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Crimini veri, falsa coscienza

coscienza_1Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte ho la tentazione di pubblicare un brano scelto del povero Gramsci, che circola nell’immaginario collettivo solo per via della nota citazione di condanna che chi non mette l’ultimo “je suis…” sul profilo, o di altri illuminati,  per godermela a leggere invettive e censure degli opinionisti della tastiera.

Oggi verrebbe bene diffondere con un nom de plume qualche scritto di Marx (col rischio che venga attribuito a Fusaro, il Moccia della filosofia) sulla falsa coscienza, tema quanto mai attuale di questi giorni e che in pillole facili da digerire tra un micetto e la foto della parmigiana di mammà, sta a significare quella ideologia artificiale confezionata e indotta da tutte le forme di dominio sociale e politico quando hanno bisogno di un impianto di valori di riferimento  in grado di sostenere e giustificare  la loro supremazia. E’ i sostanza una specie di copricapo sulla testa del potere   che serve a legittimare e far condividere il suo ordine sociale perchè venga assorbito e sintetizzato da chi subisce quel dominio fino a far sì che se senta parte.

Apriti cielo, figuratevi se qualcuno dei lettori avrebbe il coraggio di ammettere la sua fidelizzazione e militanza nelle schiere dei falsocoscienti,  così bene incarnati dagli accoliti e dalle vestali del “politicamente corretto”, intenti in queste ore a raccogliere firme e fondi per la difesa della strenua ribelle via mare che in una botta sola ha saputo colpire il sovranismo e pure la sovranità di uno Stato, stando bene attenta a sceglierlo tra le canagliette europee cui non si deve il rispetto riservato al suo di origine o all’affine Olanda, in quanto pigro, indolente e  fascista a guardare al suo passato e pure al suo presente, evidentemente qualitativamente e quantitativamente meno limpidi di quelli germanici.

Inutile dire che dei profughi, quelli salvati dalla capitana e quelli diversamente “sommersi” arrivati per altre strade meno epiche, non sono tenuti ad occuparsi una volta portati in un campo, in un centro, in una lager amministrativo, perchè quello che conta è che si sia compiuta la liturgia simbolica di trarli dalle acque per poi poterli dimenticare, figure di sfondo nella scaramuccia interna cui viene ridotta la politica e le sue scadenze.

Elezioni europee ( e c’è da capirlo, trattandosi dell’insediamento di un organismo senza poteri), trattati capestro, approvvigionamento di armi, obbedienza all’impero e partecipazione alle sue imprese coloniali, opere transnazionali imputate a noi, militarizzazione di porzioni di territorio nazionale da parte di stati esteri, che si comprano a prezzi scontati fette di coste, immobili di pregio, impunità e immunità nei confronti di leggi  e interesse generale, tutto diventa oggetto di guerricciole per bande, tra  fazioni che a guardar bene non differiscono, se non nella proposta di uscire dal sistema di sfruttamento saltando sul carro della modernizzazione che invece ne garantisce la sopravvivenza e l’accumulazione grazie alla creazione di nuovi bisogni anche morali e esistenziali in sostituzione di diritti, che idealizza il volontariato in modo da contribuire alla demolizione del welfare in favore del capitalismo compassionevole, che propaganda un femminismo esaltandone gli aspetti individualistici per sostituire il conflitto di classe con quello di genere e prospettando un riscatto basato sulla sostituzione dei  maschi con donne meritevoli nei posti di comando, navi comprese, partiti e ministeri, fondi monetari, imprese speculative.

Salvini o i croceristi sulla Sea Watch hanno modalità differenti, ma i pietosi visitatori del Pd dimenticano che gli accordi infami con despoti e tiranni in nome della nuova cooperazione con l’Africa, sono frutto dei loro governi;  i respingimenti italiani e quelli tedeschi hanno solo apparenze diverse:   la Bundesrepublik è stata storicamente generosa con i profughi, quando servivano come forza lavoro dequalificata, ma la linea dell’accoglienza di Angela Merkel è durata pochi giorni, convertita nella mancia a Erdogan perché si tenesse i siriani e rispedisse i migranti in Grecia o in Italia, preferibilmente sedati e ammanettati. La comandante ribelle e il trucido ministro specularmente inseguono obiettivi simbolici e propagandistici, a una la candidatura al Nobel della pace all’altro quello  all’Ignobel della ferocia.

I fascisti da parata dei quali si teme  tanto l’affermazione si distinguono da quelli veri di ieri, oggi e domani, perchè stanno petto in fuori e mani sui fianchi come Farinacci, perchè digrignano i denti, perchè emettono fetidi umori che evocano la violenza e sopraffazione, ma gli uni e gli altri grazie all’occupazione ideologica esercitata dal progressismo che ha avvicinato le etichette del riformismo di centro sinistra a quelle liberali fino a farle coincidere, sono associati e concordi nella inevitabilità del capitalismo, nella disperata resa allo status quo, nella ineluttabilità della globalizzazione, quando è invece vero che l’eliminazione dei concetti di popolo, nazione, sovranità e la segmentazione dei cittadini in sudditi appartenenti a gruppi in conflitto per l’accesso a servizi, istruzione, informazione, è il successo della pratica politica di imperi e regimi coloniali.

E infatti i raccoglitori di firme in calce si guardano bene dall’avviare una petizione per la nazionalizzazione dell’Ilva, che forse intendono come involuzione sovranista? unica strada invece per risarcire anche eticamente una città martire nella quale lavoratori e cittadini  si sono ammalati, sono morti, dalla quale sono fuggiti proprio come i profughi e avendo uguale diritto a essere salvati, per gli interessi di un padronato,   che prima  ha approfittato degli aiuti elargiti dallo Stato italiano senza mai impiegarli per modernizzare e risanare gli impianti,  per poi metterli all’incanto quando ormai erano diventati i monumenti dell’incuria e dello sfascio infrastrutturale e ambientale. E i guardiani della legalità irridono il velleitarismo, che forse intendono come populismo? di chi esige l’impugnazione dei termini dell’accordo fra amministrazione pubblica e industria  che prevede di sollevare i nuovi proprietari da responsabilità giuridiche ascrivibili alla vecchia proprietà.

Come se il dramma dell’Ilva fosse un incidente casuale sulla strada del progresso venuto alla luce con il governo degli incompetenti che non sanno come rigirarsi nell’ordine costituito messo in piedi da gente navigata, saputa e cosmopolita che ha concesso i nostri beni accompagnati dai benefits di bassi salari, mobilità, cancellazione di conquiste e garanzie, impunità delle leggi sulla sicurezza e la tutela ambientale a aziende straniere.  

E’ questo il mondo che vogliono dove le leggi e gli imperativi morali li fanno loro, padroni delle coscienze e dei rimorsi, come lo sono dei ricatti.

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La giustizia non è uguale per tutti

benchAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è stato un tempo cui oggi guardiamo come a una età di Pericle nel quale in molti illuminati pensarono che la democrazia conquistata con il riscatto di un popolo dovesse essere sottoposta a una continua e pervicace manutenzione, perché non era bastata una lotta di liberazione dallo “straniero” per stabilire e consolidare condizioni di uguaglianze, giustizia e libertà. E che la Costituzione non doveva restare una pagina di straordinario valore morale e perfino letterario, ma un elenco di propositi e responsabilità alla cui realizzazione  tutti dovevano concorrere.

Nascevano allora delle organizzazioni che volevano affrancarsi da principi e legami di carattere corporativo per impregnare dello spirito democratico istituzioni, corpi e strutture dello stato e professioni che erano incaricate di svolgere funzioni di servizio. Accadeva una cinquantina di anni fa, quando  Giulio A. Maccacaro fondò “Medicina Democratica” che nel rifarsi a valori universali della scienza ne indicava i limiti quando si mettevano al servizio del mercato,  se avevano il sopravvento ” quelle statiche e sonnolenti interpretazioni dell’articolo 32, 1° comma della Costituzione”, se non diventava patrimonio sociale e culturale comune il diritto alla salute, oggetto di una lotta collettiva capace “di contestare alla radice non solo come produrre ma anche cosa, per chi e dove produrre”.

E in quegli stessi anni nasceva Magistratura Democratica (era il 1964) che si caratterizzava per un’ispirazione ideologica  improntata alla difesa dell’autonomia ed indipendenza del potere giudiziario rispetto agli altri poteri dello Stato,   impegnata nello “sviluppo di una cultura giurisdizionale europea fondata sul rispetto, in ogni circostanza, dei principi dello Stato di diritto democratico, tra i quali spiccano in primo luogo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”

Ci vuol poco a capire quanto servirebbe oggi la lezione di Maccacaro applicata, tanto per dire, alla città di Taranto dove si è saputo di controllori comprati e venduti, dove star bene è incompatibile col salario, dove la bandiera italiana si alza a mezz’asta per ricordare il +21% di mortalità infantile rispetto alla media regionale ,il +54% di tumori in bambini da 0 a 14 anni, il +20% di eccesso di mortalità nel primo anno di vita e il +45% di malattie iniziate già durante la gestazione.  E quanto sarebbe utile quella di Marco Ramat, uno dei padri di Magistratura Democratica, per rivedere quelle radici fondanti alla luce del tramonto europeo e della dispersione di quella radiosa visione convertita in fortezza dalla quale partono gli imperativi della cancellazione di democrazie, diritti, indipendenza e autodeterminazione e  quando l’auspicata autonomia dai poteri dello stato non sembra annoverare  quella dal potere economico, dalla ingerenza partitica e dalla subalternità ai  vari “comitati di affari della borghesia” come li chiamava Lenin.

Secondo gli archivi dell’associazione stessa aderiscono a Magistratura democratica circa 900 degli 8.886 magistrati italiani in servizio, ovvero circa un magistrato su dieci. Non sono molti ma con quelle premesse sarebbe lecito  aspettarsi che da loro venisse qualcosa di più ragionato e incisivo delle letterine a babbo natale impregnate di un vago umanitarismo prodotte in occasione dei congressi e che sembrano adattarsi alla falsariga delle mozioni elettorali del Pd, o del blando comunicato emesso mentre fuori divampa la fiamma dello scandalo: … ribadiamo che Magistratura democratica – neppure presente in CSM come sigla autonoma – è del tutto estranea a tali vicende.

Come denunciava il Simplicissimus,  (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/06/16/la-giustizia-e-cosa-troppo-seria-per-lasciarla-ai-magistrati/) la giustizia avrebbe bisogno di essere officiata da ben altri sacerdoti.

Non tutti devono essere Falcone e Borsellino, per carità, vorremmo non aver bisogno di martiri, ma non bastano di certo le mozioni congressuali intrise di buoni sentimenti e spirito umanitario e compassionevole  per rassicurarci sulla separazione oltre che dai poteri interni da quelli europei e sovranazionali con i quali partecipiamo a imprese belliche e coloniali, non è sufficiente un comunicato sul caso Diciotti per confortarci che nei tribunali non si assecondi la volontà del legislatore che per legge ha stabilito che lo straniero non possa difendersi come il cittadino italiano in tutti i gradi di giudizio, così come non tranquillizza che in nome della rivendicata autonomia insieme a Montesquieu nella relazione di apertura dell’ultimo congresso sia citato Ezio Mauro in veste di politologo e costituzionalista a conferma  dell’allarme per il radicalismo del nuovo sovranismo alla pari con  il radicalismo egualitario e camaleontico dell’antipolitica, colpevoli di aver  sancito la sconfitta della sinistra rappresentata dal Pd, o che si metta in guardia dalla fascistizzazione della nuova destra (che per la verità tanto nuova non è se è stata la governo vent’anni producendo per esempio la Bossi Fini, la legge Maroni e quelle ad personam), dando credito che il problema cruciale del  paese sia la percezione indotta  dell’invasione straniera, in linea con il negazionismo che bollando la marmaglia posseduta da rigurgiti reazionari,  nazionalistici,  protezionistici, smentendo l’ovvio: le disuguaglianze crescenti, la falcidia di posti di lavoro e la dequalificazione dell’occupazione che ancora c’è, la riduzione dei redditi e del potere d’acquisto prodotta dai processi di globalizzazione e finanziarizzazione.

E se i magistrati democratici proprio volessero riguadagnare la buona reputazione nel contesto geografico europeo meglio sarebbe che ricercassero l’approvazione della Corte di Strasburgo, impegnandosi in prima persona per reclamare e garantire l’attuazione dei principi che condannano il reato di tortura, quelli commessi da industrie criminali contro la sicurezza sul lavoro e l’ambiente.

Loro e gli altri quasi 9000 li vorremmo vedere esprimersi e applicare le leggi (che ci sono e sono anche troppe) sugli stati di necessità, per reprimere quelli fasulli di chi commette abusi e fare giustizia per quelli che riguardano i senza tetto che occupano gli alloggi   vuoti frutto di speculazioni immobiliari colpiti dalla sospensione dei servizi, distinguendo tra chi reclama il diritto primario alla casa da Casa Pound, tanto per fare un nome a caso. E quello stesso nome insieme ad altri della stessa fatta viene alla mente, quando vorremmo vedere che un magistrato applicasse con la doverosa severità le leggi che proibiscono l’apologia di reato, senza bisogno di farne di nuove, che basterebbe prendere alla lettera quella che già ci sono mai eseguite a memoria d’uomo post-resistenziale.

Perché il fascismo quello di ieri e quello di oggi si combatte così,  non applicando le leggi come se fossero teoremi aritmetici o peggio algoritmi, si tratti di uso privato delle armi, di decoro urbano compromesso dai poveracci di qualsiasi etnia la cui visione turba e va limitata, colpendo gli ultimi per rassicurare i primi e pure i penultimi. Perché di quello parliamo quando i grandi truffatori, i grandi corruttori, i grandi speculatori, le grandi multinazionali sfuggono alle maglia della giustizia a differenza del ladruncolo della proverbiali due mele,  perché le regole e i principi di legalità vengono confezionati dalla lobby dei grandi studi legali internazionali, e poi eseguite sciorinando il repertorio di scappatoie offerte generosamente dai “tempi dell’amministrazione della giustizia”, anche quelli discrezionale e arbitrari, veloci coi deboli, lenti coi forti che così possono entrare e uscire dalle porte girevoli di tribunali e patrie galere.

Si la giustizia è una cosa seria ma complicata. E per quello se la comprano quelli che se la possono permettere, quelli che possono farsela da soli, quelli che la aggiungono al tanto che hanno già togliendola a quelli che ne avrebbero più bisogno.


Europazzi

2 eAnna Lombroso per il Simplicissimus

La quotidiana pratica di umiliazione di cittadini ed elettori ha trovato il suo vertice in questa campagna elettorale nella quale l’Europa è stata un nome accompagnato da un più, da un “altra”, poco meno di un fantasma intimidatorio che si aggira nei territori nazionali in modo da avvilire  qualsiasi critica e opposizione ai comandi dell’Ue,  catalogandole come  razziste, neofasciste, xenofobe, sessiste, espressioni insomma del governo vigente che è arrivato come un fulmine inatteso a squarciare l’atmosfera solare, pacifica e limpida del “prima”.

Ci sarebbe quasi da compiacersi per l’inusuale pudore delle liste in lizza che non hanno nemmeno tentato di nascondere la portata “locale” della sfida, se non fosse sicuro che in caso di disillusioni e punizioni, anche quei risultati sarebbero immediatamente retrocessi a dati non significativi e decodificati in modo strumentale per non dire aberrante, fino a ipotizzare selezioni dei target degli aventi diritto in modo da scremare all’origine i più meritevoli.

Ma non c’è da stupirsi, si tratta di un male comune in questa “confederazione” di stati che, lo dice il nome stesso, avrebbero dovuto trovare una temporanea o permanente unità di intenti  per la comune difesa dei partner, regolata in base a norme di diritto internazionale, ma che fin dalla fase della sperimentazione in provetta ha imposto la doverosa cessione di sovranità in forma disuguale e iniqua a formare un super-sovranismo tenuto non sempre saldamente in due o tre mani di ceti dominanti che rinunciano a qualsiasi progetto nazionale che non si ponga l’obiettivo di generare una classe sottosviluppata, impoverita e dunque subalterna.

Ed è un prodotto esemplare di questa visione proprio quel Parlamento per il quale si vota domani, nato come organo puramente consultivo che solo nel 1999 ha visto rafforzare i suoi poteri ma che tuttora non possiede potere di iniziativa legislativa, che spetta invece alla Commissione. Mentre di fatto la “Legge Primaria” in Europa restano i Trattati, Maastricht, Lisbona, o il Fiscal Compact, ridicolizzando la partecipazione e rappresentatività dei cittadini elettori  e che  nessun partito e movimento nazionale o transnazionale ha la forza e la volontà di impugnare per contrastare le politiche neo-liberiste e la soggezione alla Nato e ai suoi fantocci,  a cominciare dal fascista e sfascita Salvini, che fascista è, che porta in piazza i suoi sovranisti per far contare i voti che porterà dopo domenica a alleati più compiacenti, antisovranisti a casa e sovrasovranisti a Bruxelles e Stasburgo, gli stessi che lo hanno più che sottovalutato, blandito, vezzeggiato, fatto crescere, perché è meglio un cagnaccio che abbaia ma sta nel canile a guardia dello stesso padrone.

Così officiata la solita liturgia e fatti i doverosi scongiuri e esorcismi contro il riaffiorare delle oscene pulsioni scaturite a sorpresa da chissà dove, ci viene somministrata la solita balla stratosferica sulla necessità di votare per la galera che applica la ricetta fallimentare dell’austerità per combattere la povertà che produce, di sostenere la fortezza che ci rimprovera per la cattiva accoglienza ai migranti che provoca in prima linea in guerre coloniali, di dare appoggio all’entità che ostacola e riduce le democrazie colpevoli di nascere da lotte di liberazione per salvare la democrazia dalle destre che nutre e alimenta, per gli sbirri della sicurezza secondo i comandamenti dell’ ordoliberismo  comunitario per tutelarci da quelli indigeni mandati a menare chi non abbraccia l’ideologia e le opere del totalitarismo mercantile, economico e finanziario, compresi i giornalisti scambiati per antifascisti che potrebbero disturbare mercati e la roulette del casinò globale protetta dai croupier del rating e dello spread.

A guardarsi intorno non c’è da fidarsi proprio di nessuno, non certo di un Salvini che ha imparato a cambiare felpa a seconda degli interlocutori del suo latrare grazie al frullato di populismo, sovranismo e neoliberismo, o dei 5stelle che hanno scoperto un realistico moderatismo democristiano la cui parola d’ordine ormai è “vorremmo ma non possiamo”, preoccupati delle intemperanze dello scomodo alleato quanto delle minacce di quella che si continua a chiamare troika che potrebbe metterci ginocchioni sui ceci se avanziamo legittime rivendicazioni, nemmeno a parlarne di quelli che con la loro presenza simbolica e purtroppo già collaudata l’Europa pensano di riformarla, mettendo un po’ di strofe di Bella Ciao, ormai sdoganata in chiesa e in piazza, non certo dell’Internazionale, come controcanto alla ferocia degli inni della guerra di classe alla rovescia.

Siamo oggetto di appelli al voto “comunque”, della implacabile offerta imperdibile del peggio (Pd e Fi),  conosciuto e purtroppo provato e non solo rispetto al peggio cominciato da poco, più maleducato, ma soprattutto nell’ipotesi indesiderabile per l’establishment di un meglio che ancora non sappiamo e che dovremmo farci noi, non stando più a ascoltare le loro sirene, mica solo quelle europee, piuttosto quelle delle ambulanze per il malato già morto.


Sovranismo e “addizione” europea

images (1)Oggi ho fatto una scoperta che per me ha dello straordinario: su Marx XXI è apparso un articolo nel quale finalmente si esce dalle mezze parole e si dice che l’Europa è un’entità sovrana e dunque partecipa del sovranismo non diversamente  dagli stati stati che lo compongono: si tratta semplicemente di un ingrandimento quantitativo, di una semplice addizione che non cambia la sostanza e la qualità delle cose quando non la peggiora. Dunque essere antisovranisti in nome dell’Europa è un controsenso, un equivoco o un abbaglio nel migliore dei casi. E’ una cosa che dico da anni e non per merito di particolare intelligenza, ma perché è un fatto ovvio anche a prescindere dagli atteggiamenti sempre più imperialisti e colonialisti assunti dalle oligarchie continentali nell’ultimo quindicennio sulla scia degli Usa, ma perché qualsiasi contesto politico, economico e  territoriale ha senso solo se può esercitare la sovranità al suo interno. Dunque la polemica sul sovranismo è sempre stata priva di un significato fattuale che non fosse quello di mortificare la sovranità degli Stati storici dove questa ha ancora bisogno di un qualche consenso popolare, sia pure estorto a media armati, per esaltare quello dell’Unione la cui governance non deve temere un simile fastidio. E’ ben noto come il Parlamento  che andremo a eleggere sia del tutto privo di poteri. una sorta di allegoria democratica come i carri di cartapesta a Carnevale, con la sola differenza che non ci si diverte affatto. Del resto non è che l’unione di 50 stati al di là dell’atlantico che molti europeisti destri e sinistri prendono a modello sia per ciò stesso garanzia di assenza di nazionalismo, anzi si tratta dell’entità più nazionalista che si vede da secoli.

La cosa straordinaria e inquietante è che ci siano voluti parecchi anni perché questa cosa così lampante sul sovranismo europeo cominciasse ad emergere dalle acque torbide dei discorsi in malafede o semplicemente ottusi, anzi forse proprio grazie alla quantità di fango storico – politico che gli oligarchi del continente hanno sollevato su Russia e Cina, mostrando un volto sciovinista e allo stesso tempo servile nei confronti di oltre atlantico che è tipico delle posizioni ultranazionali . O forse sta emergendo via via che diventa più chiaro come le retorica dell’Unione abbia in realtà come protagonisti gli stati più forti che hanno imposto le regole, metodi di convivenza e alla fine un giogo mortale agli altri.

Si dice che non è mai troppo tardi, ma non sempre è vero: non lo è in questo caso proprio per le sinistre residuali che dopo il crollo dell’unione sovietica hanno trovato nell’europeismo un rifugio, una tendopoli per terremotati e vi hanno trasportato le suppellettili  scampate al disastro. Soprattutto un internazionalismo esaltato e astratto, nato all’indomani del primo massacro bellico, incline a considerare superata la questione nazionale e di conseguenza a delegittimare non soltanto l’autodeterminazione dei popoli ma anche i problemi della rappresentanza collegati agli stati, gettando il bambino con l’acqua sporca. Si tratta di vizi antichi e di dialettiche di base, nati col marxismo stesso  visto che lo sviluppo capitalistico in occidente è stato determinato nella sua nascita e nelle sue forme dai surplus dovuti inizialmente alle rapine nel medio oriente di cui gli italiani furono maestri, poi allo sfruttamento del nuovo continente che ammazzo lo Stivale e fece decollare gli stati atlantici, infine alla politica coloniale in Africa, Asia e Sud America. Questo nodo gordiano rende praticamente impossibile alla sinistra sia riconoscere fino in fondo i vizi assurdi dell’Europa, sia comprendere come – ad esempio – in Cina non si pratichi tout court un semplice capitalismo nemmeno più tanto travestito, ma si applichi una peculiare forma di liberazione da un capitalismo che si è proposto essenzialmente non come scontro di classe, ma come dominio coloniale. Del resto basta leggere Mao per vedere che il grande timoniere già nel 1940 intendeva  prima di  arrivare al socialismo, “sgomberare il terreno allo sviluppo del capitalismo”. E questo non per creare ipotetiche condizioni rivoluzionarie che si sono dimostrate relativamente inconsistenti sul piano storico e anche su quello teorico, ma perché nessuna rivoluzione sarebbe mai possibile sotto un dominio esterno di natura esplicita o implicita.

Su questo si potrebbe discutere a lungo, come del resto si è fatto nell’ultimo secolo, ma non è lo scopo di questo post che invece vuole salutare il farsi strada di una visione apertamente diversa rispetto all’idea di Europa anche all’interno di ambienti tendenzialmente incollati all’ortodossia. Certo fuori tempo massimo per guidare o anche per condizionare in un modesto sub appalto gli sviluppi di una lotta di liberazione dall’oligarchia. Ma se è troppo tardi per far sentire la propria voce, non è non è mai troppo tardi per rinascere.


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