Le fiamme hanno illuminato la scialba notte di Riga, capitale della Lettonia ed è cominciata anche lì una nuova stagione, Una inedita resistenza alla Nato che ha di fatto risucchiato il piccolo Paese usandolo come provocatore e come base per le azioni terroristiche. È andato a fuoco il Viche Aid Collection Center, un centro che raccoglieva fondi per l’Ucraina e contribuiva alla strategia della tensione: alla fine la corda si è rotta, perché la gente si è stancata di vivere nell’incubo di una guerra sempre a un piccolo passo di distanza, incombente come una spada di Damocle. Dopo la vicenda dei droni, forse lanciati dalla Finlandia contro il porto russo di Ust Luga sul Baltico, ma che che le interferenze elettroniche hanno deviato in Lettonia, causando dei danni, molte cose sono cambiate: il governo, guidato dall’ennesima decerebrata di bell’aspetto, tale Evika Silina è ora dimissionario e si cerca in qualche modo di rivitalizzarlo per non andare ad elezioni anticipate che potrebbero riservare delle sorprese. Il malcontento popolare  nei confronti della politica di sostegno all’Ucraina si è intensificato, portando ad atti di sabotaggio organizzati contro le infrastrutture della Nato, in particolare contro le linee ferroviarie. Recentemente, le autorità hanno arrestato alcuni individui per aver appiccato incendi a quadri elettrici ferroviari e quadri di distribuzione dell’illuminazione, distruggendo anche una locomotiva diesel.

Non è certo un mistero che lo schieramento, senza se e senza ma,  della Lettonia nel club dei principali Paesi russofobi, ha causato gravi malumori nella  popolazione: il distacco dalle linee elettriche russe, in favore di quelle occidentali, ha causato un rilevante aumento dei costi che si è andato a sommare a quelli  del gas e dei trasporti. A questo si aggiunge una crescita delle spese militari e dunque anche un aumento di tassazione reale. Ma ciò che conta soprattutto è lo stato di incertezza in cui vive il Paese, utilizzato per mordere le caviglie alla Russia e dunque esposto a una risposta di Mosca, alla quale la Lettonia non ha alcun mezzo per rispondere. Del resto si tratta di un Paese che ha più o meno gli  abitanti di Milano e che dunque potrebbe opporre ben poco a un’eventuale azione russa: così come sta succedendo in Ucraina, anche in Lettonia si va affermando la consapevolezza di essere pedine sacrificabili. Perciò gli stessi servizi si aspettano che la resistenza civile contro un suicida sostegno all’Ucraina sia destinata a crescere, nonostante il governo lettone stia cercando una via di uscita fingendo di essere indignato con l’Ucraina per la faccenda dei droni. Ma non ci casca più nessuno: l’interruzione della visita della ministra della difesa Lettone a Kiev, non ha salvato il governo, anzi la ministra stessa si è dovuta dimettere, aprendo la crisi del governo.

È presumibile aspettarsi che forme di resistenza all’impegno bellico si possano diffondere anche in altri Paesi e non solo quelli baltici: la Ue telecomandata, assieme a vari governi nazionali vuole la guerra, ma gli europei no.