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Madre mercato

_1_f74ee764C’erano una volta le mamme castranti, una vera benedizione per psicanalisti, cinema e letteratura che potevano essere usata per una serie infinita di prodotti dal libro d’introspezione come per Psyco, ma la situazione è cambiata e abbiamo tutti una stessa madre matrigna castrante che è il mercato e solo in questo senso siamo tutti fratelli  e al tempo stesso completamente estranei fra di noi. Che questa società venga chiamata del consumo, dello spettacolo o del desiderio, l’implacabile irruzione del neoliberismo ha distrutto gli spazi intermedi tra individui e mercato ovvero famiglia, corporazioni, sindacati, comunità, Paesi, famiglie, favorendo la proliferazione dei bisogni indotti e l’ atomizzazione delle persone, creando persino un nuovo linguaggio che lascia intravedere questo nuovo rapporto fra il nostro io e la produzione di merci e servizi: spesso l’esorbitante uso dell”inglese fa appunto riferimento a questa neolingua e alle sue sintassi che si sono create al centro del capitalismo di scuola neoliberista, insomma alla traduzione originaria. La stessa libertà diventa semplicemente l’orizzonte di una potenziale soddisfazione di desideri infiniti peraltro creati come una droga: se fino a qualche decennio fa la produzione di stupefacenti del consumo era, per così dire, ancora artigianale, le possibilità offerte dalle nuove tecnologie informatiche e dalle risorse delle neuro scienze hanno aumentato di molto le possibilità predittive per cui alle persone diventa di fatto impossibile sfuggire  a questa gabbia, se non avvertono la presenza di nuovi orizzonti.

Più ci si sente soli e isolati,  più si trova conforto attraverso il consumo guidato e gridato in ogni angolo della vita quotidiana dove, come ben sappiamo, le vetrine luccicanti e seducenti ci inseguono anche bei recessi più intimi delle case, innescando un circolo vizioso forte come una catena di acciaio che allinea la libertà degli individui agli interessi di un capitale sempre più accentrato in poche mani, perché non c’è alcun dubbio che l’infernale meccanismo cerchi di orientare i modelli comportamentali in maniera che si adattino perfettamente a quelli previsionali del mercato. La vecchia idea, peraltro spacciata proprio dal neoliberismo, secondo cui oggetti e servizi, siano essi un telefonino o una trasmissione televisiva, un’auto o un libro, si adattino ai desideri della “ggente” non fa che ribaltare artatamente l’ovvio, ossia che sono queste cose che formano e orientano i nostri desideri e non il contrario. Ecco perché ho scelto l’immagine della madre castrante, perché essa si attaglia benissimo a un modello  che apparentemente non esercita una coercizione esplicita, anzi pare nascere dalla cura e dalla soddisfazione del desiderio, ma che in realtà guida e condizione ogni attimo della vita in modo morbido e protettivo, ancorché qualsiasi reale protezione sia in via di smantellamento. Siamo diventati così prigionieri volontari.  mucche  da latte le cui mammelle forniscono l’unica sostanza che vale per il capitale: il potere d’acquisto. Non a caso l’unico vero problema è costituito dalla sua insufficienza, dal momento in cui ci accorgiamo di essere stati solo adottati per essere messi al giogo, ma questo se è fonte di malcontento non è sufficiente a strappare il velo di Maia, anzi spesso si traduce in una auto colpevolizzazione.

Con l’avvento delle tecnologie informatiche con la virtualizzazione di gran parte  delle relazioni umane che in qualche modo facevano da argine alla costruzione di un vero e proprio panopticon capitalista, la capacità di seduzione è aumentata in maniera esponenziale: la necessità di estrarre sempre più plusvalore ad automatismi di gestione della società e di autoregolamentazione che si costruisce grazie alla digitalizzazione dei flussi tra individui incanalabili a volontà, nelle direzioni più opportune suggerite dal momento. Non c’è da stupirsi se la politica  diventata una parola vuota quando non sospetta o usata da burattini per ambiti marginali rispetto al suo significato originario, mentre autonomia, comunità o libertà sono ormai chimere dentro una condizione di servitù volontaria. Infatti la politica dovrebbe per l’appunto essere quella forma di pensiero del futuro che opera nel presente e grazie alla quale si potrebbero aprire le celle e propiziare un’evasione di massa. Sempre che anche questo non sia diventato letteratura. 

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Sinistra, anche la nottola sbadiglia

DracmaE’ da molto tempo che la nottola di Minerva vola  su ciò che rimane della sinistra italiana perché al contrario di quanto pensasse Hegel la consapevolezza anticipa il mondo e non lo descrive, è un’alba, non un tramonto dove i contorni si confondono e il cielo che aveva illuminato il mondo splende solo per contrasto, come fosse un ricordo.  Se non ci fossero France Insoumise, Aufstehen in Germania e Corbyn in Gran Bretagna la partita sarebbe definitivamente persa perché non si può applicare un insieme concettuale efficace in un contesto ad un altro completamente differente senza alcun vettore di varianza: si rischia di essere Amleto in una farsa o un personaggio comico in una tragedia.  Visto che l’uccello della dea plana inquieto fra gli alberi, si confondono concetti generali con casi particolari che hanno segno contrario e si idealizza come proprio ciò che è invece appartiene al nemico.

I casi di scuola li conosciamo benissimo: l’Europa come spettro di un malinteso internazionalismo, del tutto inesistente ormai in quella che è una guerra europea sotto mentite spoglie e la vicenda dell’immigrazione che oltre ad essere causata in gran parte proprio dalle politiche adottate dalla Ue, sia pure in funzione subordinata agli Usa con qualche “cresta” neocoloniale, non viene vista come risultato di un’ideologia e dei suoi strumenti, come risultato di una lunga filiera di sinergie disumane e infine criminali, ma solo sotto il segno ambiguo e spesso ipocrita dell’accoglienza incondizionata in quanto oscuro analogo dello stesso internazionalismo. Cani che si mordono la coda in una gara di bon ton politico, tanto vuoto da lasciare tutto lo spazio politico ad altrettanta confusione come manifestazione di xenofobia e di chiusura identitaria. Mentre fondamentalmente l’identità è la radice di ogni possibile apertura.

Ma le cose non accadono mai per caso, sono frutto di una logica e questa non è nemmeno tanto nascosta, anzi alle volte è chiarissima, in altri casi addirittura dichiarata. Per esempio sull’immigrazione abbiamo un documento delll’Onu del 2000, quindi dell’ultimo anno del XX° secolo, in cui senza minimamente occuparsi delle cause della migrazione che dovrebbe essere la preoccupazione principale di questo organismo, ormai impari rispetto agli ideali, si dice che gli immigrati sono l’unica  soluzione  “per l’invecchiamento e il declino delle popolazioni” che si verifica nell’universo capitalistico, dall’Europa, al Giappone per finire alle sempre più ridotta frazione bianca del Nord America. La cosa impressionante è che non si prende minimamente in considerazione la possibilità di trovare una qualche alternativa all’immigrazione sostitutiva o quanto meno di renderla meno massiccia, per esempio suggerendo modi per incrementare le nascite e meno che mai la possibilità di investimenti seri e non solo bagatellari nei paesi da dove si fugge e così evitare la tragedia delle migrazioni forzate di massa.

La cosa ancora più curiosa è che non c’è alcuna ragione per pensare che l’Europa, ovvero il continente nel complesso più densamente popolato di tutti gli altri debba comunque mantenere o aumentare il numero dei propri abitanti. Proprio questa assenza di elasticità demografica è la spia dell’ideologismo economico che sta dietro a tutto questo: meno abitanti significa mettere in crisi il meccanismo del profitto richiedendo entro certi limiti ( vedi nota)  di rivedere tutti i criteri riguardanti i trattamenti pensionistici e/o l’età a cui essi possono erogati e in generale l’insieme della distribuzione del reddito, senza parlare dei consumi e dunque degli assetti creatisi intorno ad essi. Ma non è soltanto questo: una politica per favorire le nascite e così rallentare o annullare il calo demografico, vuol dire meno precarietà, salari più alti, possibilità di futuro, strutture pubbliche, scuole, sanità e via dicendo che possono essere ottenuti solo grazie a un’inversione di tendenza nella distribuzione della ricchezza cosa che certamente il capitalismo finanziario non può tollerare.

Ecco dunque che l’immigrazione diventa una sorta di panacea del globalismo perché da una parte evita un ritorno allo stato sociale, dall’altro importa eserciti di riserva che contribuiscono ancor più a distruggerlo. E infine sottrae ai Paesi di origine risorse umane preziose in grado di contrapporsi allo sfruttamento selvaggio e ai regimi locali che lo favoriscono. Ovviamente la gente che si accalca sui barconi o sulle navi di organizzazioni che fanno parte integrale di questa logica, non sono spezzoni di ideologia, sono persone che andrebbero trattate come tali, cosa che non accade né per chi li rinchiude, ma ancor meno per chi li trasporta e perpetua un meccanismo schiavista che non è cieco, ma nasce dallo spirito del tempo. Siamo insomma di fronte a  un dramma epocale che fa parte della caduta di speranze e di diritti, ma viene trattato da molta parte della sinistra con  criteri da tour operator, messa a fermentare sotto il capitolo dell’umanità spicciola e di un astratto diritto di movimento. Cose che fanno rivoltare Marx nella tomba e che ormai hanno stufato persino la nottola.

Nota  Dal momento che le società umane sono creazioni dell’uomo non esistono rapporti “naturali” tra vecchi e giovani, ma essi sono determinati dalle strutture economiche. In una società industriale o post industriale la produttività per addetto cresce almeno del 2% anno su anno, quindi in realtà le relazioni tra le varie fasce di età possono essere le più disparate a patto però che si consideri il profitto come una variabile e non come un elemento incomprimibile.


Gli stamponi rossi e il buio a mezzogiorno

Immagine 006oriPer molti è stata dura: avendo conosciuto e concepito la politica non come sistema di idee e di orizzonti, ma alla luce dell’antiberlusconismo, secondo un copione tanto più facile quanto più grottesca, infame e ridicola era la figura del Cavaliere, per quasi sette anni si sono sentiti spiazzati e spaesati, privi di bersaglio perché tutti i governi della reazione da Monti in poi erano fieramente appoggiati dal Pd o erano espressione diretta di questo partito nato da un marketing  politico a dir poco equivoco che in sostanza conservava i topoi della vecchia e vera sinistra depurati però da un sistema di pensiero sociale antagonista al capitalismo e dunque ridotti a chincaglieria o a giocattoli come lo sono i modellini rispetto agli originali. Fare il tifo per Bersani o per altri, Vendola compreso, in contrasto con Renzi o Letta  era davvero poca cosa, una questione di sfumature, non dava vera soddisfazione oltre a non essere praticabile negli spazi patinati e così la critica e la cosiddetta satira sono rimasti nel gargarozzo, “riproponendosi” di tanto in tanto come i peperoni, ma rimanendo in un sistema digerente che ha finito per accettare qualsiasi cosa.

La nascita del governo Conte è stato come un risarcimento per queste pene esistenziali, si poteva riprendere a fare politica come ai bei tempi, senza esprimere alcuna prospettiva sociale complessiva, ma come simulazione. Oh si la campanella è suonata e si può tornare a giocare. Così i social sono inondati di sberleffi verso Salvini, Di Maio e compagnia cantante, mai argomentando l’intervento, ma semplicemente asserendo questo o quello, facendo sfoggio di tutti i più scontati istinti borghesi, come si sarebbe detto una volta, nell’assoluta incapacità di avere una visione complessiva e dando l’impressione di essere così ingenui da credere che il casus belli sia davvero l’immigrazione o che il problema si risolva con l’infermierismo navale, così come alcuni pensano che la povertà si risolva con l’obolo al mendicante.  Una bella soddisfazione per questo ceto medio della resa che nemmeno si accorge di fare il gioco del grande capitale e la cui concezione della politica è già oligarchica ossia uno scontro tra elites e gruppi dirigenti che non esprimono diverse concezioni del mondo, ma che si battono per il potere all’interno degli stessi presupposti. Si tratta nient’altro che di tifo.

A ben vedere questo latrare, preferibilmente portato avanti con stamponi rossi contenenti a mala pena qualche parola o qualche motto, che cercano il mi piace dei propri simili, è una degringolade non da poco, visto che sull’esecutivo, sulle sue promesse incerte e contraddittorie, sui suoi ambigui sistemi di pensiero ci sarebbe molto da dire e da articolare. Ma d’altronde portare argomenti al posto dei semplici cachinni è un’impresa davvero ardua perché se il governo fa in sostanza le stesse cose dei precedenti non ci sarebbe ragione di polemica se non quella di derivazione clientelare, se al contrario fa cose in direzione diversa e più conforme alle richieste popolari questi Contras del renzismo e del berlusconismo si ritroverebbero isolati. Se tali persone così volonterose nelle loro rudimentali e puntuate indignazioni avessero una qualche cultura politica si renderebbero conto che qualsiasi cambiamento reale non può essere ottenuto all’interno dei gruppi di potere, ma solo con la comparsa di soggetti tradizionalmente subalterni decisi a contrastare le oligarchie tradizionali: così è stato alla fine del Settecento per la piccola borghesia urbana e un secolo dopo per i movimenti operai. Oggi questo stesso ruolo di fronteggiamento del capitalismo è ricoperto da masse popolari in qualche modo prive di bussole di classe perché immerse nella società liquida del denaro e dello sfruttamento, che esprimono progressiva avversione per la socialtecnocrazia nelle sue varie incarnazioni, compresa quella europea. che in effetti è il reale sistema di governo in occidente.

Poco importa se l’ elite che questo magmatico blocco ha espresso agli inizi non è all’ altezza del compito o lontano da esso perché in queste condizioni di lunga caduta della politica non si può che ricorrere al bricolage, non è certo questa la cosa fondamentale: rimane il fatto che oggi una vasta panoplia sociale non fa più parte della logica dei “due terzi” , una formula che prese vita alla fine degli anni ’70 e fu per così dire all’origine del compromesso storico quando il Pci si rese contro di non poter arrivare al potere basandosi soltanto sulle classi popolari più disagiate perché i due terzi della società stava benissimo, bene, benino, non male  o nella più parte dei casi sperava di arrivare a questa condizione. In un certo senso proprio l’affievolimento della tensione sociale che per qualche anno  lasciò spazio alla disperazione del terrorismo, fu all’origine della conquista egemonica del neoliberismo e ha portato col tempo a un’inversione della condizione generale grazie alla quale oggi i due terzi stanno malissimo, male, non bene o temono di essere trascinati verso il basso. Si tratta di un cambiamento radicale la cui progressiva consapevolezza  viene percepita con  terrore dall’ 1 per cento che tiene le redini, con preoccupazione dal 10% che avvolge come carta argentata questo nucleo di oligarchi e viene totalmente ignorato dalla parte rimanente di quel terzo che ancora rimane a galla e a cui è sfuggita questa mutazione. L’insieme di queste condizione viene esorcizzato con la parola populismo che i ceti direttamente subalterni alle oligarchie usano a man bassa come un mantra, ma che quanto a complessità è un tantino al di sotto dell’ “arbitro cornuto” delle curve da stadio. D’altronde la storia è piena di  gruppi sociali che hanno lavorato con grande alacrità contro se stessi, perché come si sa il buio più fitto lo si raggiunge a mezzogiorno.

 

 

 

 

 


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