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La prevalenza del cretino

CRETINO-3-1024x723Definire il cretino è forse ancora più arduo che definire l’intelligenza, perché si tratta di una condizione sfuggente, contorta, che coglie sempre di sorpresa e da cui nessuno può dirsi immune perché le vaccinazioni non durano a lungo e vanno richiamate durante tutto il corso della vita: non di meno il cretino e il cretinismo sono elementi necessari al potere che opera perché tali qualità siano il più diffuse possibile, anzi siano di massa. Naturalmente per cretino non possiamo intendere le persone con deficit intellettuali, sarebbe troppo facile anche perché si tratta di una qualità relativa e non assoluta: si può essere cretini ignoranti e cretini coltissimi, cretini torpidi e cretini brillanti: per arrivare a una definizione dobbiamo riferirci all’origine della parola che deriva dal franco . provenzale crétin, lemma che è una variante diatopica di chrétien ovvero cristiano.

Per capire come si sia passati dall’uno all’altro significato si deve dire che in tutta l’area linguistica in questione che potremmo grosso modo circoscrivere tra la valle del Rodano e le Alpi, compresa parte della Svizzera e la Valle D’Aosta  era abbastanza comune a livello endemico  l’ipotiroidismo congenito che negli annali medici è appunto chiamato cretinismo. Secondo alcuni dunque la traslazione di significato si spiega per eufemismo: per identificare i malati la parola veniva utilizzata nel senso commiserativo di “povero cristo”’; per altri cristiano in quel senso veniva usato come sinonimo di creatura umana di cui non era possibile ed era meglio non dire altro. Tuttavia al tempo della nascita del doppio significato le persone in quella condizione erano anche quelle più legate alla devozione e all’azione caritativa delle varie articolazioni della chiesa: erano dunque in qualche modo i cristiani perfetti incarnando la virtù evangelica della rassegnazione, della sopportazione, della tolleranza a ingiustizie e soprusi, del subire il male chinando il capo e accettare per amor di Dio ogni angheria e prepotenza. Essi per necessità e per impossibilità erano in qualche modo i testimoni perfetti di una fede che non potevano comprendere e praticare se non attraverso la ritualità.  Anche ammesso che la famosa frase del porgere l’altra guancia avesse questo significato e non fosse invece desunto dalle necessità dell’imperio religioso.

E’ in questo senso che si è formata l’equivalenza cristiano – cretino che tuttavia è valida in altri contesti storico – sociali e senza la necessità della malattia, anzi pur essendo sani come pesci: essere cretini è sostanzialmente non essere in grado di uscire dal contesto in cui si è, non riuscire a riconoscerlo e affrontare i problemi che pone, prenderlo insomma come dato ineludibile e indiscutibile al quale al massimo si può aggiungere qualche postilla, che conosce insomma l’adesione e non l’evoluzione, dunque finisce per essere  vittima di entrambe. Ma lo può fare con estrema intelligenza, riducendo la propria residua vitalità negli interstizi del sistema dove può spacciare come generico segno di individualità il protervo perseguimento dei propri comodi o l’ostensione del proprio conformismo.

Inutile dire che questa situazione è presente in ogni contesto, compresi quelli che come loro normalità propongono il cambiamento ed è anche superfluo rilevare come questa condizione sia quella più favorevole a qualsiasi tipo di potere, cosa che del resto è testimoniata dal fatto che il livello di cretinaggine è oggi spesso proporzionale al successo acquisito visto che il discorso pubblico nella sua più ampia accezione, dal politico alla spettacolare, ammesso che ci sia una qualche differenza, è pienamente in mano a chi tira i fili. Il cretino non è una figura individuale, come è stato spesso interpretato, è al contrario una funzione sociale come del resto lo era in qualche modo al momento della nascita della parola, non si misura con Qi, perché la persona intelligente per prima cosa avrebbe più di un dubbio su questi strumenti di misurazione.  Non per nulla all’etimologia proposta in apertura se ne oppone un’altra convergente, anche se in modo più sottile: cretino deriverebbe dal tedesco kreidling, formatosi su Kreide che voleva dire creta e oggi è usato esclusivamente per gessetto: questo riporta immediatamente alla malleabilità del materiale che è anche la malleabilità morale e politica, tanto che nelle Sorelle Materassi , Palazzeschi fa dire loro nei confronti di una beghina ” era cretina… un pezzo di mota incapace di sentir qualche cosa per chicchessia”.

Quindi il rincretinimento è una delle linee guide del potere che oggi ha assunto una dimensione titanica e spettacolare per via dell’onnipresenza mass mediatica, lo strumento di una suadente dittatura del consumo della quale le nemmeno ci si accorge più.

 


Attenti al panurgo che c’è in voi

depositphotos_13296145-stock-photo-panurge-sheepsOggi voglio tentare un’idea disperata: introdurre l’uso di una parola non inglese in questo italiano disarticolato, primitivista e allo stesso tempo barocco grazie all’opera della Rai che dopo essersi venduta i congiuntivi per fare populismo e audience,  si è dedicata alle più scialbe ridondanze tipo giovane ragazza o locuzioni inutili come” quello che è” una certa cosa. Bene mi piacerebbe che venissero accolte le parole panurgismo e panurgo, entrate nel francese, nello spagnolo e nel portoghese sulla scia della saga rabelesiana di Gargatua e Pantagruel. Da noi quella straordinaria serie romanzi ha lasciato solo l’aggettivo pantagruelico, ma sarebbe quanto mai opportuno cominciare ad usare i nuovi lemmi, derivati dal personaggio di Panurge,  essendo straordinariamente utili a descrivere la realtà, anche se non proprio bellissime. Nelle altre lingue citate l’aggettivo e il sostantivo hanno ormai cinque secoli e si sono fossilizzati in Francia col significato di spirito gregario, di “pecorismo” se vogliamo continuare nell’invenzione linguistica a causa di una delle avventure del personaggio, mentre nella penisola iberica il significato ha virato verso la bricconeria.

Si tratta di due estremi che non colgono nel suo insieme l’ambiguità del personaggio di Panurge che è al contempo un assoluto gregario di Pantagruel e un inquieto imbroglione, tradurle, importarle significa attualizzarle. Estrapolando dal tempo in cui fu creato per rispondere alle esigenze metaforiche di allora, possiamo dire che si tratta di una persona che vive dentro una sfera di accettata subalternità, pur permettendosi dentro di essa tutte quelle azioni che la negano sia verso gli altri che verso se stessi. Panurge non inventa, non crea, non cambia nulla non ha alcuna idea di futuro, si adegua alla volontà padrone, ma lo fa in modi che a lui sembrano innovativi e che lo distolgono dal sentire il peso della propria dipendenza. Se ci pensiamo le generazioni dagli anni ’80 in poi sono splendidamente panurgiche: persa l’idea di futuro e di cambiamento sociale hanno sostituito  questo vuoto con un vorticoso quanto inutile gioco di sostituzione, sia esso il prodotto tecnologico di ultima generazione ancorché inutile o il modo di vestirsi, di atteggiarsi, di avere opinioni, di tatuarsi, di inseguire sogni, di vivere i rapporti personali, sentimentali e della riproduzione culturale. Al vecchio perbenismo borghese che indicava la sicurezza di una normalità definita e circoscritta, anche se pagata a caro prezzo, si è sostituito il conformismo dell’essere diversi, unici, non accorgendosi di vivere nell’era più omologata che si ricordi dove il feticismo della merce è stato introiettato negli uomini merce.

Sballandosi per bene con ogni mezzo possibile si diventa creativi, talentuosi, sognatori di gregge, pronti ad essere terribilmente uguali agli altri, a sentirsi niente senza modelli da imitare. Alcuni pensatori della prima metà del secolo scorso hanno creduto che il conformismo – in contrasto col tradizionalismo – fosse il male oscuro dell’era della tecnica, una tipica modalità di omologazione appiattita sul presente e prigioniera di simboli di astorica universalità che lascia all’emotività tutto lo spazio sostituendo l’emulazione con l’imitazione che come sosteneva Max Weber non è un vero e proprio agire sociale. Ma probabilmente si tratta invece di un approdo scontato delle logiche capitaliste e della loro evoluzione: basta vedere in che modo sono state triturate le ideologie politiche dal pensiero unico e come proprio quelle che avrebbero dovuto fare barriera sono diventate le più conformiste. Potrebbe magari sembrare un paradosso ma l’enorme attribuzione di valore ai singoli individui a scapito della società e della solidarietà si può realizzare solo se questi individui escono da una catena di montaggio e affidano ai gadget la propria “personalizzazione”. D’altro canto non esiste più uno spazio sociale nel quale il conformarsi possa essere in qualche modo mediato, contrattato, diversificato dal momento che esso è stato stato sostituito da un più rigido piano rituale.

Gli individui oggi sono liberi da tutto tranne che dal mercato il quale definisce l’orizzonte mondo e interazioni che vi si svolgono: si è liberi di non esserlo nelle forme più originali possibili. Un panurgo lo si riconosce immediatamente ed è meraviglioso poter sostituire con un’unica parola un trattato di sociologia.


Madre mercato

_1_f74ee764C’erano una volta le mamme castranti, una vera benedizione per psicanalisti, cinema e letteratura che potevano essere usata per una serie infinita di prodotti dal libro d’introspezione come per Psyco, ma la situazione è cambiata e abbiamo tutti una stessa madre matrigna castrante che è il mercato e solo in questo senso siamo tutti fratelli  e al tempo stesso completamente estranei fra di noi. Che questa società venga chiamata del consumo, dello spettacolo o del desiderio, l’implacabile irruzione del neoliberismo ha distrutto gli spazi intermedi tra individui e mercato ovvero famiglia, corporazioni, sindacati, comunità, Paesi, famiglie, favorendo la proliferazione dei bisogni indotti e l’ atomizzazione delle persone, creando persino un nuovo linguaggio che lascia intravedere questo nuovo rapporto fra il nostro io e la produzione di merci e servizi: spesso l’esorbitante uso dell”inglese fa appunto riferimento a questa neolingua e alle sue sintassi che si sono create al centro del capitalismo di scuola neoliberista, insomma alla traduzione originaria. La stessa libertà diventa semplicemente l’orizzonte di una potenziale soddisfazione di desideri infiniti peraltro creati come una droga: se fino a qualche decennio fa la produzione di stupefacenti del consumo era, per così dire, ancora artigianale, le possibilità offerte dalle nuove tecnologie informatiche e dalle risorse delle neuro scienze hanno aumentato di molto le possibilità predittive per cui alle persone diventa di fatto impossibile sfuggire  a questa gabbia, se non avvertono la presenza di nuovi orizzonti.

Più ci si sente soli e isolati,  più si trova conforto attraverso il consumo guidato e gridato in ogni angolo della vita quotidiana dove, come ben sappiamo, le vetrine luccicanti e seducenti ci inseguono anche bei recessi più intimi delle case, innescando un circolo vizioso forte come una catena di acciaio che allinea la libertà degli individui agli interessi di un capitale sempre più accentrato in poche mani, perché non c’è alcun dubbio che l’infernale meccanismo cerchi di orientare i modelli comportamentali in maniera che si adattino perfettamente a quelli previsionali del mercato. La vecchia idea, peraltro spacciata proprio dal neoliberismo, secondo cui oggetti e servizi, siano essi un telefonino o una trasmissione televisiva, un’auto o un libro, si adattino ai desideri della “ggente” non fa che ribaltare artatamente l’ovvio, ossia che sono queste cose che formano e orientano i nostri desideri e non il contrario. Ecco perché ho scelto l’immagine della madre castrante, perché essa si attaglia benissimo a un modello  che apparentemente non esercita una coercizione esplicita, anzi pare nascere dalla cura e dalla soddisfazione del desiderio, ma che in realtà guida e condizione ogni attimo della vita in modo morbido e protettivo, ancorché qualsiasi reale protezione sia in via di smantellamento. Siamo diventati così prigionieri volontari.  mucche  da latte le cui mammelle forniscono l’unica sostanza che vale per il capitale: il potere d’acquisto. Non a caso l’unico vero problema è costituito dalla sua insufficienza, dal momento in cui ci accorgiamo di essere stati solo adottati per essere messi al giogo, ma questo se è fonte di malcontento non è sufficiente a strappare il velo di Maia, anzi spesso si traduce in una auto colpevolizzazione.

Con l’avvento delle tecnologie informatiche con la virtualizzazione di gran parte  delle relazioni umane che in qualche modo facevano da argine alla costruzione di un vero e proprio panopticon capitalista, la capacità di seduzione è aumentata in maniera esponenziale: la necessità di estrarre sempre più plusvalore ad automatismi di gestione della società e di autoregolamentazione che si costruisce grazie alla digitalizzazione dei flussi tra individui incanalabili a volontà, nelle direzioni più opportune suggerite dal momento. Non c’è da stupirsi se la politica  diventata una parola vuota quando non sospetta o usata da burattini per ambiti marginali rispetto al suo significato originario, mentre autonomia, comunità o libertà sono ormai chimere dentro una condizione di servitù volontaria. Infatti la politica dovrebbe per l’appunto essere quella forma di pensiero del futuro che opera nel presente e grazie alla quale si potrebbero aprire le celle e propiziare un’evasione di massa. Sempre che anche questo non sia diventato letteratura. 


Sinistra, anche la nottola sbadiglia

DracmaE’ da molto tempo che la nottola di Minerva vola  su ciò che rimane della sinistra italiana perché al contrario di quanto pensasse Hegel la consapevolezza anticipa il mondo e non lo descrive, è un’alba, non un tramonto dove i contorni si confondono e il cielo che aveva illuminato il mondo splende solo per contrasto, come fosse un ricordo.  Se non ci fossero France Insoumise, Aufstehen in Germania e Corbyn in Gran Bretagna la partita sarebbe definitivamente persa perché non si può applicare un insieme concettuale efficace in un contesto ad un altro completamente differente senza alcun vettore di varianza: si rischia di essere Amleto in una farsa o un personaggio comico in una tragedia.  Visto che l’uccello della dea plana inquieto fra gli alberi, si confondono concetti generali con casi particolari che hanno segno contrario e si idealizza come proprio ciò che è invece appartiene al nemico.

I casi di scuola li conosciamo benissimo: l’Europa come spettro di un malinteso internazionalismo, del tutto inesistente ormai in quella che è una guerra europea sotto mentite spoglie e la vicenda dell’immigrazione che oltre ad essere causata in gran parte proprio dalle politiche adottate dalla Ue, sia pure in funzione subordinata agli Usa con qualche “cresta” neocoloniale, non viene vista come risultato di un’ideologia e dei suoi strumenti, come risultato di una lunga filiera di sinergie disumane e infine criminali, ma solo sotto il segno ambiguo e spesso ipocrita dell’accoglienza incondizionata in quanto oscuro analogo dello stesso internazionalismo. Cani che si mordono la coda in una gara di bon ton politico, tanto vuoto da lasciare tutto lo spazio politico ad altrettanta confusione come manifestazione di xenofobia e di chiusura identitaria. Mentre fondamentalmente l’identità è la radice di ogni possibile apertura.

Ma le cose non accadono mai per caso, sono frutto di una logica e questa non è nemmeno tanto nascosta, anzi alle volte è chiarissima, in altri casi addirittura dichiarata. Per esempio sull’immigrazione abbiamo un documento delll’Onu del 2000, quindi dell’ultimo anno del XX° secolo, in cui senza minimamente occuparsi delle cause della migrazione che dovrebbe essere la preoccupazione principale di questo organismo, ormai impari rispetto agli ideali, si dice che gli immigrati sono l’unica  soluzione  “per l’invecchiamento e il declino delle popolazioni” che si verifica nell’universo capitalistico, dall’Europa, al Giappone per finire alle sempre più ridotta frazione bianca del Nord America. La cosa impressionante è che non si prende minimamente in considerazione la possibilità di trovare una qualche alternativa all’immigrazione sostitutiva o quanto meno di renderla meno massiccia, per esempio suggerendo modi per incrementare le nascite e meno che mai la possibilità di investimenti seri e non solo bagatellari nei paesi da dove si fugge e così evitare la tragedia delle migrazioni forzate di massa.

La cosa ancora più curiosa è che non c’è alcuna ragione per pensare che l’Europa, ovvero il continente nel complesso più densamente popolato di tutti gli altri debba comunque mantenere o aumentare il numero dei propri abitanti. Proprio questa assenza di elasticità demografica è la spia dell’ideologismo economico che sta dietro a tutto questo: meno abitanti significa mettere in crisi il meccanismo del profitto richiedendo entro certi limiti ( vedi nota)  di rivedere tutti i criteri riguardanti i trattamenti pensionistici e/o l’età a cui essi possono erogati e in generale l’insieme della distribuzione del reddito, senza parlare dei consumi e dunque degli assetti creatisi intorno ad essi. Ma non è soltanto questo: una politica per favorire le nascite e così rallentare o annullare il calo demografico, vuol dire meno precarietà, salari più alti, possibilità di futuro, strutture pubbliche, scuole, sanità e via dicendo che possono essere ottenuti solo grazie a un’inversione di tendenza nella distribuzione della ricchezza cosa che certamente il capitalismo finanziario non può tollerare.

Ecco dunque che l’immigrazione diventa una sorta di panacea del globalismo perché da una parte evita un ritorno allo stato sociale, dall’altro importa eserciti di riserva che contribuiscono ancor più a distruggerlo. E infine sottrae ai Paesi di origine risorse umane preziose in grado di contrapporsi allo sfruttamento selvaggio e ai regimi locali che lo favoriscono. Ovviamente la gente che si accalca sui barconi o sulle navi di organizzazioni che fanno parte integrale di questa logica, non sono spezzoni di ideologia, sono persone che andrebbero trattate come tali, cosa che non accade né per chi li rinchiude, ma ancor meno per chi li trasporta e perpetua un meccanismo schiavista che non è cieco, ma nasce dallo spirito del tempo. Siamo insomma di fronte a  un dramma epocale che fa parte della caduta di speranze e di diritti, ma viene trattato da molta parte della sinistra con  criteri da tour operator, messa a fermentare sotto il capitolo dell’umanità spicciola e di un astratto diritto di movimento. Cose che fanno rivoltare Marx nella tomba e che ormai hanno stufato persino la nottola.

Nota  Dal momento che le società umane sono creazioni dell’uomo non esistono rapporti “naturali” tra vecchi e giovani, ma essi sono determinati dalle strutture economiche. In una società industriale o post industriale la produttività per addetto cresce almeno del 2% anno su anno, quindi in realtà le relazioni tra le varie fasce di età possono essere le più disparate a patto però che si consideri il profitto come una variabile e non come un elemento incomprimibile.


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