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Questione giudiziaria, questione settentrionale

fedAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se la rivendicazione “federalista” della Regione Lombardia, avanzata insieme a Piemonte e Veneto, tutte e tre in testa alle classifiche di rendimento in occasione del Covid, non nasconda anche qualche pretesa non ancora rivelata in tema di amministrazione della giustizia, in modo che si possa effettuare un graduatoria della legalità tra meritevoli, in testa quelli che possono vantare più dinamismo, maggiore produttività confermata dai procedimenti giudiziari in corso, e immeritevoli, e giù quelli che sono affetti dagli stessi mali di sempre, meno competitivi nella gara da quando camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra hanno trovato più vantaggiosi contesti da infiltrare e occupare.

Fosse così la Lombardia si meriterebbe dei tribunali speciali, autonomi e con la collaborazione di soggetti privati proverbialmente più efficienti. Può esibire infatti  cinque inchieste, quelle  che riguardano la  fornitura dei test sierologici appaltatai in affidamento esclusivo alla Diasorin e il conflitto di interesse relativo alla fornitura dei camici, che interessa direttamente il presidente indagato per frode in forniture pubbliche. Altre che concernono gli eventi verificatisi durante  l’emergenza coronavirus:  la mancata chiusura della Val Seriana e la diffusione del virus nelle residenze per anziani. Poi ci sono i filoni “conoscitivi”   sulla realizzazione  dell’ospedale negli ex padiglioni della ex Fiera di Milano, per il quale il nucleo Tributario della Gdf sta indagando su  spese e consulenze.

Ma i guai per Fontana non finiscono qui: sempre nell’ambito dello scandalo dei camici, ci sarebbe un tentato versamento di denaro, segnalato come Sos-Segnalazione sospetta,  proveniente da un suo conto svizzero precedentemente intestato alla madre, per il quale nel 2015 aveva eseguito uno scudo fiscale per 5,3 milioni.

Gli indicatori e i criteri per definire e valutare l’onestà  non dovrebbero dar luogo a gerarchie e graduatorie: o lo sei o non lo sei, soprattutto quando i comportamenti di pubblici ufficiali, rappresentanti eletti, uomini delle istituzioni ledono i beni comuni e l’interesse generale. Senza rifarsi all’immancabile confronto tra il pensionato che ruba due mele per fame e, sempre per restare in Lombardia, Formigoni, dovrebbero suscitare la stessa ripugnanza i misfatti indecenti consumati all’ombra della pandemia  e i miserabili trucchi messi in atto all’ombra della legittimità per anni e anni, a suon di note spese spregiudicate (comprensive di lecca-lecca, pedalini, preservativi e sexy toys, crapule e dopocena in club a luci rosse), indennità discutibili, innocenti regali di elettori riconoscenti in cambio di accomodamenti.

E si potrebbe aggiungere in tema di micragnosa grettezza, la recente  pidocchiosa decisione unanime dei consiglieri regionali dal Piemonte alla Calabria fino alle regioni a statuto speciale,  di incassare il gettone di presenza e, in qualche caso, anche il rimborso di trasferimento relativi ai mesi di lockdown.

Mentre, a proposito dell’inazione che non sempre è migliore dello strafare, chissà come potremmo definire con il metro dell’onestà le prestazioni del presidente della Liguria Toti che ha lasciato nel cassetto 21 dei 27 milioni stanziati per il Ponte Morandi, come denunciato dal procuratore della Corte dei Conti Claudio Mori nella memoria riguardante il giudizio di parifica del bilancio regionale del 2019, che si interroga sul perché i fondi non siano stati spesi. Che poi non è l’unico record dell’amministrazione regionale:  la medesima indagine certifica  il bilancio della spesa sanitaria del 2019 è stato chiuso  con un disavanzo di 64 milioni, il peggior dato di tutta Italia appena un po’ meglio del Molise.

Fin troppo facile immaginare che dietro al secessionismo delle regioni che vantano primati di efficienza, redditività e produttività, leghiste e Pd a pari merito, non ci sia anche l’accesso morale e materiale a quelle forme di immunità e impunità che nascono dal riconoscimento a norma di legge di differenze discrezionali e discriminazioni arbitrarie. E che oggi suonano ancora più stonate per via delle performance disonorevoli delle regioni che hanno fatto pagare ai condannati a morte dal tribunale dell’austerità i tagli praticati al sistema sanitario e la sua riduzione a uno stato di emergenza prevedibile e  prevista in modo da promuovere la competitività fasulla dei privati,  con la distruzione delle strutture territoriali e preventive, grazie a troppe attività produttive mai interrotte per guadagnare il consenso di Confindustria.

Sono dati che dovrebbero indurre qualsiasi amministratore a dimettersi e qualsiasi governo a commissariare enti incapaci e corrotti che proseguono indisturbati nel solco politico venticinquennale tracciato da Formigoni, Maroni, Fontana e Trivelli. E che confermano  che  il chiacchiericcio istituzionale e comunicativo di questi mesi che doveva accreditare programmi strategie e misure in grado di mettere al centro del processo decisionale lo Stato, era un espediente per prendere tempo, lasciando spazio all’oblio impudico che sta sostituendo la censura e l’autocensura praticate in questi mesi nei confronti di qualsiasi critica.

Intanto, paradossalmente, a predicare la obbligatoria scissione dallo Stato padrone, è l’avanguardia rivendicata del sovranismo e del populismo  sponsorizzati da due presidenti della Lega e il testimonial delle sardine che aspira a interpretare il ruolo del partigiano dei valori progressisti, contro il neofascismo buzzurro e rozzo che i suoi partner della pretesa federalista incarnano.

A conferma che non è il sovranismo a preoccupare l’establishment impegnato a sostenere rinunce e resa incondizionata all’Europa, ma la possibilità sempre remota che si conservino scampoli di poteri e competenze, quelli rimasti dopo i tagli effettuati volontariamente con un voto del Parlamento  limitando  una serie di determinazioni giuridiche ed economiche e anche politiche, con l’adesione a trattati   internazionali, in virtù dell’appartenenza alla NATO o all’Onu  che ha privato la nazione dello Ius ad Bellum,  o con l’accettazione dei contratti capestro che istituiscono l’Euro privandoci della sovranità monetaria e del comando politico sulla moneta, cessato nel 1981 con il cosiddetto divorzio fra ministro del Tesoro e la Banca d’Italia, consegnando  lo Stato ai mercati.

In un sistema statale così indebolito le pretese secessioniste hanno gioco facile, tanto che sarebbe ora di parlare di una questione settentrionale, se si vuole replicare su scala la divisione che caratterizza l’Unione Europea, con territori che rivendicano saldezza e superiorità economica, sociale e perfino morale, quelli che un tempo riportavano all’iconografia del Belgio pingue e operoso e quelli meridionali, indolenti, parassitari, propaggini di un’Africa impura che batte cassa, attribuendo ai vizi del Sud le colpe e i danni di uno sviluppo disuguale.

Ci sarebbe da ringraziare il Covid che ha fatto giustizia rivelando i guasti di una crescita che ha dimostrato tutta la sua impotenza a governare i guasti che produce, dall’urbanizzazione scriteriata, all’inquinamento, dalla promiscuità insicura nei trasporti, per culminare nella demolizione del sistema sanitario pubblico operata dai governi della Baviera italiana  (Lombardia, Nordest, Emilia Romagna) nella quale si concentrava il 50% del Pil dell’intero paese e che vogliono imporre il loro credo in base al quale  le regioni che producono più reddito e pagano più tasse dovrebbero ricevere a copertura di identici servizi maggiori risorse delle regioni più povere, e che, quindi,  i diritti di cittadinanza debbano essere finanziati con risorse più abbondanti laddove la capacità fiscale è maggiore, contro il principio costituzionale  che  stabilisce che ogni italiano debba pagare le tasse in base al reddito e ricevere i servizi indipendentemente da dove risiede.

Siamo di fronte alla ripetizione del modello coloniale arcaico: su, un mondo industrializzato, ben nutrito e dinamico, giù periferia sottosviluppata condannata a rendere disponibili materie prime e riserve inesauribili di forza lavoro a basso costo.

Peccato deluderli, peccato che non sia più così, che un “su” più arrogante e assertivo stia brigando per spingerci verso un giù occupato e espropriato, dove l’unica forma di sopravvivenza dovrebbe essere l’unità nella resistenza per il riscatto.

 


2 giugno, il giorno prima del 3

andrà (1)Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mentre si attendono le sentenze europee sul volume reale di “aiuti” a rendere, concessi benevolmente a fronte di  “riforme” che come anticipato dal trailer dell’horror greco e da quella lettera a firma congiunta Trichet- Draghi, si tradurranno automaticamente in tagli a salari, pensioni e spese sociali, scorrerà, nel silenzio rotto solo dal rombo dalle Frecce Tricolori, la festa del 2 giugno.

Niente parata, niente carri armati, niente trionfale marcia dei bersaglieri salutata dagli applausi sempre più flebili di una folla sempre più ridotta negli anni e di un parterre decimato dalle defezioni di autorità con poca dimestichezza con storia e memoria.

Meglio così, dopo mesi di squilli di trombe per la sveglia all’amor patrio da celebrare sul divano di casa, dopo mesi di appelli all’unità nazionale grazie all’omissione di una divisione in due, i salvabili e qualche milione di sommergibili addetti alle attività essenziali, dopo mesi di orgoglio per il test di cittadinanza compiuto con lo scrupoloso uso delle mascherine e con il doveroso atto di fede quotidiano nei confronti dell’intrepido esecutivo e dei suoi consulenti scientifici, officiato con la santa liturgia delle conferenze stampa a reti unificate o quasi, e dopo il passaggio in clandestinità del 25 aprile, liberazione secondaria rispetto a quella di domani con il via libera per il raggiungimento legittimo e autorizzato delle seconde case, c’è  proprio bisogno di guarire dall’epidemia di retorica.

Davanti a casa ci ha pensato anche il vento, che ha arrotolato lo stendardo steso sulla gru dei lavori della metro C riducendo lo slogan della resistenza anno 2020: Andrà tutto bene, allo scarno e sobrio Andrà.

Che è già un risultato di cui compiacersi, tanto siamo abituati a ridurre aspettative e auspici, da invogliarci a sperare nella ripresa della routine, nel ristabilimento di una normalità, che si sa già essere stata l’origine di morte e sofferenze, che ha permesso restrizioni delle libertà e delle relazioni, in modo da costringere tutti nei limiti dell’angusto presente rimuovendo i danni e le colpe del passato e l’attesa del futuro.

A pensarci bene se questa ventata epica fosse stata autentica avrebbe potuto riportare a galla qualcosa di quel 25 aprile e poi di quel 2 giugno, avrebbe potuto dissipare quella coltre di nebbia conformistica che si stende sul concetto di stato, di nazione, di sovranità, parole ormai soggette a anatema, sebbene siano così presenti in quella Costituzione che piace tanto come prodotto letterario, purché sia disposta a farsi accartocciare, mutilare, manomettere e scavalcare in nome delle emergenze ricorrenti, aggirare in virtù di interessi personali e di lobby.

Ma non era più possibile, l’operazione più poderosa condotta dalle oligarchie è consistita proprio nell’istillare la sfiducia nello stato, esattore feroce coi poveracci e benevolo mecenate dei ricchi, creando il mito della  efficienza del “privato” a confronto con la macchina farraginosa dell’assistenzialismo, doveroso nei confronti delle grandi imprese nazionali e non, delle banche e delle assicurazioni, maltollerato se concesso a “bisognosi” da anni retrocessi a parassiti, anziani non profittevoli, giovani indolenti.

Tanto che le prestazioni fallimentari delle regioni, e dei comuni, vengono interpretate come la conferma di una impotenza strutturale, di una negligenza nel controllo e nella gestione della cosa pubblica.

Tanto che addirittura qualcuno si compiace della accertata superiorità di partner tracotanti che dimostrano che lo Stato, e la nazione, si meritano un trattamento disonorevole, esteso al popolo.

Ha proprio avuto successo il tentativo di criminalizzare perfino le parole Stato, Nazione, Repubblica (ormai accoppiata con il casco di frutti esotici) per farli regredire a scontati e miserevoli sottoprodotti ideologici, nazionalismo, sovranismo.

Contro di essi è necessario battersi alla stregua di razzismo o omofobia, con l’effetto di  assimilare le cause nobilissime che un tempo erano quelle dell’antifascismo vero e non solo di superficie, a quella della sopravvivenza dell’ineluttabile contesto europeo, della sovra-nazione nei cui confronti è obbligatorio ripetere l’atto di fede senza condizioni, pena l’espulsione dalla cerchia dei Grandi, che pure sembra sempre più estemporanea e improbabile in un momento nel quale la globalizzazione perde la sua potenza anche culturale e “ideale” e sembra riacceso il contenzioso predatorio e coloniale  fra singoli stati e blocchi di stati per accaparrarsi  risorse e mercati.

Così come succede con l’appartenenza alla Nato, irrinunciabile anche sotto forma di partecipazione a operazioni militari, a campagne di repressione dei diritti e dell’autodeterminazione di intere popolazioni, di acquisti obbligatori di armamenti e di concessione di territori in qualità di poligoni di tiro e di laboratori di sperimentazione di dispositivi bellici.

E infatti basta pensare alla sorte toccata a Nazione, in nome di un preteso legame – assolutamente antistorico – con il fascismo che l’identificava col partito e col regime, così da trascinarla nella catastrofe come succede d’altra parte anche oggi, quando i governi hanno appreso la lezione di privatizzare profitti e vittorie e socializzare perdite e sconfitte.  Così si è raccomandata caldamente la rinuncia all’interesse nazionale, preferendo quello individuale certo, ma soprattutto quello padronale.

Perché se è vero che, come qualche anno fa ha scritto acutamente uno storico, Emilio Gentile: “attraverso la nazione e lo Stato nazionale, milioni di esseri umani hanno subito le più feroci persecuzioni con l’annientamento della dignità, della libertà e della vita” è altrettanto vero che “attraverso la nazione e lo Stato nazionale, milioni di esseri umani hanno conquistato un più alto livello di dignità, di libertà e di benessere..”  e che oggi, a un decennio di distanza paghiamo per gli imperativi, i ricatti, le intimidazioni di poteri sovranazionali, sotto i cui talloni sono state mosse crociate, impoverite classi intere, commesse ingiustizie e disuguaglianze insanabili.

C’è proprio voluta una formidabile azione di manomissione storica per far dimenticare che i concetti di  nazione, come quello di patria retrocesso a abusata immaginetta da relegare in una taschina del portafogli ideale, sono stati dei capisaldi della Resistenza, per conseguire la stessa finalità che ha voluto esaltare di quella lotta solo la liberazione dallo straniero e dal regime, omettendo o trascurando l’aspirazione a un modello sociale, politico, culturale libero dallo sfruttamento, quel modello “socialista” che ha suscitato la preoccupazione dell’Europa impegnata a demolire le democrazie nate allora e incompatibili con il suo disegno e la sua ideologia.

Non a caso è stato un presidente della Repubblica “bancario”, che ha incarnato l’ideale europeista e con esso la cessione di sovranità economica a dare vigore alla propaganda muscolare di una nazione che sfila dove passarono i due tiranni, con gran spolvero di carri armati, truppe, alpini e crocerossine, bersaglieri e corpi speciali, tra folla e autorità inneggianti, in una platica raffigurazione epica e eroica di uno Stato convinto che per conseguire la pace occorra armarsi e fare la guerra, che per questo è doveroso arruolarsi in associazione non temporanea con prepotenti partner, investire in campagne di occupazione e esportazione di una democrazia che così perde il suo senso, ridotto a forma di governo in amministrazione controllata.

La Resistenza che si voglia o no, era una lotta di classe, che si vuol cancellare sostituita dalla lotta per la pagnotta, quella contro il virus, quella contro le invasioni,   quella contro l’ignoranza maleducata preferendo quella garbata degli indifferenti che nutrono ancora illusioni sulla loro superiorità di status e morale.

E quel 2 giugno lontanissimo nella storia e nei nostri pensieri, quel riscatto era già insidiato, eppure chi lo aveva interpretato e testimoniato credeva che dopo aver fatto l’Italia si potesse lavorare per fare gli italiani. È doloroso pensare che si sbagliava.


25 Aprile, la festa in maschera

bel Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi proprio non mi va di unirmi al coro di Bella Ciao, mai cantata dai miei genitori, papà comandante partigiano, mamma staffetta con i volantini e pure la rivoltella nella bella borsa di cuoio a secchiello comprata nel negozio di San Salvador, che preferivano di gran lunga l’Internazionale e Bandiera Rossa.

Non mi va nemmeno di partecipare all’adunata virtuale dei “resistenti” che dai tenaci arresti domiciliari si sottraggono alla tentazione di una corsetta, del rito del sabato al supermercato, della gita al primo sole di Fregene.

Mi asterrò anche dai pistolotti canonici e dalle liturgie ufficiali che consacreranno martiri i nuovi combattenti nelle trincee delle strutture ospedaliere, delle fabbriche, delle consegne a domicilio, dei supermercati, che, se è vero che siamo di fronte a un morbo insidioso e quasi incontrastabile, ciononostante vengono mandati come i loro nonni, in battaglia con gli stivali di cartone e a sfidare i gas con la sciarpetta sferruzzata dalla mamma.

Non credo si sbagliasse Enzensberger a scrivereai tempi del fascismo non sapevo di vivere ai tempi del fascismo”. Spesso nella storia la nascita e il consolidarsi di una regime è stato oggetto di inconsapevolezza e incredulità da parte del popolo prima sull’orlo dell’abisso poi trascinato in avventurismi criminali, negati a posteriori, rimossi o giustificati, dopo, da una spirale di silenzio e conformismo.

Ma nella nostra contemporaneità, grazie alla circolazione di informazioni, all’evidenza spettacolare e gridata di atti e proclami, nessuno dovrebbe essere tenuto a dire non vedo, non sento, non capisco, nessuno dovrà poter dire non sapevo, non volevo.

La stretta sulle libertà individuali e collettive originata da un stato di eccezione con la revoca di principi costituzionali e la restrizione e cancellazione di diritti, è l’iceberg affiorato dall’oceano delle disuguaglianze, della repressione esercitata da un ordine che aspettava solo di diventare esplicitamente militare, dalla cancellazione di diritti, dello stato di diritto e dello Stato, retrocesso a elemosiniere del padronato, grazie ai soldi che raccatta da esattore, macellaio delle garanzie e delle prerogative che dovrebbe assicurare i cittadini.

Non occorreva far scappare un virus da un laboratorio, non occorreva orchestrare un complotto: altri ce ne sono stati per organizzare il programma dell’austerità, per strozzare paesi, per espropriare di poteri e competenze nazioni, per indebolire parlamenti e rappresentanza e per umiliare democrazie colpevoli di essere nate da lotte di liberazione “socialiste”.

E infatti ormai dovrebbe essere sotto agli occhi di tutti che siamo spettatori di un ultimo atto, dell’accelerazione di una cospirazione che ha una chiara matrice ideologica, proprio grazie alla narrazione della eclissi delle ideologie, dimostrando che si sono oscurati valori, principi, aspirazioni per far posto a una religione, il neoliberismo, che ha innervato tutto e occupato gli ambiti della comunicazione, dell’azione politica e della riflessione, come se fosse un fenomeno naturale con leggi, quelle del mercato, fatali e incontrovertibili.

Eppure siamo ancora qua a fingere che il totalitarismo, il fascismo, sia un rischio aleatorio che si contrasta cantando Bella Ciao, esponendo al pubblico ludibrio, ultima cosa rimasta pubblica grazie a un clic del tribunale di Facebook, il bruto peraltro sempre molto invitato e propagandato dai media, celebrando l’amore che deve vincere sulla violenza dei conflitti, quando l’unica fiamma di lotta che si vuole estinguere è quella di classe. Mentre ben altre guerre si dichiarano ogni giorno, quelle coloniali, certo, ma anche quelle generazionali contro i vecchi che pesano sulla società a partire dai 60 anni, esposti alla malattia ma non alla pensione, contro le donne che devono tornare a coprire ruoli subalterni e sostituivi dei servizi, contro principi etici che sono alla base del diritto retrocessi a fastidiosi moralismi da professoroni, contro il sapere ridotto a specialismo settoriale, in modo che non si permetta di svolgere una funzione critica.

E così questo antifascismo senza resistenza, che aspetta la liberazione dalle misure di contenimento del virus, rivendicando l’eroismo dell’obbedienza a leggi marziali, tracciamenti orwelliani, disuguaglianze infami secondo le quali ci sono soggetti più meritevoli di salvezza e altri  esposti per meritarsi la pagnotta, si è ridotto a prodotto di consumo coi suoi gadget, Bella Ciao, le sardine, le petizioni che non hanno mai il coraggio di diventare raccolte di forme per impugnare leggi vergognose, le icone disobbedienti che piacciono soprattutto a chi poi vota un primo cittadino sceriffo, un presidente che vuole più autonomia di spesa sanitaria malgrado le statistiche sui record di Piacenza, un  diversamente Salvini più educato e accettabile.

Abbiamo imparato a riconoscerli questi antifascisti del tradimento e dovremmo imparare a diffidare di questo progressismo liberista che si delizia che l’edicolante inalberi il cartello con cui proclama di non vendere più Libero, come se la cattiva erba da estirpare fosse solo quella, sguaiata e cialtrona,  quando  la definitiva annessione di Repubblica al cartello di Medellin della stampa drogata altro non è che un  segnale  definitivo dell’estinzione dell’informazione cartacea  nelle mani di una editoria impropria e di una corporazione assoggettata. E quando da anni si assiste in silenzio alla fusione ideale, culturale, organizzativa, chiamatela Raiset o Mediarai, a sancire il tramonto di qualsiasi contrasto al conflitto di interessi, alla personalizzazione e alla spettacolarizzazione della politica, alla commercializzazione della società.

È l’antifascismo che sta bene a chi partecipa della simulazione di un pensiero comune, di un’opinione pubblica, che altro non è che l’espressione di un ceto che si sente ancora al sicure in una tana apparentemente protetta, che gode di un margine di beni, certezze e cultura che dona loro la percezione di una superiorità e quindi di una protezione dai rischi che corre chi non si merita la salvezza per incapacità ignoranza, indolenza. Quello  di chi  può sentirsi dalla parte giusta senza fatica, senza responsabilità grazie al fatto che una spirale di conformismo iniquo ma educato ha permesso di accreditare come fascisti  vecchi rottami, bulli inveterati, buzzurri dichiarati.

A questi antifascisti di maniera è stato permesso di vincere facile facendo propria la manomissione di valori della resistenza, che ha confinato nel deplorevole sovranismo la rivendicazione di poteri e del potere sul loro controllo, in modo che nessuno un domani potesse dichiarare la sua innocenza per impotenza davanti agli anziani morti di influenza e polmonite, davanti al martirio di Taranto, davanti ai senzatetto arrestati e a Nicoletta Dosio in galera per aver denunciato una macchina da corruzione e oltraggio al territorio e al bene comune.

E’ la stessa manomissione che, grazie all’anatema lanciato contro il populismo,  ha stabilito la secessione di una élite autoproclamatasi migliore e degna di rispetto e trattamenti speciali e agevolati dalla massa, spingendola a trovare ascolto e rappresentanza in una destra esplicita e dichiarata rispetto a un progressismo riformista convertito all’ideologia liberista tanto   da abdicare a ogni velleità anticapitalistica per concentrarsi sui cosiddetti diritti civili, elargiti al minimo,   avendo demolito l’edificio costituzionale di quelli fondamentali, come se potesse esistere una gerarchia e la perdita degli uni potesse rafforzare gli altri.

E infatti sono quelli, gli antifascisti della slealtà, in prima linea nella trincea domestica dell’ubbidienza salvapelle, appagati della mera sopravvivenza, preoccupati che questo incidente prevedibile della storia possa minacciare la loro caverna, non accorgendosi che è già diventata una gabbietta di quelle per le cavie, attrezzata con scalette per arrampicarsi sui mutui, i prestiti elargiti come mance a rendere, le bollette, le fatture di quei surplus, Neflix o Erasmus, fondi pensione o assicurazioni sanitarie, che li fanno illudere di essere esenti, risparmiati dal fallimento della società.

Sono loro che aspettano la liberazione per andare sulle metro dotata dopo due mesi e più delle limitazioni al contatto finora inesigibili da altre cavie meno pregevoli, per permettersi di andare in stabilimenti balneari privati attrezzati grazie al prolungamento di concessioni vergognose, di opportune strutture difensive, per farsi intercettare da un’app salvifica che ha l’intento di controllare ma soprattutto l’interesse a affidare alla tecnologia della sorveglianza la soluzione die problemi strutturali che il sistema non sa e non vuole affrontare.  E per andare in montagna, ma dopo, troppo tardi, non volendo sapere che è finito il tempo delle gite, perché la valanga sta già precipitando anche su di loro.

Cantano Bella Ciao, con la mascherina e sul divano, tappandosi le orecchie per non sentire che il vento fischia ancora e ancora urla la bufera.

 


I cori della quarantena

cori ep Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi mi conosce attraverso i post che pubblico su questo blog sa che di volta in volta sono accusata di essere velleitaria, frustrata, invidiosa, anarcoide e poi ribellista, snob, schizzinosa, sofisticata, sguaiata. Retorica se parlo di riscatto e di uguaglianza, cinica se non mi unisco al coro di Fratelli d’Italia affacciata al balcone.

Per via della mia idiosincrasia a farmi arruolare in una delle tifoserie che fanno finta di contrastarsi con le sciabolone di legno come i pupi in commedia, sarei ovviamente salviniana se non mi accontento di Carola Rackete e invece mi interrogo sulle correità personali e collettive che hanno fatto accettare guerre di conquista e sfruttamento. E probabile simpatizzante della destra se non mi basta cantare Bella Ciao perché sono convinta che il fascismo è una declinazione del totalitarismo che oggi si manifesta come supremazia dell’economia finanziaria.

Ah, dimenticavo, sarei populista se mi piacerebbe che fosse restituita al popolo partecipazione non solo in forma di quel consenso coatto e manovrato che si chiama voto, sovranista quando manifesto il mio   dissenso per l’espropriazione di poteri e competenze, avocate a sé da una entità sovranazionale che ha apertamente rivendicato il suo intento di limitare l’area di influenza e di decisione delle democrazie nazionali, ree di essere nate da guerre di liberazione.

L’elenco sarebbe lungo, mettiamoci anche che non sono una fan della povera Greta oggi oscurata da altra emergenza, portavoce di una propaganda che affida alla collettività e ai singoli individui la salvezza tramite azioni volontarie, comportamenti di ecologia domestica, consumi già peraltro forzosamente  più ragionevoli e sobri per il consolidamento di una crisi di sistema, nutrita dalla fine dell’economia produttiva, dall’eclissi dell’egemonia occidentale, dalle fortune della roulette globale, e che ci racconta la favoletta  della realizzazione di  una transizione industriale virtuosa e “responsabile”, “light”, “equa” e “sostenibile”, con meno CO2, ma più tolleranza per tutti gli altri inquinanti e veleni.

E nemmeno sono soddisfatta che a rompere il soffitto di cristallo della cultura patriarcale sia la fionda della meccanica sostituzione nei posti chiave di donne al posto dai maschi, che le piazze vuote quando è stata adottata una controriforma intesa a cancellare i diritti e le garanzie del lavoro, quando si è umiliata l’istruzione pubblica per convertire le scuole in fabbriche di esecutori  specializzati in obbedienza, si siano riempite per deplorare maleducazione come se invece fosse garbato, gentile e mite la pratica dello sfruttamento, della consegna a potentati e della frattura dell’unità nazionale.

Non può mancare l’estrema offesa sempre di moda: radical chic.  Insieme a supponente se cerco di non contribuire al processo di infantilizzazione in corso nel paese, tramite scuola affidata a manager che cercano di fare scouting di delfini di riccastri pronti a contribuire per conquistare una corsia preferenziale verso il successo die loro rampolli, informazione e intrattenimento necessariamente indissolubili, linee guida dell’università della strada indicate dai social network, e cerco di mettere a frutto anni di studio e di buone letture, cui si sono sdegnosamente sottratti esponenti del ceto dirigente che condannano la rozzezza dei plebei professando l’ignoranza dei signori.

Adesso però si è aggiunta una nuova accusa fresca fresca, la stessa che viene mossa quando muore un potente e subito salta su qualcuno che chiede silenzio, implora pietas, rinviando i giudizi della storia e pure della cronaca all’indomani, e peccato che l’indomani non arriva mai, perché si stende una pudico coltre di oblio, in modo che non si ricordi che il “povero” taldeitali è stato votato, lusingato, blandito, assolto da tribunali del popolo pronto pure a intitolargli una strada.

Così in questi giorni è sciacallo chi invece di avviarsi su per gli impervi sentieri della medicina, della virologia, della statistica applicata  all’epidemiologia, si interroga sugli effetti venefici della limitazione di libertà imperniate sulla disuguaglianza: profilassi e prevenzione per tutti salvo i pony, i metalmeccanici, gli operai delle fabbriche irrinunciabili, diventati eroi dopo essere stati parassiti.

È sciacallo chi non si stupisce che l’informazione delle autorità scientifiche sia contraddittoria, confusa, alla lunga inaffidabile, se anche in quel contesto fanno la parte del leone le star molto presenti sui media più che nei laboratori.

E’ sciacallo chi non è estasiato e commosso per le cavatine di tenori respinti dai teatri dell’opera, affacciati sul poggiolo, per i cori da ubriachi che si levano dalle finestre sul cortile che suscitano l’appassionato consenso del giornalismo investigativo impegnato a riferirci le cronache dall’interno 11. E’ sciacallo perché sa bene che questi  riti consolatori, che non comprendono mai l’aggiunta pepata della collera per la devastazione dei sistema sanitario, quella si causa prioritaria dei decessi, per l’impoverimento delle attività di ricerca e sperimentazione universitaria e pubblica, sono favoriti perché aiutano a persuadere la gente impaurita che è meglio il coraggio privato all’audacia di scegliere, criticare, opporsi.

E’ sciacallo chi si premette di criticare l’anatema lanciato contro la cittadinanza indisciplinata che fa rifornimento al supermercato, mentre non si condannano gli speculatori che in Borsa, in Europa, nelle imprese, nel mercato fanno profitti con l’aggiotaggio, l’accaparramento, il ricatto.

E’ sciacallo chi è preoccupato del passato, è preoccupato del presente, ma è ancora più preoccupato del futuro quando il sollievo del passato pericolo spingerà a far tornare tutto come prima, anzi peggio di prima, più gente a spasso ma nell’altra accezione anche se i parchi e i centri commerciali saranno riaperti, più alti i prezzi delle merci, più passivi in bilanci familiari e statali, messi alla prova dallo stato di necessità, che impedirà di realizzare le promesse fatte durante la crisi.

Si tornerà come prima, perché l’aspetto positivo dei comandi superiori e esterni è che esonera i governi dall’agire, per mancanza di quattrini e di potere decisionale. Anzi, peggio di prima perché ospedali al collasso, personale sfinito e umiliato, collettività sfiduciata concorreranno al successo di quelle pretese di autonomia e di consegna al privato rivendicate da regioni cui, alla prova dei fatti, occorrerebbe togliere le competenze.

E’ sciacallo chi stando a casa, con la rete che va e viene perché è molto frequentata, la fibra è peggio del rame, la banda larga è uno slogan della Leopolda, alla faccia dello smart work della telescuola, dei recapiti a domicilio delle major al collasso, fino a  ieri denigrate oggi promosse a Onlus, non si sente orgoglioso e fiero di essere italiano proprio come chi si è ingoiato la perdita di beni, diritti, garanzie, lavoro, istruzione, in cambio di promesse di ordine e ordini.

Vuoi vedere che sciacallo è solo il sinonimo di critico, raziocinante, indipendente?

 


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