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Milano da mangiare

Losanna, l'assegnazione delle Olimpiadi invernali 2026Anna Lombroso per il Simplicissimus

Altro che “Milano da bere”, l’era Craxi ha preparato il trionfo della bulimia costruttrice e speculatrice della “Milano da mangiare”, culminata nell’urbanistica negoziata e  depravata della Moratti, di Albertini, di Pisapia, forse il più empio,  e oggi di Sala, del quale si è appreso che ha promosso la svendita per 7 milioni di euro di un’area che si identifica tra le odierne vie Zecca Vecchia, Fosse Ardeatine, Valpetrosa e Piazza San Sepolcro, corrispondente al Foro della antica Mediolanum romana – come testimoniano i resti archeologici nei sotterranei della vicina Biblioteca Ambrosiana e della Chiesa del Santo Sepolcro – l’unica  rimasta di verde pubblico nel cuore storico della città ( e d’altra parte a  Viale Argonne i residenti denunciavano tempo fa «l’inutile abbat­timento di 573 alberi, molti dei quali secolari»)  e che gli speculatori hanno “riproposto” con successo a 90 milioni di euro.

Come al solito l’operazione, grazie all’abituale stravolgimento semantico, che fa diventare un malfattore il rimpianto statista in esilio, viene definita come “riqualificazione” di un sito in vista del prossimo appuntamento mondiale delle Olimpiadi invernali, grazie alla realizzazione di un albergo, dotato di parcheggi pertinenziali a servizio anche delle forze dell’ordine che attualmente occupano piazza San Sepolcro, dalle “dimensioni simili” al tessuto urbano preesistente, a cura   del team di progettazione di Rimond (cito dal Corriere della Sera) “società specializzata nel «design and built» che opera a livello internazionale”, con l’intento, cito ancora, di riempire “l’area di via Zecca Vecchia che oggi è «un vuoto» del tessuto urbano in una zona centralissima di Milano. L’obiettivo è sanare questa ferita. Di contrapporre al gesto violento di demolizione un esercizio paziente di ricostituzione”.

Non ci è dato di sapere, a parte l’indecente garage Sanremo, chi vivesse là, se creativi che preferiscono la “valorizzazione” dei Navigli, stilisti, art decor, indossatrici, finanzieri  oppure nativi meneghini cacciati con ambrosiana  fermezza come d’altra parte cominciò a succedere dopo il 1934 quando furono messi a ferro e fuoco  i quartieri popolari nella zona centrale e con la deportazione degli abitanti di circa 100 mila abitanti, a proposito di vecchio e nuovo fascismo.

E infatti più di tre quarti della città entro i Bastioni ha meno di cent’anni, è sorta in maniera improvvida, irrazionale, disorganica a dimostrazione che ingordigia e avidità sono inestinguibili e che costruttori, immobiliaristi, finanza, banche, amministratori, croupier addetti ai giochi finanziari valutari e borsistici della speculazione fondiaria e edilizia  della Capitale morale, non si accontentano mai, sanno piegare le regole al profitto e il bene comune ai loro interessi convertendo programmazione e pianificazione in una contrattazione dove vincono sempre loro.

Così non basta loro la vergognosa operazione dell’Expo, del «Progetto Porta Nuova» (pro­prietà fon­diaria comprata da emirati e principati), la riconversione dei sette scali ferro­viari, circa 1 milione e 300 mila mq,  i grotteschi  grattacieli di una City Life (la prima «Nuova Milano») sull’area dell’ex-Fiera, assediati da impressionanti cataste di casamenti, a imitazione provinciale  della Dubai dei sette emirati, delle città nuove saudite, di Kuala Lumpur o Bangkok o Shanghai  o Rio o Denver, dove invece la tendenza è a abbandonare la distopia delle torri che graffiano il cielo.

Così pensate che abbuffate ancora più voraci di quelle dell’Expo dell’alimentazione si avvicinano grazie alle Olimpiadi invernali (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/10/09/emergenza-comincia-il-magna-magna-olimpico/) che vedono protagoniste due città emblema della deregulation urbana, del consumo di suolo (Milano in quello ha già meritato la medaglia d’oro), dello sviluppo edilizio a base di variazioni di piano, cambi di destinazione d’uso, assoggettamento supino agli interessi proprietari, in barba a norme, leggi e compatibilità ambientale (Cortina è nota per essere così poco disposta a subirle gli effetti da altalenare tra la secessione dal veneto e il rientro sotto l’ombrello leghista in vista della desiderata autonomia regionale).

Il Consiglio dei Ministri ha definitivamente approvato il decreto legge “per le misure per l’organizzazione e lo svolgimento dei Giochi invernali Milano-Cortina del 2026 e delle Paralimpiadi. La cosiddetta legge olimpica , formata da 19 articoli (compresi anche quelli per le ATP Finals di tennis a Torino dal 2021 al 2025) istituisce gli organismi per la governance dei giochi: Consiglio Olimpico Congiunto Milano-Cortina 2026 presso il Coni che svolgerà il ruolo di “indirizzo generale e di alta sorveglianza sull’attuazione del programma di realizzazione dei Giochi“, la Fondazione Milano-Cortina 2026 che si occuperà soprattutto di gestione e promozione degli eventi sportivi,  la Infrastrutture Milano-Cortina 2026 SPA che ha funzione di “realizzazione, quale centrale di committenza e stazione appaltante, anche stipulando convenzioni con le altre amministrazioni aggiudicatrici, delle opere individuate” e si ispira a “necessari” criteri di semplificazione “per riuscire, nel rispetto delle norme, a rendere le procedure piu’ snelle in modo da non rallentare l’operatività'”, come ha dichiarato esultante il presidente di Regione Lombardia. E per finire, aggiungendo al danno la beffa, un Forum per la sostenibilità e l’eredità olimpica durevole, che dovrebbe far pensare a lungimiranti programmi per il dopo.

Da parte di tutti c’è stato l’invito a accelerare, a fare presto, che l’alato carro del tempo incalza, ma è già evidente che come al solito i ritardi saranno invece benedetti, perché sono quelli che permettono di dichiarare il provvidenziale stato di emergenza più utile delle semplificazioni perché autorizza leggi eccezionali, commissari straordinari, smantellamento dell’edificio dei controlli, autorità speciali. Così l’iter e le procedure per la realizzazione  di 25 opere «essenziali», 13 «connesse» e 3 «di contesto» che aspettano di essere realizzate in Lombardia, più le 21 opere definite «principali» dalla Regione Veneto (e alcune decine di opere venete considerate «secondarie») potrà seguire quelle scorciatoie doverose e ineluttabili che hanno fatto e faranno la fortuna di cordate cui erano stati sottratti ossi succulenti tramite tardivi ripensamenti (Olimpiadi di Roma) e grazie a indagini giudiziarie che almeno temporaneamente hanno rallentato o impoverito il banchetto.

E infatti, recita il Sole 24 Ore, “le Olimpiadi invernali, come accaduto per altri grandi eventi (ultimo dei quali l’Expo di Milano del 2015), sono viste come l’occasione per portare a termine lavori utili alle regioni” e quindi vai col cemento, sottraendo fondi e risorse agli investimenti per la difesa e messa in sicurezza del suolo e aggiungendo pressione e inquinamento.

Anche se la maggior parte dei paesi disertano l’accreditamento a ospitare le kermesse, anche se quelli che ne sono stati afflitti in passato pagano ancora i debiti contratti, anche se nessuno restituirà le case di Londra abbattute o svuotate per far posto alle strutture e infrastrutture, anche se pesa sui brasiliani l’oltraggio postumo dei costi e dell’umiliazione di dover nascondere la miseria delle favelas, pare che da noi ci sia ancora qualcuno che crede al linguaggio universale dello sport e alle magnifiche occasioni di sviluppo e occupazione che ne deriverebbero, dimentichi dei buchi in bilancio di Torino, dell’archeologia  miserabile degli impianti, delle stazioni, dei servizi rimasta a marcire a Roma, che ci sia ancora qualcuno che ci vuol persuadere che questa sia l’occasione epr eseguire opere di interesse generale che altrimenti non verrebbero finanziate e alle quali penserebbero munifici sponsor.

E che ci sia qualcuno  così boccalone da credere al valore delle cosiddette compensazioni ambientali e sociali, o che siano opere essenziali a beneficio della comunità il potenziamento del terminal 2 dell’aeroporto di Malpensa, l’adeguamento logistico e tecnologico del suo collegamento alla stazione Centrale di Milano; l’acquisizione di 10 treni per il potenziamento dei collegamenti Milano-Sondrio-Tirano, o il collegamento Lecco-Bergamo, la Pedemontana lombarda, il prolungamento della metro 4 di Milano da Linate a Segrate. E anche la variante di Longarone, la Variante di Cortina, il collegamento ferroviario Verona Porta Nuova-aeroporto Catullo, la linea ferroviaria Mestre- Castelfranco.

Quando per realizzare le “nuove Milano” di Pisapia e Sala sono state cancellate linee di bus e tram, quando i nostri aeroporti, per non dire delle nostre alte velocità, sono già ora e più che mai in prospettiva sovradimensionate rispetto al traffico fi oggi e di domani, quando i pendolari che dall’hinterland dove sono sati confinati ci mettono ore per raggiungere i posti di lavoro, quando appartengono alle leggende metropolitane le vicende di autostrade fantasma dove non passa nessuno come la Brebemi o la Pedemontana.

È davvero avvilente che qualcuno di beva la menzogna velenosa di poter trarre giovamento da un nuovo Bal Excelsior dopo il fallimento dell’Expo e voglia affidarsi alle bugie di due regioni, Lombardia e Veneto, assatanate di quattrini con i quali appagare gli appetiti dei privati cui vogliono consegnare a nostre spese la sanità, la scuola, l’università e che rivendicano di poter mettere le mani sul miliardo stanziato per accontentare amici, affiliati, famigli e complici. Tanto che Toscana e Emilia vogliono imitarli al più presto e hanno già parlato di un nuovo duetto olimpico, Nardella-De Micheli perché hanno detto    “se Milano è la capitale finanziaria e Roma quella politica, Firenze e Bologna possono rappresentare il polo italiano delle eccellenze e del made in Italy, visto che rappresentiamo il meglio in campo alimentare, in quello della moda, dei motori, della tecnologia e dell’alta formazione universitaria”. Altro che Bonnie e Clyde, altro che Totò e Peppino, siamo andati peggiorando anche coi cialtroni.

 

 

 

 


Il Presepe dei Citrulli

san-gregorio-armeno.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chi ama le celebrazioni  annuali sarà contento di sapere che il 25 dicembre da Santa Natività è stato promosso a “giornata delle sardine”, per festeggiare la seconda rivoluzione cristiana, dopo la prima, quella che ha sconfitto anche mediante  Inquisizione, Crociate e guerre umanitarie contro i feroci infedeli, riformando “la severa e vendicativa religione dei padri, introducendo per la prima volta nella cultura monoteista il concetto del perdono, del rispetto per le donne, il rifiuto della schiavitù e della guerra”.

Ce lo annuncia Dacia Maraini, cui un sito “informativo” attribuisce la maternità di uno dei testi sacri della risorgenza dell’affettività alla pari con le cartine dei Baci e dunque dei libri di Moccia e della Storia celebrata opera della prima moglie,  “Va dove ti porta il cuore”, paragonando Gesù che “ha superato i principi del vecchio Testamento, il concetto di giustizia come vendetta (occhio per occhio, dente per dente) la profonda misoginia, l’intolleranza e la passione per la guerra”, al movimento delle “piccole sardine”, moltiplicate miracolosamente anche senza pani, che sarebbe capace di “introdurre nella società sfiduciata e cinica una nuova voglia di idealismo”, proprio come i Ferrero Rocher di Ambrogio quando hai uno strano appetito. E distinguendosi così da precedenti disdicevoli, che è opportuno dimenticare perché parlavano  di ” Guerra, Appropriazione, Distruzione,  Nemico da abbattere…” insomma di quella maledetta Lotta di Classe da condurre per stabilire condizioni di giustizia, libertà, fratellanza, così cari a arcaici cascami e vecchi attrezzi che disprezzano gli “unici pesci che non vengono da allevamenti intensivi” e che dunque piacciono a vegani, combattenti contro l’olio di palma e pure alla Comunità di Sant’Egidio, al Vaticano, a Prodi e alla Cei, come ci informa compiaciuto l’Espresso che esalta, nel numero in edicola, il successo della “rete bianca”, che proprio come il pastore di anime,  “ha superato i principi del vecchio Testamento, il concetto di giustizia come vendetta (occhio per occhio, dente per dente) la profonda misoginia, l’intolleranza e la passione per la guerra”.

Secondo la nota parabola  succede che da “brillanti promesse” si passi alla condizione di “soliti stronzi” per finire a quella di “venerati maestri”, o maitresse in questo caso, intenta all’ermeneutica dei testi biblici per “sugare” quel po’ di sangue giovane dall’ultimo fenomeno pop che le consenta di dimostrare la sua esistenza in vita cioè sulle pagine dei giornaloni.

Altro che eclissi del sacro prodotta dal consumismo, in questi giorni è tutto un fiorire di religiosità e di spirito ecumenico, messianico e pastorale.

Sempre il Corriere, promosso a house organ di questo bisogno di religiosità contro quei beceri profeti del risentimento e dell’odio, che pure si accreditano come baciatori di immaginette e crocefissi, ha ospitato una lettera autografa del sindaco Sala – quello che sta svuotando la Capitale Morale dei suoi abitanti per far posto alla Nuova Milano, delle Banche, delle Multinazionali, del turismo aziendale, offerta all’occupazione di emiri e sceicchi in qualità di graditi acquirenti e generosi invasori cui è lecito perdonare un credo in altre sedi molto osteggiato – che si confessa “come parlasse a se stesso” anche grazie alla modesta tiratura raggiunta dal quotidiano.  E ci comunica il dolore di essere privato della comunione ma la gioia di essere guidato in ogni suo atto dalla fede, che professa con puntiglio nei luoghi consacrati per stabilire un continuo “confronto con il Mistero” e che lo “aiuta nell’impegno a favore dei più deboli, altrimenti la parola di dio rimane scritta solo nei libri e non nei cuori”.

In effetti di misteri il sindaco ex commissario dell’Expo ce ne dovrebbe rivelare molti a proposito del suo cammino sulla via dell’equità, del rispetto e dell’accoglienza verso i più deboli,  proprio come dovremmo esigere d’altra parte dagli innumerevoli baciapile che ogni giorno peccano contro di noi e fanno ammenda concedendo a  se stessi quello che  a noi è interdetto, il perdono dunque, la reiterazione della colpa, la prescrizione e pure l’immunità e impunità terrene nell’auspicio di quelle celesti.

C’era da giurarci che in occasione della duplice ricorrenza: Natale e liturgia delle sardine, il partito dell’amore da Berlusconi a Cicciolina fino a Santori si sarebbe aggiudicato il favore di critica e pubblico, a conferma che grazie al superamento storico della categorie di destra e sinistra e della loro dialettica, retrocessa a teatrino mediatico e a garbata competizione tra lobby si sarebbe affermata l’egemonia della falsa coscienza capace di combinare Dio, Patria e Famiglia, come avviene in piena vigenza di un regime autoritario e implacabile per contrastare efficacemente anche con la religione, ogni antagonismo, ogni ideale di riscatto e giustizia sociale in contrasto e in concorrenza con il sistema capitalistico e con il suo “ordine” politico, culturale, etico e la sua illimitata e improrogabile riproduzione.

E’ il nuovo/antico spirito del tempo, che coincide con il bon ton della correttezza politica, il più funzionale al mantenimento dello status quo e che assolve roghi, torture, violenze e persecuzioni se attuati a opera del detentori del potere, laico o confessionale, occupando con la sua Verità gli spazi civili e psichici della persone, in modo che si adattino a regole e comandamenti ispirati al rispetto gerarchico e delle convenzioni, all’obbedienza e al conformismo. In modo che si imponga una censura ragionevole anche all’immaginario: che per carità non si illuda di affrancarsi, non aspiri ad altro da quello che viene concesso sotto l’albero o nella calza della Befana, senza nemmeno il carbone incompatibile con l’ecologia degli educati  giardinieri e con accompagnamento, alla pari, di Jingle Bells e Bella Ciao.

 

 


Il bon ton della violenza

Jourdain-Moliere Anna Lombroso per il Simplicissimus

Siccome sono sì, in collera, ma non sono posseduta da insani pregiudizi e da invidia nei confronti di quei bei faccini puliti, di quelle agili menti così impegnate nel sociale da chiamare lavoro anche l’andare in palestra e il prodigarsi nel volontariato, come hanno dichiarato i leader in dialoghi edificanti condotti da intervistatori toccati dalla loro gentilezza, alternata in regime di par condicio con beceri urlanti a pari merito di Auditel, ecco mi sento di dare qualche consiglio alle Sardine, ufficializzate dal quotidiano comunista con la S maiuscola, e che per qualche ora hanno patito quella censura in rete che esigono ragionevolmente per siti di beceri buzzurri, che, tanto per dire, io conosco bene per essere periodicamente oscurata, ma che dovrebbero chiedere a gran voce per chi calunnia e minaccia, protetto da prerogative di intoccabilità e in rigor di legge.

E infatti raccomando loro, come recita il proverbio, di guardarsi soprattutto dagli amici, dai fan, dalle majorette che li stanno promuovendo a movimento capace di incantare le masse, che grazie alla loro gentile carezza si trasformerebbero da lupi in agnelli, magari pure quelli con la A maiuscola per affinità di nascita, cerchia sociale, interessi per le cose divertenti, protezione della stampa cocchiera e di influenti padrini.

Per esempio,  proprio ieri un blog molto frequentato li appaia ad altro fermento che sarebbe stato capace di convertire i movimenti disordinati e dolenti dei milanesi in dinamismo creativo e partecipazione democratica. Scrive lo spericolato Christian Rocca direttore dell’Inkiesta, che le  Sardine sarebbero ” il modello civile e popolare contro demagoghi e babbei di destra e di sinistra”,  proprio come le madamine e soprattutto  come la Milano che scese in piazza contro i no Expo nel 2015.

E continua imperterrito sostenendo che il loro prototipo risale alla mobilitazione spontanea del 2 maggio 2015, a Milano, quando decine di migliaia di persone guidate dall’ex sindaco Giuliano Pisapia scesero istintivamente in strada per rimediare ai soprusi e alle violenze dei populisti no Expo e per difendere con orgoglio lo sviluppo e il progresso della propria città. La nuova Milano di cui tanto si discute in queste settimane, spesso in modo grottesco, è nata esattamente nel giorno di quella rivolta-civile-contro-la-rivolta-populista che è riuscita a disinnescare i ciarlatani, i mangiatori di fuoco e gli scappati di casa che dilagano altrove. Eccola, per esempio, una cosa che Milano ha restituito al paese”.

Non teme il ridicolo insomma l’avventato opinionista che più che un augurio lancia una minaccia, che fiancheggia come un Maroni o un Calderoli qualsiasi, per non parlare del nemico n.1, una indiscussa superiorità democratica e civile della Capitale Morale, ricicciando, come sempre in tempi di carestia, l’ineffabile Pisapia, sponsor sobriamente allupato della grande kermesse Expo, che sostenne con gli occhi foderati di prosciutto come si addice davanti a una “greppia” sull’alimentazione, fingendo di non vedere quali crimini si consumavano, economici, amministrativi, ambientali, penali, compresi quelli ai danni del buonsenso.

Borghese gentiluomo, dolcemente ritroso, teneramente inconsapevole anche quando si scopre qualche piccola ingenerosità nell’assegnazione di un alloggio alla sua signora, come la definirebbero i cumenda, Pisapia, uomo per tutte le stagioni di uno schieramento che con fierezza ha rinnegato l’appartenenza a una tradizione e a un mandato di difesa e rappresentanza degli sfruttati e che lo estrae dalla naftalina a ogni primaria, meriterebbe però il posto d’onore, da contendersi con quello attuale, di miglior sindaco neoliberista di Milano, superando Albertini e la Moratti, ai quali la parola riformista fa aggricciare la pelle, almeno quanto a me per l’abuso che se ne fa.

Intrisa di quei valori che proprio oggi magnifica come da mandato il rettore della Bocconi in attesa di Mattarella indicandoli nella  “milanesità, nella profondità, nell’autoreferenzialità positiva che ha portato questo ateneo a osare prima degli altri, a provare strade nuove e in alcuni casi a indicare una via bocconiana” – che è facile immaginare porti dopo Monti a Draghi, bocconiano ad honorem malgrado la macchia di essersi laureato con Caffè –  la carriera di amministratore di Pisapia comincia con una efficace campagna di accreditamento che convince gli elettori sulla possibile rottura con il passato, sulla discontinuità  con le scelte urbanistiche dell’amministrazione di Letizia Moratti. Quelle migliaia di persone in piazza  saranno poi invece delusi da quel Piano di Governo del Territorio, e da quel Piano delle Regole, che confermano la tenuta di un processo decisionale non partecipato (anticipatore delle farse odierne della consultazione tarocca dei cittadini sulle “rigenerazioni”) e che ha lasciato e lascerà spazio inalterato alla finanza immobiliare.

Sarà Pisapia a lanciare l’accordo di programma con Fs per il riutilizzo degli scali ferroviari, sulla falsariga di progetti analoghi, ex Fiera/Citylife ed ex Centro Direzionale/Porta Nuova, con analoghi effetti di densità speculativa nel quadro di una nuova Milano da bere,  che è riuscita nell’impresa di espellere fuori dalle mura oltre mezzo milione di milanesi, di stravolgere il tessuto abitativo per far posto a uffici di banche, multinazionali, a un commercio con l’ostensione dei prodotti che mostrano le vetrine di Dubai e Miami, humus e frutto della totale finanziarizzazione dell’economia e della società, e che ha i suoi monumenti sorti sulle rovine prodotte da quella che è stata definita una jüngeriana tempesta d’acciaio e cemento, mentre è tuttora priva di un depuratore ed è regolarmente per via dei fiumi Lambro, Seveso e Olona mai regimentati, tutelati e disinquinati.

Diventata la prima in Europa per consumo di suolo, trasformata nella capitale della cazzuola, grazie a costruzioni tirate su per iniziativa liberista e irregolare di imprese, istituti di credito, presidenza della Regione che chiede autonomia per proseguire nella sua folle megalomania incrociata con l’esigenza di appagare l’avidità costruttiva, non discusse e non controllate in alcun Consiglio pubblico, dove, in perfetta coerenza con i fasti bulimici degli sceiccati e degli emirati, molto presenti in città, si elevano grattacieli che specchiano sulle loro pareti di cristallo il volto osceno e irriguardoso del modernismo, si accredita per essere anche la città simbolo della gentrificazione, la sostituzione antropologica, edilizia e sociale degli abitanti e degli alloggi che via via hanno costituito il tessuto urbano, con avventizi, residenti temporanei ospitati nelle geografie del terziario e che vede nella “valorizzazione” dell’ex Citta degli Studi attraverso la messa a disposizione di quel patrimonio al libero mercato.

Chi volesse interpretare e rappresentare lo scontento dei cittadini espropriati, cacciati, dissanguati, ma spinti a sentirsi talmente intoccati dall’umiliazione e esenti dalla colpa di conoscere come unica forma di disubbidienza, l’evasione fiscale, dovrebbe prima di tutto contrastare chi la violenza l’ha esercitata in forma istituzionale, nel rispetto di leggi forgiate e adottate per favorire interessi privati, anche quando mostra una faccia pulita, modi garbati, abiti impeccabili e applica le regole del bon ton allo slogan del marchese del Grillo.


Piovono ladri

gov ladro Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta si pensava che le calamità fossero una livella come la morte. Sappiamo da tempo che non è così, che i soldi allungano la vita, che è meglio addolorarsi in un attico che nella baracca di una bidonville e che una pioggia torrenziale in una metropoli occidentale fa meno danni che nel Bangladesh.

Ma siccome ormai ci siamo consegnati tutti più o meno consapevolmente ad essere un terzo mondo interno alla superiore civiltà europea, quello che pudicamente autorità e giornali continuano imperterriti a chiamare “maltempo” sta flagellando, come titolano i giornali, più o meno uniformemente tutta l’Italia. Con una differenza evidente: in Indonesia, in Thailandia,  in Mozambico quando cicloni, alluvioni, frane si abbattono sul territorio la gente si unisce, si dà una mano, divide la ciotola di riso, aiuta i vicini a tirar su le povere cose dal fango, mentre da noi è in corso una nobile gara a sostituire il “prima gli italiani” del barbaro inviso ma votato e emulato in gran numero, con prima i materani, prima i siciliani, prima i campani, segno evidente che mentre i proletari di tutto il mondo conducono crociate straccione, i padroni sanno sempre andare d’accordo, armando e mettendo i poveracci sfruttati gli uni contro gli altri.

E infatti in barba ai governi nazionali eletti di buon grado o sopportati turandosi in naso grazie a sistemi elettorali che hanno demolito l’edificio della partecipazione democratica né più e nè meno del nostro patrio suolo, la cartina delle campagne di guerra, saccheggio, conquista e svendita dei beni comuni, territorio, suolo, paesaggio, arte, monumenti è fitto di bandierine da nord a sud.

Nella Capitale morale che vanta l’appartenenza alla regione Lombardia traino del Paese e intenta a rivendicare l’autonomia, quella di Formigoni, quella di Maroni che l’ha coperto e prosegue nell’azione di smantellamento della Sanità pubblica e che diede in suo nome a una legge sulla sicurezza fieramente anticipatrice dei decreti di Minniti e Salvini, ecco in quella regione e a Milano, che gode del primato di consumo di suolo, si registra il rischio di esondazione del Lambro, Più o meno come ogni anno in autunno: eppure nel lontano 1989 vennero stanziati, ma non sappiamo dove siano finiti, 5 mila miliardi per la messa in sicurezza del fiume insieme al Seveso e all’Olona per assicurarne la  messa in sicurezza e una potente strategia di risanamento.

Matera la capitale delle Cultura, in Basilicata  dove la Lega ha triplicato i voti alle ultime elezioni e al cui largo si prevedono nuove e proficue trivellazioni, mentre sono in corso le trattive con la Bei per sostenere il “superamento dei prefabbricati post sisma del 1980”, si Matera,  dove c’è una stazione fantasma come nei western-spaghetti ma non arrivano i treni ( e viene da dire meglio così se si pensa che a Balvano in provincia di Potenza si è verificata il più tragico incidente ferroviario della storia),  dove i Sassi sono stati convertiti in albergo diffuso con i presepi viventi dei cittadini che simulano attività tradizionali in barba alle lauree in marketing e finanza, è stata colpita da un fortunale, nome paradossale per una cascata d’acqua che ha invaso case, uffici e negozi con una stima di più di 8 milioni di danni.

Non è andata meglio a Licata travolta da un nubifragio che impone lo stato di calamità, nella Sicilia che dopo la parentesi politicamente corretta del presidente eletto e sostenuto anche per via delle sue esibite inclinazioni in modo che non si dicesse che era vittima di omofobia, si è convertita a un più convenzionale esponente di Forza Italia, tornato talmente nelle grazie del Cavaliere da ideare a suo sostegno un piano eccezionale per il Sud, e lui se ne intende anche per via degli illuminati suggerimenti di adepti, stalliere di Arcore compreso, un regione che non ha gran bisogno della secessione dei ricchi postulata da Veneto, Emilia e Lombardia, perché gode già di una autonomia che è andata a beneficio di lobby private perlopiù né legittime né legali.

E nemmeno a Ravenna, nella pingue Emilia Romagna che scalpita per tenersi i residui fiscali in vista della produttiva avocazione a sé delle competenze e della gestione dei settori della scuola, dell’Università e della sanità, ma non della tutela del territorio che preferisce lasciare in capo allo Stato in qualità di sgradita patata bollente, antica capitale di un impero e ex città portuale come insegnano i sussidiari al centro di una pianura alluvionale da decenni identificata come affetta da tutte le più gravi patologie riferite al dissesto idrogeologico e mai messa in sicurezza, che da giorni ancora una volta teme la minaccia dei fiumi Ronco, Montone, caratterizzati da una incuria delle golene, dall’erosione delle spiagge, fenomeni die quali ci si ricorda ad ogni emergenza che si presenta ogni volta sorprendente e imprevista.

Bei tempi quelli nei quali si diceva “piove governo ladro”, se adesso corruzione, ladrocini, malaffare sono stati talmente normalizzati che non suscitano più sdegno e ribellione, riservate in forma di meritevole richiamo alla nemesi al rancore e alla soddisfatta considerazione che anche i ricchi piangono, che certe calamità sarebbero la pena meritata per il prezzo del caffè in Piazza San Marco, che più che i poteri nazionali e locali meritano riprovazione quelli costretti a votarli grazie a regole che hanno espropriato tutti del diritto al libero consenso o dissenso.

Insomma i governi ladri hanno vinto ancora una volta, destinando risorse a opere inutili e dannose pensate nella loro funzione di macchine mangiasoldi pubblici per foraggiare imprese disoneste e inefficienti, che lucrano sull’incompetenza, i cattivi materiali al risparmio, gli appalti opachi, i ritardi della benefica burocrazia, per oliare i meccanismi grazie alle mance, ai Rolex, alle consulenze, agli appartamenti all’insaputa dei beneficiari, determinando condizioni di crisi che sconfinano nella provvidenziale emergenza vocata a generare trasgressione di regole, regimi di deroghe e licenze, promozione di autorità speciali con poteri eccezionali, la corruzione delle leggi per autorizzare la corruzione in forma di legge.

Hanno vinto ancora narrando delle occasioni occupazionali di grandi eventi, grandi opere e grandi cantieri dove far lavorare un esercito precario a termine, proprio come quello dei dipendenti del Mibact metà dei quali presta la sua opera senza contratto, quando un immenso e qualificato bacino di lavoro potrebbe essere quello della manutenzione, del risanamento, della tutela, della vigilanza e della cura. Hanno vinto ancora impoverendo e costringendo alla fuga il popolo delle campagne e pure quello dei centri cittadini, espulsi verso periferie umiliate dove il brutto originario diventa deposito prescelto per altre brutture e per nuove e antiche povertà da confinare lontane dalla vista di ceti privilegiati arroccati nei loro ghetti di lusso e protetti da polizie private e pubbliche incaricate di salvare il decoro.

I governi ladri hanno vinto e vinceranno perché hanno imparato a dividerci, a farci odiare tra noi in modo che sperperiamo così la collera che dovremmo destinare a loro.


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