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Pecore & Lupi

st-francis-with-the-wolfAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma come piace alla stampa raccontarvi l’apologo alla rovescia di posti nei quali un santo convertì alla domestica bontà un lupo, e dove ora un lupo ha convertito alla ferocia i santi. Eh si perché c’è poco da dire, nel nostro paese troppo lungo ci sono regioni che rivendicano una tradizione di civiltà anche grazie alle loro scelte elettorali e altre invece condannate alla pubblica riprovazione, salvo la Lombardia, tanto per dire, o il Veneto che sono indicate come motori di progresso malgrado siano rette da omologhi del lupo, tanto da sentirsi talmente forti e superiori da esigere un riconoscimento di status e di autonomia dal lento e arcaico treno della nazione.

È che da anni l’informazione ufficiale e non solo, con varie modalità ha contribuito alla disgregazione dello spirito democratico, e alla “demoralizzazione”, nei due sensi, quello di generare e alimentare passioni tristi e melanconiche e quello di contribuire alla perdita di senso etico, con narrazioni contraddittorie come quelle di questi giorni: l’Umbria è uno sputo nel mondo, eppure al tempo stesso costituisce un campione rappresentativo, è stata battuta la coalizione di governo che vuole battere i miserabili istinti populisti, eppure in quella intesa ci sono quelli che fino a ieri erano indicati come il “problema”, redento in un batter d’occhio grazie all’abbraccio mortale con il Pd.

E d’altra parte è proprio la stampa che ha fatto la fortuna della Lega, di quel movimento che pareva si affermasse proprio perché inviso a establishment e media. Apparentemente però, perché agli esordi averlo trasformato un domestico e inoffensivo fenomeno folcloristico del quale sorridere per via di elmi con le corna e indigestioni di acqua inquinata del sacro fiume, delle canottiere del boss anticipatrici delle divise e delle felpe odierne, dei picnic mistici con Miglio in veste di officiante, precorrenti le festine del Papetee, ha contribuito alla normalizzazione di fermenti eversivi, razzisti e xenofobi, che invece mostravano la stessa ferina tracotanza dello sfruttamento economico e finanziario legale, non estraneo al suo ceto dirigente a suon di furti, “cooperazione” con la Tasmania, risorse e finanziamenti occulti e altri vari reati accumulati nel tempo, che infine dimostravano la capacità di adeguarsi interamente agli standard della realpolitik.

Da macchiette bonarie, tipi da satira, ben presto i dirigenti della Lega sono diventati una presenza fissa sui giornali e nelle tv che prima li schifavano, accreditati come imprescindibili con il sostegno di quella che ancora veniva chiamata sinistra, come una sua costola, con generosi ascendenti antifascisti e repubblicani, invidiata per il suo poderoso e invincibile radicamento territoriale, ormai dimenticato dai partiti in via di dismissione di sezioni, circoli e cellule.

E oggi ci risiamo, mentre si chiede l’abiura del voto  e la pubblica discolpa agli umbri colpevoli di non aver dato fiducia a un ceto politico che li aveva condannati a subire consenzienti gli effetti di una crisi sociale, l’abbandono dopo il sisma, la penetrazione criminale mafiosa, la cancellazione di una economia produttiva sostituita dallo sfruttamento turistico, la corruzione esemplarmente testimoniata dagli scandali e rivelata dai cambi di casacca dei protagonisti dimostrativa della ripugnanza dei “notabili” per le regole della rappresentanza,   si mette in luce l’ammirevole capacità di penetrazione dell’ideologia leghista  la sua vocazione a nutrire il malcontento  convertendolo in consenso in aperto contrasto con il beota e immotivato ottimismo progressista.

Ormai è palese la volontà di rendere un buon servizio alla Lega e a Salvini, con i patetici tentativi di dimostrare  che si non si tratta della stessa cosa, come se ci fosse una lega buona (quella del passato, o quella di Zaia, di Maroni) e una cattiva, quella di una personalità disturbata istrionica e  impresentabile nel consorzio civile che si guadagna simpatie con versatili sberleffi, rutti, borborigmi e suoni inarticolati presso una plebaglia zotica, ignorante e cattiva, che invece il popolo erede dei valori risorgimentali e resistenziali cha sta con Carola, Greta, Lucano non può che essere fiduciosamente attratta dai buoni del western, Zingaretti, Speranza, e pure Renzi, e perché no? Carfagna e recenti passatori gentili alle file moderniste e riformiste. E con la condanna del populismo che una volta di più è inteso come il deplorevole malumore degli straccioni contro gli oligarchi, dei quali sono entrati a far parte senza gran successo i ribelli di ieri, una volta conosciute la magnifiche sorti e le dolci delizie del potere, scoperte grazie ai vincoli tossici con il partito che più di ogni altro ha rivelato nelle parole e nei fatti l’indole a ridurci a volgo, cancellando la dignità del lavoro ridotto a fatica, la vocazione della scuola ridotta a diplomificio per scaraventare i figli non prediletti sul mercato del precariato e della servitù, la virtù comune del paesaggio e della cultura come motori di coscienza e libertà, i diritti alla cura e all’assistenza.

Dovrebbe fare anche sorridere lo spauracchio del sovranismo ostacolato coraggiosamente dai servitorelli di sempre e dai convertiti recenti alla fede assoluta nell’Europa, incarnato da Salvini che si era prestato a interpretarlo finché non ha assaggiato le sue brioche, comprese quelle sulle invasioni massa, che potrebbero rivelarsi una fortuna se regolate secondo le leggi del mercato in modo da ridurre i totale servitù anche il Terzo Mondo interno, e rimosso prudentemente perfino per quanto riguarda quelle pretese di scala con le richieste di autonomia differenziata già scomparse dell’agenda anche durante il feroce Saladino vigente e che reclamavano da  Roma poteri amministrativi, di pianificazione e gestione, e non solo la riduzione del residuo fiscale.

Insomma il mostro sbattuto in prima pagina, assiso su tutte le poltrone televisivo è diventato una presenza familiare, l’unica voce “critica” che veniva dai palazzi, l’unico che fa vedere un nemico cui attribuire tutti guai, ipotesi accreditata anche da chi gli vorrebbe gettare addosso il discredito, grazie a illuminati pensatori che attribuiscono il suo successo e l’altrui fallimento alle “invasioni massa”, narrazione smentita dai numeri soprattutto in regioni come l’Umbria dove per invasioni si potrebbero intendere i pullman gremiti a Assisi con tanto di parroco in testa, che sarebbero state sottovalutate da una sinistra sussiegosa e indifferente ai bisogni degli indigeni.

E sta qua ancora una volta il padre di tutti gli equivoci, continuare a chiamare questo governo giallorosso, continuare a lagnarsi per i limiti di una “sinistra” chiamando così gli eredi di quel Pds, di quei Ds di quel Pd, che ancora prima della Bolognina avevano effettuato lo stacco senza ritorno da vocazione e mandato già traditi con la conversione all’annacquamento delle riforme strutturali per adeguarle a un capitalismo edulcorato, che avevano applicato anticipatamente proprio nelle loro regioni i modelli liberisti, le privatizzazioni addomesticate dalla presenza delle cooperative garanti, il garbo per non dispiacere a investitori e padroni, la preoccupazione di perdere il consenso dei moderati nei comuni, in chiesa, e pure nei convegni e nei festival aperti a Casa Pound, l’esibizione di un modello securitario imperniato sul decoro e l’ordine e sulla colpevolizzazione degli ultimi per rassicurare i penultimi. E allora perché votare delle inadeguate imitazioni quando puoi dare il voto a Salvini e alla Meloni invece che alle loro fotocopie sbiadite, quando gli uni e gli altri sono lupi?

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Masochisti con le ali

dominantiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte abbiamo detto che per fare una diagnosi del confronto politico in corso, del palcoscenico dove è in scena e dei suoi attori ci vorrebbe lo psichiatra, tra delirio di onnipotenza, perversioni sessuali, caratteri distruttivi, paranoia, schizofrenia e doppia personalità e poi altri disturbi e varie sindromi, di Tourette a vedere il turpiloquio impiegato in sostituzione di pacato ragionare, quella di Capgras che porta a ritenere che un proprio ministro o consigliere sia stato sostituito da un impostore, della Mano Aliena, per la quale chi ne è colpito vive nella falsa convinzione che uno sei suoi arti non gli appartenga ma che agisca autonomamente (molto diffusa tra i perseguiti per appropriazione indebita, reati contro il patrimonio, reati tributari), o di Cotard – convinzione illusoria id essere morti – che a volte affligge ex notabili in disgrazia che ultimamente per combatterla si affrettano ad aderire a Italia Viva.

Oggi però vorrei indirizzare l’attenzione sul masochismo, trattato come degenerazione da Krafft Ebing, che in modo semplicistico può essere definito come ricerca dell’appagamento attraverso il dolore o l’umiliazione, di conseguenza come il desiderio d’essere sottomesso e rimanere in balia di qualcuno. Ma qualcuno poi ha ampliato la definizione di masochismo morale di Freud  per descrivere quello sociale,  come un istinto comune, una possibilità presente in tutti gli esseri umani e che può diventare patologico solo superando certi limiti.

Ecco mi viene da pensare che i 5Stelle stiano superando quei certi limiti, sia che a muoverli sia il “piacere” di mantenere le poltrone, sia, non è impossibile, per spirito di servizio, per obbedienza al credo del “non c’è alternativa” che persuade a farsi possedere dal principio di realtà declinato in forma di scienza del compromesso. E che fa pensare che quell’istinto comune esasperato li consegni a qualche padrone da cui farsi soggiogare, oggi il Pd dopo la Lega che li condurrà a fine certa benché si tratti della violenza di un morto che cammina dominato da un morto in marcia.

Basterebbe rifarsi all’ultimo caso  sul quale ci ha informati con sconcerto e indignazione lo storico dell’arte fiorentino Montanari a proposito dell’Aeroporto di Firenze e del ricatto montato da Renzi attraverso la sua cerchia di irriducibili estesa al presidente della Toscana, che pur tra distinguo di schieramento proprio non vuole rinunciare all’affaronissimo, cui si aggiunge il Mibact guidato dal ministro  Franceschini  determinato a impugnare la sentenza del Tar che dichiarava nulla la Valutazione di Impatto ambientale, fermando l’iter di realizzazione della nuova pista.  Abbiamo così saputo che il programma del sindaco Nardella che comprende un’agenda di oltraggi: Aeroporto dunque, Alta Velocità e incremento turistico nella città sotto osservazione dell’Unisco proprio a causa del suo cambio di destinazione, da città d’arte a disneyland, è stata votata anche dai 5stelle.

Racconta Montanari: “I pentastellati del consiglio comunale di Firenze si sono affrettati a votare il programma di mandato di Dario Nardella (clamoroso salto dall’opposizione all’appoggio esterno), che hanno scoperto essere “del tutto in linea con il programma per le elezioni comunali presentato ai cittadini la scorsa primavera in occasione della tornata elettorale”. Dopo che i loro elettori, inferociti, hanno fatto notare che quel programma contiene anche il pacchetto delle Grandi Opere del Giglio Magico, hanno chiarito che non avevano capito su cosa si votasse, e dichiarato che “è diverso il giudizio sul completamento del nodo Alta Velocità (n.d.r. La linea sotterranea di collegamento tra le tratte AV che, da nord e da sud, arrivano a Firenze,  composta da un doppio tunnel di circa sette km e una stazione interrata 25 metri sotto il livello del suolo, compresa la Fortezza Basso), così come concepito che, nella sua natura di opera costosa e inutile, riteniamo sia l’ennesima occasione dell’incredibile sperpero di denaro pubblico che nulla ha a che vedere con il bene collettivo”.

Accidenti pare di stare all’Europarlamento dopo il voto sulla famosa risoluzione che equiparava nazismo e comunismo, sulla quale ci tocca leggere gli autodafè fino ai non sorprendenti  Sassoli o Pisapia, di quelli che se c’erano dormivano, di quelli che si erano distratti, di quelli che non avevano capito bene, di quelli “che nessuno ce l’aveva spiegato di cosa si trattava”.

C’è davvero da domandarsi se ci sono o ci fanno, se dopo essersi associati alle infamie di Salvini, adesso è arrivato il momento di associarsi all’altrettanto indecente comitato d’affari toscano, che ha riconquistato la festosa accondiscendenza della ministra De Micheli, accusata prima  di partigianeria campanilistica dando la priorità agli interventi emiliano-romagnoli.

Per carità se di masochismo si tratta chissà se sono stati soggiogati fino alla sottomissione dall’immagine del grado più elevato delle quote rosa di Italia Viva, in stivali alti (ci ha appena fatto sapere  nei suoi interventi programmatici  che non rinuncerà mai ai tacchi a spillo, il suo marchio) e frustino. In questo caso dopo il dolore e la gradita umiliazione, la ricompensa parlerebbe la lingua del cemento,   della speculazione, dello sfruttamento del territorio e dei profitti che ne derivano.

Le vicende del nuovo aeroporto di Firenze riproiettano il film già visto di Tav, Mose, Expo, quello  dell’aggiramento delle regole poste a tutela della sicurezza e della salute delle popolazioni, di annullamento della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali, delle scelte decise da una cerchia opaca locale ma con la complicità delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche nazionali e confortate dall’appoggio della stampa, con la sostituzione della necessaria informazione dovuta con le inserzioni a pagamento e con ineffabili offerte di referendum a posteriori e limitati alla cittadinanza locale, dopo che i proponenti: Enac, Toscana Aeroporti e Regione Toscana hanno negato pervicacemente il dibattito pubblico, prescritto per legge e proprio come ogni tanti si sente riproporre per la Tav.

E infatti la sentenza del Tar – dopo che il Governo Gentiloni aveva tentato per decreto di annacquare gli aspetti più evidentemente “sporchi” della faccenda,  ipotizzando perfino che le decisioni finali fossero attribuite a un Osservatorio dal quale erano estromessi i sindaci interessati all’infuori di Nardella – serviva a ripristinare delle condizioni di legalità, contestando che l’iter precedente e seguente la Valutazione di impatto ambientale del progetto presentava caratteri di illegittimità, a partire dalla variante del Piano di indirizzo di previsione della nuova pista, dalla presentazione alla Via non di un progetto definitivo come prescrive la legge, bensì di un masterplan.

Ma non basta, come al solito intorno all’opera si sono intrecciate varie leggende e narrazioni fasulle, a cominciare dalle previsioni sul traffico aereo che altro non sono che auspici messi alla prova dalla realtà, da quella sul “volano occupazionale”,  quando  già da tempo negli aeroporti della Toscana si assiste alla riduzione ed alla precarizzazione del lavoro e quando si tratta di mansioni poco qualificate, quella sui costi a carico dei privati che esonererebbero gli investimenti pubblici (che ammontano già 50 milioni a fondo perso), o da quella che attribuisce agli aeroporti un ruolo di motore di  progresso, quando gli esempi degli aeroporti di Roissy-Charles de Gaulle,  Nantes, Frankfurt, Narita, e Shiphol stanno a dimostrare che si tratta di città artificiali dentro alle città.

E che comportano interventi pesanti che determinano un tremendo impatto costruttivo, per via del commercio, della logistica e del terziario   che viene sviluppato per rendere economicamente sostenibile l’investimento, una pressione formidabile sul traffico imponendo la creazione di infrastrutture stradali e ferroviaria di collegamento, un impatto inquinante acustico, atmosferico ma anche in termini di consumo di suolo e trasformazioni territoriali e sociali, quelle che hanno mobilitato l’opposizione degli abitanti a Heathrow e Manchester.

Speriamo che i cittadini non siano masochisti e si ribellino perché proprio come la Tav si tratta di un’opera che corrisponde a una aspirazione più velenosa del cherosene,  quello della definitiva trasformazione delle nostre città e del nostro Paese in una parco tematico, con gli abitanti retrocessi a inservienti, affittacamere, osti, facchini, camerieri. Perché è questo che intendono per Italia Viva.

 

 

 

 

 

 


Il governo del Generale Interesse

generaleAnna Lombroso per il Simplicissimus

In trepida attesa di conoscere i nomi dei componenti del nuovo esecutivo frutto di una trattativa che assomigliava più a una gara di wrestling che a un negoziato democratico, in attesa di venire edotti delle necessarie competenze maturate dagli aspiranti ministri, come vuole Di Maio e come rivendicano i candidati riformisti che hanno già dato prova in passato di perizia e spirito di servizio, possiamo dedicarci al passatempo preferito e concesso agli “esclusi”, quello di criticare equanimemente tutti, anche perchè presto e in forma di legge ci toglieranno anche quello.

Viene infatti da sorridere allegramente a pensare a Salvini che chiama a raccolta le piazze immemore di aver adottato misure per le quali le sue pubbliche manifestazioni di dissenso potrebbero comportargli esiti penali. Viene anche da sorridere, amaramente,  a pensare a quelli che inalberano le immagini di Lucano e Carola soddisfatti che al posto del buzzurro espulso dal Viminale, arrivi quello dei patti scellerati con estemporanei despoti al servizio del colonialismo, quello delle disposizioni che negano agli stranieri i diritti alla difesa di cui godiamo noi, quello che ha normalizzato il sospetto e la paura dell’altro, grazie all’autorevolezza conferitagli da buone letture e buone maniere.

Viene da sorridere, amaramente, a pensare alle militanti che pensano di essersi liberate di Pillon quando il nuovo fervore mistico non promette nulla di buono per quanto riguarda l’esenzione di un numero elevato di medici obiettori di una legge dello stato cui si dovrebbe consigliare semplicemente di cambiare specializzazione o Paese, o a quelle che chiedono con veementi petizioni che vengano osservate quote in grado di garantire pari opportunità per le donne al governo, appagate dalla presenza della De Micheli tanto per fare un nome, che si era dimenticata le qualità di genere, attenzione, sensibilità, dedizione alla cura e alla solidarietà, in veste di  ministro e commissario straordinario per la ricostruzione in Centro Italia.

Purtroppo le due fazioni contendenti in temporanea e non poi troppo inattesa temporanea associazione di impresa, grazie alle quali il bipolarismo si è trasformato in polarizzazione, in guerra per bande di tifoserie e curve impermeabili alla ragione, al buonsenso e perfino all’istinto di conservazione hanno questa caratteristica in comune, quella di non dare ascolto per nessun motivo al popolo, nemmeno al “loro”, espropriato dei luoghi della rappresentanza e del confronto, quello dei militanti e degli elettori, compresi i molti che si erano conquistati quando alla democrazia si sono sostituiti la sfiducia e il disincanto e voti, consenso e sostegno circolano in forma occasionale mossi dal malumore e dall’istinto punitivo.

Gli antichi spazi assicurati alla decisione e alla partecipazione sono evaporati nella rete, la comunicazione politica e istituzionale ha da tempo scelto altre forme e altri strumenti, perendo volontariamente la necessaria autorevolezza, in modo da permettere manipolazioni, interpretazioni estemporanee, personalizzazioni e l’accreditamento di convinzioni e misure autoritarie, e ci si augura che il voto ridotto a liturgia formale possa convertirsi definitivamente in atto  da svolgere a casa secondo le modalità dei consumi e degli acquisti online.

E c’è una certa coerenza nell’aver chiamato Piattaforma Rousseau l’agorà digitale del movimento 5stelle, incaricata in questo caso di approvare punti programmatici e non le alleanze di governo. Perchè è congruo con una visione di democrazia concernente la partecipazione diretta che si esaurisce nella mera possibilità di approvare o respingere proposte formulate dall’alto, attraverso deliberazioni senza discussioni e con la pura e semplice espressione di assenso o dissenso rispetto a quanto sottoposto al vaglio dei “votanti”.

Che poi rispecchia quello che via via si è voluto avvenisse quando è stata ridotta a questo  la funzione delle camere chiamate, anche  con l’abuso della fiducia, all’approvazione notarile delle volontà dell’esecutivo, una trasformazione promossa dall’entità sovranazionale che ha avuto a cuore le restrizioni dei diritti e dei sistemi democratici degli Stati aderenti, e dai suoi servitori in divisa di tecnici, di navigati apparatčik di partiti resi talmente liquidi da scomparire per lasciare il posto a aziende, di nuovi arrivati che hanno scelto di adeguarsi alle regole della realpolitik piuttosto che a quelle dell’interesse generale.

Interesse generale che ormai si dovrebbe chiamare Generale Interesse, se è alla guida di un esercito di ufficiali e ufficialetti scesi in campo di tutelare le proprie prerogative eseguendo gli ordini dell’impero.

 

 

 

 

 

 

 

 


Cosmicomiche, i parlamentari dimezzati

visc1 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La proposta di riduzione dei parlamentari prima della fine della legislatura è stata messa sul piatto dal M5S, accolta con un certo entusiasmo da Matteo Renzi e infine fatta  propria anche da Salvini, che ha prospettato un suo percorso   secondo il quale sarebbe possibile approvare «per direttissima» la riduzione di deputati e senatori (che porterebbe il numero dei primi a 400, dagli attuali 630, e quello dei secondi a 200, dagli attuali 315, per un risparmio di circa 50 milioni l’anno), sciogliere le Camere, votare con la vecchia legge (dunque continuando a eleggere 945 tra deputati e senatori) e confezionare  definitivamente la riforma nella prossima legislatura.

Un simile e così ampio consenso non può che insospettire: fin troppo facile e perfino banale dire che si tratta di una concessione che chi sente sfuggirgli di mano il “suo” popolo offre in risposta al malessere e alla sfiducia. Un’elemosina che incide sul volume visibile della rappresentanza, non sul suo “peso”  né tantomeno sulla sua qualità.

In presenza di quella che viene ormai chiamata postdemocrazia e nella quale ideali, principi e regole sembrano meritare solo un rispetto formale, pare inevitabile che l’unica forma unanime di partecipazione consista nella sfiducia, nella diffidenza e nel sospetto riservato al “personale” politico, all’attività di rappresentanza e di governo, alle istituzioni, sentimenti e emozioni normalizzati, autorizzati e infine legittimati per via normativa sotto forma di azioni “punitive” di un ceto che ha perso autorevolezza e prestigio.

Su questo sembrano concordare i movimenti che hanno assunto una cifra “impolitica” come fosse un progresso virtuoso di avvicinamento al popolo, cui viene riconosciuto il diritto non più di conquistare il potere, nemmeno di controllarlo ma semmai di ridurlo, mantenendo per sè la prerogativa largamente ininfluente di stigmatizzarlo, penalizzarlo non tanto nella cabina elettorale dove si officia una stanza liturgia, bensì su Internet, dove si conquista il privilegio di minare la reputazione.

Ma sono d’accordo anche i partiti tradizionali, che hanno già approfittato dell’equivoco, a suo tempo con interventi sulla Costituzione che hanno favorito l’impoverimento delle competenze statali per attribuirle a un decentramento solo formale, con i tentativi di marca golpista  di rafforzamento dell’esecutivo per via referendaria, con lo svuotamento dei pronunciamenti plebiscitari e la resa incondizionata a lobby e potentati, come nel caso dell’acqua pubblica, E con la cancellazione delle provincie, allegoria perfetta della manomissione della democrazia,  quando invece di eliminare gli “enti inutili” si sono eliminati gli elettori diventati più che superflui, molesti, quando la semplificazione è diventata complicazione con l’aumento degli organismi intermedi,  la richiesta pressante di fondi per garantire i servizi essenziali su strade e scuole, la potenza malsana data alle pretese di autonomia delle regioni più ricche, e il ridicolo del rito di elezioni, quelle delle Città metropolitane, cui sono chiamati a votare per le supercittà i  sindaci e u consiglieri comunali dei comuni  che insistono nell’area metropolitana.

L’esperienza ci insegna che i tagli, siano quelli doverosi dell’austerità, che quelli  promossi per il nostro bene, per salvaguardare le nostre tasche di cittadini, non hanno mai buon fine: nel caso delle province (che  gestiscono ancora oltre 5100 scuole e l’80% della rete viaria nazionale, ma non hanno più dipendenti né risorse) sono stati sforbiciati energicamente i servizi per numero e qualità, i dipendenti sono stati distribuiti dissennatamente nelle Regioni, nei Ministeri e nei tribunali con il paradosso di barellieri messi a fare i cancellieri (l’informazione viene dall’Upi),  soprattutto non è mai stato calcolato il “risparmio” che secondo il promotore che ha dato il nome alla riforma doveva ammontare a 2 miliardi, poi ragionevolmente ridotti a 32 milioni, rimozione che come si sa riguarda tutto il gioco di scommesse cui siamo chiamati  a contribuire nella bisca dello “sviluppo”.

Sarebbe meglio guardarsi dalle brioche offerte alle plebi malmostose, al posto della crema ci mettono il veleno.


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