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Lapilli e fumus

etnaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Poche cose sono nauseanti come i tentativi di accreditamento di  domestica normalità da parte di premier puttanieri sotto l’albero circondato da figli e nipotini, di biechi ministri che si pasturano ghiottamente di panettone o peggio del simbolo strappato al più schizzinoso degli esponenti del cinema militante, come a dire: sono come voi, sono una carogna, potete esserlo anche voi.

Il più  truce di loro, immortalato il giorno di Santo Stefano in una delle sue performance bulimiche  in coincidenza con l’eruzione dell’Etna e un terremoto di 4,8/ 5 di magnitudo, ha suscitato un diffuso sdegno da tastiera con, in prima linea , come d’abitudine, la controparte della compagine governativa impegnata in superciliosi distinguo rispetto all’esecrando buzzurro, a conferma che si può perdonare tutto ma non le barbariche dita nel naso, i disdicevoli rutti a tavola, pulirsi sul maglione le dita con le quali si è rubato dal vaso della marmellata.

D’altra parte succede così ogni giorno, quando il Gran Tanghero  viene meno alle regole del bon ton, e verrebbe da dire anche dell’ipocrisia,  il fuoco amico è pronto a lanciare anatema e scomunica. D’altra parte succede così da che mondo è mondo nei ranghi di chi ha fatto un matrimonio di interesse e si esibisce nel contrasto rissoso  tra, è proprio il caso di dirlo, poliziotto buono e poliziotto cattivo, tra le parti in commedia in modo che dietro ad apparenti disaccordi si consumi una sostanziale convergenza di vedute e obiettivi.

E non è il solo segno di continuità col passato, oltre all’ormai evidente indole a calare le braghe quando il padrone ordina, vituperata prima di accedere a ruoli di prestigio e altrettanto deplorata appena si rientra nel cono d’ombra.

Perché, proprio come è sempre successo, appena si solleva una qualche obiezione ai lavori in corso, perlopiù incoerenti con promesse e proclami, ecco la solita infastidita reprimenda in uso dai tempi di Giolitti, De Gasperi, Fanfani e giù via via, Monti, Renzi, ma probabilmente coniata già nell’età di Pericle: lasciateci lavorare, non disturbate i manovratori. E infatti proprio a proposito di terremoti, guai ricordare a chi si sturba per la provocatoria sfacciataggine di uno che fino a poco fa diceva Forza Etna, che anche   il governo della rottura col passato  in carica da 6 mesi ha fotocopiato il già fatto, anzi il già non-fatto (come mi è capitato di scrivere qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/12/18/cratere-del-sisma-come-prima-peggio-di-prima/), per il penultimo sisma in ordine di tempo (per quello di Ischia ha mostrato invece un sorprendente spirito di iniziativa), con gli stanziamenti vergognosi già previsti da Gentiloni cui si aggiungerebbero gli 85 milioni frutto del taglio alle spese della Camera, il rinvio delle auspicate misure di semplificazione, i ritardi nell’attribuzione delle risorse alle Regioni, mentre intanto fiocca la neve  fiocca.

In realtà bisogna riconoscere che qualcosa è stato fatto, anzi disfatto. A  luglio il Consiglio dei Ministro ha dato il via libera al riordino di quattro ministeri (Beni e delle attività culturali e del turismo, Politiche agricole alimentari e forestali, Ambiente e tutela del territorio e del mare, Famiglia e disabilità), redistribuendo le competenze su alcuni temi chiave quali l’antisismica, il dissesto idrogeologico e l’edilizia scolastica, in capo al dipartimento Casa Italia e alla struttura di missione Italia Sicura. Casa Italia è stata  declassata da dipartimento a “progetto” della Presidenza del Consiglio dei Ministri, mentre non è stato  rinnovato il mandato per Italia Sicura, la struttura di missione  per opere di prevenzione ed infrastrutturazione del paese.

Non si può non applaudire alla rottamazione dell’ennesima strenna avvelenata proposta nel corso delle continuative campagne elettorali di Renzi e associati, buona per compiacere i grandi studi di progettazione e le cordate del cemento con un bell’involucro e il solito marchio insinuante per acchiappare i citrulli, cioè noi:  Sviluppo Italia, Buona Scuola, Jobs Act,  Presa per i Fondelli, e che insieme agli stanziamenti, 9 miliardi, nostri, in forma di fake sui social, ridotti a 650 milioni per l’avvio dei cantieri, e solo 110 milioni effettivamente trasmessi alle Regioni, prometteva la vera e propria rivoluzione per prendere il Palazzo d’Inverno della burocrazia e guadagnarci  con la revoca (che doveva fruttare 2,2 miliardi) dei  soldi assegnati a progetti contro il dissesto idrogeologico che, al 30 settembre 2014, non avessero visto pubblicato il bando di gara o disposto l’affidamento dei lavori. Alla fine però si scopre che le revoche riguardano solo 15 progetti su 169 – gli altri possiederebbero tutti i requisiti di efficienza e trasparenza necessari, e che la severa indagine ha fatto guadagnare in tutto 7 milioni.

Alla notizia della cancellazione di Italia Sicura c’è stata la solita gara a chi dava i numeri più fantasiosi, secondo quella contabilità peracottara applicata alla Tav, al Ponte sullo Stretto, alle autostrade dove non transita nessuno, ai ponti lasciati marcire: la diabolica soppressione disperderebbe l’importante mole di lavoro che ha consentito in breve tempo di impiegare 5 dei 10 miliardi a disposizione degli enti territoriali per la messa in sicurezza del territorio e penalizzerebbe un’esperienza positiva della quale hanno beneficiato in primo luogo le popolazioni colpite da eventi calamitosi.  Come al solito sono cifre  dette a caso, mai sostenute da una effettiva rendicontazione, a stare larghi i miliardi stanziati sarebbero 3 (comunque una goccia  rispetto agli 850 che servirebbero) e che non si sa in che rivoli si siano dispersi.

Ha fatto bene  il movimento – sul cui simbolo campeggiano 5stelle a rappresentare la tutela dell’acqua pubblica, della mobilità sostenibile, dello sviluppo, della connettività e dell’ambiente – a smontare il giocattolo, convinto che sarebbe incauto affidare la salvaguardia del territorio e la ricostruzione a amministrazioni, enti e regioni che hanno dimostrato inefficienza o peggio ancora arbitrarietà opaca nell’affidamento di incarichi, nella programmazione della spesa, nella fissazione di priorità.

Ma da quel momento sono passati altri 5 mesi e sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di più oltre gli onorevoli cocci: criteri, linee guida e indirizzi pratici a garanzia di efficacia, funzionalità, trasparenza.

Altrimenti si tratta di un modo diverso di dire si, come si è detto si al Terzo Valico, al Mose, alle Grandi Navi, alla flat tax, alle trivelle, ai sussidi diretti e indiretti ai carburanti fossili.

Altrimenti si tratta di un modo diverso di dire si alla spostamento dei nostri quattrini da una casella all’altra del Monopoli, mettendoli su quella degli F35, del salvataggio delle banche criminali, della prosecuzione di progetti insensati invece che su quella della salvezza di un Paese nel quale è a rischio il 91% dei Comuni  (88% nel 2015), dove aumenta la superficie potenzialmente soggetta a frane (+2,9% rispetto al 2015) e quella potenzialmente allagabile nello scenario medio (+4%), il cui  16,6% del territorio nazionale rientra nelle classi a maggiore pericolosità per frane e alluvioni (50 mila km2), aree nelle quali si trova il 4% degli edifici italiani (oltre 550 mila) e abitate da 3 milioni di nuclei familiari mentre oltre 7 milioni le persone risiedono nei territori vulnerabili, oltre 1 milione di persone vive in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata, e più di 6 milioni in zone alluvionabili nello scenario medio, secondo i dati Ispra.

Altrimenti si tratta di un altro modo di dire si, come ancora una volta si è detto si ai comandi europei che sanno bene che un paese ricattato, minacciato nella sua stessa tenuta fisica, soffocato dal cemento e annegato nel fango si controlla meglio, si piega senza riscatto alle intimidazioni.

Ancora una volta viene da chiedersi: ma se dicessimo di no? se smettessimo di pagare le nostre quote dovute per l’iscrizione al “casino dei nobili”? se avessimo messo sul tavolo l’appartenenza a un’area altamente sismica, martoriata da terremoti e catastrofi, con morti e senza tetto, industrie e imprese in ginocchio, strade dissestate? Se avessimo preteso e legittimamente  per questo e per le azioni di salvataggio e primo soccorso agli immigrati svolte nel passato un ragionevole trattamento, pari, tanto per fare un esempio, a quello riservato alla Turchia per i suoi efficienti respingimenti oltre confino, nel paese nel quale si è girato il trailer del nostro immediato futuro? Che punizione rischiavamo? Juncker non ci invitava all’apericena, non di facevano accedere agli esosi Fondi strutturali, non ci elargivano quelle quattro monete maledette promesse per le catastrofi, Macron non ci mandava la mignon di champagne per Natale e la Merkel prima di andar via ci faceva stare inginocchiati sui ceci?

Non piace tanto a tutti la disubbidienza, purchè degli altri: gilet gialli, sindaci ribelli, manifestanti a patto che non mettano a rischio l’acquisto dei regali? Non potremmo cominciare a scalare dalle tasse la quota che siamo obbligati a elargire obtorto collo per la sopravvivenza dell’Europa sovrana e destinarla a noi cui non è concesso di regnare nemmeno sotto il nostro tetto?

 

 

 

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La Bianca Visitatrice

Maltempo: neve in zone sisma Marche, preoccupa ghiaccioAnna Lombroso per il Simplicissimus

Tema: E’ arrivata la Bianca Visitatrice.

Lo svolgimento nei social network dove l’immagine delle auto coperte di neve, il vialetto di casa, il pupazzo di rione hanno sostituito i gattini, ma anche nella stampa un tempo di informazione, ha seguito l’andamento prevedibilmente deamicisiano della contrizione per chi sta all’addiaccio-

Una estemporanea e provvisoria commozione è stata spesa perfino per i molesti ospiti indesiderati, promossi a piccole fiammiferaie, e già oggi che il sole che illumina i loro stracci, tornano a essere il pericolo pubblico n.1. coi loro potenziali trasgressivi, la loro indole parassitaria e i loro costumi e atteggiamenti incompatibili con la nostra civiltà superiore

La stessa  civiltà superiore che oggi ci fa assistere alla paralisi del paese per via della banca visitatrice che blocca la circolazione dei treni. Quei treni e il sistema della gestione ferroviaria caratterizzata ada antiche e contemporanee prestazioni in tutto lo stivale: disastri e scontri sulle linee locali, incidenti in pacifiche stazioni di provincia, zone isolate a ogni scroscio, frane non sorprendenti sui binari, insomma un Giano bifronte con la misera pubblica per i pendolari e il lusso opulento e futile della Tav, esemplare dimostrazione che se civiltà volessimo chiamarla sarebbe quella delle differenze più profonde, delle ingiustizie più nere, proprio come tra sumeri e egizi.

La solidarietà per i diseredati in occasione dell’emergenza neve, attenta a non fare una fastidiosa irruzione nella campagna elettorale, turbando il delicato equilibrio di correità e rimozioni, rinfacci e rivendicazioni di candidati nazionali e locali, commissari straordinari del passato e vigenti, ministri e amministratori in attesa di promozione a ruoli nazionali, ha evitato di avventurarsi nei territori del Centro Italia a più di un anno e mezzo dal sisma e al secondo inverno sotto la neve, in situazioni abitative provvisorie, le aziende chiuse e le strade interrotte da allora, quelle cittadine piene di macerie mai rimosse, con centri che alla prima neve di metà novembt sono rimasti per giorni senza elettricità.

Non stupisce che i candidati di spicco, i ministro capolista come i prodotti civetta messi per invogliare la clientela nelle svendite e nei saldi, evitino accuratamente il tema e scansino le visite pastorali: non si tratta di un elettorato influente e si può sospettare che tra gli impegni prioritari del ministro dell’Interno impegnato in una campagna elettorale che si sviluppa perfino oltremare, abbia preso a cuore l’organizzazione dei seggi in plaghe abbandonate, marginali, nelle quali il consenso è dubbio e gli elettori sono stati trasformati in comparse disperate e invisibili, salvo in occasione di special delle tv del dolore o di fugaci apparizioni di qualche commissaria pellegrina in forma blindata,

Ma sbaglierebbe chi si illudesse che l’oblio sia frutto di sensi di colpa o di inusuale pudore, macché: quella fetta di Italia, una delle più dense di bellezza, storia, arte, cultura, e i suoi abitanti scontano una colpa, sono condannati per una forma a volte perfino inconsapevole di ribellione, pagano per la difesa ad oltranza della loro dignità di cittadini che passa per la custodia di un progetto di lavoro, di vita, per la tutela dei posti della memoria e delle tradizioni, per l’amore sano e onesto per la loro roba, una “roba” che è la terra, i semi, le bestie, le piccole aziende, i sapori, quelli veri senza croccante, senza acidità, senza fusion, senza etno. Quelli di casa in tutte le latitudini di questo paese troppo lungo ormai spinto sempre più giù a farsi propaggine di un Sud emarginato.

Pagano caro non aver abbandonato territori, paesaggi e paesi alla speculazione in agguato  pronta a compere il disegno di fare di intere regioni un parco tematico con i pochi che resistono a impersonare le allegre comari, i vivaci artigiani, i paciosi norcini in una rappresentazione a cielo aperto della culla del made in Italy gastronomino e al tempo stesso il circuito del turismo religioso.

Pagano caro con gente ancora nei container (400 solo a Tolentino), le casette del Lego governativo promesse per l’inizio del 2017 mai arrivate, nemmeno quelle sorteggiate con la riffa in piazza, alcune pervenute, sì, ma inefficienti, senza i servizi e gli impianti elettrici e sanitari, con  strade ancora impraticabili cui si aggiunge la maledetta neve non certo sorprendente o anomala da queste parti, paesi abbandonati con davanti il cartello “zona sisma” come un segnale di pericolo mai finito e di futuro negato, le piccola aziende artigiane chiuse o in condizioni di sofferenza. Perché questo Paese trova i soldi per aiutare banche moderatamente criminali o semplicemente più furbe a comprarsi banche pesantemente criminali o più stupide che comunque non investono per sanare invece le ferite delle aziende colpite e soggette ai ricatti del racket creditizio e fiscale, trova i quattrini per essere un erogatore di punta in spese militari contribuendo a spargere rovina e morte, ma non ne ha per portare sogni tranquilli e un tetto sulla testa di chi l’aha perso e di chi viene a cercarne uno qui.

Pagano caro e vengono anche offesi, si sibila in risposta a rare domande dirette non più in uso nella stampa, che la gente “preferisce” stare nei container perchè si spende in chissà quali viziosi consumi i cosiddetti contributi per gli affitti, che invece in ogni caso non vengono erogati a chi ha un tetto anche mobile sulla testa, si fa intendere di un attaccamento arcaico e misoneista a certe radici, a una terra che – ma lo ammettano – non può che essere ingrata, si deride la pervicacia nel continuare con attività modeste, individuali o familiari che non vogliono adeguarsi alle magnifiche sorti e progressive dell’industria alimentare e della ristorazione come ampiamente magnificate dall’Expo e dai suoi officianti. Zero in Abruzzo, 2 in Umbria a Norcia, 12 nel Lazio e 36 nelle Marche: nei 138 comuni del cratere sono appena 50 le case private che erano state lievemente danneggiate dalle scosse e sono tornate abitabili. Mentre intanto  si accredita la fake più infame, che ritardi, inefficienze, incapacità altro non sono che la doverosa cautela per contrastare arbitrarietà e illegalità, per garantire trasparenza e equità. E rispetto delle leggi.

Hanno ragione, c’è da ipotizzare che siano davvero rispettate leggi ormai promulgate per garantire grandi gruppi, lobby personali, rendite, poteri, per creare sistemi che con l’apparenza della  legittimità coprono malaffare, profitti opachi e corruzione.

Ma quelli la Bianca Visitatrice non li coprirà per sempre, prima o poi arriverà il nostro disgelo.


Ischia, perla dell’abuso

Casamicciola 1883

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Con sinistra efficacia il terremoto di modesta entità che ha fatto due morti a Ischia è stata la più tremenda, calzante e forse fruttuosa denuncia dell’abusivismo in Italia. Molto più persuasiva delle periodiche inchieste dei giornaloni che da capitale corrotta in poi scagliano invettive contro un non meglio identificato ceto dirigente, per poi finire in bellezza sul malcostume generalizzato, su familismi, clientelismi, indole alla festosa e creativa indifferenza per regole e leggi che parrebbe essere una costante della nostra autobiografia. Più credibile certamente delle tostissime esternazioni del ministro Delrio inamovibile e correo di tutte le riforme dal governo Renzi in poi che è stato recentemente folgorato dalla cruda rivelazione di questa piaga diffusa su tutto il territorio ma soprattutto al Sud (ne abbiamo scritto qui:  https://ilsimplicissimus2.com/2017/08/20/cemento-di-crimine-e-di-governo/) e che non a caso, dimentico di essere stato sindaco di Reggio Emilia, presidente dell’Associazione dei sindaci, Anci, Ministro degli Affari regionali e le autonomie, ne attribuisce regia e responsabilità a enti locali, amministratori, dimenticando di appartenere a un governo sorretto dai verdiniani dei quali fa parte il famigerato Falanga, autore del principio indiscriminato dello stato di necessità applicabile con una scriteriata disinvoltura a chi tira su quattro muri, ci va a stare e così viene legittimato a restarci, col sospetto di liberatoria erogata anche a villette a schiera di fronte alla Villa die Misteri e a ecomostri di piccole o grandi dimensioni. Governo fotocopia e continuatore delle più insensate riforme volte al sacco legalizzato del suolo e delle risorse, alla retrocessione dell’urbanistica a pratica di do ut des coi signori del cemento e la proprietà privata autorizzata a consolidare in ogni sede i propri interessi egemoni, indirizzate a smantellare la rete dei controlli (sovrintendenti, la categoria più odiata a detta dell’ex premier che li odiava più dei costituzionalisti, degli insegnanti, dei lavoratori in genere) e ad esautorare i cittadini delle prerogative di vigilanza e partecipazione alle scelte che riguardano il territorio e l’abitare.

Per carità in linea di principio non ha torto:  basta leggersi e dichiarazioni dell’ineffabile De Luca, in visita a Casamicciola che, difendendo i capisaldi della sua legge incolpata di ambiguità perfino dai suoi padrini politici, reclama la restituzione dell’ultima parola sulle demolizioni agli stessi comuni sospettati di opache collusioni con speculatori e criminalità, concludendo che il folle sistema di illegalità, fatto di costruzioni non autorizzate, della loro pressione sui sistemi fognari, dell’evasione di tributi e tasse che ne conseguono all’ambientalismo che ferma tutto da 25 anni.

E sarebbe sufficiente ricordare le reazioni scomposte e le sollevazioni dei sindaci della regione e delle incaute e inopportune “associazioni per la casa” che dal 2009 e proprio ad Ischia  manifestano con   cortei e comizi di piazza perché il terzo condono berlusconiano sia applicato anche all’isola, che si è aggiudicata un inglorioso  4° posto nella classifica dei monumenti all’abusivismo  di Legambiente. E si parla di un’isola nella quale sono 600 le abitazioni oggetto di ordinanze di demolizione  a fronte di quasi 28 mila domande di sanatoria e i cui sindaci deplorano l’orchestrata e infame polemica che mira a mettere in relazione gli effetti di un sisma di 4 gradi della scala Richter e i danni che ne sono derivati, tra morti, crolli e case pericolanti. E a un anno dal terremoto in Centro Italia non abbiamo dimenticato le risatacce oscene di dopo aver tratto profitto da criminali attività per la messa in sicurezza d scuole e case, dopo aver realizzato interventi con cemento volatile come cipria,  sghignazzava alla prospettiva di futuri guadagni, in combutta con amministratori e autorità tecniche di controllo.

Tutto vero. Ma è ancora peggio di così se stiamo ad ascoltare pensose personalità scientifiche di enti pubblici di rivcerca indicare come soluzione alla esposizione e fragilità sismica del paese, l’obbligo di contrarre un’assicurazione, se leggiamo il disappunto del ministro perché non sono state spese le risorse statali in applicazione del Piano Casa, dello Sblocca Italia,  o quelle per la stabilità delle scuole, attribuendo la responsabilità alle amministrazioni ma soprattutto al peso insostenibile della burocrazia che ostacola il dispiegarsi di efficienza, imprenditorialità, iniziativa che sarebbero invece garantire da soggetti più agili, più flessibili, insomma, in una parola, più “privati”.

È dalla campagna elettorale per il referendum e pure da prima, che sentiamo ripetere la litania vergognosa che combina il primato neoliberista della “semplificazione”, anticamera di licenze, liberatorie, sdoganamenti a beneficio di sfruttatori, padronati e azionariati, cordate del cemento, studi di progettazione di maxi opere inutili e dannose, con il desiderato rafforzamento non dello stato, non del parlamento e de suo potere legislativo, ma dell’esecutivo accentratore e dispotico al servizio fedele dei patrimoni e delle rendite imperiali.

Si, è stata una efficace performance di comunicazione quella del terremoto a Ischia, ma a distanza di un anno da quello del Centro Italia, passato della vergogna, c’è da credere che non servano nemmeno le maniere forti della terra per restituire dignità ai morti inutili, per mettere in sicurezza il territorio in attesa di prevedibili inondazioni e frane autunnali, per affrontare un inverno che non potrà che essere del nostro scontento.


Aiuti ai terremotati, possono tenersi le macerie

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il 20 agosto ad Amatrice termina ufficialmente lo stato di emergenza, quella condizione di eccezionalità che dovrebbe permettere deroghe e licenze, concesse in nome dell’interesse generale per contrastare ritardi, lentezze, intoppi burocratici e amministrativi e che dovrebbe aver consentito a autorità straordinari – si dice proprio così –  di rimuovere gli ostacoli e  realizzare la prima fase della ricostruzione.

È che da noi anche le emergenze sono disuguali. Quelle dichiarate per legge e di sovente contro le leggi per appagare avidità e profitti speculativi, premiare insane megalomanie, proclamare stati di necessità ineludibili promossi proprio per rimuovere lacci e laccioli, aggirare regole e  sorveglianza, quelle, dunque delle Grandi Occasioni, delle Grandi Opere, della Grande Corruzione, possono durare tempi indefiniti e infiniti, diventare stabili e inviolabili. Quella per dare le case ai terremotati,  per ricostruire le stalle, per restaurare il patrimonio artistico extra-ecclesiastico,  per erogare fondi e impegnarli in favore delle imprese in ginocchio è  proprio di serie B, talmente di seconda categoria che anche in piena vigenza pare non abbia potuto o saputo averla vinta su formalismi, sovrapposizioni, conflitti di competenze, cavilli e carte bollate, comprese  le 29 ordinanze firmate dal Commissario straordinario alla ricostruzione Vasco Errani, dieci delle quali  emanate per  cambiare le precedenti, a quanto dicono amministratori centrali e locali lamentandosi che anche per puntellare un muro ci vogliono dieci amministrazioni, che per ottenere un permesso di rimozione delle macerie ci vogliono innumerevoli analisi e accertamenti, che per ricostruire le case con criteri di sicurezza ci vuole tempo se sono più di 200 mila le abitazioni da controllare e verificare quando si è ancora alle prese con quelle dell’Aquila che erano 75 mila e dell’Emilia dove erano poco più di 41 mila.

E dire che governo, partiti di maggioranza, sindaci hanno deriso e condannato la decisione di Roma che proprio come Monti prima aveva declinato con decisione la candidatura ai giochi olimpici, considerati un costo economico e ambientale inopportuno, anche nella sua qualità di formidabile occasione di insaziabile magna magna per le cordate dei soliti noti, corruttori, speculatori, opportunisti sempre in azione anche sotto forma di sciacalli e iene ridenti. Invece con uno di quegli sfrontati ribaltoni, ecco che lo stesso timore di precipitare nella voragine del malaffare avrebbe motivato ritardi inadempienze incapacità e pure delle trovate particolarmente infami come quella di assegnare le famose e attese casette di legno tramite riffa in piazza.

Qualcuno quelle casette le avrà anche vinte e regolarmente. Peccato che a Visso non ci sono, che ad Amatrice e Norcia dove le prime dovevano essere installate a dicembre per “regalare” un Natale sereno a qualche senza tetto,  ne sono pervenute a marzo inoltrate 188 e anche quelle hanno problemi di fornitura di gas e acqua, che delle oltre 3600 ordinate per i 51 comuni del cratere ne sono state consegnate poco più di 290 e nessuna nelle Marche. E quando arriveranno e se arriveranno  le altre, quando su qualche casa potranno iniziare i lavori di consolidamento e restauro anche grazie ai 30 milioni raccolti con le donazioni private, affacceranno su montagne di detriti perché    ci sono 2,3 milioni di tonnellate di macerie da rimuovere: da quel 24 agosto la macchina dell’emergenza è stata in grado di portarne via 176mila e 700, meno dell’8 per cento. Nel Lazio hanno cominciato a novembre: tolte 98mila su un milione; in Umbria 3.700 su 100mila; in Abruzzo 10mila su 100mila. Nelle Marche sono partiti solo ad aprile: a oggi hanno raccolto appena 65mila tonnellate su un milione, il 6,5 per cento del totale.

Certamente i soldi non sono tanti: l’Ue ha appena impegnato1,2 miliardi che potrebbero essere erogati entro agosto e che si aggiungono ai 530 milioni stanziati dal governo, perché c’è emergenza e emergenza e c’è salvataggio e salvataggio, così quello delle banche sleali e criminali vale meno di quello dei cittadini del Centro Italia, espulsi, esuli, abbandonati. Ma pochi o tanti vanno spesi e bene.

Dopo le prime visite pastorali,  commosse e solidali, leader, ministri, parlamentari sono spariti.  E pure Errani – l’ultima apparizione è di aprile a Amatrice – forse smarrito nei meandri del Ddl 189 del governo Renzi, successivamente modificato tre volte, dal decreto Gentiloni, dalla Finanziaria, dalla “manovrina”. Si dice in difficoltà per via dell’instabilità del suo partito. Forse inadeguato o stranito se addirittura dice che il governo dell’emergenze e della ricostruzione è più avanti che in Emilia, da dove è stato chiamato in qualità di commissario straordinario proprio per la sua esperienza di successo. E che rassicura che l’odiosa tassa di successione non si dovrà pagare, che le opere possono cominciare, ma che vanno rispettate le regole, comprese quelle che prevedono più di 10 passaggi soltanto per decidere la collocazione delle casette  e l’acrobatica capacità di districarsi nella miriade di organismi e enti preposti ai diversi livelli decisionali e  di controllo. La visita al suo sito istituzionale è poco tranquillizzante salvo per chi si affida alla divina provvidenza tramite devote preghiere, visto che l’ultimo comunicato molto pubblicizzato concerne la messa in sicurezza delle chiese danneggiate in modo da garantire la continuità dell’esercizio di culto.

Difficile credere che i fedeli saranno molti: troppi sono i paesi fantasma dove nessuno è tornato e dove nessuno tornerà, perché le stalle sono crollate, le bestie morte di fame  e freddo, le imprese artigiane chiuse, le aziende alimentari serrate . le strade interrotte con le voragini aperte dietro i cartelli “Emergenza sisma”, macarbi cartelloni pubblicitari dell’impotenza, della incapacità, meglio ancora della volontà di non fare, per un disegno perverso, quello di fare di quest’area un museo a cielo aperto, senza attività produttive con gli abitanti retrocessi a comparse del tableau vivant del pingue e laborioso paesaggio del centro Italia convertito in percorso del turismo religioso, la abitazioni trasformate in accoglienza, le greggi pronte per una riedizione dell’intervallo o per una ricostruzione virtuale del presepe.

Così siamo prossimi a rimpiangere l’autoritarismo decisionale di Zamberletti e perfino il discutibile dinamico affaccendarsi di Bertolaso. È che i sociologi si sono sprecati nell’indagare l’utilità irrinunciabile per il potere   degli stupidi funzionali, indispensabili alle imprese perché ispira la rinuncia a spirito di iniziativa per sconfinare nella cieca ubbidienza, l’abiura di critica e giudizio per ripiegare nella fidelizzazione.  Ma questi sono inetti funzionali, ministri, regioni, commissari e autorità straordinarie, gli addetti del potere, polittici, universitari,  giornalistici ed editoriali; oltre naturalmente ai politici.

Sono loro che mantengono inalterata, che anzi incrementano la sconnessione drammatica tra livello istituzionale e livello sociale. È il loro contesto istituzionale  che   trattano la gente e i suoi interessi, desideri, bisogni come un fattore di disturbo, che   sopperiscono  con ‘narrazioni’ agli esiti disastrosi delle misure che impongono, che hanno scoperto la qualità formidabile del non fare. E non per la paura di sbagliare, ma perché è così che comandano i loro padroni, intenti a svuotare il loro territorio dal fastidioso e esigente popolo, a delocalizzarlo come si faceva con gli eserciti mercenari così affamati da rischiare la vita per la gavetta, a avvilirlo con tasse e balzelli, a depredarlo di casa e terra, destinati ad altri come loro, perché sia sancito che non abbiamo diritto a niente, solo a fatica, ubbidienza, paura senza ieri né domani-

 

 


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