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Gli stamponi rossi e il buio a mezzogiorno

Immagine 006oriPer molti è stata dura: avendo conosciuto e concepito la politica non come sistema di idee e di orizzonti, ma alla luce dell’antiberlusconismo, secondo un copione tanto più facile quanto più grottesca, infame e ridicola era la figura del Cavaliere, per quasi sette anni si sono sentiti spiazzati e spaesati, privi di bersaglio perché tutti i governi della reazione da Monti in poi erano fieramente appoggiati dal Pd o erano espressione diretta di questo partito nato da un marketing  politico a dir poco equivoco che in sostanza conservava i topoi della vecchia e vera sinistra depurati però da un sistema di pensiero sociale antagonista al capitalismo e dunque ridotti a chincaglieria o a giocattoli come lo sono i modellini rispetto agli originali. Fare il tifo per Bersani o per altri, Vendola compreso, in contrasto con Renzi o Letta  era davvero poca cosa, una questione di sfumature, non dava vera soddisfazione oltre a non essere praticabile negli spazi patinati e così la critica e la cosiddetta satira sono rimasti nel gargarozzo, “riproponendosi” di tanto in tanto come i peperoni, ma rimanendo in un sistema digerente che ha finito per accettare qualsiasi cosa.

La nascita del governo Conte è stato come un risarcimento per queste pene esistenziali, si poteva riprendere a fare politica come ai bei tempi, senza esprimere alcuna prospettiva sociale complessiva, ma come simulazione. Oh si la campanella è suonata e si può tornare a giocare. Così i social sono inondati di sberleffi verso Salvini, Di Maio e compagnia cantante, mai argomentando l’intervento, ma semplicemente asserendo questo o quello, facendo sfoggio di tutti i più scontati istinti borghesi, come si sarebbe detto una volta, nell’assoluta incapacità di avere una visione complessiva e dando l’impressione di essere così ingenui da credere che il casus belli sia davvero l’immigrazione o che il problema si risolva con l’infermierismo navale, così come alcuni pensano che la povertà si risolva con l’obolo al mendicante.  Una bella soddisfazione per questo ceto medio della resa che nemmeno si accorge di fare il gioco del grande capitale e la cui concezione della politica è già oligarchica ossia uno scontro tra elites e gruppi dirigenti che non esprimono diverse concezioni del mondo, ma che si battono per il potere all’interno degli stessi presupposti. Si tratta nient’altro che di tifo.

A ben vedere questo latrare, preferibilmente portato avanti con stamponi rossi contenenti a mala pena qualche parola o qualche motto, che cercano il mi piace dei propri simili, è una degringolade non da poco, visto che sull’esecutivo, sulle sue promesse incerte e contraddittorie, sui suoi ambigui sistemi di pensiero ci sarebbe molto da dire e da articolare. Ma d’altronde portare argomenti al posto dei semplici cachinni è un’impresa davvero ardua perché se il governo fa in sostanza le stesse cose dei precedenti non ci sarebbe ragione di polemica se non quella di derivazione clientelare, se al contrario fa cose in direzione diversa e più conforme alle richieste popolari questi Contras del renzismo e del berlusconismo si ritroverebbero isolati. Se tali persone così volonterose nelle loro rudimentali e puntuate indignazioni avessero una qualche cultura politica si renderebbero conto che qualsiasi cambiamento reale non può essere ottenuto all’interno dei gruppi di potere, ma solo con la comparsa di soggetti tradizionalmente subalterni decisi a contrastare le oligarchie tradizionali: così è stato alla fine del Settecento per la piccola borghesia urbana e un secolo dopo per i movimenti operai. Oggi questo stesso ruolo di fronteggiamento del capitalismo è ricoperto da masse popolari in qualche modo prive di bussole di classe perché immerse nella società liquida del denaro e dello sfruttamento, che esprimono progressiva avversione per la socialtecnocrazia nelle sue varie incarnazioni, compresa quella europea. che in effetti è il reale sistema di governo in occidente.

Poco importa se l’ elite che questo magmatico blocco ha espresso agli inizi non è all’ altezza del compito o lontano da esso perché in queste condizioni di lunga caduta della politica non si può che ricorrere al bricolage, non è certo questa la cosa fondamentale: rimane il fatto che oggi una vasta panoplia sociale non fa più parte della logica dei “due terzi” , una formula che prese vita alla fine degli anni ’70 e fu per così dire all’origine del compromesso storico quando il Pci si rese contro di non poter arrivare al potere basandosi soltanto sulle classi popolari più disagiate perché i due terzi della società stava benissimo, bene, benino, non male  o nella più parte dei casi sperava di arrivare a questa condizione. In un certo senso proprio l’affievolimento della tensione sociale che per qualche anno  lasciò spazio alla disperazione del terrorismo, fu all’origine della conquista egemonica del neoliberismo e ha portato col tempo a un’inversione della condizione generale grazie alla quale oggi i due terzi stanno malissimo, male, non bene o temono di essere trascinati verso il basso. Si tratta di un cambiamento radicale la cui progressiva consapevolezza  viene percepita con  terrore dall’ 1 per cento che tiene le redini, con preoccupazione dal 10% che avvolge come carta argentata questo nucleo di oligarchi e viene totalmente ignorato dalla parte rimanente di quel terzo che ancora rimane a galla e a cui è sfuggita questa mutazione. L’insieme di queste condizione viene esorcizzato con la parola populismo che i ceti direttamente subalterni alle oligarchie usano a man bassa come un mantra, ma che quanto a complessità è un tantino al di sotto dell’ “arbitro cornuto” delle curve da stadio. D’altronde la storia è piena di  gruppi sociali che hanno lavorato con grande alacrità contro se stessi, perché come si sa il buio più fitto lo si raggiunge a mezzogiorno.

 

 

 

 

 

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