I ghiacci dell’artico stanno benissimo a quanto pare e anzi in questa stagione estiva si sono ritirati meno del previsto e molto meno di ciò che viene regolarmente preconizzato dai catastrofisti e che viene regolarmente smentito. Non è una novità, ma proprio per questo è divertente ripercorrere il cammino di questa leggenda e la sua persistenza. È vero che tra gli anni ’90 dello scorso secolo scorso e i primi anni del duemila c’è stata una lieve contrazione dei ghiacci estivi, poi rientrata, ma questo ha creato una vera e propria attesa di un disastro, prevista dai cosiddetti esperti.

Nel 2007, ad esempio, il professor Wieslaw Maslowski affermò che le acque polari settentrionali sarebbero state libere dai ghiacci estivi   entro soli cinque o sei anni. Nel dicembre dello stesso anno, Jay Zwally della NASA confermò questa previsione, stimando la situazione fino al 2012. Un anno dopo, il professor David Barber si spinse oltre, affermando che il ghiaccio si sarebbe sciolto completamente entro quell’estate. Poi Al Gore predisse con sicurezza che sarebbe scomparso del tutto entro il 2016. Ad ogni modo, la medaglia per la pura e semplice ostinazione nel sbagliare va al professor Peter Wadhams, docente di fisica oceanica e responsabile del gruppo di fisica oceanica polare presso il dipartimento di matematica applicata e fisica teorica dell’Università di Cambridge:

  • Nel 2012, aveva previsto che l’Artico sarebbe stato libero dai ghiacci entro il 2015-16.
  • Nel 2014, pensava che sarebbe potuto durare fino al 2020.
  • Nel 2016, aveva previsto con sicurezza che l’Artico sarebbe stato libero dai ghiacci quell’estate (anche se, curiosamente,  definiva “libero dai ghiacci” una superficie di pack inferiore a un milione di chilometri quadrati).

Nulla di tutto questo è accaduto perché è abbastanza ovvio che il clima presenta caratteri ciclici di breve, di medio, di lungo e di lunghissimo periodo: tutta la storia climatologica del pianeta lo dimostra inequivocabilmente, così come dimostra che la quantità di CO2 è in funzione della temperatura e non viceversa. È lecito perciò chiedersi perché gli “esperti”  cerchino con ostinazione di fare dei ragionamenti meramente lineari pensando di poter estendere all’infinito tendenze che invece sono soggette per natura intrinseca a inversione, scorgendo sempre dinamiche esplosive, laddove invece la ciclicità è evidente. Certo una parte di questo è causata dall’adesione a ideologismi e mode che influenzano notevolmente carriere e fondi per la ricerca, cosa questa che ci dovrebbe interrogare sulla degenerazione delle istituzioni accademiche. Ma il rifiuto della ciclicità, tipico della scienza galileo newtoniana – sebbene quantistica e relatività, nonché le più recenti teorie lascino aperto il discorso  su una dinamica a spirale degli eventi – è una tendenza culturale che è non soltanto un portato del cristianesimo, in contrasto con le religioni dell’epoca classica, ma è anche un caposaldo del capitalismo che vede nella ciclicità un attentato al suo status di sistema valido sino alla fine dei tempi.

Le due cose sono meno lontane di quanto non sembri e basta leggersi L’etica protestante e lo spirito del capitalismo di Weber per rendersi conto dello stretto legame tra due visioni del mondo che sembrano apparentemente distanti. Dunque esiste un pregiudizio culturale in favore della linearità che permea la contemporaneità e rende possibile una cecità volontaria anche di fronte a fenomeni in cui il feedback è evidente. Siamo andati molto al di là dei ghiacci dell’artico, ma tutto si tiene.