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Se la Mecca siamo noi

Qatar Anna Lombroso per il Simplicissimus

Islamofobia è un neologismo che indica pregiudizio e discriminazione verso l’islam come religione e verso i musulmani come credenti (Wikipedia). Ma se è pur vero che molti in Italia guardano con sospetto a una comunità chiusa che condivide la stessa visione del mondo, della società e del rapporto con gli altri, incompatibile quindi con i valori della Repubblica: la laicità, i diritti delle donne, ecc.. , refrattaria alla ragione, inadatta a un contesto democratica,  pare accertato che si tratti di quella parte del popolino che parla a suon di borborigmi e flatulenze, seppur rappresentato da testate e opinionisti impegnati a rafforzare la narrazione dello scontro di civiltà, per concretizzare un nemico/bersaglio di malessere e risentimento e per legittimare misure repressive contro terroristi che invece di prendere comodi airbus e farsi proteggere da servizi e polizie, arriverebbero qui coi barconi annidandosi in tetre periferie da dove ordirebbero intrighi e attentati.

Anche il loro testimonial di punta pare aver rivisitato gran parte della sua paccottiglia propagandistica, limitandosi alla salvaguardia degli attori principali del presepe, del bue e dell’asinello e dei pastorelli ma non dei magi in odor di meticciato, aprendosi al terzo mondo interno al di sotto del sacro fiume. Ma soprattutto abbracciando quella forma di accoglienza già molto praticata dai governi del passato e anche dai papi del presente che consiste nel recarsi ginocchioni a vendersi i gioielli di famiglia, i nostri beni comuni cioè, perché se non patisci la discriminazione contro i neri essendo Cassius Clay, non devi sopportare la xenofobia se sei un emiro o uno sceicco e ti puoi permettere come nel caso del Qatar di farti appioppare una “sòla” prestigiosa comprandoti per 2 miliardi i grattacieli di Porta Nuova a Milano, come sigillo su una serie di investimenti in Italia, quote azionarie di aziende del settore immobiliare, nei grandi alberghi dalla Costa Smeralda,  nel settore del “ lusso” con Valentino e altri marchi, nei trasporti aerei  con Air Italy, ex Meridiana, e pure nella sanità con l’Ospedale ipertecnologico di Olbia, nato all’ombra degli scandali di Don Luigi Verzè, generosamente concesso in cambio di una legge urbanistica regionale confezionata su  misura degli interessi immobiliari dell’emirato in Costa Smeralda, in modo da siglare a un tempo la pace  tra le grandi religioni e l’integrazione tra la privatizzazione completa del servizio sanitario e dell’edilizia.

Pare che le missioni dei nostri governanti di ieri e di oggi, recassero anche un messaggio ad alto contenuto umanitario: la speranza che l’apertura di Doha al mondo contribuisca, con il nostro esempio, a “migliorare le  condizioni dei lavoratori stranieri ridotti in condizione di schiavitù nei lavori per la realizzazione delle infrastrutture del Mondiale 2022” (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/11/gli-ultras-dellultimo-stadio/ ),  come non ha mancato di sottolineare il nostro ambasciatore in margine agli ultimi incontri bilaterali in Qatar e a Roma. Una meta quest’ultima che gradisce particolarmente come destinazione turistica, dividendo i suoi interessi con l’altra capitale, quello morale, impegnata nell’acquisizione di hotel di lusso, tra i quali il Saint Regis, l’Excelsior e l’Intercontinental, contendendoli ai fondi del Dubai che si è aggiudicato il Grand Hotel di Via Veneto

Pecunia non olet soprattutto se profuma di petrolio, e pure Salvini ha rimosso con la sua abituale discrezione e compostezza le accuse rivolte in passato all’emirato e pure al suo fondo sovrano, il Qatar Investment Authority, un patrimonio da spendere di 335 miliardi di euro, di avere rapporti continuativi e di fornire quattrini, protezione e aiuto ai Fratelli musulmani, supportando da anni gruppi terroristici in Nord Africa e in Medio Oriente, dalla Libia alla Siria passando per Egitto ed Iraq.  E pure le raccomandazioni contenute in un disegno di legge presentato dal suo partito concernente il finanziamento e la realizzazione di edifici destinati all’esercizio dei culti ammessi, nel quale si invitava a riservare  particolare vigilanza in merito  ai finanziamenti esteri per la costruzione di moschee, dedicando attenzione speciale per quelli della Qatar Charity Foundation, che destina in media al nostro Paese circa sei milioni di euro ogni anno a quello scopo. Si vede che  lo sterco del diavolo rende tutti fratelli, anche di quelli “musulmani”.

Eh si basta non essere molesti beduini che vendono parei sulle spiagge, basta non stare a arrostire kebab mortificando il decoro delle nostre città d’arte, che subito si diventa desiderabili partner. Vale la pena di ricordare i viaggi di Marino per cercare “mecenati” con la brochure dei gioielli di famiglia in valigia, la missione di Letta, molto più sereno dopo aver portato a casa un’alleanza tra Cassa depositi e prestiti  e il Kuwait Investment Authority (Kia) “per dar vita a FSI Investimenti SpA con un patrimonio di  2,185 miliardi di euro”, per facilitare la penetrazione di Q8 che gestisce più di 3.500 distributori in tutta Italia ma soprattutto l’acquisizione di una quota di Poste italiane. Robetta rispetto alla presenza libica nel nostro Paese, barcollante sotto il peso degli eventi ma che conta ancora  Tamoil ma pure quote in Leonardo -Finmeccanica e in Enel, in Ubi Banca, nella Abc Bank e nella Popolare di Milano, mentre il Qatar è presente in Mediobanca e attraverso la casa madre London Stock Exchange, nel controllo (10,3%). di Piazza Affari insieme alla Borsa di Dubai, che possiede il 17,4% del capitale. Non c’è da stupirsi d’altra parte, se anche in questo eseguiamo gli ordini e seguiamo le indicazioni dell’impero in declino, perfino nelle mode, tanto che in ritardo da bravi provinciali colonizzati perfino nell’immaginario, sogniamo un front line di Milano copiato da Dubai, se siamo compiaciuti delle nostre fortune nell’export vendendo le armi di fabbricazione nostrana (abbiamo venduto a Doha sette navi da guerra Fincantieri per 4 miliardi di euro, 28 elicotteri NH 90 (ex Agusta Westland) per 3 miliardi di euro, e è stata siglata un’intesa da oltre 6 miliardi di euro per 24 caccia Typhoon del consorzio Eurofighter, di cui Leonardo-Finmeccanica ha una quota del 36 per cento. Aerei che per altro sono stati venduti anche all’Arabia Saudita) o concedendo i nostri siti a chi sperimenta ordigni da adottare nelle guerre mosse contro quelli che cercano rifugio da noi, come in un orrendo uruboro che si morde la coda e si avvelena.

 

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Bucofilia mediterranea

50f24090-4229-11e8-8634-eb6027fc1288_Rievocatori del Gruppo storico romano-kYCH-U1110454889197N9B-1024x576@LaStampa.itAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non so voi, ma io non mi sono scandalizzata per l’ipotesi, oggi fortemente ridimensionata, che militari dell’esercito siano impiegati per urgenti lavori stradali, che per opinionisti e forze politiche in disgrazia rappresentano una drammatica emergenza, almeno quanto il traffico a Palermo.

Ora si sa che le buche di Roma non sono un fenomeno recente, anche se certamente degenerato, in una città dove la manutenzione ordinaria è un lusso dimenticato anche per via delle cravatte che il racket europeo ha imposto con il consenso del nostro Parlamento. Sono l’effetto prevedibile di lavori “cattivi”, di decenni di  rattoppi e rabberci eseguiti con materiali “cattivi”, di una “cattiva” gestione di appalti e incarichi opachi all’insegna non del risparmio, comunque colpevole, ma dell’interesse di una cricca di imprese selezionate con criteri clientelari dalle amministrazioni che si sono susseguite.

Che ora, però, assume la forma di una sorprendente rivelazione per osservatori e commentatori da sempre contigui al ceto dirigente capitolino, colpiti nelle sospensioni delle loro smart e oltraggiati nella resa dei loro suv, tipo la Perina, ormai assunta in pianta stabile da tutte le possibili fazioni critiche – fermenti in quota rosa compresi – che si materializzano  secondo l’aria che tira, per via di una sua vis polemica tanto  corrosiva quanto facile all’oblio di passate correità e intrinsichezze che è lecito definire disonorevoli.  Dobbiamo a lei, ma non solo, le reprimende  per l’offesa mossa da una sindaca inetta e da un governo incompetente al nostro esercito, retrocesso dall’incarico di difendere le sacre sponde dalle invasioni barbariche, dal mandato di prestare la sua opera al fianco del guardiano del mondo per salvaguardare la nostra civiltà superiore, dal compito di vigilare sui delicati trasporti e commerci privati minacciati dalla pirateria di pescatori ostili, alla umiliante mansione di stradino.

Compito peraltro non nuovo, se da che mondo è mondo la principale attività svolta dai soldati nei rari tempi di pace –  quando non impegnati a razziare, saccheggiare, colonizzare (ma oggi si chiama esportazione di democrazia e rafforzamento istituzionale),  a morire, carne da macello,  in trincea per appagare i sogni criminali e megalomani di re travicelli, duci e generali, a scappare da steppe gelate con stivali di cartone sfondati, come successe quando a comandare c’era appunto una delle divinità del pantheon della opinionista in questione, è, per l’appunto, fare ammuina, in modo che stiano fuori dal contesto sociale,  occupati in azioni insensate, scavando fossati e poi riempiendoli possibilmente senza nessuna utilità, come robot o moti perpetui,  da addestrare all’ubbidienza  senza che protestino o si interroghino sulla natura dei comandi che ricevono, anche i più disumani. Ma anche da esibire.

E non solo il 2 giugno nella incongrua mascherata a fini dimostrativi che si ripete con una certo fasto mentre pare consigliato un pudico riserbo per quanto riguarda altre celebrazioni di pochi giorni antecedenti e in aperta contraddizione con quella Carta che proprio in quel giorno si dovrebbe festeggiare e che parla di ripudio della guerra. Perché da anni di utilizzi non solo muscolari ce ne sono stati, quando la guerra mossa al territorio e ai suoi abitanti registrava pesanti sconfitte con alluvioni, incendi, frane straripamenti e terremoti catastrofici, perché, come per le buche, abbandono criminale, trascuratezza colpevole, primato del malaffare, hanno alimentato le crisi  in modo da farle diventare emergenze da gestire appunto con poteri e corpi speciali, leggi e autorità “straordinarie”.

Vale anche per la sicurezza, che si fa diventare emergenza per autorizzare la presenza “dissuasiva” delle tute mimetiche e dei mitra nelle piazze, nei porti, fuori dai cancelli delle fabbriche, nelle geografie che si vogliono percorse da tubi venefici, treni sferraglianti che bucano montagne e contaminano dolci e fertili pianure, a presidiare il cratere del sisma di tre anni fa, controllando molesti visitatori che potrebbero poi far circolare la cattiva novella di senzatetto sotto la neve. Dobbiamo a sindaci di tutto l’arco costituzionale di aver preparato quella deriva della sicurezza della quale si fa interprete finale il trucido all’Interno, ispirata all’ideale di militarizzazione delle città, coi Daspo urbani, i muri difensivi e offensivi, le panchine dedicate nel segno dell’emarginazione dei poveracci di ogni colore, la tutela del decoro in modo da spingere chi turba la vista dei bravi cittadini verso estreme periferie già così brutte da meritare ulteriori sconci,  con le continue richieste di “mandare l’esercito!” a sedare conflitti, mantenere l’ordine, intimorire gli antagonisti, respingere e impaurire anche chi è scappato da paure ben peggiori, condannato a provarle ancora.

Ecco, se invece di andare a esercitarsi nei poligono che il padrone ci fa allestire nelle nostre isole per testare le sue armi proibite, obbligandoci a fare da cavie e da primi bersagli alla mala parata, ecco, se invece di andar per mare a fare i vigilantes a nostre spese, se invece di fare i controllori delle patenti in nome di un incarico che doveva essere a termine, quello stabilito dall’operazione “Strade sicure”  che invece si perpetua per fare ostensione di potenza,  un po’ di soldati si prestassero per usi civili come in fondo dovrebbe essere chiamato a fare il Genio,  non ci sarebbe niente di male. Non si sarebbe niente di male a rendere, appunto le strade sicure a Roma, a Genova, a Milano, (dal 22 ottobre al 13 novembre scorsi sono stati 1.550 gli interventi di emergenza), la  vera capitale dove anche le buche sono “morali”  e si autodenunciano alle apposite centraline.

Ecco, non c’è niente di male. Che tanto l’ipotesi di un new deal di salvaguardia e risanamento del territorio che diventi anche una formidabile strategia di mobilitazione per l’occupazione è ormai ancora più utopistico e irrealistico del disarmo.

 

 

 

 

 

 


Navigliatori di lungo corso

grattAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai non c’è politico e amministratore che  non voglia lasciare una indelebile impronta del suo passaggio, la sua piramide, il suo Leonardo, il suo ponticello, il suo scavo.

Il sindaco Sala ha scelto per questo la riapertura dei Navigli, sulla quale si erano espressi a larga maggioranza i milanesi attraverso un referendum. Era il 2011 e il sindaco Pisapia ne prese atto, commissionò uno studio ma visti i risultati fermò la radiosa visione di una Milano come Amsterdam (anche se in tanti, a cominciare da Dorfles, ricordarono che non si trattava di romantiche vie d’acqua, ma di pozze insalubri). Il fatto è che i lavori avrebbero richiesto almeno 10 anni, un investimento di più di 400 milioni, molte ricadute indesiderate sulla circolazione.

Sala invece non si arrende, ci tiene a passare alla storia, anzi alla storiella, ridimensionando il primitivo progetto e scoperchiando solo 5 aree:  Via Gioia partendo dalla Martesana per 800m (senza lambire la nuova area di Porta Nuova), via San Marco 200m, via Sforza in corrispondenza dell’Università, via Molino delle Armi intorno a piazza Vetra e infine Conca del Naviglio da via Marco d’Oggiono alla Darsena, con una spesa di “soli” 150 milioni.

Non dirò che 150 milioni potrebbero trovare migliore destinazione in attività di manutenzione di varie tipologie di aree urbane, nella valorizzazione di parchi e giardini, nel recupero di immobili per far fronte alla richiesta abitativa popolare.

E’ che in città d’arte, in metropoli come in centri minori, da tempo cittadini e studiosi  hanno imparato a diffidare di questi spot da propaganda elettorale perenne (il sindaco meneghino dichiara apertamente di volerne fare il marchio simbolico della sua campagna per un secondo mandato), estemporanei e occasionali, che si sviluppano senza un piano e un progetto che tenga conto del rapporto costi e benefici, degli effetti sulla mobilità urbana, del reale contributo ai valori di appartenenza e identità di una città e di arricchimento sociale per i suoi abitanti. A Roma abbiamo assistito alla riduzione del grande progetto di creazione della più vasta area archeologica all’interno di una città alla  pedonalizzazione incompleta di una parte di Via dei Fori Imperiali, ad uso, si direbbe, dei lavori, quelli si faraonici per spesa, durata e megalomania corruttiva, della Metro.

Il sindaco dell’Expò  ( pende ancora sul suo capo una indagine per  abuso d’ufficio per aver creato un vantaggio a un società, la Mantovani spa (si, quella che appare e scompare nelle varie inchieste sulle Grandi Opere) grazie all’affidamento opaco dell’appalto per la fornitura di 6mila alberi per un importo di 4,3 milioni, e oggi impegnato a trovare una sistemazione per postuma per il sito del suo Bal Excelsior, con l’irragionevole trasferimento degli studenti della Statale da una zona viva a un deserto); il sindaco dell’operazione “Mind”  ( 510 mila metri quadrati di nuovi edifici, che ospiteranno 40 mila utenti, per un progetto da 2 miliardi di euro, destinati quasi esclusivamente al  terziario (200 mila mq), da offrire a grandi aziende come Novartis, Bayer, Glaxo, Bosch, Abb, Celgene, Ibm,  e 63 mila mq di cui 9 mila senior living, cioè residenze di altissimo livello e 16 mila mq di spazi commerciali, ma senza grande distribuzione, e 7 mila mq di hotel, il tutto  gestito dai privati di Lend Lease insieme alla società pubblica proprietaria delle aree, Arexpo) ; il sindaco dell’operazione “stazioni” ( sette grandi aree delle Ferrovie dello Stato (scali Farini, Romana, Porta Genova, Lambrate, Greco Breda, Rogoredo, San Cristoforo), per oltre 1 milione di metri quadrati, saranno riprogettate, grazie a una intesa  con il fondo anglosassone Olimpia investment fund per la realizzazione di edifici per 674 mila metri quadrati, meno di un terzo dovrebbe essere destinato a edilizia convenzionata, per il resto speculazione immobiliare: residenze, uffici, aree commerciali, grazie a un  indice edificatorio altissimo, più dello 0,8 che farà piovere su Milano un diluvio di cemento e 500 milioni di euro nelle casse delle Ferrovie);  ecco quel sindaco con ogni sua scelta denuncia la sua immagine di città.

La Milano che vogliono i suoi padroni esteri e nazionali (sempre gli stessi, cordate eccellenti che entrano e escono dalle porte girevoli dai grandi appalti e pure dei tribunali, come uno dei suoi finanziatori elettorali. Parnasi, a dimostrazione che certe amicizie valgono nella capitale infetta come in quella morale) è una Gran Milan senza più milanesi, come e più di come si vuole succeda quasi ovunque, dal Centro Italia del dopo sisma, a Venezia, a Firenze. Basta pensare che in controtendenza col resto del mondo il futuro skyline della città è irto di grattacieli: quello di 26 piani che prenderà il posto della torre Inps di via Melchiorre Gioia della Coima di Manfredi Catella, immobiliarista  cresciuto all’ombra di Ligresti, che alla guida dell’Hines, poi girata al fondo sovrano dle Qatar,  aveva già realizzato la riqualificazione dell’area di Porta Nuova con il Bosco Verticale e la Unicredit Tower,  quello che si prevede sorgerà a Santa Giulia grazie al progettone della società Lend Lease che dovrebbe completare i lotti Nord:  50 per cento residenziale di lusso, il resto terziario e alberghiero, affidati inizialmente a un’archistar Norman Foster.

Non si può che apprezzare il gesto plateale di un’altra vedette dell’architettura, Piano, che  ha sbattuto la porta (“Non sono certamente il garante di uno shopping center con un parco divertimenti”) in corso d’opera dopo aver firmato il primo progetto per l’Area Falk di Sesto San Giovanni, chiamato “Città della salute e della ricerca”, perché qui dovevano essere edificate le nuove sedi dell’Istituto neurologico Besta e dell’Istituto dei tumori: spesa 480 milioni (328 li mette la Regione, 40 lo Stato, 80 i privati) e affidato alla società  Milano Sesto dell’immobiliarista Davide Bizzi, insieme al gruppo arabo Fawaz Abdulaziz Alhokair. Anche là a parte i due nosocomi tutto il resto dell’area sarà occupato da solito terziario, residenziale di prestigio e centri commerciali.

Non potendo dire “e allora il Pd” saldamente al governo, possiamo dire però “e allora Pisapia”, che questo disegno di “valorizzazione” della città lo ha facilitato e sponsorizzato con tenacia, in continuità con l’empia gestione Moratti a  cominciare dall’adozione frettolosa del un Piano di Governo del Territorio e del Piano delle Regole, opaco e non partecipato come quello sottoscritto dalla giunta precedente, o dal “rendering” della zona dell’Idroscalo promossa a Central Park di rito ambrosiano, o dall’apertura della Darsena  costata già 40 milioni e che avrebbero dovuto portare in barca all’Expò i visitatori, ma che, strada facendo, si è trasformata in una fogna per raccogliere gli scoli dei padiglioni, e soprattutto da scelte di fondo  che hanno confermato la tendenza a un dualismo produttivo-residenziale che separa  il centro consegnato alla finanza immobiliare, dall’hinterland metropolitano,   segnalando  una ulteriore perdita di popolazione a Milano (-4,26%) e una crescita robusta della cintura (+8,99%) e  generando crescenti movimenti pendolari.

Ecco come si sta allestendo la Gran Milàn di domani: il  parco tematico di una città al servizio delle sedi di multinazionali, un territorio a disposizione delle scorrerie degli speculatori immobiliari, un laboratorio dove perfezionare il sistema di espropriazione del bene comune e della residenzialità degli abitanti, per consegnarli a investitori stranieri, dove quel che resta di memoria e identità in sui riconoscersi diventa dehors, location, passerella modaiola per un turismo di manager e centro commerciale a cielo aperto per sceicchi, per i creativi, i fighetti, le modelle e la neo-intellighenzia che non ha conosciuto il Giamaica e nemmeno Brera ridotta a jukebox per fare cassa.

Nel rivendicare le differenze con Roma  (bella gara: i risultati dell’Arpa parlano di una Terra dei fuochi meneghina, si susseguono gli incendi dolosi in centri di raccolta e smaltimento, per via dello smog e a causa dello sforamento del Pm10 si è dato fondo al  il bonus europeo, il Comune ha dovuto attivare una centralina  per il monitoraggio delle buche, non è stata prevista una rete di accoglienza per gli almeno  900  migranti che resteranno fuori dai centri  della città ( sabato chiude anche il Corelli) e che non avranno la possibilità di ottenere la protezione umanitaria e non potranno più essere accolti nell’ambito dello Sprar, MM, la società delle metropolitane milanesi ha accertato che sono più di 50.000 gli occupanti abusivi delle case popolari, mentre non può quantificare quelli sfuggiti al monitoraggio, preda del racket degli alloggi che ricatta e strozza italiani e stranieri), Sala ha proclamato che con il suo progetto Navigli, una vera e propria rivoluzione,  ha voluto dare inizio al tempo dell’orgoglio. Bisognerebbe non rieleggerlo non fosse altro che per l’abuso di quelle due parole che parlano di dignità e libertà.

 

 


Le Olimpiadi della mazzetta

Presentazione di PowerPointAnna Lombroso per il Simplicissimus

A volte ho la tentazione di copiarmi, di fare copia incolla con post del passato su vicende che, come sempre succede non hanno insegnato nulla ai posteri. In questo caso potrei riprendere solo cambiando il nome della città, quelli scritti per motivare il fermo no alle Olimpiadi a Roma di tutti quelli che avevano e hanno a cuore la tutela del territorio da speculazioni e da opere e eventi che hanno come unico fine promuovere corruzione e malaffare a spese dei cittadini.

In realtà mi sbaglierei perché su questo argomento le lezioni della storia anche recente hanno insegnato qualcosa, ma non a tutti. Ad esempio Calgary nei giorni scorsi, con una disposizione della sua amministrazione comunale ha deciso di ritirare la sua candidatura  ad ospitare le Olimpiadi invernali del 2026, ratificando il risultato di un referendum consultivo in occasione del quale il 56% dei votanti ha bocciato la proposta. I fautori del no, contro una campagna pressante condotta dallo stesso sindaco, hanno motivato il loro dissenso dimostrando semplicemente che gli investimenti necessari, sottratti a altre voci fondamentali (salvaguardia dell’ambiente, assistenza, istruzione) del bilancio del comune, sarebbero stati in massima parte finanziati  da un aumento delle imposte di famiglia per i prossimi 25 anni. Ed anche rendendo noto che già in fase preparatoria il budget per sostenere la designazione è stato del 600%.

Insomma le motivazioni erano le stesse che originarono l’opposizione di monti e della giunta Raggi, e che  avrebbero dovuto dissuadere altri potenziali candidati insieme a qualche elementare constatazione: la  scia di opere incompiute – basti citare la Città dello sport a Tor Vergata, con due relitti che dovevano essere finiti per i Mondiali di nuoto del 2009–o che si sono dilatate oltre ogni pessimistico pronostico di tempi e di costi che resta dopo giandi eventi sportivi, il dato che per onorare i suoi impegni con gli organizzatori delle Olimpiadi, lo stato di Rio de Janeiro è stato costretto a tagliare le spese per servizi e salari dichiarando lo stato di “pubblica calamità”, come accade in caso di terremoto o inondazioni e rivelando che  si era arrivati al “totale collasso della sicurezza pubblica, della salute, dell’istruzione, della mobilità e della gestione ambientale”, o che la Russia per Sochi ha speso  50 miliardi, o che  Montreal ci ha messo più di 30 anni per pagare i debiti e ancora soffre per gli impianti costruiti e mai più utilizzati, compreso lo Stadio Olimpico finito di pagare nel 2006 ma attualmente senza padrone, ridotto a archeologia monumentale, o che Tokyo ha visto lievitarei costi  da 7,3 miliardi iniziali ai 30 miliardi di dollari attuali. Ed è misericordioso tacere sui giochi di Torino, sugli edifici compreso il villaggio olimpico da145 milioni, ridotti a ricetto di criminalità, sulle piste che avevano obbligato al disboscamento e alla  cementificazione del paesaggio montano e che ora spiccano come scheletri abbandonati a damnatio memoriae della hybris nostrana.

Macché. Un giorno fa il tandem  Milano-Cortina ha presentato il progetto di candidatura all’Olimpiade invernale 2026  davanti ai membri dell’Anoc, l’assemblea dei Comitati Olimpici Nazionali. Venti minuti con gli occhi addosso, scrive il Corriere esultante e palpitante, per cominciare a convincere chi materialmente a giugno 2019 voterà la città olimpica della bontà del dossier italiano rispetto a quello della concorrente Stoccolma. Sul palco si sono alternati il presidente del Coni, il sindaco di Milano, il governatore del Veneto e Arianna Fontana,  fuoriclasse nostrana dello short track, in qualità di gentile ambasciatrice. Nel menù anche un filmato che sottolinea le eccellenze del Lombardo-Veneto (e non solo) e il logo della candidatura, che inevitabilmente cita il Duomo e le Dolomiti.  Il prossimo passaggio sarà la presentazione del masterplan, incluse le garanzie finanziarie, a Losanna l’11 gennaio.

Tutto fa pensare che se una iniziativa parte in perdita, ma ci si impegna per realizzarla contro buonsenso e interesse generale, qualcuno conta, da quello spreco, di guadagnarci.

Presto detto, lo si doveva alla capitale morale, forte dell’esperienza dell’Expo, dimentica che quel ballo excelsior  è stato il laboratorio delle più famigerate misure antisociali e antiecologiche, sottoposto a commissariamenti e controlli delle autorità anticorruzione impotenti che hanno dovuto digerire malaffare e infiltrazioni mafiose dimostrate in nome dell’equivoco più illegale imposto dalle leggi, e cioè che si trattava di un’opera di interesse generale che non si poteva né doveva fermare, rendendo una serie di irregolarità e reati, legittimi e autorizzati. Un principio quello che paghiamo e pagheremo caro, digerendo tav/triv/mose/ magari ponte sullo Stretto? grazie alle minacce del racket del cemento e alle intimidazioni della cosca delle penali davanti alle quali il governo piega la testa.

Presto detto, lo si doveva alla regione che vanta una serie di primati di efficienza, come nel settore dei rifiuti o in quello dell’assistenza sanitaria, come si evince da recenti casi di cronaca, per non dire dei record di consumo del suolo, secondo i dati dell’Ispra e della stessa regione:  Veneto, e nel dettaglio Verona, maglia nera nella classifica del suolo consumato nel 2017, con 1.134 ettari consumati in un anno e una percentuale di incremento pari allo 0,50%, superficie più colpita dalla cementificazione e impermeabilizzazione del territorio, doppiando la media nazionale.

L’accordo tra i due partner potrebbe fare da motore e esempio costruttivo, è il caso di dirlo, a ben più alte future alleanze. E c’è da preoccuparsi pensando a quale ideologia si ispira il governo di Milano, una città bevuta e ubriaca dei fumi di una visione megalomane che un grande urbanista, toccato dalle conseguenze delle olimpiadi barcellonesi del ’92 chiama   “necrourbanismo”, specializzato  cioè nel generare spazi vivi per il capitale e per la circolazione delle merci, mentre in cambio condanna alla morte, depreda, manomette tutti gli spazi pubblici, di convivialità, di reciprocità, di socialità. O il governo del Veneto, che, tanto per far presto a definirlo, si ispira al modello Benetton, all’occupazione cioè del sistema economico e sociale  attraverso un gioco di scatole cinesi in modo che un padronato locale spregiudicato al servizio di un ceto sovranazionale in regime di monopolio, occupi e si impossessi con manovre speculative dei gangli vitali: spazi comuni compresi i luoghi della produzione culturale, immobili pubblici espropriati e svenduti,  appalti e concessioni, territori, strade, stazioni, editoria e, tanto per non andare lontani, anche lo sport con il sostegno a candidature del passato fortunatamente tramontate e con la partecipazione in squadre di basket e rugby, oltre a quella nella competizione più praticata, lo sfruttamento dei poveracci in patria e altrove.

C’è davvero da preoccuparsi perché è possibile che queste Olimpiadi che nessuno vuole, le concedano proprio a noi, ridotti a hangar, trampolini di lancio, basi militari dove conservare le porcherie che posti e popoli rifiutano, mesta espressione geografica ridotta in stato di servitù, che come le vecchie contesse in miseria si vende i gioielli per comprarsi i pennacchi da inalberare alla prima della Scala.


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