devastazioni ambientali e che ha preteso di privilegiare le ragioni del profitto rispetto a quelle del benessere, quello vero, che prevede qualità della vita, salute tutelata, accesso a opportunità, cultura, servizi, ha innescato altre rinnovate disuguaglianze che esasperano quelle di un decennio e più di crisi.

In modo che i ricchi siano curati e i poveracci persuasi ai benefici del faidate domestico, che la cittadinanza sia divisa in gente condannata al pubblico servizio e al sacrificio in supermercati, fabbriche, mezzi di trasporto di qualità e prestazioni pari a carri bestiame, magazzini, industrie convertite alla produzione di dispositivi sanitari rappresentativi del brand della pandeconomia, impegnati a garantire, doverosamente, l’indispensabile a altri target, quelli prescelti o selezionati, per nascita, rendita, appartenenza, o semplicemente culo, per stare sul canapè a sperimentare i prodigi digitali, anche quelli selettivi, della Dad, del lavoro agile, della democrazia coi “mi piace” nei social,  nella convinzione di essere, ancora e in futuro, “salvati”.

Tanto che sono questi ultimi a “fare” opinione e generare consenso, offrendo gli indicatori del gradimento del governo, il migliore che potesse capitarci, malgrado la Lamorgese prosegua indistruttibile nel consolidare il Minnitipensiero e la Weltanshauung salviniana in materia di ordine pubblico, respingimenti, chiusura dei porti, repressione del malcontento, patti osceni con tiranni africani, malgrado la Azzolina, miss Maglietta asciutta, se la batta con la Gelmini e la Fedeli in tema di distruzione volontaria della scuola pubblica.

E malgrado che la Bellanova non faccia rimpiangere l’ideologia della schiavitù per tutte le età e le etnie di Poletti, nel rispetto del suo prodigarsi per il Jobs Act e della legge Fornero della quale è stata entusiasta relatrice, malgrado che la De Micheli inamovibile armeggi garrula per lo sviluppo incontrastato dell’imperio del cemento, della speculazione e della corruzione che ne deriva, malgrado che l’inossidabile Franceschini continui a agire per la trasformazione del Paese in un Luna Park pieno di gadget e passatempi per turisti poco inclini a contemplazione e rispetto.

E infatti chiunque invece abbia la ventura di frequentarlo quel popolo così criminalizzato e penalizzato, chiunque non viva solo quella speciale condizione di privilegio stando nella tana che si augura non sia mai provvisoria delle sicurezze ancora concesse dalla lotteria sociale o naturale, chiunque abbia a che fare con chi già prima faticava a arrivare a fine mese e ora ha dato fondo a tutte le riserve, non ha percepito la cassa integrazione, e ce ne sono, ha chiuso il suo esercizio commerciale, non riaprirà il bar, l’albergo, la trattoria, ecco, chi li incontra i nuovi cassintegrati dell’Ilva, quelli “sospesi” in attesa che imprenditori che non hanno mai investito un quattrino in sicurezza e innovazione, possano accedere alle risorse dell’elemosina europea a “babbo morto” come si dice a Roma, ecco tutti questi sanno che la plebaglia eretica ha smesso di preoccuparsi se il Covid è frutto di un complotto o ha soltanto favorito una cospirazione per far esplodere le contraddizioni della società, in modo che i poveri diventino più poveri e ricattabili e intimoriti e i ricchi più ricchi e tracotanti e immuni e impuniti.

Non hanno tempo né testa per interrogarsi se sia più o meno di un’influenza, se faccia più danni delle migliaia di infezioni contratte in ospedali dove manutenzione e profilassi sono banditi, come si è visto con la morte allegorica e infame di due bambini nutriti con l’acqua contaminata, perché quello che hanno conservato malgrado la pandemia non può davvero chiamarsi vita.

Ma andatelo a dire ai dotti sociologi e pensatori che si preoccupano dei fermenti che si agitano ai “margini” della società turbopopulisti, che attentano alla loro salute di anziani maestri, che quelli che additano al pubblico ludibrio in veste di frequentatori del Billionaire o delle “discoteche cheap della costa romagnola”, irresponsabili e egoisti, non sono il popolo, che invece è fatto di quelli che gli permettono di pontificare dal salotto buono, ben rifornito di rete, Tv, servizi, alimenti, bevande, quelli che fanno funzionare la macchina della quotidianità.

E se proprio vogliono aver paura è meglio che ce l’abbiano di perdere i loro privilegi, le loro incrollabili certezze, il loro accesso esclusivo a opportunità immeritate concesse per appartenenza, fidelizzazione, conformismo, ipocrisia.  E se proprio vogliono provare quel gusto atavico, allora ce l’abbiano di noi maledetto popolo, maledetti cittadini.


Marione er cazzaro

Sono ormai 15 o 20 anni che la razza padrona è venuta allo scoperto mettendo sotto accusa la democrazia in nome delle elite e della loro capacità di avere cognizione e visione dei problemi a fronte di un popolo bue incapace di autogoverno. Era in buona sostanza anche il concetto fondativo di un’Europa al riparo dei capricci dei popoli, come come chiaramente espresso nel Manifesto di Ventotene che del resto pochi hanno letto e quei pochi hanno fatto finta di non capire. Ma ecco che ogni tanto qualche membro di questa elite di prescelti viene colto a delirare e a dire stupidaggini strappando il sipario sulla loro presunta superiorità e mostrandoli nella loro desolante realtà intellettuale.  L’altro giorno è toccato a Mario Monti, oggi capo coviddaro dell’Europa, che durante una discussione su La 7 interferendo con il meteorologo Sottocorona ha cominciato a vaneggiare di sovranismo o addirittura di irredentismo perché nelle previsioni del tempo è inclusa la Corsica. Difficile rintracciare nelle cronache un intervento senza capo né coda come questo, tipico di chi sniffa pesante.

Probabilmente nella testa confusa di un uomo che decenni ha incassato una considerazione del tutto immeritata  questa penosa e confusa sceneggiata è stata pensata come una sorta di avvicinamento al popolo per via meteorologica senza minimamente avere il sospetto di poter fare semplicemente la figura del cretino. Vi consiglio di andare a recuperare la scena nel talk della Merlino perché è davvero una cosa da Totò , compreso l’incipit che riguardava i gradi nell’aviazione militare. Io mi domando ma se Monti non fosse nato in una delle più grandi famiglie di banchieri e fosse stato un cretino qualunque invece di essere un cretino d’oro, cosa farebbe ora? Perché poi gratta gratta questa famosa elite è di fatto ereditaria e subisce lo stesso destino delle dinastie nobiliari o ereditarie: diventano ottuse e incompetenti ( Monti ne è un sublime esempio), molto più di quel popolo disprezzato che tuttavia è in grado di vedere le previsioni del tempo facendosi domande coerenti e non idiote.

 


Questione giudiziaria, questione settentrionale

fedAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se la rivendicazione “federalista” della Regione Lombardia, avanzata insieme a Piemonte e Veneto, tutte e tre in testa alle classifiche di rendimento in occasione del Covid, non nasconda anche qualche pretesa non ancora rivelata in tema di amministrazione della giustizia, in modo che si possa effettuare un graduatoria della legalità tra meritevoli, in testa quelli che possono vantare più dinamismo, maggiore produttività confermata dai procedimenti giudiziari in corso, e immeritevoli, e giù quelli che sono affetti dagli stessi mali di sempre, meno competitivi nella gara da quando camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra hanno trovato più vantaggiosi contesti da infiltrare e occupare.

Fosse così la Lombardia si meriterebbe dei tribunali speciali, autonomi e con la collaborazione di soggetti privati proverbialmente più efficienti. Può esibire infatti  cinque inchieste, quelle  che riguardano la  fornitura dei test sierologici appaltatai in affidamento esclusivo alla Diasorin e il conflitto di interesse relativo alla fornitura dei camici, che interessa direttamente il presidente indagato per frode in forniture pubbliche. Altre che concernono gli eventi verificatisi durante  l’emergenza coronavirus:  la mancata chiusura della Val Seriana e la diffusione del virus nelle residenze per anziani. Poi ci sono i filoni “conoscitivi”   sulla realizzazione  dell’ospedale negli ex padiglioni della ex Fiera di Milano, per il quale il nucleo Tributario della Gdf sta indagando su  spese e consulenze.

Ma i guai per Fontana non finiscono qui: sempre nell’ambito dello scandalo dei camici, ci sarebbe un tentato versamento di denaro, segnalato come Sos-Segnalazione sospetta,  proveniente da un suo conto svizzero precedentemente intestato alla madre, per il quale nel 2015 aveva eseguito uno scudo fiscale per 5,3 milioni.

Gli indicatori e i criteri per definire e valutare l’onestà  non dovrebbero dar luogo a gerarchie e graduatorie: o lo sei o non lo sei, soprattutto quando i comportamenti di pubblici ufficiali, rappresentanti eletti, uomini delle istituzioni ledono i beni comuni e l’interesse generale. Senza rifarsi all’immancabile confronto tra il pensionato che ruba due mele per fame e, sempre per restare in Lombardia, Formigoni, dovrebbero suscitare la stessa ripugnanza i misfatti indecenti consumati all’ombra della pandemia  e i miserabili trucchi messi in atto all’ombra della legittimità per anni e anni, a suon di note spese spregiudicate (comprensive di lecca-lecca, pedalini, preservativi e sexy toys, crapule e dopocena in club a luci rosse), indennità discutibili, innocenti regali di elettori riconoscenti in cambio di accomodamenti.

E si potrebbe aggiungere in tema di micragnosa grettezza, la recente  pidocchiosa decisione unanime dei consiglieri regionali dal Piemonte alla Calabria fino alle regioni a statuto speciale,  di incassare il gettone di presenza e, in qualche caso, anche il rimborso di trasferimento relativi ai mesi di lockdown.

Mentre, a proposito dell’inazione che non sempre è migliore dello strafare, chissà come potremmo definire con il metro dell’onestà le prestazioni del presidente della Liguria Toti che ha lasciato nel cassetto 21 dei 27 milioni stanziati per il Ponte Morandi, come denunciato dal procuratore della Corte dei Conti Claudio Mori nella memoria riguardante il giudizio di parifica del bilancio regionale del 2019, che si interroga sul perché i fondi non siano stati spesi. Che poi non è l’unico record dell’amministrazione regionale:  la medesima indagine certifica  il bilancio della spesa sanitaria del 2019 è stato chiuso  con un disavanzo di 64 milioni, il peggior dato di tutta Italia appena un po’ meglio del Molise.

Fin troppo facile immaginare che dietro al secessionismo delle regioni che vantano primati di efficienza, redditività e produttività, leghiste e Pd a pari merito, non ci sia anche l’accesso morale e materiale a quelle forme di immunità e impunità che nascono dal riconoscimento a norma di legge di differenze discrezionali e discriminazioni arbitrarie. E che oggi suonano ancora più stonate per via delle performance disonorevoli delle regioni che hanno fatto pagare ai condannati a morte dal tribunale dell’austerità i tagli praticati al sistema sanitario e la sua riduzione a uno stato di emergenza prevedibile e  prevista in modo da promuovere la competitività fasulla dei privati,  con la distruzione delle strutture territoriali e preventive, grazie a troppe attività produttive mai interrotte per guadagnare il consenso di Confindustria.

Sono dati che dovrebbero indurre qualsiasi amministratore a dimettersi e qualsiasi governo a commissariare enti incapaci e corrotti che proseguono indisturbati nel solco politico venticinquennale tracciato da Formigoni, Maroni, Fontana e Trivelli. E che confermano  che  il chiacchiericcio istituzionale e comunicativo di questi mesi che doveva accreditare programmi strategie e misure in grado di mettere al centro del processo decisionale lo Stato, era un espediente per prendere tempo, lasciando spazio all’oblio impudico che sta sostituendo la censura e l’autocensura praticate in questi mesi nei confronti di qualsiasi critica.

Intanto, paradossalmente, a predicare la obbligatoria scissione dallo Stato padrone, è l’avanguardia rivendicata del sovranismo e del populismo  sponsorizzati da due presidenti della Lega e il testimonial delle sardine che aspira a interpretare il ruolo del partigiano dei valori progressisti, contro il neofascismo buzzurro e rozzo che i suoi partner della pretesa federalista incarnano.

A conferma che non è il sovranismo a preoccupare l’establishment impegnato a sostenere rinunce e resa incondizionata all’Europa, ma la possibilità sempre remota che si conservino scampoli di poteri e competenze, quelli rimasti dopo i tagli effettuati volontariamente con un voto del Parlamento  limitando  una serie di determinazioni giuridiche ed economiche e anche politiche, con l’adesione a trattati   internazionali, in virtù dell’appartenenza alla NATO o all’Onu  che ha privato la nazione dello Ius ad Bellum,  o con l’accettazione dei contratti capestro che istituiscono l’Euro privandoci della sovranità monetaria e del comando politico sulla moneta, cessato nel 1981 con il cosiddetto divorzio fra ministro del Tesoro e la Banca d’Italia, consegnando  lo Stato ai mercati.

In un sistema statale così indebolito le pretese secessioniste hanno gioco facile, tanto che sarebbe ora di parlare di una questione settentrionale, se si vuole replicare su scala la divisione che caratterizza l’Unione Europea, con territori che rivendicano saldezza e superiorità economica, sociale e perfino morale, quelli che un tempo riportavano all’iconografia del Belgio pingue e operoso e quelli meridionali, indolenti, parassitari, propaggini di un’Africa impura che batte cassa, attribuendo ai vizi del Sud le colpe e i danni di uno sviluppo disuguale.

Ci sarebbe da ringraziare il Covid che ha fatto giustizia rivelando i guasti di una crescita che ha dimostrato tutta la sua impotenza a governare i guasti che produce, dall’urbanizzazione scriteriata, all’inquinamento, dalla promiscuità insicura nei trasporti, per culminare nella demolizione del sistema sanitario pubblico operata dai governi della Baviera italiana  (Lombardia, Nordest, Emilia Romagna) nella quale si concentrava il 50% del Pil dell’intero paese e che vogliono imporre il loro credo in base al quale  le regioni che producono più reddito e pagano più tasse dovrebbero ricevere a copertura di identici servizi maggiori risorse delle regioni più povere, e che, quindi,  i diritti di cittadinanza debbano essere finanziati con risorse più abbondanti laddove la capacità fiscale è maggiore, contro il principio costituzionale  che  stabilisce che ogni italiano debba pagare le tasse in base al reddito e ricevere i servizi indipendentemente da dove risiede.

Siamo di fronte alla ripetizione del modello coloniale arcaico: su, un mondo industrializzato, ben nutrito e dinamico, giù periferia sottosviluppata condannata a rendere disponibili materie prime e riserve inesauribili di forza lavoro a basso costo.

Peccato deluderli, peccato che non sia più così, che un “su” più arrogante e assertivo stia brigando per spingerci verso un giù occupato e espropriato, dove l’unica forma di sopravvivenza dovrebbe essere l’unità nella resistenza per il riscatto.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: