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Lapilli e fumus

etnaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Poche cose sono nauseanti come i tentativi di accreditamento di  domestica normalità da parte di premier puttanieri sotto l’albero circondato da figli e nipotini, di biechi ministri che si pasturano ghiottamente di panettone o peggio del simbolo strappato al più schizzinoso degli esponenti del cinema militante, come a dire: sono come voi, sono una carogna, potete esserlo anche voi.

Il più  truce di loro, immortalato il giorno di Santo Stefano in una delle sue performance bulimiche  in coincidenza con l’eruzione dell’Etna e un terremoto di 4,8/ 5 di magnitudo, ha suscitato un diffuso sdegno da tastiera con, in prima linea , come d’abitudine, la controparte della compagine governativa impegnata in superciliosi distinguo rispetto all’esecrando buzzurro, a conferma che si può perdonare tutto ma non le barbariche dita nel naso, i disdicevoli rutti a tavola, pulirsi sul maglione le dita con le quali si è rubato dal vaso della marmellata.

D’altra parte succede così ogni giorno, quando il Gran Tanghero  viene meno alle regole del bon ton, e verrebbe da dire anche dell’ipocrisia,  il fuoco amico è pronto a lanciare anatema e scomunica. D’altra parte succede così da che mondo è mondo nei ranghi di chi ha fatto un matrimonio di interesse e si esibisce nel contrasto rissoso  tra, è proprio il caso di dirlo, poliziotto buono e poliziotto cattivo, tra le parti in commedia in modo che dietro ad apparenti disaccordi si consumi una sostanziale convergenza di vedute e obiettivi.

E non è il solo segno di continuità col passato, oltre all’ormai evidente indole a calare le braghe quando il padrone ordina, vituperata prima di accedere a ruoli di prestigio e altrettanto deplorata appena si rientra nel cono d’ombra.

Perché, proprio come è sempre successo, appena si solleva una qualche obiezione ai lavori in corso, perlopiù incoerenti con promesse e proclami, ecco la solita infastidita reprimenda in uso dai tempi di Giolitti, De Gasperi, Fanfani e giù via via, Monti, Renzi, ma probabilmente coniata già nell’età di Pericle: lasciateci lavorare, non disturbate i manovratori. E infatti proprio a proposito di terremoti, guai ricordare a chi si sturba per la provocatoria sfacciataggine di uno che fino a poco fa diceva Forza Etna, che anche   il governo della rottura col passato  in carica da 6 mesi ha fotocopiato il già fatto, anzi il già non-fatto (come mi è capitato di scrivere qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/12/18/cratere-del-sisma-come-prima-peggio-di-prima/), per il penultimo sisma in ordine di tempo (per quello di Ischia ha mostrato invece un sorprendente spirito di iniziativa), con gli stanziamenti vergognosi già previsti da Gentiloni cui si aggiungerebbero gli 85 milioni frutto del taglio alle spese della Camera, il rinvio delle auspicate misure di semplificazione, i ritardi nell’attribuzione delle risorse alle Regioni, mentre intanto fiocca la neve  fiocca.

In realtà bisogna riconoscere che qualcosa è stato fatto, anzi disfatto. A  luglio il Consiglio dei Ministro ha dato il via libera al riordino di quattro ministeri (Beni e delle attività culturali e del turismo, Politiche agricole alimentari e forestali, Ambiente e tutela del territorio e del mare, Famiglia e disabilità), redistribuendo le competenze su alcuni temi chiave quali l’antisismica, il dissesto idrogeologico e l’edilizia scolastica, in capo al dipartimento Casa Italia e alla struttura di missione Italia Sicura. Casa Italia è stata  declassata da dipartimento a “progetto” della Presidenza del Consiglio dei Ministri, mentre non è stato  rinnovato il mandato per Italia Sicura, la struttura di missione  per opere di prevenzione ed infrastrutturazione del paese.

Non si può non applaudire alla rottamazione dell’ennesima strenna avvelenata proposta nel corso delle continuative campagne elettorali di Renzi e associati, buona per compiacere i grandi studi di progettazione e le cordate del cemento con un bell’involucro e il solito marchio insinuante per acchiappare i citrulli, cioè noi:  Sviluppo Italia, Buona Scuola, Jobs Act,  Presa per i Fondelli, e che insieme agli stanziamenti, 9 miliardi, nostri, in forma di fake sui social, ridotti a 650 milioni per l’avvio dei cantieri, e solo 110 milioni effettivamente trasmessi alle Regioni, prometteva la vera e propria rivoluzione per prendere il Palazzo d’Inverno della burocrazia e guadagnarci  con la revoca (che doveva fruttare 2,2 miliardi) dei  soldi assegnati a progetti contro il dissesto idrogeologico che, al 30 settembre 2014, non avessero visto pubblicato il bando di gara o disposto l’affidamento dei lavori. Alla fine però si scopre che le revoche riguardano solo 15 progetti su 169 – gli altri possiederebbero tutti i requisiti di efficienza e trasparenza necessari, e che la severa indagine ha fatto guadagnare in tutto 7 milioni.

Alla notizia della cancellazione di Italia Sicura c’è stata la solita gara a chi dava i numeri più fantasiosi, secondo quella contabilità peracottara applicata alla Tav, al Ponte sullo Stretto, alle autostrade dove non transita nessuno, ai ponti lasciati marcire: la diabolica soppressione disperderebbe l’importante mole di lavoro che ha consentito in breve tempo di impiegare 5 dei 10 miliardi a disposizione degli enti territoriali per la messa in sicurezza del territorio e penalizzerebbe un’esperienza positiva della quale hanno beneficiato in primo luogo le popolazioni colpite da eventi calamitosi.  Come al solito sono cifre  dette a caso, mai sostenute da una effettiva rendicontazione, a stare larghi i miliardi stanziati sarebbero 3 (comunque una goccia  rispetto agli 850 che servirebbero) e che non si sa in che rivoli si siano dispersi.

Ha fatto bene  il movimento – sul cui simbolo campeggiano 5stelle a rappresentare la tutela dell’acqua pubblica, della mobilità sostenibile, dello sviluppo, della connettività e dell’ambiente – a smontare il giocattolo, convinto che sarebbe incauto affidare la salvaguardia del territorio e la ricostruzione a amministrazioni, enti e regioni che hanno dimostrato inefficienza o peggio ancora arbitrarietà opaca nell’affidamento di incarichi, nella programmazione della spesa, nella fissazione di priorità.

Ma da quel momento sono passati altri 5 mesi e sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di più oltre gli onorevoli cocci: criteri, linee guida e indirizzi pratici a garanzia di efficacia, funzionalità, trasparenza.

Altrimenti si tratta di un modo diverso di dire si, come si è detto si al Terzo Valico, al Mose, alle Grandi Navi, alla flat tax, alle trivelle, ai sussidi diretti e indiretti ai carburanti fossili.

Altrimenti si tratta di un modo diverso di dire si alla spostamento dei nostri quattrini da una casella all’altra del Monopoli, mettendoli su quella degli F35, del salvataggio delle banche criminali, della prosecuzione di progetti insensati invece che su quella della salvezza di un Paese nel quale è a rischio il 91% dei Comuni  (88% nel 2015), dove aumenta la superficie potenzialmente soggetta a frane (+2,9% rispetto al 2015) e quella potenzialmente allagabile nello scenario medio (+4%), il cui  16,6% del territorio nazionale rientra nelle classi a maggiore pericolosità per frane e alluvioni (50 mila km2), aree nelle quali si trova il 4% degli edifici italiani (oltre 550 mila) e abitate da 3 milioni di nuclei familiari mentre oltre 7 milioni le persone risiedono nei territori vulnerabili, oltre 1 milione di persone vive in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata, e più di 6 milioni in zone alluvionabili nello scenario medio, secondo i dati Ispra.

Altrimenti si tratta di un altro modo di dire si, come ancora una volta si è detto si ai comandi europei che sanno bene che un paese ricattato, minacciato nella sua stessa tenuta fisica, soffocato dal cemento e annegato nel fango si controlla meglio, si piega senza riscatto alle intimidazioni.

Ancora una volta viene da chiedersi: ma se dicessimo di no? se smettessimo di pagare le nostre quote dovute per l’iscrizione al “casino dei nobili”? se avessimo messo sul tavolo l’appartenenza a un’area altamente sismica, martoriata da terremoti e catastrofi, con morti e senza tetto, industrie e imprese in ginocchio, strade dissestate? Se avessimo preteso e legittimamente  per questo e per le azioni di salvataggio e primo soccorso agli immigrati svolte nel passato un ragionevole trattamento, pari, tanto per fare un esempio, a quello riservato alla Turchia per i suoi efficienti respingimenti oltre confino, nel paese nel quale si è girato il trailer del nostro immediato futuro? Che punizione rischiavamo? Juncker non ci invitava all’apericena, non di facevano accedere agli esosi Fondi strutturali, non ci elargivano quelle quattro monete maledette promesse per le catastrofi, Macron non ci mandava la mignon di champagne per Natale e la Merkel prima di andar via ci faceva stare inginocchiati sui ceci?

Non piace tanto a tutti la disubbidienza, purchè degli altri: gilet gialli, sindaci ribelli, manifestanti a patto che non mettano a rischio l’acquisto dei regali? Non potremmo cominciare a scalare dalle tasse la quota che siamo obbligati a elargire obtorto collo per la sopravvivenza dell’Europa sovrana e destinarla a noi cui non è concesso di regnare nemmeno sotto il nostro tetto?

 

 

 

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