Archivi tag: Milano

Un Futuro di rovine

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dal nome, si chiamerà Futura, potrebbe essere un nuovo vaccino, e difatti a ben vedere appartiene a quella gamma di prodotti  pensati per immunizzare dal buonsenso.  

Si tratta del logo dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, in programma dal 6 al 26 febbraio 2026. Contiene a detta degli organizzatori, un forte messaggio, molto “legante” secondo Malagò che aggiorna semanticamente così il vocabolario della coesione sociale, “dal rimando futuristico”, composto dai numeri 2 e 6 di color ghiaccio,  che ha fatto vincere con il 75% dei voti la sfida contro “Dado”,  il disegno di un parallelepipedo composto dai numeri 2 e 6, di colore verde e rosso e sormontato da un fiocco di neve azzurro.

Pare proprio che il processo di infantilizzazione del paese non passi soltanto per l’alternanza di buffetti, sanzioni e penitenze,  con qualche licenza premio subito rinfacciata, ma anche con la regressione della creatività un tempo incarnata da Munari, Noorda, Steiner, Testa, Vignelli, a ideazioni in concorrenza con il repertorio iconografico a corredo delle letterine di Natale, della festa della mamma e del papà di rampolli non proprio dotati di cui facciamo ostensione compiaciuta  sui sociale.

Ma il fatto che il simbolo sia brutto (secondo gli organizzatori corrisponde alla filosofia voluta di  “un evento poco invasivo, dove sostenibilità non sia una parola ma un modo di vivere”),  è poco rilevante rispetto alla retorica che lo ispira e che accompagna la sua esposizione sui canali social di Milano-Cortina 2026: “Futura. Una finestra sui nostri sogni, la promessa di un domani sostenibile e inclusivo. Un segno leggero che si riempie di tutti i colori, che scopre un mondo senza discriminazioni e barriere, che abbraccia la bellezza della terra su su fino al cielo. Perché lo sport rivela anche a occhi che non possono vedere la magia di un cielo pieno di stelle lucenti”, e, non bastasse, anche “l’aurora boreale che talvolta colora il cielo di Cortina”.

In realtà sotto il cielo e non solo quello di Cortina, regna gran confusione, siamo passati da “andrà tutto bene”, a “niente sarà come prima”, da “rimpiangeremo la normalità imperfetta”, a “ne usciremo migliori”, siamo passati dalla promessa di una grandiosa elemosina a fondo perduto, a un prestito da rendere a caro prezzo con lacrime e sangue, dal vederci piovere in testa miliardi per risanare la sanità, la scuola, le attività penalizzate, alle elargizioni di un racket  che comincia subito a essere persuasivo con qualche bomba carta davanti alla serranda, il taglio di un dito e l’obbligo di comprare i suoi schiacciapollici e vecchi revolver di cui vuol disfarsi.

Nulla invece fa vedere la promessa luce in fondo a un tunnel, si moltiplicano le varianti, è assicurato il contagio dei vaccinati, disillusi sull’accesso a abitudini del passato garantito dall’assoggettamento festoso che ha perso il suo connotato di prova di senso di responsabilità e civismo, il gregge non immune non si toglierà la mascherina, osserverà  il distanziamento, non verrà autorizzato a godere di piaceri ormai retrocessi a vizi e trasgressioni,  nemmeno presentando il passaporto vaccinale.

Però non è giusto dire che non si tornerà come prima, perché ci sono attitudini, consuetudini e prassi che non cambiano e non sono state sospese.

Sono quelle che ispirano scelte politiche che anche solo per buonsenso e ragionevolezza avrebbero dovuto essere riviste e aggiornate, dirottando investimenti e spese su settori strategici, su contesti cruciali, interrompendo quel circolo vizioso grazie al quale opere e interventi che servono a mettere in moto la macchina della corruzione e a far circolare profitti, acquisiscono la patente di legittimità grazie a regole e soggetti commissariali ad hoc, che legalizzano conflitti di interesse, procedure opache, e, soprattutto, riproducono guasti ambientali, consumo di suolo, speculazioni per appagare gli appetiti di cordate del cemento e immobiliari, togliendo risorse e impegno che dovrebbero essere mobilitati per la manutenzione del territorio e la prevenzione di catastrofi che da naturali sono diventate prevedibili e che potrebbero essere governabili e addirittura contrastabili.

È che ormai è cambiato anche il concetto di “retorica”: ce n’è una lodevole, encomiabile, perché rievoca concretezza, ottimismo e fiducia, quella continuamente schierata dai generali della ricostruzione anche quando sono impiegati come strateghi della distruzione creativa, quella invece disfattista dei disertori dello sviluppo e del progresso, pallottoliere alla mano a calcolare quanti reparti di terapia intensiva si metterebbe in piedi con gli F35 che siamo costretti a compare per essere ammessi al tavolo die grandi, a quanti terremotati si restituirebbe un etto con gli stadi in previsione di spesa, a cominciare da quello di San Siro, quante bonifiche e risanamenti si realizzerebbero coi quattrini impegnati per la kermesse olimpionica.

Si sa, le anime belle, pacifisti, ambientalisti, quelli dei NO,  non sono mai contente, e difatti hanno già avuto da ridire sul Futuro secondo Malagò, Ghedina e Sala, due sindaci questi che vantano dei record in materia di interventi speculativi, manomissioni di leggi urbanistiche ridotte alla negoziazione e contrattazione con i privati sempre perdenti per le amministrazioni, espulsione dei nativi, consumo di suolo, conversione del patrimonio abitativo in terziario.  

Agli arcaici misoneisti, codini e retrivi, proprio pare non piaccia lo ski dome, che ha già avuto l’approvazione di quel bel tomo di Fontana, la grande pista da sci al coperto ad Arese, nell’area dell’ex Alfa Romeo acquistata pronto cassa dall’imprenditore a capo del gruppo Finiper (che possiede anche l’altrettanto smisurato centro commerciale contiguo), un’iniziativa di “valorizzazione” che, secondo la Regione dischiude “importanti prospettive sportive e turistiche per Milano e tutta la Lombardia… La pista al chiuso da realizzare all’interno del palazzo dello sci potrebbe, infatti, essere utilizzata per allenamenti mirati, effettuabili 365 giorni l’anno, e per test delle squadre nazionali olimpiche e paralimpiche, impegnate nel 2026 sulle nevi della Valtellina. Inoltre, lo Ski Dome potrebbe diventare un punto di formazione per i tecnici dello sci alpino“.

Rincuora vedere con che immaginifica ma realistica capacità di previsione fattuale  i politici lombardi riescano a estraniarsi dalle miserabili pene dell’oggi per proiettarsi in un futuro  carico di promesse e benessere, quel benessere garantito  da altre opere irrinunciabili, i palasport da costruire   o da rifare, al servizio di attività sportive oggi penalizzate ma che sono destinate a un grande successo presso il pubblico meneghino, hockey su ghiaccio di rito ambrosiano, salto con gli sci indoor, pattinaggio veloce nell’Arena Civica,come a Stoccolma. e conforta sapere che siamo a buon punto con il progetto del Villaggio olimpico nell’ex scalo Romana: Coima, Prada e Covivio, che hanno acquistato l’area dalle Fs per 180 milioni di euro, stanno rispettando la tabella di marcia e hanno già presentato alle autorità il progetto delle strutture che ospiteranno  gli atleti olimpici e i loro staff nel 2026, un’operazione urbanistica “che cambierà il volto del quartiere, non solo all’interno dell’ex scalo, ma anche nell’asse che va da via Crema e piazza Trento e arriva fino alla Fondazione Prada dall’altro lato della ferrovia, anche grazie al grattacielo in piazza Trento che diventerà la nuova sede di A2A”.

Avevamo pensato che un qualsiasi Paese civile avrebbe tratto una lezione dalla cacciata dei residenti a Rio, quando i bulldozer hanno demolito interi quartieri di bidonville e favelas, confinando la popolazione fuori dalla città, in discariche dove si sono mescolati uomini/ rifiuti e rifiuti/immondizia, niente di diverso da quanto è successo a Londra, da quello che succede in Qatar dove si allunga ogni giorno la lista dei morti sul lavoro e degli abitanti espulsi per far posto alle opere per i Mondiali.

Invece eccoci, anche noi, scaraventati fuori dalla “finestra sui nostri sogni” negli slum già in rovina del Futuro.
 


Magna Letizia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non vorrei  che occupati a approfittare dell’opportunità  offerta dalla rete di emettere una condanna giudiziaria, purtroppo solo virtuale, vi foste dimenticati di quella morale nel caso ricordaste la toccante immaginetta della ministra dell’Istruzione, candidata sindaco di Milano, Letizia Moratti Brichetto Arnaboldi  che un 25 aprile 2006 in piena campagna elettorale spinge spudoratamente la sedia a rotelle dell’anziano padre, in qualità di testimonial del suo antifascismo, “dinastico” come il talento per le assicurazioni e le intermediazioni.

 Ma della persona giusta al posto giusto, in questo caso quello di Assessora alle Politiche sociali della Regione Lombardia, ben altro potremmo dire oltre all’inanellarsi di accuse e pendenze, nonostante che  solo per quello si dovrebbe ricorrere a quella misura non eccezionale:  commissariare il Pirellone,  come si è fatto in passato con una determinazione attribuibile più che all’ardimento degli Esecutivi di allora al fatto che si trattava di enti che non possedevano l’autorevolezza politica e morale della operosa Lombardia e del suo capoluogo.

Eh si, non occorreva assistere al simpatico siparietto del leccaculo di tutti regimi, anche lui perenne e infestante come l’intervistata, per sapere che cosa aspetta la regione più colpita dal Covid, per effetto di anni di demolizione del sistema sanitario, dei guasti ambientali, di una urbanizzazione selvaggia compiuta per appagare gli appetiti di una cupola bancaria e imprenditoriale della quale la Moratti, da pochi mesi in temporaneo riposo dopo le dimissioni da presidente di UbiBanca,  è la plastica incarnazione, la figura allegorica ritratta sul frontone del tempio dei mercanti che impartiscono i comandi per quello che poi la politica scrive sotto dettatura.

E il delicato quadretto che ho richiamato alla memoria è davvero simbolico della sfrontatezza irriguardosa di certi personaggi durevoli.

Rivela il segreto della loro condizione di intoccabili e intangibili, con le mani in tutte le paste e in tutti i vasi di marmellata, invidiati e imitati per aver combinato una impudente spregiudicatezza con le benemerenze frugali e morigerate degli “anonimi lombardi” che crollano quando i cuori di mamma e i portafogli di papà devono ammorbidirsi per figli un po’ discoli. Come successe per il suo candidato assessore all’atto dell’elezione a sindaco, quel Maurizio Lupi già incaricato dell’urbanistica dal 1997 al 2001, con Albertini, poi deputato Pdl,  proponente di una legge che per miracolo non venne approvata e che sanciva  le amministrazioni pubbliche e la proprietà fondiaria devono avere  le stesse prerogative nel governare il territorio, infine poi titolare dei Trasporti coinvolto in uno scandalo per incarichi opachi. E anche lui afflitto da un junior ingombrante almeno quanto il proprietario della Bat-casa, il loft abusivo dello scapestrato rampollo della Letizia. 

Anche Lupi era un esponente di spicco di Comunione e Liberazione, un’appartenenza che distingue da subito la solida ragazzona, avviata dal babbo alla carriera di broker quando le altre festeggiavano il debutto in società al Circolo, in combinazione con quel piglio dinamico e spiccio di rito ambrosiano, interpretato magistralmente dalla Franca Valeri nel “Vedovo”.

E deve essere davvero una miscela vincente insieme a un arrivismo sfrenato e a una bulimica avidità in grado di garantire successo e incarichi politicamente e socialmente prestigiosi a soggetti  eternamente indagati e troppo spesso prosciolti, che restano là e si rinnovano indeformabili e  inviolabili.

Basta pensare a lei come  all’iniziatrice del sacco di Milano, anche se poi la sua opera sarà completata da due sindaci che hanno preso sul serio la missione di esecutori del suo disegno, ispirato alla trasformazione della pianificazione del territorio in una pratica negoziale per la cessione ai privati di territorio e beni comuni, la cancellazione dell’urbanistica dal panorama legislativo.

Si deve a lei il programma di scaricare  sulla città, grazie a un Pgt poi ritoccato addirittura in peggio dal successore, 18 milioni di metri cubi di nuove costruzioni  che dovevano essere  realizzate entro il 2030, un volume di quasi 160 nuovi Pirelloni che, uno sopra l’altro, formerebbero una torre di 20 chilometri, un frontline irto di grattacieli – secondo i suoi visionari amministratori dovevano essere almeno 50 nella Dèfense meneghina della Zona Nord, per far compagnia alle cinque torri di proprietà del gruppo Ligresti, destinate al terziario e già allora ridotte a inquietante archeologia a fronte della statistica che denunciava almeno un milioni di uffici sfitti. 

E sempre lei è la fanatica profetessa della “valorizzazione” grazie all’operazione  che ha come teatro l’ex Fiera/Citylife, il Porta Nuova District degli ex scali ferroviari FS/Sistemi Urbani, l’ex Piazza d’Armi, le ex caserme, le cui quantità edificatorie permesse dal Comune  sono state e sono “consensualmente contrattate” in base ad accordi con le proprietà fondiarie e gli investitori:   Intesa San Paolo, Generali, Hines-Catella, Fondo Sovrano del Qatar.

Nemmeno i fallimenti dei suoi sodali, le voragini in bilancio delle banche amiche aveva potuto dissuaderla perché intanto si mettevano le basi per il Grande Evento del secolo, l’Expo, con la sua Grande Corruzione malgrado la nomina di un Commissario che casualmente in seguito diventerà primo cittadino malgrado il flop e oggi ricandidato, malgrado il controllo dell’Autorità anticorruzione costretta a prendere atto del capolavoro di illegalità realizzato grazie alla conversione di un intervento  definito “di interesse generale” in “benedetta emergenza” da fronteggiare stravolgendo le regole e le procedure d’appalto, nominando autorità speciali, producendo varianti, comprando a caro prezzo terreni che ancora oggi sono ridotti a mesta discarica delle vestigia del Bal Excelsior della nutrizione.

Era quella la Città Ideale, l’Utopia di Letizia, laboratorio a un tempo della concezione di cittadinanza di Comunione e Liberazione e del New Public Management meneghino degli indagati dopo ManiPulite  che non si fecero mancare qualche imputazione di intreccio con la ‘ndrangheta.  

D’altra parte questa commistione tra marketing del bene comune   e il  bigottismo da inveterata baciapile aveva lasciato un’impronta indelebile con la sua riforma dell’istruzione , quella della Scuola delle Tre I – Impresa, Inglese, Internet,  ostaggio del pensiero quantitativa e dell’ideologia  del saper fare, dell’aziendalizzazione dell’istruzione fino alla fornitura gratuita di manodopera alle aziende con l’Alternanza scuola-lavoro, con le premesse per la creazione della figura del Dirigente Scolastico  e la premialità per docenti coinvolti in attività di tipo organizzativo o in base ad un “merito” valutabile attraverso test per infiltrare nel sistema didattico gli imperativi e  i criteri del mercato: debiti, crediti, successo formativo, performance, obiettivo, risultato, servizio all’utenza, open day. Anche grazie a una pedagogia selettiva rivolta a studenti-clienti.

E mentre al tempo stesso lanciava l’ipotesi di cancellare l’odiato evoluzionismo e Darwin dai programmi scolastici, preferendogli la narrazione mitico-simbolica della “creazione” con tanto di serpenti, mele, diavolacci e quella troietta di Eva .

E sempre lei in veste, come ama definirsi, di “civil servant”, si prodiga da presidente del servizio pubblico per dare concretezza al progetto di RaiSet, definendo la Rai doverosamente “complementare a Fininvest”, immaginando una felice ristrutturazione secondo i criteri dell’impresa privata per esaltare competitività e promuovere concorrenza interna, per incrementare i budget pubblicitari, ipotizzando la svendita del patrimonio immobiliare e la messa sul mercato con vari “scivoli” delle risorse umane, promettendo agli italiani un’ azienda “miliardaria” instancabile produttrice di intrattenimento, leggero come la scuola,  più che di molesta informazione.   

Insomma anche senza l’enunciazione dei suoi programmi, sappiamo cosa possiamo aspettarci da lei che non avrà nemmeno bisogno del fertile humus   dell’autonomia differenziata  per consegnare definitivamente i rottami della sanità pubblica a privati efficienti e officianti il rito della caritatevole assistenza a caro prezzo: obiettori di coscienza, preti, monache, aziende, “comunità” e ong opache e fondazioni sospette, come ormai è uso globale da quando tutto quello che riguarda l’interesse collettivo a cominciare da salute, ricerca, scuola è delegato alle major confessionali del Mercato.

Non c’era da credere a Cacciari quando disse che bisognava eleggere rappresentanti ricchi che così non erano costretti a  rubare, se nessun ente preposto cercherà l’antidoto per la malattia che affligge il privilegio, l’avidità.


Gli “smartinitt” di Milano

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando si cominciò a parlare di industrie a rischio, dopo incidenti apocalittici, ci fu chi si rese impopolare ricordando come interi quartieri sorti ai confini di aziende inquinanti fossero frutto di una pratica negoziale tra abitanti e enti locali che avevano concesso varianti in modo, si diceva,  da accontentare i dipendenti delle fabbriche tossiche che volevano risiedere vicino al posto di lavoro, si trattasse della Farmoplant, dell’Olivetti, dell’Acna.  

E si citavano pendolari che prima abitavano lontano, madri di famiglia che potevano correre a casa per cucinare un pasto allattare i bambini o badare al nonno arrivato dalla campagna.

In realtà solerti amministratori appagavano i desiderata padronali: molti quartieri satellite erano di proprietà dei patron delle industrie, gli stessi che promuovevano allora asili e servizi privati con l’aspettativa, coronata oggi dal welfare aziendale, dai suoi fondi, dalle sue assicurazioni e  bolle, di sfruttare due volte, che è meglio di una volta sola. Con il risultato di raddoppiare cancro e patologie “professionali”, dentro alla fabbrica e fuori.

E difatti malgrado il passare degli anni, non è cambiato niente a vedere il destino di quartieri e popolazioni condannati a morte, per malattie, per esposizione a agenti inquinanti, oppure per la deindustrializzazione che ha spostato investimenti e produzioni, che gode di impunità e immunità, e perché, comunque, l’occupazione è talmente condizionata da ricatti e intimidazione che ha reso impossibile scegliere tra salute e ambiente oppure salario e posto.  E a vedere come ormai l’urbanistica e la pianificazione siano state definitivamente ridotte a trattativa, contrattazione tra poteri pubblici e interessi privati che alla fine hanno sempre il sopravvento.

Figuratevi quindi se non dovevamo aspettarci dall’operosa e dinamica Capitale Morale, dove vige l’imperativo: lavoro, guadagno, spendo pretendo, dove il mito del merito si traduce in negoziati per la cessione della città che ricompensano solerti sceicchi, cordate immobiliari e cementiere, una proposta per adattare lo smartworking in evidente difficoltà in una formula più domestica, ancora più “agile” e che ha anche il merito indiretto di ridurre la pressione sui mezzi di trasporto che da dieci mesi attendono una razionalizzazione ispirata principio di precauzione, invece applicato a scuole, musei, biblioteche, teatri,

 “Né in ufficio né a casa”, riferisce estasiato il Corriere della sera. E infatti “c’è una «terza via» per qualche migliaio di dipendenti comunali nel prossimo futuro”. Sarà  quella del “posto di lavoro di prossimità, l’ufficio di quartiere, del «nearworking» – è già pronta la definizione nel gergo imperiale – sintesi perfetta tra il salotto di casa e l’ufficio in centro”.

Ci ha pensato la Giunta del sindaco uscente e ricandidato, che deve a lui la suggestiva immagine di una città “dei 15 minuti”, di una metropoli cioè “in cui tutto ciò di cui si ha bisogno sia concentrato nel raggio di poche centinaia di metri”, grazie a questa  terza via che a detta dell’assessora Tajani “supera i limiti di un lavoro confinato nell’ambito domestico,  spostandolo nelle varie sedi decentrate del Comune o in uno dei settanta spazi convenzionati col Comune già attrezzati per il co-working”. Ma non solo, perché, chissà a che affitti, si sta lavorando insieme a Assolombarda “in modo che si possano mettere a disposizione spazi di grandi aziende in questo momento sottoutilizzati”.

Di questi tempi la statistica è definitivamente regredita a creativa trasposizione della teoria dei polli di Trilussa, ciononostante potrebbe essere illuminante conoscer il numero di dipendenti comunali che ancora risiedono dentro le mura di Milano, (d’altra parte Sala all’atto della firma dell’accordo con Fs per il  riutilizzo e la valorizzazione dei sette scali ferroviari “liberati dalla vecchia funzione”, rilasciò un’intervista con questa sprezzante premessa: “noi non facciamo case popolari”, a conferma del destino e dell’immagine di una città proiettata soltanto alle sua “visibilità” commerciale e alla sua appetibilità di marketing).

Sarebbe utile analizzare i dati dei censimenti che dimostrano la tendenza – con alti e bassi – in atto da più di dieci anni con una espulsione degli abitanti dal centro verso hinterland a fronte di uno sviluppo occupazionale soprattutto del terziario concentrato sul polo centrale urbano, e quelli dell’incremento del costo delle case della periferia in continuo aumento che spinge ancora più “fuori” gli strati popolare e genera crescenti movimenti di pendolari.

A volte c’è da chiedersi, mettendo da parte interessi opachi e l’adesione a un modello feroce, distante fino all’ostilità dalla realtà e dai bisogni della gente, se i “decisori” non vivano in una loro arcadia, con una percezione arcaica e letteraria popolata di Travet sottomessi, del popolino delle ringhiere di cucitrici, portinaie, del piccolo commercio di quartiere: lattai e prestinai,  dei trumbè e dei ferèe,  mentre il vigoroso ceto operaio si appaga di contribuire alla società risarcito con i corsi serali dell’Umanitaria. Esonerandosi così dalla loro stessa correità nella trasformazione del lavoro in precariato, della cancellazione di conquiste pagate care e pagate tutto e della demolizione di un edificio di garanzie e di diritti, quelli della dignità del salario, del “mestiere”, del tetto sopra la testa, del tram puntuale che sferragliando ti porta in ufficio, alla bottega, in fabbrica, a scuola.

Solo così si spiega la sfrontatezza venata di lirismo con la quale ancora una volta concorrono a  prenderci per i fondelli dopo mesi di celebrazione della magnifiche sorti e progressive dello smartworking che avrebbe dovuto garantire a un tempo la tutela di quel ceto medio impiegatizio, che probabilmente rappresenta il bacino elettorale della cricca progressista e assicurato i servizi dell’amministrazione sia pure in forma ridotta. E con un beneficio in più: quello di mettere le basi per la marginalizzazione di larghe fasce di lavoratori poco agili per età e formazione, preliminare a licenziamenti, conversioni in part time inabilitati alla sopravvivenza, tagli in busta paga legittimati dalla difficoltà di misurare le prestazioni.

E lo credo che come narra entusiasticamente l’assessora Tajani il bilancio di questi mesi di smart working  sia “positivo”, grazie allo schema dei 10-12 giorni di lavoro da casa,  a discrezione e su  “valutazione del dirigente” simpatica figura di kapò come piace al Jobs Act e alla Buona Scuola ,  che non avrebbe diminuito la “produttività” mentre promette di diminuire i salari, costringere a una disponibilità e reperibilità h 24, distorcere la gamma delle prestazioni e delle competenze.  

E lo credo che nello spirito del tempo come si applica il colonialismo all’interno dei paesi, regioni e ceti più forti che rivendicano il talento e le opportunità ingiustamente offerte per sfruttare geografie e popolazioni più deboli, allo stesso modo adottano le metodologie care all’imprenditorialità che ha contribuito a rendere la Lombardia la zona più esposta e ferita dell’emergenza sanitaria,  realizzando piccoli esodi quotidiani, complicati da un sistema territoriale di residenza, trasporti  e comunicazioni inefficiente e disorganico.

Non occorre certo essere complottisti per intuire che lo scopo sia quello solito, colpire chi lavora nella sua quotidianità, rendergli più incerta e amara l’esistenza, svalutare le competenze che ha maturato spostandolo come un numero o una pedina,  sradicarlo dalle abitudini e da quelle relazioni che potrebbero sortire l’inopportuno effetto di riconoscere in altri da sé l’umiliazione e lo sfruttamento. E ribellarsi.


Falò della Vanità, gli “influencer” dell’Influenza

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A leggere il libro Cuore, si capisce che il piccolo Enrico, poi magistralmente interpretato in tv dal nipotino del regista che fin dall’asilo voleva approfittare delle opportunità dinastiche per farsi  allievo di Montezemolo, leader,  sindaco,  premier,  presidente, Ad, imperatore, e i suoi compagnucci di scuola da grandi sognavano di fare gli esploratori, i pompieri, i medici missionari, gli inventori.

Poi i tempi sono “evoluti”, e con essi la progettualità infantile popolando l’immaginario delle nuove leve di comandanti dell’Alitalia, hostess, agenti segreti, più tardi grazie alle serie televisive, di magistrati, poliziotti e Ultimi, e di calciatori e veline fidanzate di goleador, art director e top model. Infine, in coincidenza con la fine del “lavoro”, la demolizione dello studio e l’illusione dell’estinzione della fatica, la proiezione del sé di domani, si è ridotta da talentuoso imprenditore di start up in garage, a pilota di droni, a manager dell’accoglienza nel B&B a casa di nonna, a dinamico e indipendente consegnatario di Glovo.

Ma il vero sogno nel cassetto  pare sia accreditarsi come influencer. Operazione non poi così difficile, a vedere i casi di successo, e che richiede come unico talento irrinunciabile, una sgangherata autoreferenzialità e una tendenza all’egolatria.

Non a caso si deve al Covid, alla Grande Influenza, l’auto accreditamento di nuovi soggetti che rivendicano una funzione di persuasori per comportamenti eticamente ineccepibili  e ad elevato contenuto di responsabilità sociale: attori di serie Tv, garrule starlette prestate ai Grandi Fratelli, referenza prestigiosa vista la carriera portentosa di un partecipante del passato, talent scout di rapper,  neo melodici, coristi di jingle, compositori e “produttori”, sono impegnati h 24 a  convincerci della bontà  dell’ignoranza e del valore igienico dell’obbedienza, lanciando l’anatema contro chi non si vaccina quando per anni ha invece ingurgitato bevande e cibi, farmaci e droghe senza premurarsi di sapere cosa ci sia dentro.

E istigandoci a restare così nella beata inconsapevolezza e spensierata osservanza dei comandi  che ci risparmiano dallo sforzo di conoscere, interrogarsi, decidere.

Da adesso poi diventare influencer, testimonial, e pure sponsor a titolo gratuito delle case farmaceutiche, è più facile ancora, grazie a Vanity Fair, rivista non casualmente nata in America, che lancia la sua campagna social pro piazzando su Instagram il faccione del sindaco Sala, e  invitando tutti  a seguirne il fulgido esempio, postando  la propria foto con l’adesivo #iomivaccino che si trova sull’account del magazine.

Guardatela, quell’immagine è proprio al sintesi perfetta dei miti distopici della Capitale Morale che ieri non ha saputo fronteggiare la neve, non sorprendente a quelle altitudini, come non era sorprendente una superiore incidenza di un virus nella regione più inquinata, trafficata e urbanizzata.

Quello della “Milano da bere” che si è fatta mangiare perfino dagli emiri, svendendosi il territorio, cacciando i residenti in un mesto hinterland e che spera di resuscitare buttando quattrini e risorse nei giochi invernali dopo il flop dell’Expo. Quello delle riviste patinate  che hanno aperto virtualmente ai ragiunat i luoghi dei mega-dirigenti, degli Ad, e pure del Cavaliere, rivelando i loro consumi, le loro sartorie, le loro cantine, le loro letture e i loro Pantheon, ammettendoli sia pure solo virtualmente, in cerchie “esclusive” legittimate a sfruttare, dissipare, corrompere, pretendere, scopare a pagamento, mettere l’orologio sopra il polsino e tirare la cocaina.  

E quello di un sindaco che a onta dei  più remoti e dei più recenti insuccessi, si ricandida spudoratamente, accomodato nell’ultima trincea, quella olimpionica,  dove si celebra la bulimia costruttrice e speculatrice nell’urbanistica negoziata della Moratti, di Albertini, di Pisapia,  del «Progetto Porta Nuova» (pro­prietà fon­diaria comprata da emirati e principati), della riconversione dei sette scali ferro­viari, circa 1 milione e 300 mila mq,  dei grotteschi  grattacieli di una City Life (la prima «Nuova Milano») sull’area dell’ex-Fiera, assediati da impressionanti cataste di casamenti, a imitazione provinciale  della Dubai dei sette emirati, o delle città nuove saudite,  dove invece la tendenza è a abbandonare la distopia delle torri smisurate che graffiano il cielo.

E che pare inossidabile alla vergogna tanto che dopo aver  sacrificato i lavoratori essenziali santificando il profitto dopo aver riaperto le fabbriche e fatto viaggiare i tram stracolmi chiudendo i reparti ospedalieri troppo pieni, dichiara la sua vicinanza agli elettori recando il “panetùn” natalizio agli indigenti indigeni – quelli stranieri preferisce renderli invisibili grazie alla pulizia etnica delle forze dell’ordine –  come fosse un Salvini qualunque,  motivando l’acquisizione della sua pagine di propaganda elettorale:  “credo che chi oggi abbia responsabilità politica deve sentirsi la responsabilità di dire, senza se e senza ma, che si vaccinerà, mi pare veramente il minimo, io lo faccio con convinzione”.

Mica è il solo, il Bonaccini ha indetto, molto fotografato e in tempestiva coincidenza con l’epopea sotto zero dei camion refrigerati, narrata con gli accenti epici dello sbarco in Normandia e con quelli biblici  dell’inaugurazione della salvifica Arca di Noè,  il V-day, inteso come Giorno del Vaccino,  a Modena, da dove  è partita la campagna che  si estenderà a tutta la popolazione, al grido entusiasta “ce l’abbiamo fatta, tutti insieme”, perché se “il 2020 si era aperto, scrive il Feltri jr, con lo strisciare da rettile della pandemia si è chiuso con l’arrivo dell’antidoto, non so se sia sacrilego spendere il termine di miracolo, miracolo umano”. 

Saremo salvi, ci fanno capire,  se tutti seguiremo l’esempio dei Vip, politici, campioni sportivi, attori, subrette salvo qualche deplorata ballerina, mentre manca all’appello un buon numero di medici e infermieri, alcuni dei  quali già prontamente denunciati agli ordini professionali grazie alla  doverosa confusione che mescola le schiere degli empi no-vax che rinnegherebbero perfino Sabin con le pattuglie eretiche di quelli che si interrogano su efficacia e trasparenza del prodigio Pfitzer, tacciati di rozzo antiscientismo, di quelli che ne mettono in dubbio la portata liberatoria e redentiva se porteremo per sempre la mascherina, dovremo mantenere il distanziamento, verranno ordinati nuovi lockdown e se è ancora incerta la durata dell’immunità per chi si è sottoposto e la sua possibile contagiosità per gli altri, per non parlare degli effetti collaterali, le controindicazioni e i danni a breve e lunga distanza.

E così come lotofagi, potremo guarire con l’oblio dalla memoria di anni di demolizione del sistema sociale, dell’assistenza, della cura, dell’istruzione, finalmente immuni al rischio di pensare, agire in libertà, lottare contro soprusi e sfruttamento.

È che la dolce persuasione morale cui ci stanno sottoponendo ha lo stesso carattere imperioso e obbligatorio delle raccomandazioni dei Dpcm.

Non verranno a prenderci a casa i battaglioni del vaccino come nei film di fanstascienza per tradurci nei rosei padiglioni di Arcuri, non ci metteranno al camicia di forza per inocularci il miracolo con le  siringhe a altra prestazioni del suddetto commissario, ma sono già predisposte le liste di proscrizione per il personale sanitario disertore, Zaia ha anticipato con festoso entusiasmo che hotel e compagnie aeree rifiuteranno i loro servizi ai traditori,  il sottosegretario alla Salute Sandra Zampa in Tv, lancia il tema dell’obbligatorietà come pre-condizione per chi lavora nel pubblico: “se ci dovessimo rendere conto che evidentemente c’è un rifiuto che non si riesce a superare, io penso che nel pubblico non si possa lavorare”.

E se il vice ministro alla Salute Pierpaolo Sileri afferma che “se un medico non capisce l’importanza del vaccino ha sbagliato lavoro” e che se necessario l’obbligo per il personale sanitario non è affatto da escludere, dando una inedita interpretazione del concetto di obiezione di coscienza che avremmo voluto venisse adottata per gli antiabortisti, Rossana Dettori, segretaria confederale della Cgil con delega alla sanità, salute e sicurezza rilancia in nome dell’unità dei lavoratori: “se il Governo dovesse decidere per l’obbligo, questo non può valere per una sola categoria. Deve valere per tutti i lavoratori, non solo per quelli della pubblica amministrazione. Anche per chi lavora nel privato…” .   

Alla Vanità in Fiera, non ci resta che preferire un bel Falò della Vanità di sacri e profani, boriosi e penitenti, peccatori e savonarola.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: