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La lunga strada della Liberazione

E’ sempre difficile definire un successo o un insuccesso perché i due concetti si collegano strettamente alle aspettative che si hanno o che sventatamente si creano: per esempio Salvini e Meloni che avevano burbanzosamente asserito di voler stravincere, passano ora per perdenti avendo solamente vinto. Dunque non saprei dire se la marcia per la liberazione, di ieri sia sta un successo: da un certo punto di vista radunare parecchie migliaia di persone in piazza, ( non duecento come scrive la Repubblica delle maschere ) accusate di essere  immorali in qualità di untori e minacciati apertamente dal capo in testa delle forze dell’ordine pandemico, è certamente un successo in un’Italia che si lascia docilmente portare al macello. Dall’altra parte però non mi è sembrato il sintomo di un Paese che ha le capacità di risvegliarsi davvero, quanto un collage di proteste e di visioni tenute assieme dalla malta della scellerata e anti costituzionale gestione della pandemia, che per paradosso alla fine è stato il tema meno trattato in assoluto, il che è un pessimo segno. .

Niente a che vedere insomma con le grandi manifestazioni che si sono avute in Germania con milioni di persone scese a protestare senza maschere, senza distanziamenti e tutte stranamente rimaste in ottima salute. Si è tentato di descrivere queste persone come nazisti e gente di estrema destra da parte di una informazione vergognosa, ma non è questione di decostruire le balle di sistema, perché il numero dei manifestanti riflette  la capacità di un’intera società di sviluppare anticorpi contro i bacilli e virus del potere, quando essi si spingono troppo oltre nel tessuto dell’intelligenza e cercano di sottrarre libertà e dignità alle persone. In Germania fin da subito si sono create associazioni di medici che hanno denunciato l’assoluta sproporzione degli allarmi e delle misure di contenimento in relazione alla patogenicità del Sars Cov 2: già a maggio la Ärzte für Aufklärung, che potremmo tradurre con medici per la verità ( qui il loro sito ) contava  6000 membri e invitava alla resistenza contro la narrazione pandemica, la messa in mora della Costituzione e contro il ricatto del vaccino. Anche al Ministero degli interni, alcuni alti funzionari non si sono sentiti di mantenere segreto un rapporto esplosivo del governo secondo il quale:  “Il nuovo virus presumibilmente non ha mai rappresentato per la popolazione un rischio maggiore rispetto alla normalità e uccide le persone che  sarebbero morte  statisticamente quest’anno sia per  l’eta molto avanzata sia per la debolezza di organismi che non possono più far fronte a uno stress  casuale fra cui  i circa 150 virus attualmente in circolazione. La pericolosità di Covid-19 è stata sopravvalutata.  Probabilmente abbiamo a che fare con un falso allarme globale che a  lungo non è stato rilevato”.

Ma sia pure in regime di coprifuoco informativo i media sono molto più disponibili che da noi ad offrire prospettive diverse: per esempio pochi giorni fa è stato diffuso uno studio dell’Università di Tubinga secondo il quale i blocchi effettuati in primavera sono stati completamente inutili visto che l’81% per cento della popolazione ha delle difese immunitarie crociate derivanti dalle normali infezioni da altri coronavirus ( il più diffuso è quello del  raffreddore) che sono molto simili fra loro. Insomma anche chi non è venuto a contato col virus ha comunque un certo grado di immunità, cosa che spiega benissimo perché nel 95% dei casi il contagio è de tutto asintomatico. Questa tesi è stata supportata anche da una ricerca condotta  dall’Istituto di immunologia di La Jolla, in California. In televisione il virologo Hendrik Streeck ha potuto affermare che non c’alcun bisogno di allarmarsi per la diffusione dei contagi anche se il loro numero sembra drammatico proprio per le scarse conseguenze del contatto col virus, mentre Andreas Gassen membro del consiglio dell’Associazione dei medici dell’assicurazione sanitaria obbligatoria ha detto: “In Germania non c’è l’eccesso di mortalità, cioè non muoiono più persone che in qualsiasi altro anno senza coronavirus “.

Da noi a parte quei quattro o cinque personaggi ormai messi all’indice dagli organi di disinformazione mainstream non possono circolare  nemmeno accenni di verità  alternative o diciamo pure di verità pura e semplice, non c’è insomma un minimo tentativo di ribellione da parte della classe medica. E anche quei camici bianchi  che hanno osato spezzare il ferreo circolo dell’omertà pandemica, hanno dovuto fare marcia indietro più o meno parziale, ricattati dalla governance politico – sanitaria. Diciamo la verità in un Paese così abituato a servire, a piegarsi e che in qualche caso fa del Covid un’occasione di moda alla stregua della famosa “intolleranza” al glutine, qualche migliaio di persone che non ci stanno, ma che soprattutto osano dirlo invece di mugugnare in silenzio,  sono un miracolo. Ma la liberazione appare davvero lontana.


Facciamo la cosa sbagliata

Visite-Guidate-Parco-dei-MostriProbabilmente la segregazione forzata per via dell’influenza avrà messo a contatto un maggior numero di persone con la produzione di intrattenimento delle centrali di comunicazioni americane, Netflix, Prime e simili, offrendoci un panorama vastissimo e ripetitivo di banalità ribadite in serie in ogni ambiente o subcultura. Il tutto è abbastanza stucchevole, falso, prevedibile, condotto con l’alchimia del politicamente corretto e secondo canoni così ferrei che in ogni storia ovunque essa si svolga deve comparire il nero, la lesbica, il gay, il fluido, il mancino, l’ebreo, il latino, qualche fuggevole comparsa dai tratti asiatici, in un mondo dove la diversità non comporta discriminazione, ma dove anche non conta nulla, annegata dentro una nebbia di omologazione. In qualche modo si tratta di un modo di imperniare tutto sull’identità di gruppo salvo poi negarla e annegarla nell’universalismo ed eccezionalismo estremo occidentale dove ogni differenza si dissolve lasciando solamente materiali residuali.

Un occhio smaliziato coglie subito che tutto questo effluvio di post moderno in via di marcescenza non è espressione di una società aperta, come recita la più nota e influente organizzazione dedita alla diffusione del neo liberismo, bensì di una società mono culturale dove ogni cosa è subordinata al mercato e alle strutture di potere che lo sostengono e naturalmente all’adesione di una ideologia della disuguaglianza economica. Ecco questa differenza non solo non è sbattuta in primo piano per poi essere graziosamente dissolta, ma rimane solidamente presente, come la parte sommersa dell’iceberg. Un testimone muto dell’antropologia che anima il tutto, ovvero la selezione darwiniana al posto dell’etica, l’essere homo homini lupus come stato naturale delle cose che ovviamente favorisce il brodo di coltura in cui tutto questo viene e viene stimolato ad avvenire, ovvero il capitalismo.

A farci caso in queste rappresentazioni favolistiche di un dover essere imposto e narrato, manca una cosa fondamentale: la società. Tutti gli eventi accadono nello spazio del mercato e del capitale, ma paradossalmente non esiste un “essere sociale”: tutto ciò che determina gli esiti di una qualunque vicenda vive in uno spazio individuale, laddove le condizioni sociali effettive non hanno spazio, ma solo quelle biologiche o psicologiche: se qualcuno non fa “la cosa giusta”, espressione letteralmente sibillina, ciò è dovuto  a una genetica sbagliata che ha causato un disturbo mentale oppure a genitori spariti, morti precocemente, violenti o alcolizzati, ma nessun accenno a cosa abbia potuto causare tutto questo al di fuori di una cattiva genetica che non ha permesso evoluzioni migliori e che ha fatalmente costretto alla povertà e alla sconfitta i soggetti di queste “fiabe” per adulti di cui si cerca di evitare la maturazione. Ovviamente la società e i suoi rapporti disuguali non possono e non vengono mai chiamati in causa, per non permettere che vengano alla luce i sistemi strutturati di dominio, uno dei quali è appunto questa produzione di evasione, che tende a trasferire in maniera indiretta e subliminale una visione del mondo. Dunque non c’è solo il politicamente corretto, ma anche il narrativo corretto nel quale occorre cancellare l’esistenza di diritti sociali e di mantenere solo quelli strettamente individuali. Che anzi nega l’esistenza stessa di una società e dove le “regole” esclusivamente dettate dalla necessità del mercato, ovvero della natura ultima dell’uomo. Insomma una sorta di giusnaturalismo ideologico.

Tutto questo ovviamente non accade da ieri, ma da decenni, da quando la produzione in  serie di ogni tipo di comunicazione, in mano a pochissime persone, ha permesso di diffondere una visone del mondo che ha alla sua radice la disuguaglianza economica, la riduzione della libertà nei confronti del potere e la tendenziale mancanza di discriminazione nei confronti delle variabili non direttamente economiche, simulando una sorta di relativismo dei valori. Ma dal momento che questa stessa visione dichiara l’economico e il mercato motore immobile e originario del tutto, ecco che tutto questo si presenta come artefatto, come marginale nel quale le differenze sono accettabili proprio in quanto marginali. Non è certo un caso che la sinistra salottiera consideri le religioni come il vero ostacolo al progressismo e alla scomparsa del pregiudizio, non solo perché esse conservano parole che non sono riducibili al mercato, ma perché sono in concorrenza con la sottostante ideologia mercatista. E anche uscendo dall’ambito metafisico ecco che lo spirito di cittadinanza e di comunità, collegati al sociale e non giocate sul tavolo delle futilità individuali o di gruppo , viene indicata come malvagio populismo e sovranismo. Naturalmente solo pochi tra quelli che lanciano queste accuse si rendono conto del contesto in cui usano le loro parole: non sono narratori, ma banditori inconsapevoli che agiscono dentro la stessa favola.


La prevalenza del cretino

CRETINO-3-1024x723Definire il cretino è forse ancora più arduo che definire l’intelligenza, perché si tratta di una condizione sfuggente, contorta, che coglie sempre di sorpresa e da cui nessuno può dirsi immune perché le vaccinazioni non durano a lungo e vanno richiamate durante tutto il corso della vita: non di meno il cretino e il cretinismo sono elementi necessari al potere che opera perché tali qualità siano il più diffuse possibile, anzi siano di massa. Naturalmente per cretino non possiamo intendere le persone con deficit intellettuali, sarebbe troppo facile anche perché si tratta di una qualità relativa e non assoluta: si può essere cretini ignoranti e cretini coltissimi, cretini torpidi e cretini brillanti: per arrivare a una definizione dobbiamo riferirci all’origine della parola che deriva dal franco . provenzale crétin, lemma che è una variante diatopica di chrétien ovvero cristiano.

Per capire come si sia passati dall’uno all’altro significato si deve dire che in tutta l’area linguistica in questione che potremmo grosso modo circoscrivere tra la valle del Rodano e le Alpi, compresa parte della Svizzera e la Valle D’Aosta  era abbastanza comune a livello endemico  l’ipotiroidismo congenito che negli annali medici è appunto chiamato cretinismo. Secondo alcuni dunque la traslazione di significato si spiega per eufemismo: per identificare i malati la parola veniva utilizzata nel senso commiserativo di “povero cristo”’; per altri cristiano in quel senso veniva usato come sinonimo di creatura umana di cui non era possibile ed era meglio non dire altro. Tuttavia al tempo della nascita del doppio significato le persone in quella condizione erano anche quelle più legate alla devozione e all’azione caritativa delle varie articolazioni della chiesa: erano dunque in qualche modo i cristiani perfetti incarnando la virtù evangelica della rassegnazione, della sopportazione, della tolleranza a ingiustizie e soprusi, del subire il male chinando il capo e accettare per amor di Dio ogni angheria e prepotenza. Essi per necessità e per impossibilità erano in qualche modo i testimoni perfetti di una fede che non potevano comprendere e praticare se non attraverso la ritualità.  Anche ammesso che la famosa frase del porgere l’altra guancia avesse questo significato e non fosse invece desunto dalle necessità dell’imperio religioso.

E’ in questo senso che si è formata l’equivalenza cristiano – cretino che tuttavia è valida in altri contesti storico – sociali e senza la necessità della malattia, anzi pur essendo sani come pesci: essere cretini è sostanzialmente non essere in grado di uscire dal contesto in cui si è, non riuscire a riconoscerlo e affrontare i problemi che pone, prenderlo insomma come dato ineludibile e indiscutibile al quale al massimo si può aggiungere qualche postilla, che conosce insomma l’adesione e non l’evoluzione, dunque finisce per essere  vittima di entrambe. Ma lo può fare con estrema intelligenza, riducendo la propria residua vitalità negli interstizi del sistema dove può spacciare come generico segno di individualità il protervo perseguimento dei propri comodi o l’ostensione del proprio conformismo.

Inutile dire che questa situazione è presente in ogni contesto, compresi quelli che come loro normalità propongono il cambiamento ed è anche superfluo rilevare come questa condizione sia quella più favorevole a qualsiasi tipo di potere, cosa che del resto è testimoniata dal fatto che il livello di cretinaggine è oggi spesso proporzionale al successo acquisito visto che il discorso pubblico nella sua più ampia accezione, dal politico alla spettacolare, ammesso che ci sia una qualche differenza, è pienamente in mano a chi tira i fili. Il cretino non è una figura individuale, come è stato spesso interpretato, è al contrario una funzione sociale come del resto lo era in qualche modo al momento della nascita della parola, non si misura con Qi, perché la persona intelligente per prima cosa avrebbe più di un dubbio su questi strumenti di misurazione.  Non per nulla all’etimologia proposta in apertura se ne oppone un’altra convergente, anche se in modo più sottile: cretino deriverebbe dal tedesco kreidling, formatosi su Kreide che voleva dire creta e oggi è usato esclusivamente per gessetto: questo riporta immediatamente alla malleabilità del materiale che è anche la malleabilità morale e politica, tanto che nelle Sorelle Materassi , Palazzeschi fa dire loro nei confronti di una beghina ” era cretina… un pezzo di mota incapace di sentir qualche cosa per chicchessia”.

Quindi il rincretinimento è una delle linee guide del potere che oggi ha assunto una dimensione titanica e spettacolare per via dell’onnipresenza mass mediatica, lo strumento di una suadente dittatura del consumo della quale le nemmeno ci si accorge più.

 


Attenti al panurgo che c’è in voi

depositphotos_13296145-stock-photo-panurge-sheepsOggi voglio tentare un’idea disperata: introdurre l’uso di una parola non inglese in questo italiano disarticolato, primitivista e allo stesso tempo barocco grazie all’opera della Rai che dopo essersi venduta i congiuntivi per fare populismo e audience,  si è dedicata alle più scialbe ridondanze tipo giovane ragazza o locuzioni inutili come” quello che è” una certa cosa. Bene mi piacerebbe che venissero accolte le parole panurgismo e panurgo, entrate nel francese, nello spagnolo e nel portoghese sulla scia della saga rabelesiana di Gargatua e Pantagruel. Da noi quella straordinaria serie romanzi ha lasciato solo l’aggettivo pantagruelico, ma sarebbe quanto mai opportuno cominciare ad usare i nuovi lemmi, derivati dal personaggio di Panurge,  essendo straordinariamente utili a descrivere la realtà, anche se non proprio bellissime. Nelle altre lingue citate l’aggettivo e il sostantivo hanno ormai cinque secoli e si sono fossilizzati in Francia col significato di spirito gregario, di “pecorismo” se vogliamo continuare nell’invenzione linguistica a causa di una delle avventure del personaggio, mentre nella penisola iberica il significato ha virato verso la bricconeria.

Si tratta di due estremi che non colgono nel suo insieme l’ambiguità del personaggio di Panurge che è al contempo un assoluto gregario di Pantagruel e un inquieto imbroglione, tradurle, importarle significa attualizzarle. Estrapolando dal tempo in cui fu creato per rispondere alle esigenze metaforiche di allora, possiamo dire che si tratta di una persona che vive dentro una sfera di accettata subalternità, pur permettendosi dentro di essa tutte quelle azioni che la negano sia verso gli altri che verso se stessi. Panurge non inventa, non crea, non cambia nulla non ha alcuna idea di futuro, si adegua alla volontà padrone, ma lo fa in modi che a lui sembrano innovativi e che lo distolgono dal sentire il peso della propria dipendenza. Se ci pensiamo le generazioni dagli anni ’80 in poi sono splendidamente panurgiche: persa l’idea di futuro e di cambiamento sociale hanno sostituito  questo vuoto con un vorticoso quanto inutile gioco di sostituzione, sia esso il prodotto tecnologico di ultima generazione ancorché inutile o il modo di vestirsi, di atteggiarsi, di avere opinioni, di tatuarsi, di inseguire sogni, di vivere i rapporti personali, sentimentali e della riproduzione culturale. Al vecchio perbenismo borghese che indicava la sicurezza di una normalità definita e circoscritta, anche se pagata a caro prezzo, si è sostituito il conformismo dell’essere diversi, unici, non accorgendosi di vivere nell’era più omologata che si ricordi dove il feticismo della merce è stato introiettato negli uomini merce.

Sballandosi per bene con ogni mezzo possibile si diventa creativi, talentuosi, sognatori di gregge, pronti ad essere terribilmente uguali agli altri, a sentirsi niente senza modelli da imitare. Alcuni pensatori della prima metà del secolo scorso hanno creduto che il conformismo – in contrasto col tradizionalismo – fosse il male oscuro dell’era della tecnica, una tipica modalità di omologazione appiattita sul presente e prigioniera di simboli di astorica universalità che lascia all’emotività tutto lo spazio sostituendo l’emulazione con l’imitazione che come sosteneva Max Weber non è un vero e proprio agire sociale. Ma probabilmente si tratta invece di un approdo scontato delle logiche capitaliste e della loro evoluzione: basta vedere in che modo sono state triturate le ideologie politiche dal pensiero unico e come proprio quelle che avrebbero dovuto fare barriera sono diventate le più conformiste. Potrebbe magari sembrare un paradosso ma l’enorme attribuzione di valore ai singoli individui a scapito della società e della solidarietà si può realizzare solo se questi individui escono da una catena di montaggio e affidano ai gadget la propria “personalizzazione”. D’altro canto non esiste più uno spazio sociale nel quale il conformarsi possa essere in qualche modo mediato, contrattato, diversificato dal momento che esso è stato stato sostituito da un più rigido piano rituale.

Gli individui oggi sono liberi da tutto tranne che dal mercato il quale definisce l’orizzonte mondo e interazioni che vi si svolgono: si è liberi di non esserlo nelle forme più originali possibili. Un panurgo lo si riconosce immediatamente ed è meraviglioso poter sostituire con un’unica parola un trattato di sociologia.


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