Qatar. Non siamo più la loro Mecca

qat Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se è successo anche a voi. Ma a me durante l’occupazione manu religiosa dei pellegrini stanziali durante il regno di Wojtyla, è accaduto di essere perseguitata dalla richiesta pressante di un accattone polacco  armato di un crocifisso con il quale mi percosse con ferocia, scontento del mio obolo insoddisfacente.

Succede, quando la carità non corrisponde alle aspettative del questuante, che rivendica la sua miseria, ostenta le sue infermità non sempre autentiche, stringe d’assedio il benefattore a volte aiutato da una torma di altri mendicanti in temporanea associazione di impresa, per costringerlo alla resa.

I nostri connazionali che hanno goduto delle opportunità offerte dal turismo cosmopolita in tempi migliori, se ne sono spesso lamentati, pensando all’aggressione degli straccioni a New Dehli, dei barboni che saltano su dai giacigli di cartone perfino a Manhattan, dei clochard pittoreschi come comparse di Nostre Dame al Quartiere Latino, dei mendichi torvi nei paesi arabi che esigono bashish, bashish.

Ma la storia anche prima della globalizzazione dimostra che a vecchi imperi se ne sostituiscono di nuovi, che predoni del passato possono diventare oggetto di razzie, e che qualche ladrone incauto venga derubato, anche se questa circostanza si presenta più raramente e viene trattata con lo sconcerto che accompagna la notizia del padrone che morde il cane.

Così, ormai addestrati a ricoprire il ruolo di pitocchi in Europa, costretti a ringraziare che le cancellerie ci onorino dandoci in prestito i nostri stessi quattrini da rendere maggiorati, ammessi generosamente a spendere festosamente del nostro per raccattare i prodotti riusciti male dalla superpotenza amica, e a insistere per offrigli anche i nostri paesaggi agresti come teatro per le esercitazioni di tiro al bersaglio, gratificati dall’opportunità di cedere i nostri tesori in modo che altri più abili e efficienti li conservino e li facciano fruttare, ci ritroviamo a chiedere bashish, bashish con l’insistenza proterva e molesta di chi non merita rispetto, perché ha dilapidato il patrimonio, si è fatto fregare come un imbecille, non riesce neppure a vendere la Fontana di Trevi come Totò.

Deve essere per quello che dopo l’ossequio tributato in patria e in trasferta dalle autorità, dopo i patti stretti a suggellare i vincoli di amicizia con trattati ufficiali, è di questi giorni la ratifica dell’accordo di cooperazione in materia di istruzione, università e ricerca scientifica, serpeggia nella corte dei miracoli degli autorevoli straccioni, il disappunto perché l’augusto interlocutore, il Qatar, dopo tante promesse, sembra voler stringere i cordoni della borsa.

Ma come? Se perfino Salvini deponendo  antichi pregiudizi, (il Center on Sanctions & Illicit Finance individua in Doha la regione con la maggior concentrazione di donazioni private, con l’avallo della famiglia reale e del governo, ai gruppi terroristici islamisti) si è presentato col cappello in mano a Doha, immortalato mentre festeggia il sodalizio con i petroemiri – fino alla mattina prima accusati di essere finanziatori e   mandanti del terrorismo, di voler infiltrare lo stivale con le moschee (per la loro edificazione quelli della Qatar Charity Foundation   versano ogni anno oltre 6 milioni di euro, seguiti dai turchi e dai sauditi),  fucine di radicalizzazione – immortalato con il mitra imbracciato come in una gita di commilitoni virilisti e bulli.

E la ministra Pinotti, per due volte alla Difesa, ne ha effettuate tre di visite ufficiali in Qatar nel 2016, 2017 e 2018, per perfezionare la vendita all’emirato di sette navi militari per un valore di 3,8 miliardi e altri pacchetti omaggio aggiuntivi.

Ma come? Se ci abbiamo tenuto a darvi a prezzi stracciati, a concedervi in comodato terreni, coste, immobili in qualità di graditi investitori dei quali è doveroso dimenticare origini e credo religioso, considerati allarmante controindicazione all’atto di affittare una casa o un locale  a un immigrato meno prestigioso, che come direbbe Cassius Clay ci si accorge di essere guariti dall’essere negri – o musulmani –  quando si diventa ricchi.

Ma come? Se siamo stati onorati dell’attenzione che la Qatar Investment Authority, il fondo sovrano del Paese, e la Mayhoola for Investment, la holding che fa direttamente capo all’emiro Al-Thani, ci hanno riservato facendo man bassa degli hotel di lusso, nel settore della moda, (nel 2012 l’emiro ha speso 700 milioni per acquisire il Valentino Fashion Group), occupando militarmente la  Sardegna (alberghi, golf, il cantiere di Porto Cervo per almeno 600 milioni, più i successivi lavori), rilevando a prezzi ridicoli il progetto di “rivitalizzazione” del quartiere Porta Nuova a Milano

Ma come? Gli avevamo confezionato   una legge urbanistica regionale confezionata su  misura dei loro  interessi immobiliari  in Costa Smeralda, il crac del San Raffaele ha propiziato l’acquisizione del cantiere fallimentare del nuovo ospedale di Olbia in modo che potesse trasformarsi in una health clinic a uso e cura esclusiva del loro flusso turistico esclusivo.

Ma come?  Ci siamo rimangiati tutte le denunce della minaccia dormiente del terrorismo, tutti gli alati elzeviri e i pensosi editoriali sulla incompatibilità delle religioni-stato con le democrazie, tutte le preoccupazioni sul rischio-meticciato, che perfino Salvini pur di distogliere l’attenzione dalla portata dell’accordo bilaterale con Doha, ha spostato i riflettori su altri timori, Cina in testa, abbiamo dovuto perfino tirar fuori dalla naftalina Casini che ribadisse la irrinunciabile linea  italiana di sempre: Europa, scelta atlantica e multilateralismo, simboleggiato dal sodalizio con il Qatar “per promuovere la pace e la concordia tra popoli, di cui la cultura e la conoscenza reciproca sono i semi più promettenti per il futuro”.

E come non ricordare che  Federica Mogherini, alto rappresentante Ue per la Politica Estera e di Sicurezza , quando l’Arabia Saudita nel 2017 insieme con altri Paesi, decretò l’embargo contro il Qatar, ricordò i buoni rapporti della Regione con  l’Emirato proprio come fanno gli Usa che accreditano l’ipotesi di una redenzione con il taglio dei finanziamenti a cellule terroristiche, smentendo quello che sosteneva Hillary Clinton, prima da segretario di Stato Usa e poi da candidata alla presidenza nelle sue famose mail rivelate da Wikileaks. E lei di finanziamenti occulti a nemici diventati amici a intermittenza se ne intendeva.

Ma come? Pensiamo all’emirato con la simpatia che lega due paesi per i quali il calcio è una fede, più della Chiesa e del profeta, con l’ammirazione che si riserva a chi lo ama talmente il gioco da comprarsi l’eccellenza delle squadre europee e pure i voti necessari, a suon di forniture di gas, a aggiudicarsi i Mondiali del 2022.

E guardiamo a lui con riconoscenza che si deve al cliente meritevole di ogni riguardo: secondo i dati del Ministero degli Esteri  il Qatar  ha superato la soglia di un miliardo di euro di forniture militari acquistate dall’Italia, tra elicotteri e navi da guerra, sino ai caccia di parziale fabbricazione italiana.

E adesso che avremmo  più bisogno di caritatevole pietà, di clemente assistenza, fanno vedere la loro vera faccia, crudeli come il re di  Sherazade che non vuol più stare a sentire favole e esige la libbra di carne che si è comprato sia pure a prezzo stracciato, come i mercanti di Tangeri, che gli schiavi li volgiono in buona salute.

Abbiamo appreso malinconicamente che la loro fuga dal Mater Olbia Hospital, d’altra parte realizzato dichiaratamente per invogliare la Regione a adattare le sue leggi paesaggistiche e urbanistiche ai loro voleri, e che comunque sarebbe stato adibito a pronto soccorso extra lusso al servizio dei connazionali in gita, ha dissuaso anche la Fondazione Universitaria Agostino Gemelli, che controlla pure la clinica “Columbus” di Roma dal confermare interesse per una struttura che ha perso la sua attrattività commerciale.

Ma non basta, si è appreso che l’ospedale di Schiavonia, provincia di Padova, donato dal munifico Stato arabo alla Regione Veneto, che secondo il direttore della lovale Usl avrebbe «spaventato» il Covid-19 «un po’ come fanno gli spaventapasseri con gli uccelli sui campi», non ha letti, macchinari, arredi e nemmeno il pavimento, come la casa molto carina della canzone o il nosocomio in Fiera, manco gli emiri fossero dei Bertolaso qualsiasi. Appena un po’ meno vergognoso del fratello meneghino solo perché lì sono stati spesi 21 milioni di euro (per 25 pazienti), mentre qui si tratterebbe di un regalo a costo zero per le casse regionali, anche se restano aperti gli interrogativi: montare e smontare una simile struttura comporta costi ingenti, per portarlo in Italia ci sono voluti cinque Boeing C-17, quelli che di solito trasportano carri armati.

Insomma Zaia è fiducioso, finchè c’è virus c’è speranza e magari, bontà loro, del Qatar e del Covid19, potrebbe servire per la seconda ondata.

Ma c’è da domandarsi, davanti a questa carità pelosa, vuoi vedere che non siamo più la loro Mecca?

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