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Democrazia suicida

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non mi fa piacere dirvelo, però io ve l’avevo detto. Ve l’avevo detto che non era il caso di fare tanto gli schizzinosi e di andare a votare al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari.

Perché era vero che si trattava dell’uso manipolatore dell’ultimo strumento partecipativo autentico ancora concesso, elargito come una mancia all’antipolitica ormai al governo e pure all’opposizione, a tutela della cerchia disposta a ridursi pur di conservare il sistema di selezione del personale e dell’intangibilità delle proprie élite.

Perché era vero che l’onorabilità della formazione del No era macchiata da presenze ingombranti e poco credibili.  Perché era vero che l’esito era scontato.

Però era altrettanto vero che era necessario dare una risposta politica al quesito inevaso  da autorevoli rappresentanti del Si e cioè quali garanzie e riscontri potevano esserci che un taglio lineare della rappresentanza influisse beneficamente sui criteri di scelta e sulle prestazioni dei parlamentari.

Però era altrettanto vero che non poteva non insospettire che a battersi per un atto dichiaratamente simbolico più che concreto ci fosse uno schieramento che copriva tutto il Parlamento con in testa quei babau che incarnano ormai il Male e l’oltraggio ai valori costituzionali.

Però era altrettanto vero che se si era legittimamente dubbiosi sulla qualità e gli effetti di un voto preteso dagli stessi che dopo che per un anno si erano gingillati intorno a riforme e disposizioni avevano poi optato per dichiarare la loro impotenza o inadeguatezza o cattiva volontà, delegando al popolo l’attuazione di principi già votati a maggioranza, ciononostante era preferibile non consentire che la vittoria, peraltro risicata del Si, si trasformasse in un plebiscito in favore della maggioranza.

Perché così è stato e potete accorgervene adesso, adesso che di giorno in giorno viene confermata la totale “superfluità” (traggo il termine dal Manzoni a proposito di altra pestilenza) del Parlamento, la cui eclissi benefica e desiderata dai molti che aspirano a un governo invisibile che amministri la cosa pubblica senza disturbare gli interessi privati, è sancita dal ricorso a  provvedimenti d’urgenza e misure esplicitamente autoritarie e accentratrici e la cui potestà è stata esautorata in favore di figure commissariali investite di potere decisionale oltre che di consulenza.

E se ne dovevano accorgere deputati e senatori opportunamente esclusi dal parterre e dal tavolo di Villa Pamphili, dove hanno fatto la parte del leone i veri decisori sovranazionali, invitati dal Governo a dare l’approvazione bonaria al compitino che doveva assicurare qualche elemosina imperiale.

Ogni tanto quelli che stanno attendendo fiduciosi che sia pure nelle more dell’emergenza si esprimano le potenzialità della pandemocrazia, che il Parlamento metta in produzione le attese riforme e gli auspicati ritocchi costituzionali, dovrebbero farsi un giretto nei siti istituzionali che riportano l’aggiornamento, si fa per dire, dei lavori delle Camere.

Avrebbero notizia oltre che l’attività si è limitata alla ratifica dei Dpcm di Conte, in materia di gestione dell’emergenza nelle scuole e in altri settori, comprese quelle in materia di intercettazioni con le disposizioni    integrative e di coordinamento in materia di giustizia civile, amministrativa e contabile e misure urgenti per l’introduzione del sistema di allerta COVID-19, e di strategici accordi di cooperazione (cito) con Singapore, Turkmenistan, Qatar, Messico, a dimostrazione che non occorreva l’altro referendum, quello di Renzi, per stabilire che le Camere altro non siano che gli uffici dove gli impiegati appongono il timbro notarile sulle decisioni dell’Esecutivo.

Che se poi era importante il messaggio di trasparenza e pulizia, sarebbe ora di andare a spulciare sui conti e le “ricevute” a margine dell’attività delle autorità speciali e delle task force incaricate dal Presidente Conte con poteri eccezionali e sostitutivi.

Sarebbe legittimo aspettarselo da quelli che hanno registrato un inatteso successo con l’ostensione dei valori dell’onestà  e anche da quelli che invece hanno rivendicato la proprietà ideale dei principi di efficienza e meritocrazia, dai giornali che hanno per anni posseduto il monopolio della denuncia della caste e del malaffare a norma di legge,  oggi prudentemente accantonato per non disturbare i manovratori.

E sarebbe legittimo quindi conoscere l’esito dell’indagine aperta dalla Corte dei Conti sulle retribuzioni di funzionari e manager troppo elevate rispetto alla norma entrata in vigore dal 1 gennaio 2014  che metteva un tetto ai compensi dei dirigenti di aziende a controllo statale e che coinvolge direttamente Arcuri, ora a capo della task force che deve restituire 1,4 milioni dello stipendio percepito in qualità di Ad di Invitalia, incarico che continua a ricoprire in contemporanea a quello conferitogli da Conte.

Perché, sempre per restare in tema, c’è un’altra continuità con il passato che non si è mai rotta, quella del conflitto di interesse, se nelle strategia per il rilancio e la ricostruzione, temporaneamente rinviata a data da destinarsi, Invitalia rimane il più prestigioso e accreditato referente e interlocutore per le politiche di sviluppo in settori cruciali a cominciare dal turismo, dalle sue infrastrutture, dagli investimenti “dedicati” non sorprendentemente al sostegno a multinazionali e grandi gruppi, o del “digitale”, la nuova frontiera dell’occupazione, quella agile, mobile, creativamente precaria che piace alla gente che piace.  

E magari non sarebbe “normale” in democrazia  istituire una commissione parlamentare sulle risorse impiegate e i soggetti beneficati dal turbinoso ricorso ai banchi a rotelle, anche quello promosso da Arcuri, e accreditato come un banco di prova della capacità del governo di usare l’emergenza come opportunità per promuovere con la sicurezza sanitaria un sostanziale e efficiente “miglioramento delle condizioni del luogo privilegiato cui è affidata la formazione dei cittadini di domani” e del silenzio calato sulle  modalità e i tempi delle procedure  di appalto e sull’approvvigionamento sul territorio nazionale, interrotto in queste ore dallo stesso commissario che, in una intervista a Vespa, ha accusato le Regioni del Mezzogiorno di aver approfittato della sua azione magistrale e sapiente “per rifarsi le scuole” a spese del Governo?

Non sarebbe “sano” promuovere un’inchiesta sul business delle mascherine che è diventato il brand per imprese che intendono così l’innovazione tecnologica, con la conversione dinamica dalle auto ai bavagli, e, a sentire l’antimafia, per quelle criminali che aggiungono produzioni e distribuzione del prodotto di successo a business già attivi nel settore sanitario, grazie a iniziative congiunte con amministratori a tutte le latitudini?

Ormai i nomi dati al nostro sistema di governo si aggiornano, si modernizzano e non in meglio, postdemocrazia, oligarchia, cleptocrazia. E sanno parlare solo di rinuncia e tradimento.      


Raggi-ri

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri abbiamo appreso che il Ministro della Salute ha scelto in qualità di presidente della “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana”, S.E.R., cioè Sua Eccellenza Reverendissima Vincenzo Paglia, Arcivescovo, Gran cancelliere del Pontificio Istituto Teologico per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, Presidente della Pontificia Accademia per la vita, uno cioè dei più influenti esponenti del governo papalino.

Così possiamo star certi che i vecchi sopravvissuti alla combinazione feroce di malasanità e Covid, sono destinati, potendolo, a usufruire della compassionevole cura delle monache degli istituti privati, ospizi compresi, ai conforti della fede che li aiuteranno a espiare anche la colpa di voler morire con dignità.

E sempre ieri Giani, come primo atto della sua presidenza alla giunta regionale Toscana si è recato in devoto pellegrinaggio al santuario di Montenero per recare un cero alla Madonna.

Che dire? Non possiamo che suggerire analoghe pratiche di devozione e omaggio a tutti i santi protettori in cielo e in terra a Azione di Calenda, Italia Viva di Renzi, al Pd di Zingaretti o Bonaccini, alla Lega di Salvini o Zaia, a Forza Italia o Fratelli d’Italia, in segno di gratitudine e come rito apotropaico per il futuro.

Eh si, la Provvidenza e i suoi officianti aiutano gli ossequienti praticanti in vari modi, anche producendosi negli effetti speciali della bomba d’acqua – una volta si chiamava temporale – caduta ieri sera su Roma, che potrebbe rappresentare la più formidabile propaganda offerta su un ombrello d’argento a tutti gli ipotetici candidati al seggio di primo cittadino.

Nella gran confusione che regna sotto il cielo pare che i poteri forti che i 5 Stelle avrebbero dovuto contrastare nella città che forse non è più Eterna come prometteva, non si sono accontentati degli innumerevoli segni di cedimento, e poi delle innumerevoli concessioni accordate, e poi dell’accondiscendenza entusiasta dimostrata.

Così anche lassù si potrebbe ipotizzare che abbiano tolto fiducia alla Raggi, che pure, proprio come Giani, aveva dato il via al suo mandato con una pia missione oltre Tevere. E dire che le aveva fatte tutte per piacere a chi conta, ai re di Roma, Totti compreso, e perfino alle sardine interpretando una tardiva conversione all’antifascismo di facciata togliendo la sede a Casa Pound né più né meno come ha sfrattato i senza tetto occupanti di stamberghe periferiche, in veste di trasgressori punibili dalla legge, si, ma del più forte, e ai quali non è stata proposta dignitosa e certa alternativa.

Si può cominciare dalla madre di tutte le battaglie, quello stadio promesso e avviato da Marino, che aveva fornito l’unico terreno di scontro con Giachetti che ne aveva fatta la bandiera. Da due anni malgrado i principali sponsor dentro al comune fossero stati investiti dai venti giudiziari, la sindaca briga per realizzarlo in qualità di opera di interesse collettivo anche per i laziali, legittimati a esigere il loro colosseo.

Le motivazioni di questa scelta restano oscure salvo quella solita, compiacere costruttori e immobiliaristi vendendo ai cittadini l’altrettanto abituale bufala delle compensazioni, consistenti in interventi inutili se non dannosi per territorio e ambiente, comunque irrilevanti rispetto a priorità che da tempo rivestono carattere di urgenza.

In tanti (qualcuno li aveva anche votati) hanno compreso che l’ambizione dei rappresentanti dei 5stelle era quella di comandare senza l’impegno a governare, arduo e pesante anche per via proprio dello stesso motore inarrestabile e potente che li aveva condotti a Palazzo Chigi, al Campidoglio, a Palazzo Civico, quella eredità di mezzo secolo o quasi di malaffare, malgestione e mal comune, nel doppio senso delle inefficienze della macchina amministrativa e dell’oltraggio perpetrato nei confronti del patrimonio pubblico, dei servizi, e dei bisogni della collettività.

E’ vero, la Raggi, eletta comodamente per mancanza di competitor, aveva trovato una città in vendita sul banco del supermercato, vittima della speculazione, dei Grandi Eventi in agguato, delle valanghe di cemento pronte a rovesciarsi malgrado vanti il record con l’altra capitale, quella morale, dei vani vuoti e insieme dei senzatetto, delle bolle immobiliari e finanziarie, dell’illegalità, quella marrana di Mafia Capitale e quella più marrana ancora della criminalità a norma di legge, infiltra il sistema degli appalti, guida le acrobazie di una urbanistica retrocessa a negoziato tra privati e comune nel quale vincono sempre i primi.

E certo non era facile rompere quella continuità, spesso in aperto contrasto col governo centrale che licenziava misure e imponeva rinunce che aggravavano indebitamento e obbligavano attraverso tagli e frugalità all’impotenza.

Ma la giovane avvocata cresciuta nello studio Previti ce l’ha messa tutta per deludere chi ci aveva creduto, con l’avvicendarsi di consigliori e assessori inadeguati, quando gli unici autorevoli venivano espulsi per eresia.

E se il governo Conte 1 e Conte 2 ha dimostrato una sovrana indifferenza per i temi ambientali e del cambiamento climatico con la radicalizzazione evidente degli eventi estremi, in barba al vaffanculismo green di Grillo e del suo merchandising rinnovabile, la sindaca ci ha fatto sapere che non si presta a sterili polemiche da quattro soldi sulle inadempienze della manutenzione ordinaria, sicché i tombini tappati sono retrocessi a oggetto di vergognosa propaganda ostile, e i rifiuti abbandonati diventano manifestazione di inciviltà popolare, anche quando, come ieri sera, torrenti di pioggia si riversano trascinando tonnellate di immondizia in giro per la città. Ma le inadempienze, l’inadeguatezza, l’incapacità possono ricoverarsi sotto il tendone da circo del fiscal compact, del pareggio di bilancio, per un po’, per un po’ possono trovare giustificazione nell’impotenza a rompere vincoli e a portare avanti un contenzioso con il governo centrale.

Dopo 5 anni però la perseveranza a non fare – che avremmo comunque preferito al poco malfatto – andrebbe punita con severità, se qualsiasi crisi diventa emergenza di ordine pubblico, dai senzatetto ai rom, perlopiù nativi romani, agli immigrati, tutti target che esigono l’intervento della polizia e dell’esercito, oltre che della municipale promossa dai decreti sicurezza degli esecutivi Berlusconi, poi Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1 e 2, a mantenere il decoro di città idonee solo a funzioni turistiche.

O se dall’agenda politica dell’amministrazione è stata espunta la parola lavoro, a meno che non si tratti dei posti elargiti alle clientele delle aziende consegnate ai miti progressivi delle privatizzazioni: meno servizi più cari, se viene incentivata la pratica di conferire incarichi e concedere appalti opachi con l’unico accorgimento di provvedere a distribuzioni bipartisan, proprio come fa l’esecutivo, imprese o cooperative riciclate dopo la brevissima bufera che ha scompigliato i capelli del vertice del Mondo di Mezzo oggi in libertà e pronto a tornare in azione.

Non c’è da stare allegri, manco la gogna e nemmeno le pasquinate puniranno l’incresciosa sindaca che con tutta probabilità verrà rieletta per mancanza di avversari, come nella prima tornata, come a Venezia, come ovunque il Pd e pure la diversamente opposizione preferisce godersi i successi del mugugno che come è dimostrato, premia elettoralmente, piuttosto di cimentarsi a governare. che su di loro i benefici arrivano comunque, basta aver sottoscritto il patto di sangue con la cleptocrazia, che grazie alla manina della provvidenza cui non sono graditi gli straccioni, fa cadere un po’ di polverina d’oro su chi si affilia, sta in ginocchio, obbedisce e porta i ceri nelle processioni del potere.


Non ditegli sempre di Si

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sarebbe da compiacersi per l’inusuale vis polemica e la vitalità che caratterizza il dibattito referendario sui social, che sulle piazze è consigliabile invece contenere qualsiasi manifestazione di contestazione democratica, pena l’arresto e l’anatema. Qualcuno potrebbe essere tratto in inganno e persuadersi che si tratti di inattesa, edificante e matura partecipazione in contrasto con quella diagnosi di disincanto e disaffezione genericamente definita come antipolitica, mai verificatasi in occasione di altri derby famosi.

Vae victis, dunque, perché il risultato è facilmente profetizzabile, se si permettono di contrapporre alle liste di proscrizione dei sostenitori del No, tutte soggette a gogna e pubblica riprovazione per via di innumerevoli soggetti vergognosi oggetto di ludibrio, da Formigoni all’azionariato Fiat e al suo house organ multiplo, e di irriducibili marpioni, da Veltroni a Prodi a Casini, quelle dei fan del Si, veri promotori di quello che si augurano sia un plebiscito, che annoverano altrettanti impresentabili e indecorosi, a cominciare dall’innominabile, un tempo prepotente alleato di governo sostituito da partner ancora più tracotante e irresistibile, a segnare una vocazione del movimento detentore dei numeri finora vincenti a un ruolo gregario.

Guai a loro se osano cercare le motivazioni del Si in peraltro comprensibili pulsioni irrazionali che arrivano dalla pancia del Paese sempre più vuota ma non per questo legittimata a imporre scelte irragionevoli e addirittura autolesioniste: votare contro, fare un piacere agli uni e un dispetto  agli altri, rafforzare questi  partito per indebolire quello, ripetendo stancamente le lotte tra fazioni di guelfi e ghibellini, curva nord e curva sud, scapoli e ammogliati, dietro alla finzione che si tratti del conflitto tra società civile virtuosa e ceto politico vizioso.

Non sia mai, che così si smentirebbe la narrazione in voga, che ha portato al successo di una formazione politica, di un Paese sano e incontaminato in grado di selezionare e promuovere un ceto generoso, onesto e operoso estraneo in antitesi con  una classe partitica corrotta e corruttrice.

Mentre così si autorizza l’ipotesi, francamente incredibile, che grazie a quel tocco demiurgico si sia interrotto il contagio e se si tolgono le mele marce da un cesto di mele marce, magicamente resti un numero minore di frutti puri e sani, che malgrado con la riduzione dei numeri  si alzi implicitamente la soglia per accedere al seggio parlamentare,  creando difficoltà per i piccoli partiti e portando con sé un effetto maggioritario, si produca comunque l’effetto meritorio di migliorare la qualità dell’istituzione.

Peggio che mai se si permettono di denunciare il tentativo di far passare il voto come un pronunciamento pro o contro la vigenza dell’attuale governo, come se una vittoria del No costituisse la scure che cala sulla testa del miglior esecutivo che potesse capitarci, sula sua gestione dell’epidemia, dei rapporti con l’Europa, sulla completa assenza di una strategia e di un programma, sostituiti  della slides volonterosamente esibite al parterre di Villa Pamphili per essere inoltrate ai padroni delle cancellerie.

Sicchè  il successo dei promotori, tutti i partiti di governo e gran parte dell’opposizione, improvvisamente sanificati e purificati dal voto popolare, riconferma la  opportunità di “non cambiare” nell’attesa fideistica che quegli stessi che si sono trastullati per un anno intorno a riforme elettorali, diano  forma con risoluta determinazione  alla svolta epocale di rinnovamento del voto, di piena attuazione della Costituzione, di riaffermazione di una volontà di popolo, che per carità non sia né populista men che mai sovranista in modo da non infastidire la potenza sovranazionale cui è doveroso sacrificare competenze e poteri.  

E dire che sarebbe stato sufficiente che ambedue i fronti contendenti dichiarassero che l’esito del referendum non avrebbe avuto alcuna conseguenza sulla vita del governo, pretesa illusoria perché fa comodo a tutti investire la scadenza referendaria di una facoltà che non possiede per ricattare, intimidire, minacciare secondo modalità che sono diventate consuetudini  di un costume politico che ha mutuato dai racket della malavita, delle banche e della finanza, del padronato delle grandi imprese, insomma dei poteri forti, invece di lasciare spazio all’adulto discernimento, che permette di distinguere tra livelli e processi decisionali.

E infatti, semmai, le vere cambiali sul governo scadono con le lezioni regionali e comunali perché nella nostra provincia dell’impero qualsiasi voto ha ripercussioni sulla tenuta della maggioranza, compreso quello per l‘inutile  europarlamento, forse per le canzonette di Sanremo se vince un extracomunitario, o per il Grande Fratello eventualmente frequentato da prestigiosi fidanzati.

Ma vaglielo a dire a quelli che pretendono che così si giochi la partita finale del Conte Bis senza che debba presentare il conto, dando felice continuità a quella censura e autocensura promossa durante l’emergenza e mantenuta tuttora per la quale è inopportuno, disfattista, negazionista, complottista, eretico, irresponsabile disturbare il manovratore, come ogni giorno sostiene il suo  organo di stampa diretto da qualcuno indeciso se essere Goebbels o Richelieu, come ogni giorno fanno i militanti posseduti da una idolatria cieca, intenti a stilare puntigliose classifiche e gerarchie dei governi peggiori del passato compreso il Conte 1 e i suoi ministri, nella completa rimozione del diritto/dovere dei cittadini, quello di esercitare controllo sui rappresentanti dando concreta realizzazione ai principi e ai fini della partecipazione democratica. E che “ci marciano” ampiamente nel far credere che il No altro non sia che una cospirazione ordita contro i 5 Stelle, interpreti di una volontà di rinnovamento, ampiamente tradita invece nei fatti con l’abiura dei fondamenti del “pensiero” che li ispirava, dal No alle Grandi opere inutili e malaffaristiche, stadi compresi, alla determinazione a opporre la difesa della sovranità economica espropriata dall’Ue, dalla tutela dei principi del necessario ricambio dei vertici al “ringiovanimento” del ceto dirigente, che comporterebbe fisiologicamente un miglioramenti delle prestazioni.

Ecco, ci risiamo tocca scegliere se morire di cancro o di ictus, o per aggiornare la macabra alternativa di virus o di fame come ci hanno invitato a fare. Io (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/08/26/no/ ) che da sempre sono ostinatamente contraria a votare contro per l’unico partito che ormai ha cittadinanza, quello “preso”, ho deciso di pronunciarmi sul tema, se cioè il taglio lineare, già sperimentato in economia dai frugali, migliori la nostra vita o la nostra agonia. Quindi voto No.


Gli Ultras del cemento

ultrasAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sembra ieri che qualcuno, dopo un primo voto “inutile”, si piegò al secondo turno a dare la preferenza alla candidata 5Stelle che aveva fatto del “no” alle Olimpiadi e del “no” allo stadio della Roma le sue battaglie contro Giachetti, il prescelto per non vincere,  che, in assenza di un programma, aveva contato sull’appoggio delle curve,  offrendo circensens in qualità di brioche.

Si doveva prevedere che, come è successo in innumerevoli occasioni, la via che porta al potere fosse lastricata anche in quel caso di  cemento, e che non può essere virtuosa e responsabile perché chi la percorre dopo tante promesse diventa inevitabilmente l’ingranaggio di una macchina, che marcia sempre uguale e nella  quale la corruzione morale anche senza mazzette e l’obbligo di assicurarsi il consenso anche senza popolare le aziende di servizio di zii e cugini,  sono il carburante.

Peggio ancora, ben presto si insinua la convinzione che il compromesso sia una virtù del politico, legittimata e autorizzata in cambio di qualche compensazione che, doverosamente, amministratori e rappresentanti dicono di essere costretti a accettare in nome del bene comune, per realizzare in combutta con i privati quelle opere che  non hanno i mezzi ma soprattutto la determinazione di concretizzare. Così le falle di bilancio e i vincoli di appartenenza diventano l’alibi per i cedimenti ai privati, siano essi sponsor di progetti o “mecenati” che devono apporre la sagoma del Colosseo sui loro mocassini.

Così non stupisce che – anche grazie alle pressioni dell’ultimo re di Roma in maglietta numero dieci: sto colosseo nostro s’ha da fa’, quelle delle banche che sperano nella messa a frutto dei crediti che hanno elargito a notori banditi né più né meno delle casse di risparmio del nordest o degli istituti della pingue Etruria, e quelle degli immobiliaristi interessati a quell’anfiteatro de noantri o a uno speculare quindi altrettanto inutile della squadra antagonista nel derby, purchè equipaggiati di torri e falansteri per  uffici  centri commerciali –  la giunta della Raggi abbia dato “l’ok definitivo” per la realizzazione dello Stadio di Tor di Valle.

Ora si  aspetta solo l’ultimo adempimento, il si dell’assemblea capitolina, più che probabile per via dell’appoggio  del Pd, di Italia Viva e della Lega (il sacrificio dei loro esponenti,  Bonifazi e Centemero, accusati di finanziamento illecito insieme a Parnasi lo testimonia), ecumenico  e interconfessionale almeno quanto le moine bipartisan della sindaca rivolte al giocatore della Lazio insignito della “Scarpa d’oro”.

In più di nove anni tante cose sono cambiate (una delle ultime volte ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/03/23/uno-stadio-che-viene-da-lontano/).

Si sono avvicendati tre sindaci, il patron dell’intervento, Pallotta, se n’è andato, la bulimia costruttiva delle cordate del cemento è stata penalizzata -mai abbastanza- “tagliuzzando spazi tra un piano e l’altro, abbassando di qualche metro l’altezza fissata a 200 metri, cucendo e scucendo metri tra corridoi e pianerottoli, rinunciando alle torri sghembe di Daniel Libeskind”,   come ebbe a dire l’urbanista Antonello Sotgia, parlando di un piatto di risulta “confezionato coi resti”, ma ugualmente indigesto: 800 mila e rotti mq di volume di quello che viene chiamato business park, destinati a uso commerciale, e a guardare la mole di opere in capo al Comune dal potenziamento della ferrovia Roma-Lido, agli interventi sulla via del Mare, dalle opere di messa in sicurezza idrogeologica del fosso di Vallerano nell’area di Decima, al ponte aggiuntivo sul Tevere e la bretella sulla Roma-Fiumicino, che potrebbero essere rinviate a tempi successivi.

Ma che continui a trattarsi di una vivanda avvelenata è chiaro, limitazione delle velleità costruttive, compensazioni a uso e beneficio dei cittadini, spazi per attività del terziario, come dichiarò fin dall’inizio Imposimato, servono solo “a mascherare un’operazione di mega speculazione edilizia”, a fare un po’ di maquillage e un   progetto contrario all’utilità sociale, che, lo ricordò a suo tempo il combattivo magistrato “viola gli articoli 9, 32, 41 e 42 della Costituzione”.

Zitta zitta la sindaca in campagna elettorale ha fatto quindi approvare l’Accordo di collaborazione tra Roma Capitale e Città Metropolitana di Roma relativo all’adeguamento del progetto definitivo dell’unificazione della via del Mare e della via Ostiense, nel tratto tra il GRA e il cosiddetto Nodo Marconi e quello finalizzato al potenziamento delle infrastrutture di trasporto pubblico locale, in particolare della linea ferroviaria Roma-Lido, in modo da  suffragare così la “dichiarazione” di “pubblico interesse” dell’intervento.

Come a dire che se metti in piedi un mausoleo inutile esercitando una pressione potente e micidiale in un sito vulnerabile, mettendo a rischio suolo e risorse, ma  poi ci spendi per fare delle strade che facilitino l’accesso al monumento dell’affarismo, ecco che il tempio a beneficio dei mercanti diventa strategico, fruttuoso e vantaggioso per la collettività.

Già prima era insensato dare priorità a uno stadio (ma in itinere sul territorio nazionale oltre a quello della Roma e di Firenze – indispensabile quanto il nuovo aeroporto, e i progetti per quelli di milan e Inter,  c’è l’ampliamento e ammodernamento di quelli di Bologna, Brescia, Cagliari, Genova, Verona, Napoli, Parma), assimilato a intervento di interesse generale tanto da autorizzare procedure d’urgenza, giustificate dall’opportunità di approfittare della smanie megalomani di costruttori e immobiliaristi per procurarsi interventi viari e infrastrutturali come è successo con alcuni prodotti di archeologia “ludica” (Città dello Sport di Tor Vergata, l’Air Terminal Ostiense, la Stazione di Farneto a Roma, per non dire delle Olimpiadi invernali di Torino, o dei Giochi del Mediterraneo a Pescara).

E già prima il calcio e le sue sedi ufficiali (stadi, società, club e pure i bassifondi dove i fascisti reclutano la manovalanza della violenza nelle curve) attraversava un meritatissima crisi che aveva premiato prima del Covid lo sport a distanza, agile e virtuale, imponendo imposto chiusure al pubblico per ragioni di ordine pubblico, con l’unico merito di aver effettuato una selezione del personale degli steward da destinare alla politica, figuriamoci se adesso non suona oltraggiosa questa scelta,  quando ospedali, scuole, fabbriche, esercizi commerciali,  musei, biblioteche sono chiusi, quando vincoli infami sottoscritti da governi codardi che sopravvivono in cambio della abiura e del tradimento della sovranità impongono nuove forme ancora più estreme e ricattatorie di indebitamento, dettando regole, tempi e priorità dietro minaccia di intervenire ancora più pesantemente nella formazione dei governi.

Questa  accondiscendenza alla rinuncia e al sacrificio di talenti, vocazioni, speranze, aspettative legittime di benessere e sicurezza e diritti, in cambio del salario della fatica, quando l’unica “occupazione” offerta è quella dei cantieri effimeri, dove non sono tutelate né sicurezza né garanzie,  è diventata la cifra di un paese in svendita, che non ha più una strategia di sviluppo, dove sono stati rimangiati perfino i mantra della sostenibilità e dell’ecologia, ridotti a macchietta stantia di un ambientalismo regredito a giardinaggio e a periodica raccolta di lattine, e che ha permesso venisse colonizzato e appiattito sul modello americano anche lo studio, con licei e università destinate alla formazione specialistica di personale esecutivo, nei quali le prestazioni sportive potranno facilitare il percorso accademico, diventato ormai un optional ingombrante a vedere alcuni curricula di influenti e decisori.

Con un patrimonio artistico ridotto a location di eventi commerciali, un paesaggio condannato a piegarsi a quinta teatrale e itinerario di parchi tematici, un territorio manomesso da abusivismo e edificazioni che incrementano i rischi della trasandatezza e dell’abbandono causati da consumo di suolo e mancanza di manutenzione, c’era poco da illudersi su un cambio di rotta.

Da vent’anni nel nostro Paese mentre si tiravano su monumento dell’ Irrazionalismo, piramidi erette per lasciare un’impronta, stabili e edifici obsoleti e in rovina senza mai essere stati abitati, ospedali vuoti dei quali resta l’osceno scheletro,  al tempo stesso si demoliva l’edificio di regole e principi dell’urbanistica pubblica.

Prive di un quadro programmatore, esautorati gli organismi di controllo, svuotate le leggi, senza mezzi finanziari, le amministrazioni comunali hanno ceduto alle  pretese pressanti della proprietà finanziaria, delle cordate consortili e cooperative delle imprese costruttrici, della finanza immobiliare intenta a gonfiare bolle a ripetizione per movimentare la liquidità degli hedge funds, dei fondi di private equity, delle obbligazioni, in tutto analoghe al  riciclaggio dei soldi sporchi  della criminalità, sicchè gli strumento di governo delle città sono diventati le misure di valorizzazione patrimoniale, i cambi di destinazione d’uso, l’aumento delle volumetrie, i piani casa, insomma quell’urbanistica contrattata che  legittima la costruzione di stadi ma non consente di investire nel risanamento del patrimonio immobiliare pubblico per dare un tetto a chi non ce l’ha.

Negli ultimi dieci anni le costruzioni realizzate (solo l’1 per cento è di edilizia pubblica) pari a oltre13 milioni di stanze, hanno risposto non ai bisogni della gente ma alle esigenze del sistema finanziario che doveva reperire forme e luoghi nei quali convogliare i suoi fiumi di denaro virtuale, a cominciare da quelli che superano i 3 mila miliardi di dollari dei fondi sovrani, quelli in tasca e nei programmi di investimento, tanto per fare qualche esempio, del Qatar, impegnato all’acquisto di porzioni di Milano e della Sardegna  e di squadre di calcio, a significare che si tratta di due brand che hanno un grande appeal.

E difatti dicono che non ci sono soldi per dare una casa ai senzatetto, ma le opere per il non svolgimento del G8 alla Maddalena sono stati buttati al vento 350 milioni, per la Città dello Sport di Calatrava il bilancio provvisorio è di un miliardo, per l’Alta Velocità tra Napoli e Torino si sono spesi 51 miliardi in venti anni, ma intanto la Regione per le opere che devono facilitare l’accesso allo stadio stanzia 180 milioni mentre non si trovano i 60 o poco più che servirebbero per Tivoli- Guidonia ancora a binario unico che servirebbe il pendolarismo giornaliero di almeno 200 mila lavoratori e studenti.

Intanto l’unico filone scelto per avviare la ricostruzione dopo la pandemia è quello di oltre 130 grandi opere, con i loro cantieri per impiegare un esercito di lavoratori che hanno perso la gara con gli immigrati grazie all’appiattimento sulle loro retribuzioni umilianti, in virtù di una politica di ricatti e intimidazioni che ha colpevolizzato e censurato la legittima rivendicazione di diritti e garanzie.

Che tanto, come ci hanno raccontato per anni libri, film, serie Tv, a unire tutti basta la partita, il calcio, il tifo, in milioni, tutti ammansiti e addomesticati a guardare, in arene che abbiamo strapagato, gladiatori di lusso che meriterebbero i leoni.

 


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