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Qatar. Non siamo più la loro Mecca

qat Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se è successo anche a voi. Ma a me durante l’occupazione manu religiosa dei pellegrini stanziali durante il regno di Wojtyla, è accaduto di essere perseguitata dalla richiesta pressante di un accattone polacco  armato di un crocifisso con il quale mi percosse con ferocia, scontento del mio obolo insoddisfacente.

Succede, quando la carità non corrisponde alle aspettative del questuante, che rivendica la sua miseria, ostenta le sue infermità non sempre autentiche, stringe d’assedio il benefattore a volte aiutato da una torma di altri mendicanti in temporanea associazione di impresa, per costringerlo alla resa.

I nostri connazionali che hanno goduto delle opportunità offerte dal turismo cosmopolita in tempi migliori, se ne sono spesso lamentati, pensando all’aggressione degli straccioni a New Dehli, dei barboni che saltano su dai giacigli di cartone perfino a Manhattan, dei clochard pittoreschi come comparse di Nostre Dame al Quartiere Latino, dei mendichi torvi nei paesi arabi che esigono bashish, bashish.

Ma la storia anche prima della globalizzazione dimostra che a vecchi imperi se ne sostituiscono di nuovi, che predoni del passato possono diventare oggetto di razzie, e che qualche ladrone incauto venga derubato, anche se questa circostanza si presenta più raramente e viene trattata con lo sconcerto che accompagna la notizia del padrone che morde il cane.

Così, ormai addestrati a ricoprire il ruolo di pitocchi in Europa, costretti a ringraziare che le cancellerie ci onorino dandoci in prestito i nostri stessi quattrini da rendere maggiorati, ammessi generosamente a spendere festosamente del nostro per raccattare i prodotti riusciti male dalla superpotenza amica, e a insistere per offrigli anche i nostri paesaggi agresti come teatro per le esercitazioni di tiro al bersaglio, gratificati dall’opportunità di cedere i nostri tesori in modo che altri più abili e efficienti li conservino e li facciano fruttare, ci ritroviamo a chiedere bashish, bashish con l’insistenza proterva e molesta di chi non merita rispetto, perché ha dilapidato il patrimonio, si è fatto fregare come un imbecille, non riesce neppure a vendere la Fontana di Trevi come Totò.

Deve essere per quello che dopo l’ossequio tributato in patria e in trasferta dalle autorità, dopo i patti stretti a suggellare i vincoli di amicizia con trattati ufficiali, è di questi giorni la ratifica dell’accordo di cooperazione in materia di istruzione, università e ricerca scientifica, serpeggia nella corte dei miracoli degli autorevoli straccioni, il disappunto perché l’augusto interlocutore, il Qatar, dopo tante promesse, sembra voler stringere i cordoni della borsa.

Ma come? Se perfino Salvini deponendo  antichi pregiudizi, (il Center on Sanctions & Illicit Finance individua in Doha la regione con la maggior concentrazione di donazioni private, con l’avallo della famiglia reale e del governo, ai gruppi terroristici islamisti) si è presentato col cappello in mano a Doha, immortalato mentre festeggia il sodalizio con i petroemiri – fino alla mattina prima accusati di essere finanziatori e   mandanti del terrorismo, di voler infiltrare lo stivale con le moschee (per la loro edificazione quelli della Qatar Charity Foundation   versano ogni anno oltre 6 milioni di euro, seguiti dai turchi e dai sauditi),  fucine di radicalizzazione – immortalato con il mitra imbracciato come in una gita di commilitoni virilisti e bulli.

E la ministra Pinotti, per due volte alla Difesa, ne ha effettuate tre di visite ufficiali in Qatar nel 2016, 2017 e 2018, per perfezionare la vendita all’emirato di sette navi militari per un valore di 3,8 miliardi e altri pacchetti omaggio aggiuntivi.

Ma come? Se ci abbiamo tenuto a darvi a prezzi stracciati, a concedervi in comodato terreni, coste, immobili in qualità di graditi investitori dei quali è doveroso dimenticare origini e credo religioso, considerati allarmante controindicazione all’atto di affittare una casa o un locale  a un immigrato meno prestigioso, che come direbbe Cassius Clay ci si accorge di essere guariti dall’essere negri – o musulmani –  quando si diventa ricchi.

Ma come? Se siamo stati onorati dell’attenzione che la Qatar Investment Authority, il fondo sovrano del Paese, e la Mayhoola for Investment, la holding che fa direttamente capo all’emiro Al-Thani, ci hanno riservato facendo man bassa degli hotel di lusso, nel settore della moda, (nel 2012 l’emiro ha speso 700 milioni per acquisire il Valentino Fashion Group), occupando militarmente la  Sardegna (alberghi, golf, il cantiere di Porto Cervo per almeno 600 milioni, più i successivi lavori), rilevando a prezzi ridicoli il progetto di “rivitalizzazione” del quartiere Porta Nuova a Milano

Ma come? Gli avevamo confezionato   una legge urbanistica regionale confezionata su  misura dei loro  interessi immobiliari  in Costa Smeralda, il crac del San Raffaele ha propiziato l’acquisizione del cantiere fallimentare del nuovo ospedale di Olbia in modo che potesse trasformarsi in una health clinic a uso e cura esclusiva del loro flusso turistico esclusivo.

Ma come?  Ci siamo rimangiati tutte le denunce della minaccia dormiente del terrorismo, tutti gli alati elzeviri e i pensosi editoriali sulla incompatibilità delle religioni-stato con le democrazie, tutte le preoccupazioni sul rischio-meticciato, che perfino Salvini pur di distogliere l’attenzione dalla portata dell’accordo bilaterale con Doha, ha spostato i riflettori su altri timori, Cina in testa, abbiamo dovuto perfino tirar fuori dalla naftalina Casini che ribadisse la irrinunciabile linea  italiana di sempre: Europa, scelta atlantica e multilateralismo, simboleggiato dal sodalizio con il Qatar “per promuovere la pace e la concordia tra popoli, di cui la cultura e la conoscenza reciproca sono i semi più promettenti per il futuro”.

E come non ricordare che  Federica Mogherini, alto rappresentante Ue per la Politica Estera e di Sicurezza , quando l’Arabia Saudita nel 2017 insieme con altri Paesi, decretò l’embargo contro il Qatar, ricordò i buoni rapporti della Regione con  l’Emirato proprio come fanno gli Usa che accreditano l’ipotesi di una redenzione con il taglio dei finanziamenti a cellule terroristiche, smentendo quello che sosteneva Hillary Clinton, prima da segretario di Stato Usa e poi da candidata alla presidenza nelle sue famose mail rivelate da Wikileaks. E lei di finanziamenti occulti a nemici diventati amici a intermittenza se ne intendeva.

Ma come? Pensiamo all’emirato con la simpatia che lega due paesi per i quali il calcio è una fede, più della Chiesa e del profeta, con l’ammirazione che si riserva a chi lo ama talmente il gioco da comprarsi l’eccellenza delle squadre europee e pure i voti necessari, a suon di forniture di gas, a aggiudicarsi i Mondiali del 2022.

E guardiamo a lui con riconoscenza che si deve al cliente meritevole di ogni riguardo: secondo i dati del Ministero degli Esteri  il Qatar  ha superato la soglia di un miliardo di euro di forniture militari acquistate dall’Italia, tra elicotteri e navi da guerra, sino ai caccia di parziale fabbricazione italiana.

E adesso che avremmo  più bisogno di caritatevole pietà, di clemente assistenza, fanno vedere la loro vera faccia, crudeli come il re di  Sherazade che non vuol più stare a sentire favole e esige la libbra di carne che si è comprato sia pure a prezzo stracciato, come i mercanti di Tangeri, che gli schiavi li volgiono in buona salute.

Abbiamo appreso malinconicamente che la loro fuga dal Mater Olbia Hospital, d’altra parte realizzato dichiaratamente per invogliare la Regione a adattare le sue leggi paesaggistiche e urbanistiche ai loro voleri, e che comunque sarebbe stato adibito a pronto soccorso extra lusso al servizio dei connazionali in gita, ha dissuaso anche la Fondazione Universitaria Agostino Gemelli, che controlla pure la clinica “Columbus” di Roma dal confermare interesse per una struttura che ha perso la sua attrattività commerciale.

Ma non basta, si è appreso che l’ospedale di Schiavonia, provincia di Padova, donato dal munifico Stato arabo alla Regione Veneto, che secondo il direttore della lovale Usl avrebbe «spaventato» il Covid-19 «un po’ come fanno gli spaventapasseri con gli uccelli sui campi», non ha letti, macchinari, arredi e nemmeno il pavimento, come la casa molto carina della canzone o il nosocomio in Fiera, manco gli emiri fossero dei Bertolaso qualsiasi. Appena un po’ meno vergognoso del fratello meneghino solo perché lì sono stati spesi 21 milioni di euro (per 25 pazienti), mentre qui si tratterebbe di un regalo a costo zero per le casse regionali, anche se restano aperti gli interrogativi: montare e smontare una simile struttura comporta costi ingenti, per portarlo in Italia ci sono voluti cinque Boeing C-17, quelli che di solito trasportano carri armati.

Insomma Zaia è fiducioso, finchè c’è virus c’è speranza e magari, bontà loro, del Qatar e del Covid19, potrebbe servire per la seconda ondata.

Ma c’è da domandarsi, davanti a questa carità pelosa, vuoi vedere che non siamo più la loro Mecca?


Svendita per fallimento

zeta Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’assalto ai forni, convertito nel presente in forma di saccheggio dei supermercati, potrebbe essere la prima scena del trailer del dopo emergenza, quando la crisi economica succederà a quella sanitaria.

C’è chi, come Draghi, l’alchimista del Fiscal Compact, con tutte le probabilità ormai richiesto a gran voce anche da gran parte della compagine governativa che non si sente abbastanza ardimentosa per fronteggiare il disastro prevedibile, decisionista su coprifuoco ma indeterminata sulla “guarigione”, che affida le sorti dei sopravvissuti all’austerità al virtuoso sistema bancario, comprensivo di casse venete, Mps e babbo Boschi?, ma c’è anche chi si aggrappa alla tradizione del marchesato del Grillo, quando i rampolli dissipati avevano fatto fuori il patrimonio e toccava vendere i gioielli di famiglia.

Con una spettacolare insipienza pari solo alla sfrontatezza parassitaria di chi ha sempre potuto tenere l’aristocratico  culo al caldo, Luigi Zanda, capogruppo Pd al Senato, avanza la  proposta di utilizzare il nostro vasto patrimonio pubblico come garanzia per finanziare la ricostruzione, comprese le sedi istituzionali:   palazzo Chigi e Montecitorio.

Un’occhiata troppo rapida al suo brillante curriculum, dalla presidenza del Consorzio Venezia Nuova (si potrebbe suggerirgli l’aggiunta del Mose al pacchetto, ma quello nessuno lo vuole, nemmeno in qualità di sfarzoso monumento alla corruzione e al malaffare)  a quella di Lottomatica, da quella dell’Agenzia per il Giubileo a quella della Fondazione Palaexpo, che suggerirebbe di far tesoro delle sue competenze, si, ma in qualità di cinico curatore fallimentare,  potrebbe trarvi in inganno.

L’ha detto con l’autentica sofferenza di chi patisce una privazione e un sacrificio, perché intendono così i beni comuni quelli che a forza di starci dentro hanno maturato il convincimento che i palazzi siano loro proprietà, come d’altra parte le coste della sua isola concesse benevolmente agli emiri in cambio di un nosocomio per i loro famigli in gita in Costa Smeralda che giustamente non si fidano della nostra sanità, o le vaste aree sarde occupate militarmente dalla Nato per effettuare esercitazioni e test micidiali. Un patrimonio “personale” della cerchia “superiore” che è necessario alienare in cambio di protezione, ammissione alla tavola dei grandi, mantenendosi   possibilmente auto blu, spiaggetta privata, bunker antiatomico o anticontagio.

D’altra parte come insegnerebbe anche la Costituzione che il suo partito voleva “aggiornare”, anche la salute dovrebbe essere un bene comune e infatti anche quella è stata trascurata, svenduta ai privati, ridotta a aspirazione estetica di corpi ben levigati e allenati,  in modo da potenziarne il valore sul mercato, e del quale ci si accorge quando è minacciato.

Basta pensare al numero di morti attribuibili a patologie respiratorie aggravate dalla concomitanza con il Covid 19, ai decessi in stato di abbandono nelle corsie ridotte a lazzaretti, ai pazienti selezionati secondo criteri d’età e pubblica utilità, per la carenza di strutture di terapia intensiva, alla mancanza di respiratori, del costo ormai di un migliaio di euro, a fronte dei milioni dilapidati in operazioni di malaffare, cattiva gestione, vacanze premio di governatori, per capire che la salute in ogni luogo della società è diventata un lusso per pochi, che la ricerca è confinata nelle fortezze delle aziende farmaceutiche, che la tecnologia è più redditizia se la applichi ai bombardieri che ai dispositivi salva-vita.

Negli ospedali certo, ma anche nelle scuole, che crollano, che devono attingere a compassionevoli contributi delle famiglia e dove pare basti  garantire la presenza di cassette di pronto soccorso, il cui contenuto minimo è previsto nell’allegato 2 del decreto 15 luglio 2003, n. 388 “da integrare sulla base dei rischi, delle indicazioni del Medico Competente e del Sistema di Emergenza del Servizio Sanitario Nazionale”, nelle fabbriche e negli uffici dove magnanimamente Confindustria ha acconsentito a concordare procedure di sicurezza, volontarie e temporanee in modo che dopo si possa  perire di normali e abituali “morti bianche”, nelle palestre e nei campetti di calcio che qualche ammirevole sponsor una tantum dota di defibrillatori, nelle città dove lo smog si contrasta a suon di domeniche ecologiche invece di incrementare il trasporto pubblico, nel mondo tutto dove la lotta all’inquinamento dovremmo combatterla noi con costumi morigerati e raccogliendo lattine la domenica.

Quando il dopo pandemia fa capolino come una minaccia invece che come la promessa di uscire dalla paura, si capisce che l’auspicio di tanti,  che cioè questo evento segni un nuovo tempo più attento ai bisogni e ai diritti, perfino l’incipit di un new deal della sanità pubblica e della riappropriazione di poteri e competenze da parte dello Stato, dopo il conclamato fallimento delle privatizzazioni allestite nelle cucine secessioniste delle regioni che rivendicano l’autonomia, è vano e illusorio.

Ricorrentemente qualcuno che non aveva eseguito l’atto di fede europeista (oggi ci tocca anche l’abiura di Prodi e le rilevazioni di Noto/sondaggi che accerta che perfino al fiducia dei fan più accesi sarebbe crollata del 25%  e non basta certo la promessa di elargire dall’areo come volantini pubblictari della sua beneficenza la promessa dei miliardi  della Bce), aveva ripetuto che per sapere come sarebbe andata a finire l’Italia bastava stare seduti a guardare con tanto di pop corn il film della Grecia.

Non c’è stato bisogno del pugno di ferro senza guanto di velluto della Troika, di referendum proibiti comunque per timore degli improbabili assembramenti non sono stati paventati, abbiamo già la moria di anziani, le chemio sospese, le file davanti ai bancomat e l’assalto ai supermercati, per caso i bambini non svengono per la fame in classe solo perché sono chiuse le scuole. Abbiamo già avuto la svendita di immobili di pregio e la cessione di coste e isole, proprio come là, altre vengono “promesse” per farci intendere che è uno dei modi obbligati per contribuire tutti alla ricostruzione dopo questa strana guerra, nella quale tutti abbiamo rischiato di essere condannati se non a morte, al carcere duro e alle pene per diserzione, multati e esposti alla gogna.

È sicuro che il virus non sia il prodotto di laboratorio di un Dottor No che voleva imporre la sua egemoni col terrore, ma è altrettanto certo che sta segnando le nuove frontiere del controllo economico e sociale, durante e dopo l’emergenza, cui seguirà una crisi  devastante, per i mancati introiti di milioni di lavoratori, per la chiusura di imprese e esercizi piccoli e grandi, per la cancellazione dai bilanci della voce “turismo”, per una carestia perfino di generi alimentari incrementata dalle limitazioni alle coltivazioni ortofrutticole, e che induce già e indurrà sempre di più  a chiedere “aiuti” che ci ridurrà definitivamente, in qualità di paese di serie B,  allo status di colonia, incapace e impotente.

Non sarebbero bastate le migliaia di morti annuali di influenze meno apocalittiche, quelle accertate attribuibili a infezioni ospedaliere per costringerci alla resa, è stato necessario il potente canovaccio della tragedia epocale, che ci sta facendo rinunciare a diritti e garanzie, se non vale più nemmeno il dilemma “o la borsa o la vita”.

 


I Beccafichi

saor veroAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il saòr è un tipo di marinatura da sempre usata a Venezia, che somiglia al condimento delle sarde a beccafico, con lo scopo di conservare gli alimenti durante le lunghe traversate. È talmente efficace che, narra una leggenda cara a Hemingway, quando morì un alto prelato di Torcello considerato alla stregua di un santo, si volle seppellirlo in Basilica. Ma imperversava da giorni una tremenda tempesta con trombe marine che impedivano il trasporto, così per mantenere l’augusta salma si pensò di coprirla con l’antico bagnetto di cipolle, aromi e aceto e il feretro giunse in perfette condizioni in San Marco pronto per le celebrazioni e l’adorazione di fedeli.

E cosa c’è di meglio per le sardine del saòr, come vuole la ricetta tradizionale, che aggiunge sapore ma soprattutto raggiunge lo scopo di conservare le pietanze, le carni e i pesci, compresi quelli in barile. Si moltiplicano in questi giorni i paragoni tra gli intepidi banchi marini e altre espressioni movimentiste del recente passato: il popolo viola, gli schizzinosi girotondi, le madamine Si-Tav, eredità approssimative di quel situazionismo che concepiva la politica come costruzione di eventi e momenti di vita collettiva destinati a creare una qualche forma di comunicazione effimera tra la gente, egemonizzata dalla spettacolarità e unita dalla musica, da slogan, da parole d’ordine, da performance creative senza sceneggiatura e copione.

E infatti senza perdere troppo tempo a definire questo “agire” e i suoi attori – e chi li vuole sinistra sommersa (ne ha parlato ieri il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/19/sardine-in-scatola/) , e chi li vuole riscatto di popolo purchè non populista, e chi li vuole  intrinsecamente rivoluzionari, e chi li vuole post qualunquisti – viene bene il paragone con un’altra “situazione”, il plebiscito su scala nazionale del Se non ora quando, contro il Berlusconi puttaniere, fedifrago nei confronti della paziente consorte che ebbe l’onore non delle lettere alla posta del cuore, ma delle prime pagine, volgare e spudorato nelle sue esternazioni maschiliste proprio come un cumenda incarnazione della maggioranza silenziosa.

Scesero in piazza allora insieme a centinaia di migliaia di signore inviperite, al seguito di alcune penne intinte in quota rosa,  numerose perfino per la questura, anche tanti uomini della società civile e della politica, che non avevano mai manifestato  e non lo fecero nemmeno dopo, contro il golpista, contro il deus ex machina delle leggi ad personam che avevano trasformato l’interesse generale in occupazione privata della società imponendo la corruzione in forma di legge, contro l’amico dei mafiosi, contro l’utilizzatore finale di ragazze ma pure di deputati e senatori, oltre che di intellettuali pronti a mettersi in vendita nel mercato delle vacche dell’editoria e delle tv.

È facile da spiegare, vien meglio una manifestazione di dissenso che preveda l’incendio in piazza di un simulacro riconoscibile, che potrà risorgere dalle ceneri, se, una volta dato alle fiamme il gattopardo, tutto può andare avanti come prima, permettendo in quel caso la più mesta e iniqua austerità, la rinuncia definitiva alla sovranità statale, il sopravvento delle lobby delle privatizzazioni, lo smantellamento dell’edificio costituzionale e democratico perfino per via di referendum.

E allora si capisce l’entusiasmo per questi vispi ragazzotti, ben attrezzati di buone conoscenze e di un certo istinto per lo spettacolo che va ben oltre la recita della poesia sullo sgabello a Natale davanti a nonno Romano e prima che arrivino in tavola i tortellini fumanti.

Il fantoccio da bruciare per esorcizzarne l’oscuro potere era pronto, preceduto da una fama a lungo confezionata a tavolino per farne un Hannibal Cannibal, come incarnazione dell’eversione fascista.

Se  fascista lo è di sicuro, è meno certo che si tratti di un sovvertitore dell’ordine costituito e dell’establishment: appena ha fatto irruzione sulla scena governativa, ha dimostrato nelle parole e nei fatti la sua adesione alla irriducibilità e incontrastabilità dell’Ue, ha testimoniato la sua fidelizzazione al modello di sviluppo rappresentato emblematicamente dai suoi monumenti e altari: Tav, Mose, trivelle, Muos, ponti e piramidi, ha  riconfermato la volontà di essere ammesso alla cerchia padronale multinazionale. E diciamo la verità, sulla questione immigrazione non ha spostato di un centimetro il già pensato e fatto dai predecessori in qualità di ministri e legislatori, da Bossi e Fini, a Turco e Napolitano, a Alfano e Minniti, seguito dagli attuali esecutori come dimostra il rinnovo degli accordi con la Libia e il prolungamento delle serrate dimostrative dei porti.

A essere maligni, non può che venir bene un po’ di saòr, che copra lo squalo fritto e conservi tutto com’è e dov’è. Non a caso le sardine piacciono al movimento 5Stelle costretto a una riservatezza coatta e prona alla tracotanza degli alleati di governo di oggi ancora più subordinata che a quello del passato, che hanno nostalgia dei rave party dell’opposizione opposizione, che sognano di riprendere consenso facendo casino, sì, ma anche stando sulle poltrone irrinunciabili dei trascurabili dicasteri concessi loro.

E perché dovremmo aspettarci che le sardine dettino una linea se sono come i pesci pilota che precedono l’arrivo degli squali, e se la linea politica c’è ed è quella del progressismo perbenista che accoglie e integra purché in crestina e grembiulino, in tuta sull’impalcatura incerta, con le forbici da giardiniere o la csta per le olive i i pomodori, quella del politicamente coretto che cede su lavoro, sulla scuola, sulle delocalizzazioni, sulle svendite,  sulla privatizzazione dello stato sociale per fare il muso duro sul minimo accettabile dello isu soli, che doveva essere obbligatorio almeno cinque governi fa, quella del sindacalismo dei patronati senza lotta di classe ormai assimilata all’odio da censurare tramite commissione parlamentare.

Le sardine, vezzeggiate da tutti,  piacciono alla gente che piace, ecologisti che fanno giardinaggio, femministe che vogliono che l’altra metà del cielo si conquisti mediante al sostituzione di stronzi maschi al potere con altrettante stronze femmine nei ruoli di comando, agli antifascisti sì, purchè non antisistema, quelli che pensano che sia sufficiente togliere di mezzo la ferocia in felpa per addomesticare il totalitarismo che si esprime con i metodi criminali di sempre per ridurci a Ausmerzen vite indegne di essere vissute.

E infatti eccoli a Bologna contro Salvini, ma non contro il Global Compact di Merola fotocopia della cooperazione secondo Renzi, quel neo colonialismo che dovrebbe normalizzare  l’invasione fornendo un esercito di riserva al padronato in modo che il potere di ricatto di una concorrenza avvilita e intimidita faccia recedere da conquiste e diritti del lavoro i lavoratori locali. Si esibiscono in tutta l’Emilia, la loro culla, senza riservare una parola di dissenso  nei confronti della pretesa di autonomia divisiva e quella si, eversiva, patrimonio indiscusso della Lega. Oggi ci sono anche in Puglia, dove non abbiamo visto manifestazioni di piazza di una qualsiasi specie ittica, nemmeno le cozze pelose,  per dare appoggio alla città martire di Taranto. Ci sono in Sardegna dove resistono da anni quelli che si battono contro la militarizzazione dell’isola, o in Sicilia dove i No Muos sono ridotti al silenzio dalla repressione e censurato dalla stampa.

Eppure sono ben altri l’argento vivo del paese, quello che non dovremmo lasciare solo perchè fa paura e viene tacitato e emarginato,  quello che si muove per noi e che non si piega a essere costretto dentro al vecchio termometro che non registra mai la febbre di chi vorrebbe davvero rovesciare il tavolo e cambiare le cose.


L’ecologia che piace alla gente che piace

fg Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Da grande sogno di diventare scienziata e di continuare ad occuparmi di tematiche ambientali …. Vorrei farlo all’estero e non perché ritengo che l’Italia nono sia adatta ma perché penso che un ‘esperienza fuori faccia parte di quel bagaglio culturale che ogni scienziato dovrebbe avere”.

So già che parlando della Greta de noantri, Federica Gasbarro l’italiana invitata a  partecipare allo Youth Summit ddell’Onu, riceverò gli strali dei benpensanti ecologici, che fanno il paio con gli umanitaristi che basta mettere Lucano sul profilo per dimostrare civismo,  raccogliendo bottiglie di plastica una tantum all’Ultima Spiaggia di Capalbio prima di andare al brunch servito dall’unico straniero integrabile, il cameriere in guanti bianchi.

Ma mi ha colpito quella sua dichiarazione resa alla stampa prima della partenza, in un posto riservato su un volo completamente carbon neutral.  come ci informa un settimanale femminile che l’alterna come eroina a Carola e Meghan Markle, sposa già divorziata e ovviamente ribelle di un cadetto della casa reale inglese, quando spiega quello che vorrà fare “da grande”.

Perchè 24 anni, non i 16 della Greta della quale è una pallida imitazione anche pensando ai vettori scelti, aereo contro la barca a vela da regata IMOCA   battente i colori dello Yacht Club de Monaco,  è una dimostrazione che qualcosa nel nostro Occidente in declino se vengono spostati i nostri orologi per consentire che i giovani restino il più possibile bambini, tanto che una ventiquattrenne quindi un po’ in ritardo nel percorso verso la laurea, guarda a sè e viene accreditata come un enfant prodige cui riporre speranze con il solluchero che proviamo quando il nipotino recita la poesia di Natale sullo sgabello,   bebè  cui riservare indulgenza incondizionata come ai diciassettenni che menano  l’autista del bus, o pargoli sapienti a 40 anni suonati come Renzi o Macron,  eterne promesse  che è meglio non vengano mantenute.

I propositi della ragazza che si è già meritata il titolo di influencer, che spetta parimenti alla Ferragni e alla Madonna, parola del papa, e pure l’esercitazione pratica che si è portata a New York – un acquario popolato di microalghe –  proprio come quelle ricerche delle medie, che venogno confezionate la sera prima della consegna da tutta la famiglia,  confermano i sospetti che ho sempre nutrito sulla qualità dei messaggi e quindi dell’ideologia che ispira e agita questo movimento che, lo dice lei,    ha scelto di scioperare (in forma situazionista?)  invece di dialogare, salvo andare a farsi omaggiare nei paesi più inquinanti del modo e  vezzeggiate dai più inveterati e solenni zozzoni.

Beati i tempi infatti, nei quali i ragazzini stavano davanti al piccolo chimico sognando da grandi di mettere a punto la pozione che cura tutti i mali, di andare nella giungla come  Schweitzer o sul microscopio come Pasteur, macché l’attivista italiana vuole, una volta laureata in biologia, “occuparsi di tecnologie volte alla creazione di nuovi biocarburanti, bioplastiche”   alla scoperta quindi “di nuove soluzioni”.   Ci sta tutta con l’ideologia dei ventriloqui che parlano per bocca di Greta facendoci immaginare che tutte le sfide siano possibile per l’uomo: governare gli oceani e i fulmini o vivere su Marte,    grazie a nuovi prometei,  mentre che invece  cambiamento climatico si possa contrastare solo  “non assistendo immobili al tracollo provocato dall’incuria dell’uomo”, è lei che parla,  e anche che “potrà avvenire solo e soltanto attraverso l’educazione ambientale e civica“,  cambiando le nostre abitudini di vita, comprando a caro prezzo come atto simbolico ed esemplare mele organiche e bacate, riciclando la carta e il vetro, in modo da contribuire individualmente esonerando così imprese inquinanti e energivore e governi insipienti.  Nella convinzione apotropaica che sia decisivo  contribuire alla declinazione “morale” del capitalismo  capace anche in questo caso di trasformare perfino la responsabilità sociale ed ecologica in fonte di profitto,  in valore aggiunto propagandistico e in strumento di mercato dispiegato per risolvere i problemi che il mercato ha creato.

Infatti dietro alle cheerleader ecologiste ci sono i burattinai che vogliono persuaderci che i danni prodotti dal mercato si sanino con strumenti di mercato, trattati commerciali tra privati e Stati e privati, licenze e concessioni illegittime, così che i grandi inquinatori possano continuare ad emettere Co2 comprando le opportunità di far rotolare il mondo nel precipizio, e non a caso le chiamano diritti, dai paesi meno industrializzati o sempre meno produttivi attraverso la quotazione monetaria  stabilita da un protocollo disatteso e mai sottoscritto dai più forti contaminatori e dando forma a un meccanismo speculativo.

Ecco, se avessimo avuto la possibilità (la intraprendente studentessa si è auto candidata riempiendo un modulo capitatelo sotto gli occhi per caso)  di indicare alle Nazioni Unite i profili di ragazzi  che lottano per l’ambiente, maglio sarebbe stato se avessimo dato la scelto quelli di Sardegna dove insiste il 61 % di servitù militare, i tre poligoni più grandi d’Europa e dove le indagini ambientali condotte nel PISQ dell’Aeronautica Militare hanno dichiarato contaminati almeno 800 ettari di territorio. O i giovani No- Muos, i  No-Tav, i No- Tap, che dovrebbero essere, proprio loro, i veri influencer che possono combattere i veleni.


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