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Europazzi

2 eAnna Lombroso per il Simplicissimus

La quotidiana pratica di umiliazione di cittadini ed elettori ha trovato il suo vertice in questa campagna elettorale nella quale l’Europa è stata un nome accompagnato da un più, da un “altra”, poco meno di un fantasma intimidatorio che si aggira nei territori nazionali in modo da avvilire  qualsiasi critica e opposizione ai comandi dell’Ue,  catalogandole come  razziste, neofasciste, xenofobe, sessiste, espressioni insomma del governo vigente che è arrivato come un fulmine inatteso a squarciare l’atmosfera solare, pacifica e limpida del “prima”.

Ci sarebbe quasi da compiacersi per l’inusuale pudore delle liste in lizza che non hanno nemmeno tentato di nascondere la portata “locale” della sfida, se non fosse sicuro che in caso di disillusioni e punizioni, anche quei risultati sarebbero immediatamente retrocessi a dati non significativi e decodificati in modo strumentale per non dire aberrante, fino a ipotizzare selezioni dei target degli aventi diritto in modo da scremare all’origine i più meritevoli.

Ma non c’è da stupirsi, si tratta di un male comune in questa “confederazione” di stati che, lo dice il nome stesso, avrebbero dovuto trovare una temporanea o permanente unità di intenti  per la comune difesa dei partner, regolata in base a norme di diritto internazionale, ma che fin dalla fase della sperimentazione in provetta ha imposto la doverosa cessione di sovranità in forma disuguale e iniqua a formare un super-sovranismo tenuto non sempre saldamente in due o tre mani di ceti dominanti che rinunciano a qualsiasi progetto nazionale che non si ponga l’obiettivo di generare una classe sottosviluppata, impoverita e dunque subalterna.

Ed è un prodotto esemplare di questa visione proprio quel Parlamento per il quale si vota domani, nato come organo puramente consultivo che solo nel 1999 ha visto rafforzare i suoi poteri ma che tuttora non possiede potere di iniziativa legislativa, che spetta invece alla Commissione. Mentre di fatto la “Legge Primaria” in Europa restano i Trattati, Maastricht, Lisbona, o il Fiscal Compact, ridicolizzando la partecipazione e rappresentatività dei cittadini elettori  e che  nessun partito e movimento nazionale o transnazionale ha la forza e la volontà di impugnare per contrastare le politiche neo-liberiste e la soggezione alla Nato e ai suoi fantocci,  a cominciare dal fascista e sfascita Salvini, che fascista è, che porta in piazza i suoi sovranisti per far contare i voti che porterà dopo domenica a alleati più compiacenti, antisovranisti a casa e sovrasovranisti a Bruxelles e Stasburgo, gli stessi che lo hanno più che sottovalutato, blandito, vezzeggiato, fatto crescere, perché è meglio un cagnaccio che abbaia ma sta nel canile a guardia dello stesso padrone.

Così officiata la solita liturgia e fatti i doverosi scongiuri e esorcismi contro il riaffiorare delle oscene pulsioni scaturite a sorpresa da chissà dove, ci viene somministrata la solita balla stratosferica sulla necessità di votare per la galera che applica la ricetta fallimentare dell’austerità per combattere la povertà che produce, di sostenere la fortezza che ci rimprovera per la cattiva accoglienza ai migranti che provoca in prima linea in guerre coloniali, di dare appoggio all’entità che ostacola e riduce le democrazie colpevoli di nascere da lotte di liberazione per salvare la democrazia dalle destre che nutre e alimenta, per gli sbirri della sicurezza secondo i comandamenti dell’ ordoliberismo  comunitario per tutelarci da quelli indigeni mandati a menare chi non abbraccia l’ideologia e le opere del totalitarismo mercantile, economico e finanziario, compresi i giornalisti scambiati per antifascisti che potrebbero disturbare mercati e la roulette del casinò globale protetta dai croupier del rating e dello spread.

A guardarsi intorno non c’è da fidarsi proprio di nessuno, non certo di un Salvini che ha imparato a cambiare felpa a seconda degli interlocutori del suo latrare grazie al frullato di populismo, sovranismo e neoliberismo, o dei 5stelle che hanno scoperto un realistico moderatismo democristiano la cui parola d’ordine ormai è “vorremmo ma non possiamo”, preoccupati delle intemperanze dello scomodo alleato quanto delle minacce di quella che si continua a chiamare troika che potrebbe metterci ginocchioni sui ceci se avanziamo legittime rivendicazioni, nemmeno a parlarne di quelli che con la loro presenza simbolica e purtroppo già collaudata l’Europa pensano di riformarla, mettendo un po’ di strofe di Bella Ciao, ormai sdoganata in chiesa e in piazza, non certo dell’Internazionale, come controcanto alla ferocia degli inni della guerra di classe alla rovescia.

Siamo oggetto di appelli al voto “comunque”, della implacabile offerta imperdibile del peggio (Pd e Fi),  conosciuto e purtroppo provato e non solo rispetto al peggio cominciato da poco, più maleducato, ma soprattutto nell’ipotesi indesiderabile per l’establishment di un meglio che ancora non sappiamo e che dovremmo farci noi, non stando più a ascoltare le loro sirene, mica solo quelle europee, piuttosto quelle delle ambulanze per il malato già morto.

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Quanto mannoiano i cortigiani

guerra-lega-daugustaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ci sono più le mezze stagioni è una frase che suona ormai  meno banale dell’interrogativo su che fine abbiano fatto gli intellettuali, quesito che si riproponeva con cadenza regolare almeno un paio di volte da quando un magnate insieme ai magnaccioni aveva assorbito nel suo impero scrittori, direttori di stabili, musicisti, cantautori, attori, filosofi un tanto al chilo, opinionisti tutti pronti a criticarlo con la satira e le vignette, a additarlo alla pubblica deplorazione  nelle sua veste di reiterato puttaniere e spregiudicato speculatore, ma tutti diventati a pieno titolo  prodotti di consumo offerti dalle sua Tv, dai suoi giornali, dalle su tv, comprati e rivenduto e poi ricomprati perché ormai il cambio di casacca grazie a loro è diventato una talentuosa e profittevole qualità morale, segno di intelligenza mobile e dinamica.

Così si segnava l’auspicato epilogo di un processo di trasformazione della persona in consumatore e quindi anche in consumato, confezionata in un pacchetto comprensivo di idee, corpi, valori, bellezza, lavoro, emozioni, arte, poesie, convinzioni, desideri,  esperienze, commerciabile e spendibile fino all’esaurimento, quando finiscono il gruzzolo e le potenzialità per contribuire al mercato e alla sua ideologia con il consenso e la fidelizzazione.  Per anni quella che Pasolini definiva l’imposizione dell’edonismo, la ostensione della bellezza fisica e della giovinezza come indispensabile strumento per ottenere piacere e beni, la repressione di diversità fisiche o di inclinazione, la censura e l’autocensura di critica e opposizione, l’avevano avuto vinta anche grazie alla creazione di un immaginario collettivo nel quale ognuno mediante modeste rinunce alla dignità, alle convinzioni, alla solidarietà, alla reputazione, poteva affermarsi come tronista, talento musicale, intrattenitore, comico, velina, ballerino, ma anche, con un relativo indebitamento con il diavolo, la Bocconi, la Mediolanum, economista, igienista dentale, assessore, senatore, finanziatore della Leopolda.

Poi, inaspettatamente, almeno per pensatori, opinionisti, analisti, ragionieri e profeti, è arrivata la crisi come un inatteso e imprevedibile accidente che ha trovato tutti impreparati, poiché nel frattempo la scuola si era impoverita, per diventare una fabbrica di ignoranti specializzati, l’informazione era regredita a rozza comunicazioni o ancor più rozza pubblicità, la cultura si era trasformata in ideologia di servizio, per propagandare le magnifiche sorti di sviluppo, per somministrare le dosi necessarie e pedagogiche di ubbidienza e conformismo come virtù teologali del progresso. Impreparati e più poveri, con la cocente delusione di ha perso qualcosa di posseduto o promesso, che, si dice, sarebbe una sorte peggiore della mancanza e non conoscenza di beni e privilegi, tanto che a volte pare che chi soffre di nuove privazioni e sottrazioni sarebbe più meritevole di compassione e aiuto di più di chi non ha mai avuto nulla e non ha nulla da lasciare quando va per il mondo.

Non c’è dunque da stupirsi se insospettabili persone ammodo si sono convinte di essere più meritevoli perché non possono più guadagnare, spendere, pretendere, se tra le pretese legittime annoverano anche che venga risparmiata loro la fatica di pensare, decidere, scegliere a lungo delegata a appositi persuasori e decisori. Per questo si ripresenta l’annosa questione sul ruolo degli intellettuali  e della cultura che dovrebbero indicare la strada per la salvezza, grazie alla delega in bianco offerta per fare il nostro bene, siano bancari o banchieri, tecnici o idraulici, ingegneri o economisti, operatori “culturali” o organizzatori di eventi, scienziati futuristi o millenaristi.

Ma vanno bene anche i menestrelli ancora più affini agli usignoli dell’imperatore, purchè però non cantino soltanto, ma si esprimano in generose affiliazioni temporanee a una o all’altra delle fazioni in campo, tanto che le tifoserie e gli ultrà pubblicano  il monitoraggio quotidiano degli umori dei rapper, dei ripensamenti della Mannoia, inimitabile testimonial dell’arco costituzionale e oltre e che dopo una momentanea adesione alla weltanschauung 5stelle, voterà Sinistra alle europee, ma concede graziosamente uno stornello al Pd, dell’audience intramontabile dei passaggi nel servizio pubblico del fratello Commissario in veste di autorevole spot.

Che tanto adesso per essere intellettuali basta partecipare allo  sturm und drang, all’uragano  di fierezza e entusiasmo antifascista suscitato dall’improponible e inaccettabile Ministro dell’Interno che è riuscito a unire sotto lo stesso striscione, e sopra, è proprio il caso di dirlo, alleati di governo e Arci, preti e Anpi, la Mondadori e Wu Ming, femministe e Boschi, ambientalisti e Si Tav, Landini e Confindustria, ah no, quelli erano già insieme anche il Primo Maggio.

Si, oggi ci vuol poco per essere intellettuali critici, basta scoprire d’improvviso grazie a qualche lavoratore portuale che i nostri porti sono aperti a bastimenti carichi di armi, quando da anni la gente della Sardegna lo grida inascoltata, quando i no Muos sono trattati dalla Digos come pericolosi eversori, quando  coste bellissime delle nostre isole sono diventate senza proteste se non degli indigeni, poligoni di tiro, quando i governi e i parlamenti che si susseguono si fanno solerti acquirenti di tutte le tipologie di dispostivi e strumenti per portare la guerra dentro e fuori casa. Basta fare un po’ di carità e tirar su uno stendardo antixenofobo e antirazzista e magari farcisi un selfie vicino, quando si è ritenuto obbligatorio per lo sviluppo e la modernizzazione per Paese andare a derubarne altri. Basta gridare contro lo sfruttamento dei caporali che lasciano sul campo di pomodori gli africani morti di sete, caldo e fatica ma stare zitti sulle aziende famigliari dei Renzi, che così si può tacere anche su quelle dei Riva, dei De Benedetti, della Marcegaglia.

Vuoi vedere che grazie a Salvini si sta avvicinando un nuovo Rinascimento?  A vedere quanti cortigiani sono spuntati come funghi, si direbbe di si.. che poi l’imperatore allora come oggi è sempre lo stesso.


Quando il potere si veste da donna

everAnna Lombroso per il Simplicissimus

Devo ad un’attenta amica di Facebook la rivelazione che esiste un “non luogo”, uno spazio variegato sul web, un blog  molto diverso dalla moltitudine di quelli che, ormai, ha invaso la rete. Si chiama La 27Ora  un “blog al  femminile” sul quale una dozzina di giornaliste del Corriere della Sera raccontano i sogni, le difficoltà e la costante ricerca di un equilibrio che, da sempre, caratterizza la vita di una donna…. Un filo virtuale di pensieri che, realizzato attraverso il sapiente eloquio delle giornaliste coinvolte nel progetto, mette in scena “un universo in cui tutte le donne italiane – il 51& della popolazione, ma solo il 21% di ministre,  il 14% di top manager e il 6% di Ad in società quotate  –  sapranno riconoscersi”.

Non so come mai  pur appartenendo all’universo femminile non mi ci sono proprio riconosciuta, allo stesso modo in cui stento a riconoscermi  in quel 21% di ministre e meno che mai nel 6% di amministratrici delegate. E anche nel lungo post che denuncia come si sia spenti fuoco di paglia che aveva accolto il famigerato  Ddl Pillon che lungi da essere archiviato farebbe ancora parte del contratto di governo, e che, ci ricorda la firmataria della lunga invettiva, altro non è che l’iniqua rappresentazione plastica “del mondo femminile e infantile” secondo i gialloverdi. E fin qui, come non essere d’accordo visto che sempre la stessa Cristina Obber che firma, ci ricorda che con queste premesse stiamo rientrando nel Medioevo o, a scelta, tornando indietro di 100 anni, con la rinuncia obbligata a conquiste e diritti.

Ma allora cosa si deve fare “per non tornare a casa a fare la calza”? presto detto: bisogna mettere da parte le appartenenze, le ideologie, la fedeltà al proprio partito di sempre, e pensare in che paese vogliamo far crescere i nostri figli e soprattutto le nostre figlie, che altrimenti se ne andranno presto altrove. Queste non sono delle classiche elezioni europee, questo è un voto che entra con forza nelle nostre case e un voto con cui possiamo rispedire le bugie al mittente, recita questo appello doroteo all’unità nazionale, a coalizioni di salute pubblica.

Insomma bisogna votare Pd o Fi o perfino la Meloni, che, malgrado le apparenze, è perfino una donna.  Così si rende noto che le elezioni a un Parlamento senza poteri, che non esprime nessun valore di rappresentanza in seno a un organismo sovra-sovranista che ha apertamente dichiarato la sua ostilità alle democrazie nate dalla resistenze e macchiate della  colpa originale di essere “socialiste”, che quell’evidente atto notarile di consegna alla Ue germanizzata, anche quella da una che malgrado le apparenze è perfino una donna, hanno l’unico valore di fare giustizia interna nelle guerre per bande dei partiti, di un teatro dove si consuma la battaglia dei pupi, tutti comunque schierati per accedere alla fortezza, anche quelli che prima si sentivano dei Tartari e che hanno scelto una doverosa accondiscendenza.

E allora se siete femministe, turatevi il naso e votate per quelli che a casa vi ci hanno mandate e non per sferruzzare ma per assistere in via privata e per il vostro codice genetico segnato dall’abnegazione e dallo spirito di sacrificio, i vecchi e i malati abbandonati per via della cancellazione dello Stato sociale, per fare da insegnanti di sostegno agli alunni di scuole trasformate in fabbriche per ignoranti superspecializzati, per quelli che vi raccontano che il vostri riscatto passa per la parità salariale in lavori precari, avvilenti e incerti, o che vi dicono che era doveroso scegliere il salario più alto, quello naturalmente maschile, mettendo da parte ambizioni e talenti, per chi vi narra che basta declinare al femminile anche la parola patria per combattere le stesse guerre che conduce, alle quali collabora e che finanzia con il dissennato acquisto di armamenti, per chi vi vuol far credere che l’affrancamento della vostra minoranza numerica avvenga con la sostituzione di carogne con pari carogne in quota rosa, sulla falsariga di Madame Lagarde, che, malgrado le apparenze, è perfino una donna, per quelli che per anni hanno combattuto il puttaniere e non il golpista che albergava in lui, preferendo chi fa commercio non solo dei copri femminile, ma anche di quelli dei maschi, teste comprese, per quelli che non hanno cancellato la 194, ma hanno fatto di più sostenendo le cliniche private e i cucchiai d’oro nel quale si esercitano quelli che nel pubblico obiettano contro una legge delle Stato.

E se siete fan di Greta, allora non vi costerà dare il voto alle sciure candidate nel Pd che vogliono la Tav per una rapida consegna delle merci chiedendovi qualche necessario sacrificio se  magari in quelle 27 ore siete anche pendolari,  o ai distributori automatici di concessioni e autorizzazioni per profittevoli trivelle, o anche a quelli che hanno consegnato il Mezzogiorno ai signori dell’eolico in odor di mafia, a quelli delle discariche  e dell’export di rifiuti in odor di camorra, e anche a quelli che agli investimenti in tutela del territori hanno preferito la pioggia di quattrini per Grandi Opere e Grandi Eventi, o che hanno ceduta la mela marcia dell’Ilva e la vita dei tarantini a qualcuno che ci restituisce solo i veleni.

E se siete fidanzate che non possono coronare il loro delicato sogno d’amore  perché non hanno una casa da dividere con il partner, votate per quelli che hanno trasformato le città in geografie e terreni di scorrerie per speculatori privati e immobiliaristi spregiudicati, che hanno convertito i centri storici in alberghi diffusi e sedi di un terziario sempre più bulimico di spazi, appagate per il diritto concesso a coppie, purchè omosessuali, di non potersi sposare ma per gli stessi motivi.

E se siete antifasciste poi dopo aver esposto il simbolo della vostra strenua resistenza sotto forma di lenzuolo, potete a cuor leggero votare per chi ha concesso beni mobili e immobili a Casa Pound, invitandoli a colloquiare sui destini della democrazia in dibattiti e show, preparando il terreno per il definivo sdoganamento nelle urne, per chi ha consolidato un’ipotesi di ordine pubblico e di giustizia repressivo e iniquo, per rassicurare i penultimi criminalizzando gli ultimi, poveri stranieri o indigeni, offrendola in cortese concessione al feroce esecutore di oggi all’Interno, per chi vuole convincervi che il problema è lui che se la piglia con gli immigrati e non chi gli immigrati li ha fatti scappare dalle loro case, affamandoli, bombardandoli, assetandoli, che il problema sono  i suoi isbirri che menano i manifestanti e non chi li costringe a scioperare per la difesa della sopravvivenza, così potete prendervela con qualcuno che vi sta di fronte e che speriamo tutti sia destinato a cadere dalla poltrona nel dimenticatoio, mentre restano remoti e intangibili quelli che il fascismo lo impiegano come uno dei modi per imporre l’autorità assoluta e il potere egemonico dell’oro, ben saldi nel persuadervi che il sacrificio di quei duecentomila combattenti per la libertà che si sacrificarono per riscattare gli errori e le cadute degli altri milioni di compatrioti fosse solo lotta di liberazione e non lotta di classe, di sfruttati che vogliono un mondo altro da quello.

A oggi non so se voterò per queste elezioni: direi di no, direi che mi astengo se fosse un voto per il Parlamento di un’Europa che non considero in alcun modo riformabile. Direi di no, con la stessa convinzione, se si tratta come ci spiegano le illuminate opinioniste  del corner rosa del Corriere, del tentativo di pulizia etnica degli inquietanti  “diversi” al governo, che poi tanto diversi non si sono rivelati a ben guardare la remissiva acquiescenza dimostrata nei confronti dell’Europa, dei suoi imperativi inesorabili quanto le centinaia di nefandezze imposte in suo nome dai suoi servi sciocchi del passato e di quelli futuri già pronti con la corda in mano per impiccarci.


Elezioni Ue: ambiente, niente

gelati 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve la ricordate Greta?

Beh se non ve la ricordate non c’è niente di male. E’ successo anche a quelli che l’hanno ricevuta in pompa magna estasiati e genuflessi davanti a quell’efficace prodotto dell’industria dello spettacolo, soprattutto se impegnato nel filone catastrofista,   che ne ha fatto una piccola Giovannina d’Arco, incarnazione bigotta dell’ambientalismo neoliberista,  affibbiando  responsabilità e doveri alla collettività e ai singoli individui e liberando dal gravoso onere imprese, politica e  governi.

Per averne conferma  basta andare a guardare i programmi di chi vuole più Europa, di chi vuole un’altra Europa, di chi l’Europa non la vuole ma intanto spera di sedersi sulle comode e irrinunciabili poltrone portatrici di prebende e benefits, di chi – i meno credibili di tutti – pensa che in Europa ci entra come un cavallo di Troia per trasformarla da fortezza feroce in confederazione bonaria e generosa.

Sarà che si sono passati gli appunti,  sarà una non sorprendente coincidenza. Ma pare che tutti abbiano tirato giù dagli ultimi scaffali in alto, quelli più impolverati, il Rapporto  Bruntland (1987) la bibbia dello sviluppo sostenibile, dello slogan ambientare lo sviluppo e sviluppare l’ambiente, uno dei più preclari esempi di paradosso o meglio di ossimoro, che mise le basi per tutte le strategie e commerciali strumentazioni commerciali e mercatistiche che hanno poi eretto l’impalcatura del Protocollo di Kyoto e degli accordi successivi: meccanismi volontari e flessibili, incentivi e facilitazioni, licenze e indulgenze pensate proprio  per esonerare l’industria da impegni troppo severi, introducendo permessi e la possibilità di scambiarli  in un mercato concepito per risolvere i danni del mercato così che si possa continuare a inquinare guadagnandoci sopra.

Così nei programmi fotocopia di più Europa, meno Europa, l’Europa che vuole Salvini,  l’altra che si illudono di riformare i compagni di merende di Tsipras abbiamo a che fare, pur di non contestare il sistema,  con tutto il repertorio  di azioni a carico dei cittadini virtuosi, sui compiti che gravano sulle spalle dei cittadini finché le filiere sono visibili, finché cioè si rinuncia all’aria condizionata resa indispensabile dallo sfruttamento e della compromissione delle risorse o al riscaldamento o all’auto irrinunciabile laddove con il welfare urbano si sono tagliati anche gli investimenti per il trasporto pubblico. E finché, cioè,  si arriva al “cassonetto”,  perché da là in poi è risaputo che tutto cade nelle mani  della criminalità quella mafiosa ma anche quella legale o legittimata, sui padroni delle discariche, che si sono riciclati anche loro nel brand degli inceneritori o dell’export di immondizia, oppure insistono nel business come in Veneto, o si arriva all’occupazione militare dell’eolico che ha fatto la fortuna di  dinastie in odor di mafia, ai rigassificatori e all’obolo che si continua a dare a quelli che aspettano l’autorizzazione, malgrado le antiche denunce del guru 5stelle oggi in sonno ecologico, alle trivelle di Eni e Agip e soci  esteri accomunati dall’impegno a esportare danni e corruzione.

Non è che poi si dedichi più che tanto alla salvezza planetaria nelle letterine di natale delle formazioni in lizza per una scadenza elettorale che ha una valenza solo nazionale pensando agli irrilevanti effetti nel consesso comunitario e per il consesso comunitario a vedere le performance di Tajani, della Gardini, della Spinelli, di Maltese. Che si sa l’ambiente è un optional che nelle tenzoni importanti si lascia a formazioni “dedicate” con l’auspicio che possano diventare aghi della bilancia e momentanei partner, proprio come si fa con altri target, femministe comprese, tanto è opinione diffusa che la rivoluzione non si può fare e quindi meglio ripiegare in accomodamenti pratici e realistici  sotto bandiere unificanti che nessuno avrebbe il coraggio di contestare: più parchi, salvo quello dei Nebrodi magari troppo legato a un rappresentate Pd renitente, più fonti rinnovabili come hanno sempre predicato i presidenti di Legambiente passati allegramenti alle file del renzismo e dei suoi sbloccaitalia, più Tav che sviluppa occupazione, più stadi che piacciono al popolo e portano effetti indotti: grandi stabili di uffici vuoti, strade a carico dei comuni. E come recita il programma degli alleati del guappo all’ombra del Partenone una formidabile strategia di riconversione ecologica con investimenti nelle filiere industriali, dei trasporti, dell’efficienza energetica e nelle fonti rinnovabili, insomma un New Deal che si può finanziare con buoni emessi dalla Banca Europea degli investimenti e sostenuti dalle Banche Centrali Europee, ipotesi che magari incoraggia al voto chi ama la fantascienza e la letteratura visionaria.

Come al solito va a finire che si rimpiangono Bucalossi e Fiorentino Sullo, se lo slogan “stop al consumo di suolo” che occupava i discorsi dell’ambientalismo e della politica è diventato il più blando “contenimento del consumo di suolo” e poi “rigenerazione urbana”, come se speculazione e sacco del territorio fossero crimini che si consumano solo nelle città e come se la concessione delle nostre geografie e dei nostri beni comuni ai privati non riguardasse terreni agricoli e boschivi alienati per farne seconde case, ma anche discariche, parchi eolici e impianti geotermici che mortificano tante aree del Centro-Sud, coltivazioni intensive occasionali, disboscamenti non pianificati. Come se non rientrasse nel consumo dissennato e dissipato il cambio di destinazione d’uso che resta sulla carta in attesa del migliore offerente, sicché diventa oggetto di scambio, ricatto, svalutazione, come se non ne avessimo avuto abbastanza dei grandi eventi che lasciano la rovina e l’abbandono dietro di sé,  come se i danno a carico di tutti noi non riguardassero oltre  alla mancata produzione agricola (l’artificializzazione   del territorio c continua a coprire irreversibilmente aree naturali e agricole con asfalto e cemento, edifici e fabbricati, strade e altre infrastrutture, insediamenti commerciali, produttivi e di servizio, anche attraverso l’espansione di aree urbane, spesso a bassa densità), all’ impermeabilizzazione del suolo, alla mancata protezione dell’erosione e all’infiltrazione e regolazione idrica, all’assenza di manutenzione ordinaria di corsi d’acqua.

E non serviva Greta, ma bastava MilanoToday per sapere che i dati mostrano che Milano e Torino, con 40 μg/mc di Pm10, sono a capo del gruppo di città che ha superato ampiamente per anni il limite della concentrazione media annua di polveri fissato dall’Oms in 20 μg/mc/giorno tanto che il 2018 segna per la Capitale Morale il «codice rosso»: i 50 μg/mc/giorno sono stati superati in 75 giorni (35 il limite di legge).

E ci era bastato lo Sbloccaitalia di Renzi per sperare che il governo in carica ci risparmiasse lo Sbloccacantieri che riporta allo strapotere dei commissari straordinari e dei poteri speciali, delle deroghe alle tutele dell’ambiente, dei beni culturali e della salute dei cittadini, bypassando anche  la  vigilanza e salvaguardia di beni culturali e paesaggistici.

Ambiente niente, diceva un comico di tanti anni fa in una sua parodia dei Tg, più profetico e lungimirante di altri colleghi, professionisti, dilettanti e involontari.


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