Annunci

Archivi tag: armi

Ingiustizieri della notte

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una legge troppo blanda: basta processare chi subisce un furto! tuona l’avvocata Bongiorno a proposito dei pistoleri in pigiama, nota per aver difeso nella sua smagliante carriera società multinazionali e importanti imprese italiane  in diversi settori produttivi (costruttori di auto, istituti bancari, produttori di energia, aziende farmaceutiche, realizzatori di grandi opere, case di moda, internet provider, New Slot e VLT, come recita la voce che le dedica Wikipedia), oltre a alcuni evasori di chiara fama, sportivi in odor di partite truccate e doping, facendoci sognare che dopo questo proclama prenda a difendere normali cittadini  dalla clientela eccellente che si rivolge a lei.

È in buona compagnia e non stupisce: ai tradizionali fan della giustizia faidate si sono ormai aggiunti gli usurpatori dell’aggettivo “democratico”  che, è bene ricordarlo, non si limitano a inseguire  la destra, avendola già ampiamente superata.

Macché, ormai sono diventati i testimonial di una interpretazione della sicurezza basata  sulla percezione – i furti in casa sono diminuiti, e pure gli assassinii, un’alta percentuale dei quali viene consumata tra le pareti domestiche, spesso da fortunati possessori di armi dichiarate – percezione bene alimentata dagli impresari del sospetto e della paura coi loro talkshow, le loro ricostruzioni raccapriccianti e perfino la loro idolatria per killer imprendibili che aumenta audience e tirature.

E infatti come dice perfino Serra, ex poliziotto e ex prefetto di ferro,  corrono dietro non tanto ai loro competitor in felpa, ma a quella massa magmatica e trasversale ormai persuasa dell’obbligatorietà di abiurare a diritti e libertà in cambio di un presunto “quieto vivere” arroccata dentro a case fortificate, con il revolver sul comodino e il cagnaccio alla catena, in città dove per legge chi attenta all’ordine costituito o turba il decoro può essere conferito in remote periferie o in quelle moderne discariche realizzate per ricevere altri da noi, indesiderati, reietti, diseredati e perciò rischiosi e infidi. E convinta che ci si deve difendere da loro, mentre è giusto anzi doveroso esporsi inermi a altri malfattori, consegnarsi a proverbiali corruttori, feroci banchieri, crudeli manager e “risanatori” aziendali, ma pure compagnie elettriche e della telefonia, baroni della medicina obiettori in ospedale e laici in clinica, e ministri  che decidono quando ci possiamo permettere un cancro al seno, premier che atterrano Alitalia  che tanto loro volano in air force one, gente che ci ha tolto il nostro salario differito, amministratori che compiono quotidiani vandalismi contro paesaggio e monumenti e così via, proprio quelli che ci hanno davvero portato via tutto, mica solo la catenina della Cresima o l’orologio della laurea: lavoro, garanzie, dignità, diritto di voto, informazione trasparente, partecipazione, speranza.

Mette i brividi questa concezione di sicurezza che dalla reazione a atti predatori sconfina nella “prevenzione”, facendo prevedere che si  possano adottare i nuovi imperativi autorizzati e praticati per i sospetti di terrorismo anche ai ladri d’appartamento e a chi attenta ai beni, quel poco che resta dalla grande razzia, in modo da far sentire qualcuno troppo espropriato ancora proprietario di cose, oggetti, prodotti, ma anche  di una donna, pure quella roba sua e della quale va tutelato il possesso, come sentiamo dire nelle interviste al popolo delle bifamiliari del pingue Nord costretto a sopportare la intollerabile pressione straniera. Proprio come successe gli americani dopo  l’11 settembre o dopo le lettere all’antrace, grazie alle quali venne legittimata l’opportunità della guerra contro l’Afghanistan, ci vogliono convincere che un po’ di balordi stiano mettendo in pericolo il nostro stile di vita, il nostro modello esistenziale e la nostra civiltà superiore, convertendoci in giustizieri della notte, perché si sa che in un periodo storico nel quale idee e ideali hanno perso valore e credibilità, sono solo inganno e paura di nemici fantasma a sorreggere i troni del potere. E alla politica che non sa più vendere sogni, non resta che somministrarci la promessa di proteggerci dagli incubi, a cominciare da quelli confezionati ad arte nella fabbrica dell’intimidazione e del ricatto.

Mette i brividi anche questa concezione di insicurezza, che non contempla – e ci mancherebbe – quella economica e sociale, incrementata dall’ideologia della mobilità che ratifica una generalizzata precarietà e incertezza, nemmeno quella ambientale che miete più vittime di guerre dichiarate, del terrorismo, della criminalità, meno che mai quella sanitaria, sviluppata dal degrado  e dall’esaurimento del Welfare

Mette i brividi infine la trasformazione della sicurezza in diritto fondamentale  per garantire il quale tocca rinunciare ad altri, se più crescono le richieste di ordine e controllo sociale, più si restringono  le libertà, se la guerra al terrore comunque si configuri nella narrazione pubblica,  priva di risorse la lotta  ai problemi e alle crisi che generano insicurezza, vulnerabilità, timore in un contesto  che ha perso la capacità di generare appartenenza, socialità, solidarietà, lasciandoci nudi, soli, sgomenti, intimoriti e sempre più poveri. Illusi di poter sparare a ladri piccoli piccoli, che quelli grandi sono loro il plotone di esecuzione.

Annunci

Jawohl, mein terrorist

imagesUna decina di giorni mi ero permesso di insinuare qualche dubbio sul tempismo anti Melenchon dell’attentato a Parigi perpetrato alla vigilia del primo turno delle presidenziali. E questo non solo in base ad un astratto cui prodest, ma anche alla dinamica del tutto anomala dell’evento. Purtroppo non si può dire più di tanto perché, come sappiamo, questi terroristi oltre a farci il piacere di lasciare in bella vista i propri documenti come fossero all’anagrafe, vengono regolarmente uccisi anche quando potrebbero essere facilmente catturati, cosa essenziale per comprendere il fenomeno e dunque per porre basi serie a quella sicurezza che le oligarchie di comando barattano con la libertà.

In realtà non c’è alcun bisogno di avere un animo particolarmente orientato al complottismo per pensare che ci sia un po’ di marcio in Danimarca, avvertendo gli effluvi non precisamente odorosi che provengono dall’area grigia dei servizi  dove nulla è ciò che sembra e dove il confine fra terrorismo, anti terrorismo, geopolitica sono labili e in continuo movimento. Così capita che una “storia fuori dal comune” proveniente dalla procura di Francoforte e pochissimo diffusa dall’informazione ufficiale troppo impegnata a trasformare la realtà per dare vere notizie, emani un breve, ma folgorante lampo di luce su questa palude di cui si può apprendere qualcosa solo dalla Die Welt e in italiano da qualche raro sito come Clarissa. it. Dunque accade che un tenente del 291° battaglione cacciatori della Bundeswehr, di stanza però a Strasburgo perché inserito in una brigata franco tedesca, “dimentichi”, anzi nasconda una pistola nei bagni dell’aeroporto internazionale di Vienna. L’arma viene trovata dagli addetti alle toilettes e consegnata alla polizia, la quale decide di lasciarla dove si trova per intercettare chiunque si presentasse a prenderla. Passa un giorno, passa l’altro dopo qualche settimana arriva a recuperala  il medesimo tenente che fornisce una versione decisamente sconcertante dei fatti: avrebbe trovato l’arma a un ballo di ufficiali tenutosi a Vienna, e di essersene poi disfatto in aeroporto per evitare problemi ai controlli.

Nessuno avrebbe potuto credere a una storia così bislacca, ma la polizia austriaca evidentemente sì, tanto che si limita a elevare una semplice multa per la violazione delle leggi sul porto d’ armi. Tuttavia o per questioni burocratiche sfuggite di mano o perché qualcuno davvero non ci sta a passare per cretino e bersi la storia del ballo, le impronte digitali dell’ufficiale vengono inviate al Bundeskriminalamt, insomma alla polizia federale tedesca la quale scopre due cose interessanti: che il tenente era contemporaneamente anche  tale Daniel Banjamin, profugo siriano registrato nel 2016 come rifugiato presso un centro profughi della Baviera, percependo addirittura il sussidio governativo.  Ora come poteva questo personaggio essere in servizio presso il suo battaglione e risultare presente al centro profughi? Un bel mistero ancora più fitto perché il medesimo tenente era anche in stretto contatto via Wats app con ambienti filo nazisti.

Un doppio infiltrato? Poco credibile non solo per il ruolo di ufficiale in servizio attivo in un’unità operativa all’interno della Nato, ma anche e soprattutto perché il tenente, a parte un alias molto ebraizzante, non conosce una parola di arabo e sarebbe ben poco credibile anche come semplice rifugiato dalla Siria, figurarsi poi come aspirante terrorista in qualche gruppo radicalizzato. Ma la doppia identità potrebbe essere preziosa se i contatti fossero limitati alla distribuzione di armi o denaro, un tramite che non viene mai a contatto diretto con gli utilizzatori finali . Ora tutto questo significa in poche parole che esiste concretamente la possibilità di un mondo sotterraneo nel quale si possono ipotizzare contatti tra forze atlantiche, servizi, polizie e mondo terroristico come del resto si poteva anche intuire da altri fatti, per esempio la provenienza sospetta delle armi utilizzate negli attentati in Europa: nel caso di Charlie Hebdo, come riferito a suo tempo, erano state fornite da un militante dell’estrema destra che agiva anche come informatore dei servizi francesi, cosa sulla quale non si può indagare più a fondo visto che è stato posto il segreto di stato. .

Ma chissà magari Colibaly, l’uomo che si è asserragliato nel supermercato kosher per esservi opportunamente freddato, quelle armi le aveva trovate a qualche ballo di gala, cosa del resto possibile visto che il suo amico più caro, Amar Ramdani oltre che stretto collaboratore di terrorismo era anche l’amante di una agente dei servizi di informazione della gendarmeria francese. Per questo credo che occorra riconsiderare tutto il capitolo terrorismo sotto una nuova e ancora più inquietante luce: quello di un cinico utilizzo non solo geopolitico come ormai appare lampante, ma che sfocia anche in una possibile “gestione” degli ambienti radicalizzati per ottenere il consenso da paura.


Nato per uccidere

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che un tempo l’opportunità della guerra era sostenuta anche dalla tacita intesa tra tiranni, generali e soldataglia che il dopo sarebbe stato radioso, che le città dell’impero sarebbero risorte più belle e più forti che pria, erette grazie al lavoro dei tanti che si sarebbero così sottratti alla servitù della gleba, alla fame insoddisfatta con due rape nascoste all’avidità degli esattori.

Oggi non è più così. da noi in particolare la ricostruzione non si addice al regime che ha interesse a spopolare interi territori per farne parchi e riserve dove mettere in scena lo spettacolo in memoria di una nazione bella, viva e creativa e per riunire greggi di individui e annetterli sotto forma di popolazione cittadina agli eserciti mobili e precari che devono tenersi a disposizione di un mercato del lavoro che così li controlla meglio e li assolda, li sottopaga e li sposta a suo piacimento.

Oggi non perdono tempo nemmeno a più a persuaderci dell’opportunità della guerra, promossa a improrogabile necessità. E che si deve muovere e sopportare per forza, senza discutere e senza opporsi con ridicoli e arcaici pacifismi per i soliti motivi, smania espansionistica, estensione spaziale offerta agli  istinti e alle istanze predatorie di risorse e nuove geografie. Aggiungiamo anche alle antiche e imperiture motivazioni, la volontà di accelerare il processo di estinzione del futuro: gente senza speranza è più manovrabile, controllabile, ricattabile in nome della sicurezza miserabile di un immanente riparato e risparmiato ancorché sottomesso. E perché no?  la creazione di posti di lavoro con la militarizzazione della  manodopera, con la conversione della estesa “manovalanza” contemporanea  in esercito da adibire a nuove “ammuine” indispensabili a fronte di modi di fare la guerra inediti e tragicamente astratti, con piloti che bombardano stando seduti al desk e soldati che premono bottoni a chilometri di distanza dall’obiettivo da conquistare.

O l’intento non recondito di smetterla con le ubbie del diritto internazionale preliminare al rispetto dei diritti interni e fondamentali, di cancellare con stati di emergenza le sovranità degli Stati e le tentennanti superstiti democrazie, reclamando unità fittizie e artificiali quanto indifferibili in nome del contrasto a un nemico comune, il terrorismo. Che legittima azioni e belligeranze che dai tempi delle campagne in Irak qualcuno ha avuto la faccia tosta di definire “etiche”.

O, non ultima, la necessità di “valorizzare” l’industria degli armamenti, perché se ne aumentino i profitti ma anche la condizionate influenza, stornando risorse dai bilanci di welfare, tutela del territorio, istruzione e imponendo investimenti formidabili in strumenti inutili ma indispensabili a stringere il cappio economico intorno al colle di nazioni gregarie.

Si, gregarie come l’Italia che, secondo i dati riportati dal primo rapporto annuale sulle spese militari  presentato dall’Osservatorio MIL€X e presentato alla Camera dei Deputati lo scorso  febbraio,  spende ogni anno per le sue forze armate oltre 23 miliardi di euro (64 milioni di euro al giorno), di cui oltre 5 miliardi e mezzo (15 milioni al giorno) in armamenti. Con “investimenti” in costante aumento (+21% nelle ultime tre legislature), che rappresenta l’1,4% del PIL nazionale, nella aberrante media Nato, Usa esclusi, ma che pare ancora poco per l’Alleanza Atlantica, che esige di arrivare al 2% in base a una decisione (mai sottoposta al vaglio del Parlamento) per corrispondere alle aspettative dei guardiani del mondo.

Non si sa per quale pudore, per quale reticenza i tanti che reclamano l’uscita dall’Europa, non fanno il salto di qualità politica e morale di chiedere l’uscita dalla Nato, per sottrarci dal pericolo e dalla correità con l’impero e con il suo totalitarismo, che giustamente il Simplicissimus oggi chiama col suo nome, una Jihad statunitense, quella che  ha diretto l’attacco contro la Siria anche grazie all’appoggio fornito dalla  base aeronavale  di Sigonella e dalla stazione di Niscemi del sistema statunitense Muos di trasmissioni navali.

E dire che proprio la nostra posizione geografica, quella che ci espone all’arrivo dei disperati che fuggono da miserie e guerre delle quali siamo corresponsabili, costituisce la qualità e la cifra di una neutralità tanto coraggiosa e forte da generare ragione, da far coltivare indipendenza per noi e per gli altri, da alimentare amicizia e pace.

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: