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Un Tubolario per la Meloni

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Puntuale come la pioggia sul picnic di pasquetta, Galli della Loggia si è esibito nel disegnare la fisionomia della destra che  serve al Paese, forse per non farci rimpiangere l’indimenticato Tubolario, inventato negli anni ’80 da due geni, Marchi  dell’Istituto di Biostatistica ed Epidemiologia dell’Università di Pisa e Morosini, direttore di laboratorio dell’Istituto Superiore di Sanità (che per competenza e scatenata ironia ci servirebbero più che mai di questi tempi), il rullo a segmenti girevoli con i suoi  10 milioni di frasi “assolutamente casuali e gratuite”, luoghi comuni, stereotipi ed altre forme più o meno omologate, che si ripetono nel  chiacchiericcio della politica ormai  simile a quel brusio dei matti in manicomio ben descritto da Foucault.

Prendendo spunto dal “caso” Fratelli d’Italia “accreditati da tempo di una futura avanzata elettorale che potrebbe tradursi domani in un importante ruolo di governo”, l’autore raccomanda al partito della Meloni di “darsi una veste ben più convincente di quella sommaria e prevedibile, sempre tentata da toni d’opposizione a prescindere e talora schiettamente reazionari”.

E come non comprendere il suo tono accorato. Di ben altro ci sarebbe bisogno in Italia che di una destra, cito,  divisa “tra il populismo arrabbiato della Lega e il vaporoso liberalismo di Forza Italia”.  

Pur scoraggiato il nostro si presta però a suggerire a Fratelli d’Italia una strada di redenzione dall’atteggiamento sottomesso di oggi che si manifesta “in una postura difensiva contro le smargiassate dell’antifascismo di professione”, per “aspirare a rappresentare   quella destra conservatrice che nella seconda Repubblica non c’è mai stata…. assai diversa dal passato, quando a essere conservatori erano innanzi tutto le élite sociali e i grandi interessi economici, oggi passati invece in tutt’altro campo”.

Attingendo al tubolario di Galli della Loggia estrapoliamo quello che dovrebbe diventare il pilastrodel melonipensiero, scusate l’ossimoro: “l’anima di una destra conservatrice non potrebbe essere rappresentata oggi che da una forte cultura nazional-istituzionale centrata sulla dimensione dello Stato”, quello Stato strumento principe, in vista di due obiettivi di cui le nostre società sempre più avvertono l’urgenza, “lo sviluppo della coesione e della solidarietà sociali”, unico in possesso del  potere e dell’autorità  necessari a dettare regole limitatrici degli istinti bestiali scatenati dalla globalizzazione.

Insomma depone nelle manine della focosa leader troppo giovane, dice lei,  per poter essere compiutamente fascista, il delicato incarico di farsi depositaria attiva  degli ideali e delle azioni necessarie “per salvare il capitalismo innanzi tutto da se stesso e dalla sua suicida deriva finanziaria,  e i capitalisti dalla pressione dei loro interessi immediati”, dando rinnovato vigore “alla coesione sociale e al principio di solidarietà che ne costituisce il retroterra ideale: cioè i due pilastri di ogni «buona società» e del benessere delle persone”.

Lo so, lo so, tanti dimissionari dalla possibilità di fare la rivoluzione hanno ripiegato sulla speranza che il capitalismo si dia la morte per bulimia, gotta, diabete, insomma per le malattie tipiche dell’eccesso di benessere.

Altrettanti provano la cocente disillusione per la conversione aberrante del riformismo in neoliberalismo “progressista”, “antifascista”, femminista”, che ha infiltrato non solo i valori e l’azione politica, ma anche il pensiero delle élite intellettuali.

Lo so, regna gran confusione sotto i cieli se ancora oggi Berlusconi non è solo a temere il pericolo comunista, quando un succedersi di governi giura fedeltà agli Usa e alla Nato, quando i servizi di un paese si inorgogliscono per aver sventato la cospirazione di uno spione alla canna del gas che vende una ricerca su Google ai russi. E se tale è il marasma che un sacco di gente finge di credere che le stelle polari, le solite tre, della sinistra siano rappresentate in Parlamento da partiti e movimenti che non ne vogliono sapere perché minacciano il godimento esclusivo di miserabili privilegi, che rifiutano i doveri di testimonianza, che le trattano da moleste e arcaiche vestigia incompatibili con la modernità e con le loro ambizioni personali.

Un po’ di tempo fa si cominciò a dire che per essere rivoluzionari bastava essere normali, pagare le tasse, dare e ricevere la fattura, fare il proprio dovere, non servirsi delle scorciatoie del clientelismo e del familismo, insomma non fare come fanno tutti.

Adesso siamo tornati un bel po’ indietro, e quelle semplici “formalità” morali sono molto più velleitarie e visionarie di una insurrezione, die moti di piazza, della presa della Bastiglia, della Comune e perfino dell’assalto ai forni.

Tanto che quando parla di coesione e di solidarietà sociale, anche Galli della Loggia pare Danton, così come Corbyn e Podemos dopo la resa disonorevole del riformismo europeo al neo liberismo, se quello che una volta era illegale, illegittimo e moralmente deplorevole, perché contrastava appunto con ideali di solidarietà, giustizia e uguaglianza, viene promosso e autorizzato a norma di legge, come la corruzione e il malaffare della Grandi opere legittimate in qualità di motore di sviluppo, come il sostegno a precarietà e anomalie contrattuali spacciate come accorgimenti desiderabili per favorire l’occupazione, come la raccomandazione a assumere comportamenti divisivi, discriminatori e vergognosi come la delazione, da quando qualsiasi fenomeno diventa problema di ordine pubblico, dal circolare senza mascherina al manifestare per la difesa della propria attività, da risolvere con la repressione, la censura, leggi eccezionali, trattamenti sanitari obbligatori.

E vista la qualità dei nuovi valori, approvati e promossi grazie all’emergenza, ispirati alla riduzione dei diritti, alla gran parte dei quali è doveroso rinunciare, all’applicazione di uno stato di eccezione lesivo dei principi costituzionali, alla soppressione nemmeno tanto graduale dell’istruzione pubblica, alla inevitabile necessità di porre sotto tutela il Paese, il governo e le istituzioni, pare proprio che di destra ne abbiamo fin troppa, che di sovranismo ce n’è in eccesso se l’ideologia corrente ha persuaso che è fatale rinunciare alle competenze in capo allo Stato, attraverso Parlamento, istituzioni e governi nazionale e locali, per consegnarle a un potere sovranazionale, che il populismo ha avuto il sopravvento proprio nella sua forma tradizionale, quella di una “antipolitica” che esige il ricorso a forme autoritarie, che consiglia l’affermazione di un uomo forte, concentrando i poteri decisionali, esecutivi e amministrativi  nelle mani di una oligarchia dominata da un leader, che di questi tempi, viene selezionato per meriti apparentemente asettici nella cerchia dei “competenti”.

 Che cosa si può immaginare di altrettanto marchiato dai capisaldi della destra, quella vera, del ridimensionamento dello Stato a elemosiniere abilitato a dirottare finanziamenti e risorse a beneficio delle grandi concentrazioni industriali e commerciali, fino a fornire assistenza anche a quelle editoriali ridotte a unica agenzia di informazione di regime, della consegna dei sistemi pubblici erogatori di servizi ai privati, fino a ristabilire il trattamento privilegiato per organizzazioni ecclesiastiche, della riattribuzione al mercato della delega a regolarsi, in modo da incaricarsi di risolvere i problemi che crea, addirittura immaginando mostri giuridici che rappresentano compiutamente il conflitto di interesse, caricandosi di tutto il fare e il disfare, oltre che della vigilanza e del controllo, come prevedono le varie forme di commissariamento ipotizzate per la “ricostruzione”.     

 E cosa c’è di più esemplarmente di destra, anzi di fascista, secondo antiche dizioni mai cadute in disuso, della regressione dell’individuo a capitale umano, più facilmente sfruttabile fin dalla sua definizione, merce che assume valore unicamente in funzione del profitto che se ne ricava, da conferire, una volta concluso il suo ciclo, non appena estinta la sua “essenzialità”, in appositi ricetti/focolai di malattie, in discariche dove raccogliere quello che è diventato superfluo, quando non molesto, perché potrebbe ricordare com’erano la dignità e la libertà.  


I Traditori

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni tanto nell’attuale buio della ragione qualcuno sente la mancanza degli Intellettuali, costretti ultimamente, per dare una prova di esistenza in vita, a firmare appelli in sostegno di un governo e a guardare con fiducia alle minacce del successivo.   Ogni tanto per fortuna abbiamo qualche consolazione. Una ce l’ha offerta Luciano Canfora parlando del mestiere che si è trovato il Pd, quello di argine malridotto a sbrindellato contro populismo e sovranismo, che il professore liquida a proposito dell’appoggio al governo con una definizione  icastica: un partito portaborse di Draghi.  

Ma ancora meglio a dimostrare come certe intelligenze e il sapere maturato con lo studio e la conoscenza dovrebbero servire a far affiorare qualche pensiero “contro”, anomalo e eretico, dalla spirale del silenzio, che tacita le opinioni minoritarie e i pensieri difformi, timorosi di subire ostracismi e isolamento, lo storico si è pronunciato sul Sovranismo,  “una parola inventata e priva di contenuto. Dire che la sovranità nazionale è un disvalore è una stupidaggine. Se una cosa è giusta, anche se la dice un uomo di destra, non cessa di essere giusta. Ad esempio, la difesa della sovranità nazionale di fronte al capitale finanziario non è sbagliata”. 

È davvero un sollievo raro che qualcuno che possiede ancora una autorevolezza non partecipi al coro, non intoni le marce militari che inneggiano alla guerra di patria formalmente “antifascista” che, per disinnescare le possibili bombe sociali delle nuove povertà che si aggiungono a quella antiche, deve disarmare i populismi ed i sovranismi, colpevoli di aver demolito la “seconda Repubblica”.

Per dir la verità, proprio come quando il Cavaliere si sgolava a chiamare a raccolta contro il pericolo comunista, sono rimasti in pochi a mettere in guardia dagli ismi  incompatibili con la democrazia, adesso che ne sono stati sospesi chissà fino a quando anche l’ultimo rituale e i suoi cerimoniali, e da quando i loro profeti sono stati beatamente e meritatamente ammessi al consorzio civile e beneducato segnato dai confini del nuovo esecutiva del quale sono i cortigiani più premurosi,   assolti, quindi, e addirittura blanditi e omaggiati per i loro maturi e responsabili voltafaccia, con tanto di atti di fede nei confronti dell’Europa e del commissariamento della nazione e di festoso tradimento di principi  costituzionali. Si completava così il disegno varato da Conte al secondo mandato quando rassicurò orgogliosamente i controllori che il suo esecutivo  certificava la distruzione del fronte populista e sovranista, assorbito beneficamente dal contesto progressista, del quale ora fa parte con onore il più riottoso degli avversari, salutato entusiasticamente dal Sole24 Ore con un trionfale titolo in prima:  «L’Europa? Sia un impero potente al servizio di buoni propositi».

Ci sono dichiarazioni, slogan, programmi che un tempo avrebbero meritato l’accusa di tradimento, con relativa impiccagione nei confronti della Nazione,  perché vale la pena di ricordare che c’è un articolo della Carta, quel patto dello stato democratico coi cittadini che spiace alle cancellerie comunitarie in quanto frutto di lotte di liberazioni “socialiste”, che permette “limitazioni” e non rinunce alla sovranità, a parità con altre nazioni, solo nel caso siano “necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. E anche dello Stato, retrocesso dalla funzione di garante degli interessi generali, a strumento per aprire la strada e dare assistenza ai predoni multinazionali, privatizzando beni e servizi, deregolamentando i flussi finanziari, riducendo le tasse ai super ricchi, tagliando sulla spesa sociale primaria e sui diritti dei lavoratori.

E quindi dovrebbe diventare materia per i pronunciamenti della Corte Costituzionale la carriera del Presidente del Consiglio:  il suo impegno profuso  nella svendita di tanta parte del patrimonio e dell’apparato industriale italiano come cavallo di Troia per far entrate l’Italia nell’Euro, la pressione golpista esercitata per introdurre il fiscal-compact nella Costituzione italiana e l’auspicio di un bilancio unico europeo,  il continuo richiamo alla necessità della cessione di competenze e poteri statali rappresentati allegoricamente dall’affidamento alla Mc Kinsey dell’elaborazione del Piano Nazionale per accedere al Recovery Fund, secondo la stessa formula di attribuzione di “competenze” che gli permise da manutengolo di Goldman Sachs di appioppare anche da noi i subprime tossici, in modo che spetti a una organizzazione estranea  fare da interprete di istanze lobbistiche multinazionali, condizionando alle loro pretese l’erogazione dei prestiti che dovremo ripagare.

Dovremmo almeno definire slealtà la convinzione tenace  di chi giura fedeltà a una sovrastruttura super-statuale che sta realizzando da 30 anni, a colpi di trattati comunitari, diktat e “raccomandazioni” sempre più ultimative il trasferimento di poteri politici dagli Stati nazionali alla struttura con sede a Bruxelles o a Francoforte, per instaurare un regime trasversale feroce e punitivo   nei confronti dei lavoratori “fissi” e precari, dei disoccupati, dei pensionati, dei giovani, delle donne, dei malati, dei disabili, e di chi è arrivato figurandosi paradossalmente di trovare accoglienza da chi ha ordinato e prodotto le bombe fatte cadere sulla sua testa in patria.

Chi ha contestato i due governo Conte almeno quanto aveva criticato i governi precedenti, il succedersi di piccoli cesari da Craxi in poi, Berlusconi, il figlioccio, il gran nipote lecca-lecca oggi leader- indiscusso che il nulla non è oggetto di dibattito, D’Alema il bellicista, è autorizzato a pensare che abbiamo raggiunto i vertici dell’abiura con l’avvento dei cicisbei dell’Ue e del duetto Usa- Nato, che hanno esaltato l’indole gregaria e la natura filoimperialista dei precedenti,  preoccupati dell’intollerabile ma inevitabile spostamento dell’asse commerciale dell’Italia verso la Russia e la Cina e intenti a espropriare del potere decisionale la politica, addomesticata dalle lusinghe del vassallaggio, mettendolo nelle mani della finanza  e dei “mercati”, secondo il disegno che ha avuto il più solerte degli esecutori in Prodi, oggi passato agli “eurodubbiosi” e nel suo scherano Draghi dalla tolda del Britannia.

La politica e le istituzioni democratiche possono governare  se possiedono gli strumenti per gestire l’economia e la finanza, se possono investire per sostenere il proprio tessuto produttivo,  se sono in grado di difenderlo    da una concorrenza basata sulla corsa al ribasso del costo del lavoro, sull’inosservanza di regole di tutela della sicurezza e dell’ambiente, se possono promuovere occupazione qualificata assumendo nel pubblico impiego e rinforzando settori di pubblico interesse, come sanità, istruzione, trasporti, cultura.

Ma se per legge votata dal Parlamento rinunciano a tutte queste competenze e a questi poteri, se subiscono condizionamenti e influenze che impediscono l’esercizio di queste funzioni, a cominciare dalla separazione tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia del 1981, siamo di fronte a una cessione di sovranità imposta per rafforzare una entità esterna cui attribuisce superiorità legale ma non legittima la comune appartenenza all’ideologia liberista, che ha come caposaldo l’estromissione dello Stato dall’economia e a poco a poco dalla società, fatte salve quelle multinazionali alle quali deve assicurare protezione e assistenza.

Basta pensare alle porte girevoli dalle quali entra e escono i loro ragionieri e usceri, Draghi che arriva dalla Goldman Sachs e Barroso che ci va dopo il mandato, l’assunzione dell’ex vice cancelliere tedesco Gabriel alla Deustche Bank, i manager di imprese monopolistiche momentaneamente prestati all’esecutivo coi loro vergognosi e inattaccabili conflitti di interesse, per avere conferma della denuncia di Canfora: l’oligarchia che si vanta di essere investita del compito morale di salvare la nazione dai sovranisti Bannon o da Salvini, estromettendoli o meglio ancora introiettandoli, dovrebbero essere giudicati per quel che sono: traditori della patria venduti al nemico.     


Meglio i cattivisti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Allora un’intelligence che sta ancora a rimestare su Ustica, Piazza Fontana, Stazione di Bologna, Via dei Georgofili, e un’informazione che fa giornalismo investigativo gironzolando su Google news, in tempo reale di hanno fornito analisi e diagnosi, mandanti e infiltrati, provocatori e manovali dei tumulti di Napoli (ne ho parlato qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/10/24/covid-affiliato-alla-camorra-lo-dice-la-dia/ ) e di Roma.

Presto fatto: dietro a quelli che un sociologo un tempo apprezzabile chiama i “fermenti dei margini”, posseduto oggi dal timore degli sconvolgimenti che potrebbero provocare nella sua placida e serena maturità gli effetti del malessere urlato scompostamente dalla plebe inferocita dalle nuove e antiche miserie, ci sarebbero in una ben individuabile joint venture non temporanea, la criminalità organizzata, i naziskin orbati dei loro festival musicali e delle celebrazioni di terroristi neri nei cimiteri monumentali, le curve del calcio e quelle dei centri sociali a pari merito, qualche reduce dei flash mob di Pappalardo e Montesano.

E per aggiungere un po’ di dadaismo alla narrazione sarebbero anche colpevoli a un tempo di non usare le mascherine e di andare in piazza col volto mascherato.

Non è difficile capire chi sono i profeti della pubblica riprovazione che non a caso ancora una volta come banchi di sardine virtuali fanno di tutta l’erba un fascio, è proprio il caso di dirlo, condannando la violenza ovunque e comunque perché in qualche remoto anfratto, nascosta tra le pieghe e soffocata dalla censura, potrebbe recare il marchio deplorevole della “lotta di classe”.

Sono perlopiù i soliti attrezzi che solo Salvini e Berlusconi si ostinano a definire di sinistra, diventati sempre più funzionali al sistema  e chiamati a svolgere la funzione degli «utili idioti», come li definisce a ragione Carlo Formenti, in qualità di appartenenti a strati di classe che non pagano il prezzo della crisi sulla propria pelle.

Sono quelli che rivendicavano il primato della carità, più confortevole della solidarietà, e da esportare in terre lontane tramite un terzo settore, con preferenza nostalgica accordata alle cooperative, che il terzo mondo interno lo evitavano e lo rimuovevano, meritevole com’era di vedersi aggiungere bruttezza a bruttezza e disperazione importata e disperazione autoctona.

E sono quelli che un giorno chiamavamo  piccolo- medio borghesi che preferiscono assistere cristianamente i singoli migranti, piuttosto che allargare i cordoni della borsa per sostenerne i Paesi di provenienza e che hanno sostituito il buonismo al pacifismo e alle lotte contro l’occupazione del nostro territorio dei signori della guerra che esigono il nostro prodigarci per le loro missioni di pace.

Ma per dir la verità rischiano di non essere utili a se stessi, perché mentre guardano la Casa di Carta e pontificano contro chi denuncia la gestione di una emergenza, che è “sanitaria” unicamente perché i virus come tutte le patologie capitalistiche si sviluppa, rafforzato, nella crisi sociale, sono diventati a rischio anche loro, per via degli inevitabili tagli in busta paga, della riduzione del potere d’acquisto, della vulnerabilità contrattuale, di un’assistenza anche privata che viene indirizzata a fronteggiare il virus mentre tre milioni di accertamenti e esami diagnostici sono stati cancellati.

Ci deve essere un vaccino misterioso che ha funzionato e è quello che mette al riparo da autocritica e senso di responsabilità. Anche oggi a margine di post critici della lettura data dei tumulti, c’è tutto un fervore di commenti a firma degli esponenti dall’antifascismo benpensante, con qualche pennellata di lieve intemperanza, comprensibile eh,  che invita a imbracciare il mitra contro i generatori di disordine.  

Così a nessuno di loro viene da interrogarsi sul proprio carico personale e collettivo nell’aver consegnato la testimonianza del dolore dei sommersi agli unici che provano minor disgusto, per furbizia o somiglianza, nel mischiare i propri versi bestiali e rozzi con i suoni delle pance vuote, della collera degli sfruttati inascoltati.

A nessuno di loro vien fatto di pensare che quella marmaglia urlante che chiede aiuti non ha poi molta meno dignità degli officianti dell’atto di fede nell’Europa, che vanno, cappello in mano, a chiedere l’elemosina, oculatamente  condizionata, concessa grazia alla partita di giro dei contributi nazionali.

A forza di condannare il populismo sono riusciti nell’impresa di condannare  il popolo del quale rifiutano di far parte, preferendo chiamarsi “società civile”, fisiologicamente e naturalmente virtuosa e educata secondo le regole del bon ton imposte dall’ideologia del politicamente corretto.

E a forza di condannare il sovranismo hanno raggiunto l’obiettivo, anche quello ammodo e rispettoso, di condannare qualsiasi resistenza a rinunciare a competenze, poteri  e sovranità di uno Stato retrocesso a elemosiniere del sostegno a imprese e azionariati che investono nella roulette finanziaria, mentre guardano con interesse alle ipotesi di rafforzamento istituzionale di regioni, una poi che rappresenta la nostalgica continuità con una narrazione del passato,  che pretendono un’autonomia di marca secessionistica intesa a favorire le privatizzazioni in settori strategici.

Purtroppo è quella là la loro “alternativa”, l’idea che hanno del futuro da quando il riformismo e il progressismo hanno deposto le armi già spuntate perché non facessero troppo male, da quando hanno dismesso la possibilità che si possa anche solo immaginare qualcosa di diverso dallo status quo, da quando i produttori di sapere e cultura sono stati colonizzati dall’ideologia neoliberista, appagati di appartenere alla sfera dei creativi dei Navigli, delle start up della Grande Illusione venute su dai garage e sortite dalle cantine, del mondialismo cosmopolita delle vacanze intelligenti e degli Erasmus.

Costruire il blocco sociale fra terzo stato e classi medie impoverite e sempre più minacciate dalla globalizzazione,  dovrebbe essere l’obiettivo di un  pensiero e di un movimento di sinistra. Incompatibile dunque con chi disprezza chiunque al momento sia un gradino sotto al suo nella scala sociale, culturale e quindi anche morale, quello che comporta la rivendicazione della propria superiorità rispetto a commercianti, baristi, ristoratori, ma pure teatranti, musicisti diventati inutili forse molesti, non essendo addetti alle attività essenziali.

Per una estensione del principio della meritocrazia anche loro sono diventati come il resto della plebaglia precaria, non garantita, quindi immeritevoli di riconoscimento e ascolto, probabili piccoli evasori, meno prestigiosi dei finanziatori delle Leopolde, probabili eversori, in quanto attentano all’ordine pubblico che da sempre esige una giustizia differenziata e una repressione che criminalizzi gli ultimi per rassicurare loro, i penultimi, uno status già minacciato, ma da quelli che stanno più su.  


Che fatica fare il Popolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il signor Presidente del Consiglio ha saggiamente ritenuto di soprassedere alla decisione di indirizzare, dall’autorevole tribuna di Domenica In,  un messaggio alla nazione  inteso a augurare un  fervido in bocca al lupo  agli studenti che da lunedì torneranno sui banchi di scuola.

Non sappiamo se la decisione sia stata presa dopo che un preside ha reagito, pare scompostamente – si sa che la plebaglia è fatto così –  quando in odor di polemiche aveva rassicurato sulla “tenuta” dell’istruzione pubblica dichiarandosi talmente fiducioso da accompagnare lui stesso suo figlio a scuola! Sentendcosi rispondere che in quello come in altri istituti mancano manutenzione, sanificazione, aule, banchi, mascherine, e pure insegnanti.

Ma in fondo che cosa pretendiamo da un governo il cui ministro incaricato dell’istruzione affida il suo messaggio  a una tee shirt con su scritto “che fatica fare la ministra”.

Non sappiamo se invece a sconsigliarlo siano state le polemiche della cosiddetta opposizione che ha denunciato l’utilizzo “scandaloso” del mezzo pubblico per una uscita di chiara marca elettorale.

Sappiamo invece che a nessuno è passato per l’anticamera del cervello di obiettare sul fatto che sia considerato normale che la comunicazione ufficiale del capo dell’esecutivo sul tema più controverso e delicato che interessa milioni di cittadini avvenga in una trasmissione di intrattenimento e non sui canali istituzionali.

Ma in fondo cosa pretendiamo se si tratta di funzioni e attività attribuite a un reduce del Grande Fratello, lo show, non l’attualissimo libro di Orwell, che ha contribuito all’affermazione di principi di partecipazione democratica digitale e che oggi è ancora al centro di alate disquisizioni per via della possibile partecipazione di un augusto fidanzatino.

Il fatto è che paradossalmente come le accuse di sovranismo provengono da chi ha agito e agisce per demolire l’edificio di poteri e competenze nazioni, per darle in consegna a una sovranità autoritaria e antidemocratica “superiore” agli stati partner, così quelle di populismo sono a cura di chi sta alimentando istinti primordiali a cominciare dalla paura, per passare al sospetto e al risentimento, per far retrocedere anche il concetto di popolo a marmaglia ignorante da addomesticare con un po’ di circenses al posto del pane sempre più scarso, affidati a rottami dello spettacolo che ostentano ignoranza e grossolanità come virtù doverose in chi vuol fare audience e in chi cerca consenso.

Ma in fondo cosa pretendiamo se il successo decretato di questo governo di salute pubblica nasce proprio da questo.

Nasce dal trattare i cittadini come bambinacci che devono essere guidati, indirizzati, ripresi severamente e governati con molto bastone e poca carota, in forma di bonus e mancette, dal criminalizzare comportamenti e atteggiamenti critici del suo operato come eresie disfattiste e irresponsabili, dal creare una incontrastabile gerarchia di diritti e prerogative in testa alla quale è stata collocata la salute intesa come sopravvivenza del corpo, purchè già sano – che ormai pregresse patologie vengono condannate come espressione di scarso spirito civico e  istinto alla dissipazione parassitaria di risorse pubbliche – e non importa se affamato, umiliato dalla condanna alla servitù comminata grazie alla cancellazione di altri diritti, istruzione, abitazione e emolumenti dignitosi, socialità.

E dire che ci vorrebbe poco a capire che questa gestione dell’emergenza, trattata come un imprevedibile incidente della storia che nulla avrebbe a che fare con la globalizzazione e i sui effetti perversi in grado di scatenare elementi e diffondere alla velocità del lampo mali e malanno, che nulla avrebbe a che fare con una antropizzazione che ha prodotto devastazioni ambientali e che ha preteso di privilegiare le ragioni del profitto rispetto a quelle del benessere, quello vero, che prevede qualità della vita, salute tutelata, accesso a opportunità, cultura, servizi, ha innescato altre rinnovate disuguaglianze che esasperano quelle di un decennio e più di crisi.

In modo che i ricchi siano curati e i poveracci persuasi ai benefici del faidate domestico, che la cittadinanza sia divisa in gente condannata al pubblico servizio e al sacrificio in supermercati, fabbriche, mezzi di trasporto di qualità e prestazioni pari a carri bestiame, magazzini, industrie convertite alla produzione di dispositivi sanitari rappresentativi del brand della pandeconomia, impegnati a garantire, doverosamente, l’indispensabile a altri target, quelli prescelti o selezionati, per nascita, rendita, appartenenza, o semplicemente culo, per stare sul canapè a sperimentare i prodigi digitali, anche quelli selettivi, della Dad, del lavoro agile, della democrazia coi “mi piace” nei social,  nella convinzione di essere, ancora e in futuro, “salvati”.

Tanto che sono questi ultimi a “fare” opinione e generare consenso, offrendo gli indicatori del gradimento del governo, il migliore che potesse capitarci, malgrado la Lamorgese prosegua indistruttibile nel consolidare il Minnitipensiero e la Weltanshauung salviniana in materia di ordine pubblico, respingimenti, chiusura dei porti, repressione del malcontento, patti osceni con tiranni africani, malgrado la Azzolina, miss Maglietta asciutta, se la batta con la Gelmini e la Fedeli in tema di distruzione volontaria della scuola pubblica.

E malgrado che la Bellanova non faccia rimpiangere l’ideologia della schiavitù per tutte le età e le etnie di Poletti, nel rispetto del suo prodigarsi per il Jobs Act e della legge Fornero della quale è stata entusiasta relatrice, malgrado che la De Micheli inamovibile armeggi garrula per lo sviluppo incontrastato dell’imperio del cemento, della speculazione e della corruzione che ne deriva, malgrado che l’inossidabile Franceschini continui a agire per la trasformazione del Paese in un Luna Park pieno di gadget e passatempi per turisti poco inclini a contemplazione e rispetto.

E infatti chiunque invece abbia la ventura di frequentarlo quel popolo così criminalizzato e penalizzato, chiunque non viva solo quella speciale condizione di privilegio stando nella tana che si augura non sia mai provvisoria delle sicurezze ancora concesse dalla lotteria sociale o naturale, chiunque abbia a che fare con chi già prima faticava a arrivare a fine mese e ora ha dato fondo a tutte le riserve, non ha percepito la cassa integrazione, e ce ne sono, ha chiuso il suo esercizio commerciale, non riaprirà il bar, l’albergo, la trattoria, ecco, chi li incontra i nuovi cassintegrati dell’Ilva, quelli “sospesi” in attesa che imprenditori che non hanno mai investito un quattrino in sicurezza e innovazione, possano accedere alle risorse dell’elemosina europea a “babbo morto” come si dice a Roma, ecco tutti questi sanno che la plebaglia eretica ha smesso di preoccuparsi se il Covid è frutto di un complotto o ha soltanto favorito una cospirazione per far esplodere le contraddizioni della società, in modo che i poveri diventino più poveri e ricattabili e intimoriti e i ricchi più ricchi e tracotanti e immuni e impuniti.

Non hanno tempo né testa per interrogarsi se sia più o meno di un’influenza, se faccia più danni delle migliaia di infezioni contratte in ospedali dove manutenzione e profilassi sono banditi, come si è visto con la morte allegorica e infame di due bambini nutriti con l’acqua contaminata, perché quello che hanno conservato malgrado la pandemia non può davvero chiamarsi vita.

Ma andatelo a dire ai dotti sociologi e pensatori che si preoccupano dei fermenti che si agitano ai “margini” della società turbopopulisti, che attentano alla loro salute di anziani maestri, che quelli che additano al pubblico ludibrio in veste di frequentatori del Billionaire o delle “discoteche cheap della costa romagnola”, irresponsabili e egoisti, non sono il popolo, che invece è fatto di quelli che gli permettono di pontificare dal salotto buono, ben rifornito di rete, Tv, servizi, alimenti, bevande, quelli che fanno funzionare la macchina della quotidianità.

E se proprio vogliono aver paura è meglio che ce l’abbiano di perdere i loro privilegi, le loro incrollabili certezze, il loro accesso esclusivo a opportunità immeritate concesse per appartenenza, fidelizzazione, conformismo, ipocrisia.  E se proprio vogliono provare quel gusto atavico, allora ce l’abbiano di noi maledetto popolo, maledetti cittadini.


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