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Ursula e il pascià

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ad arricchire la leggenda di potenti lati B attaccati alle poltrone, dell’arrembaggio a sedie fertili di successi e redditi, di divani dove  influenti personalità hanno consumato commerci carnali, è arrivato quello che è già stato definito il sofà-gate.

Tutti ormai sapete di cosa si tratta: Ursula von der Leyen si reca in visita ufficiale in Turchia, giunge al cospetto di Erdogan e resta in piedi davanti a lui come una scolaretta, manca solo la lavagna dietro la quale mettere in castigo i discoli e il quadretto sarebbe stato completo. Il presidente e il suo Ministro degli esteri  hanno poggiato i pingui deretani sugli scranni ufficiali e la presidente della Commissione si guarda intorno finché non trova di meglio che accomodarsi su un canapè, o meglio un’ottomana, vista la location dove si consuma il delitto di lesa maestà.

Subito si grida all’affronto, l’imbarazzante episodio assume i connotati di uno intrigo internazionale, coi turchi che si difendono  rivendicando di aver rispettato il protocollo   che definisce    “la disposizione dei posti” concordata, dicono, con l’Europa nel corso di incontri preliminare dei diplomatici delle due parti. Il porte parole dell’Unione glissa pur riservandosi di andare a fondo sulla incresciosa faccenda, “perché non si ripeta più”.

E mentre girano le foto dell’incontro che immortalano i due presidenti una di fronte all’altro, lei sprofondata come Fantozzi sul maledetto pouf e lui che ghigna dall’alto del seggio, come un pascià soddisfatto per l’umiliazione inferta alla zarina d’Occidente, lo scandalo cresce e si declina a seconda dei pubblici di riferimento.

Perché in difesa dell’onore della pulzella oltraggiata scendono in campo le donne, che sospettano un caso di sessismo non certo inaspettato, trattandosi con tutta evidenza dell’affronto commesso, è sicuro, in nome di una cultura patriarcale e maschilista, di una fede che intride dei suoi valori confessionali lo stato, le sue istituzioni e le sue leggi, condannando le donne a ruoli gregari.

Non mancano le reazioni sdegnate degli eurofan: ma come un Paese e un premier che hanno assunto comportamenti incompatibili con la democrazia, si permettono di vilipendere la rappresentante di una civiltà innegabilmente superiore, trattandola come una questuante? E parte il plauso per la dignità e la compostezza della vertice comunitario e del suo culo, che hanno deciso con la grandezza  degna di uno statista e di un Grande della storia di continuare la riunione, malgrado l’onta subita.

Ecco, è proprio questo aspetto che ha punto la mia insaziabile curiosità e la mia avidità di particolari piccanti.

Non parlo però di quelli che potrebbero riguardare eventuali pensieri lubrichi del presidente turco, immediatamente ricollocato nel contesto di rassicuranti stereotipi tra ratti del serraglio e harem, attizzato dalla severità claustrale di Ursula, no, parlo di altri luoghi comuni subito tornati in auge.  

Mi chiedo infatti che commercio di tappeti particolarmente profittevole ha persuaso la poco maneggevole negoziatrice a ingoiare il rospo,  quali interessi opachi giustificano la missione della notabile pronta perfino a stare prona sul cadreghino al fine di inoltrare le richieste della potenza europea al monarca d’Oriente  in una  posizione che la prossemica definirebbe di sottomissione.

 Chissà che cosa era stata incaricata di ottenere in cambio del bel numero di miliardi concessi in cambio della gestione della fastidiosa immigrazione largamente dirottata  su un partner europeo di serie B, chissà che mandato aveva ricevuto dal padrone di oltreoceano per conquistare garanzie di fedeltà all’Alleanza, chissà che aspettative ripone l’Europa, già asimmetrica e ancora più sofferente per via dell’eclissi dell’astro tedesco, nei Balcani, in quel cuscinetto agitato che divide l’impero in declino dal rinnovato e nuovo fronte nemico.

Fosse uno scontro di civiltà, di sicuro non incute timore quella “superiore”, in pizzo sul divano come una mendicante o un piazzista di frigo in Alaska o di tappeti in Turchia. Di sicuro vedendola così nessuno avrà detto: mamma li europei.


Leva Salvini, lascia Minniti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Hanno levato Salvini e lasciato Minniti.  E non potevamo certo aspettarci di meglio dal governo che tiene insieme gli ex gregari del Ministro che incarna il Male e il partito del Ministro che ha sdoganato la paura del diverso, dello straniero ma anche dell’indigeno che rovina il decoro con la sua molesta presenza.

Non potevamo aspettarci di meglio nemmeno dal Parlamento che dovrebbe produrre riforme che sviluppino il senso della democrazia e della “cittadinanza”, che aveva approvato a larghissima maggioranza nel parlamento le due leggi volute dall’ex ministro dell’interno e leader della Lega Matteo Salvini tra il 2018 e 2019,  recanti misure sull’immigrazione , rendendole addirittura più severe come nella parte relativa alle multe da comminare alle navi delle Ong. E meno che mai da un esecutivo che ha fotocopiato il bieco memorandum sottoscritto dal governo Gentiloni con la Libia.

Licenziando le modifiche ai due decreti pronte da luglio, ma  messe all’ordine del giorno solo dopo le elezioni regionali e il referendum,  la montagna ha partorito il topolino, salutato come un riscatto morale dal giogo razzista e xenofobo.

Per carità meglio di niente, se siete del partito del menopeggio che si accontenta di un camouflage che nasconda le pecche. Per carità meglio di niente, anche se i decreti sicurezza non sono stati cancellati, ma semplicemente addomesticati lasciando intatto l’edificio di regole eretto sul differente trattamento da riservare ai profughi meritevoli del riconoscimento dello status di richiedente asilo e i fuggiaschi per motivi economici, che si vede che fame sete, miseria non costituiscono una valida ragione per lasciare la propria terra, i propri cari, affrontare viaggi perigliosi per recarsi dove nessuno li vuole.

Per carità, è proprio il caso di dirlo, nei confronti di chi era stato escluso dalla regolarizzazione- beffa di quest’estate e pure nei confronti della Bellanova autrice dell’indegna “sanatoria”, è positivo che  si estendano le “opportunità” per convertire una delle forme di protezione rimaste in vigore in permesso “speciale” per motivi di lavoro  “ove ne ricorrano i requisiti”,  quelli concessi per calamità, per residenza elettiva, per acquisto della cittadinanza o dello stato di apolide, per attività sportiva, per lavoro di tipo artistico, per motivi religiosi, per assistenza minori.

 È prevista una sorta di protezione umanitaria, della durata di due anni, per gli stranieri che presentano seri motivazioni di carattere umanitario o “risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”.

È rimasto invece inalterato l’impianto del decreto Salvini sul soccorso in mare, pur dichiarandone l’obbligatorietà: il ministro dell’interno, in accordo con il ministro della difesa e dei trasporti, informando il presidente del consiglio, può vietare l’ingresso e il transito in acque italiane a navi non militari. E malgrado il principio della criminalizzazione sia stato reso di fatto  inapplicato il procedimento rimane amministrativo, con ammende che vanno da 10 mila a 50mila euro, malgrado la richiesta del presidente Mattarella di diminuirne l’importo,  e penale.

 Lo Sprar  cambia denominazione e diventa Sistema di accoglienza e integrazione, la cui gestione viene di fatto restituita  ai comuni, distinguendo i servizi di primo livello per i richiedenti protezione internazionale: accoglienza materiale, assistenza sanitaria, assistenza sociale e psicologica, corsi di lingua italiana, consulenza legale dai servizi di secondo livello che hanno come obiettivo l’integrazione e includono l’orientamento al lavoro e la formazione professionale.

Insomma non c’è tanto da esultare: sul ravvedimento del Governo che sana l’obbrobrio a norma di legge (in realtà la firma in calce ai decreti era di Conte, 1, è ovvio prima della conversione virtuosa in Conte 2) si stende il velo nero dell’Europa che condizionerà le eventuali elemosine a investimenti punitivi dei diritti degli indigeni e figuriamoci degli ospiti, e che ha bell’e pronta la sua strategia di rifiuto, espulsione, rimpatri forzati generalizzati e sponsorizzati  secondo le regole della “solidarietà obbligatoria” tra i partner dalla quale sono esentate le cancellerie carolinge che godono di minor affaccio sul mare delle Pensioni Rosetta italiana o greca.

Non può che andare così, a riconferma, ve ne fosse bisogno, che anche l’immigrazione deve essere governata con le azioni organizzative e ideologiche del neoliberismo, temperando con i meccanismi di mercato i danni prodotti dal mercato, quello che esporta armi e importa schiavi, che depreda risorse per alimentare i consumi di popolazioni per poco ancora risparmiate dal colonialismo, che pure sta agendo con successo nei Terzi Mondi interni. E adesso che ha perso forza la minaccia dell’invasione, adesso che non occorre una concorrenza esterna disposta a tutto sotto ricatto perché i nostri lavoratori ormai subiscono pressioni talmente potenti dal racket da accettare intimidazioni e riduzione del salario, delle garanzie, dei diritti.

Che poi il problema è sempre lo stesso, circoscrivere i rischi di chi ha, criminalizzare gli ultimi per proteggere i primi e rassicurare i penultimi. E infatti indovinate un po’ come definisce la svolta civile e umanitaria del governo il vice ministro all’Interno del Pd, il primo passo per l’apertura del “cantiere dei diritti”, perfettamente coerente con la decantata ricostruzione post Covid, uno in più rispetto ai 130 individuati nelle slide dei Villa Pamphili che non comprendono scuole, ospedali, università, opere di salvaguardia del territorio.

Eh si, levato Salvini, lasciato Minniti. Verniciata di umanitarismo in offerta la barbarie, resta la gestione della “sicurezza” in capo ai poteri forti, rafforzati con l’arruolamento desiderabile e pienamente adottato dei militari in strada sempre più reclamati per mantenere mascherine, distanziamento sociale, insieme alle polizie locali, da anni incaricate di reprimere e condannare all’invisibilità moleste presenze estranee, colpevoli di promuovere il meticciato tramite kebab e falsi Vuitton,  e con attribuzioni speciali date alle forze dell’ordine in materia di contrasto alla criminalità di chi non si adegua agli standard di rispetto del decoro, e dell’ordine pubblico, siano operai che protestano, donne che respingono l’offensiva dei movimenti per la vita fuori dagli ospedali, gente di tutte le età che manifesta contro gli oltraggi al suo territorio, cittadini che contestano decisioni e misure del governo nazionale e periferico.

Tutto vien buono per zittire, immobilizzare, limitare la circolazione di pensieri “scorretti”, disomogenei, non allineati, ormai genericamente tradotti in assembramenti irresponsabili.

Cosa non si farebbe per rinvigorire le misure di una ingiustizia ingiusta contro i barboni che colpevolmente si stanno moltiplicando, i nuovi matti che dai margini gridano la loro disperazione, i senzatetto che occupano i falansteri tirati su dagli speculatori?

Per non far cadere in disuso il Daspo che dal calcio aveva sconfinato nella società tutta,  dall’assassinio, tramite pestaggio di Willy, si trae una “lezione” per inserire nella riconversione civica dei decreti del barbaro, una norma ad hoc che ne estende l’applicazione all’esercizio della “violenza”, dando il potere ai questori di disporre, anche in presenza di una condanna non definitiva, il divieto di accesso a pubblici esercizi o locali di pubblico trattenimento nei confronti delle persone denunciate, negli ultimi tre anni, per reati commessi in occasione di  disordini, qualora dalla condotta possa derivare un pericolo per la sicurezza.

Si chiama “norma Willy” il minimo sindacale che si sarebbe dovuto pretendere da sempre in occasione di aggressioni, botte, delitti contro le persone con particolare accanimento per i più deboli e indifesi, da parte svariate tipologie di fascisti, in orbace o in divisa, comunque protetti, assolti, legittimati. Ma che, succede quando la cronaca nera diventa strumento di propaganda, diventa l’occasione per assimilare alla violenza cieca e ferina, brutale e bestiale, la collera che potrebbe far scaturire ribellione, opposizione, insomma lotta .. di classe.


Ius Bancomat

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa la procura di Perugia ha aperto un’indagine sull’esame richiesto per ottenere la cittadinanza italiana, cui è stato sottoposto il calciatore uruguaiano Luis Suarez durante le pratiche per ottenere. Si sospetta che Suarez abbia conosciuto in anticipo domande e risposte, sarebbe stato sottoposto a un esame molto più facile di quello ordinario e il punteggio gli sarebbe stato attribuito prima della prova.  

Non stupisce di certo che una star del pallone (tutto ha congiurato a fare del tifo calcistico un irrinunciabile carattere della nostra autobiografia, un tratto imprescindibile della nazione mite che si ritrova e fraternizza tirando un calcio in rete, come nei film consolatori da premi oscar) abbia potuto avere un trattamento di favore rispetto a muratori, braccianti e badanti. Semmai sorprende lo scandalo.

Ma pensate se nel caso di professioni e funzioni speciali i candidati fossero sottoposti allo stesso test, che ne so, aspiranti segretari di partito, ministri dell’istruzione, magistrati, capi di gabinetto, virologi, la cui abilitazione potrebbe essere sottoposta alla condizione di conoscere e perfino scrivere nella nostra lingua madre.

Ne vedremmo delle belle, come si può immaginare dalla pubblicazione di test di ammissione all’università, degli esami per procuratori, come ci rivelano le interviste, le dichiarazioni, le comparsate nei salotti televisivi, dai tweet e degli “stati” su Facebook, nel comune rimpianto per l’ora di educazione civica, ma pure del dettato, dell’interrogazione sui verbi regolari e irregolari, e per non sbagliare, sulla composizione à la manière che si usa nei collegi francesi.

Il fatto è che si tratta di requisiti mai pretesi da Borghezio, da sempre impegnato nella difesa del nostro patrimonio di usi e tradizioni, , si direbbe, minacciati dal meticciati, e nemmeno da suoi recenti alleati oggi ancora molto in vista alle prese con colluttazioni sanguinose con ortografia, grammatica e analisi logica e pure con geografia e aritmetica. E invece li si reclama da “ospiti” a stento tollerati, che devono guadagnarsi ogni giorno il minimo sindacale di prerogative – chiamarli diritti sarebbe troppo, li assimilerebbe a target selezionati che escludono anche un buon numero di indigeni- meritandosi con fatica e impegno superiore un livello accettabile di inferiorità: salari, liste di collocamento, asili e mense scolastiche, graduatorie per le case popolari un po’ al di sotto dei proletari e sottoproletari italiani.

E infatti si scopre senza meraviglia che un testo scolastico per le elementari illustri desideri e aspettative dei bambini italiani: “Quest’anno vorrei fare tanti disegni coi pennarelli”, “Andare sempre in giardino per la ricreazione”, dei quali potremmo dire che l’innocenza beata regredisce a beota, contrapposti a quelli di bimbo nero coi capelli crespi dalla cui boccuccia carnosa esce il fumetto edificante:  “Quest’anno io vuole imparare italiano bene“, manco fosse un Calderoli qualsiasi.

Apriti cielo, subito sono insorti gruppi e associazioni che, giustamente, hanno criticato modi e linguaggio del messaggio: il piccolo eroe dell’integrazione parla come la Mamie di Via col Vento (manca solo zi Miss Rozzella) a pochi mesi dalla messa all’indice del libro e della demolizione di statue imbarazzanti per il senso comune incarnato in Italia da sardine e vari fan del bon ton globale. Che magari hanno votato con entusiasmo il “governatore” anti- salviniano, che se parla dei cinesi imita i film anni 30: clavatte cento lile, e li accusa di mangiare abitualmente topi vivi alla faccia del relativismo culturale e dei complessi di colpa coloniali.

D’altra parte se il fascismo si declina in forme sempre uguali, e semmai si ampliano i pubblici di riferimento, il razzismo si arricchisce di nuovi valori grazie all’ideologia del politicamente corretto, che fa da sostegno ai miti neoliberisti, cancellando i confini delle geografie della destra e della sinistra in un’unica palude di ipocrisia miserabile. Come è dimostrato dalla strategia europea sull’immigrazione (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/09/26/marketing-dellimmigrazione-nuova-truffa-europea/ ) dallo sfruttamento doppiamente discriminatorio e xenofobo a norma di legge, interpretato magistralmente dalle misure per il “rilancio” in agricoltura della Ministra Bellanova, dalla promozione intermittente di aree di schiavitù diversamente salariate e legittimate per motivi di emergenza, che comprendono soggetti “inferiori” immeritevoli della denominazione di cittadini anche in patria.

Così se un tempo la schiavitù diventava una condizione basata su componenti etniche,  culturali, sociali secondo gerarchie rispondenti a leggi “di natura”, applicate dentro e fuori da confini nazionali, si fosse negri o terroni, tanto per fare un esempio, oggi che le regole del mercato sono state promosse a culto, religione e quindi leggi naturali incontrastabili, oggi la sottomissione, il giogo fino alla cattività preme su chi non ha saputo conquistarsi l’omologazione in ceti risparmiati dalla fame e dalla sete, colpevole, non avendo ereditato nulla in forma dinastica o per speciali talenti,  di non essersi meritato la soddisfazione dei suoi bisogni e la realizzazione delle sue aspettative.  

E infatti alcuni storici guardano al razzismo come a un perversa esigenza di discriminazione che dà sostegno culturale a differenze e disuguaglianze, e che si concretizza con l’invenzione a tavolino di “etnie” inferiori e la identificazione di organismi infetti e quindi pericolosi da isolare, reprimere, esaurire fino a cancellarne identità, consapevolezza e dignità, colpevolizzando origine, appartenenza religiosa, inclinazioni sessuali, genere, usi, a una condizione però, che distingue quelli già colpiti dalla povertà.

Ora è certamente vergognoso che un altro libro di testo proponga la sceneggiatura di un incontro al parco tra un bambino felicemente bianco e una bambina piccola “tutta nera, con buffe treccine e occhi birbanti” subito apostrofata dal prescelto alla superiorità nella lotteria naturale: sei sporca o tutta nera? con gli stilemi dell’illustre giornalista in missione in Abissinia.

Ma non sarà altrettanto vergognoso che i diritti di cittadinanza non spettino a qualcuno nato in Italia, o figlio di genitori che lavorano qui, pagano le tasse, rispettano le leggi del paese ospite a differenza di augusti cittadini vaticani, che si debbano conquistare a differenza di chi li ha ricevuti all’origine e spesso non ne ha cura, .come non ne ha dell’ambiente in cui vive, della memoria, del paesaggio intorno, delle opere dell’uomo del cui valore spirituale ci si ricorda in funzione di quello commerciale?

E non suona stonato e perfino ridicolo che si pretenda “integrazione” da chi arriva, dimostrabile con sacrifici, rinunce, oblio del proprio passato, quando tutto congiura per far sentire i cittadini stranieri in patria, riducendo quelle prerogative e quelle conquiste di istruzione, cultura, lavoro che avevano creduto inalienabili?

Non sarà un segno del nostro fallimento che il rispetto dell’altro e dei suoi diritti si sia uniformato ai criteri e ai processi materiali di sviluppo e riproduzione economica e sociale, proprio gli stessi che generano violenza, prepotenza, abuso, sfruttamento, sicchè il razzismo si rivela come una malattia incurabile del capitalismo?

Tanto che vi si devono assoggettare bisogni e aspirazioni, riconosciuti solo se dimostrano la volontà di omologarsi, di conformarsi, di obbedire, di adeguarsi agli imperativi dell’utilità e del profitto che concepiscono come libertà l’iniziativa privata, l’appropriazione, l’autoaffermazione e la subalternità dell’altro, non pienamente umano: nero, giallo, donna, vecchio, malato, matto. Povero. 


Marketing dell’immigrazione. Nuova truffa europea

Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’invereconda tracotanza europea si manifesta anche sul piano semantico. Tanto per dirne una, è stata resa nota la nuova strategia per l’immigrazione, con una serie di misure indegne sul piano della civiltà, ma questo non stupisce, come su quello della efficienza ed efficacia.

Per venderle la Commissione ha pensato di dar loro il titolo pomposo di  “nuovo patto sull’immigrazione e l’asilo”, a suffragare la menzogna di una alleanza volontaria organizzativa, politica e morale tra i partner, incentrata  su  tre “pilastri”: collaborazione con i paesi di partenza, maggiore controllo dei confini e un sistema di solidarietà che introduce un meccanismo di  sponsorizzazione dei rimpatri  nel caso di rifiuto del ricollocamento.

Si sfiora il ridicolo quando si parla di collaborazione con i paesi di partenza come se fosse plausibile parlare di stati dotati di sovranità, apparato statale e istituzionale, interlocutori che possiedono il mandato per negoziare secondo le regole del diritto internazionale e non  di tiranni sanguinari, di burattini nelle mani di potenze straniere.

Un esempio nostrano fa scuola, anche se non ci colloca in una posizione privilegiata: siamo sempre propaggine africana antropologicamente  assimilabile a quel contesto barbaro, immeritevole di riconoscimento della sua condizione geografica e  dei suoi problemi.

Siamo stati noi esemplarmente a costituire un precedente a sostegno del pilastro con la firma (Governo Gentiloni) e la successiva replica (Conte 2) senza variazioni, del memorandum di intesa con la Libia, una delle pagine più vergognose della storia di questi anni,  che  prevede che il governo italiano fornisca aiuti economici e supporto tecnico alle autorità libiche (in particolare alla famigerata Guardia costiera i cui membri sono stati accusati ripetutamente dalle agenzie Onu, di traffico e detenzione di esseri umani), nel tentativo di ridurre il traffico di migranti attraverso il Mar Mediterraneo. Mentre in cambio la Libia si “impegna” a migliorare le condizioni dei propri centri di accoglienza per migranti, quei lager dove nell’indifferenza generale  languiscono e muoiono migliaia di disperati.

Si sfiora il ridicolo, quando si parla di controllo dei confini, partica nella quale primeggiano le cancellerie, dalla Francia che, forte dell’esperienza di Calais trasferita anche a Ventimiglia, respinge gli arrivi molesti in mare e pure sulle Alpi innevate,   alla Germania che ha prodotto una eroina che svolge aiuto umanitario alla stregua della Merkel, considerando i nostri porti approdo sicuro  nel quale scaricare i poveretti, incurante della sorte successiva al fortunoso sbarco, a riconferma che spetta all’Italia l’onere dell’ospitalità.

L’obiettivo infatti consiste nel  prendere «decisioni rapide in materia di asilo o rimpatrio» introducendo   «una procedura di frontiera integrata», che «per la prima volta comprende uno screening pre-ingresso che copra l’identificazione di tutte le persone che attraversano le frontiere esterne dell’Ue senza autorizzazione o che sono state sbarcate dopo un’operazione di ricerca e salvataggio  e  un controllo sanitario e di sicurezza, rilevamento delle impronte digitali e registrazione nella banca dati Eurodac». Poi, una volta selezionato il modesto target dei meritevoli d’asilo, gli altri saranno rimpatriati.

E non si sfiora il ridicolo, ci si casca proprio dentro, con quella incredibile proposta – in questo caso si fa uso dell’eufemismo – per cui al posto di tratta degli schiavi si parla di sponsorizzazione dei rimpatri  dei migranti sbarcati in altri paesi Ue, come alternativa alla ricollocazione nel proprio. Questo «nuovo concetto» della solidarietà obbligatoria fra Stati membri.  prevede dunque un sistema di contributi flessibili da parte dei partner che potranno aprire le porte alla ricollocazione dei richiedenti asilo dal Paese di primo ingresso”, ma anche farsi carico del rimpatrio “di persone senza diritto di soggiorno” (con contributi da 10 mila euro a persona).

Insomma con la sponsorship dei rimpatri, “gli Stati membri forniranno tutto il sostegno necessario allo Stato membro che si trova sotto pressione per rimpatriare rapidamente coloro che non hanno diritto di restare” sul territorio dell’Ue. E per mettere a frutto l’esperienza dei fondi (quasi 5 miliardi) offerti alla Turchia per fronteggiare gli sgraditi arrivi, si ipotizzano partnership coi Paesi extra-Ue, per sostenerli nell’affrontare il “traffico di migranti”, sviluppando  percorsi legali “a pagamento”, come avvenne appunto quando Erdogan venne autorizzato ai respingimenti verso la Grecia.

C’era da aspettarselo che, una volta superata dalla minaccia del Covid, la pressione esercitata dallo shock a ripetizione dell’invasione, del meticciato, della minaccia islamica, l’immigrazione venisse affrontata con le azioni e gli strumenti concreti e ideologici del neoliberismo, temperando con i meccanismi di mercato i danni prodotti dal mercato (quello che esporta armi e importa schiavi, che depreda risorse per alimentare i consumi di popolazioni ancora risparmiate dal colonialismo, che pure sta esercitandosi nei contesti interni).

Tutto si tiene e quindi ritornano in auge gli slogan farlocchi della cooperazione – e anche in quella l’Italia vanta dei tristi primati in scandali e ignominie impunite: aiutare i governi a aiutare i loro popoli (mi correggo, questo è fresco di giornata), non regaliamogli i pesci ma la rete per catturarli, in modo da legittimare scorrerie umanitarie, trasferimenti del nostro knowhow in materia di corruzione, sfruttamento dissennato, sviluppo insostenibile, occupazione dei loro territori con fabbriche inquinanti, rifiuti tossici, produzioni illegali da noi.

Basta guardare alle statistiche dell’organizzazione  Honest Accounts che denunciano come i paesi africani ricevano circa 19 miliardi annui in  donazioni, ma oltre il triplo di questa somma  scorre via in fiumi illegali grazie a elusioni, falsificazioni e traffici illeciti e opachi da parte delle multinazionali.  Nel continente arrivano in rimesse dall’estero circa 31 miliardi, ma le multinazionali straniere  riportano circa 35 miliardi di profitti nei loro paesi di provenienza o nei paradisi fiscali. E tanto per citare un dato che dovrebbe interessarci per la sua inquietante affinità con noi, i governi africani nel 2017 hanno ricevuto circa 36 circa miliardi di dollari in prestiti ma hanno pagato 20 miliardi per gli interessi.

Si tratta di geografie che dispongono di risorse che dovrebbero permettere di garantire condizioni di vita dignitose a tutti gli  abitanti, cibo, acqua,  assistenza sanitaria, istruzione, lavoro e salari  adeguati), ma che da anni e anni sono sfruttati dal colonialismo vecchio e nuovo, aggravato  dalle regole del neoliberismo che hanno costretto i governi a indebitarsi sempre di più, a accettare i diktat del Fondo Monetario e dei paesi creditori, riducendo la propria sovranità economica e politica.

Basterebbe questo a farci capire che il problema dell’immigrazione è un nostro problema non perché dobbiamo essere solidali in un’area che avrebbe ritrovato con le elemosine promesse (che saranno rese inutili dalla nuova austerità) il suo afflato coeso e civile disegnato dai padri fondatori, anche quelli incarnazione di una cerchia elitaria e schizzinosa, non perché ci “invadono”, non perché i nostri lavoratori sono minacciati dalla concorrenza di un esercito di riserva disposto a accettare sotto ricatto condizioni e remunerazioni inferiori e precarie, non perché ci rubano i posti nei quali pensavamo di non dover mai faticare.

E’ un nostro problema  perché il tallone che pesa su di noi è lo stesso, perché il trattamento che viene riservato al Terzo Mondo esterno è lo stesso che si presenta e già si consuma nel Terzo Mondo interno all’Ue – noi i periferici, gli indolenti, i parassitari secondo la legge scritta dai frugali- e dentro al nostro Paese.


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