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Non ditegli sempre di Si

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sarebbe da compiacersi per l’inusuale vis polemica e la vitalità che caratterizza il dibattito referendario sui social, che sulle piazze è consigliabile invece contenere qualsiasi manifestazione di contestazione democratica, pena l’arresto e l’anatema. Qualcuno potrebbe essere tratto in inganno e persuadersi che si tratti di inattesa, edificante e matura partecipazione in contrasto con quella diagnosi di disincanto e disaffezione genericamente definita come antipolitica, mai verificatasi in occasione di altri derby famosi.

Vae victis, dunque, perché il risultato è facilmente profetizzabile, se si permettono di contrapporre alle liste di proscrizione dei sostenitori del No, tutte soggette a gogna e pubblica riprovazione per via di innumerevoli soggetti vergognosi oggetto di ludibrio, da Formigoni all’azionariato Fiat e al suo house organ multiplo, e di irriducibili marpioni, da Veltroni a Prodi a Casini, quelle dei fan del Si, veri promotori di quello che si augurano sia un plebiscito, che annoverano altrettanti impresentabili e indecorosi, a cominciare dall’innominabile, un tempo prepotente alleato di governo sostituito da partner ancora più tracotante e irresistibile, a segnare una vocazione del movimento detentore dei numeri finora vincenti a un ruolo gregario.

Guai a loro se osano cercare le motivazioni del Si in peraltro comprensibili pulsioni irrazionali che arrivano dalla pancia del Paese sempre più vuota ma non per questo legittimata a imporre scelte irragionevoli e addirittura autolesioniste: votare contro, fare un piacere agli uni e un dispetto  agli altri, rafforzare questi  partito per indebolire quello, ripetendo stancamente le lotte tra fazioni di guelfi e ghibellini, curva nord e curva sud, scapoli e ammogliati, dietro alla finzione che si tratti del conflitto tra società civile virtuosa e ceto politico vizioso.

Non sia mai, che così si smentirebbe la narrazione in voga, che ha portato al successo di una formazione politica, di un Paese sano e incontaminato in grado di selezionare e promuovere un ceto generoso, onesto e operoso estraneo in antitesi con  una classe partitica corrotta e corruttrice.

Mentre così si autorizza l’ipotesi, francamente incredibile, che grazie a quel tocco demiurgico si sia interrotto il contagio e se si tolgono le mele marce da un cesto di mele marce, magicamente resti un numero minore di frutti puri e sani, che malgrado con la riduzione dei numeri  si alzi implicitamente la soglia per accedere al seggio parlamentare,  creando difficoltà per i piccoli partiti e portando con sé un effetto maggioritario, si produca comunque l’effetto meritorio di migliorare la qualità dell’istituzione.

Peggio che mai se si permettono di denunciare il tentativo di far passare il voto come un pronunciamento pro o contro la vigenza dell’attuale governo, come se una vittoria del No costituisse la scure che cala sulla testa del miglior esecutivo che potesse capitarci, sula sua gestione dell’epidemia, dei rapporti con l’Europa, sulla completa assenza di una strategia e di un programma, sostituiti  della slides volonterosamente esibite al parterre di Villa Pamphili per essere inoltrate ai padroni delle cancellerie.

Sicchè  il successo dei promotori, tutti i partiti di governo e gran parte dell’opposizione, improvvisamente sanificati e purificati dal voto popolare, riconferma la  opportunità di “non cambiare” nell’attesa fideistica che quegli stessi che si sono trastullati per un anno intorno a riforme elettorali, diano  forma con risoluta determinazione  alla svolta epocale di rinnovamento del voto, di piena attuazione della Costituzione, di riaffermazione di una volontà di popolo, che per carità non sia né populista men che mai sovranista in modo da non infastidire la potenza sovranazionale cui è doveroso sacrificare competenze e poteri.  

E dire che sarebbe stato sufficiente che ambedue i fronti contendenti dichiarassero che l’esito del referendum non avrebbe avuto alcuna conseguenza sulla vita del governo, pretesa illusoria perché fa comodo a tutti investire la scadenza referendaria di una facoltà che non possiede per ricattare, intimidire, minacciare secondo modalità che sono diventate consuetudini  di un costume politico che ha mutuato dai racket della malavita, delle banche e della finanza, del padronato delle grandi imprese, insomma dei poteri forti, invece di lasciare spazio all’adulto discernimento, che permette di distinguere tra livelli e processi decisionali.

E infatti, semmai, le vere cambiali sul governo scadono con le lezioni regionali e comunali perché nella nostra provincia dell’impero qualsiasi voto ha ripercussioni sulla tenuta della maggioranza, compreso quello per l‘inutile  europarlamento, forse per le canzonette di Sanremo se vince un extracomunitario, o per il Grande Fratello eventualmente frequentato da prestigiosi fidanzati.

Ma vaglielo a dire a quelli che pretendono che così si giochi la partita finale del Conte Bis senza che debba presentare il conto, dando felice continuità a quella censura e autocensura promossa durante l’emergenza e mantenuta tuttora per la quale è inopportuno, disfattista, negazionista, complottista, eretico, irresponsabile disturbare il manovratore, come ogni giorno sostiene il suo  organo di stampa diretto da qualcuno indeciso se essere Goebbels o Richelieu, come ogni giorno fanno i militanti posseduti da una idolatria cieca, intenti a stilare puntigliose classifiche e gerarchie dei governi peggiori del passato compreso il Conte 1 e i suoi ministri, nella completa rimozione del diritto/dovere dei cittadini, quello di esercitare controllo sui rappresentanti dando concreta realizzazione ai principi e ai fini della partecipazione democratica. E che “ci marciano” ampiamente nel far credere che il No altro non sia che una cospirazione ordita contro i 5 Stelle, interpreti di una volontà di rinnovamento, ampiamente tradita invece nei fatti con l’abiura dei fondamenti del “pensiero” che li ispirava, dal No alle Grandi opere inutili e malaffaristiche, stadi compresi, alla determinazione a opporre la difesa della sovranità economica espropriata dall’Ue, dalla tutela dei principi del necessario ricambio dei vertici al “ringiovanimento” del ceto dirigente, che comporterebbe fisiologicamente un miglioramenti delle prestazioni.

Ecco, ci risiamo tocca scegliere se morire di cancro o di ictus, o per aggiornare la macabra alternativa di virus o di fame come ci hanno invitato a fare. Io (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/08/26/no/ ) che da sempre sono ostinatamente contraria a votare contro per l’unico partito che ormai ha cittadinanza, quello “preso”, ho deciso di pronunciarmi sul tema, se cioè il taglio lineare, già sperimentato in economia dai frugali, migliori la nostra vita o la nostra agonia. Quindi voto No.


Gli Ultras del cemento

ultrasAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sembra ieri che qualcuno, dopo un primo voto “inutile”, si piegò al secondo turno a dare la preferenza alla candidata 5Stelle che aveva fatto del “no” alle Olimpiadi e del “no” allo stadio della Roma le sue battaglie contro Giachetti, il prescelto per non vincere,  che, in assenza di un programma, aveva contato sull’appoggio delle curve,  offrendo circensens in qualità di brioche.

Si doveva prevedere che, come è successo in innumerevoli occasioni, la via che porta al potere fosse lastricata anche in quel caso di  cemento, e che non può essere virtuosa e responsabile perché chi la percorre dopo tante promesse diventa inevitabilmente l’ingranaggio di una macchina, che marcia sempre uguale e nella  quale la corruzione morale anche senza mazzette e l’obbligo di assicurarsi il consenso anche senza popolare le aziende di servizio di zii e cugini,  sono il carburante.

Peggio ancora, ben presto si insinua la convinzione che il compromesso sia una virtù del politico, legittimata e autorizzata in cambio di qualche compensazione che, doverosamente, amministratori e rappresentanti dicono di essere costretti a accettare in nome del bene comune, per realizzare in combutta con i privati quelle opere che  non hanno i mezzi ma soprattutto la determinazione di concretizzare. Così le falle di bilancio e i vincoli di appartenenza diventano l’alibi per i cedimenti ai privati, siano essi sponsor di progetti o “mecenati” che devono apporre la sagoma del Colosseo sui loro mocassini.

Così non stupisce che – anche grazie alle pressioni dell’ultimo re di Roma in maglietta numero dieci: sto colosseo nostro s’ha da fa’, quelle delle banche che sperano nella messa a frutto dei crediti che hanno elargito a notori banditi né più né meno delle casse di risparmio del nordest o degli istituti della pingue Etruria, e quelle degli immobiliaristi interessati a quell’anfiteatro de noantri o a uno speculare quindi altrettanto inutile della squadra antagonista nel derby, purchè equipaggiati di torri e falansteri per  uffici  centri commerciali –  la giunta della Raggi abbia dato “l’ok definitivo” per la realizzazione dello Stadio di Tor di Valle.

Ora si  aspetta solo l’ultimo adempimento, il si dell’assemblea capitolina, più che probabile per via dell’appoggio  del Pd, di Italia Viva e della Lega (il sacrificio dei loro esponenti,  Bonifazi e Centemero, accusati di finanziamento illecito insieme a Parnasi lo testimonia), ecumenico  e interconfessionale almeno quanto le moine bipartisan della sindaca rivolte al giocatore della Lazio insignito della “Scarpa d’oro”.

In più di nove anni tante cose sono cambiate (una delle ultime volte ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/03/23/uno-stadio-che-viene-da-lontano/).

Si sono avvicendati tre sindaci, il patron dell’intervento, Pallotta, se n’è andato, la bulimia costruttiva delle cordate del cemento è stata penalizzata -mai abbastanza- “tagliuzzando spazi tra un piano e l’altro, abbassando di qualche metro l’altezza fissata a 200 metri, cucendo e scucendo metri tra corridoi e pianerottoli, rinunciando alle torri sghembe di Daniel Libeskind”,   come ebbe a dire l’urbanista Antonello Sotgia, parlando di un piatto di risulta “confezionato coi resti”, ma ugualmente indigesto: 800 mila e rotti mq di volume di quello che viene chiamato business park, destinati a uso commerciale, e a guardare la mole di opere in capo al Comune dal potenziamento della ferrovia Roma-Lido, agli interventi sulla via del Mare, dalle opere di messa in sicurezza idrogeologica del fosso di Vallerano nell’area di Decima, al ponte aggiuntivo sul Tevere e la bretella sulla Roma-Fiumicino, che potrebbero essere rinviate a tempi successivi.

Ma che continui a trattarsi di una vivanda avvelenata è chiaro, limitazione delle velleità costruttive, compensazioni a uso e beneficio dei cittadini, spazi per attività del terziario, come dichiarò fin dall’inizio Imposimato, servono solo “a mascherare un’operazione di mega speculazione edilizia”, a fare un po’ di maquillage e un   progetto contrario all’utilità sociale, che, lo ricordò a suo tempo il combattivo magistrato “viola gli articoli 9, 32, 41 e 42 della Costituzione”.

Zitta zitta la sindaca in campagna elettorale ha fatto quindi approvare l’Accordo di collaborazione tra Roma Capitale e Città Metropolitana di Roma relativo all’adeguamento del progetto definitivo dell’unificazione della via del Mare e della via Ostiense, nel tratto tra il GRA e il cosiddetto Nodo Marconi e quello finalizzato al potenziamento delle infrastrutture di trasporto pubblico locale, in particolare della linea ferroviaria Roma-Lido, in modo da  suffragare così la “dichiarazione” di “pubblico interesse” dell’intervento.

Come a dire che se metti in piedi un mausoleo inutile esercitando una pressione potente e micidiale in un sito vulnerabile, mettendo a rischio suolo e risorse, ma  poi ci spendi per fare delle strade che facilitino l’accesso al monumento dell’affarismo, ecco che il tempio a beneficio dei mercanti diventa strategico, fruttuoso e vantaggioso per la collettività.

Già prima era insensato dare priorità a uno stadio (ma in itinere sul territorio nazionale oltre a quello della Roma e di Firenze – indispensabile quanto il nuovo aeroporto, e i progetti per quelli di milan e Inter,  c’è l’ampliamento e ammodernamento di quelli di Bologna, Brescia, Cagliari, Genova, Verona, Napoli, Parma), assimilato a intervento di interesse generale tanto da autorizzare procedure d’urgenza, giustificate dall’opportunità di approfittare della smanie megalomani di costruttori e immobiliaristi per procurarsi interventi viari e infrastrutturali come è successo con alcuni prodotti di archeologia “ludica” (Città dello Sport di Tor Vergata, l’Air Terminal Ostiense, la Stazione di Farneto a Roma, per non dire delle Olimpiadi invernali di Torino, o dei Giochi del Mediterraneo a Pescara).

E già prima il calcio e le sue sedi ufficiali (stadi, società, club e pure i bassifondi dove i fascisti reclutano la manovalanza della violenza nelle curve) attraversava un meritatissima crisi che aveva premiato prima del Covid lo sport a distanza, agile e virtuale, imponendo imposto chiusure al pubblico per ragioni di ordine pubblico, con l’unico merito di aver effettuato una selezione del personale degli steward da destinare alla politica, figuriamoci se adesso non suona oltraggiosa questa scelta,  quando ospedali, scuole, fabbriche, esercizi commerciali,  musei, biblioteche sono chiusi, quando vincoli infami sottoscritti da governi codardi che sopravvivono in cambio della abiura e del tradimento della sovranità impongono nuove forme ancora più estreme e ricattatorie di indebitamento, dettando regole, tempi e priorità dietro minaccia di intervenire ancora più pesantemente nella formazione dei governi.

Questa  accondiscendenza alla rinuncia e al sacrificio di talenti, vocazioni, speranze, aspettative legittime di benessere e sicurezza e diritti, in cambio del salario della fatica, quando l’unica “occupazione” offerta è quella dei cantieri effimeri, dove non sono tutelate né sicurezza né garanzie,  è diventata la cifra di un paese in svendita, che non ha più una strategia di sviluppo, dove sono stati rimangiati perfino i mantra della sostenibilità e dell’ecologia, ridotti a macchietta stantia di un ambientalismo regredito a giardinaggio e a periodica raccolta di lattine, e che ha permesso venisse colonizzato e appiattito sul modello americano anche lo studio, con licei e università destinate alla formazione specialistica di personale esecutivo, nei quali le prestazioni sportive potranno facilitare il percorso accademico, diventato ormai un optional ingombrante a vedere alcuni curricula di influenti e decisori.

Con un patrimonio artistico ridotto a location di eventi commerciali, un paesaggio condannato a piegarsi a quinta teatrale e itinerario di parchi tematici, un territorio manomesso da abusivismo e edificazioni che incrementano i rischi della trasandatezza e dell’abbandono causati da consumo di suolo e mancanza di manutenzione, c’era poco da illudersi su un cambio di rotta.

Da vent’anni nel nostro Paese mentre si tiravano su monumento dell’ Irrazionalismo, piramidi erette per lasciare un’impronta, stabili e edifici obsoleti e in rovina senza mai essere stati abitati, ospedali vuoti dei quali resta l’osceno scheletro,  al tempo stesso si demoliva l’edificio di regole e principi dell’urbanistica pubblica.

Prive di un quadro programmatore, esautorati gli organismi di controllo, svuotate le leggi, senza mezzi finanziari, le amministrazioni comunali hanno ceduto alle  pretese pressanti della proprietà finanziaria, delle cordate consortili e cooperative delle imprese costruttrici, della finanza immobiliare intenta a gonfiare bolle a ripetizione per movimentare la liquidità degli hedge funds, dei fondi di private equity, delle obbligazioni, in tutto analoghe al  riciclaggio dei soldi sporchi  della criminalità, sicchè gli strumento di governo delle città sono diventati le misure di valorizzazione patrimoniale, i cambi di destinazione d’uso, l’aumento delle volumetrie, i piani casa, insomma quell’urbanistica contrattata che  legittima la costruzione di stadi ma non consente di investire nel risanamento del patrimonio immobiliare pubblico per dare un tetto a chi non ce l’ha.

Negli ultimi dieci anni le costruzioni realizzate (solo l’1 per cento è di edilizia pubblica) pari a oltre13 milioni di stanze, hanno risposto non ai bisogni della gente ma alle esigenze del sistema finanziario che doveva reperire forme e luoghi nei quali convogliare i suoi fiumi di denaro virtuale, a cominciare da quelli che superano i 3 mila miliardi di dollari dei fondi sovrani, quelli in tasca e nei programmi di investimento, tanto per fare qualche esempio, del Qatar, impegnato all’acquisto di porzioni di Milano e della Sardegna  e di squadre di calcio, a significare che si tratta di due brand che hanno un grande appeal.

E difatti dicono che non ci sono soldi per dare una casa ai senzatetto, ma le opere per il non svolgimento del G8 alla Maddalena sono stati buttati al vento 350 milioni, per la Città dello Sport di Calatrava il bilancio provvisorio è di un miliardo, per l’Alta Velocità tra Napoli e Torino si sono spesi 51 miliardi in venti anni, ma intanto la Regione per le opere che devono facilitare l’accesso allo stadio stanzia 180 milioni mentre non si trovano i 60 o poco più che servirebbero per Tivoli- Guidonia ancora a binario unico che servirebbe il pendolarismo giornaliero di almeno 200 mila lavoratori e studenti.

Intanto l’unico filone scelto per avviare la ricostruzione dopo la pandemia è quello di oltre 130 grandi opere, con i loro cantieri per impiegare un esercito di lavoratori che hanno perso la gara con gli immigrati grazie all’appiattimento sulle loro retribuzioni umilianti, in virtù di una politica di ricatti e intimidazioni che ha colpevolizzato e censurato la legittima rivendicazione di diritti e garanzie.

Che tanto, come ci hanno raccontato per anni libri, film, serie Tv, a unire tutti basta la partita, il calcio, il tifo, in milioni, tutti ammansiti e addomesticati a guardare, in arene che abbiamo strapagato, gladiatori di lusso che meriterebbero i leoni.

 


Tintinnar di App

orv Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non avevo nemmeno fatto in tempo a sospettare che Immuni, la app scelta dal governo per tracciare i contatti delle persone contagiate, in modo da contenere “gli effetti di un’eventuale seconda ondata”, sarebbe stata così persuasiva  da non doverla nemmeno rendere obbligatoria, che subito ci fanno sapere che con ogni probabilità chi si sottrarrà all’accertamento virtuale della sua mobilità nell’ora d’aria, potrà essere sottoposto a misure straordinarie punitive della sua insubordinazione, mediante limitazioni delle libertà aggiuntive a quelle della fase 2.

Per essere utile alla causa, ci hanno fatto sapere, Immuni  (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/04/18/virus-faccia-di-tolla/ )dovrebbe essere scaricata almeno dal 60% della popolazione, altrimenti i contatti mappati non sarebbero sufficienti a tenere sotto controllo la situazione.

In prima battuta i due figuri messi a capo delle task force di secondini informatici, l’Arcuri e il Colao, si dovevano essere aspettati un’adesione entusiastica: l’applicazione era stata presentata come una specie di cartella clinica in continuo aggiornamento in modo da proteggere se stessi con un quadro diagnostico in tempo reale e gli altri da possibili contagi.

Ma le performance registrate tra telelavoro e telescuola in un paese dove alla faccia di Orwell c’è la gara dei call center a offrire a caro pezzo modem stantii tra rame rubato e fibra macilenta, dove l’Inps è andato clamorosamente in tilt, dove la banda larga è confinata nel mondo di Utopia tra Leopolda e Casaleggio, dove se hai Tim non telefoni dal  Gragano e se hai Vodafone non navighi a Venezia, devono averli consigliati a fare il muso duro.

Così, annuncia il Corriere della Sera, avrebbero pensato a un  incentivo per spingere il maggior numero possibile di italiani a scaricare la app sul proprio telefonino, in qualità non dell’accesso gratuito a Netflix o Prime durante il post detenzione, bensì sotto forma di ricatto e minaccia come ormai è uso di governo.

Gli irresponsabili indisciplinati saranno forse penalizzati con restrizioni della mobilità (le accuse di incostituzionalità vengono ormai rinviate al mittente per via della apocalittica emergenza, mentre gli anziani, colpevoli di non aver voluto entrare nel rutilante mondo dei vecchi digitali, potrebbero essere beneficiari di un divertente gadget in sostituzione delle manette, quel braccialetto elettronico negato come misura alternativa alla detenzione, lo stesso che non è stato applicato a stalker e potenziali assassini di mogli, compagne e fidanzate nella normalità della violenza quotidiana senza febbre, sternuti e sanzioni.

Intanto la Lombardia che malgrado le sue prestazioni rivendica una efficiente indipendenza di pensiero e azione ha già inviato tramite sms  un questionario ai cittadini con quesiti sul loro stato di salute in regime di autodiagnosi fino a oggi criminalizzata e in attesa di perfezionare la sua app regionale in aperta concorrenza con Immuni, peraltro frutto della partnership di tre soggetti radicati nel tessuto imprenditoriale lombardo, in modo da poter animare con un po’ di concorrenza il brand delle biospeculazioni.

Che dietro ogni dogma e ogni imperativo si nasconda la teocrazia del mercato si sa,  quindi è facilmente ipotizzabile chi godrà degli effetti e dei profitti dell’imposizione a fare del telefonino un’appendice, un arto o un organo più irrinunciabile del cervello, del quale ci raccomandano di fare utilmente a meno per non rischiare un contagio peggiore del Covid 19, quello della libertà di pensiero.

Ed è ormai banale denunciare come lo stato di eccezione nel quale ci hanno fatto precipitare abbia assunto i connotati della distopia orwelliana, tanto che le forme di soggiogamento della popolazione attuate fanno pensare anche ai più renitenti alla leva del complottismo che sia in corso una grande cospirazione, anche grazie a questa spropositata accelerazione digitale al servizio del controllo sociale.

Così dobbiamo a Colao Meravigliao l’ultima frontiera che condurrà con la ripartenza a aprire con qualche abitazione anche qualche manicomio, in funzione di accoglienza di traumatizzati dalla peste ma più probabilmente di ribelli alle costrizioni, come d’altra parte è sempre accaduto.

Al posto dei test sotto l’ombrellone sostituito da yurta in plexigas, sta per essere avviata infatti una rilevazione da condurre su un campione di cittadini italiani per calcolare gli effetti dell’isolamento sociale sulla loro psiche. Si tratta di “una verifica concepita dal pool di psicologi del Comitato tecnico scientifico che assiste il governo assieme alla task force e correderà la decisione sulle riaperture della fase 2”.

Non mi piace dire ve l’avevo detto, ma ve l’avevo detto che forse hanno ragione di impiegare un linguaggio bellico per farci stringere a coorte. Infatti siamo nel pieno di una guerra e come nel Vietnam di Comma 22, vi ricordate? Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.

Basta guardare i quesiti: “Quante volte al giorno pensi possa durare questa situazione anormale di lockdown per l’emergenza coronavirus? Quante volte ti capita di passare ore senza far nulla? Quante volte accusi la solitudine derivante dall’isolamento coatto? Pensi sia vero che andrà tutto bene? Ti capita spesso di avere pensieri negativi durante la notte?”,  per capire che chi non è disturbato, destabilizzato, disorientato dall’esperienza che gli fanno vivere, lui deve essere il matto e che chiunque conservi un minimo di lucidità e ben dell’intelletto non può che pensare di essere stato infilato dentro a un film di fantascienza di serie B.

In attesa della somministrazione forzata di psicofarmaci distribuiti insieme alle mascherine e al Corriere e Repubblica, in forma di simpatiche offerte promozionali della Ripartenza, aspettiamo le reazioni dei Bonino, Cappato, Boni e soprattutto quelle dei 5Stelle che candidarono il rimpianto Rodotà e che per anni furono presi per i fondelli per la preoccupazione che poteri occulti volessero dotare la gente di un microchip per controllarne azioni  e pensieri. E che adesso sono ben contenti di essere stati annessi a un potere per niente occulto che con il braccialetto elettronico ci mette anche l’anello al naso.

Spetta a noi non lasciarglielo fare.

 


Opere virali

grope Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non occorre aver dato un’occhiata ai risvolti di copertina dei Cicli economici di Schumpeter per sapere che le guerre vengono dichiarate non solo per appagare appetiti espansivi, per depredare interi territori di risorse e beni, per piegare popoli riottosi alla servitù, ma anche per favorire, sulle macerie prodotte fuori dai confini e anche dentro casa per via dei costi economici  e sociali bellici, un nuovo business cycle, quello della “ricostruzione”.

Si potrebbe ipotizzare fantasiosamente addirittura che possa essere quello uno degli scenari della “burrasca di distruzione creativa”, quel processo cioè di mutazione industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall’interno, distruggendo senza sosta quella vecchia e creandone una nuova.

Oddio, poco c’è di nuovo nella “ricostruzione” che si prepara qui da noi dopo la guerra mossa all’assetto sociale, di relazioni ed economico dai generali dell’esercito anti Covid19. Non si è nemmeno detto quando un capitano coraggioso darà il via libera all’apertura delle porte di Gerico, segnando audacemente la fine della narrazione apocalittica e il ritorno molto graduale a uno stato di crisi normalizzato con tanta efficacia da sembrare desiderabile, che già si indovina chi saranno i vittoriosi che trarranno profitto immediato e tangibile dall’emergenza.

A farsene portavoce è stato il  viceministro ai Trasporti, Giancarlo Cancelleri, già capogruppo regionale del M5S in Sicilia, assoldato e passato entusiasticamente nelle file del partito costruttivista di maggioranza “morale” dell’Esecutivo, che ha dettato le linea dello sviluppo “postbellico” – la definizione è sua – durante una conferenza stampa, strumento  rientrato in auge dopo i fasti della comunicazione istituzionale tramite tweet e social, da ieri sottoposti a censura severa in nome della verità.

Disgraziatamente il personaggio non è dotato di grande carisma, si spende, il poveretto, per persuaderci dei benefici che verranno per crescita, occupazione e reputazione internazionale dal grande programma di sviluppo, che poi è l’accelerazione dei progetti  previsti in contratti di programma per il periodo 2016-2020. Purtroppo però ha solo l’effetto di suscitare rimpianto e nostalgia perfino di Toninelli o, peggio mi sento, di prestigiosi malaffaristi del Rolex del passato, con i grafici, le schede, le statistiche bugiarde preparate dai loro boiardi e consulenti.

Chi volesse prendersi la briga, visto che abbiamo  molto tempo libero e di più ne avremo in qualità di superstiti disoccupati, di guardarsi il video, saprebbe che le intendenze sono già all’opera per, nell’ordine, sbloccare la mole di denaro ferma dalla burocrazia, mettere in circolo risorse al fine di realizzare lavoro, produrre Pil e promuovere benefici per le aziende, trasformare le tragedie in opportunità, come è avvenuto per il Ponte Morandi, dalle cui rovine è risorta l’araba fenice di poteri eccezionali e commissari straordinari in grado di semplificare procedure, aggirare molesti ostacoli e mobilitare miliardi.

E infatti il Grande Piano del quale si propone come testimonial di eccellenza si colloca proprio nel quadro normativo disegnato per quella “ricostruzione”, in modo da implementare questa qua “del dopo virus”, all’insegna del culto della semplificazione, che, come abbiamo imparato, significa eleggere qualsiasi oltraggio immaginato per foraggiare cordate opache, a intervento di interesse pubblico, favorire la trasformazione  di ogni ritardo e ogni inefficienza in “emergenza” da risolvere con azioni di forza, leggi speciali, demolizione dei sistemi di controllo e vigilanza, elusione di  precetti e prescrizioni.

Recuperando immagine e considerazione della gatte presciolose, il dinamico viceministro svezzato in patria a suon di sacco di Agrigento, Palermo, Messina anche senza Ponte, ma non è detta l’ultima parola, sgombra il campo dall’inutile retorica della programmazione e pianificazione, dalla bubbole della compatibilità ambientale, dai canoni enfatici della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali.

E infatti recita che non si deve perdere tempo a elencare priorità, a cercare figure manageriali e organizzative di tipo commissariale, meno che mai si deve imporre il rispetto di regole amministrative considerate doverose e normali in altri contesti e altre situazione. Così si è deciso di mandare avanti i due contratti di programma di Anas e Rfi già avviati e votati, in modo che gli enti siano stazioni appaltanti e il loro Ad svolgano le funzioni commissari straordinari, ricordando il precedente avvelenato di organismi creati in veste di  controllori e  controllati, inquinatori e pulitori,  vigilanti e vigilati, incaricati e consegnatari, il Consorzio Venezia Nuova tanto per fare un nome.

Così si potranno, dice lui, “velocizzare” i lavori per opere che sono già interamente finanziate e inserite nei contratti di programma dell’Anas e della Rete ferroviaria, per un valore complessivo di 109 miliardi:  Passante di Bari o della 106 Jonica in Calabria, l’Alta  velocità in Calabria l’ampliamento del corridoio ferroviario Berlino-Palermo. Come?  È semplice, sempre secondo lui: invece di attendere i soliti 30 giorni per il silenzio-assenso delle prefetture, ne basteranno dieci, e a controllare sarà il prefetto della zona dove viene realizzata l’opera.

E dire che qualcuno pensava che il dopo pandemia non sarebbe cambiato niente, e dire che qualcuno addirittura sospettava che tutto sarebbe andato peggio di prima. Macché, basta prolungare lo stato di eccezione, estenderlo a tutti i settori, sospendere normative arcaiche e improduttive, esonerare la libera iniziativa da lacci e laccioli, andare incontro a quelli che appunto Schumpeter definiva “uomini fuori dal comune”, gli imprenditori, intesi a “realizzare il cambiamento”, l’innovazione, per aumentare il “prodotto sociale”, e che importa se dietro a loro ci sono gli interessi di Atlantia restituita alla legalità e alla legittimità, che importa se ci mangerà qualche cosca non poi troppo differente dai manager ferroviari dei Viareggio, se l’occupazione sarà quella die cantieri a termine nei quali verrà reintrodotta la “sicurezza” della normalità, senza guanti e mascherine, quella degli altoforni di Taranto, delle impalcature traballanti, degli stranieri in nero, del maledetto fattore umano imprevedibile, che lede la rispettabilità dei signori della Tysshen.

In fondo è proprio vero, finchè c’è guerra c’è speranza.

 


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